Archivio | maggio 3, 2009

Roxana, 200 pronti a sciopero della fame

https://i0.wp.com/www.mediabistro.com/fishbowlny/original/20090302_roxana_saberi_33.jpgRoxana Saberi

Digiuno di 12 giorni: ognuno non mangia per 24 ore, ingerendo solo bevande zuccherate

Partita da Chicago l’iniziativa a favore della liberazione della giornalista irano-americana arrestata a Teheran

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(Ansa/Epa)
(Ansa/Epa)

Giornalisti e aspiranti reporter, ma anche tanti che non hanno nulla a che fare con la professione, gente che l’ha conosciuta e altri che hanno letto di lei, americani, iraniani, anche qualcuno dall’Italia: oltre 200 volontari in tutto il mondo hanno aderito ad uno sciopero della fame in solidarietà con Roxana Saberi lanciato domenica in occasione della Giornata internazionale per la libertà di stampa.

NO ALL’ARRESTO – L’iniziativa, promossa da professori e studenti dell’Università di Chicago (la NorthWestern) dove Roxana si è laureata in giornalismo nel 1999, si unisce allo sciopero della fame simbolico di quattro membri di «Reporters Sans Frontières» iniziato martedì 28 aprile. Entrambi mirano a fare pressione sulle autorità iraniane per ottenere il rilascio della giornalista irano-americana di 32 anni arrestata a Teheran lo scorso 31 gennaio e condannata a 8 anni di carcere per spionaggio in favore degli Stati Uniti.

SCIOPERO DI 12 GIORNI – Roxana, in attesa del processo d’appello (data non ancora fissata), ha iniziato il 21 aprile uno sciopero della fame, secondo il padre Reza Saberi. La magistratura di Teheran ha negato che stia digiunando, ma il padre sostiene che ha perso quasi cinque chili. Entrambe le iniziative mirano a «prendere il suo posto», anche per convincerla a smettere di digiunare. «Ex star della squadra di calcio, Roxana è forte, in salute e determinata, ma deve conservare le forze nella nota prigione di Evin – scrivono i suoi sostenitori su FreeRoxana.net —. Digiuniamo per Roxana in modo che non debba farlo lei». Il sito invita volontari di tutto il mondo ad aderire. Lo sciopero della fame durerà 12 giorni: ognuno digiuna per 24 ore, ingerendo soltanto bevande zuccherate. Ogni giorno viene indicato sul sito il nome di chi lo fa, del luogo in cui vive e (facoltativo) un breve messaggio. Tra i 52 volontari del primo giorno, ci sono: Shyquyna El-Hunt, «musulmana americana» che vive in Maryland; Daryoush Khavarian di Teheran («È innocente, è una vittima dei mullah»); Marta Marvilly da Venezia; David Ellison («reporter recentemente licenziato, appoggio la libertà di stampa»); Zohreen Adamjee in California («Anch’io voglio lavorare come reporter internazionale un giorno»).

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Viviana Mazza
03 maggio 2009

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fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_03/roxana_sciopero_a_catena_d9f53ba0-37f6-11de-8d05-00144f02aabc.shtml

ISRAELE – Vice ministro degli Esteri: “Si a Stato palestinese”

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Palestinian State

(AGI) – Roma, 3 mag. – Alla vigilia dell’atteso sbarco a Roma del ministro degli Esteri israeliano, il falco Avigdor Lieberman, il suo numero due apre senza riserve alla creazione di uno Stato palestinese. Secondo Daniel Ayalon, esponente della destra laica di Yisrael Beiteinu guidata da Lieberman, “il governo israeliano rispettera’ tutti gli impegni assunti dal precedente esecutivo, inclusa la road-map che portera’ alla soluzione dei ‘due stati'” uno israeliano e uno palestinese. Il riferimento e’ ai principi del Quartetto dei mediatori Onu, Ue, Russia e Usa che il falco Lieberman ha ripetutamente denunciato dal giorno del suo insediamento.

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fonte: http://www.agi.it/ultime-notizie-page/200905032051-cro-rom1070-m_o_vice_ministro_esteri_israele_si_a_stato_palestinese

Enrico Mattei, italiano pericoloso. I rapporti top secret inviati a Londra / Mattei, Pasolini e De Mauro: una scia di sangue e petrolio

http://elisazanola.files.wordpress.com/2009/04/11_11_1962.jpg

Mentre va in onda su RaiUno lo sceneggiato sul fondatore dell’Eni, pubblichiamo gli sconcertanti rapporti riservati sul suo conto dei diplomatici britannici

Fino all’articolo del “Financial Times” alla vigilia dell’incidente aereo: “Se ne deve andare”

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di FILIPPO CECCARELLI

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Enrico Mattei, italiano pericoloso I rapporti top secret inviati a LondraEnrico Mattei

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L’UOMO CHE guardava al futuro: con questo titolo, stasera e domani, va in onda su Rai Uno la fiction su Enrico Mattei. Ma ai suoi tempi, per i sussiegosi e pragmatici funzionari della diplomazia britannica, più che guardare al futuro il capo dell’Eni era l’uomo che intralciava il loro presente. Anzi, seriamente e decisamente lo minacciava.
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Fino al punto di…? Alt, no, questo non si può dire. Anche se il cospicuo dossier arrivato in Italia include carte a loro modo profetiche – tipo la fotocopia di un articolo del Financial Times che a due giorni dalla morte di Mattei si chiede se questi “dovrà andarsene” (Will signor Mattei have to go?) – i documenti recuperati da Mario J. Cereghino negli archivi britannici non autorizzano forzature, né automatismi cospirativi. Eppure, a meno di tre mesi dall’incidente aereo di Bascapé, 27 ottobre 1962, in un documento classificato come “segreto”, dal ministero dell’Energia scrivono al Foreign Office: “L’Eni sta diventando una crescente minaccia agli interessi britannici. Ma non dal punto di vista commerciale […] La minaccia dell’Eni si sviluppa, in molte parti del mondo, nell’infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali”. Insomma, l’Eni incoraggia “l’autarchia” energetica a scapito dell’Inghilterra.
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Una questione di principio. A settembre, al ministero degli Esteri del governo di Sua Maestà, fanno il punto “sui passi per contrastare il gruppo italiano”. Ovviamente “è una materia da trattare con attenzione”. Ci sono questioni da girare all’intelligence: “Fino a che punto l’Eni dipende dal petrolio russo? […] È possibile distinguere tra le attività dell’Eni e gli interessi italiani? […] Siamo in grado di affrontare il problema della virulenta propaganda di Mattei contro l’imperialismo e contro le compagnie petrolifere?”. Non si conoscono le risposte. Eppure tante altre carte ricostruiscono in modo abbastanza impressionante lo scenario, il contesto, l’atmosfera che nell’autunno del 1962 si era venuta a creare attorno a quello che è diventato un eroe da tele-fiction.
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Lo storico Nico Perrone, il massimo studioso di Mattei, ha esaminato questi documenti: “Contengono giudizi più sottili, più articolati e più intelligenti di quelli che si trovano negli archivi americani. A Washington reagivano grossolanamente e in ritardo; mentre gli inglesi avevano capito meglio e subito”.
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I funzionari britannici stanno addosso al presidente dell’Eni. Abbondano le schede, i rapporti, i memorandum. Si inventano pure il termine Matteism per indicare un modo di fare politica e affari. A loro modo lo ammirano anche. Questo si legge in un rapporto del Foreign Office alla legazione britannica di Washington: “Mattei punta in alto. A nostro parere è un manager tosto e un uomo potente nonché pericoloso”.
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È il 1957 quando l’ambasciatore a Roma, Ashley Clarke, nota: “A differenza di molti esponenti democristiani non sembra corrotto a livello personale. Vive in modo tutto sommato modesto. Il suo unico svago è la pesca: non ci pensa due volte a volare in Alaska per una battuta di pesca di una settimana […] Si trova nelle condizioni di fare gran bene o gran male all’Italia”.
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È vanesio, certo, e dittatore. Mostra “tendenze napoleoniche” ed “estrema suscettibilità”. Gli americani, fanno sapere a Londra i diplomatici di Sua Maestà, pensano che “soffra di megalomania”. I difetti di un personaggio ragguardevole sono spesso la faccia in ombra delle sue virtù: “Come tutti gli uomini che si sono fatti da sé, Mattei è vanitoso e non tollera il benché minimo affronto, soprattutto se proviene da uno straniero. Nel lavoro è autocratico e spietato, ma al contempo molto ammirato e rispettato”.
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Dinamismo e dedizione al lavoro, gli riconosce anche un dirigente della Bp: “È l’apostolo delle imprese statali. Però molti ritengono che la sua psicologia si avvicini molto al concetto de “Lo Stato sono io””. Questo orgoglio può solleticare un certo spirito sportivo degli inglesi, ma certo non li rassicura negli affari. Mattei fa il diavolo a quattro, fa abbassare i prezzi del petrolio dall’Iran all’Etiopia, dal Marocco al Pakistan all’Arabia Saudita. Un po’ bluffa, ma dal punto di vista degli inglesi un po’ anche bara. O almeno: “Gioca con più mazzi di carte allo stesso tempo”, si legge in un memorandum del ministero dell’Energia. Clarke insiste: “È un tipo che non si ferma dinanzi a niente”.
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Dai documenti si capisce che il “pericolo” è doppio. Riguarda da un lato le questioni dell’energia, ma dall’altro va a sbattere sulle alleanze e sulla stabilità di intere aree del mondo, a partire dal Medio Oriente, per giunta all’indomani della crisi di Suez. Il guaio supplementare è che dell’anticolonialismo questo italiano ha fatto una bandiera. Il petrolio è un mezzo per affermare una politica sociale e nazionale: “I successi in Egitto e in Persia gli hanno dato alla testa […] Di fatto ha dato fuoco alle navi”.
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Le compagnie petrolifere cominciano a “preoccuparsi seriamente della loro posizione in Italia”, avvisa l’addetto commerciale dell’ambasciata di Roma nel luglio del 1960. Ma già ad agosto Clarke prevede: “Non vi è dubbio che in futuro Mattei diventerà una notevole spina nel fianco delle nostre imprese, anche in altre aree del mondo”. E colpiscono le conclusioni su questo personaggio “indubbiamente infido” che “in passato ha già utilizzato tattiche ricattatorie […] E Mattei non solo non è crollato, ma al momento è più forte che mai”.
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Ha appena concluso accordi commerciali con l’Urss e si dispone a stringerne con la Cina comunista: “In futuro”, scrivono all’ambasciata britannica di Pechino, “potrebbe fornire ai cinesi tutto il petrolio di cui hanno bisogno”. Così da Londra cercano di capire se il governo italiano ispira o si limita a coprire le scorribande dell’Eni, o se è pronto a scaricare il leader del cane a sei zampe. Le carte offrono resoconti mortificanti sui politici italiani: distratti, ambigui, sfuggenti. Il ministro degli Esteri, il liberale Martino, fa spallucce; il presidente Segni è tutto preso dall’agricoltura.
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Meno vaghi, anche se sorprendentemente ostili all’Eni, appaiono due diplomatici italiani. Un funzionario del Foreign Office contatta a Londra un diplonatico italiano, Prunas: “La sua impressione è che, se non affrontato in maniera appropriata, Mattei potrebbe diventare pericoloso: e nel dirmi ciò”, specifica Mr Beeley, “mi ha chiesto di mantenere il massimo riserbo”. Lo stesso riserbo che in tempi non sospetti il segretario generale della Farnesina, marchese Rossi-Longhi, chiede a Mr Hohler, incaricato d’affari dell’ambasciata: “Secondo Rossi-Longhi potremmo raggiungere migliori risultati assumendo un atteggiamento fermo e piuttosto duro con Mattei”.
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In realtà, dai documenti trovati da Cereghino viene fuori che il governo britannico, per tutto il 1961, spinge la Bp e la Shell, due delle sette sorelle, a trovare un accordo con l’Eni: “Fino a quando”, scrive nell’agosto del 1961 Mr Laskey, un funzionario dell’ambasciata, “continueranno a considerare Mattei come una sorta di verruca o di escrescenza da ignorare (o che al momento non può essere asportata) è difficile che egli si comporti in maniera amichevole”.
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Niente di più difficile: e infatti Mattei insiste nel suo gioco – anche se forse non si rende conto che sta oltrepassando il terreno petrolifero per entrare di slancio nel campo scivoloso degli equilibri geopolitici. È di nuovo un italiano, il banchiere Lolli, Bnl, a mettere sull’avviso gli inglesi: “I sentimenti antiamericani di Mattei sono così forti che potrebbero trasformarsi in un pericolo sostanziale. In altre parole, potrebbe commettere qualche sciocchezza”. Meglio quindi che le compagnie inglesi trovino un’intesa.
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L’unico leader italiano che tiene testa a Mattei è Fanfani. Nell’autunno del 1961 l’allora presidente del Consiglio convoca a Palazzo Chigi Arnold Hofland, responsabile del settore Europa meridionale della Shell. Fanfani tenta una spericolata mediazione: “Personalmente il premier non vede di buon occhio l’intesa con Mosca e si è detto pronto ad annullarla. A patto però che Mattei sia messo in condizione di aggiudicarsi quei diritti estrattivi che permetterebbero all’Italia di disporre di una fonte di rifornimento autonoma”.
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Il colloquio dura due ore e mezzo, ma non produce risultati. Peggio: Hofland, petroliere disincantato, concorda con l’ambasciatore sul fatto che Mattei “risulta sempre più pericoloso, anche se”, aggiunge, “personalità come Paul Getty sono in grado di creare grane ben peggiori”. Clarke è più risoluto e pessimista: quelli che chiama “i ricatti di Mattei” sono “meno marginali di quanto sembrano”. In questo cupo scenario, pur venato da un garbato understatement, si apre il 1962: l’ultimo della vita di Mattei.
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Ora, anche in politica internazionale, i “pericoli” è meglio sventarli per tempo; e nessuno ama farsi “ricattare”. C’è parecchio nervosismo all’ambasciata di Roma, al ministero dell’Energia, alla Bp, alla Shell. Il 7 agosto i funzionari del Foreign Office inseriscono in un già corposo dossier una strana, ma eloquente nota semi-anonima.
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La spedisce, su carta intestata, un non meglio identificato Mr Searight: “Di recente una certa persona ha sostenuto una conversazione con una importante personalità dell’industria petrolifera che recentemente è entrata in contatto con Mattei. A suo dire, Mattei gli avrebbe confidato la seguente riflessione: “Ci ho messo sette anni per condurre il governo italiano verso una apertura a sinistra (in italiano nel testo, ndr). E posso dire che ce ne vorranno di meno per far uscire l’Italia dalla Nato e metterla alla testa dei Paesi neutrali””. I “Non Allineati”, come si diceva in quegli anni. Aggiunge la noticina: “Non ci sono motivi per dubitare che tali affermazioni siano state effettivamente fatte”. Possibile: il personaggio era quello che era. Gli eroi da tele-fiction guarderanno pure al futuro, ma intanto è ancora la lezione del passato che bisognerebbe capire meglio.
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I documenti
I documenti del Foreign Office su Enrico Mattei su cui sono basate queste pagine sono stati trovati dal ricercatore Mario J. Cereghino negli Archivi nazionali britannici di Kew Gardens, a sud di Londra, e sono ora consultabili presso l’Archivio Casarrubea di Partinico, in provincia di Palermo (www.casarrubea.wordpress.com)

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3 maggio 2009
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Pasolini, Mattei e De Mauro (Foto Ansa)

Mattei, Pasolini e De Mauro: una scia di sangue e petrolio

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di Antonella Loi

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21 aprile 2009 – Enrico Mattei, Pier Paolo Pasolini, Mauro De Mauro. Cosa c’è dietro la morte del presidente dell’Eni nei cieli di Bascapè? E di chi era la mano che uccise il poeta all’Idroscalo di Ostia: fu veramente il 17enne Giuseppe Pelosi o, come da lui stesso dichiarato in una recente intervista, “lo uccisero in 5, gente intoccabile”? E ancora, cosa aveva scoperto il giornalista Mauro De Mauro a proposito della morte di Mattei, tanto da diventare un pericolo per chi ne ordinò il sequestro e la morte? Una trama oscura che passa attraverso il libro che Pasolini stava ultimando, Petrolio, e la sceneggiatura per un film di Rosi sul Caso Mattei su cui il cronista siciliano lavorava. Uno dei tanti misteri d’Italia, un puzzle intricato che passa attraverso la loggia massonica P2, i servizi segreti deviati e la lotta per il potere di personaggi senza scrupoli a cui Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, nel loro libro Profondo nero – Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica scia all’origine delle stragi di Stato (edito da Chiarelettere, 2009, 295 pp., 14,60 euro) hanno provato a dare un volto. Facendo nomi e cognomi.

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Lo Bianco, l’uccisione di Mattei è stata un punto di svolta nella storia italiana?
“Direi proprio di sì. Enrico Mattei aveva in testa l’idea di un’Italia autonoma, energeticamente e finanziariamente, libera dalla dipendenza dalle Sette Sorelle, Mattei aveva un po’ sconvolto l’equilibrio mondiale del mercato del petrolio. Era un personaggio assai scomodo, all’estero perché alterava questi equilibri e in Italia perché oltre ad avere una grande capacità economica aveva anche una grande capacità politica. Mattei era diventato una sorta di ministro degli Esteri italiano, era più importante del ministro degli Esteri, e in qualche modo decideva larghe fette di politica estera italiana, stringeva rapporti con i paesi del Medioriente e dell’Africa sulle questioni energetiche. Con la sua morte in molti hanno tirato un sospiro di sollievo e questo emerge dalle carte processuali e da documenti dei servizi segreti”.

Dalla coltre di fumo che per anni ha circondato il “caso Mattei” emerge la figura di Eugenio Cefis, collante di un sistema eversivo sostenuto da una classe dirigente fuori dagli schemi della democrazia. Chi era Cefis?
“Cefis era un burocrate di Stato, un boiardo, un grande manager pubblico che come Mattei veniva dalla Resistenza. Condividevano la stessa esperienza anche se si erano annusati e non si piacevano molto. Avevano combattuto insieme sulle Alpi lombarde. Come tutti coloro che vengono dalla Resistenza avevano due caratteri forti, temprati dalla guerra, molto duri. Ma al contrario di Mattei, Cefis preferì fin dall’inizio allacciare rapporti con gli americani, rapporti che segneranno poi tutta la sua carriera. Cefis era un uomo con l’ossessione della segretezza, Giorgio Bocca l’ha raccontato molto bene. Sue fotografie in giro non ce ne sono. Quelle agli atti dei processi sono state più volte acquistate così come, forse per conto di Cefis, sono state acquistate anche quelle della tragedia di Bascapè dove perse la vita Mattei. Foto acquistate dall’investigatore privato Tom Ponzi che, successivamente, finì coinvolto in storie di spionaggio”.

Un personaggio misterioso.
“Un’informativa dei servizi segreti indica Cefis come il capo della loggia massonica P2, che poi avrebbe lasciato in eredità a Licio Gelli e Umberto Ortolani. Quello che ci ha colpito scrivendo questo libro è che per oltre quarant’anni, al di là delle responsabilità di Cefis e del ‘sistema Cefis’, a noi italiani hanno fatto credere che questo aereo si fosse schiantato a Bascapè in una sorta di incidente aereo. Sono riusciti a camuffare un sabotaggio facendolo passare per un incidente aereo. E ci sono riusciti benissimo per molti anni”.

Perché non si è mai arrivati ad una verità giudiziaria sul caso Mattei?
“Perché i primi testimoni, penso al colono Mario Ronchi, hanno ritrattato quello che hanno detto di aver visto nell’immediatezza ai giornalisti della Rai, documenti poi scomparsi o alterati: dal video di un servizio Rai è sparito addirittura l’audio. Sono entrati in gioco una serie di meccanismi di copertura e di depistaggio fortissimi, che non potevano non avere radici nell’apparato dello Stato. Penso appunto al colono Ronchi al quale, dopo questa sua ritrattazione, è stata costruita una strada interpoderale a spese dell’Eni, o meglio della Snam. Ronchi stato assunto dalla Snam con un contratto annuale per fare il custode di quello che sarebbe diventato il memorial Mattei, fu assunta perfino una figlia. Lui era l’unico testimone che aveva detto di aver visto la palla di fuoco in cielo, cioè era l’unico che aveva visto qualcosa che dimostrava che era successa qualcosa a bordo dell’aereo sul quale viaggiava Mattei, aveva visto le fiamme in aria. Sparita quella prova poi tutto finì”.

Anche una commissione d’inchiesta indagò sulla morte del presidente dell’Eni.
“La commissione parlamentare, che venne insediata dall’allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti, però non riuscì ad arrivare a nessuna verità. E anche se il comandante Giambalvo, che il procuratore Calia (il magistrato che nel 1994 aprì un’inchiesta che per la prima volta mise in correlazione gli omicidi Mattei, Pasolini e De Mauro n.d.r.) ha sentito e il cui verbale fu allegato agli atti dell’inchiesta, ha detto di avere lasciato la commissione con un’intesa tra i componenti della commissione stessa, e di avere visto poi un esito del tutto diverso spuntato nell’ufficialità dei documenti finali. Anche quella è una pagina molto oscura. Soltanto dopo la riesumaizone dei cadaveri, l’esame dei reperti dell’aereo custoditi negli hangar, il pm Calia fece un lavoro brillante, faticoso e tenace, riuscendo a ristabilire la verità, una verità che era stata nascosta agli italiani”.

Da Mattei a Pasolini. Il poeta – ucciso il 2 novembre 1975 – provò a denunciare l’eversione di stato: Pelosi ha parlato di una banda di picchiatori che, mentre massacravano il poeta, urlavano “frocio, comunista”. Quella di Pasolini è stata dunque una morte “politica”?
“Pelosi non la racconta tutta. Evidentemente non la racconta tutta e non la racconta ancora giusta. Però è pure vera una cosa: come dice la Maraini, nel suo raccontare questa verità a rate, ci si avvicina sempre di più a quello che lei e il gruppo di intellettuali vicini a Pasolini avevano gridato, cioè che si trattava di un delitto politico. Bernardo Bertolucci, grande amico di Pasolini, parlò di una fatwa lanciata dal palazzo. Pelosi evidentemente, arrivato a cinquant’anni, sente forte il peso di questa responsabilità che non vuole più portare da solo. In fondo ha pagato solo lui”.

Pelosi racconta una storia totalmente diversa da quella resa al processo.
“Pelosi parla oggi di un commando di cinque persone, parla di un appuntamento che Pasolini avrebbe preso con lui una settimana prima, aprendo uno scenario del tutto nuovo: non è stato un adescamento casuale alla stazione Termini, ma un appuntamento concordato che poteva offrire agli assassini l’occasione per ammazzare Pasolini. E Pelosi fa i nomi. La cosa singolare che abbiamo evidenziato bene nel libro è che due di questi erano stati identificati due mesi dopo dal maresciallo Renzo Sansone che, inflitrandosi in una bisca del Tiburtino, riuscì a raccogliere le confidenze dei fratelli Franco e Giuseppe Borsellino che dissero di aver ucciso Pasolini insieme a Giuseppe Mastini detto “Johnny lo Zingaro”. Ma ad assassinare Pasolini erano in cinque, quindi ce ne sarebbero altri due, che Pelosi descrive come “quarantenni con la barba” che non avrebbero direttamente partecipato al pestaggio ma avrebbero in qualche modo sovrinteso all’agguato dell’Idroscalo e questi potrebbero essere legati ai servizi segreti deviati. Ma tutto questo dovrà essere accertato giudiziamente se, come chiesto dall’avvocato Maccioni, il fascicolo verrà riaperto”.

Un altro omicidio legato alla morte di Mattei e poi di Pasolini, è quello del giornalista Mauro De Mauro – sparito da Palermo il 16 settembre del 1970 – che indagava sui giorni siciliani, gli ultimi, di Enrico Mattei.
“Il delitto di Pasolini è legato più logicamente che giudiziariamente agli altri due. Il delitto De Mauro invece è legato in maniera fortissima al delitto Mattei. De Mauro indagava sul delitto Mattei per conto del regista Rosi. Due giorni prima della sua scomparsa De Mauro aveva incontrato il senatore Graziano Verzotto, un personaggio chiave di questa vicenda perché attraversa incredibilmente tutti e tre i delitti. Verzotto, capo delle pubbliche relazioni dell’Eni, è l’uomo che chiama Mattei in Sicilia per quell’ultimo viaggio trasformato nel viaggio della morte”.

Verzotto è legato a Mattei ma anche a De Mauro.
“Sì, Verzotto è l’uomo che incontra De Mauro e al quale fa tutta una serie di confidenze, fino all’ultimo incontro il 14 settembre due giorni prima della sua scomparsa, quando gli parla di una serie di cose, indicandogli Cefis come un possibile mandante del delitto Mattei. Verzotto, nella sua qualità di presidente dell’Ente minerario, è finanziatore di quell’agenzia che si chiama ‘Roma informazioni’ e che è collegata a ‘Milano informazioni’, che pubblicò il libro Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, scritto da tale Giorgio Steimetz, misteriosamente ritirato dagli scaffali, da cui Pasolini aveva tratto spunti per il suo Petrolio. Quindi De Mauro aveva capito probabilmente una fetta di verità relativa a Mattei e proprio per questo, secondo noi, è stato fatto scomparire”.

Dal suo libro emerge un intreccio di depistaggi ed omissioni che tocca imprenditori, politici, servizi segreti, passando per la mafia e la massoneria. Una sequela di non-verità che si protraggono fino ai giorni nostri: l’Italia degli anni ’70 vive ancora oggi?
“L’Italia degli anni ’70 si proietta in maniera inquietante negli anni ’90 e nel terzo millennio. Non siamo riusciti a fare chiarezza su tutti i buchi neri del nostro passato recente, nonostante una bellissima relazione di maggioranza della Commissione stragi presieduta da Giovanni Pellegrino abbia messo dei punti fermi sulla storia sottotraccia di questo Paese, disegnando perfettamente quella che fu negli anni ’70 la strategia della tensione”.

Una pagina chiusa?
“Tutt’altro, quella strategia non è conclusa, quella stagione si proietta ancora fino ai giorni nostri e lo ha sottolineato lo stesso pubblico ministero Calia quando, nella sua inchiesta, cita una società che si chiama ‘Cefinvest’ che sarebbe in qualche modo collegata alla Edilnord centro residenziali, già Edilnord Sas di Silvio Berlusconi. Lui cita questo come un dato di cronaca ma fa riflettere abbastanza, al di là delle informative dei servizi segreti che indicano Cefis come il vero fondatore della loggia P2. E’ una parte oscura, che arriva fino alle stragi del ’92 e ’93 – quindi alla nascita della Seconda Repubblica, che avrebbe bisogno di venire illuminata”.

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fonte: http://spettacoli.tiscali.it/articoli/libri/09/profondo_nero_intervista_123.html

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05:43 – youtube.com
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viti di acciaio inossidabile che era rimasto come souvenir sulla scrivania di un segretario dell’ENI) e alcuni frammenti metallici prelevati dai cadaveri. Con l’analisi al

Afghanistan: I soldati italiani sparano, muore bimba

Avvertimenti senza risposta, poi la tragedia. Altri tre feriti, Avviata un’inchiesta

Afghanistan, colpi contro un’auto che non si ferma incrociando una pattuglia. La ragazzina aveva 13 anni

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La Toyota Corolla su cui viaggiava la famiglia colpita a Herat (Ansa)
La Toyota Corolla su cui viaggiava la famiglia colpita a Herat (Ansa)

HERAT (Afghanistan) – Una bambina afgana di 13 anni è morta oggi in un incidente che ha visto coinvolta una pattuglia di militari italiani. Lo ha reso noto il comandante del contingente, il generale Rosario Castellano. Nella stessa circostanza si sono registrate tre persone ferite, tutti parenti della ragazzina.

LA RICOSTRUZIONEL’incidente, secondo quanto riferito dal generale, è avvenuto alle 11 locali, a quattro chilometri da campo Arena, il quartier generale del Regional Command West. Una pattuglia di militari italiani composta da tre mezzi che stava procedendo lungo la strada ha incrociato un’autovettura civile che procedeva in senso opposto a forte velocità. Sono state attuate tutte le procedure di avvertimento previste in questi casi, ma l’automobile non si è fermata: sono stati esplosi infine un colpo in aria, uno sull’asfalto e uno sul cofano della vettura, una Toyota Corolla bianca, un veicolo tra quelli maggiormente segnalati come mezzi utilizzati come autobomba. Ma la Toyota Corolla rimanda anche alla memoria la tragica morte di Nicola Calipari, il funzionario del Sismi colpito a morte dal fuoco di una pattuglia statunitense nel tragitto verso l’aeroporto di Bagdad, in Iraq, dopo la liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. Anche in quel caso, secondo le autorità militari statunitensi, i soldati avevano aperto il fuoco non ricevendo risposte alle segnalazioni che intimavano l’arresto del veicolo.

ACCERTAMENTI IN CORSOSolo successivamente all’esplosione dei colpi si è venuto a sapere che una bambina che si trovava a bordo è morta, mentre sono rimasti illesi, la madre e un’altra persona. Sono in corso accertamenti, ha detto il generale Castellano, per stabilire le modalità dell’incidente e le cause della morte della bimba. La pattuglia di militari italiani coinvolta nell’incidente fa parte dei cosiddetti Omlt, le squadre di addestramento dell’esercito afghano che opera nella zona di Herat. Il generale Castellano ha ribadito, parlando con i giornalisti al seguito di una delegazione parlamentare giunta ad Herat proprio nel momento in cui si stava accertando la dinamica l’incidente, che i militari hanno attuato tutte le procedure di segnalazione previste, a cominciare dai segnali luminosi e proseguendo con colpi di avvertimento. Infine, hanno fatto fuoco sul vano motore. Il generale Castellano ha anche detto che egli stesso incontrerà i familiari della bambina e il Governatore di Herat.

FRATTINI: «SGOMENTO E DOLORE» Il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha fatto sapere di avere appreso con «profondo sgomento» la notizia del tragico incidente di Herat. «Il Ministro – si legge in una nota della Farnesina – esprime il suo profondo dolore per il destino di vittime innocenti di una tragica situazione che, purtroppo, estremisti e terroristi hanno creato in quel Paese, e la sua piena solidarietà alle famiglie delle persone ferite». «L’impegno italiano in Afghanistan – si dice ancora nel comunicato – resta rivolto al ristabilire la stabilità e la sicurezza della regione a vantaggio del benessere della popolazione civile afghana. L’Italia continuerà con i suoi valorosi soldati impegnati nella missione di pace a garantire alla popolazione civile afghana le condizioni di massima sicurezza». «Provo profondo dolore e rammarico per quanto accaduto – ha aggiunto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa -. Sono purtroppo le terribili evenienze che non possono essere mai escluse quando si opera in un teatro così difficile e pericoloso».

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3 maggio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_03/afghanistan_bamina_morta_spari_pattuglia_italiana_d3c7617a-37d0-11de-8d05-00144f02aabc.shtml

https://i0.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20090503_terremoto-tendopoli.jpg

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di Antonio Di Muzio
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L’AQUILA (3 maggio) – «Sul decreto del governo vogliamo vedere indicati nero su bianco i soldi per la ricostruzione e non solo quelli per le casette transitorie. L’Aquila va ricostruita dov’era e com’era. Così non sarà se si impiegano 30 anni per riedificare il cuore della città e dei borghi». A leggere il Dl si parla di dilatazione dei tempi fino al 2033. «Una data ridicola – aggiunge – che potranno godersi i nostri figli se non i loro figli. Per quel tempo il tessuto sociale ed economico sarà ampiamente stravolto». Così Stefania Pezzopane si è espressa nella riunione dei 38 sindaci del “cratere”, convocata ieri dalla Provincia nella Scuola della Finanza di Coppito. Una riunione accesissima, che ha visto d’accordo sugli stessi punti tutti i partecipanti di ogni parte politica. Insieme si sono individuati gli emendamenti da apportare in tempi strettissimi, prima che il decreto venga convertito in legge. Martedì, infatti, è già convocata la Commissione Ambiente del Senato per la discussione.

Secondo i sindaci, i tre punti da emendare sono: l’accentramento dei poteri nelle mani del governo centrale che opera tramite commissario, sentiti gli enti locali. Questa dicitura dovrà trasformarsi d’intesa con gli enti locali. «Perché così è stato per Marche, Umbria e Friuli, in cui il territorio ha disegnato il suo destino secondo le competenze di ciascun ente, senza espropri dall’alto. Basti pensare che a Nocera Umbra sono state di recente consegnate le ultime abitazioni. Sono trascorsi 12 anni. Questi sono i tempi e non è pensabile che un processo così lungo rimanga fuori dal controllo degli enti locali».

Anche sulla ricostruzione delle abitazioni private «gli abruzzesi vanno trattati come gli umbri, i marchigiani e i friulani che hanno avuto una copertura del 100% del costo base delle case, anche delle seconde case e, quando di pregio storico, persino delle terze. Di questi finanziamenti non c’è traccia nel decreto, mentre si puntano tutte le risorse sulle case di transizione, che pure vanno bene purché non diventino l’unico investimento».

Preoccupa, infine, l’opzione di cedere l’immobile alla Fintecna, società «che può figliare altri soggetti locali». Chi non riuscirà a ricostruire con il massimale di 150 mila euro, e questo accadrà in moltissimi casi, potrà cedere l’immobile e il mutuo a questa mega immobiliare «che diventerà padrona assoluta del centro storico, con conseguenze speculative immaginabili: rischiamo di avere o ruderi come a Rocca Calascio oppure Disneyland».

Per domani inoltre è convocato un incontro con i settori produttivi, in cui serpeggia altrettanto malcontento per i finanziamenti alle imprese. Anche qui, saranno proposti emendamenti alle insufficienze del decreto. Gli emendamenti discussi ieri sono stati affidati al senatore Luigi Lusi e all’onorevole Giovani Lolli, presenti all’incontro, per essere messi a punto e trasferiti in Parlamento per la discussione. Anche l’onorevole Maurizio Scelli, pur non partecipando direttamente, ha dato la sua adesione all’iniziativa. Il Presidente Pezzopane ha auspicato «che tutti i parlamentari abruzzesi partecipino a questa battaglia in difesa del nostro patrimonio e dei diritti di tutti i cittadini senza più casa, lavoro e città».

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Approfondimenti
Gli sfollati: «Siamo stufi, quando lasceremo queste tende?»
Nuove scosse e rischio frane

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=56784&sez=HOME_INITALIA


VENEZIA – Maxi pubblicità sexy sulla chiesa. La Curia furiosa: “E’ immorale”

Fa parte della sponsorizzazione dei lavori di restauro

Il Patriarcato parla di “scandalo”, ma replica con fermezza la soprintendente ai beni architettonici: “Se la diocesi mi mette a disposizione fondi propri, tolgo qualsiasi manifesto”

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Foto

Venezia, 3 maggio 2009 – Una maxi pubblicità sexy sulla facciata della chiesa di San Simeon Piccolo a Venezia fa infuriare la Curia. L’immagine, scelta da una ‘griffe’ della moda per la sponsorizzazione dei lavori nell’edificio sacro, ritrae in bella vista le gambe al vento di una modella. Il Patriarcato parla di “scandalo”. “Quella megapubblicità è mostruosa e immorale e cercar soldi con la pubblicità è squallido”, accusa monsignor Antonio Meneguolo. La chiesa ogni domenica ospita una messa preconciliare in latino.

Secondo quanto riporta oggi La Nuova Venezia, replica la Soprintendente per i beni architettonici di Venezia Renata Codello che, pur affermando di non aver concesso alcuna autorizzazione per la pubblicità, non risparmia critiche alla Curia. “Ben vengano le sponsorizzazioni, unico mezzo che ci permette di restaurare gli edifici – sostiene la professoressa Codello – Se la diocesi mi mette a disposizione fondi propri, tolgo qualsiasi pubblicità”.E incalza: “Di certo non potevamo abbandonare a se stessa San Simeon Piccolo, lasciata proprio dalla Curia transennata con una facciata che veniva giù a pezzi. Là il Patriarcato non ha mai tirato fuori un euro”.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/05/03/171916-maxi_pubblicita_sexy_sulla_chiesa.shtml

Terrorismo, Cuba nella lista nera Usa. E Fidel attacca Obama: «Si vergogni»

IL Líder Máximo: «50 ANNI DI CRIMINI E MENZOGNE E TERRORISMO CONTRO DI NOI»

Gli Stati Uniti lasciano l’isola nell’elenco dei paesi che appoggiano i terroristi accanto a Siria, Iran e Sudan

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Fidel Castro (Epa)
Fidel Castro (Epa)

WASHINGTON – Non è piaciuta al Líder máximo Fidel Castro la decisione degli Stati Uniti di lasciare Cuba nella «lista nera» dei Paesi che gli Stati Uniti considerano sostenitori del terrorismo internazionale. Nonostante la mano tesa ai fratelli Castro (soprattutto a Raul), l’amministrazione Obama ha infatti reso pubblico l’elenco in cui L’Avana si trova accanto a Siria, Iran e Sudan. In un commento pubblicato sul sito cubadebate.cu, Fidel Castro ha scritto che il presidente Obama dovrebbe «vergognarsi» di tenere Cuba nella lista nera dei Paesi considerati terroristi dopo i «50 anni terrorismo» orchestrati proprio da Washington contro l’isola comunista. Secondo il leader cubano, gli Stati Uniti «si sono talmente invischiati nei propri crimini e menzogne che anche Obama non ha potuto liberarsi da questo groviglio. Un uomo di cui nessuno nega il talento dovrebbe vergognarsi di questo culto della menzogna».

IL RAPPORTO Nel commento pubblicato col titolo «Riflessioni del compagno Fidel: Cuba “Paese terrorista?”», Castro si riferisce al rapporto annuale del Dipartimento di Stato americano sugli Stati che sostengono il terrorismo: pubblicato giovedì scorso, il dossier pone di nuovo Cuba ancora nella «lista nera» accanto a Iran, Siria e Sudan. Il Dipartimento di Stato riconosce i passi avanti fatti dal regime comunista anche in questo campo, come ad esempio quando si lamentò dei rapimenti di politici messi in atto dalle Farc colombiane, ma mantiene nel mirino le relazioni dell’Avana con l’Eta, le stesse Farc e con i membri di organizzazioni violente che agiscono sul suolo statunitense, come l’Esercito nero di liberazione. Anche se«da tempo sostiene attivamente» la lotta armata, si legge nel rapporto, «il governo cubano continua a fornire un rifugio sicuro ai diversi terroristi».

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3 maggio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_03/usa_cuba_lista_terroristi_85e99182-37c4-11de-8d05-00144f02aabc.shtml

Veronica, addio a Berlusconi: “Ho deciso, chiedo il divorzio”

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Ha conosciuto Berlusconi nel 1980, poi si sono sposati con rito civile il 15 dicembre 1990

La first lady: chiudo il sipario

A un’amica: “Non posso stare con un uomo che frequenta minorenni”

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di DARIO CRESTO-DINA

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MILANO – “Chiudo il sipario sulla mia vita coniugale”. Dopo quasi trent’anni, i due si conobbero nel 1980 e si sposarono con rito civile il 15 dicembre 1990, le strade del presidente del Consiglio e di sua moglie, già spezzate sul piano sentimentale e personale, si dividono anche giuridicamente.

Veronica Lario ha avviato le pratiche per la separazione e il divorzio da Silvio Berlusconi, portando a termine un percorso cominciato molto tempo fa come ammise lei stessa alla fine dell’estate 2008, quando confessò che all’eventualità di una separazione stava meditando da dieci anni.

Ora ha scelto l’avvocato che la seguirà passo dopo passo davanti ai giudici: “Finalmente una persona di cui mi posso fidare fino in fondo”. È una donna. Una professionista lontana dallo star system e dalla politica. L’ha sentita al telefono il primo maggio, l’avvocato era in vacanza su un’isola del Sud Italia. È stato in pratica il loro primo vertice sulla separazione. Veronica le ha spiegato: “Voglio tirare giù il sipario, ma voglio fare una cosa da persona comune e perbene, senza clamore. Vorrei evitare lo scontro”. Il legale le ha risposto: “Stia tranquilla. Parto subito, prendo un aliscafo e rientro immediatamente a Milano. Lei è consapevole che non sarà facile e che dovrà sopportare attacchi pesanti? È sicura di volerlo fare?”.

Nella risposta non ci sono state esitazioni: “So tutto. Voglio andare avanti”. Ieri le due donne si sono incontrate a Macherio per studiare la strategia e si rivedranno molto presto, all’inizio della settimana. Vogliono stringere i tempi, evitare il contropiede di un uomo sempre molto abile a ribaltare le situazioni, capace di convocare una conferenza stampa per dire che il divorzio lo ha deciso lui per primo, e non la “signora”.


Naturalmente nei giorni scorsi Veronica ne ha discusso con i figli e le persone più vicine, un paio di amiche molto care, sottolineando ancora una volta le ragioni del suo distacco dalla vita pubblica del marito e insistendo sull’importanza che rappresenta per una donna come lei il valore della dignità: “Ora sono più tranquilla – ha confidato loro – . Sono convinta che a questo punto non sia dignitoso che io mi fermi qui. La strada del mio matrimonio è segnata, non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni”.

Per i suoi ragazzi – Barbara di 24 anni, Eleonora di 22 che studia negli Stati Uniti e Luigi di 20, il più legato al mito imprenditoriale e politico del papà – sono state ore di grande amarezza e di sofferenza, ma alla madre tutti e tre hanno assicurato che rispetteranno ogni sua decisione per dolorosa possa essere: “Non muoveremo mai un dito contro nostro padre, ma tu mamma fai ciò che ti fa stare bene”.

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Le foto di Noemi LetiziaNoemi Letizia
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L’inizio della fine arriva la mattina di martedì 28 aprile. Veronica guarda i giornali, la sua attenzione si sofferma sull’articolo di “Repubblica” che svela come nella notte di domenica il premier si sia presentato a sorpresa in una villetta di Casoria, dove si celebravano i diciott’anni di Noemi Letizia. Lei è bella, bionda, studia da grafica pubblicitaria a Portici e sogna una carriera televisiva, tanto che avrebbe inviato il suo “book” fotografico al presidente del Consiglio in persona. Un album che avrebbe provocato la scintilla. Accanto a Noemi ci sono il padre Elio e la madre Anna. La ragazza chiama Berlusconi “papi”, ai giornalisti dirà più tardi che lo conosce da tempo e che spesso lo va a trovare a Milano e Roma, “perché lui, poverino, lavora molto e non può sempre venire a Napoli”. Il Cavaliere le ha portato un regalo, una collana d’oro giallo e bianco con pendente di brillanti. C’è chi mormora anche le chiavi di un’auto, ma Noemi smentisce.

Veronica legge e rimane stupefatta, chiama al telefono un’amica: “Basta, non posso più andare a braccetto con questo spettacolo”. A Roma infuria la polemica sulle “veline” pronte a entrare nelle liste elettorali del Pdl e ci sono, soprattutto, quella ragazzina di Casoria, Noemi, e la sua mamma Anna che si rivolgono a Berlusconi con gli affettuosi diminutivi di “papi” e “papino”. Veronica non ce l’ha né con le giovani donne aspiranti europarlamentari né con Noemi. Interpreta la loro parabola quasi epicamente, come “figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica”. La sconcerta, però, che il metodo da “ciarpame politico” non faccia scandalo, che quasi nessuno si stupisca, che “per una strana alchimia il paese tutto conceda e tutto giustifichi al suo imperatore”, come racconta a chi le sta vicino.

Quell’imperatore è ancora suo marito ed è il padre dei suoi figli, un padre che, seppure invitato, non ha mai partecipato alla festa dei loro diciott’anni. Di fronte alla nuova pubblica offesa sceglie di replicare pubblicamente con una dichiarazione che manda all’agenzia Ansa soltanto dopo le dieci di sera. È stato infatti un giorno di angoscia a villa Belvedere. Barbara, incinta di sette mesi del suo secondo figlio, è stata ricoverata all’ospedale San Raffaele. Sono lunghe ore di ansia, c’è il rischio di un parto prematuro. Veronica Lario ha in casa il nipotino Alessandro, chiede alla segretaria Paola di fermarsi fino a mezzanotte. La misura è colma, il “ciarpame” non è soltanto politico.

La mattina successiva Berlusconi dalla Polonia attiva la cortina fumogena e la contraerea dopo una notte di rabbia. Ordina che le “veline” spariscano quasi tutte dalle liste europee, ridimensiona il rapporto con Noemi a una antica conoscenza con il padre ex autista di Craxi (notizia poi smentita da Bobo Craxi e cancellata comicamente addirittura da un comunicato di Palazzo Chigi) e liquida con una battuta maschilista e greve l’indignazione della moglie, evitando di pronunciarne il nome e il ruolo: “La signora si è fatta ingannare dai giornali della sinistra. Mi spiace”. Rientrato a Roma, annulla un incontro in calendario per il giorno successivo con il presidente della Camera Gianfranco Fini.

La sua intenzione è di andare a Milano, come fece due anni or sono, per ricucire lo strappo con Veronica. Non ci andrà, lo ferma la sua fidatissima segretaria Marinella. Veronica Lario, infatti, l’ha appena chiamata: riferisca a mio marito che non mi si avvicini, non ho più nulla da dire e nulla da ascoltare, tutte le parole sono state consumate.

Giovedì i giornali del Cavaliere e i blog del Pdl fanno capire all’ex first lady di Macherio che aria tira. Dietro al “come si permette?” si scatena una minacciosa muta di cani. Il quotidiano “Libero” pubblica nella testata di prima pagina tre fotografie in bianconero della giovane attrice Veronica Lario a seno nudo. Il messaggio è più che mai trasparente, sembra arrivata l’ora dell’olio di ricino. Quando vede quelle fotografie la moglie del premier capisce, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere davvero sola e di essere minacciata. In quelle foto si sente “come davanti a un plotone di esecuzione qualche secondo prima della fucilazione”. Alla figlia Barbara dice: “Sono molto preoccupata di ciò che potrà accadere, ma ho la libertà per andare avanti”.

Cala il sipario. La lettera affidata a “Repubblica” due anni fa da Veronica era un ultimatum. Qualche ora dopo Berlusconi inviò le sue scuse pubbliche alla moglie. Era il 31 gennaio 2007: “La tua dignità non c’entra, la custodisco come un bene prezioso nel mio cuore anche quando dalla mia bocca esce la battuta spensierata, il riferimento galante, la bagattella di un momento”. A sigillo un grande bacio. Qualche mese dopo, ad appannaggio esclusivo dei settimanali patinati della famiglia, arrivarono le passeggiate della coppia mano nella mano nel giardino della villa in Costa Smeralda e sui moli di Portofino.

Immagini che oggi sembrano lontanissime. “Mi domando in che paese viviamo – ha raccontato Veronica l’altro giorno a un’amica – , come sia possibile accettare un metodo politico come quello che si è cercato di utilizzare per la composizione delle liste elettorali del centrodestra e come bastino due mie dichiarazioni a generare un immediato dietrofront. Io ho fatto del mio meglio, tutto ciò che ho creduto possibile. Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. È stato tutto inutile. Credevo avessero capito, mi sono sbagliata. Adesso dico basta”.

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3 maggio 2009
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Dopo il voto la Sardegna non c’è più

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Dal G8 scippato alle fabbriche che chiudono, dai soldi per le bonifiche ambientali che non si trovano alle tratte navali soppresse e poi ripristinate a mezzo di comunicati stampa. Dopo le elezioni e la vagonata di promesse elettorali che sono piovute sull’isola dei nuraghi, la Sardegna affonda. Lo sanno bene i parlamentari sardi del Partito Democratico che quasi quotidianamente si occupano del «caso Sardegna» e dei numerosi problemi con cui abitanti, imprenditori e disoccupati sono costretti a convivere.

L’ultima brutta notizia, dopo la decisione del governo di trasferire il G8 dall’arcipelago di La Maddalena a L’Aquila è di mercoledì e riguarda, come denunciano i parlamentari del Pg Giulio Calvisi e Guido Melis, la decisione del «consiglio di amministrazione della neonata Vinyls Italia di Fiorenzo Sartor di imboccare la strada del fallimento conclude tragicamente la vicenda della chimica del Nord Sardegna». Un provvedimento che potrebbe avere ripercussioni anche su Marghera oltre che su tutto il polo chimico della Sardegna.Ma la vertenza chimica non è che l’ultima scena di un film che viene proiettato da tempo. «Così, dopo le promesse di Berlusconi e Cappellacci in campagna elettorale – proseguono – viene dato un colpo mortale ad una produzione d’avanguardia, vitale per l’intero comparto chimico nazionale,
con grave danno all’occupazione in una regione già messa in ginocchio dalla crisi e dalla politica del governo».

Ricordando poi la chiusura dello stabilimento Eurallumina (con la messa in cassa integrazione di 450 maestranze) e le altre aziende che hanno deciso di abbassare le saracinesche e spegnere gli impianti e l’allarme lanciato per l’ipotetica soppressione delle tratte Olbia, Porto Torres Genova, «allarme poi rientrato – denuncia Giulio Calvisi – dopo la nostra presa di posizione» l’attenzione dei parlamentari sardi si sposta anche sullo scippo del G8. E delle conseguenze immediate che lo spostamento avrà sulle aziende che portano avanti le opere a La Maddalena.

A denunciare una situazione drammatica per le imprese del G8 è Francesco Sanna, senatore del Pd: «Sullo spostamento del G8, la versione definitiva del decreto legge conferma i dubbi della prima ora- dice – l’articolo 17, che dispone lo spostamento, vorrebbe far risparmiare 220 milioni di euro, ma in esso non si distingue tra i risparmi sui lavori e i risparmi sulla sicurezza, come invece ha sostenuto il Presidente del Consiglio. Dei risparmi sulla sicurezza, anzi, non si parla proprio. Circa i lavori ancora in corso, le norme sono una pistola puntata alla testa delle imprese, che o accettano le riduzioni dei corrispettivi contrattuali che il Governo proporrà, o dovranno seguire la strada del recesso e bloccare i lavori».I problemi per la Sardegna non si fermano comunque qui. A dover fare i conti con risorse economiche che scarseggiano, come denuncia Amalia Schirru, deputata, sono anche le aree degradate da bonificare. «Sono spariti i tre miliardi di euro che sarebbero serviti per risanare i siti industriali inquinati, e tra questi anche quelli sardi. Peccato però che nessuno sappia dove siano finite queste risorse». Senza dimenticare poi anche le risorse per le strade della Sardegna. Una su tutte la Sassari Olbia. Strada che avrebbe dovuto accompagnare le altre opere del G8 e che ora, sembra, come denunciano anche i consiglieri regionali del centrosinistra, sparita nel vuoto.

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2 maggio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/84415/dopo_il_voto_la_sardegna_non_c_pi