Archivio | maggio 4, 2009

DELIRI – Dell’Utri: «Il duce fu troppo buono. Rai, speriamo di non doverla occupare» / Le leggi razziali e i Savoia

https://i2.wp.com/www.itis.biella.it/attivita/giornata_memoria/2006/img/maut16.jpg

.

ROMA (4 maggio) – Benito Mussolini non fu «dittatore spietato e sanguinario», perse la guerra perché fu «troppo buono, fu blando» sulle leggi razziali e i repubblichini furono «i partigiani di destra» perché lottarono per un ideale.
.
E’ polemica per queste dichiarazioni sul fascismo del senatore del Pdl Marcello dell’Utri, che intervistato dal programma Klauscondicio, ha parlato poi anche di Rai. «Occupare la Rai? Perché no – ha affermato – ma naturalmente speriamo di non doverla occupare. La tv di Stato ha grandi professionalità, ma un po’ ha ragione Gasparri: è ancora in mano alla sinistra».
.
La Rai è un miracolo, un’altra azienda sarebbe fallita, ha sostenuto il senatore del Pdl, che ritiene, per altro, siano meglio «le veline di certe giornaliste». «Le veline laureate e preparate politicamente – ha detto Dell’Utri – sono di gran lunga più apprezzabili di alcune tele-giornaliste che non conoscono l’italiano».
Secondo il senatore del Pdl «spesso alcuni commenti dimostrano l’invidia degli altri, noi del Pdl siamo sempre presi di mira su questo tema».
.
«Mussolini – ha sostenuto Dell’Utri – ha perso la guerra perché era troppo buono. Non era affatto un dittatore spietato e sanguinario come poteva essere Stalin» e «trovo Mussolini straordinario e di grande cultura». Secondo il senatore del Pdl, «non è colpa di Mussolini se il fascismo è stato un orrendo regime: sono state le sanzioni a costringerlo a trovare un accordo con la Germania di Hitler. Se non ci fossero state – sostiene ancora Dell’Utri – probabilmente non si sarebbe mai alleato con Hitler».
.
Dell’Utri ha giustificato poi
in sostanza anche le leggi razziali. «Nei suoi diari Mussolini scrive che le leggi razziali devono essere blande», ha sottolineato ancora Dell’Utri. «Io non ho alcuna intenzione di fare apologia né del fascismo né di Mussolini», ha precisato poi. E al riguardo ha aggiunto di aver scoperto nei diari del dittatore «la figura di un grande uomo».
.
Per quanto riguarda i ragazzi di Salò, l’assoluzione è piena: «Erano al 100% partigiani di destra, hanno avuto la loro parte e credevano in alcuni valori. I repubblichini – ha rilevato Dell’Utri – sbagliavano sicuramente però sono essere umani che hanno lottato al pari degli altri per una loro idealità».
.
«Marcello Dell’Utri getta la maschera, dicendo che la Rai va occupata, Mussolini non era poi tanto male e che le veline sono meglio delle giornaliste Rai». Lo dichiara Roberto Cuillo, della direzione del Partito democratico. «È la conferma della giustezza delle parole del segretario del Pd, Dario Franceschini: con Berlusconi il nostro Paese è a rischio. Ed è ora, per tutti, di rompere il silenzio e gridarlo con forza», conclude Cuillo.
.
«Questa storia della buona fede di quelli di Salò è una furbizia ed anche di cattivo gusto, nella migliore delle ipotesi, una banalità», ha commentato il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti. «Una banalità – ha continuato – usata e detta per promuovere intollerabili forme di revisionismo storico, perché il tema non è se si era o no in buona fede ma è dire che non si era tutti uguali. Bisogna smetterla di introdurre il germe dell’uguaglianza delle responsabilità: da una parte c’era chi combatteva per la libertà e la democrazia e dall’altra c’era chi era contro, c’era chi lottava contro i lager e le leggi razziali e chi pensava che erano invece giusti».
.
«L’onorevole Dell’Utri va apprezzato, ma solo per la sua sincerità: è la seconda volta che si fa intervistare da Klaus Davi e persevera nel rilasciare dichiarazioni sconcertanti». Lo dice in una nota Roberto Rao capogruppo Udc in commissione di vigilanza Rai.
.
«Mussolini “brava persona” e i repubblichini “partigiani”. Passate le convenienze del 25 aprile, la continuità fascistoide della destra nostra con il ventennio fascista torna fuori chiaramente nelle parole di Marcello Dell’Utri, ideologo della Pdl e intimo del premier. Il problema è che quelle che Dell’Utri definisce le “idealità” dei repubblichini sono state condannate in modo netto e senza possibilità di appello dalla storia, da tutte le persone democratiche e dal tribunale di Norimberga, che li ha definiti crimini contro l’umanità». Lo afferma il segretario del Prc, Paolo Ferrero.

.

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=56918&sez=HOME_INITALIA

____________________________________________________________

Le leggi razziali, i Savoia, la Chiesa

Una brutta ‘storia’ che parte da molto lontano..

SCHEDE BIOGRAFICHE
PERSONAGGI
AMEDEO VIII DI SAVOIA


(per i vari fatti storici legati al suo periodo vedi i RIASSUNTI )
___________________________________________

AMEDEO VIII
(Chambery 1383-Ginevra 1451)
Conte di Savoia 1391 -1416 – Duca di Savoia 1416-1440

Un precursore dell’antisemitismo stile “hitleriano”.
(con rispettivo “MARCHIO” da mettere sulla spalla agli ebrei)

E nel 1863 un suo discendente s’inventò i “lager” e le “vasche di calce ” per sciogliere i cadaveri

.
Figlio di Amedeo VII, minorenne succedette al padre. Da Conte diventa nel 1416 Duca di Savoia per investitura dell’Imperatore Sigismondo. Giovane ma subito abile politico si adopra sia nel consolidare il potere dei Savoia realizzando l’unione con il Piemonte nel 1418, sia nell’estendere i territori. In breve tempo allarga i suoi domini e oltre la conferma dei privilegi già acquisiti, ottenne pure il vicariato della Lombardia .
I riformisti radicali, dopo aver deposto papa Eugenio IV (era il periodo della “Prammatica Sanzione” di Bourges; cioè l’atteggiamento antipapale di Re Carlo VII, che diede poi origine alla chiesa gallicana) elessero papa proprio lui, Amedeo VIII noto negli ultimi tempi come “il pacifico”.
Dal 1439 al 1449 figura come antipapa col nome di FELICE V.
Senza mai salirci, abdicò al soglio (si dice per favorire l’unità della Chiesa) quando fu eletto Niccolò V.
Incline alla vita religiosa e a quella eremitica, fin dal 1434, lasciando luogotenente il figlio Ludovico si era ritirato a Ripaglia presso Ginevra ove fondò l’Ordine di San Maurizio. Morirà nel 1451.

Amedeo aveva sposato Claudia di Borgogna, che gli diede due figli: Maria (che sposerà Maria Filippo Visconti) e LUDOVICO.
Quanto al suo Ducato, Amedeo aveva già abdicato a favore di Ludovico nel 1440 dopo la nomina a papa.
Dopo il breve periodo d’oro, con i successori nel ducato ci fu un periodo di decadenza e di soggezione alla Francia, quando i Sabaudi doppiamente divennero parenti del re Luigi XI; questi sposerà una figlia di Ludovico e il suo erede Amedeo sposerà una sorella di Luigi XI, Jolanda di Valois.



Quand’era all’apice della sua carriera, e non tanto “pacifico”, Amedeo VIII, il 17 giugno 1430, pubblicò dal castello di Chambery lo “Statuto Generale”, . (“Statuta Sabaudiae”).
Una promulgazioni di leggi per i vecchi e nuovi territori acquisiti.


Una curiosità:
sedici capitoli di questo statuto sono dedicati al “problema ebraico”

Qui sopra e sotto riproduciamo in fac-simile due passi degli “Statuti Generali” di Amedeo VIII, Duca Sabaudo, pubblicati il 17 giugno 1430 nel castello di Chambery. Come già detto sopra, sedici capitoli del primo libro di questi Statuti sono dedicati al problema ebraico : in essi si prescrivano i limiti della tolleranza fissati agli ebrei per abitare negli Stati del Duca Sabaudo.
I passi qui riprodotti riguardano :
* l’obbligo agli ebrei di abitare in luogo separato dai Cristiani (immagine in alto);
* l’obbligo agli ebrei di portare un segno distintivo sulla spalla sx (immagine in basso).

Nel primo editto viene stabilito che gli Ebrei devono abitare insieme, in luogo separato dai Cristiani. “in unum Iocum securum et clausura”, dal quale non possano uscire dal cadere fino al risorgere del sole, “unde a solis occasu sque ad ortum exire non presumant” salvo casi eccezionalissimi di cui veniva dato l’elenco: ” Ne mentes fidelium ex vicinitate ludeorurn corrumpantur, ipsique ludei Christianis quantum vellent nocere non valeant” affinché le menti dei fedeli non siano corrotte dalla vicinanza dei Giudei, e gli stessi Giudei non possano “quanto vogliono” nuocere ai Cristiani. Dove, oltre alla ammessa contaminazione spirituale dei Cristiani per il contatto con gli Ebrei, non viene esclusa l’intenzionalità, da parte di questi di agire perniciosamente contro quelli.

Col secondo editto viene fatto obbligo a tutti gli Ebrei, uomini e donne, a partire da sette anni di portare cucito sul vestito nella spalla sinistra un contrassegno di panno con il simbolo di una ruota bianca e rossa (pare che rappresentasse una moneta) Il motivo: “Ut infideles a fidelibus discernantur””.
Questo dava ai Cristiani la possibilità di scansare gli Ebrei in modo da non entrare in rapporto con essi, mettendoli così in stato di vigile difesa.

(G. Marro: “Il Giuda ímpiccato del Canavesio”,
con una tav. « Archivio di Antropologia Criminale, Psichiatrica e Medicina Legale». Torino, 1925-III).

—————–

Questo fu solo l’inizio in Italia dell’antigiudaismo, poi venne l’opera legislativa di papa PAOLO IV del 14 luglio 1555, con la bolla “Cum nimis absurdum” (o Carta degli Ebrei – vedi sotto) che segnò l’orientamento definitivo della Chiesa nella questione ebraica.
Da allora si succedettero Pontefici ai Pontefici, e questi – alcuni indulgenti altri più severi – promulgarono altre 40 bolle in materia, ma tutti si richiamavano alla bolla fondamentale di Paolo IV.
Ancora nel 1793, Pio VI, nel rinnovare l’editto relativo agli ebrei promulgato da Benedetto XIV, dichiarava di farlo “perchè conforme alla bolla di Paolo IV”.

LE FONTI DELL’ANTIGIUDAISMO ITALIANO
PAOLO IV
“CARTA DEGLI EBREI”
(o del “serraglio”, in seguito chiamato “ghetto”)

CONTINUATE LA LETTURA DELL’ARTICOLO QUI


PACO IGNACIO TAIBO II – Noi prigionieri in Messico tra i fantasmi della peste

https://i1.wp.com/www.leggonline.it/LeggoNews/HIGH/20090502_virusfebbre.jpg

IL RACCONTO

Noi prigionieri in Messico tra i fantasmi della peste

.

di PACO IGNACIO TAIBO II

Noi prigionieri in Messico tra i fantasmi della peste

.

CITTA’ DEL MESSICO – State tranquilli, amici miei. Non è così terribile come vi dicono, questa non è la città di appestati che vi hanno descritto. Viviamo in un perenne stato di shock, d’accordo. Però esaminate le cifre, la dimensione del fatto. Città del Messico è una metropoli di oltre venti milioni di abitanti, la più popolosa del mondo. Sapete quanti sono i presunti contagiati? Due o tremila al massimo, che fa una percentuale dello 0,0001 eccetera. Tutto molto relativo. Tuttavia, siamo calati in uno scenario straordinario. Spettatori e protagonisti di uno spettacolo da pellicola di fantascienza.

I cinema sono chiusi, i teatri sono chiusi.
Niente partite di calcio allo stadio, ristoranti con le serrande abbassate. Scuole primarie ferme come la maggior parte degli uffici pubblici. Ma la gente continua ad andare al lavoro, i servizi di trasporto – metropolitana, pullman, taxi – funzionano regolarmente. Le strade però sembrano quasi deserte. Prive di colori. Mancano le nuvole immobili nel cielo, le pozzanghere, le insegne giallognole al neon, il calore del pomeriggio. Ti fermi un istante, e ti rendi conto che il frastuono di questa città – il torrente della maledetta baraonda di fumo e di clacson, di marmitte che strepitano, di semafori rossi: la sinfonia delle sette di sera – suona lontano, ovattato.

Hai solo occhi per questi fantasmi che camminano in silenzio con le loro mascherine sul volto, mantenendo cinquanta centimetri di rigorosa distanza l’uno dall’altro. Fantasmi che sollevano la mascherina e si arrestano un istante per ingozzarsi lungo la strada in quei piccoli posti dove ancora continuano a dare da mangiare, guardandosi intorno furtivi. Prendi nota, compare. A Città del Messico battono simultanemente i cuori del Primo e del Terzo Mondo. Il paradosso malvagio è che in questa città ci sono più studenti universitari che a New York, più clochard che a Parigi, più poveri che a Nuova Delhi, più morti ammazzati che nell’Inghilterra di Jack lo Squartatore, una polizia più corrotta che in Thailandia. E alcuni tra i migliori scrittori del mondo.


Bene, la verità è che siamo una razza abituata a sopravvivere. Da un paio di giorni la gente di Città del Messico sta cominciando ad abituarsi allo spettacolo. All’inizio sembrava solo una influenza un po’ più aggressiva, ed è questo che ha prodotto le morti: l’automedicazione, la convinzione di potersi tranquillamente curare a casa. Adesso va molto meglio, ora se individui il virus nelle prime lo puoi tranquillamente curare: a livello di base distribuiscono degli anti-virali che fermano la febbre. Il governo federale sosteneva di aver messo a disposizione un vaccino, ma era una bugia: per fortuna c’è una tale diffidenza nei confronti delle autorità che nessuno ha prestato attenzione. L’espansione del virus è ormai controllata, contenuta.

Vivo in una bolla. Nel mezzo di una tana, e aspetto. Mi sento bene fisicamente, ma sono stato costretto a interrompere le poche cose che avevo da fare. Ho rinunciato ad un paio di presentazioni di libri, dovevo partecipare al Festival letterario di Acapulco. Passo il mio tempo in casa, leggo, mi appunto qualcosa. E rifletto. Rifletto sulla disinformazione, sul tanto rumore che è stato fatto per presentare questa come una città di appestati. Ci si concentra sulla malattia, e si dimentica la crisi politica permanente di questo paese, la vergognosa inefficienza del governo federale, la spaventosa crisi economica che ci divora, l’arroganza delle organizzazioni criminali e dei politici, i quotidiani massacri dei narcotrafficanti. Inizia l’epidemia e noi tutti messicani cominciamo a tremare.

Ma cosa sta accadendo davvero? In quasi due settimane dicono siano morte in tutto il paese circa centocinquanta persone, ma nessuno ancora sa esattamente le cause di tutti questi decessi. Il numero dei contagiati ve l’ho detto. Ma ci raccontano – ma vi raccontano – un’altra storia, la storia di una metropoli e di un paese di appestati.

(Testo raccolto da Massimo Calandri)

.

4 maggio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/febbre-suina-1/commento-taibo/commento-taibo.html

INSPIEGABILE: Il pavimento di una casa raggiunge quasi 100°. Ma non è l’unico mistero..

L’esperto: “La causa non è geofisica”

Lo strano fenomeno si verifica dal 30 aprile ma sembra essere in calo.  “Non c’è nessun tipo di situazione anomala che sia collegabile a fenomeni crostali di degassamento”

.

Palermo, 4 maggio 2009 –  Non avrebbe un’origine geologica secondo l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia di Palermo il fenomeno del surriscaldemento del suolo a Riesi (Caltanissetta) dove dalla notte del 30 aprile tra via Cavour e via Mazzini, il pavimento al piano terra di una abitazione e all’esterno ha raggiunto temperature elevate con un picco massimo di 88 gradi.

L’Ingv nei giorni scorsi aveva prelevato campioni del vapore che si sprigiona dal suolo e oggi ha ultimato le analisi, che escludono la presenza di gas di tipo vulcanico.
«Di fatto quelle che abbiamo prelevato è aria con una componente di vapore dovuto proprio alla temperatura e all’umidità presente nel sedimento», ha detto Rocco Favara, dirigente di ricerca dell’Ingv, e ha aggiunto: «Non c’è nessun tipo di situazione anomala che sia collegabile a fenomeni crostali di degassamento anomalo e quant’altro. Sarà probabilmente un problema antropico, da ricercare ancora».

Dunque il mistero non è risolto, anche se rassicura il fatto che non si devono temere episodi di vulcanismo come le maccalube, che alcuni mesi fa in un quartiere di Caltanissetta avevano eruttato tonnellate di argilla rovente.

A Riesi intanto prosegue il monitoraggio delle temperature nella zona interessata dal fenomeno. Il suo sembra lentamente raffreddarsi. Stamani il termometro ha rilevato 44 gradi centigradi.(AGI)

.

fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/05/04/172436-pavimento_casa_scotta.shtml

____________________________________________________________

Intanto l’anno scorso (più o meno in questo periodo), sempre a Riesi, ha fatto la sua comparsa un’altro fenomeno inspiegabile..

Un bellissimo cerchio nel grano

_____________________

Contrada Figotto: un altro crop circle

Il ritorno dei cerchi a Riesi

https://i1.wp.com/5e.img.v4.skyrock.net/5e0/trisirio/pics/1735369488.jpg

Si rinnova il mistero dei cerchi nel grano a quasi un anno di distanza dallo straordinario disegno rinvenuto a Riesi.

.

a cura di A. Geraci, 30 aprile 2008

.

RIESI (CL)|Nella provincia di Caltanissetta,dopo il rinvenimento di un cerchi nel grano a Delia nel 2005 e nel 2007 a Riesi, un altro disegno sul frumento. L’ultimo caso avvenuto nella primavera del 2007, a poca distanza dal luogo del nuovo ritrovamento, raffigurava un cerchio di 48 metri di diametro intorno al quale si trovavano sei cerchi.

Quello che invece sembra affascinare in questi giorni, curiosi ed appassionati, è una figura rappresentante un fiore complesso e splendido.

Il fenomeno dei crop circle, come vengono chiamati dagli esperti e che pare manifestarsi nei campi di grano durante le sere d’estate, si porta dietro quella dose di mistero che basta dividere le coscienze e far schierare agli antipodi scettici ed appassionati di ufologia.

La comparsa dei crop circle (cerchi nel grano) è tanto incomprensibile quanto “fantastica”, in ogni caso, per le peculiari caratteristiche riscontrate, una certezza sembrerebbe risiedere nel fatto di non essere replicabile da mano umana.

Il fascino dei disegni e le spighe che li compongono, dolcemente adagiate le une sulle altre, a formare cerchi perfetti, lascia sicuramente senza fiato e anche in questo caso “interrogativi” privi di una possibile risposta risolutiva.

.

Esempi di crop circle ovvero cerchi nel grano (clicca sulla foto)

Foto tratte da Flickr.com
Autore:  PetitPoulailler

.

fonte: http://www.siciliaonline.it/index.php?option=com_content&task=view&id=110244&Itemid=2

ELEZIONI – Trento, il centrosinistra oltre il 64%

Votanti definitivi: 60,92%, nel 2005 furono il 70,17%

Il sindaco reggente Alessandro Andreatta ha oltre 40 punti di vantaggio sul candidato del Pdl, Pino Morandini

.

Il sindaco reggente di Trento Alessandro Andreatta al voto (Ansa)
Il sindaco reggente di Trento Alessandro Andreatta al voto (Ansa)

TRENTO – Netto vantaggio del centrosinistra alle elezioni comunali di Trento. Quando sono state scrutinate 74 sezioni su 97, il candidato Alessandro Andreatta, appoggiato da Pd, Idv, Udc, Verdi e Socialisti democratici, è al 64,28% delle preferenze. Pino Morandini, del Pdl, si ferma al 20,88%. Bruna Giuliani, della Lega Nord, è al 7,60%.

AFFLUENZA – In calo il numero di votanti. Si è recato alle urne il 60,92% del corpo elettorale, nel 2005 furono il 70,17%, quindi il calo è del 9,25%.

I COMUNI AL VOTOIn Trentino erano chiamati ad eleggere sindaco e consiglio comunale anche Civezzano, Folgaria, Mezzolombardo, Pergine Valsugana e Rabbi. In Alto Adige sono andati alle urne Badia, Brennero, Malles Venosta e Plaus.

.

03 maggio 2009(ultima modifica: 04 maggio 2009)

fonte: http://www.corriere.it/politica/09_maggio_03/elezioni_comunali_trento_trentino_alto_adige_254cb878-37b9-11de-8d05-00144f02aabc.shtml?fr=box_primopiano


Sicurezza, Fini contro Maroni: “Chiarimenti sui presidi-spia”

Il presidente della Camera scrive al ministro dell’Interno
“Ci sono probelmi di costituzionalità. In Europa non c’è nulla di simile”

“Lo studio è un diritto anche per i figli dei clandestini”

.

Sicurezza, Fini contro Maroni "Chiarimenti sui presidi-spia"Roberto Maroni

.
ROMA – Nuova polemica sul ddl sicurezza.
Dopo le ronde e i centri per i clandestini, adesso tocca alla scuola. Per il presidente della Camera Gianfranco Fini sarebbe “negativa” l”eventualità” che nel disegno di legge all’esame dell’Aula di Montecitorio rimanga la norma che consentirebbe di negare l’iscrizione alle scuole dell’obbligo dei minori stranieri privi di permesso di soggiorno. In una lettera al ministro dell’Interno Roberto Maroni, Fini Fini osserva che dalla norma, ribattezzata dall’opposizione come sui ‘presidi-spia’, sorgerebbero “problemi di costituzionalità”.

L’articolo in questione è quello che introduce il concetto secondo il quale lo straniero, per avere diritto a qualsiasi tipo di prestazione pubblica, compresa l’iscrizione a scuola, dovrà presentare il permesso di soggiorno. In caso contrario, scatta l’obbligo di denuncia perchè la clandestinità, con questo ddl, diventa reato. E, secondo il codice penale vigente, se non si denuncia un reato lo si commette a propria volta.

“Ti faccio presente – scrive Fini
a Maroni – che la disposizione, se da un lato consente agli stranieri, anche se privi del permesso di soggiorno, di accedere alle prestazioni sanitarie pone a questi ultimi dei limiti in ordine all”accesso a pubblici servizì, anche nel caso in cui i medesimi servizi rivestano carattere essenziale. La disposizione, infatti, subordinando la fruizione di pubblici servizi alla presentazione di ‘documenti inerenti al soggiorno’ presso gli uffici della nostra amministrazione , impedisce che di questi servizi possano godere gli stranieri privi dei predetti documenti”. Da questo sorge un problema di compatibilità con altre norme. “Un solo esempio delle conseguenze – spiega Fini – che ne deriverebbero: ai minori stranieri verrebbe negata l’iscrizione alla scuola dell’obbligo ed il conseguente diritto all’istruzione che è attualmente tutelato, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani”.


Ed è a questo punto che Fini esprime la sua contrarietà, unita ai problemi di costituzionalità: “In Europa non c’è alcuna normativa che discrimina l’esercizio del diritto allo studio da parte dei minori stranieri”.

“Si tratta di una norma che va ad infierire sui bambini. E’ per questo che Italia dei Valori ne ha chiesto l’abrogazione.Ci fa piacere che ci sia ancora nella maggioranza chi, come Fini, riesce ad aprire gli occhi su quanto di sbagliato e anticostituzionale e’ stato concepito e messo nero su bianco dalla sua stessa coalizione” commenta Antonio Borghesi, vice capogruppo Idv alla Camera.

.
4 maggio 2009
.

Oggi denuncio Facebook

https://i2.wp.com/www.gozzinet.net/wp-content/facebook-artikel.jpg

_____________________________________________________________

zambardino

.

Oggi presenterò una denuncia contro Facebook al presidente dell’Autorità garante dei dati personali, il professor Francesco Pizzetti. Con il mio legale sto valutando di ripetere l’iniziativa con l’autorità per le Comunicazioni. Cos’è successo? Nulla di nuovo, purtroppo, non sono che uno dei tanti cui Facebook ha cancellato l’account senza alcun “warning” o avviso preventivo: centinaia di messaggi personali, decine di testi e foto, 859 contatti. Il tutto senza dare spiegazioni, senza dirmi il motivo del provvedimento. Ho perciò deciso di fare di questa vicenda il terreno di una battaglia non personale ma di diritto. Non si tratta di riavere indietro le mie poche carabattole digitali.

E’ una questione di trasparenza e di legalità negate.

Ma facciamo un passo indietro e vediamo i fatti nel dettaglio. Poi faremo qualche ragionamento.

“Il tuo account è stato disabilitato” e non ti diciamo perché – Alle 7,02 del mattino di venerdì primo maggio ho aperto dal mio iPhone il programma di consultazione di Facebook. Non riuscivo ad entrare: login o password non corretta, era la risposta del sistema. Mi sono insospettito: le password erano memorizzate, non potevano esser cambiate da sole. Allora ho acceso il computer ed ho visto il messaggio di condanna: “la tua password è stata disabilitata”. Mi dicono che posso contattare il team che si occupa dei rapporti con i clienti.

“Leggi i terms of service, paisà”Ovviamente scrivo subito all’indirizzo che mi è stato dato, in italiano e, poiché conosco i miei polli, anche in inglese. Pochi minuti e mi arriva una mail (in inglese). Evidentemente automatica. Dice che hanno ricevuto la mia segnalazione, ma che nel frattempo mi consigliano di leggere i termini d’uso – come per dire: hai la coscienza sporca, guardati dentro. E io li rileggo – l’avevo già fatto, perché mi occupo di questo campo da 17 anni – e ho la conferma di ciò che già so: non ho violato nessuna delle regole d’uso di Facebook.

Ma non posso fare a meno di notare la follia di un documento scritto in parte in italiano ed in parte in inglese. I passi nella nostra lingua non sono stati nemmeno rivisti da un correttore: ci sono parentesi che non si chiudono, errori di lessico e qualche passaggio in puro italiano “broccolino”. Sembra di stare nel Padrino con Marlon Brando.

Ma non siamo qui per fare colore: un testo come questo, che equivale a un contratto, è nullo perché non scritto in modo consono. Ma intanto – mi dico – mi risponderanno e mi daranno la possibilità di spiegargli che si sono sbagliati…”. Amenoché…

“A pensar male, con tutto ciò che segue…” –  A pensar male e a far peccato, ci sarebbero due o tre “stati”, i pensierini di Facebook, in cui ho ironizzato su fatti di cronaca. In uno ho scritto che si attendeva un pronunciamento del papa contro i wurstel (una battuta abbastanza tiepida sull’onnipresenza delle dichiarazioni pontificie, pubblicata mentre imperversava la paura dell’influenza suina).

E poi ci sono vari articoli in questo post/rubrica in cui ho criticato Facebook, proprio a proposito di ciò di cui mi sto occupando adesso: il fatto che se succede il sia pur minimo incidente con il social network non hai a chi rivolgerti perché l’azienda di Mark Zuckerberg si rifiuta ostinatamente di aprire una rappresentanza italiana e il quartiere operativo europeo, che è a Dublino, resta un’entità lontana, irraggiungibile. Ma dai, mi son detto, stai a vedere che con 7 milioni di utenti in Italia se la prendono proprio con te.

Intanto erano passate 24 ore e dal “team” ancora nessuna risposta.

I robot di Facebook e la paranoia –  Per la verità ho anche scritto più volte che Facebook è un grande fenomeno da prendere in seria considerazione. E l’ho onorato con la mia presenza e con i miei pensieri, come altri milioni di italiani fanno ogni giorno. L’ho fatto perché di cultura digitale scrivi se sei con le mani in pasta nelle diverse applicazioni, oppure fai solo elzevirismo inutile (e poi mi piace, ciò che posso dire di tutto il mio lavoro).

In marzo, dopo che avevo riferito dell’account disabilitato (e poi riattivato) a Nino Randisi, giornalista siciliano antimafia, ero stato contattato in modo riservato da un professionista italiano. Era latore di un messaggio da parte di una dirigente americana di Facebook. Mi spiegavano che si era trattato di uno spiacevole incidente frutto dell’errore dei “bot”, cioè di programmi che lavorano in automatico e controllano l’attività degli utenti. Mi dicevano che può avvenire quando magari uno “si muove troppo”, mette tanti video, pubblica troppe foto, manda migliaia di mail e ha troppi commenti. Un errore della “macchina” insomma. Avevo preso nota della rettifica, l’avevo pubblicata, avevo ripetuto che mi sembrava un  modo non rispettoso delle persone e degli utenti italiani di gestire le cose solo in automatico e senza un minimo di saggezza umana.

(Io per la verita mi “muovo” poco. Mando sì molte mail – siamo però nell’ordine delle decine al giorno – ma tutte alle stesse persone, perché Facebook fa presto a diventare una chat in differita. Certo,  c’è chi mi ha suggerito che si potrebbe ipotizzare che alla parola “papa” sia associato un certo grado di vigilanza da parte dei medesimi robot… ma Fb è piena di satira sul papa e le posizioni del Vaticano, dovevano beccare proprio me?)

L’accusa non detta e il “sentirsi sporchi” – Più di uno mi ha prospettato l’idea che qualcuno che conta si sia voluto liberare del mio account: si può fare, si può segnalare all’azienda che i contenuti di un certo utente sono “inappropriati”, poi però ci sarebbe da vedere chi è che valuta la segnalazione. Ma insomma, non sono paranoico fino a questo punto e comunque vado anche oltre: riconosco il diritto di Facebook di liberarsi di chiunque, ma solo dopo aver detto con chiarezza quale infrazione è stata commessa.

L’aspetto “culturalmente” inquietante di tutto ciò è che essere buttati fuori da un giorno all’altro e senza spiegazioni ti mette in uno stato di anomia. Ti fa sentire già colpevole anche se non conosci l’accusa. Ricordate Kafka? : Qualcuno doveva aver calunniato Josef K, perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato…“.

E’ un meccanismo emotivo potente. Ho parlato con almeno cinque amici che hanno insistito per interi quarti d’ora sul tema: “Riflettici, qualcosa hai fatto, non possono averti buttato fuori per niente”. Istintivamente, le persone tendono a ritenere colpevole chi è l’oggetto di una pena “preventiva”.

E a proposito: a questo punto erano passate 48 ore dalla mia mail a Facebook: nessuna risposta al mio messaggio…

Un problema di diritto – Ora, se permettete, qui il problema non è personale. Non sono i miei contatti, cui pure tenevo molto. E non è nemmeno problema di cosa abbia fatto io, per quanto io non abbia fatto nulla di irregolare. 

Qui il problema che abbiamo di fronte è quello dei diritti degli utenti di Facebook e delle regole della piattaforma, che non possono andare contro i principi che regolano lo stato italiano, oltre ad essere contrari ad ogni buon senso. Del resto queste grandi aziende sono molto “ragionevoli” quando sbarcano in paesi come la Cina: dicono che le leggi locali vanno rispettate.

Quelle di un paese democratico possono essere ignorate?

E’ ora che questa  assurdità venga corretta. Posso anche accettare di essere espulso, se mi si spiega il motivo del provvedimento e mi si dà la possibilità di argomentare in mio favore.

Ogni altro comportamento da parte dei gestori del sistema è illegale.

Habeas data: signori legislatori, ci sentite? –  Ho difeso Facebook contro l’emendamento repressivo del senatore D’Alia e lo rifarei mille altre volte. Penso che ci sia un’oscena tendenza dell’establishment a pensare in termini di “normalizzazione” repressiva di internet. Non è questo il caso, non il mio almeno. Non sto chiedendo nessuna legge ammazzafacebook e meno che mai misure a pioggia che danneggino le aziende americane che in Italia hanno rappresentanza e reperibilità. Solo il rispetto dei diritti degli utenti di Facebook e di qualsiasi altra azienda che attui policy simili.

Signori deputati e senatori, signori deputati europei vecchi e nuovi: occupatevi in modo positivo della vita digitale, invece di provare a stroncarla, filtrarla, censurarla, e magari regalarla ai padroni del vapore, oh scusate, di cavi e “cellule”… E quindi.

Quindi l’espressione Habeas data non è mia, ma si pone ormai come un tema della società contemporanea. Non solo per le mie foto su Facebook (che a proposito continuano ad essere a disposizione della piattaforma e possono essere, in teoria, riusate da loro mentre io sono disabilitato come utente) ma per tutti noi.

Non ci sono servizi gratuiti – C’è chi argomenta dicendo che la gratuità del servizio “sospenda” ogni diritto agli utenti. Di solito si tratta delle stesse persone che si inviperiscono contro i giornali on line se solo gli si chiede di lasciare un mail per inserire un commento sotto un articolo.

A parte che dovremmo riflettere se per caso non stiamo avallando, con un click messo distrattamente sotto scassati “terms of service”, una morte lenta di ogni garanzia, vorrei dire con tutte le mie forze: vi sbagliate!

Io-utente pago Facebook e qualsiasi servizio “gratuito”: con i miei dati, il mio tempo, i miei contenuti. E lo pago con l’uso che ne faccio, perché contribuisco a migliorarlo e perfezionarlo. E’ questo il patto su cui regge l’economia digitale.

Non c’è niente di scandaloso in questo, se non la pretesa di definire gratuito il servizio, che invece tesaurizza in pubblicità, come fanno anche i giornali on line del resto, il tempo di vita dell’utente.

Tutto chiaro: lo scandalo sta semmai nel volersi comportare come principi di secoli antichi. Però Don Giovanni è finito all’inferno, e Josef  K. non abita più qui. O sì, invece?

Ridatemi i miei contatti: e che me li ridiate o meno, da oggi in poi su questo tema è battaglia.

(Nel momento in cui questo post viene pubblicato sono passate 76 ore dall’invio del messaggio di segnalazione: non ho ricevuto alcuna risposta).

.

4 maggio 2009

fonte: http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/04/?ref=hpsbsx


Veronica Lario: «L’ho aiutato fino all’ultimo ma ora ha superato i limiti»

https://i2.wp.com/www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/52530/il_ritorno_dell_ora_legale.jpg

fonte immagine: http://guerrillaradio.iobloggo.com

.

«Che futuro ha un Paese che cerca soldi facili in televisione?»

.

Veronica Lario (Ansa)
Veronica Lario (Ansa)

Chissà quanti ricordi riaffiorano, in queste ore, nella mente di Veronica Ber­lusconi. I più dolorosi, forse, non sono ancora ricordi, ma delusioni recenti. Leggere che suo marito era stato alla fe­sta di compleanno di tale Noemi, diciot­to anni appena compiuti, sarà stato un dolore o una delusione? Il patto siglato nel 2007 dopo la lettera inviata a Repub­blica è andato in frantumi in un mo­mento: la giovane Noemi che racconta «Lo chiamo papi, vado a trovarlo, a Ro­ma, a Milano» e Veronica che vede con­fermata quella «mancanza di rispetto» nei suoi confronti per la quale nel 2007 aveva chiesto pubbliche scuse. In con­fronto ai giorni del 2007, però, oggi c’è qualcosa di più. Sembra a Veronica che la mancanza di rispetto sia una questio­ne più generale, che questo Paese man­chi di rispetto anche nei confronti di se stesso. Alle amiche racconta che l’Italia del momento è uno specchio che riflet­te brutte cose: genitori pronti a chiude­re tutti e due gli occhi purché la figlia diventi una Velina, ragazzi convinti che la vita valga solo se partecipi al Grande Fratello.

La decisione è stata presa mercoledì mattina. E ora è il momento dei ricordi che fanno male. Gli altri, quelli belli, fin quando si sta insieme contano relativa­mente. Solo mentre ci si separa struggo­no e distruggono anche le più coriacee: provi a cacciarli indietro, scopri che ci riesci, sì, ma solo se non freni le lacri­me. Un paio di ricordi felici me li aveva raccontati proprio lei, Veronica, mentre lavoravamo al libro.

Quando, nei primi anni Ottanta, lui la portava al mare di domenica e insie­me canticchiavano quella canzone che le piaceva tanto: «Che domenica bestia­le, la domenica con teeee». La nascita di Barbara, figlia fortemente voluta dopo il dolore di un aborto terapeutico. La co­perta di lana che Silvio le portò a Roma (erano ancora molto meno che fidanza­ti) perché al telefono lei gli aveva confi­dato di aver freddo. Il travestimento da berbero, a Marrakesh, tre anni fa, quan­do erano già una coppia distante e cio­nonostante lui riuscì a sorprenderla e a farla piangere perfino, presentandosi inatteso alla festa per i suoi 50 anni. I ricordi felici, le emozioni affiorano sem­pre nei giorni in cui si sancisce la fine di una storia. Chi ci è passato lo sa. Gli altri, quelli abituati a valutare l’annun­cio di un divorzio col metro degli avvo­cati e delle star di Hollywood, cinica­mente se ne fregano. Chi si appassiona al pettegolezzo si impegnerà ora nel so­lito conteggio del dare e dell’avere, gua­dagni e perdite nel divorzio dell’anno, quanto «ci perde lei», «quanto guada­gna lui» e vai con la valutazione dell’ef­fetto sondaggi, impegnati tutti nell’at­tribuire al premier un consenso al qua­le nessuno arriva, neppure Obama.

Trattandosi di ricchi e famosi, natu­ralmente, nessuno crede e nessuno cre­derà che i due protagonisti di questa storia soffrano, almeno un po’ e ciascu­no in proporzione alla vita che si è scel­to: Silvio Berlusconi potrà, in questo momento, consolarsi con l’ammirazio­ne che milioni di italiani, il 76% della popolazione sondata (addirittura), gli tributano. Una consolazione (lo sanno bene le star di Hollywood) capace di al­leggerire le tensioni, se non il dolore. Veronica, da oggi ufficialmente ex first lady, potrà consolarsi sapendo che i tre figli, ai quali ha dedicato i primi 52 anni della sua vita, non le rimproverano né la decisione né il modo in cui l’ha gesti­ta.

Sono con lei, i tre figli, a patto che il padre venga rispettato quanto la ma­dre, in tutta questa storia. Luigi, Barba­ra ed Eleonora hanno con lui un legame vero perciò quando Berlusconi dice «i miei figli mi amano» dice la verità. «E io di questo sono contenta, ho contribu­ito a costruire il loro rapporto e l’ultima cosa che vorrei fare è danneggiare mio marito — ha ripetuto Veronica ai pochi che, oltre al suo avvocato, hanno potu­to parlarle —. Non l’ho mai danneggia­to per trent’anni, ho solo cercato di aiu­tarlo, fino all’ultimo. Se i sondaggi so­no oggi tutti per lui questo non può che farmi piacere. Nessuno potrà dire che con la mia decisione politicamente gli creo un problema. La smetteranno, for­se, con la scemenza di Veronica mano­vrata dalla sinistra». Come se fosse facile, poi, manovrare una come lei.

E il resto, quel che interessa ai pette­goli? Si arrangino con le leggende, così come si sono arrangiati in questi anni. Quelli che non vedono oltre il dollaro e l’euro (e perciò ripetono, come in un di­sco rotto, «divorzia per la robba, per l’eredità»), non sanno che, separando­si, probabilmente Veronica Berlusconi rinuncerà a quel 25% del patrimonio che, in quanto moglie, le sarebbe spetta­to alla morte del marito. Del resto, es­sendo sposata con uno destinato all’im­mortalità, la rinuncia si presenta tutto sommato teorica.

In ogni caso, nel raccontare la storia di quei due, Silvio e Veronica bisognerà piuttosto ricordare che la separazione sarà anche per loro un vero dolore, per dirla con Battisti. Basta riavvolgere il film dei ricordi, per stare male. Chi ci è passato lo sa. Sa che quelle sensazioni dolorose sbiadiranno, pian piano, ma mai del tutto. Ripensando al giorno del­l’addio, anche vent’anni dopo, può capi­tare di aver voglia di piangere.

E allora eccola, la nostra prima cop­pia d’Italia che così di rado abbiamo vi­sto in coppia. Per l’ultima volta insie­me, nel ricordo di lui («Quando l’ho vi­sta la prima volta, a teatro, sono rima­sto senza parole. Era bellissima») e nei ricordi di lei: «La prima volta l’ho incon­trato a Milano, a una cena. Era il padro­ne di casa e con le sue ospiti si compor­tava come se fosse single, invece aveva moglie e due bambini. Sono sicura di averlo conosciuto in quell’occasione, ma lui nega, non se lo ricorda» mi rac­contò Veronica all’epoca in cui racco­glievo materiale per il libro. Chi, anche di recente, aveva avuto occasione di ve­derli insieme, non poteva non ricono­scere in quei due il rapporto di chi si conosce fino in fondo all’anima. Pun­zecchiature reciproche ma, si sarebbe detto, in fondo affettuose. Tra coniugi che sanno, volendo, dove andare a para­re. Ogni tanto, si chiamavano amore.

«Da quando è nato Alessandro, an­che mia moglie mi vuole più bene» rac­contava il premier radioso per la ritro­vata pace familiare. L’estate scorsa, pur di farla sorridere una sera in cui era un po’ giù, le aveva perfino offerto il sacri­ficio supremo, la rinuncia al prediletto ferragosto a Villa Certosa, la sua Disney­land: «Resta tu in Sardegna con Alessan­dro, vado via, vado ad Antigua». A dirlo così, sembra la battuta di un film di Na­tale, Christian De Sica e Neri Parenti, ma chi conosce Berlusconi sa quanto tenga al suo Ferragosto coi fuochi d’arti­ficio, le ballerine, l’amato chitarrista na­poletano.

Fino a poche settimane fa, insomma, la coppia sembrava avviata verso una sia pur turbolenta sopportazione. Saba­to scorso, per dire, Veronica era stata in­vitata dal marito al concerto di Napoli, al teatro San Carlo. E ci sarebbe andata. E adesso? Adesso, lascia filtrare Vero­nica, il problema non è più suo. Il pro­blema è di chi accetta. «Bisogna spec­chiarci in questo Paese, vederlo per quello che è in realtà. Un Paese nel qua­le le madri offrono le figlie minorenni in cambio di un’illusoria notorietà. Un Paese in cui nessuno vuole più fare sa­crifici perché tanto la fama, i soldi, la fortuna arrivano con la tv, col Grande Fratello. Che futuro si prepara per un Paese così?». Veronica in quello specchio non ci si trova. E vuole avere la libertà di dirlo.

.

Maria Latella
04 maggio 2009

.

fonte: http://www.corriere.it/politica/09_maggio_04/veronica_limiti_maria_latella_fb8da8c6-386c-11de-a257-00144f02aabc.shtml

LETTERA DALL’ABRUZZO – Il grande inganno del dopo terremoto

https://i2.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20090406_cupola.jpg

.

Mai nella storia dei terremoti italiani avevamo assistito ad una ingiustizia tanto grande e ad un tale cumulo di menzogne che ha ricoperto L’Aquila più di quanto non abbiano fatto le macerie, come è accaduto in occasione del devastante terremoto che l’ha colpita e nel quale, nel giro di una trentina di secondi, tanta gente ha perso tutto, affetti, amicizie, casa, e molti anche il lavoro, per non parlare dei monumenti che rendevano unica la città.

Mai in tutta la storia della nostra Repubblica è stato negato ai cittadini il risarcimento integrale dei guasti dei terremoti, per la prima casa. Ma questa regola sempre rispettata (come, ad esempio, nel Friuli e in Umbria), non vale per l’Abruzzo. Da un primo esame del Decreto legge n. 39 saltano agli occhi queste particolarità: all’art. 3 non si parla di una cifra specifica, ma nella relazione tecnica allegata si indica la somma di €150.000,00 quale tetto massimo spettante ai singoli cittadini per la prima casa. Orbene, la cifra che sarà poi effettivamente riconosciuta a ciascuno degli aventi diritto, per un terzo dovrà essere coperta con un mutuo a tasso agevolato a carico del cittadino, e per un altro terzo dovrà essere anticipata, sempre dal cittadino, che potrà recuperarlo nell’arco di 22 anni non pagando le imposte, mentre lo stato interviene con denaro liquido solo per l’ultimo terzo.

Sennonché la caratteristica dell’Aquila e degli altri comuni colpiti è quella di centri storici di particolare valore, costituiti da un grandissimo numero di edifici antichi e pregevoli, 320 dei quali, di proprietà privata, sono sottoposti a vincolo da parte della Soprintendenza. Ci sono poi altri 800 edifici pubblici, qualificati di interesse storico, archeologico e artistico. Ora, come è possibile che un privato possa farsi carico della ricostruzione o del restauro di un edificio vincolato o semplicemente di pregio, accollandosi il 66% della spesa? Si comprende allora come il Decreto legge n. 39, se resterà nelle sue linee essenziali così come è stato concepito, costituirà l’atto di morte di una città e di tutti gli altri centri terremotati, che resteranno nei decenni avvenire cumuli di macerie e di edifici spettrali, cadenti e abbandonati.

Ma nel decreto n. 39 c’è anche di peggio: all’art. 3, comma 1 , lettera c, si dispone che se un immobile, gravato da un mutuo, è andato distrutto, la Società Fintecna, a richiesta del privato cittadino. si accollerà il mutuo nei limiti del contributo che al predetto è stato riconosciuto, ma diverrà proprietaria di quel che resta dell’immobile. Se però il mutuo supera il contributo riconosciuto, la conseguenza parrebbe essere, dall’esame della norma, che il cittadino dovrà continuare a pagare la parte residua del mutuo: insomma non avrà più la casa ma continuerà a pagare il mutuo. Il rischio è che la città vada per gran parte nelle mani della Fintecna. Ma se, come è facile prevedere, il cittadino non riesce, col contributo e con il mutuo a tasso agevolato, a coprire l’intera spesa per il restauro o la ricostruzione (rispettando, si spera, le norme antisismiche), dovrà contrarre un ulteriore mutuo, a tasso di mercato, con la banche. Insomma quello delineato dal decreto n. 39 è un meccanismo infernale che consegnerà una città nelle mani di banche, finanziarie e usurai.

L’ultima perla del decreto: dopo aver dichiarato la città “zona franca”, lo Stato non rinuncia a pretendere da quegli sventurati cittadini che si faranno carico della ricostruzione, il pagamento dell’IVA al 20% ( art. 3, comma 1°, lettera d). Ecco cosa miravano a coprire le tante “passerelle” e sceneggiate e come fosse interessata l’esaltazione della dignità degli abruzzesi, “forti e gentili”.

Dott.ssa Rosella Graziani
cittadina di L’Aquila; attualmente ospite del padre, insieme alla sua famiglia, in Paglieta (CH)

.

3 maggio 2009

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=56831&sez=HOME_MAIL


Gli operai scelgono Berlusconi. Cremaschi: “E’ il flop del Pd” / Il Pd: perdiamo consensi perchè non sappiamo comunicare la concretezza della politica

Sondaggio: al Pdl il 43,4% contro il 22,4. “Dirigenti senza credibilità”

Il dirigente Fiom: “Durante la crisi il governo tiene e l’opposizione va ko: succede solo in Italia”

.

di OLIVIA POSANI

.

Giorgio Cremaschi (Ap / Lapresse)ROMA, 4 maggio 2009 – «PURTROPPO c’è un’altra Italia che è in smobilitazione perché non ha gruppi dirigenti credibili che la rappresentano». Giorgio Cremaschi, leader di Rete 28 aprile e duro della Fiom, preferisce andare oltre i dati del sondaggio del Sole 24Ore («io non faccio il politico, faccio il sindacalista e dunque commento i voti veri»), per fare un ragionamento più generale sul sentire politico degli operai.

Che cosa sta succedendo nelle fabbriche?
«In questi mesi ho fatto moltissime assemblee e non ho trovato un grande livello di consenso verso il Governo. Ma devo dire che non ho trovato nemmeno una crescita di consenso per l’opposizione. Su questo non c’è dubbio».

Alle assemblee però va solo la parte del lavoro più sindacalizzata…
«E’ vero. C’è una fetta del mondo del lavoro a cui noi non arriviamo. Però se ci fosse un fenomeno di questo tipo ce ne accorgeremmo. Onestamente, il fenomeno di aumento di crescita dei consensi per il Governo non lo sento affatto. L’Italia che non è d’accordo con la cultura berlusconiana sta tra il 45 e il 50%, mentre il consenso per Berlusconi non va oltre il 50-55%».

E il 45-50% di antiberlusconiani dove si è nascosto?
«Fondamentalmente si rifugia nell’astensionismo. E’ scontato che in Italia ci sia oggi una caduta di credibilità della sinistra avvenuta durante il governo Prodi, da cui la sinistra non si è più risollevata. Io continuo a pensare che più che il passaggio da uno schieramento all’altro, ci sia il passaggio dal voto all’astensione. Oggi il Pd non è in grado di mobilitare il suo elettorato perché non riesce a dare messaggi chiari di giustizia sociale. E la sinistra radicale è cancellata dal dibattito politico, quindi non riesce a mandare messaggi né chiari né non chiari. Ciò detto, sono convinto che la popolarità di Berlusconi sia molto più forte tra le classi dirigenti ( imprese, finanza, mondo dell’informazione, economia) che nel Paese».

Nel 2006 si è scoperto che non erano pochi gli operai che avevano in tasca la tessera della Cgil e votavano Lega. Non starà succendo qualcosa di simile con il Pdl?
«La storia del voto alla Lega è vera: ma in alcune realtà, non in tutte. In alcune province, non in tutte. E poi la maggior parte degli operai che votano Lega sono iscritti alla Cisl, non alla Cgil. Detto questo, non vedo assolutamente un passagio di voti degli operai da sinistra a destra. Casomai il ragionamento è: io non voto gli altri, non voto Berlusconi, ma a te non ti voto più. La domanda che si deve fare l’opposizione, al di là dei sondaggi, è come sia possibibile che l’Italia è l’unico paese in cui, durante la crisi economica, il Governo mantiene sostanzialmente il consenso, mentre l’opposizione è sempre più in crisi».

Intanto risponda lei.
«C’è un problema molto semplice. Tutti i dirigenti del centrosinistra non hanno alcuna credibilità, alcuna reale rappresentatività, e la sinistra radicale ha pagato il prezzo più alto del governo Prodi. E’ uscita a pezzi. Prima di andare alla sociologia, io andrei alla politica: c’è una crisi oggettiva dei gruppi dirigenti. C’è un fortissimo malessere sociale, un senso di ingiustizia che non ha rappresentanza politica».

E l’appeal che sembra avere Di Pietro?
«Di Pietro raccoglie la voglia di opposizione. Tutto qui. Non condivido la sua politica, ma se non ci fosse anche i suoi voti finirebbero nell’astensione».

.

fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/05/04/172326-operai_scelgono_berlusconi.shtml

___________________________________________________________

Il Pd: perdiamo consensi perchè non sappiamo comunicare la concretezza della politica

.

La mappa dell’elettorato italiano che emerge dal sondaggio Ipsos-Sole 24 Ore pubblicato domenica sul quotidiano non sorprende il Partito democratico che si vede addirittura doppiato dal PdL tra gli operai, il ceto sociale nel quale tradizionalmente la sinistra e il centro sinistra dovrebbero essere più forti.

«Ce lo aspettavamo – ha affermato Giorgio Tonini, responsabile dell’area studi e formazione del Pd – e anche le nostre indagini, che abbiamo realizzato con altri istituti davano le stesse tendenze di fondo. Da tempo è evidente che i blocchi interclassisti sono saltati e dunque, vista la maggioranza di cui gode il PdL, è spiegabile che il distacco si riscontri in tutti i segmenti della struttura sociale e non soltanto in uno». Tonini vede nei dati comunque un aspetto positivo: il minor peso dell’appartenenza ideologica dell’elettore che sancisce una maggiore mobilità del voto di cui anche il partito oggi all’opposizione potrebbe beneficiare: «Le fasi politiche possono essere capovolte».

Ma come invertire il trend? «Sono convinto il problema del Pd sia soprattutto di comunicazione politica. La nostra è elitaria e si rivolge di più ai lettori dei quotidiani e ai navigatori della rete, con un livello di scolarizzazione più elevato. Il centrodestra invece riesce a comunicare meglio proprio con le fasce basse che hanno un rapporto più semplice con la comunicazione politica e che si informano prevalentemente attraverso la televisione».

Insommma, secondo Tonini, uno dei problemi principali del Pd è quello di non essere riuscito a portare il confronto politico con il centrodestra sul terreno della «concretezza» e le scelte del segretario Dario Franceschini in tema di comunicazione vorrebbero colmare proprio questo ‘gap’. Un esempio? «Il PdL – cita Tonini – ha speso 4 miliardi di euro per abolire l’Ici, una misura di cui beneficiano principalmente le fasce di reddito più elevate, mentre ha speso solo 400 milioni per la social card, a favore delle fasce più deboli». Confrontarsi sulle politiche concrete, spiega il senatore del Pd, vuol dire «riuscire a comunicare questo paradosso a chi viene penalizzato da scelte del genere».

Un dato che preoccupa Tonini è il calo dei consensi del Pd tra i lavoratori autonomi rispetto al 2008. «Lo scorso anno avevamo beneficiato del discorso del Lingotto, quando Walter Veltroni, candidandosi, aveva espresso posizioni di apertura nei confronti di questo segmento della struttura sociale e con il programma elettorale il Pd aveva insistito sull’innovazione. Avevamo raccolto significativi progressi nel mondo dell’impresa e degli autonomi. Poi – sostiene Tonini – la minore comprensibilità del nostro messaggio ci ha fatto perdere terreno». In controluce, però, Tonini coglie una nota positiva: «Con un messaggio più coerente, più stabile e più tenacemente riformista il Pd può raccogliere consenso anche in un’area tradizionalmente non vicina». L’egemonia culturale del PdL, come l’ha definita Nicola Rossi sulle colonne del Sole 24 Ore dunque non è irreversibile, anche se è una egemonia che riguarda tutti i paesi europei.

«Le cose possono cambiare – afferma Tonini – ma non cambiano da sole. Ci vuole tutto l’impegno del Pd su due fronti: quello dell’innovazione sul piano politico e programmatico e quello della professionalità organizzativa e comunicativa per parlare alla società italiana e smascherare la truffa con cui la destra, non solo in Italia, riesce a conquistare il consenso dei ceti più deboli». (di Gi.C.)

.

3 maggio 2009

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/05/sondaggio-ipsps-tonini-pd.shtml?uuid=05c71588-3805-11de-8b8b-c3506aebf946&DocRulesView=Libero

Manifestante pacifista anti-mine

https://i0.wp.com/www.ilmessaggero.it/MsgrNews/HIGH/20090503_buton.jpg

.

Avevo sentito parlare di lui vagamente e casualmente, ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente oggi a Pomezia , in provincia di Roma, e di sentire dalla sua viva voce il racconto degli ultimi anni della sua avventura. Tranquillo, allegro e dignitoso, Joel Buton, è un barbuto pacifista francese che si definisce “cittadino del mondo”

Dopo la morte di Lady D, ha deciso di continuare la denuncia contro l’uso delle mine antiuomo dedicando dieci anni della sua vita ad una singolare e insolita forma di protesta: lasciare la vita agiata e girare a piedi per l’Europa dedicandosi interamente a questa impresa di sensibilizzazione per l’abolizione dell’uso delle mine antiuomo. Partito dalla Francia il 29 maggio 1999, da circa dieci anni gira l’Europa a piedi spingendo un carrettino contenente l’indispensabile che gli consente la sopravvivenza durante il suo girovagare.

Lunghissimo, l’elenco delle nazioni e dei comuni già visitati, di sindaci e politici ai quali, nelle migliaia di soste, ha raccontato la sua strana e unica protesta pacifica. Dalla Francia, Joel, è andato in Inghilterra, Irlanda e Scozia, tornato sul continente è passato in Belgio, Olanda, Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia; da qui, indietro in Polonia, Lettonia, Lituania ed Estonia, poi la Russia, l’Ucraina, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Croazia, la Slovenia, e quindi l’Italia. Sulla via del ritorno desidera incontrare il Papa, Benedetto XVI, sperando in una prestigiosa “udienza” che rafforzi la sua causa.

Riprenderà il cammino, spingendo il suo carrettino, verso Spagna e Portogallo, per tagliare lo storico, traguardo, al ritorno in Francia, al massimo entro il 2010. Ha percorso a piedi circa 48 mila Km, raccogliendo firme, attestati e testimonianze(ne ho viste personalmente a decine), a sostegno della sua causa per l’abolizione dell’uso delle mine antiuomo che, quando non uccidono, mutilano milioni di uomini e sopratutto bambini, nei paesi in guerra. Alla fine del viaggio, vorrebbe consegnare tutte le firme raccolte, al presidente degli Stati Uniti.

Dopo aver attraversato tutta l’Europa in tutti questi anni, durante il suo passaggio in Sicilia (presso Lentini), purtroppo, ha subito un’aggressione: lo hanno picchiato selvaggiamente e rapinato di trenta euro. Costretto addirittura al ricovero ospedaliero a Lentini per sospetti traumi alla colonna vertebrale, dopo le dimissioni dall’ospedale, durante la sua permanenza a Catania, è stato assistito con grande impegno e dedizione dai volontari locali della Croce Rossa. A causa dei danni fisici riportati, e per motivi di sicurezza, è stato necessario però, modificare il percorso previsto, riducendo drasticamente le tappe Siciliane e predisporre l’imbarco direttamente per Napoli.

E’ stato persino creato un gruppo su Facebook su di lui non solo per sostenere la sua nobile causa pacifica ma anche per esprimere lo sdegno per l’ingiustificabile gesto subito da Joel Buton. A Pozzuoli gli e’ stato chiesto da alcuni docenti di una scuola media di tenere una lezione sulla causa che sta promuovendo.

In allegato una foto di Joel e del suo carrettino che trascina con se’ da quasi 10 anni in tutta Europa. Credo che sia una storia degna di nota, sicuramente piu’ della presunta separazione del nostro Premier da sua moglie! Saluti

.

3 maggio 2009

fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=56836&sez=HOME_MAIL