Archivio | maggio 8, 2009

Appello di un 50enne disperato: “La crisi mi ha portato via il lavoro. La mia vita è un inferno e non reggo più”

DISPERATO APPELLO A QUOTIDIANO.NET

Un nostro lettore, Giovanni da Milano, ci scrive raccontandoci la sua storia di disoccupato: “Non so più dove sbattere la testa e ora mi è arrivato anche lo sfratto. Rischio di perdere anche la mia famiglia”

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Milano, 8 maggio 2009 – Riceviamo e pubblichiamo la lettera appello di un nostro lettore*:

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Ho cinquant’anni e sono veramente disperato non so più a chi rivolgermi. Da circa due anni sono alla ricerca di un lavoro. Passo le giornate a spedire curriculum, inviare e-mail e fax, peregrinare per uffici di Agenzie lavoro, di Collocamento ecc… ecc… A volte riesco procurarmi un appuntamento per fare un colloquio, ma non ricevo altro che porte in faccia. Ho il terrore dello squillo del telefono, di aprire la posta o rispondere al citofono di casa per paura di scoprire cosa o chi mi cerca. Esco di casa solo lo stretto necessario. Mi sono allontanato dagli amici. In famiglia viviamo in un costante stato di alta tensione. Presto perderò anche gli affetti più cari. Questa non è vita ma un inferno. Ora sono proprio arrivato alla fine è talmente tanta l’angoscia che non reggo più.

Facevo l’autotrasportatore fino a due anni fa, quando l’attività comincia ad andare male. Un po’ per gli aumenti (gasolio, assicurazioni, autostrade ecc… ecc…), poi la crisi che ha investito tutti ed infine, l’azienda cui fornivo i servizi è fallita lasciandomi senza lavoro e con un mare di debiti sulle spalle. Mi hanno sequestrato il furgone, ho dovuto vendere anche l’auto perché non potevo più permettermela. Sono oppresso dai debiti, non so più dove sbattere la testa. Luce, gas e telefono, da un anno non pago l’affitto di casa ora è arrivato lo sfatto.

Tempo fa qualcuno diceva che bisognava stringere la cinghia. Ma io quale cinghia devo stringere che non ho più neanche i pantaloni. Ho una moglie e due figli. Non sono tossicodipendente, mai fatto uso di droghe in vita mia. Non sono un alcolista nè un pregiudicato. Sono semplicemente un uomo di cinquant’anni disperato che ha perso tutto. E’ proprio vero che l’esistenza di un disoccupato è una negazione al diritto di vivere peggiore della morte stessa perché nessuno ti da la possibilità di ricominciare e rimetterti nuovamente in gioco.

Ho cercato di esprimere con le parole di cui sono capace la realtà della mia disagiata situazione spero fortemente di essere riuscito a comunicarla con esplicita chiarezza. Anche se con immenso imbarazzo, vivo nella speranza che l’anima misericordiosa legga quanto avevo da confidare. E spero riesca a trovare una soluzione a questo mio inferno e ridare un senso alla mia esistenza.

Rimango in fiduciosa attesa di una risposta e ringrazio anticipatamente dal profondo del cuore tutti coloro che avranno avuto la sensibilità di leggere queste righe.

Grazie,

Giovanni da Milano

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/05/08/174563-crisi_portato_lavoro.shtml

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*per correttezza: la lettera è stata ricevuta e pubblicata originariamente da www.quotidiano.net: chiunque potesse e volesse dare una mano a Giovanni è pregato di scrivere al sito qui linkato.

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Cdm, passa decreto ‘antifannulloni’. Ma i sindacati attaccano il governo

Il ministro Brunetta ha annunciato il provvedimento come una rivoluzione copernicana

Ma i confederali e i rappresentanti di categoria si ribellano, sul metodo e sul merito

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Cdm, passa decreto 'antifannulloni' Ma i sindacati attaccano il governoIl ministro dell’Economia Renato Brunetta

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ROMA – Primo via libera oggi da parte del governo per le misure “per introdurre la meritocrazia” e “consentire la digitalizzazione della pubblica amministrazione”. Ma il provvedimento, definito dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta “una rivoluzione copernicana al servizio del cittadino”, è stato fortemente criticato dai sindacati, dai confederali ai Cobas ai rappresentanti della polizia.
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Stavolta Cgil, Cisl e Uil appaiono allineate nel contestare il contenuto del decreto legislativo, che comunque verrà adesso trasmesso alle parti sociali, attraverso il Cnel, alla Conferenza unificata e alle Commissioni parlamentari per il parere, e diventerà legge solo dopo questi passaggi e la definitiva approvazione in Consiglio dei ministri.
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Per il ministro Brunetta il decreto significa “trasparenza, valutazione, merito, nuovo tipo di contrattazione, azione collettiva nelle mani dei cittadini per controllare l’operato della pubblica amministrazione”. Valutazione, contrattazione, dirigenza, class action, ha aggiunto, “sembrano cose lunari; invece sono legge dello Stato”.
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Prima ancora che il contenuto, i sindacati contestano il metodo: la Cisl ha infatti invita il governo a “tornare indietro”. “Siamo molto irritati per questa invasione di campo della politica che, su una partita come quella del pubblico impiego se la canta e se la suona” tuona il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, secondo il quale “le riforme nel lavoro e nel pubblico impiego si fanno attraverso discussioni trasparenti tra governo e sindacato: o Berlusconi torna indietro o noi protesteremo fortemente contro questa iniziativa arbitraria”.
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Anche la Cgil ha denunciato la “totale” assenza di confronto non solo con il sindacato, ma anche con il sistema delle amministrazioni locali: “Nulla di nuovo da parte del ministro Brunetta, ma per quel che riguarda gli altri ministri federalisti?”, ha rilevato il responsabile del dipartimento Settori pubblici, Michele Gentile, augurandosi che “ora tutti i sindacati, chiedano un confronto urgente, certo non in sede Cnel”.
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Più di merito le critiche di RdB-CUB, che ha quindi deciso l’avvio della mobilitazione di tutta la categoria attivando “immediatamente le procedure per la proclamazione di uno sciopero generale di tutto il pubblico impiego”. “Con l’approvazione del decreto Legislativo in materia di efficienza della pubblica amministrazione il ministro Brunetta, coadiuvato dall’intero governo, decide l’ennesimo furto di salario, libertà sindacali e democrazia a danno dei dipendenti pubblici”, afferma l’organizzazione sindacale.
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Mentre i sindacati di polizia Siulp, Sap, Siap-Anfp, Silp-Cgil, Ugl ps, Consap, Coisp e Uilps, dicono insieme “No al tentativo del ministro della Pubblica amministrazione e l’Innovazione, Renato Brunetta, di limitare il nostro ruolo”, e criticano in dettaglio la decurtazione dei salari e l’erosione dei diritti acquisiti dei poliziotti.
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8 maggio 2009
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Influenza, primo contagiato in Italia

Oggi tre nuovi casi: a Como, Pavia e Roma dove un uomo di 70 anni ha contratto l’infezione. Il Messico più colpito con 1.112 casi. Poi Usa e Canada

I casi diventano 8. Nel mondo 2.384

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Influenza, primo contagiato in Italia I casi diventano 8. Nel mondo 2.384
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L’AQUILA – Tre nuovi casi di influenza A/H1N1 nel nostro Paese. L’ultimo, riscontrato nel pomeriggio a Roma, è il primo in cui l’infezione è stata contratta nel nostro paese. Con questi ricoveri le segnalazioni di positività arrivano a otto. Si sono aggiunti una donna di 48 anni di Como, tornata dal Messico, e un uomo di 40 anni, musicista, tornato da New York e ricoverato al San Matteo di Pavia. A Roma è stato poi ricoverato un uomo di 70 anni, nonno del bambino di 11 anni ora all’ospedale Bambin Gesù al ritorno da un viaggio in Messico.

Bilancio dell’Oms. Nel mondo i casi accertati dall’Organizzazione mondiale della sanità di nuova influenza A/H1N1 questa mattina sono 2.384 registrati in 24 Paesi, con 44 morti. Il Messico resta il Paese più colpito, con 1.112 casi (di cui 42 mortali), seguito dagli Usa (896 casi, di cui due mortali) e dal Canada (214 casi e nessun decesso).

Casi accertati. I casi accertati sono: in Francia 5, in Germania 10, in Israele 6, in Italia 5 (non sono ancora conteggiati i due nuovi segnalati oggi), in Olanda 2, in Nuova Zelanda 5, nella Repubblica di Corea 3, in Spagna 81, in Gran Bretagna 32 e un caso in Austria, Cina (Hong Kong), Colombia, Costa Rica, Danimarca, El Salvador, Guatemala, Irlanda, Polonia, Portogallo, Svezia, Svizzera. Nessun decesso è stato registrato in questi Paesi.

Primi casi in Brasile e Argentina. Al bilancio fornito dall’Oms vanno aggiunti anche i primi casi segnalati oggi in Brasile e Argentina. Il ministro della Salute brasiliano, José Gomes Temporao, ha annunciato la registrazione di 4 casi: tre pazienti infetti erano stati in Messico e un altro negli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Argentina, il ministro Graciela Ocana ha fatto sapere che la persona infettata dal virus dell’influenza suina era stata in viaggio in Messico ed era tornata lo scorso 25 aprile. Secondo il governo argentino, sono 52 i casi sospetti dell’epidemia.


Spagna, 88 casi confermati. Anche Madrid ha aggiornato il bilancio delle persone infette che nel frattempo è salito a 88 casi confermati e 33 sospetti per i quali si attendono i risultati delle analisi. Nessuno degli ammalati è ricoverato, tutti i casi sono considerati lievi e rispondono positivamente alle cure. Delle persone che hanno contratto la malattia, nove non si sono recate di recente in Messico.
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8 maggio 2009
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Fumetti – ‘Don Peppe Diana – Per amore del mio popolo’ / Oltre Gomorra: Chi è don Peppe?

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di Fabrizio Lo Bianco

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In occasione dei 15 anni dalla tragica scomparsa di don Giuseppe «Peppe» Diana, il parroco della chiesa di San Nicola a Casal di Principe assassinato per essersi ribellato alla camorra, la casa editrice Round Robin ha dato alle stampe il volume a fumetti «Don Peppe Diana – Per amore del mio popolo». Realizzato in collaborazione con l’associazione «daSud», è il primo libro della collana «Libeccio», nata con l’intento di far conoscere soprattutto nelle scuole, attraverso la narrazione per immagini, le vicende di personaggi simbolo della lotta alle mafie.
Scritto e sceneggiato da Raffaele Lupoli e Francesco Matteuzzi, con i disegni di Riccardo Innocenti, Luca Ferrara, Luca Cicchitti, Giovanni Ballati, Mauro Balloni e Anna Ciammitti, il romanzo grafico racconta chi era don Diana, offrendo un contributo importante al ricordo di un uomo coraggioso che la camorra cercò di screditare con ogni mezzo e che oggi più che mai invece ritorna come esempio di resistenza civile e morale. Oggi l’attenzione dell’opinione pubblica è ritornata su don Diana grazie al successo di «Gomorra», con le pagine che Roberto Saviano dedica al parroco di San Nicola, ma anche grazie alle iniziative del coordinamento «Libera» don Luigi Ciotti e del comitato «Don Peppe Diana». Il fumetto di Lupoli e Matteuzzi accende però un ulteriore riflettore sulla vicenda dell’uomo Giuseppe Diana, ricordando anche le sue passioni più quotidiane, come lo scoutismo e l’attaccamento alla squadra del cuore, il Napoli.

Le tavole a fumetti raccontano i fatti drammatici avvenuti a partire dal mese di ottobre del 1991, quando il parroco casalese decide di redigere e diffondere un documento divenuto, in seguito, il simbolo forte di una rivolta. Intitolato «Per amore del mio popolo», il documento reca le firme dei parroci della forania di Casal di Principe, nelle cui chiese venne distribuito a Natale dello stesso anno. In quelle righe è la risposta all’ennesimo, clamoroso, atto camorristico avvenuto nella cittadina dell’Agro Aversano. Il 7 e l’8 ottobre del ’91, infatti, gli uomini di camorra tennero praticamente in ostaggio i cittadini di Casal di Principe, terrorizzati dal regolamento di conti in atto per le strade tra gli Schiavone e i De Falco. Due giorni in cui nessuno osò uscire di casa. Da parte dei clan fu una dimostrazione di forza inaudita, esibita a volto scoperto, una sorta di punto di non ritorno che superava quelli visti fino ad allora. Di fronte a un tale sfoggio di protervia, don Diana sceglie di reagire con l’atto di accusa che diventa la sua stessa condanna a morte. «Per amore del mio popolo» smuove le coscienze, tocca i nervi scoperti della società civile e, soprattutto, della Chiesa, esortata da don Peppe a riprendere il suo ruolo «profetico» con una precisa presa di posizione nei confronti della camorra. Da quel momento, nonostante il documento rechi le firme di più parroci, la camorra identifica proprio in don Diana il principale responsabile di quella sfida aperta al «sistema». La vendetta dei clan si fa attendere, lasciando che il clamore si dilegui. Poi colpisce, brutalmente, per mano di un sicario la mattina del 19 marzo del 1994. Don Diana viene ucciso in chiesa mentre si prepara a celebrare la Messa. L’esecuzione ha una forte valenza simbolica. Significa che la camorra, da quel momento, non solo può assassinare un uomo di chiesa, ma può farlo in un luogo sacro. Eppure nemmeno di fronte al definitivo atto di prepotenza, don Diana si è tirato indietro. Alla domanda del sicario, «Chi è don Peppe?», il parroco risponde «Sono io».
Intorno a questa risposta, che diventa il leit motiv delle circa cento tavole del fumetto, Matteuzzi e Lupoli sviluppano l’intero racconto. Quel «Sono io» diviene per contrasto un seme di speranza (e l’ultima tavola si conclude proprio con la frase evangelica «Il seme che muore porta molto frutto») e testimonia l’assunzione dell’impegno «profetico» di denuncia cui lo stesso Peppe Diana faceva riferimento nel suo documento-denuncia. E quel «Sono io» è anche un efficace espediente narrativo utile a coinvolgere chi legge in una maggiore identificazione con il protagonista, quasi il lettore stesso venisse chiamato in causa.
A chiudere il volume è un ricco apparato con fotografie, illustrazioni e testimonianze di chi don Peppe Diana l’ha conosciuto personalmente.
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«Don Peppe Diana – Per amore del mio popolo»
di Raffaele Lupoli e Francesco Matteuzzi (testi) e Riccardo Innocenti, Luca Ferrara, Luca Cicchitti, Giovanni Ballati, Mauro Balloni e Anna Ciammitti (disegni)
Collana Libeccio
128 pagine – 15 euro
www.roundrobineditrice.it

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7 maggio 2009
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Chi è don Peppe? Sono io

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di Palma Navarrino

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Chi è don Peppe? Sono io. E’ compresa tutta qui la cifra identificativa dell’impegno di don Peppe Diana, nel suo nome e nell’ essere presente in prima persona sul territorio, con la propria voce e la propria figura, con azioni concrete. Don Diana mette la sua firma anche sul manifesto ‘Per Amore del Mio Popolo non Tacerò’, diffuso nelle chiese dell’agro aversano nel natale del 1991, urlo alle coscienze di Casal di Principe e denuncia della debolezza politica e della silenziosa connivenza della stessa Chiesa. Quasi simbolicamente, don Peppe muore riaffermando la propria identità, pochi attimi prima che un sicario lo ammazzi con quattro colpi di pistola nella sacrestia della sua chiesa. A 15 anni da quel 19 marzo 1994 il libro ‘Don Peppe Diana: per Amore del Mio Popolo’ ne ripercorre la figura e le vicende. La forma fumettistica suggella in maniera visiva la ‘corposità’ della sua azione: don Diana è lì, con la sua presenza, tra gli scout, tra i tifosi del Napoli, sull’altare da cui esorta i fedeli ad una coscienza attiva, negli incontri politici ed ecclesiastici a interrogarsi sulle vie pratiche di uscita dalla insostenibile vita sociale del proprio paese. Un tratto di disegno sveste le istituzioni della fredda identificazione con una entità astratta: le istituzioni sono fatte di uomini, essi ne determinano la efficacia o il misero fallimento; poche vignette bastano a trasmettere il senso di una Chiesa che a volte rischia essa stessa di essere “assenzio e veleno” (come recita il manifesto citato), o quanto un perverso senso di devozione possa stravolgere dei simboli sino ad arrivare all’assurdo di una Madonna della Camorra… E ancora pochi tratti di disegno bastano a trasmettere l’atmosfera di soffocamento e di rabbiosa paralisi di un pomeriggio di ottobre del 1991 a Casal di Principe, quando una lenta sfilata di armi e terrore sancisce la lotta tra clan rivali per la supremazia sul territorio. I curatori Raffaele Lupoli e Francesco Matteuzzi, insieme ai sei bravi disegnatori, hanno prodotto una lettura lucida e stimolante della vita di don Diana, partendo dalle vicende strettamente giudiziarie e allargando il discorso al suo impegno quotidiano, i cui semi hanno prodotto frutti straordinari proprio a partire dalla eco della sua morte. Si dipana da lì infatti, quasi a sorpresa e con persistenti contrasti, una inedita presa di coscienza che parte da Casal di Principe rivendicandone l’identificazione (don Peppe siamo noi, dice Valerio Taglione del comitato intitolato a don Diana) ma ne travalica presto i confini, unendosi a nuove voci e a più antiche realtà di impegno sociale, culturale ed economico.
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Clandestini e legge sugli immigrati Vaticano: “Violati i diritti dei rifugiati”

La protesta del segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti monsignor Marchetto: “Si criminalizzano gli emigranti irregolari”

L’Osservatore Romano: “L’Italia preoccupa, dare aiuto a chi ha bisogno è priorità”. La Cei: “Reato di immigrazione clandestina da rivedere”

Clandestini e legge sugli immigrati Vaticano: "Violati i diritti dei rifugiati"Il ministro dell’Interno Roberto Maroni

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CITTA’ DEL VATICANO – L’Italia che respinge in Libia i migranti intercettati in mare “preoccupa”, perché dare aiuto a chi si trova in condizioni gravi è una priorità. La dura presa di posizione arriva dall’Osservatore Romano, dopo che contro il rimpatrio dei clandestini in Libia, che “ha violato le norme internazionali sui diritti dei rifugiati”, aveva protestato già il segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, monsignor Agostino Marchetto. E la Cei si lancia contro il nuovo pacchetto sicurezza del governo, per l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, che allarma i vescovi perché mette a rischio diritti fondamentali. Una norma che la Cei invita a rivedere.

Osservatore Romano: “Garantire assistenza e diritti umani”.
Il quotidiano della Santa Sede sottolinea “la priorità del dovere di soccorso nei confronti di chi si trova in gravi condizioni di bisogno. I migranti devono poi essere ricoverati presso strutture – si conclude – che possano fornire adeguate garanzie di assistenza e di rispetto dei diritti umani”.

Vaticano e Cei: Pacchetto sicurezza contro i diritti umani degli immigrati. Secondo il Vaticano, anche alcune norme del pacchetto sicurezza, come quella sulla denuncia obbligatoria dei medici, preludono a “gravi difficoltà” per la realizzazione dei diritti umani dei migranti in Italia.

“La normativa internazionale,
alla quale si è appellata anche l’Onu – ha ricordato poi monsignor Agostino Marchetto – prevede che i possibili richiedenti asilo non siano respinti, e che, fino a che non ci sia modo di accertarlo, tutti i migranti siano considerati ‘rifugiati presunti”.

“Capisco che gli attuali flussi misti complicano le cose anche per i governi – ha aggiunto – ma c’è bisogno comunque di rendere operative le norme concordate e riaffermate più volte nelle sedi internazionali”.

Monsignor Marchetto ha poi espresso la convinzione, già espressa più volte ma non sottoscritta dalle massime autorità ecclesiastiche, che la legislazione italiana in materia migratoria sia macchiata da un “peccato originale”, rappresentato dalla volontà di “criminalizzare gli emigranti irregolari”, una realtà di fronte alla quale “i cittadini sono posti e devono giudicare”.

“Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Per quanto mi riguarda – ha concluso – cerco solo di rappresentare la dottrina sociale della Chiesa che, nel valutare la soluzione ad un problema impone di verificare non solo se è efficace, ma se è giusta”.

Anche il direttore dell’Ufficio per la pastorale degli immigrati della Cei, padre Gianromano Gnesotto, sottolinea che le norme contenute nel nuovo pacchetto sicurezza del governo mettono a repentaglio i diritti umani degli immigrati, e in pericolo, più in generale, il riconoscimento dei diritti “fondamentali” alla salute e all’istruzione di tutti i cittadini. Si rischia in questo modo di creare dei cittadini di serie B, ammonisce Gnesotto, e di fare degli immigrati delle “non persone”. La Cei lancia quindi un invito a rivedere il reato di clandestinità, e trovare, se possibile, “una via di mezzo”.

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8 maggio 2009
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L’ex hippy converte la Mars al cacao eco-sostenibile

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L’ecocoltivatore-guru che ha convinto la Mars

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Le foto di Howard-Yana Shapiro, ( clicca qui per vedere altre foto) americano, 61 anni: ha convinto la Mars a seguire le norme dell%u2019economia sostenibile: salario minimo garantito per i contadini, biodiversità nello sviluppo dell’agricoltura, conservazione delle risorse acquifere. : “L’impegno ambientalista della Mars è senza precedenti in campo alimentare e i benefici per gli agricoltori del Terzo Mondo, per l’ambiente e per la natura saranno tangibili”, ha detto Shapiro

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fonte: http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/guru-mars/1.html

”SLEGALITALIA”/ e il caso di un’italiana denunciata dopo Annozero, Raidue TV, ospite da Michele Santoro

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TARQUINIA-VITERBO (UnoNotizie.it)

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L’Italia sprofonda nell’illegalità, sottolinea il Comitato Cittadini Liberi di Tarquinia (Viterbo), e coloro che non si piegano al volere dei potenti, e si oppongono pacificamente e pubblicamente alla realizzazione di opere dannose alla salute e all’economia dei territori, subiscono tentativi di corruzione, azioni intimidatorie personali e, come membri di associazioni, comitati o movimenti, anche denunce.

Per raccontare questa condizione, ma soprattutto per raccogliere le tante energie in giro per il paese è partita “Slegalitàlia”, l’iniziativa lanciata dal Comitato dei Cittadini Liberi di Tarquinia per accendere i riflettori sulla storia di un’ italiana, che il 21 maggio sarà processata per la battaglia che l’Alto Lazio e la Maremma conducono contro il carbone sporco che si vuole bruciare a Civitavecchia e contro le illegalità che porta con sè, in un territorio colpito per decenni dalle emissioni di quattro centrali termoelettriche, una delle quali da 3500 Megawatt.

È una trama che in vario modo colpisce e ferisce molte comunità lungo lo stivale, vittime del sistema corrotto i cui protagonisti sono politici, funzionari pubblici e grandi società legate all’energia, al cemento e alle autostrade.

I partiti ancora controllano tutto nonostante le liberalizzazioni, servite per arraffare ricchezza e sottrarre al controllo dei cittadini il funzionamento e la gestione di servizi essenziali.

Anche questa è mafia.

Gli eventi che hanno preceduto il processo del 21 maggio sono emblematici, la loro valenza supera i confini regionali e diventa patrimonio civile di quanti non ci stanno più.

Nel 2003 l’allora Sindaco di Civitavecchia, Alessio De Sio, disse sì alla centrale a carbone di Torre Valdaliga Nord dopo aver manifestato a lungo la propria contrarietà a quell’impianto.

Il 5 aprile 2007 una cittadina di Tarquinia, su Raidue TV in diretta su Annozero, ospite da Michele Santoro, raccontò che a fine mandato il sindaco del sì al carbone era diventato membro del Consiglio d’Amministrazione di Enel.

L’avvio di “Slegalitàlia” prevede il contatto con i movimenti e i comitati che soffrono storie simili einizia con l’Italia del Nord, verso cui si è diretta la missione partita dalla Maremma, per fondere le vicende di sofferenza e reagire insieme.

Il viaggio verso le regioni del Nord Italia fa seguito all’analoga esperienza del 2008 allorchè l’Alto Lazio incontrò in Puglia i cittadini in lotta contro l’inquinamento a Brindisi e Lecce.

Il camper di “Slegalitalia” effettua una cinque giorni a tappe.

E’ partito dalla Maremma Etrusca e la prima tappa è in Veneto, a Verona.  

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8 maggio 2009

fonte: http://www.unonotizie.it/5297–slegalitalia-e-il-caso-di-un-italiana-denunciata-dopo-annozero-raidue-tv-ospite-da-michele-santoro.php

L’Aquila, voce di popolo: «Vogliamo controllare tutto…»

di Enrico Fierro – Inviato a L’Aquila

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Altro che meridionali fancazzisti pronti ad attaccarsi alla mammella del dopo-terremoto. Tra le macerie dell’Abruzzo terremotato si sta affermando prepotentemente una gran voglia di fare da sé. Uomini e donne, giovani la maggior parte, professionisti e intellettuali, «luigini e contadini», che vogliono lavorare per la rinascita della loro terra.

Si mettono insieme, aprono siti internet, organizzano comitati, stampano giornali sotto una tenda, studiano leggi, ordinanze e provvedimenti. Informano. Insomma: vogliono controllare passo dopo passo come verrà speso dal primo all’ultimo centesimo dei soldi stanziati. Pochi, maledetti e destinati ad arrivare tardi. Un gran fervore fatto anche di piccoli gesti individuali. «Nella tendopoli non ci andiamo. Non ci metteremo mai in fila per un piatto di pasta o una doccia. Il campo ce lo siamo organizzati con i nostri soldi». Ennio Evangelista è il promotore e l’organizzatore del «Campo colle 2. I dimenticati» (così c’è scritto su un cartello).

È una zona di villette plurifamiliari in cima a Paganica, il paese raso al suolo dal terremoto. «Le nostre case sono danneggiate, ma ancora in piedi. Il giorno dopo il terremoto ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di autorganizzarci. Abbiamo procurato le tende, le abbiamo montate, non c’era l’acqua e abbiamo risolto il problema, il metano era saltato e abbiamo comprato gli scaldini elettrici. Ed eccoci qui: una decina di famiglie che possono badare alle loro esigenze senza pesare sulla Protezione civile».

La mensa collettiva è in un garage di mattoni forati e copertura in legno, la cucina in un box. Ennio è un impiegato dell’Inps. «Ho ripreso subito il mio lavoro perché era l’unico modo per non impazzire e ritrovare un minimo di normalità. Ho un ufficio mobile giu’ in paese, molti pensionati hanno perso libretti e documenti, c’era bisogno di una persona del posto per aiutarli». Nel garage mensa e salone per le feste di compleanno per i bambini della mini tendopoli c’è un nipote di Ennio. E’ giovane e ha moglie e due figlie, con un socio gestisce un bar che ha due dipendenti. «Il locale è integro, se mi danno un certificato di agibilità mi rimetto al lavoro. E’ passato un mese e ancora niente. Se avvio l’attività lo Stato risparmia gli 800 euro che deve dare a me e al mio socio e la cassa integrazione per i miei due dipendenti. Chiedo solo di lavorare nel mio».

La tenda, il bar e internet. «Collettivo 99» è una associazione di ingegneri, avvocati e architetti. «Tutti giovani under 40 – spiegano nel loro sito internet – perché solo i giovani hanno la capacità di immaginare il futuro». «Non vogliamo scelte calate dall’alto. La ricostruzione non deve rovinare la nostra città, deturparla peggio di come ha fatto il terremoto. Per questo ci siamo organizzati». Tiziano Frezza è un ingegnere e ci racconta dei colleghi che avevano trovato spazio e lavoro in rinomati studi internazionali di architettura. «Sono tornati», dice con orgoglio. Pensiero, speranze e professionalità si mettono in moto.

Il 24 maggio quelli di «Collettivo 99» presenteranno in un convegno pubblico il loro progetto per la ricostruzione. Dagli architetti al giornalista. Angelo Venti è un rompicoglioni di notevoli proporzioni. Ha una piccola casa editrice, un sito internet (www.site.it), e stampava una rivista free-press che nella Marsica vendeva fino a 40mila copie. Dal giorno del terremoto ha piazzato sotto una tenda computer e un ciclostile e stampa un giornale per i terremotati. I suoi collaboratori girano i paesi con telecamere e digitali. «Dobbiamo sapere tutto, documentare ogni piccola cosa. Chi sta lavorando nei campi, a chi vanno gli appalti, quali ditte vengono da fuori. Se sono in odore…».

«Vogliamo una ricostruzione pulita,
senza mafie e soprattutto della gente». Il programma di “3,32” (l’ora della scossa del 6 aprile) è forte e chiaro. «Passati i primi giorni abbiamo capito che bisognava organizzarsi. Le tendopoli sono state militarizzate, c’è poca informazione, i terremotati non conoscono i loro diritti». Antonio Cacio di professione fa l’agricoltore. «Il G8 a l’Aquila è una passerella inutile. Non risolverà i problemi, li aggraverà. A chi vuole venire a manifestare dico di legarsi al territorio. Noi siamo qui e vogliamo intervenire nelle scelte che si fanno, parlare del lavoro e del nostro futuro. Presto con le altre associazioni metteremo in piedi un osservatorio permanente sulla ricostruzione».

Ragazzi, studenti e anche professori universitari di “3,32” nei giorni scorsi hanno incontrato quelli che negli anni Ottanta furono i giovani dei comitati dei terremotati dell’Irpinia. Si sono fatti raccontare le storie degli imbrogli di quel grasso dopoterremoto (64mila miliardi). Di come è finita 30 anni dopo. Al telefono la voce di Annamaria Bonanni è squillante, oggi alle dieci del mattino lancerà il suo Comitato. Di professione è commercialista e revisore dei conti del Comune de l’Aquila. «La gente è poco informata, non conosce il decreto, non sa come accedere ai contributi. Il rischio è che prenda il sopravvento lo sciacallaggio degli incompetenti e dei furbi. Faremo un sito internet dove metteremo in rete tutto, anche i preventivi per le riparazioni delle case, così la gente potrà controllare la congruità dei prezzi». L’Abruzzo, ferito a morte, non vuole morire per una ricostruzione sbagliata. E si muove.

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7 maggio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/84527/vogliamo_controllare_tutto

PORCELLUM SI, PORCELLUM NO – Referendum, quesiti da perdere il sonno

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di Jolanda Bufalini

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I quesiti referendari sulla legge elettorale sono di quelli da togliere il sonno non solo alla sinistra dispersa fra Rifondazione e vendoliani ma anche nel Partito democratico, nella cui ragione sociale sta la vocazione maggioritaria e dunque anche una buona quota di cultura bipolare. Ma se il porcellum è una pessima legge, il sì referendario potrebbe – dice Vannino Chiti in dissenso dalla posizione del partito – risultare peggiore del male: “non corregge ma accentua i difetti di una legge sbagliata. Non solo aiuta Berlusconi ma soprattutto produce un effetto negativo per la democrazia, trasferendo sulla lista che arriva prima un premio di maggioranza spropositato. Per cui un partito può avere il 30% e ottenere il 54% dei seggi. Al Senato lo sbarramento per accedere alla ripartizione dei seggi diventa l’8% su base regionale. Ci potranno essere partiti che hanno il 7 e il 5% a livello nazionale e non saranno rappresentati al Senato”.
Le acque si sono ancor più agitate dopo le dichiarazioni di Berlusconi che, dicendo pane al pane, ha messo in chiaro: “Certo che voto sì, visto che mi conviene”. E, in effetti, con i numeri attuali, l’incubo è quello di regalare a Berlusconi e il Pdl un premio tale da consentirgli di stare in sella fino alla notte dei tempi, senza neanche le tensioni di maggioranza a cui assistiamo oggi. Donde le richieste della sinistra interna (Vincenzo Vita) di riaprire la discussione, gli avvertimenti di Rutelli: “Se vince il sì avremo il porcellissimum”e le considerazioni poco lusinghiere di possibili alleati o futuri compagni di strada, Bertinotti: “Il sì una scelta sconsiderata”; Buttiglione: “pura follia”.
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E però, pensa Stefano Ceccanti, “non è che ci possiamo tenere il porcellum e, per evitare il rischio, accontentarci di uno statu quo che alla Lega dà il massimo vantaggio di visibilità”. In sostanza il senatore Pd non crede alla volontà della Lega di andare ad una riforma prima del referendum e si è fatto promotore di una proposta di legge firmata da 35 parlamentari composta di un solo articolo che ripristina il mattarellum “E’ l’unica possibilità – sostiene il senatore – di approvare un testo in tempi brevi; è una buona legge che ci restituirebbe i collegi uninominali”. D’altra parte, è convinto Ceccanti, se il referendum non passa “non ci sarà nessuna riforma elettorale” per questo plaude alla linea del segretario Dario Franceschini che “è perfetta”. Non vale, secondo lui l’obiezione che con l’astensione non si esprime sostegno alla legge attuale: “Giuridicamente è vero ma politicamente la vittoria dei no significherebbe che l’elettorato non è interessato a modificare la legge elettorale”.
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Il mattarellum piacerebbe molto anche a Roberto Gualtieri, candidato alle europee di area dalemiana. Ma dubita che la Lega sia disponibile. Gualtieri, che non ama molto la cultura referendaria, si attiene, però alla decisione assunta in sostegno del sì da un voto della direzione (lui si era astenuto ma “non si fanno polemiche in campagna elettorale”. Dunque il discorso andrebbe riaperto dopo le elezioni europee. Come? Costruendo un rapporto con le altre forze contrarie “alla legge che ci verrebbe consegnata dal referendum, una legge persino peggiore dell’attuale e ai limiti dell’eversione democratica”. Quindi confronto con la Lega ma anche con l’Udc.

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7 maggio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/84547/referendum_quesiti_da_perdere_il_sonno

https://i1.wp.com/www.altravoce.net/img/20080205-porcellum.jpg

Prete trevigiano fa lo sciopero della fame: «Troppi disertano messa»

Il prete di Campigo: ho scritto a tutti, tornate in chiesa

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Don Eros Mario Pellizzari, il sacerdote digiunatore (Balanza)Don Eros Mario Pellizzari, il sacerdote digiunatore (Balanza)

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CAMPIGO (Treviso) — Non c’entra niente il collega don Camillo, che Guareschi fece digiuna­re per contestare il gemellaggio tra Brescello e una cittadina russa combinato dal sindaco Peppo­ne. E non l’hanno influenzato nemmeno Pannel­la o la Mussolini. Per le sue 72 ore di sciopero del­la fame contro la disaffezione dei fedeli nei con­fronti della messa don Eros Mario Pellizzari, 47 anni di simpatia e iperattività, si è ispirato a Gan­dhi e «ai tanti cattolici che nei secoli si sono sacri­ficati per il bene dell’umanità». Il parroco di Cam­pigo da domenica a mercoledì notte è rimasto in chiesa a pregare e a leggere meditazioni sulla Ma­donna, concedendosi solo acqua, per richiamare l’attenzione delle pecorelle smarrite. Ha dormito otto ore in tutto.

Don Eros Mario Pellizzari, il sacerdote digiunatore (Balanza)

Padre, ma come le è venuto in mente? «E’ stato un gesto estremo, un’intuizione, un messaggio d’affetto ma anche un appello alla co­munità. Tutto è nato dalle missioni popolari: dal 21 marzo al 5 aprile i missionari sono andati nel­le case del paese, a parlare con la gente. E’ emerso che il maggior cruccio di genitori e nonni è vede­re i loro ragazzi snobbare la messa. E allora, pen­sando proprio ai genitori che per il bene dei figli rinunciano anche al cibo, a Gandhi e ai cattolici che si sono sacrificati, mi è venuta l’idea del di­giuno. Ho voluto combattere l’anoressia spiritua­le».

Ha raggiunto l’obiettivo? «Lo vedrò domenica, primo vero test, benchè non mi aspetti grossi risultati immediati. Non sa­rebbe saggio, anche se un segnale è arrivato. Du­rante il digiuno la chiesa è rimasta aperta giorno e notte e 150 persone si sono alternate a farmi compagnia. Tra loro non c’erano solo gli ‘affezio­nati’ ma pure giovani che non vedo alla messa. In quelle ore ho scritto una lettera personalizzata a tutti gli abitanti dai 20 ai 40 anni non sposati, con l’esortazione: ‘Vedi tu se è giunto il momen­to di ritornare in chiesa’. L’ho fatta consegnare da genitori e nonni e so che più di un destinata­rio si è commosso».

Ma perchè i veneti disertano la chiesa? «Non perchè non abbiano fede o valori, che emergono nei momenti importanti, e nemmeno perchè non mantengano buoni rapporti con la Chiesa. I veneti, generosi, lavoratori e irreprensi­bili dal punto di vista morale ed etico, hanno sem­plicemente perso l’abitudine della pratica religio­sa. Si sono impigriti, anche perchè a differenza del passato la funzione domenicale non è più una scelta di massa ma personale, che induce ad andare controcorrente. E in un paese di 1500 ani­me differenziarsi non è facile per un giovane. Che, al contrario, vuole distinguersi dalla fami­glia, tornata alla Chiesa perchè desiderosa di im­porre ai figli un’educazione religiosa. Risultato: solo il 25% della comunità viene a messa e i più assidui sono gli anziani».

Forse perchè si tende ad aggrapparsi alla fe­de alla fine della vita e nel dolore. «E infatti i santuari sono pieni di gente che sta male. Viviamo nel benessere, i bisogni materiali sono più che soddisfatti e ci si è dimenticati della fame di Dio, perchè si può vivere anche senza e trovare altrove la felicità. Si è sazi di tutto, però nel momento del bisogno chi non si è costruito una forza spirituale, che consente di superare tut­to, crolla. Il mio digiuno è stata una mossa pre­ventiva, per dire al fedele: attento a non trascura­re l’interiorità, perchè arriverà il giorno in cui ti servirà».

La Chiesa però non fa granchè per adeguarsi ai tempi. «Io ci provo, con messe musicali per ragazzi e caramelle e cioccolata distribuite ai bambini a fi­ne messa».

La piaga dei preti pedofili non aiuta. «E’ vero, noi sacerdoti siamo in trincea e la gen­te ci giudica giorno per giorno per quello che fac­ciamo, non per ciò che diciamo. Non si può bara­re ed è giusto che chi sbaglia, paghi».

Come vede la battaglia di don Sante Sguotti, il prete-papà, contro il celibato dei preti? «L’obbligo deriva da una legge ecclesiastica, non divina, ma lo condivido: quando si trova il meglio non si ha bisogno di altro e poi io sono innamorato della mia missione. Se sei a disposi­zione degli altri full time, non hai tempo per una famiglia tua. In Veneto si dice che la moglie è la croce e il marito il crocefisso: noi preti la nostra croce l’abbiamo già, perchè andarcene a cercare un’altra?» (ride).

E il divorzio mediatico del premier Berlusco­ni: ha spostato i voti dei cattolici? «Ma no. Io sono a Campigo da dodici anni, co­nosco i miei parrocchiani uno per uno e so benis­simo cosa votano: un terzo Lega, un terzo Pd e un terzo Pdl. Continueranno così: i veneti sono con­creti e tolleranti, episodi simili hanno peso in America, non da noi».

E lei, cittadino del mondo, lo sa bene. «Sono nato in Australia, a Brisbane, da emi­granti, e a quattro anni sono tornato a Treviso. Mi sono diplomato ragioniere, ho fatto il barista a Jesolo e a 21 anni sono entrato in seminario. Conosco i problemi della gente, il prete veneto è un prete sociale: la mia parrocchia ha raccolto 4 mila euro per i terremotati e ha istituito un fondo per aiutare le famiglie in difficoltà a pagare la rata del mutuo, l’affitto, le bollette».

E’ tornato in trincea subito dopo il digiuno? «Sì, non ero per niente stanco. Ho mangiato due bruschette preparate dalle parrocchiane, ma non avevo fame, avrei potuto continuare la medi­tazione senza cibo. Non l’avevo mai fatta, ma so­no stato… da Dio».

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Michela Nicolussi Moro
08 maggio 2009

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fonte: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2009/8-maggio-2009/fa-sciopero-fame-troppi-disertano-messa-1501334168953.shtml