Archivio | maggio 10, 2009

INTERCETTAZIONI – Ingroia: ricerca di impunità di una classe politica incline a delinquere

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ROMA (10 maggio) – Intervenendo al Festival del giornalismo d’inchiesta, a Marsala, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ha detto che «la legge sulle intercettazioni che si sta tentando di far approvare al Parlamento è frutto della ricerca di impunità a tutti i costi di una classe politica incline a delinquere. E che ha paura della condanna morale dei cittadini. Per questo si vuole imbavagliare la stampa. Quando vennero approvate le leggi che hanno disincentivato e intimidito i collaboratori di giustizia ci dissero che avevamo a disposizione le intercettazioni per svolgere il nostro lavoro di pubblici ministeri. Il potere ha nostalgia della magistratura connivente degli anni ’60 e ’70, quella dei porti delle nebbie, degli insabbiamenti, di procuratori generali che dicevano che la mafia non esisteva. Siamo una democrazia dimezzata perchè non c’è opposizione, se si eccettua spezzoni di magistratura e parte della stampa. Le prospettive sono sconfortanti. La conquista di una democrazia piena dipende dalla gente».
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Scarpinato: democrazia in stato gravissimo. Al dibattito, moderato da Pino Corrias, ha partecipato anche il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, che ha affermato: «La democrazia, in Italia, oggi è in uno stato gravissimo. Al momento ci garantisce solo la Costituzione. Se questa viene modificata o cancellata, torneremo ad essere il paese di don Rodrigo. Il piduismo operava in segreto quello che adesso si fa alla luce del sole. Con la scomparsa della classe operaia e la smobilitazione delle masse, qualcuno s’è accorto di avere le mani libere. Ci hanno sequestrato la politica, le assemblee sono costituite da nominati dal principe. I pentiti sono stati demonizzati e i magistrati che volevano fare il proprio dovere, come De Magistris e Forleo, sono stati trasferiti». «È curioso – ha invece detto l’ex procuratore di Torino Bruno Tinti – che le intercettazioni che si vuol abolire siano quelle per i reati tipici della classe dirigente. La gogna mediatica? Ci sono situazione che, pur non penalmente rilevanti, la gente ha diritto a sapere». Al dibattito hanno partecipato anche Marco Travaglio, Luca Telese e Peter Gomez.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=57721&sez=HOME_INITALIA


IL GENIO ASSOLUTO IN MOSTRA – Dentro le macchine di Leonardo

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di Damiano Laterza

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Il genio di Leonardo è tutto nelle sue macchine? Sì. Ricostruite a partire dai celebri disegni contenuti in raccolte che prendono il nome di “Codici” – come quello “Atlantico” conservato a Milano e che ispira i manufatti oggetto di questa mostra – sono congegni raffinatissimi di una modernità senza precedenti. “Leonardo da Vinci – Il genio e le invenzioni” sarà a Roma per un anno, nel Palazzo della Cancelleria, attaccato alla Sacra Rota. Si può stare tranquilli, però: questa volta Dan Brown non c’entra. O, forse si. Perché i “codici” che hanno ispirato codesta ricostruzione minuziosa dei progetti del sommo artista rinascimentale, di esoterico hanno tutto (e non hanno niente). Nel senso che Leonardo, senza ombra di dubbio, fu il vate della rivoluzione tecnologica che avrebbe plasmato il mondo attuale. Nell’arco di pochi anni inventava: il paracadute, gli sci d’acqua, l’aliante, la bicicletta, la “fotocopiatrice”, il carro armato, la mitragliatrice, il proiettore, la sega “elettrica”, il cannone per le bombe a grappolo, il robot. E l’elenco si ferma qui per ovvie questioni di spazio. Meglio introdursi dentro scene di vita quotidiana ad armeggiar con questi marchingegni che nacquero mezzo migliaio di anni fa. Si stenta a crederlo, se non fosse che Leonardo era uomo che dedicò la vita alla conoscenza. Dallo studio dettagliato dell’anatomia umana e animale, il profeta di Vinci generò una serie di attrezzature utili a facilitare la vita dell’uomo “contemporaneo”. A dargli la possibilità di volare, aggrappato ad ali d’uccello e senza combustibile alcuno. Ovvero, solo con la propria forza. Ecco che l’uomo del Rinascimento inventato da Leonardo diviene protagonista della sua stessa epopea storica. Camminando sull’acqua, come Cristo. Riproducendosi a guisa di soldato metallico dai movimenti meccanizzati, degna scenografia dei trionfi del sovrano di turno. Elementi. Quelli che Leonardo sfida. Anzi, mette gli uomini in condizione di sfidarli. Ecco la password: gli umani battono la natura con l’ausilio delle macchine. E’ nata la cibernetica. La meccanica sarebbe diventata elettronica e infine, sequenza numerica. E Leonardo getta le basi. Scrivendolo all’incontrario. Ma illustrandolo limpidamente.
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Entrare nel carro armato è un’esperienza ai limiti dell’immaginabile. La forma ricorda vagamente un U.F.O. Il perimetro è attrezzato di roboanti cannoni. Il disegno da cui la riproduzione nasce è una sorta di storyboard composto di due immagini. A destra c’è il carro chiuso, pronto a sopraffare il nemico, anche in un senso di design d’avanguardia. Il Made in Italy pare trionfare anche nell’obsoleta industria bellica post-medioevale. A sinistra della tavola vergata dal maestro, il “blindato” appare in sezione. Aperto, è possibile visualizzarne la struttura interna e il funzionamento. Come in un manuale di montaggio IKEA, la simbologia rende efficacemente nozioni operative basandosi su pochi e semplici tratti. Anche nella semiotica, dunque, Leonardo fu maestro. Mai, però, quanto lo fu nel rivelare la necessità umana alla mobilità che (ri)nasceva all’alba dell’Evo moderno. Alcuni visitatori della kermesse romana, infatti, spontaneamente si stupiscono innanzi alla bicicletta di ciliegio massello – pesante quanto una Panda Special – con la quale ci riferiscono di immaginarsi il mite nonché vulcanico e barbuto scienziato bisessuale di Vinci, scorazzare per i colli fiorentini con i polpacci alla Pantani. E ancora, macchine teatrali, mulini a vento, l’anemometro (ancora oggi in uso), l’alzacolonna. Utilissimo nell’elevare o disinstallare obelischi. Ad uso e costumo del potere, svelandone l’essenza sempre mutevole. Equazioni meccaniche. Riduzioni di attriti mediante cuscinetti. Muscoli che si tendono e trasformano le braccia in ali, i piedi in pinne, le menti in calcolatori. Automazioni: oggettività supreme del mondo tecnocratico d’oggi. «La verità sola fu figliola del tempo» scrisse Leonardo, precorrendo se stesso.
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Leonardo da Vinci – Il genio e le invenzioni
Roma, Palazzo della Cancelleria
Fino al 30 aprile 2010
www.mostradileonardo.com

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10 maggio 2009
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SCIENZA – Trovato l’anello mancante dell’evoluzione: un Adapide di oltre 37 milioni di anni fa

LONDRA (10 maggio) – La Bbc ha preparato uno straordinario documentario, presentato da David Attenborough, in cui rivelerà la scoperta di uno scheletro fossilizzato che rappresenterebbe l’anello mancante dell’evoluzione umana. Secondo il Mail on Sunday il documentario è top secret, ma fonti negli Usa dicono che la rivoluzionaria scoperta verrà presentata il prossimo 19 maggio da un gruppo di scienziati e documentaristi a New York. In quell’occasione verrà presentato il primo scheletro intero mai trovato di un particolare tipo di un animale che si chiamava Adapide, battezzato Darwinius masillae: le ossa fossilizzate, che hanno dai 37 ai 47 milioni di anni, sono stati trovati nella cava Messel in Germania, un sito famoso per i suoi fossili.

L’animale, una femmina, somiglia a un lemure (il mammifero dalla lunga coda che vive in Madagascar). Attenborough spiegherà che i ricercatori hanno concluso che quell’animale non è semplicemente un antenato dei lemuri (mancano diverse caratteristiche), ma fa parte di un gruppo collegato di primati che si sarebbero evoluti in scimmie ed esseri umani.

Lo studio cui fa riferimento la Bbc verrà pubblicato dalla rivista angloamericana “Public library of science”. Philip Gingerich, presidente della Us paleontological society, co-autore dello studio, ha detto al Mail: «Ho esaminato questo scheletro, è incredibilmente completo e datato con precisione. Lo abbiamo tenuto nascosto perché non si può parlare di qualcosa finché non la capisci a fondo. Ora abbiamo capito, farà progredire la nostra conoscenza dell’evoluzione». Interpellato sul documentario Bbc, Sir David ha risposto: «Temo di non essere autorizzato a parlarne».

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=57689&sez=HOME_SCIENZA


PORTA LA SPORTA!

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clicca per collaborare con noiPerchè?

Perché usare per pochi minuti un oggetto che può durare anche cento anni ?
Stiamo parlando del sacchetto di plastica che spesso ci viene dato “gratuitamente “ma per cui tutti paghiamo un caro prezzo!
– Costituisce un’inutile spreco di risorse energetiche non rinnovabili, deriva dal petrolio
– Deturpa e inquina per centinaia di anni ogni luogo del pianeta
– Per opera di agenti naturali e attraverso scarichi e corsi d’acqua raggiunge mari e oceani dove diventa un serial killer.

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I sacchetti uccidono ogni anno oltre centomila esseri viventi:
mammiferi marini, tartarughe, uccelli,… che li inghiottono scambiandoli per cibo o che vi rimangono intrappolati morendo per fame o asfissia

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ORA LO SAI, PARTI DA QUESTO PICCOLO GESTO PER MODIFICARE STILI DI VITA INSOSTENIBILI, FAI UN USO INTELLIGENTE DELLE RISORSE DEL PIANETA ….

FAI COME NOI, SEMPRE E OVUNQUE PORTA LA SPORTA !

(scarica i ns. materiali per entrare in azione!!!)

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Martedì 05 Maggio 2009

Eliminazione dei sacchetti non biodegradabili, e l’Italia a che punto è ?

L’articolo apparso il 4 maggio su Repubblica riportato dalla nostra selezione News spiega molto chiaramente perchè nel nostro paese non entrerà in vigore nel 2010 alcun divieto di commercializzazione degli shopper in plastica. Lo stesso giorno il 4 maggio è invece scattato un bando agli shopper nell’ Australia del Sud annunciato il 31 dicembre 2008 e attivo dopo pochissimo tempo. Leggendo i contenuti del sito che supporta il bando, in 7 lingue tra cui l’italiano si percepisce che da parte di quel governo c’è molta convinzione, entusiasmo e soprattutto un grosso investimento in termini di educazione ambientale dei cittadini con l’attuazione di modalità di interazione che ne sollecitano e ottengono il coinvolgimento. Perchè in Italia non si realizzano progetti di questa portata e durata che coinvolgono grandi fasce della popolazione perchè non si scommette sulla parte responsabile e sensibile ai temi ambientali della società e sull’effetto di imitazione virtuosa che ne potrebbe conseguire?

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Abbiamo chiesto un parere in merito a Roberto Cavallo, esperto in tematiche di sostenibilità ambientale che riportiamo integralmente a seguito e che, a nostro parere “ non fa una grinza” .

“La posizione riportata dalla stampa negli scorsi giorni relativa alla mancata presa di posizione da parte dell’Italia sulla messa al bando dei sacchetti di plastica è indice di un comportamento diffuso del nostro paese nei confronti delle norme comunitarie.
Ci si arrocca spesso nell’interpretazione letterale e settoriale perdendo di vista l’inquadramento complessivo della norma stessa.
Ci si nasconde dietro al fatto che si tratta di una semplice raccomandazione o comunicazione e non di una direttiva da recepire.
Ora la questione dell’abolizione dei sacchetti di plastica non andrebbe vista come il possibile recepimento della norma EN 13432 che si limita a dare raccomandazioni e soluzioni senza imporre nulla, ma inquadrata nel senso più ampio delle norme vigenti.

Ad esempio l’art. 4 della nuova direttiva comunitaria 98/2008/CE che impone la gerarchia gestionale dei rifiuti basata su 5 livelli:

– prevenzione;
– riuso;
– riciclaggio;
– altri recuperi tra cui quello di energia;
– smaltimento finale.

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In questo quadro è del tutto evidente che il sacchetto di plastica andrebbe prima di tutto evitato, in secondo luogo sostituito con materiale durevole e solo in terzo luogo riciclato.
Se poi si volesse proseguire nel lavoro, tutto italico, di azzeccagarbugli e si volesse sostenere che il sacchetto di plastica lo si può sempre ripiegare, tenere nel cassetto e riutilizzare più volte, fino a quando, contenendo altri rifiuti, lo si abbandona in una discarica od inceneritore, occorrerebbe ricordare che, sempre la nuova direttiva, all’art. 4 comma 2 ci dice che “Nell’applicare la gerarchia dei rifiuti, gli Stati membri adottano misure volte a incoraggiare le opzioni che danno il miglior risultato ambientale complessivo… in termini di ciclo di vita in relazione agli impatti complessivi della produzione e della gestione di tali rifiuti.

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fonte: http://www.portalasporta.it/

CINISI – In migliaia ricordano Peppino Impastato

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Trentuno anni dopo. Migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno partecipato ieri a Cinisi alla manifestazione davanti alla sede di Radio Aut, l’emittente dalla quale Peppino Impastato e i suoi compagni denunciavano e ridicolizzavano i boss mafiosi locali.
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Radio Aut è stato il luogo di partenza del corteo che ha ripercorso gli ultimi passi di Impastato la sera del suo assassinio, avvenuto il 9 maggio del 1978.
«Pensavamo – dice Giovanni Impastato, fratello di Peppino – che dopo la grandissima affluenza dell’anno scorso per il trentennale della morte, quest’edizione sarebbe stata meno partecipata. Invece sono migliaia i giovani venuti da tutta l’Italia per ricordare mio fratello. Evidentemente credono fortemente nel messaggio di rottura lanciato da Peppino. Un messaggio ancora molto attuale a fronte di una situazione politica che tende a schiacciare su due soli blocchi il pensiero politico nazionale, lasciando ai margini l’opposizione critica».
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Solo nel 2002 Tano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo come mandante del delitto, per anni archiviato come incidente da inquirenti che avevano accreditato la tesi secondo la quale Peppino sarebbe morto mentre stava preparando un attentato dinamitardo. Nel 2000 la commissione parlamentare Antimafia ha approvato un relazione in cui si afferma che rappresentanti delle istituzioni hanno depistato le indagini. Recentemente, l’ultimo covo di Totò Riina, la villa in via Bernini a Palermo, è stato assegnato al Centro Peppino Impastato.

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10 maggio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/84617/migliaia_ricordano_peppino_impastato

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peppino impastato – una vita contro la mafia

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La voce di Peppino su
“Radio Aut”

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“La cretina commedia”

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Note tecniche: i file si possono scaricare e salvare sul disco fisso premendo il tasto destro  del mouse sui link e selezionando “Salva oggetto con nome..”, oppure si può ascoltare  immediatamente in streaming la trasmissione (va benissimo anche un modem a 56K) premendo il  tasto sinistro del mouse sul link  tramite windows media player.
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Albergo in Tirolo rifiuta famiglia ebrea e a Mauthausen irrompono i nazisti

Due episodi di antisemitismo in Austria: Nel lager era in corso una commemorazione

La proprietaria del residence “Haus Sonnenhof” di Serfaus: «Con loro in passato cattive esperienze»

https://i2.wp.com/www.tschuggmall.com/img/serfaus_winter.jpgSerfaus

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MILANO – Due gravi episodi di antisemitismo in Austria: un gruppo di neonazisti incappucciati ha urlato “Heil Hitler” alla cerimonia in ricordo della liberazione del campo di concentramento di Mauthausen e un albergatore tirolese non ha accettato la prenotazione di una famiglia ebrea di Vienna. Secondo la versione del quotidiano Tiroler Tageszeitung, Irmgard Monz, proprietaria del residence “Haus Sonnenhof” di Serfaus, località a circa 30 chilometri dal confine con l’Italia, ha rifiutato la prenotazione di un nucleo familiare di sette persone sostenendo di aver avuto «cattive esperienze» in passato con clienti ebrei. Serfaus, spiega il giornale tirolese, è diventata negli ultimi anni una meta turistica privilegiata per le famiglie ebree austriache, tanto che molti alberghi offrono cucina kosher. Il turista, padre di cinque figli, ha dichiarato al giornale che non intende trascorrere le vacanze «in un posto di razzisti». La proprietaria di un altro albergo, Petra Micheluzzi, ha detto che un incidente del genere rischia di «danneggiare l’immagine» di tutta Serfaus. La comunità ebraica del Tirolo ha stigmatizzato l’episodio. «È terribile», ha detto la presidente Esther Fritsch. «Fino ad ora non c’erano stati episodi del genere», ha aggiunto.

https://i2.wp.com/holocaustmusic.ort.org/uploads/pics/View_of_the_main_gate_to_the_Mauthausen_concentration_camp.__Photograph__74451_.jpgMauthausen
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IRRUZIONE DI NEONAZISTI A MAUTHAUSEN
Ma l’Austria si è macchiata anche di un altro episodio di antisemitismo: un gruppo di neonazisti incappucciati ha fatto irruzione alla cerimonia per la commemorazione in ricordo della liberazione del campo di concentramento nazista di Mauthausen. Secondo alcuni testimoni, tra cui il presidente del Comitato Mauthausen, Willi Mernyi, i neo-nazisti, vestiti di nero, hanno fatto irruzione mentre era in corso di svolgimento la cerimonia nel vicino campo di Ebensee, urlando le parole “Heil Hitler” e facendo il saluto nazista, prima di darsi alla fuga.

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10 maggio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_10/austria_nazisti_4f3657da-3d8a-11de-bd09-00144f02aabc.shtml

ANALISI – Tra stragi di Stato e disperate rivolte / Dossier sicurezza

Tra stragi di Stato e disperate rivolte

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di Maria Matteo

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Facendo seguito al dossier da lei curato sullo scorso numero (qui riportato a fine articolo n.d.m.), Maria Matteo prosegue l’analisi del nuovo razzismo di Stato.

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Tutto comincia a Lampedusa. L’isola che Maroni intende trasformare in un carcere per immigrati in attesa di deportazione.
A Lampedusa i cinque/seimila abitanti vivono di turismo e poco altro. Le tartarughe se la passano meglio della gente, perché hanno una clinica tutta per loro, mentre nell’isola non c’è un ospedale. Quando il mare è brutto i traghetti non arrivano e ti tocca arrangiarti con quello che c’è.
Lampedusa è la prima frontiera dell’Europa dei muri. Chi ci arriva ha passato e visto tutto: porta incisi nel corpo e nella testa il deserto, la violenza dei guardiani ai confini, che picchiano, stuprano, derubano. Poi viene il tempo dell’attesa davanti al mare.
Già il mare. Il 30 marzo se ne è mangiati 500 in una sola notte: così quei cinquecento hanno avuto l’onore di qualche riga in cronaca. Gli altri, quelli che muoiono tutti i giorni lungo le rotte della disperazione, a volte guadagnano un trafiletto, spesso nemmeno quello.
Il ministro dell’Interno di fronte ad una tragedia più vistosa delle altre ha reagito annunciando intensi pattugliamenti in mare. Nuove, più crudeli, tragedie si profilano all’orizzonte. Ricordiamo un’altra primavera, quella del 1997. Il 28 marzo di quell’anno la nave albanese Kater I Rades affondava nell’Adriatico: era stata speronata da una corvetta della Marina Militare Italiana, la Sibilla. Morirono 106 persone, colpevoli di fuggire alla guerra civile scoppiata nel loro paese.
Non fu un “incidente”. Il governo di centro sinistra guidato da Romano Prodi, in accordo con quello albanese, aveva decretato il blocco navale. Pochi giorni prima, la presidente della Camera, Irene Pivetti, allora in versione beghina leghista, aveva chiesto che i profughi venissero gettati a mare. Detto fatto: missione compiuta.
Dodici anni dopo il ministro dell’Interno è il leghista Maroni, che sta trattando con la Libia le condizioni per un nuovo blocco navale. La vita di tanti è disputata in un vero mercato di carne umana: le trattative le fanno nei palazzi del governo. Nell’indifferenza dei più, tra il plauso di troppi.

Una galera su uno scoglio

Torniamo a Lampedusa, arido confine di un’Europa che non somiglia a quella da supermercato e reclame TV: belle macchine, belle fighe, belle case, la cucina più amata, un imprenditore puttaniere come presidente, le veline in mutande, i ragazzi da copertina, il ferrari testa rossa. E poi Zidane, Ibra: anche arabi e zingari ce la possono fare. Corri, ragazzo corri: i tuoi ti hanno dato tutto quello che avevano, tu sei giovane, sei robusto vai là e manda qui un frammento di luci del varietà. Non sarà facile, lo sai già che non sarà facile, ma se arrivi poi un modo lo trovi.
Invece no. Tutto chiuso, solo Lampedusa, una galera su uno scoglio. Anche quelli fuori si accorgono della fregatura: alla fine sono sulla stessa barca di quegli stranieri tutti uguali che giorno dopo giorno, da anni e anni approdano qui. E pensare che avevano mandato in parlamento una di loro, eletta nelle liste del leghista Maroni, una terrona nella Lega Nord, sì nella Lega Nord, perché mica siamo mori, mica siamo negri. Siamo sul bordo, ma dentro, dentro, non fuori. Poi il bordo è diventato margine, terra di nessuno, non luogo dove stipare tutti in attesa della deportazione. Così il vento ha cominciato a cambiare anche a Lampedusa. Qualcuno si sta organizzando contro il ritorno all’isola-colonia penale, roba dei primi tempi dopo l’annessione all’Italia savoiarda.
Il 18 febbraio, tra gli immigrati stipati nel CIE, scoppia la rivolta e un intero padiglione va a fuoco. Un fuoco che, a poco a poco, si è esteso nei CIE della penisola. Le immagini di quel fuoco sono rimbalzate nelle prigioni per migranti ed hanno covato sotto la cenere. A fine febbraio il governo ha deciso per decreto di prolungare da due a sei mesi la detenzione nei CIE. (1)

Urla nel silenzio

Da allora è partita una disperata resistenza.
Nei CIE di Torino, Milano, Roma, Bari, Gradisca, Bologna, Trapani ci sono stati scioperi della fame, materassi bruciati, proteste sui tetti. A Bari per giorni quasi tutti hanno rifiutato il cibo: in tre si sono cuciti la bocca. Si, proprio così: con ago e filo a legare le labbra. A Trapani c’è stato un principio di rivolta quando un prigioniero si è tagliato con una lametta. A Bologna in due sono saliti sul tetto perché volevano uscire: uno l’hanno poi portato a Milano, dove è nuovamente salito sul tetto. Quelli che protestano o li deportano subito o li trasferiscono. Così le notizie rimbalzano, i contatti crescono, il filo rosso delle lotte si intreccia in ogni angolo della penisola.
Ma è la protesta di pochi: i più stanno a guardare, sperano di cavarsela, sono convinti che allo scadere del sessantesimo giorno usciranno. Poi non succede e allora qualcosa si rompe. A Torino un ragazzo che aveva aspettato buono buono i “suoi” sessantagiorni, quando questi passano e non lo liberano, comincia da solo uno sciopero della fame.
Sempre a Torino il 21 marzo il cortile del CIE si è sporcato di sangue. Il sangue di due tunisini che si sono incisi a fondo le braccia. Era il “loro” giorno: li attendevano le camionette che li avrebbero condotti al porto di Genova per imbarcarli a forza verso un paese dove non potevano né volevano più vivere.
Il video di quel sangue – fatto uscire di nascosto dalla prigione – è stato cancellato da youtube perché certe brutture non si devono vedere. Robe dell’altro mondo, il mondo separato dei “clandestini”, uomini e donne dichiarati illegali, rinchiusi in attesa di deportazione. Per loro soprusi, pestaggi, cure negate, sedativi nel cibo sono pane quotidiano. E, a volte, ci scappa anche il morto. Come a Torino, il 23 maggio scorso, quando un immigrato, lasciato senza assistenza, è morto di polmonite. A Roma un algerino stava male: è stato curato a manganellate ed è morto nella sua cella il 19 marzo. In entrambi i casi era la Croce Rossa a gestire il CIE, dove, come dissero la scorsa primavera alcuni immigrati rinchiusi in corso Brunelleschi, “Si sta come cani al canile. Gridi e nessuno ascolta”.
Ovunque, nelle gabbie per uomini e donne, si levano urla. Urla nel silenzio.
A volte capita la botta di culo. A Torino a fine marzo, approfittando della distrazione dei guardiani, in sette saltano il muro. Due ce la fanno: per gli altri la solita dose di calci e pugni.
Da qualche tempo c’è chi prova a mettersi in contatto, facendo girare numeri di telefono nei CIE: molti chiamano, raccontano le loro storie, chiedono una mano.
C’è uno che ha lavorato in provincia di Padova per dieci anni sempre nella stessa ditta: testa bassa e niente storie. Poi un giorno balordo, di quelli che capitano a tutti prima o dopo, beve un po’ troppo e fa una cazzata. Perde il lavoro, non ne trova un altro e così gli scadono i documenti. Chiuso nel CIE si chiede cosa farà in un paese di cui quasi non ricorda la lingua, che non sente più suo. A Milano ogni tanto la polizia fa il giro dei cantieri e delle officine e preleva il suo carico umano direttamente sul posto di lavoro. Il giorno dopo, i fortunati, quelli scampati alla retata, piegheranno ancor più la schiena. La propaganda racconta che nei CIE finiscono i delinquenti, ma la realtà è diversa, molto diversa.

Storie disperate

Tira aria grama non solo nei CIE.
Un ragazzino afgano, quattordici anni di guerra e miseria, entra in Italia sotto un camion: resta aggrappato per 13 ore. Poi cade. La vicenda colpisce, i giornali ne parlano, seminando un po’ di commozione usa e getta, oggi buona, domani già appassita. Nessuno, o quasi, ricorda che in Afganistan ci sono quelli dell’esercito italiano, che sono lì a fare la guerra. No, scusate. Fanno peace keeping. Sono lì, quelli italiani in particolare, per insegnare le tecniche ai poliziotti e la giustizia ai giudici. Roba che nemmeno Totò se la sarebbe sceneggiata. Non avrebbe avuto il coraggio di far ridere di fronte alle donne afgane chiuse in casa e stuprate per legge. Anche quella del piccolo afgano è una vicenda di tutti i giorni: basta scorrere le cronache per trovarne traccia, ma le storie che nessuno le racconta sono certo di più.
Questo primo scorcio di primavera ci regala un altro anticipo del pacchetto sicurezza. Qua è là, nelle periferie urbane già si mormorava di quel tale medico che aveva denunciato qualcuno, di un Pronto Soccorso dove era meglio non andare. In febbraio c’è la prima morta. Una ragazza nigeriana malata di tubercolosi, prostituta e clandestina, sta male, sta sempre peggio ma non va in ospedale, perché teme che da lì al CIE la strada sia diretta. Muore in mezzo ad una strada, così come era vissuta, merce a poco prezzo. Usa, getta e comprane un’altra.
All’inizio di aprile si diffonde la storia di Kante, Traore e Abu. Sono profughi della Costa D’Avorio, un paese che porta sin nel nome l’impronta della schiavitù coloniale. Kante è vedova: suo marito è stato ammazzato sulla porta di casa dalle milizie governative e lei è venuta in Italia, a Napoli, per cercare un futuro. Il 5 marzo va al Fatebenefratelli per partorire un bambino, Abu, figlio del suo nuovo compagno, Traore, anche lui esule in attesa del riconoscimento dell’asilo politico. Un parto tranquillo, un bel bambino. Kante è ancora in sala parto quando qualcuno dall’ospedale manda un fax in questura per segnalare la “clandestina”. Seguono 12 giorni di inferno burocratico, durante i quali l’ospedale sequestra Abu, non permette né alla madre né al padre di vederlo. Poi le carte raccontano la loro storia e l’ospedale rilascia il piccolo. È finita con un po’ di paura e tanta rabbia ma poteva andare peggio. Molto peggio. Tra poco, per legge, quelle come Kante dovranno scegliere tra un parto clandestino e il rischio di perdere il figlio. Forse l’Afganistan non è così lontano.

Ma non è una festa

A Milano la pioggia diresti che è una benedizione insperata: ti lava l’aria e l’asfalto è lucido come per una festa. Non sotto il ponte Bacula, però. Lì, tra le baracche dei rom, il fango si impasta con i rifiuti di una vita precaria, vita da baraccati, tra topi, razzisti e sbirri. Il 31 marzo la pioggia è impietosa. La polizia arriva in forze: fuori tutti, via da qua, non importa dove, non importa che ci sono bambini piccoli, non importa che siamo in un posto da bestie. Neanche qua potete stare. Lo scorso anno buona parte dei 250 zingari di Bacula venne sgomberata dalla Bovisa. Ma la Milano Moratti/De Corato i poveri proprio non li vuole da nessuna parte: brutta immagine per la città dell’Expò. Le baracche vengono abbattute, la gente rovista per recuperare qualcosa, poi si disperde nel ventre della metropoli. Restano in venti, fradici e senza un dove. Si prendono una casa fatiscente per passare la notte: gli uomini in divisa promettono di non toccarli sino all’alba, ma mentono. Aspettano che gli antirazzisti vadano via e poi entrano, picchiano e ributtano tutti in strada. Due bambini hanno meno di un anno. Fuori l’asfalto bagnato riflette e moltiplica le luci. Ma non è una festa.

Maria Matteo

1 (cfr. sullo scorso numero di “A” Un soldato per ogni bella donna).

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

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dossier sul pacchetto sicurezza e dintorni

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Uomini e no
a cura di Maria Matteo


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Viviamo tempi grami, tempi feroci e folli, tempi di guerra.
La guerra contro i poveri e gli immigrati, la guerra contro chiunque si opponga alla barbarie che avanza.
In questo dossier un’analisi del decreto sicurezza e delle altre norme razziste e repressive che sanciscono che vi sono uomini e no, donne e no.
La dura materialità delle relazioni sociali, dove la schiavitù del lavoro diviene metafora reale del nostro tempo, viene consacrata dalla legge.
La vergogna dei Centri di Identificazione ed Espulsione, la libertà femminile ostaggio dell’isteria securitaria, la leggenda nera delle zingare che rapiscono i bambini, la paura e la furia, che segnano in profondo questo primo scorcio di secolo, sono tra i temi centrali di questo dossier.
Una sorta di breve ricognizione sul consolidarsi, nelle coscienze come nelle leggi, di uno stato di polizia. Uno strumento in più per capire, per informare, per agire.
Piovono pietre e nessuno può stare al riparo in attesa di tempi migliori: mettersi in mezzo è un’urgenza ineludibile.
Se non ora, quando? Se non io, chi per me?

Maria Matteo

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Sommario
Maria Matteo Oltre il deserto
Simone Bisacca Stato di polizia
TAZ L’Europa dei muri
Robertino Pornografia securitaria e tolleranza zero
R.B. La favola nera delle zingare rapitrici di bambini
Federazione Anarchica Torinese Pacchetto sicurezza: quando la povertà diventa reato
Ma.Ma. Un soldato per ogni bella donna

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/343/23.htm

Corteo neonazista anti-immigrati e ad Atene è guerriglia urbana

Ieri tensione e scontri nella capitale greca

I militanti di ultradestra protestano contro i clandestini

Tafferugli anche tra polizia e gruppi di estrema sinistra

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Corteo neonazista anti-immigrati e ad Atene è guerriglia urbanaGli scontri ad Atene

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ATENE – Polizia, giovani di estrema destra, immigrati e gruppi di estrema sinistra si sono scontrati ieri nella capitale greca, in una catena di disordini innescata da una protesta contro un gruppo di clandestini messa in atto da circa 300 neonazisti del gruppo “Chryssi Avghi” (Alba d’oro).

Dopo essersi radunati nella centrale piazza Omonia, i naziskin si sono diretti verso la ex sede della Corte d’appello, da qualche settimana occupata da circa 500 immigrati a rischio di espulsione. Al grido di “via dalla Grecia” e facendo il saluto nazista, gli attivisti di Chryssi Avghi hanno iniziato a lanciare petardi e altri oggetti contro l’edificio, da dove per tutta risposta è partita una fitta sassaiola. A quel punto gli agenti anti-sommossa sono intervenuti con i lacrimogeni per sgomberare la zona.

In precedenza, circa 150 giovani
di estrema sinistra che stavano protestando contro “il raduno razzista” della destra avevano attaccato le forze dell’ordine con bottiglie incendiarie nei pressi del Politecnico di Atene, considerata una roccaforte di autonomi e anarchici. La polizia anche in questo caso ha fatto uso di gas lacrimogeni e i giovani si sono rifugiati nei locali dell’istituto universitario, dove le forze dell’ordine non sono autorizzate a entrare. Tre persone sono state fermate.

Anche varie Ong hanno preso le difese dei clandestini, denunciando le condizioni in cui sono costretti a vivere e chiedendo alle autorità di rinunciare alla loro espulsione.

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10 maggio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/grecia-scontri/grecia-scontri/grecia-scontri.html?rss

Crisi, Franceschini a Berlusconi: “Il Paese non è il tuo reality”

Intervenendo a un incontro organizzato dal prodiano Santagata il leader Pd parla anche di terremoto, referendum ed elezioni: “Avranno un impatto sulla democrazia”

Attacco al premier: invece di andare tra orafi e antiquari giri nell’Italia reale

“Il governo sta occultando scientificamente la situazione”

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Crisi, Franceschini a Berlusconi "Il Paese non è il tuo reality"Dario Franceschini

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ROMA – Il leader del Pd torna ad attaccare il premier, sul terreno della crisi economica. Chiedendogli di girare “un po’ per il Paese reale”, per vedere la situazione che è e resta preoccupante. Dario Franceschini lancia la sfida intervendo a una manifestazione della community “Incontriamoci” dell’ex ministro prodiano Giulio Santagata. “Dice – ironizza il seggretario democratico, riferendosi alla passeggiata del Cavaliere in una via del centro di Roma – che parla con tutti, che gli piace scambiare opinioni con i tassisti, stare con la gente comune, poi ieri è andato a fare un’immersione nel mondo reale a via dei Coronari tra gli orafi e gli antiquari…”.

La crisi occultata. “L’Italia – aggiunge Franceschini – non è via dei Coronari, è un’altra cosa, molto diversa. Lui si è costruito questo grande reality, in cui si è imprigionato e in cui vorrebbe coinvolgere anche il Paese”. E ancora: “Emergono ogni giorno tante cose scientificamente mirate a coprire la crisi. Ma io sono stufo di sentir dire che Berlusconi e i ministri non vogliono sentir parlare della crisi. Vorrebbero una opposizione addomesticata e silenziosa, complice di questa copertura intollerabile”.

Il terremoto. Dopo le parole sulle coperture del “decreto Abruzzo”, dice Franceschini, “sono stato aggredito con insulti da esponenti della maggioranza che sembravano fare a gara tra loro… forse mandano in televisione quello che insulta di più”. “Noi – prosegue – abbiamo sempre detto che su questo tema serve un atteggiamento responsabile. Abbiamo pronunciato parole positive sul lavoro dei volontari della Protezione civile, ma abbiamo anche detto che da parte dell’opposizione ci deve essere un ruolo di controllo”.
Le Europee. Il leader del Pd dice no “all’astensione o al voto di protesta, perchè quello per Di Pietro non può essere altro che un voto di protesta” dato che “il voto alle Europee avrà un impatto sulla qualità futura della democrazia in Italia”. E la questione si giocherà “sul distacco tra il Pd e Berlusconi”: “Rischiamo di risvegliarci in un Paese con un padrone assoluto”.

I problemi interni al partito. Franceschini sostiene che “la litigiosità è quasi sospesa”. Anche se, aggiunge, “non si può impedire alle persone di esprimere la loro opinione”.

Il referendum. Il segretario ricorda che il Pd ha preso una decisione sulla quale gli organismi direttivi del partito si sono espressi, e non ci possono essere “meccanismi da cane di Pavlov”, per cui “siccome Berlusconi passeggiando per Varsavia ha detto che vota sì”, allora viene rimessa in discussione la decisione. Anche perché se vincessero il no o l’astensione il messaggio sarebbe “la legge non si cambia più”.

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10 maggio 2009
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