Archivio | maggio 11, 2009

“Taxi to the dark side”: Storia di Dilawar, ragazzo innocente ucciso dai torturatori americani

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Arriva nelle nostre sale il docufilm premio Oscar “Taxi to the dark side”
Diretto da Alex Gibney, parte dal racconto della morte atroce di un giovane agfano…

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Una pellicola-shock che indaga sul lato oscuro della “guerra al terrore”
In un tour dell’orrore che da Bagram porta ad Abu Ghraib e a Guantanamo

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di CLAUDIA MORGOGLIONE

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ROMA – L’orrore intollerabile, la violenza pura di certi momenti storici, si svelano con più forza se ci si allontana dai grandi numeri. Focalizzando l’attenzione su un’unica persona. Una vittima. Un innocente. Con un volto, un nome, una famiglia, una vita spezzata. Ed è proprio questa l’operazione compiuta da uno dei più scioccanti docufilm degli ultimi anni: Taxi to the dark side. Centrato, appunto, sulla storia di un singolo essere umano: un giovane tassista chiamato Dilawar, residente in una sperduta provincia afgana, che la sera del primo dicembre 2002 caricò nella sua vettura tre passeggeri. E non fece più ritorno…

Potrebbe sembrare solo una delle innumerevoli vicende tragiche, in un paese dilaniato. Ma Dilawar non è stato ucciso dai Talebani. No, lui è stato strappato alla sua povera famiglia di agricoltori – al padre, al fratello, alla moglie, alla figlia piccola – perché finito per caso in una retata anti-ribelli, e rinchiuso nella prigione militare-lager americana di Bagram. Dove, cinque giorni più tardi, il suo cuore smise di battere: fu sottoposto a torture fisiche, psicologiche e sensoriali, tenuto sempre incappucciato e incatenato in piedi con le braccia alzate, le gambe completamente spappolate per i calci ricevuti (il verbo “spappolare” è utilizzato nel suo referto dal medico legale). Malgrado i suoi aguzzini fossero già convinti della sua innocenza.

E dunque questo bellissimo e fortissimo film made in Usa in arrivo nelle nostre sale (il 22 maggio, distribuito da Ripley’s), vincitore dell’Oscar 2008 per il miglior documentario, diretto dallo specialista del genere Alex Gibney, concentra molta della sua attenzione sul caso di Dilawar. Ma non si ferma lì: seguendo il filo rosso della guerra al terrore, dalla prigione di Bagram si sposta ad Abu Ghraib, poi a Guantanamo, e infine a Washington. In una catena di abusi e torture di ogni genere, autorizzate, implicitamente e in certi casi esplicitamente, dai massimi vertici Usa: George W. Bush, il vicepresidente Dick Cheney, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.


“La storia di Dilawar – ha confermato il regista – si è rivelata cruciale per scoprire come dietro la rete detentiva ci fosse una pratica basata sulla tortura. Quanto alla vicenda del povero tassista, quello che mi ha colpito di più è la confessione di un soldato di servizio a Bagram, che racconta come nonostante fossero convinti della sua innocenza continuarono a colpirlo alle gambe. Questo particolare mi è sembrato subito cruciale: ogni divieto era stato rimosso, il lato oscuro della coscienza umana era del tutto senza freni”.

Tutte tesi dimostrate, nel film, con ricostruzioni documentali e testimoniali rigorose; con una durezza di approccio che fa sembrare un’opera come Fahrenheit 9/11 di Michael Moore roba per ragazzini; con una completezza di scenario che il giornalismo, per motivi di spazio, non può permettersi. Insomma, in casi come questi, il cinema di denuncia, sia esso documentario o di fiction, davvero aiuta a comprendere più di qualsiasi altro mezzo.

E allora chi ha voglia di conoscere uno degli eventi chiave di questo inizio Millennio – l’America che abdica ai suoi principi costituzionali in nome della guerra al terrore – deve farsi forza, andare al cinema e attraversarli, questi 107 minuti di orrore puro. In cui i singoli torturatori – ad esempio gli aguzzini che dopo un reportage del New York Times sulla morte di Dilawar furono processati e condannati per aggressione e altri reati – sono mostrati solo come degli ingranaggi, rozzi e ignoranti, di una catena di comando che invece sapeva bene dove si andava a parare.

Ma non basta. Perché la pellicola mostra come la tortura non sia solo terribile ma anche inutile. “Le rivelazioni vere si ottengono solo se instauri con l’interrogato un rapporto di fiducia”, rivela alla telecamera un dirigente dell’Fbi in pensione. Per non parlare della follia di una struttura come Guantanamo: solo il 7% dei prigionieri è stato portato lì dopo essere stato catturato da soldati americani o alleati, tutti gli altri sono stati “venduti” da altri iracheni o afgani in cambio di sostanziose ricompense in denaro; e solo l’1%, si dice ancora nel film, si sono rivelati effettivamente dei terroristi.

E a proposito di Guantanamo, bisogna ricordare che il giorno dopo il suo insediamento Barack Obama ne ha sospeso l’operatività. Ma adesso, secondo quanto rivelato negli ultimi giorni dai giornali americani, vuole creare nuovi tribunali militari speciali per i presunti terroristi; anche se più “umani”, con più diritti per i detenuti. E chissà se questo basterà, a evitare che il cuore di tenebra si scateni ancora.

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11 maggio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/spettacoli_e_cultura/taxi-dark/taxi-dark/taxi-dark.html?rss

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Il padre e la figlia di Dilawar / altre immagini qui

Spagna, la “pillola del giorno dopo” senza ricetta anche alle minorenni

Lo ha annunciato il ministro spagnolo della Sanità Trinidad Jimenez

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Fra tre mesi il farmaco si venderà liberamente nelle farmacie iberiche senza ricetta e a donne di tutte le età

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MADRID – La “pillola del giorno dopo” si venderà liberamente nelle farmacie spagnole senza ricetta e a donne di tutte le età. Lo ha annunciato il ministro spagnolo della Sanità Trinidad Jimenez, secondo quanto riferisce l’edizione elettronica del quotidiano El Pais. La pillola sarà in vendita libera in tutte le farmacie fra tre mesi. Questo è infatti il tempo che impiegherà l’Agenzia spagnola del farmaco per includerla nel catalogo dei medicinali senza prescrizione. «Le cifre ci dicono che abbiamo un problema che dobbiamo affrontare con urgenza e il nostro obbligo è facilitare l’accesso a metodi anticoncezionali», ha detto Jimenez.

GLI ABORTI – Nel 2007 gli aborti di donne minorenni sono stati più di 6 mila in Spagna. Di questi circa 500 sono stati praticati su ragazze non ancora quindicenni. Il ministro della sanità ha spiegato che verranno cosi eliminati i problemi che avevano le ragazze più giovani ad accedere al farmaco. Finora infatti dovevano spesso passare da più di un consultorio per trovare un medico che fosse d’accordo a prescrivere la “pillola del giorno dopo”.

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11 maggio 2009

fonte: http://www.corriere.it/cronache/09_maggio_11/spagna_pillola_giorno_dopo_via_libera_db0b76ea-3e3a-11de-b135-00144f02aabc.shtml

comecosa

Battisti: «Non lascio scegliere la mia morte ad altri, non arriverò vivo in Italia»

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La Russa: «Suicidio? Poteva pensarci dopo gli omicidi»
Frattini: «L’Italia non accetta segnali di indulgenze o amnistia»

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ROMA (11 maggio) – Cesare Battisti, intervistato dalla tv Arte nel carcere brasiliano di Papuda, dove attende la sentenza per l’estradizione, ha detto «non andrò in Italia, non arriverò vivo in Italia, ho troppa paura. Ci sono cose che si possono ancora scegliere, come il momento della propria morte. Non penso che lascerò scegliere la mia morte agli altri, all’ingiustizia del governo italiano». L’ex terrorista ha detto di vivere molto male la reclusione e ribadisce la sua innocenza: «Dopo 30 anni mi mettono in prigione per crimini che non ho mai commesso. Non ho mai ucciso, ma ho fatto parte di un’organizzazione armata, ho fatto delle rapine, ero un militante qualunque e mi hanno fatto diventare un mostro, un assassino». L’intervista sarà trasmessa sulla rete franco-tedesca sabato prossimo alle 19.

La Russa: suicidio? Poteva pensarci dopo gli omicidi. Diverse le reazioni alle affermazioni di Battisti. Per il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, «quella di Battisti è una sfrontatezza senza limiti. Se davvero meditava il suicidio avrebbe potuto pensarci dopo gli omicidi da lui commessi». Mentre Gianpiero D’Alia, presidente dei senatori Udc, dice: «Battisti ha paura dell’Italia? È il nostro Paese, semmai, che ha avuto paura e continua ad averne di terroristi efferati come lui. Le sue vergognose dichiarazioni dall’esilio dorato sudamericano infangano ancora una volta la memoria delle vittime della sua carriera terroristica e irridono famiglie che attendono giustizia da troppo tempo. Se il Brasile non restituirà Battisti all’Italia non ci sarà altra soluzione che interrompere ogni tipo di relazione tra gli Stati: non si può condividere nulla con chi ha gli stessi canoni di giustizia di un terrorista pluriomicida». Secondo Daniela Santanché, leader di Movimento per l’Italia, per Cesare Battisti la morte sarebbe «una soluzione troppo semplice. Battisti deve tornare vivo in Italia. E qui dovrà scontare tutta la sua pena. Ciò per rispetto delle vittime.

Frattini: non accettiamo segnali di indulgenze. Sul caso è intervenuto nuovamente il ministro degli Esteri, Franco Frattini. L’Italia «non accetta segnali di indulgenze» o di «amnistia» per i terroristi, e in particolare «nel caso di Cesare Battisti», ha detto Frattini, concludendo un seminario in memoria di Aldo Moro alla Farnesina. Il ministro ha detto che il caso Moro ricorda «la pericolosità di indulgenze nei confronti dei terroristi» e ha perciò bocciato le richieste di chi «parla acriticamente di amnistia. Avrei voluto vedere un’azione più corale e bipartisan dopo le parole del Capo dello Stato», ha detto riferendosi all’appello lanciato da Giorno Napolitano in occasione della giornata in ricordo delle vittime del terrorismo. Invece, secondo Frattini, «il nostro Paese non ha saputo unirsi con fermezza attorno alle parole» del presidente della Repubblica.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=57838&sez=HOME_NELMONDO


Per riformare la sanità Usa Obama parte dal taglio dei costi dei farmaci

«Soddisfazione» per la proposta del settore farmaceutico di ridurre i costi di 2mila miliardi in 10 anni

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Barack Obama (Ansa)
Barack Obama (Ansa)

WASHINGTON – Barak Obama ha un sogno: quello della riforma sanitaria nel suo paese. E ha fatto una promessa «Non mi fermerò fino a quando non sarà esaudito». Così ha detto il presidente degli Stati Uniti, ribadendo in un discorso proferito alla Casa Bianca il bisogno di dare il via al suo piano di riforma.

RIDURRE LA CRESCITA DEI COSTI – Obama si è mostrato molto soddisfatto per la proposta arrivata dai rappresentanti del settore farmaceutico, che hanno presentato una proposta per ridurre la crescita dei costi sanitari di 2.000 miliardi di dollari nel corso dei prossimi dieci anni, al fine di contribuire al finanziamento del programma di Obama. Il presidente ha parlato di un’occasione «storica» e ha sottolineato che la decisione dell’industria deve essere parte di «uno sforzo più ampio», che si prepone di modificare il sistema sanitario degli Stati Uniti.

IL FALLIMENTO DI BILL – Proprio le case farmaceutiche, nel 1993 si coalizzarono per affondare l’ambizioso piano di riforma messo a punto da Bill e Hillary Clinton. Orggi, 16 anni dopo, a Washington si respira un’aria nuova: i risparmi «volontari» di cliniche mediche, industrie farmaceutiche e gruppi di categoria dei medici ammontano all’1,5% all’anno del costo complessivo dell’assistenza medica, ovvero 2.000 miliardi in dieci anni. Obama ha gradito l’atteggiamento e ha sottolineato che «non possiamo continuare sulla strada pericolosa che abbiamo percorso per anni», avvertendo che i costi «fuori controllo» della sanità sono una minaccia tra le più serie per l’economia. «La riforma non è un lusso che possiamo posporre – ha aggiunto – ma una necessità che non può aspettare». L’America, ha ricordato, «spende per la sanità più di qualsiasi altra nazione sulla Terra e nonostante ciò ci sono 46 milioni di americani che non hanno alcun tipo di copertura medica. Non è possibile continuare così».

TAGLI VOLONTARI – Nel suo discorso alla Casa Bianca Obama, ha ricordato i due personaggi fittizi inventati dalla lobby delle assicurazioni mediche, insieme all’industria del settore, «Harry e Louise», che convinsero gli americani che la riforma costava troppo e non era una buona idea. «Ora – ha detto il presidente Usa – quella coppia ha disperatamente bisogno della riforma». Non è possibile però pensare che gli oppositori dell’epoca si siano improvvisamente trasformati in benefattori: l’offerta di 2.000 miliardi di tagli è su base assolutamente volontaria ed è fatta sulla base dell’aspettativa che vengano varate in Congresso leggi che obblighino ogni americano ad avere un’assicurazione medica obbligatoria come ha quella per guidare l’auto: una crescita del mercato ripagherebbe delle perdite per la riduzione dei costi. Ma l’iter delle leggi in materia sarà complesso e gli interessi contrastanti: per Obama sarà una sfida decisiva.

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11 maggio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_11/obama_riforma_sanitaria_df16c738-3e50-11de-b135-00144f02aabc.shtml

Respingimenti, Fini insiste: “Prima verificate il diritto d’asilo”

Il presidente della Camera sui migranti riportati in Libia: “Si può fare, ma nel rispetto dei diritti”

Interviene il Consiglio d’Europa: La strategia del governo italiano è triste e illegittima

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Respingimenti, Fini insiste "Prima verificate il diritto d'asilo"
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BRUXELLES – “Respingere l’immigrato clandestino non viola il diritto internazionale, ma abbiamo il dovere di verificare se tra coloro che vengono respinti c’è chi ha diritto di chiedere l’asilo”. Si smarca dalla linea dura del governo il presidente della Camera Gianfranco Fini, in visita ufficiale in Algeria. “Un conto – puntualizza Fini – è l’immigrato clandestino, mentre un altro conto è chi gode della possibilità di chiedere asilo. Si tratta di due posizioni che non possono essere trattate allo stesso modo. Respingere l’immigrato che vuole entrare clandestinamente – spiega il presidente della Camera – non viola il diritto internazionale. E’ il diritto internazionale che lo prevede, ma è giusto che venga verificata la sussistenza dei requisiti per chiedere l’asilo prima di riaccompagnare il clandestino al paese da cui proviene”.

“Italia multietnica? Questione demografica”. Il presidente della Camera prende le distanze dalla linea introdotta dal ministero dell’Interno e dalla dichiarazione del premier che aveva assicurato di “non volere un’Italia multietnica”: “Non credo abbia molto senso dire che si voglia o meno una società multietnica: è una questione demografica. In Italia e nel resto della Ue, il numero degli stranieri è aumentato, ed è destinato a salire ancora per ragioni demografiche. Per questo – osserva – una politica lungimirante in tema di immigrazione deve basarsi certamente su una garanzia di sicurezza e legalità, ma anche su una forte cooperazione internazionale”.

Consiglio d’Europa: “Fermatevi”. Sulla linea dura del nostro governo interviene anche il Consiglio d’Europa: “Respingere gli immigrati clandestini direttamente in Libia è un’iniziativa molto triste, che mina la possibilità per ogni essere umano di fuggire da repressione e violenza, ricorrendo al diritto d’asilo”. Interviene il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Thomas Hammarberg. Dopo le critiche della Cei e della portavoce dell’Agenzia Onu per i rifugiati, la politica introdotta dal governo per gestire gli sbarchi degli immigrati in Italia, anche il Consiglio d’Europa boccia “l’iniziativa italiana che viola il diritto di ogni essere umano di ottenere asilo politico. Spero che l’Italia non vada avanti con questa politica”.

Vescovi e Onu contrari. Critici erano stati anche i vescovi. Il segretario generale della Conferenza dei vescovi monsignor Mariano Crociata ieri ha affermato che il nostro paese “è già multiculturale”, è “un dato di fatto”, anzi “un valore”. E avversa alla politica dei “respingimenti” si era detta anche Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati: “Respingere in Libia gli immigrati entra in rotta di collisione col diritto di asilo, così come è regolato da leggi nazionali, europee e internazionali. Esiste infatti il principio del non respingimento nel caso di gente bisognosa di protezione”.

“Agli stranieri una chance”. Contrario adesso si dice il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Thomas Hammarberg che, dichiarandosi “totalmente in linea con le posizioni espresse dal Vaticano, giudica la strategia del governo italiano una cattiva soluzione. “Agli stranieri che raggiungono l’Italia – ha avvertito ancora Hammarberg – devono avere una chance per ottenere asilo. Ora in Italia tutto questo diventa impossibile”. Il commissario per i diritti umani ha tuttavia spezzato una lancia in favore del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, invitando l’Unione europea a fare di più per sostenere il nostro Paese a rispondere all’emergenza sbarchi. “Credo che il ministro Maroni agisca in questo modo perchè a Bruxelles ha trovato soltanto il silenzio dell’Ue”. In questo contesto, ha avvertito Hammarberg, “anche l’Unione europea deve essere più responsabile e seria, mettendosi all’ascolto di quei Paesi come l’Italia o Malta che a nome di tutta l’Unione devono affrontare questa sfida. Spero davvero che l’Unione europea aiuti maggiormente l’Italia”, ha concluso il commissario.

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11 maggio 2009

fonte: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/immigrati-7/fini-consiglio-europa/fini-consiglio-europa.html

LO SMEMORATO DI ARCORE – Quando era Milosevic a dire no allo Stato multietnico

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di Marina Mastroluca

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Sono passati dieci anni, non è una distanza siderale da non poter ricordare che cosa è accaduto. Quando era Milosevic a dire «la Serbia ai serbi», includendo quanto più possibile della Bosnia, della Krajina e del Kosovo, ci si indignava. Indignazione che troppo a lungo non andava oltre dichiarazioni solenni, piene di buone intenzioni e di sani principi e intanto Belgrado praticava piuttosto sfacciatamente la sua pulizia etnica. Perché a questo portava la politica di Milosevic: uno stato etnicamente pulito, lavato da infide contaminazioni estranee alla serbità, qualunque cosa si intendesse con questo.

A forza di sfregare, la pulizia etnica di Milosevic ha dato i suoi risultati ma ha finito per essere tanto intollerabile da costringere la comunità internazionale a intervenire. Per 78 giorni Belgrado si è presa le bombe della Nato, con un dosaggio sapiente di armi intelligenti e di altre disastrosamente cretine, che finivano per colpire i civili, ambasciate straniere, mercati, con l’intento tacito di istillare nell’opinione pubblica serba il dubbio di trovarsi dalla parte sbagliata della storia.

Oggi abbiamo in Italia un premier, un governo, una maggioranza intera che ha lasciato cadere le ultime foglie di fico della decenza per proclamare ad alta voce che «non vogliamo una società multienica». La pulizia etnica da noi non si pratica platealmente armi alla mano – non ancora almeno – ma si è già predisposto tutto l’armamentario culturale (sub-culturale) per praticarla a colpi di legge, in nome della sicurezza, dell’identità nazionale, della salvaguardia della nostra cultura e dei nostri posti di lavoro.

Nei Balcani i metodi saranno stati meno striscianti, ma anche lì la pulizia etnica cominciò per prima nell’Accademia delle scienze e nei giornali, nella tv soprattutto, prima di diventare qualcos’altro. Cominciò dai cori negli stadi – vi ricorda niente?. Erano solo parole all’inizio. Ma il famigerato comandante Arkan, prima di diventare il comandante delle altrettanto famigerate Tigri, guidava la tifoseria più feroce della Stella rossa. Se non ha dovuto rispondere del suo operato davanti al tribunale dell’Aja è solo perché un sicario gli ha sparato in testa prima che aprisse bocca. Ma questo era tanto tempo fa, quando l’Italia parlava la stessa lingua d’Europa. E negare la multietnicità era quasi una bestemmia.

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11 maggio 2009

fonte: http://www.unita.it/news/84644/quano_era_milosevic_a_dire_no_allo_stato_multietnico

IRAN – Processo Saberi, pena ridotta «Roxana presto libera» / Iran ‘set to free US journalist’

La giornalista irano-americana è accusata di spionaggio. «Sarà rilasciata nel giro di poche ore»

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Roxana Saberi
Roxana Saberi

TEHERAN – La giornalista americana di origine iraniana, Roxana Saberi, è stata rilasciata. Lo hanno confermato fonti giudiziarie iraniane e anche la tv araba “al-Jazeera”. Il tribunale locale ha infatti ridotto la pena inflittale in primo grado per spionaggio da otto anni a due anni con la condizionale, permettendone quindi l’immediata liberazione. La riduzione della pena da parte del giudice d’appello sarebbe stata motivata dalla considerazione che gli Stati Uniti vengono considerati un paese «non ostile».

LE ACCUSE – Accusata di spionaggio per conto degli Stati Uniti, la reporter era stata condannata in primo grado a otto anni di reclusione. Tornata in Iran sei anni fa, Roxana Saberi, che possiede la doppia nazionalità iraniana e americana, uno statuto che Teheran non riconosce, è stata arrestata nel gennaio scorso, dopo che era scaduto il suo accredito stampa. Gli Stati Uniti respingono le accuse nei confronti della giornalista e hanno chiesto più volte la sua liberazione.

PAESE NON OSTILE – Uno degli avvocati ha spiegato che la pena è stata ridotta, con sospensione condizionale, perché gli Stati Uniti sono stati considerati un Paese non ostile. «Non siamo in guerra con gli Usa – ha sottolineato il legale – per questo la pena è stata ridotta».

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11 maggio 2009

fonte: http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_11/irana_roxana_appello_libera_66951dce-3e18-11de-b135-00144f02aabc.shtml?fr=box_primopiano

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UPDATED ON:
Monday, May 11, 2009
14:28 Mecca time, 11:28 GMT

Iran ‘set to free US journalist’

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Saberi has reported from Iran for US and British
news organisations [AFP]

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Iran is expected to release an American-born journalist jailed for spying for the United State after a court reduced her sentence.

Roxana Saberi was sentenced to eight years in prison last month, but Monday’s ruling saw that cut to a two-year suspended sentence.

“The verdict of the previous court has been quashed,” Saleh Nikbakht, her defence lawyer, said.

“Her punishment has been changed to a suspended two-year sentence and she will be out of prison in one-and-half hours.”

Saberi’s father, Reza, told the Reuters news agency that he and his wife were on their way to Tehran’s Evin jail, where their daughter has been held since late January, “to bring our daughter back home”.

Appeal

The ruling came after a court in the capital, Tehran, heard Saberi’s appeal behind closed doors.

Saberi was initially detained in January reportedly for buying alcohol, but was later charged with espionage.

“The article of law that was referred to in her conviction was article 501 that says any co-operation with hostile governments and hostile countries deserved one to 10 years in prison,” Al Jazeera’s Alireza Ronaghi, reporting fom Tehran, said.

“That article of law has been disputed by lawyers who say Iran is not at war with anyone at the moment and the phrase of ‘hostile government’ should be interpreted more seriously.”

Saberi has reported for
US National Public Radio, the BBC and Fox News, and has lived in Iran for the past six years. Tehran says that she has been working in the country illegally after her press card was revoked in 2006.

The original sentence was handed down just weeks after Barack Obama, the US president, said that his administration would work towards better relations with Tehran after three decades of with no official ties.

Al Jazeera’s Ronaghi said: “They [Iran] don’t want to jeopardise all the possibilities and potential of future changes in Iran-US relations with one court order.”

Washington has repeatedly denied that Saberi was involved in spying for the US.

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fonte: http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/05/200951110593661825.html