Archivio | maggio 20, 2009

Non l’orrore, ma la guerra è tra noi

Per questo, scegliamo di sbattervi in faccia (e aiutateci a farlo con quante più persone possibili) l’orrore della guerra che ci circonda.

L’orrore che suscitano le fotografie che abbiamo pubblicato in home page e nella pagine dell’articolo di Enrico Piovesana, come questa qui a fianco, violando probabilmente qualsiasi tipo di codice deontologico, è tanto. Ma ci pare sensato e persino giusto fare – oggi – questa provocazione.

Oggi che il ministro dell’Interno italiano – parlando “a nome di tutte le nazioni dell’Unione Europea”, si vanta di avere rispedito 227 migranti nelle mani degli aguzzini libici.
“Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no”, dicono di loro le donne che “hanno avuto la fortuna” di sbarcare a Lampedusa.

Oggi che un cretinetti (come si dice a Milano) poco più che trentacinquenne si permette di proporre per il trasporto pubblico milanese posti riservati ai cittadini Doc, facendoci ritornare di colpo agli anni dell’apartheid sudafricano, o delle discriminazioni razziali negli Stati Uniti. Roba che nemmeno in Israele, dove pure qualche motivo di sicurezza vera si potrebbe addurre, si sognano di fare.

Oggi che aprendo i giornali o i siti o le televisioni, quei pochi che credono ancora nei valori della borghesia (quelli usciti dalla rivoluzione francese) sussultano involontariamente di entusiasmo alle parole di un ex-fascista che, pur essendo nella maggioranza, pratica l’unica opposizione visibile in questo Paese.

Oggi che, nessuno lo dice, l’Italia ha mandato in Afghanistan non il genio pontieri o gli alpini distributori di caramelle ai bambini, ma la Folgore, l’intera Brigata Folgore, “fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi”. Uomini e donne addestrati non certo a costruire scuole, ma piuttosto a uccidere.

Oggi che siamo in guerra, fuori e dentro ai nostri confini, che più del settanta percento di italiani è contento di un Governo che non si può certo definire “fascista” ma che certamente definire “oligarchico” è condizione necessaria, ma non sufficiente, per descriverne la barbarie e l’arretratezza rispetto alle grandi conquiste del 1900.

Oggi sarebbe necessario un altro sussulto, non quello entusiasta alle parole del Presidente della Camera, ma di violenta indignazione, e noi non troviamo altro modo di provare a provocarlo. Per questo, scegliamo di sbattervi in faccia (e aiutateci a farlo con quante più persone possibili) l’orrore della guerra che ci circonda. Non l’orrore, ma la guerra.

Maso Notarianni

Per mia imperdonabile mancanza e distrazione, ho letto con ritardo questo articolo di PeaceReporter, che risale all’8 maggio. Ma lo condivido in buona parte, tanto che ho deciso di proporlo all’attenzione di coloro ai quali fosse eventualmente sfuggito.

elena

CRISI. La colpa è dei salari bassi.

Quelli dell’Italia sono tra i più ”poveri” in Europa e inferiori a USA e Corea

Ancora un allarme sui salari italiani. L’OCSE ci informa che sono i più bassi nei 15 paesi della vecchia Europa, ma sono anche indietro rispetto agli Stati Uniti, alla Corea. In breve nell’ambito OCSE i salari italiani sono al ventiduesimo o al ventitreesimo posto a seconda che i consideri il salario lordo o quello netto e i ¾ del salario medio dei 15 paesi dell’Unione Europea che precedeva l’allargamento.

La prima conclusione è che i salari italiani sono incredibilmente bassi rispetto al resto dell’Europa e dei paesi più sviluppati, in particolare sono più bassi se si paragona l’effettivo potere di acquisto. In altre parole sono più bassi a parità di condizioni.
Viene quindi sconfessato in modo clamoroso che i salari italiani siano quelli che hanno indebolito la competitività italiana. Anzi i salari italiani, più bassi di quelli di altri 22 paesi dell’OCSE, si sono dimostrati una scelta che non ha migliorato affatto la competitività dell’Italia rispetto agli altri paesi avanzati, che sono appunto quelli considerati dall’OCSE.
Nemmeno è vero che il problema sia il costo del lavoro, perché anche il paragone tra i salari lordi non migliora nel confronto internazionale. Anzi si conferma che i paesi di riferimento dell’Italia (Francia, Germania, ecc.) hanno tutti un carico di costo del lavoro superiore all’Italia. Confindustria ha nulla da dire?

Purtroppo questa differenza negativa è vera sia per i lavoratori italiani che non hanno carichi familiari che per chi ha una famiglia da mantenere.
Ci sono 3 aspetti che però sfuggono a quelli che di fronte a queste notizie oggi si stupiscono. In genere lo fanno per poche ore, quelle strettamente necessarie prima di passare ad altra notizia.

Primo aspetto
Sono infondati i presupposti su cui sono state fatte campagne impegnative, in particolare da parte del mondo imprenditoriale, per dimostrare che i salari italiani sono troppo alti e impedirebbero un’adeguata competitività e che il costo del lavoro italiano sarebbe troppo alto. Altrimenti come si spiega che Confindustria  (in verità non da sola) ha lavorato per un accordo separato senza la CGIL pur di arrivare a programmare per il futuro esattamente la perdita degli effetti dei costi dell’energia sui salari dei lavoratori? Dimenticando, o fingendo di dimenticare, che così i salari dei lavoratori non reitegreranno mai del tutto nemmeno il potere d’acquisto.
Inoltre il famigerato costo del lavoro, che avrebbe pesato negativamente sulla competitività, si è rivelato essenzialmente l’alibi di un mondo imprenditoriale alla ricerca di contributi pubblici ad ogni costo. Purtroppo di questa pressante azione lobbistica è stato vittima anche il secondo Governo Prodi che nel 2006/2007 ha fiscalizzato una parte degli oneri sociali del lavoro italiano senza ottenere alcuna contropartita di aumento della competitività da parte delle imprese, né impegni per gli investimenti. Infatti la competitività italiana non ne ha beneficiato, gli investimenti neppure, i salari erano bassi prima e tali sono rimasti.
Si potrebbe concludere che ogni aiuto al sistema delle imprese che non sia almeno condizionato a reali riforme nell’impresa e negli orizzonti del sistema economico non solo non serve ma finisce con l’ottenere risultati negativi e che per di più la ben nota ingratitudine imprenditoriale non paga neppure in termini di consenso politico.

Secondo aspetto
Ci si interroga molto su come fare fronte alla crisi economica. Tralasciando discorsi più generali e restando all’argomento salari si può affermare forte e chiaro che una politica di bassi salari non solo non porta a migliorare la competitività ma anzi al contrario diventa un vero e proprio vincolo negativo e ora è certamente così.
Perché l’Italia cresce meno di altri paesi? Senza dubbio c’è una caduta di domanda interna che trascina con sé una caduta dei consumi e quindi peggiora ulteriormente le possibilità dell’economia nazionale che non ha una base sufficiente. Quindi la politica dei salari bassi si sta rivelando una trappola anche per chi l’ha praticata. E’ chiaro che se il PIL in questi anni è aumentato, anche se poco, e i salari non ne hanno beneficiato vuol dire che il beneficio della crescita è stato requisito da profitti e rendite. Va detto che chi ha proposto una politica di bassi salari non ha imparato nulla dall’impoverimento del mondo del lavoro e purtroppo insiste pervicacemente con passaggi come l’accordo separato che ha tagliato fuori la CGIL. La conclusione è che i salari bassi sono un vincolo negativo per le possibilità dell’Italia di uscire dalla crisi economica e che la borghesia che si è auto assegnata una parte crescente del reddito nazionale attraverso profitti e rendite e anche questo è un vincolo negativo per la ripresa economica.

Terzo aspetto

Occorre porsi qui ed ora l’obiettivo di salari più alti. Destinare una parte crescente della ricchezza nazionale al lavoro e dare il necessario riconoscimento sociale (oltre che economico)  al valore del lavoro sono l’unico modo per migliorare la produttività e la competitività dell’Italia. In altre parole è aperto un grande problema di diversa ripartizione del reddito nazionale e anche di nuovi rapporti di forza tra le classi sociali. Per questo è necessario porsi il problema di un’alternativa politica al Governo che rappresenta esattamente gli interessi di una borghesia che nella sua maggioranza è un vero e proprio vincolo negativo per il nostro paese.

Alfiero Grandi
sottosegretario Governi: Prodi II, Amato II, D’Alema II
deputato XIV legislatura
segretario confederale CGIL

Fonte: UnoNotizie

ANNOZERO/ a Civitavecchia inizia il processo ad un’italiana che ha il coraggio di parlare, sosteniamola tutti

La mattina del 21 maggio, presso il tribunale di Civitavecchia una cittadina che da anni si batte contro la riconversione a carbone della centrale di TVN, “una di noi”, sarà processata presso il Tribunale di Civitavecchia, perché querelata per diffamazione da Alessio De Sio, colui che, nell’allora ruolo di Sindaco, contraddicendo quanto approvato pochi giorni prima in Consiglio Comunale diede parere favorevole alla riconversione a carbone della centrale di TVN.

Nel frattempo veniva stilata una milionaria convenzione con Enel.

Né l’allora Sindaco De Sio, né tanto meno l’attuale sindaco Moscherini, hanno mai pensato di adire le vie legali contro l’Enel per le gravi carenze autorizzative relative alla centrale di TVN né, tanto meno, per l’esercizio in assenza di autorizzazione in essere dal 24 dicembre scorso. Alla sbarra è stata condotta, invece, una cittadina dell’Alto Lazio, una di quelle cittadine che hanno deciso di non poter far passare sotto silenzio la terribile ipoteca posta sul futuro dei propri figli e della propria terra, una “no coke”, una di noi, colpevole di aver confuso, durante un’intervista rilasciata nel 2007, nella trasmissione “Annozero” di Michele Santoro, la nomina di De Sio nel consiglio di amministrazione di Acquirente Unico spa, con una nell’ ENEL.

Una confusione di cui, probabilmente, potrebbe essere colpevole mezzo Lazio visto che ben pochi, tra i cittadini, hanno ben chiari gli effetti della privatizzazione di ENEL e della sua divisionalizzazione in numerose società, da cui Acquirente Unico spa nasce.

Il processo a Marzia è un processo a tutti noi, a tutti coloro che accusano quanti hanno acconsentito, e continuano ad acconsentire a tale scempio, di devastazione ambientale, di distruzione di un intera economia, di ipoteca sul futuro di un intera popolazione.

E noi saremo lì a farci processare e nelle nostre deposizioni faremo il nostro “je t’accuse” contro tutti coloro che nella coscienza e nelle azioni hanno la responsabilità di quanto si sta per abbattere su questo territorio; ricorderemo loro le inquietanti stime di mortalità e morbilità contenute nei monitoraggi epidemiologici; narreremo di cieli gialli e di nuvole rosse piene “solo di ruggine” e quindi, a dire di ENEL, innocue; ripercorreremo la storia di compensi milionari utilizzati, nella migliore delle ipotesi, per coprire l’incapacità dei vari amministratori succedutesi; parleremo della corruzione delle coscienze per il tramite di giochi, concorsi e spettacoli; racconteremo del silenzio, quando non della collusione, della politica davanti alle innumerevoli bugie e/o mistificazioni raccontate dalle Società elettriche per far digerire alla popolazione un futuro nero come il carbone.

Non sappiamo come finirà la vicenda giudiziaria, riponiamo tutta la nostra fiducia nella Magistratura. Oggi noi saremo processati, ma siamo certi che al banco della Storia saremo assolti, mentre De Sio, e quanti come lui, rimarranno macchiati dall’infamante marchio di aver svenduto per un piatto di lenticchie la salute e il futuro di un intera popolazione.

Un marchio che non potranno nascondere quando guarderanno negli occhi i loro figli che dovranno sapere che i loro padri hanno condannato a morte questo territorio.

Movimento no coke Alto Lazio

www.nocoketarquinia.splinder.com

www.noalcarbone.blogspot.com

fonte: UnoNotizie

Una fontana per risparmiare. Ma il sistema idrico fa acqua…

Sta per essere inaugurata a Monterotondo la prima fontana pubblica di acqua liscia e gassata

Sarà la prima fontana in Italia che distribuirà acqua sia liscia che gassata. Verrà inaugurata venerdì 22 maggio, in piazza Berlinguer a Monterotondo, in provincia di Roma, alla presenza del sindaco Lupi dall’assessore all’Ambiente e Cooperazione Tra i Popoli della Regione Lazio Zaratti e diverse altre autorità locali. La nova fontana non sarà un elemento qualsiasi dell’arredo urbano, ma servirà come stimolo per i cittadini ad utilizzare con maggiore consapevolezza i beni pubblici. L’acqua inizialmente zampillerà gratis, ma successivamente verrà fissata una tariffa di 5 centesimi per 1,5 litri di acqua: molto meno di quanto costi quella confezionata, e soprattutto senza produrre rifiuti di vetro o plastica.

Fonte: PeaceReporter

Ma intanto ilSole24ore ci dice:

Sprecati 2,6 mld di m³ all’anno

Gli acquedotti italiani fanno letteralmente acqua. Il tasso medio di H2O perduta e rubata è del 30% sul totale. Bazzano (Federutility): «Bisogna alzare le tariffe per permettere gli investimenti». Attanasio (Kpmg): «Consolidare i gestori e norme più certe nel settore». Lembo (Contratto mondiale per l’acqua): «L’acqua non è una merce. Puntare sulla fiscalità dello Stato».

Goccia dopo goccia. Anzi, sarebbe meglio dire: “ondata dopo ondata”. E sì, perché quello che sparisce ogni anno dagli acquedotti italiani è un vero e proprio fiume d’ acqua. Circa 2,61 miliardi i metri cubi di H2O che, annualmente, il sistema idrico italiano lascia per strada. Meglio…per i propri tubi. Il tutto a causa di perdite fisiche o per mano dei soliti ignoti che rubano acqua.

Una massa liquida notevole che si desume dai numeri del Co.Vi.Ri, il Comitato per la Vigilanza sull’uso delle Risorse idriche. Secondo il comitato istituito presso il ministero dell’Ambiente, contattato dal Sole24Ore.com, la quantità di acqua immessa nel sistema idrico nel 2008, riferita a 36,5 milioni di abitanti, è di 5,308 miliardi di m3. Questo dato parametrato sugli attuali 60 milioni di abitanti, così come indicato dallo stesso Co.Vi.Ri, implica una valore di 8,72 miliardi di m3 del prezioso liquido immessi nei tubi. Tenuto conto che la percentuale media di perdite del sistema idrico italiano è del 30% ecco, allora, che si giunge al valore di 2,61 miliardi di m3.

Milioni di euro buttati…
Una cifra assolutamente attendibile, come conferma lo stesso Co.Vi.Ri., che ovviamente significa anche un’immediata, e diretta, perdita economica. Le società di gestione degli acquedotti, infatti, tirano fuori dei soldi per fornire l’energia elettrica e i servizi al fine di immettere l’acqua nelle condutture. Un’attività che, secondo Federutility, equivale al 10% dei costi industriali sostenuti per ogni metro cubo d’acqua. Costi, quest’ultimi, che in media si attestano in Italia sui 0,87 euro.
Tirando le somme, i 2,61 miliardi di m3 di acqua perduta significano circa 226 milioni di euro buttati via ogni anno. Soldi sprecati. Il che, in un momento di dura crisi come l’attuale, non è un bel vedere. E non basta.

…e miliardi sottratti al sistema Italia
Al di là degli sprechi c’è un altro dato che fa riflettere. La media degli investimenti europea per garantire un sistema efficiente è di 274 euro al metro cubo di H2O. Ebbene, in Italia, questo valore si aggira, secondo Kpmg, sui 107 euro. «Ciò significa – spiega Gianpaolo Attanasio, consulente di Kpmg e esperto di utility- 167 euro di mancati investimenti per utenza». Che a livello di sistema Paese, vuol dire un «mancato ricavo di oltre 3 miliardi all’anno, per lavori sulle reti non realizzati». Anche qui, a fronte della dura recessione che colpisce il mondo intero e l’Italia, l’occasione per porre in essere politiche economiche anti-crisi ci sarebbe. Ma non viene raccolta.

Tra le maggiori perdite…
L’Italia, peraltro, vanta il non invidiabile primato di una media percentuale delle perdite ben superiore a quella degli altri paesi occidentali. Nella Penisola, in media, il 30% delle acque immesse nelle condutture va perso o viene rubato. Un valore ben superiore a quello degli altri stati «avanzati», dove la percentuale è compresa tra un minimo di 15 e un massimo del 20 per cento.

Precisazione dell’Acquedotto Pugliese: «Le perdite in rete sono oggi al 35% e non al 55%. Ed anche ove sommassimo alle perdite in rete quelle cosiddette amministrative, le perdite dell’Acquedotto Pugliese sarebbero al 47%».

….e le tariffe

La domanda, a questo punto, appare scontata: perché le società di gestione degli acquedotti italiani non investono per ridurre le perdite? «Sul piatto – risponde un po’ seccato Roberto Bazzano, presidente di Federutility – ci sono ben 10 miliardi di euro per interventi sulla rete. E cinque di questi sono cantierabili nei prossimi 5 anni. I tempi, insomma, sono dilatati e non per colpa delle aziende». Cosa intende dire? «Ci sono diverse cause che rallentano l’attività – risponde il manager – I troppi vincoli amministrativi, politici e burocratici. Poi, una regolamentazione arretrata e contradditoria. Ma, soprattutto, pesa un aspetto». Quale? «Il problema è che la normativa attuale permette una remunerazione lorda del 7% del capitale. Un tetto che dev’essere coordinato con il limite dell’aumento massimo del 5% annuo della tariffa. È chiaro che, a fronte della percentuale data di remunerazione del capitale, per incrementare gli investimenti bisognerebbe avere la possibilità aumentare oltre il 5% la tariffa. Altrimenti si va in perdita: è giusto che in un settore come l’acqua non ci siano extra-profitti. Ma almeno il tasso d’incremento tariffario deve essere alzato». Di più: «Voglio ricordare – afferma Bazzano – che attualmente la tariffa media in Italia è di 1,1 euro al metro cubo. Una tra le più basse d’Europa». (Guarda la tabella sulle tariffe in Europa)

Come dire, insomma, che l’aumento non deve fare gridare allo scandalo. Già, lo scandalo. Tuttavia non si capisce perché, se una volta tanto siamo tra i più virtuosi in Europa, dobbiamo aumentare la tariffa? «Perché la situazione è di stallo. Ci allontaniamo dagli obiettivi europei e non riusciamo a fare gli investimenti necessari e recuperare la giusta efficienza. Le società non possono programmare investimenti in perdite». Però, proprio in questo periodo di crisi, è difficile pensare ad un aumento della bolletta dell’acqua. Molta gente non ha i soldi per sopravvivere. Non esistono alternative? «Si potrebbe pensare- dice Bazzano – a sistemi di agevolazioni nelle bollette per le aree più depresse del Paese. O, più in generale, ad agire in termini di fiscalità. Cioè: lo Stato intervenga in favore del settore. Lo ha fatto per le banche, non vedo perché non replicare in un comparto industriale così importante. Peraltro, quest’azione può costituire una strategia in ottica anti-crisi». Insomma, il messaggio di Federutility è chiaro: bisogna seguire criteri di economicità nella gestione, altrimenti non si va da nessuna parte. Passo fondamentale è l’aumento della bolletta più del 5% all’anno, per poter avviare gli investimenti.

Profitti sì, profitti no
Molti economisti però, soprattutto dopo il terribile crack dei mercati finanziari, contestano che le risorse finanziarie debbano trovarsi sfruttando un approccio economico-privatistico. Viene capovolto l’approccio al tema. «Il punto di partenza è che l’acqua non è una merce – dice Rosario Lembo, segretario comitato italiano per il Contratto mondiale dell’acqua – Si tratta, invece, di un diritto primario, indisponibile che deve restare nell’ambito della gestione pubblica». La tesi è radicale. «Lo Stato – dice l’esperto – deve sempre garantire a ogni cittadino almeno 50 litri di acqua al giorno, cioè la quantità considerata minima dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms, ndr)». Tuttavia i dubbi non sono pochi. I soldi, infatti, non ci sono: come pensare alla fiscalità dello Stato oggi con il debito italiano alle stelle? Una bella tentazione intellettuale, difficile da concretizzare. «Sono consapevole dei vincoli di bilancio e della dura crisi in cui siamo immersi- ribatte Lembo – . In primis, però, i costi per garantire i 50 litri d’acqua potrebbero essere coperti grazie ad un sistema di tariffe che aumentano progressivamente con i consumi, penalizzando gli sprechi» Vale a dire? «Tra i 50 e 120 litri di uso quotidiano, che l’Oms considera una quantità “sostenibile”, la fee deve coprire solo i costi operativi. Sopra questa soglia, invece, la tariffa deve aumentare progressivamente al consumo: gli extra ricavi dovrebbero servire per garantire la quantità minima di 50 litri quotidiani». Difficile pensare siano sufficienti…« Pensiamo, allora, anche a una gestione più efficiente, con minori spese superflue, dello stesso sistema idrico per risparmiare soldi. Di più: dovrebbero essere razionalizzati gli investimenti nelle infrastrutture. Evitare finanziamenti a opere non essenziali quali, per esempio, il Ponte sullo Stretto di Messina. I fondi necessari, se si vuole, si trovano. Non è una tentazione intellettuale, è pragmatismo. Certo, bisogna cambiare radicalmente, rispetto alla prassi dominante, l’approccio al tema-acqua». Non la pensa così Bazzano: «L’impostazione non convince. La storia ha mostrato come la sola gestione dei comuni è fallimentare, non praticabile: sono stati letteralmente buttati via molti denari». Le posizioni, insomma, sono distanti. Due scenari differenti dove, peraltro, si muovono e si confondono vari temi di discussione.

La proprietà della rete idrica
Uno di questi è la proprietà dei tubi, degli invasi e delle condotte. «Allo stato attuale – spiega Bazzano – è preferibile che le reti idriche rimangano in mano pubblica». Prima, infatti, «ci dev’essere un consolidamento dei gestori di rete e un ampliamento degli Ambiti territoriali ottimali (Ato)», cioè le aree, individuate dalle regioni, all’interno delle quali un soggetto unitario gestisce le acque. «Hanno una dimensione pressoché provinciale – fa da eco Attanasio- che non corrisponde ai bacini idrici naturali: devono, giocoforza, ingrandirsi. Inoltre è necessaria l’istituzione di un’Authority che funzioni sulla falsariga di quella dell’energia». «Solo in quel momento – riprende Bazzano-, con una normativa coerente, un controllore efficiente e una minore quantità di gestori sarà indifferente parlare di proprietà pubblica o privata. Per adesso è troppo presto». Non così tranchant, invece, la posizione sui gestori di rete. «L’aspetto fondamentale – dice il manager – è che all’interno di un Ato ci sia solo un gestore. Al di là di questo, credo che sui servizi la presenza dei privati possa più velocemente proseguire». Di parere opposto Lembo: «Separare i servizi dalla rete non ha senso: l’acqua è, e deve rimanere, un bene inalienabile. Chi gestisce, di fatto, possiede il network. Lo ripeto, l’H2O deve restare nella mano pubblica».

A noi la crisi ce la fanno pagare…

ilSole24ore titola: “Industria: giù fatturato e ordinativi. Crollano le auto” e prosegue dicendo: “Ancora segno meno per il fatturato dell’industria. A marzo, secondo i dati diffusi dall’Istat, l’indice di riferimento ha fatto segnare un calo dello 0,8% rispetto a febbraio 2009. L’indice del fatturato, corretto per gli effetti del calendario, ha registrato a marzo una diminuzione del 22,6% (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 20 di marzo 2008). Crolla il settore degli autoveicoli…”.

Sempre da ilSole24ore apprendiamo “Le richieste dei metalmeccanici tedeschi: I piani dei pretendenti alla Opel, è il parere della Ig Metall, devono rispettare tre criteri fondamentali. I potenziali investitori, ha spiegato Huber (presidente del sindacato tedesco dei metalmeccanici) alla stampa dopo l’incontro con Marchionne, devono avere «capitale proprio e liquidità, devono mantenere le fabbriche ed i posti di lavoro» in Germania e «devono sostenere gli sviluppi tecnologici» e garantire «l’autonomia della politica del marchio» Opel. In ogni caso Marchionne non sembra avere convinto i lavoratori tedeschi… In più i lavoratori vogliono sedere nel consiglio di amministrazione e avere voce in capitolo in tutte le decisioni. Marchionne ha promesso che prenderà in considerazione le richieste del sindacato, ha aggiunto Huber, che ha precisato di volere incontrare presto altri investitori. Infine, rispondendo a chi gli chiedeva se esiste un problema di sovrapposizione dei modelli fra le due case automobilistiche, Huber ha risposto: «Non serve pensarci su, è semplicemente obiettivo, è de facto così. E questo, del resto, è il problema».”

Ma Marchionne, se non ha rassicurato i lavoratori tedeschi, tantomeno ha raggiunto tale risultato con gli italiani…

Nel frattempo leggiamo su PeaceReporter cheL’industria armiera italiana, largamente controllata dalla finanziaria semi-pubblica Finmeccanica, vive e vive molto bene, nonostante la crisi”, anche se a questo stato di salute non corrisponde una crescita occupazionale, ma solo profitti per gli azionisti.

Che conclusioni ne traete voi?

Afghanistan, i talebani utilizzano armi statunitensi

Un’inchiesta del New York Times denuncia l’utilizzo di armi Usa in dotazione alle forze di sicurezza afghane

Oggi il quotidiano statunitense New York Times lancia una pesante denuncia contro le forze armate afghane, che avrebbero ceduto le armi, di cui sono dotati dall’esercito americano, ai talebani che le utilizzarebbero contro le stesse forze della coalizione.

Lo scorso mese al termine di uno scontro a fuoco nella provincia di Kunar, nell’Afghanistan orientale, i tredici miliziani uccisi sono stati trovati in possesso di armi riconducibili a società statunitensi che forniscono le forze armate afghane. Sulle foto pubblicate dal giornale sono riconoscibili munizioni di produzione statunitense che sono state sequestrate ai talebani. Già l’anno passato era stato appurato che a provocare la morte di nove soldati statunitensi, in una battaglia in un villaggio di dell’Afghanistan orientale, erano stati fucili d’assalto dei guerriglieri del modello AMD-65, gli stessi in dotazione alla polizia locale. Questo tipo d fucile mai utilizzato in Afghanistan è stato introdotto quando l’amministrazione Usa ha deciso di equipaggiarci le forze di sicurezza afghane. Il capitano James C. Howell. comandante della compagnia Usa che ha sequestrato le munizioni ai talebani, ha detto di non esser sorpreso di questi movimenti degli equipaggiamenti considerando il livello di corruzione della polizia afghana.

Fonte: PeaceReporter

Terremoto, rispunta ipotesi della fiducia. Senato boccia tassa su redditi alti

Tendopoli all'Aquila (foto Renato Vitturini)

ROMA, 20 maggio – Rispunta l’ipotesi di mettere la fiducia sul decreto legge Abruzzo al Senato. L’obiettivo sarebbe quello di presentare un maxiemendamento con alcune modifiche alle misure finora discusse. L’ipotesi di blindare il provvedimento già in prima lettura era circolata nei giorni scorsi ma sembrava archiviata. Oggi invece da fonti di governo embrerebbe essere tornata in primo piano.

Esame al Senato ai 600 emendamenti presentati al decreto. Tra questi è stato approvato il testo in base al quale le nuove norme antisismiche per le costruzioni entreranno in vigore a partire dal 30 giugno 2009 ma non avranno alcun effetto sul passato. Bocciata invece la tassa una tantum sui redditi alti. Novità sulla governance, più spazio agli enti locali.

No una tantum sui redditi alti.
Il Senato boccia gli emendamenti a firma del Pd. Il primo riproponeva il contributo di solidarietà (un incremento del 2% sulla parte di reddito imponibile ai fini Irpef) destinando le risorse al sostegno delle popolazioni colpite dal terremoto. Il secondo estendeva gli aiuti anche alle persone che «versano in situazioni di povertà estrema e alle persone senza fissa dimora».

La normativa antisismica
per la costruzione degli edifici sarebbe dovuta entrare in vigore nel 2004 ma una serie di proroghe ne hanno posticipato continuamente l’entrata in vigore. L’ultima risale al decreto legge Milleproroghe che faceva slittare l’entrata in vigore al giugno 2010. Ora invece le nuove regole saranno valide a partire dal 30 giugno prossimo.

Governance, spazio alla provincia. Novità sul ruolo degli enti locali e in particolare della provincia: i comuni colpiti dal terremoto «d’intesa con il presidente della Regione e sentito il presidente della Provincia e d’intesa con quest’ultimo sulle materia di sua competenza predispongono la ripianificazione del territorio comunale, definendo le linee di indirizzo strategico per assicurare la ripresa socio economica e la riqualificazione dell’abitato e assicurare una armonica ricostruzione del tessuto urbano e produttivo tenendo anche conto degli insediamenti abitativi» costruiti secondo le norme previste dal provvedimento.

Sugli espropri si precisa che si deve tenere conto «delle destinazioni urbanistiche antecedenti la data del 6 aprile 2009». Sì anche alla richiesta di informativa annuale da parte del governo al Parlamento sullo stato di avanzamento dei lavori di ricostruzione post sismica. Accantonate invece le novità sulle mini riparazioni.

Zanda critica il cumulo di cariche di Bertolaso. «Un errore che indebolisce fortemente anche il credito di cui Bertolaso ha bisogno per svolgere la sua missione». Così il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda definisce il cumulo delle cariche di sottosegretario alla presidenza del Consiglio e di Capo della protezione civile. Icompiti della protezione civile devonoe ssere delineati «in modo da non sconfinare nelle questioni «di competenza di altri gruppi». Ultima questione posta dai Democratici è quella delle «norme che vengono aggirate con l’uso delle ordinanze». Secondo Zanda si tratta di una vicenda che pone «anche problemi di costituzionalità» e che soprattutto non «può protarsi nel tempo».

Fondi. Ieri l’Europa ha confermato un massiccio stanziamento per la ricostruzione (480 milioni), e il premier Berlusconi («i soldi ci sono adesso, dobbiamo dimostrare di saperli utilizzare nel modo giusto») ha annunciato l’avvio dei lavori per le case prefabbricate, nelle quali i primi tremila aquilani entreranno il 15 settembre.

Un vigile del fuoco è rimasto ferito mentre stava lavorando al montaggio di una struttura che sarebbe servita per imbracare la cupola della chiesa delle Anime Sante, in piazza Duomo all’Aquila. L’incidente è avvenuto questa mattina. Pierluigi Bianchetti, 37 anni di Rieti appartenente al nucleo Speleo alpino fluviale (Saf) del Lazio, stava predisponendo una struttura con delle braccia mobili che avrebbe consentito di mettere in sicurezza dall’interno quel che resta della cupola della chiesa. Il vigile del fuoco è salito fino all’altezza di una decina di metri per completare i lavori, quando la struttura ha ceduto. Bianchetti è caduto ed è andato a sbattere contro uno dei tubi che sorreggono la struttura. Immediatamente soccorso dai colleghi, l’uomo è stato trasportato all’ospedale di Teramo con un sospetto trauma cranico.

Fonte: il Messaggero