Archivio | maggio 26, 2009

Morti tre operai alla raffineria Saras

Tre operai muoionointossicati alle raffinerieSaras di CagliariTre operai morti nello spazio di pochi minuti, l’uno per salvare l’altro, come spesso accade in questi drammatici eventi. L’Italia piange una nuova tragedia sul lavoro: tre vittime negli impianti della Saras di Sarroch, la raffineria di proprietà della famiglia Moratti, a 25 chilometri da Cagliari. Morti per asfissia – secondo i primi accertamenti – ma non si esclude l’intossicazione da anidride solforosa.

Sul posto sono intervenuti
i medici del 118 ma per i tre operai non c’era più niente da fare. I sanitari hanno constatato il decesso in attesa dell’arrivo del medico legale, che dovrà accertarne le cause, e del magistrato di turno cui spetterà il compito di indagare sull’incidente.  Le vittime erano tutte di Villa San Pietro, piccolo paese vicino a Sarroch, dipendenti della ditta esterna Comesa, specializzata in manutenzione di impianti industriali, e da più di 30 anni alla Saras. Il più anziano, Bruno Muntoni, aveva 56 anni, sposato e padre di tre figli. Gli altri, Daniele Melis, di 29 anni, e Luigi Solinas, di 27. Scampati alla morte Gianluca Fazio e Renato Porcu, ricoverati per accertamenti all’ospedale civile di Cagliari ma non in pericolo. In queste settimane gli impianti sono interessati da una serie di interventi di manutenzione programmata. L’incidente è avvenuto alle 13:50. Secondo quanto riferito dai carabinieri e da testimoni, Solinas è entrato per primo nell’accumulatore di gasolio – lungo 6 metri e alto 2, per una capienza di 100 mila litri – tenuto all’esterno con una corda da Fazio, il quale, accortosi che il collega si era sentito male, ha tentato di tirarlo fuori dalla cisterna, mentre Porcu, che si trovava nelle vicinanze, ha chiesto l’aiuto degli altri due manutentori, in attesa all’esterno dell’impianto come previsto dalle procedure di sicurezza. Muntoni e Melis si sono precipitati all’interno per tentare di soccorrere i colleghi: il primo è morto all’istante, il secondo, nonostante indossasse una maschera di protezione dai vapori organici, è deceduto poco dopo. Sul posto sono subito intervenuti i medici della Saras e il 118, ma per i tre operai non c’era più niente da fare.
Oggi, per protesta, i lavoratori dell’impianto incroceranno le braccia. L’area di produzione della Saras comprende 19 impianti, fra cui uno dei più grandi FCC d’Europa, 2 Mild-Hydrocracker con una capacità di processo di oltre 110.000 barili complessivi al giorno, ed un Visbreaker con una capacità di processo di oltre 45.000 barili al giorno.

La Saras è stata fondata Angelo Moratti nel lontano 1962. Adesso è guidata dai suioi eredi. La società si occupa di raffinazione petrolifera e l’impianto di Sarroch, uno dei sei supersite d’Europa, lavora circa 300.000 barili al giorno, cioè il 15% dell’intera raffinazione in Italia. I tre impianti di distillazione primaria del greggio (Topping), caratterizzati da una capacità complessiva di 15 milioni di tonnellate l’anno, permettono la lavorazione simultanea di grezzi molto diversi e quindi l’ottimizzazione della quantità e qualità dei semilavorati che vengono poi processati dagli impianti a valle.

«La questione della sicurezza
sui posti di lavoro rimane drammaticamente ancora aperta». Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in occasione dell’incontro organizzato dalla Fondazione Camera dei deputati, su ‘Il lavoro che cambià.
Secondo il presidente della Camera, la questione della sicurezza riguarda «soprattutto determinate categorie» del lavoro, che, ha aggiunto, «sono maggiormente a rischio». Il cordoglio del presidente Giorgio Napolitano che ha avuto un colloquio telefonico con il prefetto di Cagliari. Il Capo dello Stato ha pregato il prefetto di comunicare ai familiari delle vittime la sua personale partecipazione e commozione per la tragedia, dei cui particolari si è informato. Anche il presidente del Senato Renato Schifani, ha inviato un messaggio al prefetto di Cagliari pregandolo di esprimere alle famiglie dei tre lavoratori il profondo cordoglio proprio personale e quello dell’intera assemblea di palazzo Madama. «Il tragico incidente avvenuto negli stabilimenti della Saras ci colpisce duramente – ha dichiarato il segretario del Pd Dario Franceschini – . A nome mio e di tutto il Partito democratico esprimo profondo cordoglio e vicinanza alle famiglie degli operai morti nell’incidente. Perdere la vita esercitando un proprio diritto è una cosa inaccettabile: ora è necessario che sia accertata con rapidità la causa e le eventuali responsabilità. Quanto accaduto deve spingere a tenere alta la guardia sulla sicurezza sul lavoro che deve essere un tema sempre al centro dell’attenzione della politica e del legislatore. Soprattutto oggi, quando la morsa della crisi si fa sentire con maggior forza e cresce il rischio di uno scambio tra le tutele sul lavoro con la possibilità di lavorare, è necessario chiedere a gran voce più controlli e più rigore». Nel pomeriggio la famiglia Moratti ha raggiunto la raffineria. «E’ per stare vicino alle famiglie dei tre lavoratori e alle maestranze della società».

Le morti di oggi allungano la lista
degli infortuni mortali sul lavoro. Giusto ieri  un ponteggiatore sudamericano, in regola col permesso di soggiorno, di 53 anni, è caduto mentre si trovava su un ponteggio in un cantiere di salita alla Costa Fredda, nel quartiere di Molassana. L’uomo abitava in Valpolcevera, nella delegazione di Fegino.

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26 maggio 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/85075/tre_morti_alla_raffineria_saras

L’Odissea delle Donne

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A tutte le Donne, ma dedicato in special modo a Elena, grande compagna e grande donna della mia vita

mauro

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ITACA

PARTENDO IN CERCA DI ITACA

PREGA CHE IL VIAGGIO SIA LUNGO,

PIENO DI AVVENTURE, PIENO DI RISVEGLI.

NON TEMERE I MOSTRI DEL PASSATO…..

NEI TUOI VIAGGI NON LI INCONTRERAI

SE AVRAI PENSIERI ELEVATI E ALTI RIMARRANNO,

SE AUTENTICHE PASSIONI TI SCUOTERANNO

MENTE, CORPO E SPIRITO.

NON INCONTRERAI SPAVENTOSI MOSTRI

SE NON LI PORTERAI NELL’ANIMA,

SE L’ANIMA NON LI ERIGERA’ DI FRONTE A TE.

Costantine Peter cavafy

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Fummo in molti a d udire per la prima volta ai funerali di Jacqueline Kennedy Onassis la poesia Itaca, scritta nel 1911 dal poeta greco C.P.Cavafy. Questo mirabile canto di incoraggiamento rivolto a chi intraprende il viaggio della scoperta di sé ancora più potente quando diventa un’affermazione personale del proprio viaggio verso la Vita Reale.

Itaca era l’amatissima isola natia del leggendario eroe greco Ulisse, o Odisseo. Dopo aver svolto un ruolo da protagonista nella guerra di Troia, Ulisse viaggiò per dieci anni per il mondo, vivendo avventure, vincendo sfide e imparando lezioni che lo trasformarono profondamente. Oggi la parola odissea descrive un lungo viaggio capace di portare profonde trasformazioni, spesso estenuante ed esaltante e/o angosciante.

La ricerca dell’autenticità è la nostra odissea personale. Quando ci muoviamo nella nostra vita quotidiana lungo il sentiero della Semplice Abbondanza come figlie, amiche, amanti, mogli, madri, artiste del quotidiano, ciò che stiamo facendo veramente è cercare la Realtà Ultima. Stiamo cercando Itaca.

Negli ultimi cinquant’anni sono comparse diverse belle traduzioni della poesia di Cavafy, che tuttavia sembravano tutte scritte da uomini. Ma, poiché per me Itaca è diventata una pietra di paragone affettiva, una poesia sulla quale mi ritrovo spesso a riflettere, ho creato, del classico Cavafy, una personale traduzione/adattamento per le donne:

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Prega che il viaggio sia lungo,
pieno di mattini d’estate
quando con tanta gioia e piacere
butti l’ancora in porti mai visti;
visita i mercati fenici,
per acquistare tesori bellissimi –
madreperla e corallo, ebano e ambra
e svariati sensuali profumi –
quanti ne desideri.

Tieni sempre Itaca in mente.
Arrivarvi è il tuo destino.
Ma non affrettare il viaggio; sii paziente.
Meglio che duri molti anni –
più a lungo di quanto tu possa immaginare.
Così, finalmente, quando arriverai
alla sacra isola, sarai una donna saggia,
abbondantemente soddisfatta per quanto in viaggio hai ottenuto;
non ti aspetterai più che Itaca ti arricchisca,
non occorrerà più che Itaca ti arricchisca.

Itaca ti offrì il viaggio profondo,
l’opportunità di scoprire la donna che sei da sempre.
Senza Itaca come ispirazione, mai
saresti partita in cerca della Completezza.

E dovessi trovarla povera, Itaca non ti ha ingannata.
Autentica come sei ora, piena di saggezza,
grazia e bellezza, arricchita e illuminata da tante esperienze vissute
finalmente capirai il vero significato di tutte le Itache del mondo.
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Sarah Banbreathnach

Di Pietro: “Berlusconi indegno, ecco perché la mozione di sfiducia”

L’intervista del leader Idv a Rainews24

Antonio Di Pietro

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Roma, 26-05-2009

“Il premier, alla luce della sentenza Mills, non ha la dignità morale e politica per guidare questo Paese, perché ha corrotto un giudice per coprire un’evasione fiscale. Certo, in Parlamento non abbiamo i numeri, ma proprio per questo è lì che dobbiamo iniziare la resistenza”. Ai microfoni di Rainews24 il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro difende la decisione di presentare in Parlamento una mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Mozione che né il Pd né l’Udc voteranno.

Il caso Mills
“La corruzione si commette in due: il corrotto è Mills, il corruttore è Berlusconi, che dovrebbe rispondere nel merito della questione e invece criminalizza i giudici”, prosegue Di Pietro intervistato dal direttore Corradino Mineo.

Perché votare Idv
“Per mandare in Europa italiani di valore, piuttosto che ‘trombati’ che non sanno le lingue. Idv ha pubblicato sul suo sito il curriculum dei suoi candidati. Idv fa parte del gruppo dei liberali europei”, prosegue Di Pietro.

La recessione
“Berlusconi dice che la colpa della crisi è del fatto che non siamo ottimisti: stasera mangiate un po’ di ottimismo… – ironizza Di Pietro – I debiti li state pagando voi, mentre i capitali se li prendono gli speculatori”.

Resistenza
“Idv viene vista come l’unica forza di resistenza a Berlusconi: è segno che c’è una parte del Paese che vuole reagire. E’ a quella che ci rivolgiamo”.

Conflitto di interessi
“Anche un cieco vede che le tre maggiori tv private sono di Berlusconi- replica Di Pietro a Mineo che ricorda come il premier sostenga che i media italiani gli sono ostili – Anche un sordo sa che i vertici Rai sono stati nominati da Berlusconi… E’ che le spara così grosse da quasi convincersene”.

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fonte:  http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=119851

PALESTINA – INTERVISTA: Servono più donne nella magistratura / Palestinian Women Commemorate International Women’s Day at AIC

Mel Frykberg intervista il giudice Thuraya Judi Alwazir

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Thuraya Judi Alwazir

Foto: Mel Frykberg

RAMALLAH, 21 maggio 2009 (IPS) – Thuraya Judi Alwazir è una delle poche donne magistrato che fa parte dell’Autorità giudiziaria palestinese. In questa intervista, parla della sua esperienza in un ambiente dominato dagli uomini, dei diritti delle donne rispetto al delitto d’onore e alla violenza domestica, e dell’applicazione della pena di morte nella West Bank.

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Alwazir è nata in Libano da madre libanese e padre palestinese. Ha studiato diritto in Giordania, e terminato un master all’Università di Yale, negli Stati Uniti.

Ha lavorato come avvocato in Giordania ma si è trasferita a Gaza 12 anni fa, dopo aver sposato Jihad Alwazir, governatore del Fondo monetario palestinese e figlio del defunto Khilal Alwazir, o Abu Jihad, uno dei membri fondatori dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, assassinato dagli israeliani in Tunisia nel 1988.

A Gaza, ha lavorato soprattutto sui progetti della Banca mondiale per unificare i sistemi giudiziari di Gaza e della West Bank. Nel 2002 è stata nominata magistrato per la Corte di conciliazione dell’Autorità palestinese (AP).

D: In cosa consiste attualmente il suo lavoro?

Thuraya Alwazir: Faccio parte di una commissione di tre giudici del distretto di Ramallah (West Bank), che cura diversi casi civili. Non ci occupiamo dei casi penali, che sono separati e rientrano in una diversa giurisdizione.

Sono anche a capo dell’unità di pianificazione e gestione dei progetti per l’Autorità giudiziaria palestinese.

D: Può spiegare gli attuali problemi dell’AP e come è composta la magistratura?

TA: La magistratura comprende tre autorità: esecutivo, legislativo e giudiziario. L’autorità giudiziaria è formata da 180 giudici, di cui 21 donne. Ci sono due donne magistrato nella Corte suprema, una a Gaza e una nella West Bank. Le altre donne magistrato sono divise tra le Corti di conciliazione e di distretto.

D: Negli ultimi anni, l’autorità giudiziaria dell’AP sta cercando di aumentare il numero di giudici donne. Per quale motivo?

TA: La decisione di incorporare più giudici donne viene dal lavoro arretrato e dai casi rimasti irrisolti come conseguenza del caos politico nella regione: occupazione israeliana, seconda Intifada e lotta per il potere tra Hamas e Fatah, quando il sistema giudiziario era seriamente compromesso.

Adesso le corti sono tornate ad operare a pieno ritmo, e l’aumento significativo dei casi dipende anche dalla maggiore fiducia della gente nella credibilità del nostro sistema giudiziario.

Ma anche molti donatori internazionali dell’AP hanno fatto pressioni per una maggiore partecipazioen femminile in tutti i settori della vita amministrativa e governativa palestinese, compresa la magistratura, e hanno finanziato diversi programmi in tal senso attraverso istituzioni civili volti a migliorare l’empowerment di donne e ragazze.

D: In quanto donna, ha subito pregiudizi da parte di una società fondamentalmente patriarcale, e sente di doversi affermare di più rispetto a un magistrato uomo?

TA: Sì, in un certo senso credo sia più difficile. Alcune parti della società tendono a giudicare le donne nella magistratura per come appaiono, (e dubitano) che siano adatte a questo lavoro, e che abbiano le competenze adeguate.

Ma la Palestina è stata anche la prima società araba a nominare donne in magistratura negli anni ’70. Per di più, come conseguenza della lotta politica prolungata del nostro popolo contro le diverse occupazioni, le donne palestinesi sono sempre state al fianco degli uomini nella lotta per la libertà e l’indipendenza.

Sono state costrette dalle circostanze ad assumere i ruoli tradizionalmente affidati agli uomini, mentre tanti uomini venivano uccisi e imprigionati dagli israeliani, perciò considerare la donna come pari non è un’idea nuova.

L’Autorità giudiziaria, inoltre, segue una politica di parità di genere, e molte famiglie adesso puntano ad educare le proprie figlie femmine allo stesso modo dei figli maschi. Certo, dove la povertà è endemica, i maschi hanno la precedenza, per la percezione tradizionale del loro ruolo di capifamiglia.

D: La West Bank opera secondo il Codice penale giordano, e Gaza secondo quello egiziano. Questo ha comportato una certa leggerezza delle pene assegnate ai responsabili di crimini come il delitto d’onore e la violenza domestica. Lo stupro non è riconosciuto come un crimine nel matrimonio, e non esistono leggi specifiche contro la violenza domestica. Ci sono progetti per cambiare questo sistema?

TA: Diversi anni fa era stata presentata al Consiglio legislativo la proposta di un nuovo codice penale. Ma il consiglio, che comprende un insieme di membri di Hamas e Fatah, ha smesso di funzionare a causa dei contrasti tra i due gruppi.

Una proposta di legge di per sé non è sufficiente: si dovrebbero creare più tutele e aiuti legali per le donne. Ma ancora una volta è una materia che esula dalla giurisdizione dell’Autorità giudiziaria, e servirebbero invece le pressioni della società civile, e dei gruppi delle donne in particolare.

D: Di fronte all’evidente incapacità di Hamas e Fatah di riconciliarsi, quali speranze ci sono di cambiamenti significativi nel sistema giudiziari sul breve periodo?

TA: Finché non ci sarà riconciliazione, il Consiglio legislativo resterà paralizzato. Quando Hamas ha preso il controllo di Gaza nel giugno 2006, benché la magistratura dell’AP abbia continuato ad operare nella zona, non c’è stata integrazione dei codici civile e penale tra West Bank e Gaza.

E non c’è stata neanche collaborazione tra le forze di sicurezza di Hamas e la magistratura dell’AP, perciò si sono bloccate le cause civili. I due sistemi giudiziari nei territori palestinesi divisi adesso operano indipendentemente l’uno dall’altro.

D: Le organizzazioni internazionali dei diritti umani hanno espresso preoccupazione per il numero di palestinesi che vengono condannati a morte. Qual è la sua posizione al riguardo?

TA: In realtà la pena di morte era stata abolita per ordine dell’esercito israeliano negli anni ’70, quando Israele controllava il sistema legale della West Bank. Attualmente, i tribunali civili e penali dell’AP non hanno ancora il potere di mettere in atto la pena di morte. Le sentenze di morte eseguite qui vengono dai tribunali militari dell’AP.

E qui abbiamo un problema: vogliamo limitare la giurisdizione delle corti militari e ricominciare a processare i civili colpevoli di tradimento e di altri reati che giustificano la pena capitale, nelle corti civili. A questo scopo, è attualmente in esame una proposta di legge presentata al presidente dell’AP Mahmoud Abbas, che controlla la West Bank.

E in realtà stiamo decidendo di ripristinare la pena di morte nelle corti civili. È in linea con le nostre credenze islamiche, ed è anche un’idea sostenuta da diversi leader religiosi. Non spetta alla comunità internazionale applicare i loro sistemi di valore alla nostra società.

D: Lei si considera un modello esemplare per la prossima generazione di donne palestinesi, e cosa pensa debba essere fatto per promuovere l’avanzata delle donne in magistratura in Palestina?

TA: Spero di poter essere un modello per le più giovani della mia generazione. Credo che le ragazze debbano essere incoraggiate attraverso programmi speciali attuati dal Consiglio giudiziario, che dovrebbe anche sostenere ed essere una guida per le donne avvocato.

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fonte:  http://ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1447

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Palestinian Women Commemorate International Women’s Day at AIC

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Over 70 Palestinian women gathered at the AIC in Beit Sahour to commemorate International Women’s Day

In celebration of International Women’s Day (8 March), over 70 Palestinian women gathered yesterday at the Alternative Information Center (AIC) in Beit Sahour for an evening of political discussions, sharing and singing.

“We gathered together, women from different religions and different political groups, to let the whole world hear our voice,” said an excited Amira Hilal, Coordinator of the AIC women’s group. “To our own society, our message today is that our culture must change because women are strong by nature, while society and traditions favor men. And our message to the world is that one day we—the women and men of Palestine—will have real freedom, living in a democratic state that provides justice and peace.”

These messages were interpreted through singing traditional and national songs, which gave the 70 women the opportunity to explode their repressing from the Israeli occupation.

In this fourth year of commemorations for International Women’s Day by the AIC, the group of women learned together about the historical struggles of working women in the late 19th and early 20th centuries, struggles that helped give birth to the international women’s and labor movements, together with this day of commemoration.

The evening concluded with traditional and much-loved Palestinian national music, sung by the women collectively and individually. “The music was an act of resistance against the current oppression in our lives,” noted Hilal, “and expressed hope for a better future.”

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fonte:  http://www.alternativenews.org/english/1651.html

YANGON – Suu Kyi oggi in aula per deporre a processo

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martedì 26 maggio 2009 08:17

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YANGON (Reuters) – Aung San Suu Kyi, l’icona democratica di Myanmar premio Nobel per la pace, comparirà oggi in tribunale, dopo che la procura ha imbastito un caso contro di lei che ha provocato l’indignazione internazionale. Lo riferiscono i suoi avvocati.

Il processo si tiene nel carcere Insein di Yangon.

Suu Kyi, che rischia fino a cinque anni di carcere, è pronta a difendersi da sola dopo che ieri la procura ha cassato le testimonianze di otto persone in suo favore, alimentando così le voce che il processo terminerà presto.

L’attuale mandato di arresti domiciliari per la 63enne leader dell’opposizione scade domani, e ci si attende Suu Kyi venga considerata colpevole di aver violato gli arresti, dopo che nei giorni scorsi ha consentito a un cittadino americano che si era introdotto senza invito nella sua casa di restare.

“L’episodio è avvenuto mentre le autorità la trattavano con indulgenza”, ha detto ai giornalisti prima dell’inizio del processo Myint Thein, un dirigente del ministero dell’Interno di Myanmar, l’ex Birmania.

Nyan Win, uno dei legali di Suu Kyi, ha lamentato che la difesa non ha potuto incontrare la donna prima della sua deposizione. “Potrebbero aver già scritto la sentenza”, aveva detto ieri l’avvocato.

In aula oggi sarà consentita per la seconda volta la presenza di diplomatici e giornalisti birmani, dopo che il processo è cominciato il 18 maggio scorso. Ma saranno vietati anche stavolta registratori, macchine fotografiche e videocamere.

L’Occidente ha condannato il processo come un vergognoso tentativo per prolungare la detenzione della leader democratica oltre le elezioni del 2010. Negli ultimi 19 anni, Suu Kyi ne ha trascorso in detenzione oltre 13.

Il regime ribatte che la donna avrà un processo equo, ma alcuni analisti dicono che la giustizia birmana di solito adatta la legislazione sulle necessità dei generali che governano il paese del Sudest asiatico.  Continua…

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fonte:  http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE54P00P20090526


Pyongyang lancia altri due missili. L’Onu condanna e prepara sanzioni

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Il lancio sulla costa occidentale che si affaccia sul Mar giallo

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“Divieto per le navi nel tratto di mare al largo della provincia di Pyongyang del Sud dal 25 al 27 maggio”. Obama si ‘coordina’ con Giappone e Sudcorea

https://i0.wp.com/www.huffingtonpost.com/huff-wires/20090429/as-koreas-nuclear/images/e3fc8eed-563e-4462-a5ec-521a8d531cc6.jpg

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Washington, 26 maggio 2009 – Mentre la Corea del sud insiste con le ‘provocazioni’ – questa mattina l’annuncio del lancio di altri due missili a corto raggio – Le Nazioni Unite e gli Usa preparano le contromosse. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha condannato il nuovo test nucleare fatto dalla Corea del Nord e ha deciso di preparare una risoluzione che potrebbe comportare nuove sanzioni nei confronti di Pyongyang mentre Barack Obama ha avviato contatti sul tema con Giappone e Corea del Sud.

I membri del Consiglio hanno espresso la loro ferma opposizione e la loro condanna del test nucleare effettuato il 25 maggio 2009 dalla Corea del Nord, che costituisce una chiara violazione della risoluzione 1718” ha dichiarato alla stampa l’ambasciatore russo Vitaly Churkin, a nome del Consiglio che presiede nel mese di maggio. I membri hanno deciso “di cominciare immediatamente a lavorare su una risoluzione del Consiglio su questa questione” ha aggiunto Churkin al termine di una riunione di consultazioni convocata d’urgenza su richiesta del Giappone dopo il test nucleare nordcoreano.

I quindici membri “esigono” che la Corea del Nord rispetti pienamente i suoi obblighi secondo i termini delle risoluzioni del Consiglio”, aggiunge la dichiarazione, la cui approvazione ha richiesto l’unanimità dei quindici membri del Consiglio.

IL LANCIO DEI MISSILI

Si tratterebbe, secondo l’agenzia sudcoreana di due missili, uno terra-aria e un altro antinave entrambi dalla gittata di 130 chilometri e lanciati dalla costa orientale, vicino alla città di Hamhung. «L’intelligence – ha detto la fonte del governo di Seul – sta analizzando i motivi del lancio».

OBAMA CHIAMA SUDCOREA E GIAPPONE

Il presidente Usa, Barack Obama, ha telefonato alla sua controparte sudcoreana, il presidente Lee Myung-bak e al premier giapponese Taro Aso per «coordinare» eventuali reazioni ai test nucleari in NordCorea.
Lo rende noto la Casa Bianca. Obama ha rassicurato i due leader dell’«impegno inequivocabile» alla difesa della Corea del Sud.

Con i due presidenti Obama ha anche convenuto di lavorare in stretto contatto «per sostenere una forte risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu con misure concrete per ridurre le attività nucleari e missilistiche di Pyongyang»

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/05/26/182836-pyongyang_cambiano.shtml