Archivio | maggio 30, 2009

ISLAMABAD – Samar Minallah: «I talebani mi vogliono morta»

Su Io Donna

Samar Minallah paga per le immagini della 17enne flagellata dagli integralisti in Pakistan

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di Lorenzo Cremonesi, inviato CorSera

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Samar Minallah nel suo lavoro
Samar Minallah nel suo lavoro

ISLAMABAD – L’accusa è di quelle che non perdonano: offesa alla reputazione dei talebani e della popolazione nella vallata di Swat. E così è anche la condanna: morte per lei, Samar Minallah, e minacce altrettanto letali alla sua famiglia. «Ho paura, davvero tanta. Da quando un mese fa è scoppiato lo scandalo della ragazza di Swat frustata dai talebani non ho più pace. Per me è cambiato tutto. Temo per i miei due figli di 11 e 16 anni, temo per mio marito. I talebani hanno già annunciato di avere pronti alcuni attentatori suicidi per ucciderci appena possibile», ci dice per telefono dal suo nuovo nascondiglio.

Non è la prima volta che la 41enne Samar viene attaccata direttamente dai talebani. Nata a Peshawar da una nota famiglia pashtun, da oltre 20 anni dedica tutte le sue energie alla lotta per l’emancipazione femminile nelle «zone tribali» e nel Pakistan rurale. A questo fine ha fondato una sua organizzazione non governativa, la Ethnomedia. Un suo video qualche anno fa venne anche premiato alle Nazioni Unite per il coraggio con cui denunciava la tradizione di sposare le bambine agli anziani per dirimere le dispute tra clan rivali. E immancabilmente le piovvero contro le accuse di «tradimento» e di «essersi venduta ai nemici dell’Islam e del Pakistan». «Ma questa volta è grave, molto grave. Ne va della nostra vita», dice quasi mangiandosi le parole.

È la prima volta che Samar accetta di essere intervistata da un giornalista da quando, un mese fa, è fuggita in clandestinità. Il fatto è noto. Samar il primo di aprile scorso diffuse il filmato ripreso da un telefonino di un gruppo di talebani che nel villaggio di Matta, nel cuore della vallata di Swat oggi al centro dell’offensiva militare pakistana, flagellavano Chand Bibi, una diciassettenne sospettata di avere una relazione «illecita» con il suocero. Le immagini della giovane donna a terra, tenuta per le gambe e le braccia dai suoi aguzzini con il turbante scuro in testa fecero il giro del mondo. I maggiori commentatori pakistani sostengono unanimi che contribuirono a instillare nell’opinione pubblica nazionale questo nuovo e diffuso sentimento anti-talebano che sta al cuore della legittimazione dell’offensiva militare. «In un primo tempo gli stessi talebani dissero che quello era un’azione legittima, nel pieno rispetto della legge islamica. Poi però ritrattarono, dissero che il video era falso, si resero conto che giocava contro di loro, convinsero persino Chand Bibi a negare che il fatto fosse mai avvenuto. È allora che sono scattate le minacce», ricorda Samar.

E lei come si è difesa? «Non ho difese. Ho dovuto cambiare casa. Con la mia famiglia ci troviamo in gravissime difficoltà economiche. Temo per il mio bambino più grande che va a scuola. Muslim Khan, portavoce di Sufi Mohammad, uno dei leader di Swat, ha dichiarato anche alle televisioni locali, non ultima GeoTv diffusa in tutto il Paese, che io sono una vergogna per l’islam. E ho ricevuto tantissime telefonate minatorie, minacce di ogni tipo». Le autorità non la difendono? Dopo tutto è in corso una guerra aperta con i talebani di Swat. «Il ministro dell’informazione per le province delle zone tribali, Iftikhar Hussein, da Peshawar mi ha pubblicamente accusata di aver danneggiato l’accordo sull’applicazione della Sharia a Swat. Dal primo di aprile almeno tre attiviste di organizzazioni non governative pakistane che lavorano per i diritti delle donne sono state assassinate, altre nove sono minacciate».

E che ne è stato di Chand Bibi? «Non so. Sembra fosse stata punita perché rifiutava di sposare un militante talebano. Ma ora a Swat regna il caos. Chand Bibi potrebbe già essere morta». L’offensiva anti-talebana in corso potrebbe migliorare la situazione a Swat? «È troppo presto per dire. Io lo spero ardentemente. Ma anche in passato l’esercito ha compiuto operazioni simili, che sono finite nel nulla. C’è il rischio molto serio che tutto questo abbia effetti controproducenti e spinga addirittura nuovi giovani ad arruolarsi tra i ranghi talebani. Non sarebbe la prima volta».

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30 maggio 2009

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/09_maggio_30/fotografa_talebani_cremonesi_iodonna_c6efafa8-4d2d-11de-82fb-00144f02aabc.shtml

Pakistani Girl recieves 37 Lashes in Swat Valley


G8, tafferugli al corteo per il tentativo di provocazione dei fascisti. In cinque fermati e poi rilasciati

G8, tensione al corteo5 fermati subito rilasciati

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Cinque fermati poi subito rilasciati, tafferugli, tensione. Il corteo a Roma della Rete No-G8 è partito con un po’ di ritardo da piazza di Porta Maggiore, contro il summit dei ministri dell’Interno e della Giustizia. Qualche migliaio di persone, ventimila secondo gli organizzatori e cori e slogan come «Siamo tutti clandestini», «Noi la crisi non la paghiamo», «Se non cambierà, lotta dura sarà» assieme all’inossidabile «El pueblo unido jamas serà vencido».

Poi tensione e piccoli tafferugli hanno interrotto, all’altezza di piazza Vittorio, l’atmosfera pacifica nella quale si stava svolgendo la manifestazione romana.
La dinamica al momento non è ancora chiara ma, secondo alcune testimonianze di manifestanti e servizio d’ordine, un gruppo avrebbe risposto alle provocazioni di alcuni militanti di estrema destra in via Buonarroti, una traversa di piazza Vittorio, proprio mentre transitava il corteo.

Nonostante gli appelli del cordone a non lasciare il corteo e non rispondere all’azione dimostrativa, un centinaio di giovani si è staccato dal corteo per inseguire quelli che ritenevano essere provocatori, datisi subito alla fuga. Alcuni di loro sono stati fatti salire su un’auto delle forze dell’ordine che è riuscita a ripartire a sirene spiegate nonostante fosse stata circondata da una decina di manifestanti. Immediatamente dopo, comunque, il gruppetto si è riunito al corteo che ha proseguito la sua marcia pacifica.

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I giovani fermati sono stati poi rilasciati dalla Digos. Si tratta di un gruppo di giovani della rete Rash (anarchici europei di sinistra). Secondo quanto ricostruito dalla rete No G8, i cinque sono usciti dal corteo per rispondere ad una provocazione dei fascisti – sembra un lancio di bottiglie – e poi, mentre cercavano di rientrare nella manifestazione, non sono stati riconosciuti e sono stati inseguiti e, prima che accadesse loro il peggio, sono stati fermati e portati via dalla Digos.

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30 maggio 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/85204/g_tafferugli_al_corteo_cinque_fermati_e_poi_rilasciati

Di Bartolomei, quel colpo di pistola 15 anni. fa La moglie: «Ago è qui, mi dà forza»

Ciao Ago elena


E poi si fa sera. «E noi parliamo, ci confrontiamo. Mi consiglia, mi trasmette forza». La dolcezza è nei verbi coniugati al presente. I verbi che vivono. E poi alza gli occhi, non li abbassa: «C’è stato un periodo che ero arrabbiata con lui. Che mi facevo tante domande e non trovavo una risposta. Mi sono detta che dovevo cercare la felicità nelle piccole cose, per me, i miei figli e per lui». Per il capitano buono, per il ragazzo di borgata che aveva riportato lo scudetto a Roma. Che aveva sfiorato la coppa dei Campioni, che hanno mandato via. Che hanno dimenticato. Il calcio, non la gente. Perché Ago era la gente: «Ancora oggi, a quindici anni da quel giorno, la gente parla di lui come di un esempio per i giovani calciatori, un uomo vero». Quel giorno, il 30 maggio 1994, Agostino Di Bartolomei si uccise con un colpo di pistola sul terrazzo della sua villa, sul mare, a San Marco di Castellabate, in provincia di Salerno. Dieci anni prima, il 30 maggio 1984, la Roma perse la coppa dei Campioni ai rigori, all’Olimpico con il Liverpool. Una terribile coincidenza. Esatto, coincidenza.

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Marisa De Santis è una donna che seleziona le parole, che guarda negli occhi, che non sfugge a sé stessa. La memoria di Marisa è intatta, guarda al passato per valorizzare il presente. Trent’anni fa: «Era la fine degli anni ’70. Roma era diversa, era più a misura d’uomo. Dirsi buongiorno aveva un valore. Era una festa tra amici. Mi dissero “guarda, c’è il capitano della Roma, quel famoso Di Bartolomei”. Sembrava antipatico, non brillava per favella. Pensai: lavora con i piedi! Lui ascoltava, mi chiese che lavoro facessi. Ero un’assistente di volo, una hostess. Rispose con una battuta, si aprì in un istante. Ci siamo frequentati per diversi mesi, ci siamo messi insieme e ci siamo sposati».

Era un calciatore, il capitano della Roma del barone, di Nils Liedholm: «I miei mi dicevano sempre: “ok, gioca a calcio, ma che lavoro fa?”. Noi eravamo completamenti estranei al calcio, non ci capivo niente, non mi interessava. Ma vivevo con Ago e dovevo entrare nel suo mondo, che era passione, sacrificio, gioia. Andavo allo stadio. Nel gioco a zona di Liedholm, che metteva a dura prova la velocità di Agostino e che ne esaltava le qualità di combattente, rivedevo “Il gioco delle perle di vetro” di Hermann Hesse». Il pallone, i libri, la pittura: «Non frequentavamo i salotti, il generone romano. Ci piacevano le cene con gli amici, le mostre di pittura, le presentazioni di libri. A letto leggevamo molto. Ci scambiavamo i libri con gli amici. Ago era ghiotto di arte. Certo, c’erano anche le serate con la squadra, promosse da Ago perché era il capitano e ci teneva al gruppo, al rispetto, più che l’amicizia. L’amicizia tra i calciatori è impossibile, c’è troppa competizione. L’importante che ci sia rispetto. E Ago era rispettato, apprezzato dai tifosi e dall’allenatore».

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Tre anni, un crescendo: 1982, nasce Luca; 1983, lo scudetto; 1984, la finale di coppa dei Campioni a Roma. «La gente era sicura di vincere, sentiva quella coppa già in bacheca. I rigori hanno zittito il pubblico, i giocatori, la città. Dentro Ago aveva un dolore enorme. Non so quante notti avrà passato insonne, tante. Era un uomo che somatizzava, non riusciva a condividere il suo dolore con gli altri». Il peggio arriva con Eriksson: «Non credo che il nuovo allenatore non volesse Ago, piuttosto il presidente Dino Viola aveva previsto altre scelte e aveva progettato di vendere Ago al Milan, dove c’era Liedholm che l’avrebbe accolto a braccia aperte».

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E fu Milan: «Ci trasferimmo a Milano. Luca era piccolo, c’era tanta neve, faceva freddo. Avevamo nostalgia di Roma. Ago voleva chiudere la carriera Roma». Non c’entrano le discussioni con i compagni di squadra: «Quei rigori hanno segnato tante persone, Ago s’infuriò con Falcao che non volle batterlo. Aveva un buon rapporto con Bruno Conti, meno con Ciccio Graziani, che aveva un carattere particolare». Un anno a Cesena, due alla Salernitana: «Noi venivamo a San Marco d’estate, dalla mia famiglia. Avevamo deciso di costruirci una casa sul mare e Ago voleva farsi un’altra promessa e mantenerla: portare la Salernitana in serie B, risollevare la storia di una squadra che faticava nei campi di serie C». La Salernitana in B, e Agostino si ritira: «Quando smetti non è facile ritrovare un equilibrio, fisico e psicologico. Si passa da tre ore di allenamenti al giorno a zero, o quasi. Si passa dall’adrenalina ogni domenica, ad un’esistenza normale. Sembrerà una sciocchezza, ma credo che uno psicologo, qualcuno che stia vicino a chi smette di giocare sia necessario. Perché è dura».

Senza riconoscenza, durissima: «Ago voleva allenare i bambini, farli crescere senza ingannarli. Sbaglia chi si fida troppo del calcio, che è finto, che fa male. Voleva dare l’esempio: non con le parole, che non sapeva e voleva maneggiare, con il comportamento». Nessuna chiamata dalla Roma: «E oltre ad uno studio assicurativo a Salerno, aprì una scuola calcio a San Marco. Era deluso dagli altri. Ma era felice». Il 29 maggio: «Cena con gli amici, un salto al mare. Luca sulle spalle di papà. Normale. Non me l’aspettavo, non era da lui. Non cerco spiegazioni. Anche se il gesto è stato improvviso, una debolezza che poteva superare, avesse scelto un altro modo per sopportare quel senso di debolezza». Con la pistola, non si può. Non si può rimediare. Il dopo. «Avevo bisogno di coccole, di una tata. Mi sono ripresa. Nella villa ospito amici e gente selezionata, sette stanze, prima colazione. Faccio l’alberghiera! Qui c’è la quiete, sente il mare? La gente viene da Roma e da fuori per rilassarsi. E quando vado a Roma, a trovare mio figlio Luca, avvocato, che per fortuna non aveva le doti per fare il calciatore, rientro nello smog, nel traffico, nella vita veloce». L’erede, Francesco Totti: «E’ venuto qui, nel ’95, per un torneo di calcio giovanile. Gli dissi: “Sarai il capitano della Roma”. E’ un bravissimo giocatore, un uomo educato e corretto, uno splendido padre”. Oggi, 30 maggio 2009. Quindici anni fa.

Fonte: l’Unità

CODEPINK per GAZA!

Grazie a Doriana per questo suo pezzo:

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Le Codepink! Sono entrate a Gaza – da Rafah – dopo 5 giorni di trattative con il governo egiziano. Indossavano tutte un nastro rosso in testa. Sono delle donne esagerate, fuori misura, senza pudore, in rosa… e sopratutto CONTRO LA GUERRA. In ”coda” copio l’ultima loro lettera, in 20 a firmarla, che mi è arrivata e gira per il mondo: Tell Obama where to go!

Sono un terremoto di azioni simboliche e non violente, di donne diverse, comuni,di varia età, contro e una racconta la sua storia in questo video. Si vestono in rosa, sfacciate, bambine cresciute che non hanno pudore e vogliono essere notate, vogliono Esserci per far esistere anche altre, in questo orrore di mondo violento, che non ha colori, che ha spento tutti canali della libera comunicazione in nome di quello assoluto del potere.
Partono, ritornano, erano state all’ambasciata italiana a Washington con un’accoglienza immaginabile e descritta dalla loro cofondatrice Medea Benjamin, la stessa piccola grande donna che incontrai a Vicenza. E andando a scavare- scovare queste donne attiviste, riemergono: “Nel 2002 un altro gruppo di donne hanno fatto uso del colore come strumento del loro memorabile teatro di strada: CODEPINK, Codice Rosa.

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Guidate da Medea Benjamin, Diane Wilson e Starhawk, attiviste da lungo tempo, hanno scelto il colore rosa come affronto deliberato alla campagna del terrore dalla mano pesante portata avanti dal regime Bush. E’ l’antidoto al codice colorato del sistema di allerta al terrore ed è un’immagine che è intenzionalmente satirica, celebrativa e sovversiva.
Come tutte le grandi rappresentazioni teatrali di strada, le azioni di CODEPINK sono colorate, eccessive, debordanti e l’humor è parte integrante della loro identità. Il loro motivo ricorrente è il duplice significato della vernice rosa, da una parte gli abiti, i manifesti e gli slogan, dall’altra un loro proclama tipico recita: “Le donne di CODEPINK dicono: Ritiro Immediato”. E Soprattutto è sempre facile individuare il gruppo di CODEPINK ad ogni manifestazione!”
Intanto leggo da Adnkronos che: ” Alcune delle foto che testimoniano gli abusi commessi dai militari americani sui detenuti ad Abu Ghraib che Barack Obama sta tentando di censurare mostrano scene di violenze sessuali. Lo riporta oggi il Daily Telegraph, precisando che almeno una foto mostra un soldato statunitense che stupra una donna irachena prigioniera ed una altro un traduttore che violenta un prigioniero. Secondo il giornale britannico vi sarebbero altre foto di violenze ed abusi sessuali sui detenuti. In una si mostra una donna a cui sono stati strappati i vestiti. E’ stato lo stesso generale Antonio Taguba, ufficiale a riposo che condusse l’inchiesta sulle violenze nella prigione di Baghdad, a confermare al giornale l’esistenza di queste fotografiestupri e violenze, come venivano riportato anche nel rapporto presentato da Taguba nel 2004. Il generale Taguba, che è andato in pensione nel 2007, ha comunque dichiarato di sostenere la decisione del presidente Obama di impedire, contrariamente a quanto aveva deciso in un primo momento, la pubblicazione delle foto. “Queste foto mostrano torture, abusi, stupri ed ogni tipo di indecenza: ma non sono sicuro che la loro pubblicazione aiuti lo scopo legale, mentre per conseguenza metterà a rischio le nostre truppe, unici protettori della nostra politica estera” ha detto. “La sola descrizione di queste foto è abbastanza orrenda, fidatevi della mia parola” ha aggiunto il generale a riposo”.

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Ditemi poi se queste donne, fra milioni di uguali e invisibili nel mondo, per la strada, come le Codepink, sono indecenti, pazze, da censurare, se commettono loro violenza, se sono straniere come le altre milioni di invisibili, da controllare e contenere, come qui in Italia, in carcere, in attesa di identificazione permanente…

Doriana Goracci

May 27, 2009 cara Doriana, abbiamo dovuto attraversare inferni e acque alte per ottenere che la nostra delegazione CODEPINK dal Cairo entrasse nella devastazione di Gaza dovuta dall’invasione israliana di 22 giorni, così vasta e tragica che dovresti vederla per crederci. Ecco perchè pensiamo che sia fondamentale che il presidente Obama, che sarà al Cairo il 4 giugno, faccia una tappa a Gaza.
Obama ha detto che portare la pace in medio Oriente è in cima alle priorità. Ma né l’inviato per la pace George Mitchell né il segretaio di stato Hillary Clinton hanno messo piede a Gaza. Quindi vi chiediamo di unirvi a noi per firmare questa petizione ‘petition to the President: Visit Gaza’. Gaza è una piccola striscia più o meno come lo stato di Philadephia. Obama potrebbe attraversare lo stato in circa due ore in macchina.
E cavolo ha aggiunto una visita in Arabia Saudita per avere una cena con il re che ha visto lo scorso mese al G20. Non è forse più importante visitare una regione dove recentemente 1300 persone sono state uccise e migliaia di case, scuole e moschee distrutte? Non è più importante vedere come gli Isrealiani usano i tre miliardi annui di supporto militare presi dalle tasse dei cittadini degli Stati Uniti?
Allo stesso tempo della visita del presidente Obama ci sono le straordinarie 175 persone della delegazione CodePINK che cercheranno di entrare a Gaza da entrambi i confini egiziani e israeliani. Invitati da United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), abbiamo portato medicine necessarie, e giochi, forniture per le scuole, materiali per costruire spazi per giocare mentre scuole e parchi venivano distrutti durante l’invasione (…)
La maggior parte dei cittadini di Gaza sono sotto i 18 anni, e i giovani sono traumatizzati e depressi. Noi vogliamo raggiungerli per diminuire le loro pene e dimostrargli che teniamo a loro. Così dovrebbe fare Obama. Dovrebbe visitare Gaza, esprimere le sue condoglianze per la perdita di così numerose vite innocenti, risolvere e sollevare l’inumano assedio che coinvolge l’intera popolazione e lanciare delle indagini per come i finanziamenti statunitensi per Israele sono stati spesi.
Queste azioni più di ogni bella parola che potrà dire durante il suo discorso all’università del Cairo, potrebbero fare miracoli per riparare le nostre relazioni con il mondo arabo che sono state così rovinate durante gli anni di Bush, In pace ..in peace…………………..
(Traduzione di Claudio Greco)

video foto e link su
http://www.reset-italia.net/2009/05/29/scene-in-rosa-di-violenza/

Suggerimenti di approfondimento sulle donne per la pace:

http://www.codepink4peace.org/

http://codepinkdc.blogspot.com/

http://donneinnerobologna.blogspot.com/

http://www.womensaynotowar.org

http://www.womensaynotowar.org/article.php?list=type&type=100

http://www.targetofopportunity.com/codepink.htm
ma c’è anche molto altro in rete… buona caccia! 🙂 elena

Gaza: ultimi aggiornamenti da Vik

Here in Gaza “lead is not casting” anymore, but it has been shot
against us regularly.
Rafah tunnels, (the only way to get food and necessities for civilian
people, prisoner of a ruthless siege), are being bombed from time to
time, burying Palestinian miners just as farmers are daily shot at by
snipers while working on their own lands close to borderline.

nakba 2009

Early in the morning, here, in front of the seaport, I’ve been
awakened by artillery shots by Israeli navy firing against rudimentary
Palestinian fishermen boats to prevent them moving more than a few
miles off their own coastline.

There are really just little fish left close to the Gaza coastline,
there is only barren water there due to pollution and over
exploitation. During the past two months, a dozen fishermen have been
kidnapped, taken to Israel and their boats have been confiscated,
because they move farther than 2.5 Km from the coast.

If at sea fishing, there is a high level of risk to be killed while
searching for food; also on land, surviving is not easy at all: Israel
is increasingly striking out in East Khan Younis. And in case shooting
against unarmed civilians is not enough, Israeli forces are playing
pyromania: overrunning borders and setting fire to Palestinian fields,
in particular barley and grain fields, whose harvesting is the only
income for hundreds of families.

During the last massacre 21 000 civilian buildings have been destroyed or damaged by Israeli bombings, 100 000 Palestinians are homeless, a situation which recalls the Nakba of 1948.

nakba 1948

The reconstruction does not even have a chance, because it is
forbidden to import cement and building materials. Israeli officers
say these vitally-needed supplies would be used to build tunnels to
Rafah in spite of the obvious desire to rebuild and make a life for
their children.

Similarly, most goods cannot be imported in Gaza, Israel approved a
list of about 40 type of goods, a huge decrease from the 3000-4000
allowed before the siege begun.

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At the corners of the streets it is usual to see many children beg for
some change selling parsley or mint, dressed in dirty rags. Who knows
what happened to their families in the massacres?
Sentenced to a severe punishment for the crime of not wanting to
succumb to a better-armed oppressor, Palestinians have resisted for 61
years, relegated to isolationism by the world politics.

Looking beyond the horizon, here at the port, I look forward to the
civil society that fights for for peace and human rights, and seek to
bring here all its empathy through a courageous FLOTILLA.

Resist and stay human.

Vittorio Arrigoni in Gaza

Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com

Another contribution on the situation in Gaza by Natalie Abou Shakra
is available on the website:
http://www.freegaza.org/en/home/56-news/884-current-situation-in-gaza

Rapporto Cgil sui diritti: «Gli italiani sempre più soli di fronte alla crisi»

«Un paese in difficoltà, nonostante l’ottimismo di facciata». Così definisce l’Italia il rapporto sui diritti globali, realizzato da Associazione societàinformazione onlus e promosso da Cgil, Actionaid, Arci, Antigone, Cnca, Forum ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente.

«La crisi – si legge nel rapporto – sta mordendo la società italiana, i lavoratori, il sistema industriale. Negli ultimi tre mesi del 2008, il Pil è diminuito del 2,6%, mentre le stime per il 2009 lo danno in arretramento di oltre il 3%. Ma il governo ha una strategia opposta a quella del governo americano: tanto quest’ultima è improntata all’idea di un cambiamento forte, perchè niente può tornare come prima, quanto l’iniziativa in Italia è dominata dalla convinzione che al massimo è necessario qualche aggiustamento».

Nel rapporto si legge anche che gli italiani di fronte alla crisi sono sempre più soli e senza rete, e di fronte a un welfare che si ritrae corrono rischi contro cui non hanno protezione. L’11,8% possiede azioni o quote di fondi ad alto rischio sul mercato finanziario; l’8,2% (circa 2 milioni) ha un mutuo per la casa cui far fronte, con (stimate) 56 mila famiglie che saltano i pagamenti e 193 mila che fanno fatica a pagare le rate, il 12,8% (poco più di 3 milioni) che ricorre al credito al consumo.  Il 50% delle famiglie italiane, prosegue il rapporto, ha un reddito annuo inferiore a 23.083 euro, 1.924 al mese, un anziano solo vive con meno di 11.458 euro (955 euro mensili), a fronte di chi è solo ma in età attiva (16.274 euro). C’è un capitolo dedicato al miraggio della casa, visto che  lo sfratto, il mutuo, l’affitto e le bollette in arretrato sono causa di vulnerabilità, e spesso anche di passaggio a veri stati di povertà. Sta diminuendo l’acquisto (-13% nel 2008) e contemporaneamente aumentano i costi dell’affitto: +130% dal 1998. Segnalata nel rapporto anche la «beffa della social card».

Commentando il rapporto, Don Luigi Ciotti fa notare che il problema non è solo di carattere economico, visto che nel nostro Paese è in corso un attacco ai diritti «avvenuto in modo chirurgico», con «la copertura di buona parte dei mass media, asserviti a quegli stessi giochi di potere che avrebbero dovuto denunciare». Il presidente del gruppo Abele accusa il governo di aver sfornato a getto continuo misure di sicurezza in aperto contrasto con i diritti fondamentali della persona», mettendo dall’altro lato «i reati dei potenti e dei colletti bianchi al riparo dalla legge». Secondo Don Ciotti, la nostra legge sull’immigrazione è «fra le più disumane» e «la deriva legislativa ha provocato un imbarbarimento dei costumi».

Di fronte a questo arretramento, per il presidente dell’Arci Paolo Beni, «l’alternativa non può essere rispolverare l’intervento pubblico e l’economia, ma mettere in discussione un modello di sviluppo che sta implodendo».

Fonte: l’Unità, 29 maggio

Anche oggi quattro morti sul lavoro

A Barletta un operaio travolto da un cancello in un capannone industriale

Due incidenti agricoli nel Bolognese e in Sicilia. Nel Padovano un macellaio si accoltella accidentalmente

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BARLETTA – Giuseppe Gorgoglione, 22 anni, è morto schiacciato da un cancello durante i lavori di ampliamento di un capannone industriale a Barletta. Sul posto sono intervenuti i carabinieri che stanno accertando le modalità dell’incidente.

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IN AGRICOLTURA – Un altro incidente sul lavoro è avvenuto in mattinata in provincia di Bologna. Un uomo di 61 anni mentre si trovava a bordo di un trattore in un campo in una frazione di Monte San Pietro è morto a causa del ribaltamento del mezzo mentre trasportava legname. Un simile incidente è avvenuto purtroppo anche in provincia di Trapani, dove Matteo Giacalone, 81 anni, è morto a Mazara del Vallo in contrada Bocca Gilletto falciato dalle lame della fresatrice che stava utilizzando. L’anziano sarebbe sceso dal trattore per risolvere un improvviso inceppamento dell’attrezzo agricolo ma è stato colpito dalle lame roteanti.

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MACELLAIO – Lino Sporzon, 45 anni, è morto a Piove di Sacco (Padova) dopo essersi ferito gravemente all’addome con il coltello che stava usando per tagliare la carne nel settore macelleria del supermercato Sma. Sporzon aveva impugnato un grosso coltello con il quale doveva tagliare e disossare un pezzo di carne. Improvvisamente il coltello gli è scivolato dalla presa e la lama si è conficcata profondamente nell’addome. Il macellaio è stato soccorso per primo dal titolare del supermarket. In preda ad una forte emorragia è stato portato in ospedale dove però, nonostante il prodigarsi dei chirurghi, è deceduto.

Fonte: il Corriere della Sera, 29 maggio

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L’elenco dei morti sul lavoro, aggiornato ed aggiornabile, è qui


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