Archivio | giugno 1, 2009

Berlusconi/Noemi – Il Times: “Cade la maschera del clown”. Libération: “Lo scandalo è alle calcagna”

<b>Il Times: "Cade la maschera del clown"<br/>Libération: "Lo scandalo è alle calcagna"</b>

La stampa europea segue con attenzione i nuovi sviluppi della vicenda Noemi

Durissimo editoriale del quotidiano di Murdoch su Berlusconi: “Disprezza gli italiani”

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dal corrispondente di Repubblica ENRICO FRANCESCHINI

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Il Times: "Cade la maschera del clown" Libération: "Lo scandalo è alle calcagna"
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LONDRA – Uno scandalo che non riguarda più solo gli italiani, ma anche i paesi partner dell’Italia, nell’Unione Europea, nella Nato, nel G8 che l’Italia si prepara ad ospitare. E’ questo il severo giudizio di un editoriale del Times di Londra sulla vicenda che ruota da settimane attorno a Silvio Berlusconi, al suo rapporto con la 18enne Noemi Letizia, alle feste in Sardegna e al divorzio con la moglie Veronica Lario. E non è solo il Times a occuparsi ancora una volta di questa storia, che la stampa inglese sta seguendo con particolare attenzione: ci sono nuovi articoli anche sul Financial Times, sul Daily Telegraph, sull’Independent.
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“Cala la maschera del clown”, s’intitola l’editoriale del Times, il secondo su questa vicenda dopo quello altrettanto duro del 18 maggio, pubblicato al primo posto fra i tre commenti del giorno nella pagina degli editoriali. “La qualità del governo Berlusconi non è una questione privata”, afferma il sottotitolo. “L’aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è che è un pagliaccio sciovinista, né che corre dietro a donne di 50 anni più giovani di lui, abusando della sua posizione per offrire loro posti di lavoro come modelle, assistenti o perfino, assurdamente, come candidate al parlamento europeo”, comincia l’articolo. “Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l’opinione pubblica italiana. Il senile dongiovanni può trovare divertente agire da playboy, vantarsi delle sue conquiste, umiliare la moglie e fare commenti che molte donne troverebbero grottescamente inappropriati. Ma quando vengono poste domande legittime su relazioni scandalose e i giornali lo sfidano a spiegare legami che come minimo suscitano dubbi, la maschera del clown cala. Egli minaccia quei giornali, invoca la legge per difendere la propria ‘privacy’, pronuncia dichiarazioni evasive e contraddittorie, e poi melodrammaticamente promette di dimettersi se si scoprisse che mente”.
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Il Times riconosce che la vita privata di Berlusconi è appunto un affare privato, ma osserva che, come è si è dovuto rendere conto Bill Clinton, scandali e alti incarichi pubblici non vanno d’accordo. “Molti potrebbero dire che l’Italia non è l’America, che l’etica puritana degli Stati Uniti non ha mai dominato la vita pubblica italiana, e che pochi italiani si scandalizzano davanti ai donnaioli. Ma questo è un ragionamento insensato e condiscendente. Gli italiani comprendono quanto gli americani cosa è accettabile e cosa non lo è. E, come gli americani, giudicano spregevole il cover-up”.
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L’editoriale del quotidiano londinese nota quindi che pochi media in Italia possono fare simili affermazioni, senza timore di un castigo. “A suo merito, la Repubblica ha continuamente sollevato domande al primo ministro sulla sua relazione con Noemi Letizia, e alla maggior parte di queste domande non ci sono state risposte soddisfacenti. Quando e dove egli ha conosciuto la famiglia della ragazza? Mr. Berlusconi chiese di avere fotografie da un’agenzia di modelle per iniziare i contatti con la signorina Letizia? Che cosa c’è di vero sulle notizie di party con decine di giovani donne nella sua villa in Sardegna? Mr. Berlusconi ha promesso di spiegare tutto in parlamento. Ma non ha certo riassicurato i suoi critici con la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione di 700 fotografie che potrebbero mostrare cosa succedeva a quei party. Né lo aiuta il suo sventurato ministro degli Esteri, che ha provato a difenderlo sottolineando che l’età per il consenso (a rapporti sessuali, ndr.) in Italia è 14 anni, come se ciò fosse rilevante”.
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Qualcuno potrebbe dire, si conclude l’editoriale, che tutto ciò non riguarda i forestieri. Ma gli elettori italiani, alla vigilia delle elezioni europee, dovrebbero riflettere sul modo in cui è guidato il loro governo, sui candidati selezionati per Strasburgo e sul livello di sincerità del premier. E la faccenda “riguarda anche altri”, afferma il Times. “L’Italia ospita quest’anno il summit del G8, dove si discuterà di maggiore cooperazione nella lotta al terrorismo e al crimine internazionale. E’ un importante membro della Nato. Fa parte dell’eurozona, che è confrontata dalla crisi finanziaria globale. Non sono soltanto gli elettori italiani a domandarsi cosa sta succedendo. Se lo chiedono anche i perplessi alleati dell’Italia”.
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Il Times pubblica anche una lunga corrispondenza dall’Italia, intitolata “Berlusconi blocca la pubblicazione di foto di giovani donne in bikini a un party nella sua villa”. Un articolo sul Financial Times, invece, osserva che “l’ondata di gossip” e “l’odore di scandalo” intorno a Berlusconi distolgono l’attenzione dell’opinione pubblica italiana da questioni ben più gravi, come le cattive notizie sull’andamento dell’economia italiana.
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Una corrispondenza sul Daily Telegraph afferma che “gli alleati di Berlusconi mettono nel mirino la moglie” per il divorzio, con la rivelazione che Veronica Lario avrebbe un partner da tempo, fatta da Daniela Santanché sul quotidiano Libero. E l‘Independent riporta le pesanti critiche fatte dal premio Nobel per la letteratura Josè Saramago, che hanno spinto la casa editrice Einaudi, “parte dell’impero Modandori di Berlusconi”, a non pubblicare il suo ultimo libro, che descrive tra l’altro il primo ministro come “un delinquente”.
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Francia. Il quotidiano Libération dedica la copertina alla vicenda: “Lo scandalo alle calcagna” e nelle due pagine interne: “Rivelando la tresca il quotidiano Repubblica ha fatto vacillare la popolarità del presidente del consiglio. E’ una battaglia portata avanti nel nome di una certa concezione dell’interesse pubblico”.
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Spagna. Il quotidiano El Pais torna a trattare la questione in una corrispondenza da Roma: “L’opposizione italiana chiede a Berlusconi che spieghi in parlamento se abbia portato nell’organizzazione elettorale del partito i suoi invitati delle feste private in Sardegna” e si chiede: “Berlusconi utilizza gli aerei ufficiali dello stato Italiano per portare gli artisti, ballerine e veline a Villa Certosa? Ha fatto uso improprio dei beni dello stato? È l’ultimo capitolo del Naomigate che ha trasformato l’Italia in un manicomio semplicemente portando allo scoperto l’abitudinaria mescolanza tra vita privata e pubblica di Berlusconi e la sua tendenza a conquistarsi amici e amiche dell’ambiente televisivo portandoli in quello politico”.

IL PUNTO – La gestione conservatrice della crisi

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Non è caduta dal cielo, non era imprevedibile. Anzi, questa crisi mondiale era ben prevista e c’è chi ne porta la responsabilità

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di Andrea Papi

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A tutti gli effetti la crisi ogni giorno diventa sempre più profonda e ci attanaglia. Ma anche l’idea di crisi. La sensazione di essere in crisi. S’insinua nelle nostre esistenze quotidiane, ci fa essere e sentire ogni giorno più poveri, ma anche più impotenti. È innanzitutto economica, dell’alta finanza da dove è partita, dilatatasi poi immediatamente a quella che con un eufemismo chiamano “economia reale”, cioè i luoghi di produzione da cui provengono i salari e gli stipendi dell’enorme massa dei dipendenti di vario tipo e grado. Gli effetti che ne subiamo sono allo stesso tempo concretissimi e dell’immaginario dell’esistente. Da una parte sempre meno disponibilità di denaro, aumento della disoccupazione e peggioramento delle condizioni già di per sé drammatiche degli emarginati e del precariato. Dall’altra, compulsata dal bersagliamento e imbonimento mediatici, la condizione psicologica indotta che ci fa vedere e immaginare il mondo come un immenso mattatoio con sempre meno speranze.
La condizione della crisi, ufficialmente globale, che investe tutti e tutto ha effetti psicologici: aumenta il nostro stato d’incertezza e genera un aumento d’insicurezza. Nei momenti di diffusa insicurezza si è portati ad aver bisogno di un aumento di protezione. Fa pensare ad atteggiamenti tipici dei bambini che, data la condizione d’età, quando si sentono insicuri richiedono di essere maggiormente coccolati e protetti dagli adulti di riferimento affettivo. Questo atteggiarsi spontaneo, sul piano politico ed economico, cioè nelle cose da grandi, si traduce in una richiesta, cosciente o larvata o inconsapevole, di interventi dei poteri costituiti e di quelli forti di agire per soccorrere, aiutare, proteggere. La crisi apre così lo spazio, uno spazio spropositato, all’autorità, come dato di fatto, e all’autoritarismo, come filosofia e logiche di potere, di imporsi e di agire con una richiesta massificata di un aumento illogico di consenso.
Nostro malgrado, ma generalmente consenziente, la massa dei sottoposti si trova subissata da un aumento di protezione e di controllo da parte dei poteri costituiti che, favoriti dalla spinta di consenso indotto, s’impongono con un deciso cipiglio autoritario in continua crescita esponenziale. La risposta alla crisi, piombataci addosso proprio per le inefficienze e le porcate di quei poteri forti che ci sovrastano a livello globale, è così paradossalmente, ma neanche tanto, tutta all’insegna di una superconclamata assistenza protettiva. In questo percorso intrapreso con grande lena, la cosa buffa è che, ad ascoltare le continue e insistenti dichiarazioni degli esperti e dei politici di turno, i quali sia ben chiaro non vivono i problemi di coloro di cui dicono di occuparsi, non ci sono mai stati tanti “amici” forti dei più deboli e indifesi.
In questa congiuntura epocale, in cui non si intravedono sbocchi di soluzione, tutti quelli che contano un minimo, politici ed economisti in primis, e che hanno un po’ di spazio mediatico fanno a gara a sciorinare ricette pensate per essere caritatevoli con chi è costretto a stare peggio di come stava prima. Sentiamo parlare in continuazione di ammortizzatori sociali, di bonus, fiscali e di soccorso, di una tantum, tutti pensati per alleviare le sofferenze procurate. Intanto i famosi deboli e indifesi, che a parole dovrebbero avere una miriade di “amici” e protettori, fanno molta fatica a vedere concretamente risultati, non dico significativi, ma perlomeno un poco evidenti, che facciano intravedere un qualche piccolo miglioramento al loro status. La loro condizione di veri afflitti dalla crisi continua a rimanere sostanzialmente invariata.

Il nostro ben magro benessere

Sul fronte opposto invece, quello dei veri responsabili di questa situazione, i magnati della finanza, le multinazionali, le assicurazioni, a livello sia internazionale che dei singoli stati si vede, e come, una pioggia d’interventi statali, come si usa dire di denaro pubblico, cioè nostro, il cui scopo dichiarato e reale è quello di salvarli, d’impedire che affondino definitivamente. Bisogna farlo, ci assicurano continuamente i superpagati addetti ai lavori, perché le possibilità di rinascita e di ripresa per tutti noi dipendono da loro. È istintivo il commento: «siamo messi bene!». Come possono essere la soluzione se è vero, come lo è indiscutibilmente, che sono stati questi apparati fuori controllo a generare il disastro che tutti stiamo pagando, perché la condizione strutturale del loro esserci, per come hanno agito e per la filosofia di appropriazione speculativa che li sottende, è stata la ragione di fondo del crollo finanziario ed economico che stiamo subendo?
Prima il nostro ben magro cosiddetto “benessere”, che in realtà non è mai stato tale, dipendeva dalle loro capacità operative, con le quali hanno puramente creato profitti astronomici per una ristretta oligarchia generando al contempo aumento di povertà, disuguaglianze e privilegi per loro stessi. Ora, per superare la catastrofe provocata dall’ingordigia criminale che li ha sempre distinti, la nostra sorte dipende sempre dalla loro. Perlomeno a naso c’è qualcosa che non quadra. Per metafora mi sovviene ciò che Tepepa, guerrigliero messicano, dice in un film degli anni settanta a un militare che gli chiede di sottomettersi: «Abbiamo fatto la rivoluzione per espropriare la terra ai latifondisti e le armi all’esercito. L’abbiamo vinta, però dobbiamo restituire le armi all’esercito e dare la terra allo stato. C’è qualcosa che non funziona!».
In questa salvaguardia delle banche, delle multinazionali delle auto e delle assicurazioni, che sta dissanguando di debiti gli stati con i soldi di noi contribuenti, c’è qualcosa che proprio non va. Prima si sono superarricchiti a livelli stratosferici, dilapidando i nostri sudati risparmi e speculando a nostra insaputa in modo “creativo” sui debiti che ci hanno convinto a fare. Hanno di conseguenza mandato a fondo la baracca, che loro, non noi, controllavano. Ed ora, dopo averci trascinato tutti nella merda mantenendo sostanzialmente le ricchezze estorte, noi dobbiamo salvarli a scapito delle nostre condizioni di vita. Un sistema che si regge su un tal senso e una tal filosofia di gestione non merita di essere salvato, perché poi in futuro, essendo rimasto impunito, all’occasione ci affonderà tutti di nuovo.
A conferma, è significativo quanto sta emergendo rispetto all’uso che questi signori fanno del denaro pubblico loro elargito. Se lo spartiscono a piene mani tra alti dirigenti, com’è successo con l’AIG americana, considerata fino a ieri la più grande assicurazione del mondo, o con la Royal Bank of Scotland, il cui superbanchiere, Fred Goodwin, responsabile della sua rovina, se n’è andato in pensione con 16,9 milioni di sterline. Sono solo gli esempi più eclatanti di un modus d’intendere la gestione manageriale diffusissimo, non ancora emergente in tutta la sua portata.
Fortunatamente c’è un minimo di risposta popolare che, per esempio, ha costretto quasi tutti i dirigenti dell’AIG a restituire l’assegno, o che ha sputtanato Fred Goodwin assediandogli villa ed auto di lusso, oppure in Francia dove gli impiegati della 3MSanté hanno preso in ostaggio l’amministratore delegato per paura d’essere licenziati, o alla fabbrica di Pontonx-sur-l’Adour della Sony francese dove gli operai hanno sequestrato un massimo dirigente per le stesse ragioni. Sono alcuni esempi, isolati ed episodici, di un’indignazione dal basso che sta montando, del tutto però insufficiente ad arginare e bloccare il problema vero che assedia a tutti i livelli il corpo sociale, che rende ancora più pestifera e ingombrante la crisi che ci avvolge e vuole annichilirci.
Vien da chiedersi come mai costoro vengono premiati. Se è vero, com’è riconosciuto da tutti, che questa classe dirigente, ora apparentemente alla berlina, è la responsabile di fatto dello sfascio economico e finanziario che tutti stiamo subendo, logica vorrebbe (la loro logica di valutazione con la quale stanno impestando anche tutto il mondo dipendente) che venissero penalizzati per riconosciuta inefficienza. Invece di essere declassati, come richiede la stessa filosofia del sistema, si trovano valorizzati nel loro operato. L’unica risposta sensata a questa apparente insensatezza è che in realtà hanno fatto il loro dovere, che avevano proprio il compito di affossare il tutto. Quando cominciò il balletto pluridecennale della disastrosa finanza creativa globale sapevano perfettamente che prima o poi avrebbero messo in ginocchio il mondo intero. Ciò che non sapevano era quando e l’entità del danno. Ma a loro importava poco. Questa gran bella “creatività” aveva dato avvio a un processo tendente ad aumentare in modo spropositato la ricchezza dei sempre più ricchi a scapito di tutti gli altri e il loro progetto è pienamente riuscito. Per questo vengono premiati.
Del resto il principio secondo cui i profitti sono ad esclusivo beneficio di un’elite, mentre i costi dei danni li paghiamo tutti è uno dei presupposti basilari e fondanti di questo sistema. È del tutto evidente, per esempio, per quanto riguarda i disastri ecologici, come emissioni di gas velenosi, scarichi altamente tossici di liquami chimici, o affondamenti di carghi che inquinano mari e oceani distruggendo l’ambiente in modo irreversibile. Ogni volta, ed è sempre più frequente, gli interventi costosissimi per tentare di rimediare sono a carico della collettività colpita, perché i danni si riversano sull’intero territorio e si estendono ad intere popolazioni. Fino ad allora i profitti di quelle attività criminali sono state a puro beneficio di chi le ha svolte. L’ONU stesso ha calcolato che ormai l’insieme dei costi per tentare di riparare stanno superando ampiamente gli introiti, per cui questo sistema fondato su immensi guadagni a tutti i costi si sta rivelando antieconomico. Eppure si continua imperterriti, proprio perché la molla è il raggiungimento di profitti privatistici, ritenuto bene supremo cui sacrificare ogni altra cosa.

Privilegi delle caste e delle oligarchie

Questa crisi, che sta mettendo in discussione le basi stesse su cui si regge l’intero sistema, avrebbe potuto rappresentare un’occasione per rimettere in discussione seriamente i parametri e il senso che sorreggono il tutto. Invece gli interventi che si fanno sono mirati ad elargire elemosine agli indigenti e montagne di miliardi ai superricchi, seguendo il principio conservatore che bisogna innanzitutto salvare il sistema e i suoi presupposti, magari tentando di correggerlo per renderlo più efficiente e meno esposto ai rischi delle sue fragilità. Ma a tutti i costi se ne vuol salvaguardare il principio secondo cui la molla del progresso deve continuare ad essere l’accumulazione finanziaria e capitalistica, causa prima della catastrofe sociale che stiamo vivendo.
Nessuno pensa di rimuovere le cause vere che hanno generato e generano il disastro, mentre è in atto una recrudescenza autoritaria, una stretta culturale e istituzionale che restringe spazi di movimento e libertà individuali e collettivi, riuscendo a spostare l’asse del modo di pensare. Ad ascoltare le news di regime, le informazioni quotidiane dei tg, siamo immersi in un’immensità di atti nefandi e violenti, di stupri, aggressioni e assassini. Tutto ciò conferma l’insicurezza e stimola la voglia di interventi autoritari, creando le basi psicologiche per giustificare la stretta autoritaria del potere e il bisogno indotto di conservazione. In fondo l’autorità al comando si è sempre retta sulla paura e sul ricatto dell’indigenza, che sono sempre riuscite a far accettare la sottomissione.
Perché invece di finanziare banche assicurazioni e multinazionali, non si elargiscono i soldi pubblici per aiutare i licenziati e i precari a mettere su imprese e produzioni ecologicamente compatibili, aiutando la riconversione produttiva dove occorre, cioè quasi ovunque? Perché con i miliardi che si spendono per salvaguardare lo status dei superricchi in disgrazia e per mantenere situazioni militari di controllo internazionale alimentando le guerre non sì incentiva e non si finanzia un diverso modello di sviluppo rispettoso dell’umanità, della vita e dell’ambiente? Lo si potrebbe fare benissimo, calcolando i tempi di passaggio e mettendo in moto una nuova qualità delle relazioni sociali, dove invece delle banche speculative avremmo casse di mutuo soccorso autogestite direttamente dalle popolazioni e produzione di cose utili e non venefiche.
Ma così finirebbe il privilegio delle caste e delle oligarchie, mentre l’insieme dei poveri cristi non ha ancora raggiunto la coscienza necessaria ad emanciparsi da questo nefando stato di cose.

Andrea Papi

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm


ECONOMIA – “Non sprechiamo una buona crisi e niente illusioni: non è finita”

Il Festival dell’Economia. Per Federico Rampini questo è un momento cruciale o si agisce per cambiare “il capitalismo irresponsabile”, o verranno tempi bui

Analoghe le considerazioni di Fitoussi: “Senza nuove regole le disuguaglianze esploderanno in modo più grave, con conseguenze peggiori”

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dall’inviato di Repubblica ROSARIA AMATO

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"Non sprechiamo una buona crisi e niente illusioni: non è finita"

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TRENTO – “Non sprechiamo una buona crisi”: con quest’ammonimento, mutuato da un consigliere del presidente Usa Barak Obama, Rham Emanuel, Federico Rampini ha ricordato al pubblico del Festival dell’Economia che non solo la crisi non è ancora passata, ma che questo è un momento cruciale, per uscirne con un capitalismo rinnovato oppure con un lungo e faticoso periodo di stagnazione, come quello che caratterizzò il Giappone dopo la recessione subita negli anni ’90.

“Una crisi così si presenta una volta ogni tre generazioni – ha sottolineato Rampini, che ha parlato di “Capitalismo irresponsabile” ieri sera al Teatro Sociale di Trento – può rivelarsi una catastrofe, ma può anche offrire buone opportunità per apportare cambiamenti che a lungo non si sono riusciti a fare”.

Quali cambiamenti? I fatti dell’ultimo anno, ha ricordato il corrispondente da Pechino di Repubblica, hanno ampiamente dimostrato quanto il capitalismo attuale sia malato: “Noi tutti abbiamo incorporato l’idea che le diseguaglianze sociali siano l’effetto collaterale di un sistema che ha dimostrato di essere più efficiente rispetto a quello socialista. C’era l’idea che le disuguaglianze sono accettabili se producono sviluppo”.

Ma la crisi ha fatto cadere qualunque illusione su una giustizia di fondo del capitalismo. “E’ stato un’inganno, una gigantesca impostura che questo sia un sistema equo, e che il mercato compensi l’imprenditore bravo e punisca gli errori. Quando gli stessi banchieri che avevano trascinato la finanza alla rovina hanno preteso di continuare a erogarsi bonus milionari, improvvisamente si è spezzata la finzione”.

Ed è nata la rabbia del cittadino comune, che non ha mai potuto godere negli Stati Uniti di una garanzia di qualunque titolo, che va incontro ogni giorno alla possibilità di perdere il posto di lavoro, senza alcun paracadute: “E’ stato un trauma per un Paese come gli Stati Uniti, caratterizzato da una flessibilità estrema. Si è scoperto che l’unica categoria garantita era quella dei top manager…”. Le vittime della crisi (e dei manager) hanno cercato ‘vendetta’, e a ragione: “A questo punto persino la pratica del rapimento dei manager attuata in Francia appare blanda”. Negli Stati Uniti qualcuno ha evocato il codice dei samurai giapponesi, che prevedeva il suicidio nel caso di fallimento…

Ma negli Stati Uniti i manager non si sono vergognati e hanno continuato ad erogarsi ampi bonus, facendo scoprire agli ignari cittadini, ha sottolineato Fabrizio Galimberti, che “i bonus non erano correlati ai risultati raggiunti, ma agganciati alla decisione del manager di rimanere ancora un anno in azienda”.

Rampini ha ricordato le parole del presidente brasiliano Lula, che ha gettato in faccia al premier britannico Gordon Brown l’accusa secondo la quale “questa crisi è stata provocata da uomini biondi con gli occhi azzurri”. Razzismo al contrario? Certo, ma quanto mai giustificato. Al sistema capitalistico americano si era sempre guardato da più parti come un modello, e si era rivelato invece peggiore di certe situazioni di estrema fragilità dei paesi emergenti: conflitti d’interesse portati alle estreme conseguenze, potentati tali da togliere qualunque voce in capitolo anche ai più forti azionisti, come i fondi pensione.

E allora? Cosa è meglio fare, riorganizzare i sistemi capitalistici sulla base dei kibbutz israeliani, ha proposto qualcuno dal pubblico? Rampini ha suggerito invece di salvare il capitalismo, ma senza aspettarsi che si riformi da sé: occorre un intervento analogo a quello compiuto molti decenni fa dal presidente Roosvelt, “una riforma del mercato e un serio intervento per ridurre le disuguaglianze sociali”.

Senza false illusioni, e senza falsi ottimismi sulla crisi che si starebbe allontanando. L’invito a non cadere in facili illusioni è venuto ieri anche da altri protagonisti del Festival dell’Economia. A cominciare dall’economista francese Jean-Paul Fitoussi, che ha sostenuto che “la radice della crisi è reale, non finanziaria. Quest’ultima sta coprendo una crisi ambientale legata all’aumento della disuguaglianza sociale, che rischia di esplodere in maniera ancora più grave di quanto già oggi è avvenuto con conseguenze che potrebbero durare anche dieci anni”.

Attenzione dunque ad archiviare la crisi. Ma anche a sottovalutarne i possibili effetti futuri, che potrebbero anche essere più devastanti di quelli attuali nei confronti della stabilità economica, ma anche sociale.

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1 giugno 2009
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