Archivio | giugno 4, 2009

Comunicato stampa Comitato di Lotta Nord Milano

Riceviamo via mail e pubblichiamo un aggiornamento di lotta (ne avevamo già parlato qui):

COMUNICATO STAMPA

Milano, 4 giugno 2009 ore 19.00

Oggi pomeriggio davanti alla sede milanese del gruppo Marcegaglia con delegazioni di lavoratori di Lares, Metalli Preziosi, Terex Comedil, Marcegaglia BuildTech, Omnia Service, Genia Ambiente, Siemens, Om Lainate, Cme, Scuola, ci siamo dati appuntamento per una importante manifestazione organizzata dal Coordinamento di lotta del Nord Milano.

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Davanti la sede del presidente di Confindustria, abbiamo denunciato l’atteggiamento padronale rivolto a far pagare gli effetti nefasti della crisi del loro sistema di sfruttamento ai soli lavoratori.

Milioni di euro sono stati stanziati per finanziare le banche, con il falso obiettivo di far ripartire le produzioni e sollevare le sorti dell’occupazione. In realtà noi lavoratori continuiamo ad essere considerati esuberi, cassaintegrati o espulsi definitivamente dal processo produttivo.

I lavoratori della Lares e della Metalli Preziosi, dopo sei mesi senza stipendio e di presidio dei cancelli della fabbrica, ricevono dal padrone e istituzioni solo promesse e nessuna sicurezza per il futuro.

Dalla Marcegaglia, in corteo, abbiamo attraversato le vie di uno storico quartiere operaio di Sesto S. G. ( Marelli), dove dalle finestre e dalle strade abbiamo ricevuto il sostegno degli abitanti, anch’essi lavoratori, che in parte si sono uniti al corteo.

Da lì ci siamo recati davanti alla sede regionale di CGIL CISL UIL dove, bloccando l’incrocio, abbiamo denunciato il ruolo passivo che stanno assumendo le Organizzazioni Sindacali rispetto all’attacco dei padroni e la scarsa sensibilità e sostegno alle lotte che stiamo mettendo in campo per resistere alla crisi e contro la chiusura delle fabbriche.

Dopo aver posto lo striscione della testa del corteo sulle scale davanti al portone d’entrata e superato il primo incomprensibile imbarazzo di alcuni funzionari, una delegazione di lavoratori è stata ricevuta da una parte della segreteria della sola CGIL regionale (CISL e UIL non ne hanno voluto sapere). Dall’incontro, da parte Confederale, è emersa la conferma della tenuta della linea nazionale sull’accordo separato firmato da Cisl, Uil e Ugl e la presa d’atto della nostra denuncia; da parte della delegazione, la premessa che le nostre iniziative non sono contro l’organizzazione sindacale dei lavoratori, ma sono volte allo stimolo e all’incoraggiamento a proseguire nella lotta.

Durante il corteo abbiamo continuato a ribadire i nostri obiettivi:

  • NESSUN LICENZIAMENTO
  • NESSUNA FABBRICA CHIUSA
  • ESTENSIONE A TUTTI I LAVORATORI DEGLI AMORTIZZATORI SOCIALI
  • SALARIO GARANTITO PER I DISOCCUPATI E CASSAINTEGRATI
  • NO ALL’AUMENTO DEL CAROVITA
  • BOLLETTE E SPESE SOCIALI GRATIS PER DISOCCUPATI E CASSAINTEGRATI
  • PAGAMENTI DI TUTTI GLI STIPENDI ARRETRATI

Su questi punti vogliamo unirci a tutti i lavoratori in lotta, perché pensiamo che solo manifestando uniti possiamo resistere e vincere.

Comitato di Lotta Nord Milano (CLNM)

Cina, anniversario di Piazza Tienanmen – Il mistero del ragazzo che sfidò i tank a Tienanmen

Silenzio e tensione a Pechino

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Nel ventesimo anniversario della strage di piazza Tienanmen il governo cinese ha predisposto speciali misure di sicurezza per evitare manifestazioni a ricordo dei fatti sanguinosi del 1989

A differenza del 1999, decimo anniversario dei fatti, la piazza è oggi aperta ai visitatori con numerosi agenti di polizia e guardie schierati. Dieci anni fa invece la piazza era rigorosamente chiusa al pubblico. Molti cinesi sono in piazza per assistere all’alza bandiera che ha un significato patriottico. Molti i visitatori venuti da fuori Pechino ma nessun gesto di protesta. Alla vigilia della ricorrenza il ministro degli esteri Usa, Hillary Clinton, ha dichiarato che la Cina «dovrebbe esaminare apertamente gli eventi oscuri del suo passato e fornire un bilancio pubblico dei morti sia per imparare che per riparare». La dichiarazione è stata respinta dal governo cinese che, attraverso il portavoce del ministero degli esteri ha espresso «forte insoddisfazione e risoluta opposizione». Il tenore della risposta e soprattutto il rango formale del dichiarante cinese lasciano intendere che si
tratta di una presa di posizione “dovuta”.

Fonte: la Rinascita

* * *

Il 5 giugno dell’89 sfidò il potere: da allora è scomparso nel nulla.
Dicono sia morto. O che, grazie a una chirurgia plastica, viva nascosto

di FEDERICO RAMPINI

Il mistero del ragazzo che sfidò i tank a Tienanmen


“Per anni io e i miei amici abbiamo cercato di rintracciare il giovane che tenne testa ai carriarmati di Tienanmen – mi dice il dissidente cinese Xu Youyu – all’inizio abbiamo temuto che fosse stato arrestato, poi che fosse morto. Su di lui si formarono delle leggende, qualcuno sosteneva che si era fatto la chirurgia plastica per non farsi riconoscere. Oggi sono propenso a credere che sia ancora vivo”. Xu non divulgherà mai degli indizi che possano portare a rintracciare quell’ex contestatore, la figura-simbolo della resistenza di vent’anni fa. L’immagine fece il giro del mondo intero, divenne il simbolo della tragedia di Pechino.

È il 5 giugno 1989, già da 24 ore procede implacabile l’intervento militare per schiacciare la “primavera democratica”, quando diversi fotografi occidentali affacciati alle finestre del Beijing Hotel riprendono la scena. Una colonna blindata scende lungo il Viale della Pace Eterna, di colpo è costretta a immobilizzarsi. Un giovane si è piazzato in mezzo alla strada, blocca il carroarmato di testa.

Sta ritto in piedi, con la mano sinistra tiene la giacca a penzoloni, con la destra due sacchetti di plastica della spesa. La scena sembra irreale: i tank fermi uno dopo l’altro in fila indiana, quella figura esile che sembra soggiogarli. L’autista del primo blindato fa manovra, cerca di aggirare il ragazzo sulla destra. Lui gli si para davanti di nuovo, allarga le braccia come si fa per domare una bestia. Poi il giovane fa un salto, sale sul carroarmato per parlare col soldato visibile dalla feritoia. “Tornate indietro! Smettete di uccidere il nostro popolo!” è l’urlo che i testimoni ricordano. Poi tutto accade in un attimo: il ragazzo è sceso dal blindato, ora è circondato da amici che lo aiutano a scappare.

La sua sorte è rimasta un mistero affascinante. In Occidente quelle foto divennero il ricordo di un coraggio inaudito, rafforzarono la solidarietà verso la protesta studentesca. Si è creduto che il regime cinese avrebbe fatto il possibile per catturare il protagonista di quel gesto sfrontato. Nel ventesimo anniversario del massacro, ricostruire quelle ore aiuta a capire la strategia della repressione: chi fu colpito, come, con quali priorità. La Cina di oggi è figlia del dopo-Tienanmen, quando il regime stabilì un ordine e una logica nel castigo.

Lontano da Tienanmen. “La repressione armata – ricorda Xu – non avvenne a Piazza Tienanmen ma più lontano. Le cataste di cadaveri io le vidi sulle vie Fuyou e Changan. I massacri peggiori avvennero all’ingresso dei blindati in città, e nelle aree di Fuxingmen e Muxidi”. Il ragazzo che sfidò i tank senza che dai blindati partisse un solo colpo, era per fortuna troppo vicino a Tienanmen: una piazza dal potente significato simbolico, dove i leader comunisti volevano ridurre al minimo lo spargimento di sangue. Tienanmen è da secoli il luogo sacrale del potere cinese, all’ingresso della Città Proibita dove viveva l’imperatore. La sua importanza è stata rafforzata dall’iconografia rivoluzionaria: il rinascimento repubblicano della Cina si fa risalire alla manifestazione degli studenti il 4 maggio 1919 in quella piazza; Mao Zedong vi proclamò la vittoria del comunismo nell’ottobre 1949 e la sua salma imbalsamata è custodita nel mausoleo centrale. Per questo nel maggio 1989 gli studenti scelsero di lanciare proprio lì lo sciopero della fame. Per questo la propaganda del regime nelle terribili giornate di giugno si ostinava a ripetere che “nessuno era stato ucciso a Tienanmen”.

Il numero delle vittime è tuttora un segreto di Stato, le stime raccolte da Amnesty International variano fra 700 e 3.000 morti. Ma le versioni concordano su questo: pochi morirono dentro il “cerchio magico”, il perimetro della piazza stessa. Deng Xiaoping, l’anziano leader che orchestrò l’intervento dell’esercito, non voleva lasciare in eredità al regime comunista la maledizione di una carneficina avvenuta in un luogo troppo gravido di storia.

Nei mesi successivi la repressione seguì un criterio, non fu indiscriminata. L’intellettuale dissidente Zhang Boshu, che oggi è uno dei firmatari di Charta 08, ricorda la caccia alle streghe. “Deng e i suoi sapevano che l’uso della forza militare era stato illegale. Perciò dopo il 4 giugno gli arresti, le condanne e le deportazioni, tutto avvenne in segreto. Non ci fu un solo processo pubblico. C’erano i super-ricercati e le liste di proscrizione nei luoghi di lavoro. Le sezioni del partito comunista erano incaricate di fare le istruttorie a carico dei colpevoli. Era così in ogni luogo di lavoro, comprese le università e l’Accademia delle Scienze dove lavoro”.

Zhang ricorda di essere stato fortunato, di aver scansato le punizioni più esemplari. “Eravamo tantissimi ad aver partecipato al movimento per la democrazia. Per mesi quella era stata una protesta di massa. Era impensabile punire tutti: avrebbero dovuto arrestare metà della popolazione di Pechino. Io scampai al peggio perché non ero iscritto al partito. Uno dei bersagli contro cui si accanirono dopo il 4 giugno erano i comunisti doc. La priorità di Deng era l’epurazione interna. Il nemico più odiato era la corrente dei riformisti democratici all’interno del partito, gli amici di Zhao Ziyang, il segretario generale che Deng aveva deposto con un golpe. Quella era la minaccia, perché Zhao aveva goduto di un consenso reale tra gli stessi comunisti, il partito si era spaccato in due”.

Andò peggio agli operai. Due pesi e due misure si avvertirono nel diverso trattamento riservato a studenti e operai. Già l’8 giugno 1989 l’ufficio della Pubblica sicurezza di Shanghai arrestava 13 operai, 3 dei quali vennero condannati a morte e fucilati dal plotone di esecuzione. Delle 48 esecuzioni pubbliche a Pechino nei giorni seguenti nessuna ebbe per vittima uno studente. Era partita la grande operazione di recupero delle élite, la lunga marcia per cooptare intellettuali e studenti al servizio del potere. La vera lezione che i leader comunisti impararono da quelle giornate è questa: non bisogna mai più ritrovarsi “contro” la parte più istruita e moderna della società.

Per gli irriducibili cominciò la traversata del deserto, una serie di vessazioni che durano ancora oggi: promozioni negate, niente permessi di viaggio all’estero, l’emarginazione costante. Uno stillicidio di vendette che non ha impedito a Xu e Zhang di continuare la loro lotta per i diritti umani. Con tutti gli altri il regime è stato magnanime, e l’elargizione di vantaggi alle professioni intellettuali è stata redditizia. “Vent’anni dopo – ammette Zhang – non c’è all’orizzonte una forza alternativa al partito comunista, non esiste un movimento che possa guidare la transizione pacifica verso la democrazia. E’ dentro il partito comunista che deve nascere questa spinta per il cambiamento”.

Fonte: la Repubblica

L’Aquila, dopo lo shock la protesta

I soldi sono troppo pochi. Parte la mobilitazione dei cittadini

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Rivogliono la loro città «dov’era e com’era» è questo il motivo per cui gli aquilani hanno organizzato una manifestazione nella giornata di ieri e hanno varcato la “zona rossa” del centro storico, per poter far pressione al governo e chiedere «soldi veri e non chiacchiere»

Il bando di concorso stanzia 500 milioni che dovranno servire alla costruzione di 20 villaggi di case prefabbricate, ognuno con 150 gruppi abitativi e una capienza di ottanta persone ciascuno. Il numero di persone che potranno usufruire delle “case provvisorie” è di circa 16.000, totalmente insufficiente a togliere le famiglie dalle tende, soprattutto se non verranno fatti interventi tempestivi nelle case parzialmente danneggiate.
Questi i numeri che prevede il piano ideato da Guido Bertolaso operativo da ieri sera quando sono state aperte le buste delle offerte e dei progetti di ricostruzione.
Chi chiede meno vince, è una delle poche certezze che ci sono in questa gara. Un’altra è quella che le case dovranno essere costruite sulle piastre antisismiche progettate dall’Eurocentre del dipartimento della Protezione civile. Per il resto i costruttori hanno pochi vincoli su materiali e costi. Infatti per avere un risultato più tempestivo il governo ha messo una deroga alla legge per i subappalti nei lavori pubblici, che di norma non possono superare il 30%, mentre in questo caso si potrà subappaltare fino al 50% del lavoro.

Se i progetti pre-costruzione dovessero essere rispettati, ed è difficile, la consegna delle case potrebbe avvenire alla fine di dicembre, mentre le scuole e gli altri edifici comuni verranno costruiti il prossimo anno con un altro stanziamento da parte del governo.

«Un terremoto simile a quello che abbiamo vissuto noi
è paragonabile solo a quello di Lisbona del 1755, tutti i palazzi del governo locale e nazionale sono distrutti, non possono abbandonare un centro storico così importante o pensare di ricostruirlo con i gratta e vinci, c’è bisogno di una tassa di scopo». È quanto afferma Carlo Benedetti, presidente del Consiglio comunale de L’Aquila ed esponente del Pdci, che ha aggiunto: «investire sulla ricostruzione vuol dire investire sulla ripresa delle attività produttive, ma per la zona franca sono stati stanziati solo 45 milioni, cifra che consente di coprire appena gli sgravi fiscali della sola Cassa di risparmio de L’Aquila».
I sei miliardi di euro, spalmati fino al 2032, sono pochi e non riusciranno a far ripartire una provincia quasi totalmente distrutta, ma che ha nella sua cittadinanza una risorsa importante perché, come dice un portavoce dei comitati nati dopo il sisma, «dopo lo shock è giunto il momento di svegliarsi. Da oggi l’aria è cambiata: comincia la mobilitazione permanente di tutti i terremotati».

fonte: Valerio Nicolosi per la Rinascita

Dopo 47 anni Cuba riammessa nell’Osa (Organizzazione degli Stati Americani)

La fine della sospensione, imposta all’isola nel 1962, decisa per acclamazione. Usa isolati

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Cuba può ritornare, senza condizioni, nell’Organizzazione degli Stati Americani che ha deciso ieri nella riunione dei ministri degli esteri, svoltasi in Honduras, di cancellare la sospensione imposta all’isola nel 1962.

Il cancelliere dell’Ecuador Fander Falconi ha sottolineato che la risoluzione approvata per acclamazione è chiara e non impone alcun tipo di condizione o restrizione a Cuba per  rientrare nel sistema interamericano. Gli Usa hanno ottenuto che la risoluzione contenga i termini “democrazia” e “diritti umani” mentre i paesi dell’Alba (Alternativa Bolivariana per Las Americas) e cioè Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Honduras e Repubblica Dominicana hanno insistito per includere riferimenti alla “autodeterminazione e alla non ingerenza”. Gli Usa che richiedevano, attraverso il loro ministro degli esteri Hillary Clinton, la condizione di riforme democratiche nell’isola sono rimasti isolati. Tutti gli altri paesi hanno richiesto la riammissione senza condizioni.

La decisione di ieri dimostra che l’America latina inizia ad allontanarsi dalla dottrina imposta dagli Usa in tutti gli organismi multilaterali del Continente. Gli Usa, secondo tutti gli osservatori, sono rimasti soli sulle loro posizioni dando all’esterno una immagine di assoluto isolamento.
In ogni caso la riammissione di Cuba nell’Osa dipenderà dalla volontà del suo governo di tornare in una organizzazione definita, in passato, “anacronistica e subordinata agli interessi di Washington”.

Fonte: la Rinascita


Il voto comunista: un’arma per la democrazia

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Diliberto: «Significa votare contro l’ingiustizia, la sopraffazione, la menzogna»

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ImagePensare di fargli un’intervista è quasi fuor di luogo. Ma che vuoi, mi dice di brutto Enrico. Enrico è il portavoce di Diliberto e gli sta attaccato come un francobollo: che vuoi, insiste, siamo stanchi, passiamo da un comizio all’altro, una fatica da bestie.

Dopo un mese di campagna elettorale e di convivenza, Enrico parla al plurale: la stanchezza di Diliberto è la sua stanchezza. Voglio intervistarlo, dico, siamo a pochi giorni dal voto, quando lo posso incontrare? Raggiungici al Verano a fine campagna elettorale. Al Verano (il cimitero di Roma ndr)?!? Andiamo direttamente a farci seppellire, tanto saremo morti.

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La media giornaliera dei comizi è arrivata a tre, quindi con punte di 4, a volte 5, poi ci sono le chiacchiere con i compagni e le compagne, le assemblee improvvisate, i giri nei mercati, le telefonate che arrivano da tutta Italia, le riunioni che qualche federazione ha l’esigenza di fare. Dio santo com’è diversa questa politica da quella che ci raccontano i media, con la “casta” che non sa come gestire ozio e quattrini. Il segretario del Pdci si sta girando l’Italia palmo a palmo, la tv chiama solo quando la par condicio lo pretende e se può neanche allora. Una vita da cani a cui solo una grande passione politica dà senso. Altro che casta.

Allora, segretario, ce la facciamo a raggiungere il quorum?
Sono convinto di sì. Ai comizi viene tanta gente, il clima è bello, sento molta fiducia. Quelli che riusciamo a raggiungere – e possiamo farlo solo di persona perché televisioni e giornali ci hanno completamente e volutamente emarginato – capiscono che stiamo tentando una grande operazione. La costruzione di un unico, grande partito comunista. Come c’era una volta in questo paese, dove tanto forte è stata la tradizione e la presenza comuniste. Tornerà ad essere così. Sarà dura, difficile, piena di ostacoli, ma la nostra tenacia è fuori discussione. Dopo le elezioni proseguiremo sulla strada dell’unità, personalmente dedicherò ogni energia a questo progetto. Oggi, alle europee e in grandissima parte delle elezioni amministrative, i comunisti hanno ritrovato l’unità e si presentano insieme.

Mi dicono che ai comizi chiedi esplicitamente il voto alla lista comunista. Che dici?
Certo, esplicitamente, con orgoglio e onestà. Quando sarete in cabina elettorale, dico, con la matita in mano, ricordatevi che quella matita è un’arma per la democrazia. Il voto ai comunisti è l’unico utile a ricostruire una vera opposizione, a cambiare le cose. E significa anche poter ripensare seriamente, senza improvvisazioni, senza pensiero debole, senza cedimenti, una sinistra che, assieme a tutte le forze democratiche, cacci via Berlusconi.

A rinascita abbiamo scritto un dossier sulla politica berlusconiana. L’abbiamo chiamata “pornopolitica”, e non tanto per le veline, ma per la cultura di cui è impregnata e che viene spesso sottovalutata. Ti è mai capitato d’essere guardato con irrisione perché parlavi di regime?
Altroché. Benito Mussolini, tanti anni fa, parlò di “aula sorda e grigia”. Berlusconi parla di “parlamento inutile”. Il suo obiettivo è quello di smantellare gli istituti della rappresentanza democratica. Non va sottovalutato. E’ un pericolo serio. Quando qualcuno dice: non esagerate col regime, bisogna rispondergli che si vada a leggere i libri di storia. Anche di Mussolini si diceva così. E’ durato 20 anni. Ha portato l’Italia alla guerra e allo sfascio economico.

E oggi com’è la situazione economica dell’Italia?
E’ una situazione seria e non se ne parla. Giorni fa c’è stata l’assemblea di Confindustria. Emma Marcegaglia ha attaccato duramente Berlusconi: ci hai promesso un sacco di cose, gli ha detto, ma è già passato un anno dalla tua elezione e tu non hai fatto nulla. Berlusconi era di fronte a una platea amica, tutti padroni, tutti imprenditori, tutti ricchi. Ma siccome non era in grado di replicare si è prodotto in uno dei suoi numeri. E’ lì che ha detto che il Parlamento è inutile. Chiaro? Inutile. E’ una fase pericolosa.
Ha anche attaccato la magistratura e ha detto che i magistrati devono fare test attitudinali.
Ogni giorno umilia il Parlamento e la magistratura. E nessuno replica che i magistrati non possono né processarlo né condannarlo. Con il lodo Alfano s’è messo al riparo come facevano nel passato i peggiori dittatori sudamericani. Vedi il caso Mills. Inoltre sta blindando l’informazione, come se non fosse già abbastanza assuefatta. Ha nominato ai vertici Rai i suoi maggiordomi, giornalisti che frequentano la villa di Arcore.

Ed ha fatto propria la caccia agli immigrati, cavallo di battaglia della Lega. Siamo già in un paese razzista?
Se mi avessero raccontato che nel 2009 ci sarebbe stato un tizio che avrebbe proposto per Milano vagoni separati per gli immigrati, non ci avrei creduto. E’ un atto razzista. Ero a Milano due giorni fa. Mi sono chiesto che vagone ferroviario avrebbero destinato ad un sardo come me. Forse quello degli immigrati. Immagino che la prossima battuta sarà sui vagoni piombati. Uno come Borghezio sarebbe capacissimo. Siamo all’America degli anni 50, a prima di Kennedy e di Martin Luther King.

Perché in quest’Italia berlusconiana, in questa “pornopolitica”, è così assente la condizione dei lavoratori?
Nell’Italia berlusconiana è visibile solo quello che ha a che fare con il consumo, con la merce. Le persone, i lavoratori sono invisibili. Sai quand’è che i lavoratori diventano visibili? Quando muoiono sul lavoro. Allora sì che fanno notizia. Se poi muoiono in modo atroce, con molto sangue, allora la notizia diventa spettacolo. Alla Thyssen sette operai sono morti bruciati vivi, un orrore indescrivibile. E grazie a quell’orrore sono arrivati a “Porta a Porta”. Come la mamma di Cogne, come la vicenda di Garlasco. Ma quanta ipocrisia sulla Thyssen, quanta falsa solidarietà! I lavoratori superstiti sono stati reintegrati nel lavoro. Quasi tutti. Insisto: quasi. Trenta sono stati licenziati e non li vuole più nessuno. E sai perché? Perché si sono costituiti parte civile contro l’azienda per l’omicidio dei loro compagni. L’unico valore rimasto è il denaro. Un tempo la buona educazione, l’onestà, la cultura erano valori. Ora c’è solo il denaro. Se guadagni poco, ti devi arrangiare, la società non ha tempo per te. All’ospedale milanese di Santa Rita s’è scoperto che i medici trafficavano organi umani e impiantavano gli organi usati nei corpi degli anziani. Tutto ha un prezzo, anche il corpo, e il corpo di un anziano vale meno. Il berlusconismo, la “pornopolitica”, come l’avete chiamata a rinascita, veicola un sogno falso e perverso: il successo individuale. Se sei una ragazza giovane e bella, avrai successo. E bada che in questa “pornopolitica” l’attacco maggiore, oltre ai lavoratori, è alla scuola. E’ un attacco voluto, studiato. Se la scuola non funziona, tu sei ignorante, e più ignorante sei, più sei suddito e voti per Berlusconi. Investire in cultura significa investire in emancipazione, in autonomia. Quello che s’è fatto negli anni passati con la scuola della Costituzione repubblicana che questa banda di malfattori vuole azzerare.

Vuoi fare un appello al voto comunista?
Dico solo che oggi come ieri votare comunista significa votare contro l’ingiustizia, la sopraffazione, la menzogna. Scrivetelo su rinascita, parlate con i lettori: se ci voterete, se sarete con noi, se darete più forza ai comunisti, darete più forza a voi stessi per la difesa dei vostri diritti, e se deciderete di sostenerci, votateci a testa alta. La testa non va chinata mai, di fronte a nessuno.

Manuela Palermi

Fonte: la Rinascita, 3 giugno

Scuola, genitori in rivolta per il 6 rosso: un salasso le ripetizioni

«I ragazzi con difficoltà andrebbero aiutati, invece ricevono il colpo di grazia»

di Veronica Cursi e Giovanni Manfroni

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ROMA, 4 giugnoE adesso per le famiglie che hanno figli alle scuole medie, scatta la caccia alle ripetizioni private. Per recuperare i “sei rossi” che la maggior parte dei genitori troveranno sulle pagelle di giugno, mamme e papà saranno infatti costrette a correre ai ripari. Come? Affidandosi a lezioni private che costeranno in media anche 250-300 euro al mese.

Le famiglie sono sul piede di guerra contro la legge 169 che prevede l’ammissione all’anno successivo solo con il 6 in tutte le materie e non solo «per il danno che potrebbe creare a livello formativo» ma anche per il salasso dal punto di vista economico: «Le scuole, giustamente, saranno costrette ad arrotondare le insufficienze più lievi per evitare una strage di bocciati – dice Marta Borghi, mamma di un’alunna di 12 anni della media Bitossi alla Balduina – e noi, visto che non sono previsti corsi di recupero estivi, a correre ai ripari con le ripetizioni private».

Un mercato che per Donatella Poselli, presidente dell’Unione italiana genitori, crescerà in maniera esponenziale: «Ci sarà un aumento di spese per la famiglie, costrette a spendere anche 240 euro al mese per le lezioni private. Basta pensare che per recuperare il debito in una materia servono almeno 10 ore di lezione, che a 30 euro l’ora arrivano anche a trecento euro al mese. Molti genitori saranno costretti a rinunciare alle vacanze estive per far recuperare il debito al proprio figlio, quando invece sarebbe stato più opportuno che il Ministero istituisse dei corsi di recupero nelle scuole».

Il malumore tra i genitori è diffuso. Basta andare davanti a qualsiasi scuola della capitale. E’ così alla media Nitti, al Fleming: «Questa normativa -si sfoga Lina Zeppetella – è davvero una stupidaggine. I ragazzi in questa età vanno stimolati e seguiti, una bocciatura può solo creare un danno».

Arrabbiatissima anche Monica Bracciani, madre di un bambino che frequenta la II Media: «Bocciare per una materia è un grande rischio perché si mette a repentaglio l’intero percorso formativo dei ragazzi. Le medie sono una tappa importantissima, è assurdo far perdere un anno a chi ha delle difficoltà superabili e magari in materie non così determinanti». Già, perché, stando a quanto dichiara l’articolo 3, anche per un cinque in educazione tecnica o fisica si rischia di ripetere l’anno. Anche se, va detto, la maggior parte delle scuole arrotonderanno le insufficienze più lievi, comunicando poi alla famiglia la necessità di recuperare il debito: «Mi viene da ridere – dice un’altra mamma – pensi a chi ha dei problemi perché è dislessico o non ha i genitori che lo possono seguire perché sempre fuori casa, a chi difficoltà mnemoniche e non di impegno sui libri. Questi ragazzi andrebbero aiutati e invece la scuola gli vuole dare il colpo di grazia».

E il “sei rosso”? A molte famiglie non piace nemmeno l’idea dell’escamotage adottato dalle scuole per evitare una strage di bocciati: «La trovo una sciocchezza – afferma Giulio Bendandi – i ragazzi che hanno problemi con lo studio andrebbero aiutati e la bocciatura o altre invenzioni non sono la soluzione. Mio figlio quest’anno ripete la I Media e sono convinto che la bocciatura, anche se ora non ha problemi con lo studio, non l’abbia aiutato soprattutto sotto il profilo psicologico». «E poi che senso ha mettere un sei che in realtà è formale solo sulla carta? – si chiede Valentina Toniolo – Certo, è vero che le scuole ci comunicheranno i debiti da recuperare ma mi sembra un controsenso: come dire fatta la legge trovato l’inganno».

Anche all’uscita della “Goffredo Petrassi”, in via della Maratona dietro Ponte Milvio, la polemica non si placa: «Già per i nostri ragazzi sosteniamo spese importanti durante tutto l’anno – dice Stefano Zanchi – se poi dobbiamo pensare pure ad eventuali ripetizioni durante l’estate per recuperare i 5 mascherati da 6, allora diventa dura». «Il mercato delle ripetizioni private è un salasso – aggiunge Erica Salini della Settembrini – almeno ci mettano nelle condizioni di far recuperare i nostri figli con corsi di recupero organizzati dalle scuole». Più tranquilla invece Adelaide Coltella, mamma di un’alunna della scuola privata Gesù e Maria: «Non trovo giusto bocciare per così poco, credo che alla fine rivedranno questa decisione per il bene di tutti».

Fonte: il Messaggero

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Anche secondo la Repubblica:

La nuova normativa prevede che uno solo 5 basterebbe per ripetere l’anno
E i presidi inventano un voto che permette la promozione ma contiene un avviso

Bocciati con una sola insufficienza
E alle medie si pensa al “sei rosso”

Quasi 800 mila studenti sarebbero a rischio. I respinti potrebbero concretamente arrivare a quota 193 mila, tre volte rispetto al solito

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Bocciati con una sola insufficienza E alle medie si pensa al "sei rosso"

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Quasi 800 mila ragazzini della scuola media rischiano la bocciatura e in loro aiuto arriva il “sei rosso”. Sembra proprio questa (a Roma l’idea è stata accarezzata già da parecchi presidi) l’invenzione di presidi e prof della scuola secondaria di primo grado per evitare il disastro di fine anno. L’anno scolastico è ormai agli sgoccioli e nelle scuole si stanno predisponendo tutte le operazioni per gli scrutini finali: quelli che devono applicare per la prima volta le novità introdotte lo scorso mese di ottobre dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Voti in decimi per tutte le classi, dalla scuola primaria (l’ex elementare) alla scuola superiore, al posto dei giudizi e promozione con tutti sei, condotta compresa, stanno mettendo in crisi la scuola media.

Ed ecco che dal cappello di creativi dirigenti scolastici e insegnanti italiani esce il “sei rosso”: un sei che non è proprio sei. Ma un 4 o un 5 travestito da sei per evitare di bocciare un ragazzino per una sola insufficienza. Il “sei rosso”, deliberato a maggioranza dal Consiglio di classe, sarà in bella vista nel tabellone finale pubblicato all’albo dell’istituto e verrà accompagnato da una lettera ai genitori che li informa della promozione, nonostante una o più insufficienze: una specie di promozione con debito, già abolita da Fioroni al superiore perché faceva andare avanti ragazzi con lacune anche consistenti.

Del resto, i numeri parlano chiaro. I ragazzini della scuola media che nella pagella del primo quadrimestre hanno riportato almeno una insufficienza sono quasi 48 su 100. Con record in terza media dove si supera la metà: 51,2 per cento. In teoria, rischiano la bocciatura 784 mila studenti ma nel corso del secondo quadrimestre parecchie insufficienze sono state certamente recuperate facendo abbassare il numero dei ragazzini a rischio bocciatura. Ma anche riducendo ad un quarto coloro che mantengono almeno una insufficienza il numero di ragazzini che rischiano di non farcela è enorme: 196 mila. Nulla di paragonabile con i numeri dello scorso anno, quando i bocciati furono 63 mila: circa un terzo.

Ma quante scuole adotteranno il “sei rosso” e a cosa servirà? Può un 4 diventare sei, seppure rosso? La normativa sull’autonomia scolastica consente alle scuole un certo margine di manovra. “Nell’esercizio dell’autonomia didattica – recita il Regolamento sull’autonomia – le istituzioni scolastiche individuano le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale…”. Ma col “sei rosso” si rispettano le normative nazionali che in merito sono tassative (promozione con tutti sei, veri e non rossi)? E quante scuole seguiranno la linea del “sei rosso”? Laddove, la norma sarà interpretata in maniera restrittiva, sei tutti neri, gli alunni verranno penalizzati? Insomma: scrutini fai da te? O con una certa uniformità in tutto il territorio nazionale?

Il ministero tace, ma una cosa è certa: l’eventuale promozione in extremis non obbligherà gli alunni a recuperare un bel niente, né imporrà alle scuole di organizzare corsi di recupero come avviene al superiore per gli studenti con lacune anche gravi in una o più discipline. Perché questa eventualità non è prevista da alcuna norma. E l’eventuale lettera inviata ai genitori servirà soltanto a ricordare alle famiglie che il proprio figlio è stato promosso senza meritarlo.

Accuse al Cavaliere nel libro: Einaudi rifiuta Saramago

Il Nobel: con lui c’è da temere per la democrazia

MILANOEinaudi non pubblicherà Il quaderno, il libro che raccoglie testi let­terari e politici scritti sul blog dallo scrittore porto­ghese José Saramago, pre­mio Nobel per la letteratura nel 1998. Ne dà notizia «L’Espresso» oggi in edico­la anticipando che l’editore della raccolta di saggi sarà sempre torinese, Bollati Bo­ringhieri, ma soprattutto svelando il motivo della momentanea rottura tra l’autore di Cecità e la casa dello Struzzo. «La nuova opera — scrive Mario Porta­nova — contiene giudizi a dir poco trancianti su Silvio Berlusconi, che di Einaudi è il proprietario». Sarama­go è severo con Berlusconi ma anche con gli italiani, il cui sentimento «è indiffe­rente a qualsiasi considera­zione di ordine morale». Ma «nella terra della mafia e della camorra che impor­tanza può avere il fatto pro­vato che il primo ministro sia un delinquente?». L’au­tore del Quaderno arriva a paragonare il nostro capo del governo a «un capo ma­fioso ».

Scrittore, poeta e critico letterario, José de Sousa Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo, nel 1922. Premio Nobel per la Letteratura nel ’98, da settembre ha aperto il blog http://caderno.jo­sesaramago. org

«L’Einaudi — spiega per parte sua un comunicato della casa editrice che ha pubblicato quasi tutti i ro­manzi del premio Nobel — ha deciso di non pubblicare O caderno di Saramago per­ché fra molte altre cose si dice che Berlusconi è un ‘delinquente’. Si tratti di lui o di qualsiasi altro espo­nente politico, di qualsiasi parte o partito, l’Einaudi si ritiene libera nella critica ma rifiuta di far sua un’ac­cusa che qualsiasi giudizio condannerebbe».

Saramago, 87 anni, che in questi giorni è nella sua casa di Lanzarote, nell’arci­pelago delle Canarie, ha ac­cettato di rispondere via e-mail ad alcune nostre do­mande. «Non pubblico la mia nuova raccolta di saggi con Einaudi — ci scrive il premio Nobel — perché in essa critico senza censure né restrizioni di alcun tipo Berlusconi, il quale è il ca­po del governo ma anche il proprietario della casa edi­trice, come di tanti altri mezzi di comunicazione in Italia. La verità è che quella che si è creata potrebbe es­sere definita una situazione pittoresca se il fatto che un politico accumuli tanto po­tere non facesse temere per la qualità della democra­zia ».

Lo scrittore portoghese, che si rivelò nel 1982 con Memoriale del convento e che non ha mai nascosto le sue simpatie per la sinistra (si iscrisse clandestinamen­te al partito comunista por­toghese nel 1969 riuscendo a evitare le galere del ditta­tore Salazar), ci scrive che nessuno gli ha mai propo­sto di cancellare i passaggi su Berlusconi: «Ho cono­sciuto la censura durante la dittatura portoghese, l’ho sofferta e combattuta e nes­suno in una situazione di apparente normalità demo­cratica mi potrebbe chiede­re di amputare una mia ope­ra ».

Facciamo notare che cer­ti giudizi ci sembrano quan­tomeno eccessivi. Sarama­go non si scompone: «Le qualificazioni che ho dato di Berlusconi non nascono dalla mia testa ma si basa­no su informazioni giornali­stiche che ogni giorno appa­iono sulla stampa europea. Io semplicemente osservo e concludo. Con dispiacere, naturalmente». Insistiamo: perché arrivare a paragona­re Berlusconi a un «capo della mafia»? Saramago ri­sponde: «Davvero le sem­bra esagerato? È sicuro? Al­meno mi concederà che ha una mentalità mafiosa».

L’autore del Vangelo se­condo Gesù è severo anche con l’Italia: «Quando tutte le opinioni che si diffonde­vano sulla capacità creati­va, sulla modernità e talen­to artistico erano favorevo­li, non ricordo nessuno che si lamentasse di questi giu­dizi. Ora le cose sono cam­biate. L’Italia non è più il Pa­ese che emoziona, ma sor­prende non certo per le mi­gliori ragioni. Né l’Italia né coloro che amano questo Paese meritano lo spettaco­lo politico di fascinazione malata per Berlusconi».

Saramago pubblicherà il suo prossimo romanzo da Einaudi? «Del mio nuovo romanzo, che credo vedrà la luce in autunno, non si è ancora parlato e non so do­ve porterà questa faccen­da ».

Il premio Nobel non sa che altre opere di critica a Berlusconi sono state rifiu­tate da Einaudi, dalle poe­sie politiche postume di Giovanni Raboni al Duca di Mantova di Franco Cordel­li, sino al Corpo del capo di Marco Belpoliti, che l’auto­re ha preferito pubblicare da Guanda, però commen­ta: «Dev’essere duro vivere quando il potere politico e quello imprenditoriale si riuniscono. Non invidio la sorte degli italiani, però in­fine è nella volontà degli elettori mantenere questo stato di cose o cambiarlo».

Dino Messina

Fonte: il Corriere della Sera, 29 maggio