Archivio | giugno 7, 2009

Crisi USA: spopola il decalogo su come vivere senza debiti

La Fiera della Banalità, in puro stile americano

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Vivere senza debiti. Una filosofia estranea alla cultura statunitense ed per questo che sull’onda della crisi del sistema del credito, spopolano i consigli, bizzarri quando non banali, su come fronteggiare l’emergenza.

Sulla rete, i giornali, le tv ed (e’ facile prevedere che ci saranno presto dei bestseller in libreria), e’ tutto un impazzare di decaloghi.

Alcuni adottano la strategia del terrore come “Quindici strade per rovinare il tuo futuro”, altri sono piu’ costruttivi ed elencano le cose da fare per vivere “debt free”, considerando che ogni americano accumula in media 10.000 dollari di debiti con le carte di credito ogni mese, secondo CardTrack.com.

  1. Si comincia con il “sistema della busta” dove si consiglia di mettere i soldi per le bollette all’inizio del mese. Se finiscono prima del tempo, e’ il perspicace suggerimento, e’ ora di cominciare a ridurre il budget del divertimento.
  2. La regola numero due e’ quella di “spendere meno per vivere”, cioe’ a dire che le uscite non devono superare le entrate.
  3. Se non ci si riesce, allora bisogna guadagnare di piu’: ed e’ questa la terza chicca.
  4. Il quarto comandamento e’ quello di utilizzare la carta di credito solo per le emergenze, avvalendosi invece dei contanti per gli acquisti di routine.
  5. Per comprare un’auto poi, se non si hanno i soldi, si consiglia di prendere l’autobus per qualche anno, in modo tale da mettere da parte il necessario per poi poterla pagare.
  6. Saldare i debiti ogni mese, e’ il sesto comandamento.
  7. Creare un piccolo fondo per le emergenze e’ il settimo.
  8. La rivoluzione culturale riguarda poi il mettere da parte i soldi per il futuro, per una pensione confortevole, si sottolinea, accantonando il 10% del proprio salario ogni mese.
  9. Perche’ vivere senza debiti “non e’ una strategia ma una mentalita’” – e’ la spiegazione – cosi’ abituandosi a controllare le spese si riesce ad essere felici con meno.
  10. Il decimo ed ultimo suggerimento, a dir poco soprendente, e’ quello di fare acquisti dove i prodotti costano meno. Alla faccia del buon senso.

da AGI

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fonte:  http://gestcredit.wordpress.com/2008/09/30/crisi-usa-spopola-il-decalogo-su-come-vivere-senza-debiti/

E LA CHIAMANO PACE… – L’ultima lettera di padre Manuel Musallam, parroco di Gaza

Voci dal nuovo samizdat

Scritto il 2009-06-05

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Padre Giovanni Scalese
Il Santo Padre, nella recente lettera ai Vescovi, ha scritto: “Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conosc enza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare piú attenzione a quella fonte di notizie”. Io andrei oltre; ormai penso che possiamo pure smettere di leggere i giornali o di vedere il telegiornale: ciò che troviamo in questi cosiddetti canali di informazione è pura propaganda; ormai, se vogliamo essere informati, possiamo solo rivolgerci a internet, il nuovo “samizdat”. Spero che in Vaticano prendano sul serio l’invito del Papa.
(Padre Giovanni Scalese)

L’ultima lettera di Padre Manuel Musallam, il parroco di Gaza

Padre Manuel Musallam (Gaza)

Siccome non ho trovato altre traduzioni, ho provveduto io stesso a tradurla. Vi prego di leggerla con attenzione e di farla conoscere il piú possibile: mandatela ai vostri parenti, agli amici, al vostro parroco, al vostro vescovo, a tutti. Se possibile, traducetela in altre lingue. Il mondo deve sapere. Non voglio che un giorno qualcuno possa dire: “Non sapevamo”. Non possiamo essere complici del nuovo olocausto. È una lettera un po’ lunga, ma ogni parola è preziosa. Essa è corredata di foto; ma non ho il coraggio di pubblicarle per la loro crudezza e per il rispetto che è dovuto ai morti. Penso che le parole possano bastare.
(Padre Giovanni Scalese)

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Charles Colton disse una volta: “L’esperienza ci insegna due cose, la prima è di correggere molto, e la seconda è di non esagerare nel farlo”. Israele ci sta correggendo molto. Israele, il nostro vicino a Gaza, non è stato capace di regolare le relazioni con i suoi vicini. Esso corregge il popolo palestinese specialmente perché sostiene che i palestinesi si oppongono al suo ritorno alla “Terra Promessa”. Ci sta correggendo, noi palestinesi, con la guerra, i massacri, i crimini di guerra e la deportazione. Ha distrutto le nostre case, le nostre fattorie e i nostri villaggi, e ha stabilito insediamenti su di essi. Ha sradicato centinaia di migliaia di olivi e aranci produttivi, e ci ha proibito di fare il raccolto dai nostri campi. Ha aperto circonvallazioni e ha eroso le nostre terre. Ha distrutto, frammentato e isolato le nostre città, villaggi e campagne. Ha costruito e istallato centinai di checkpoints per scombussolare le nostre vite. Ci ha impedito di raggiungere i nostri santi luoghi di culto a El Aqsa, alla Natività e al Santo Sepolcro. Ha costruito il muro dell’apartheid intorno alla Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza. Il m uro non ci separa forse dagli altri e i ponti non sono forse luoghi di incontro? Ha spezzato le nostre ossa e proibito cure e medicazioni. Ha assassinato i nostri capi in diversi modi. Abbiamo vissuto sotto le tende, e ci ha proibito i mezzi di vita e di lavoro. Ci circonda con un assedio che blocca la nostra vita quotidiana. Ci ha gettati in un ghetto senza acqua, elettricità, medicine, cibo e lavoro. Stiamo morendo di una morte lenta. Dovevamo “diventare affamati e assetati fino alla soglia della morte senza oltrepassarla.

Sderot, un insediamento vicino a Gaza, è divenuto il Muro del Pianto dove tutti i leader del mondo e i turisti vengono per vedere le reliquie lasciate dai missili Qassam, che hanno ucciso 12 israeliani dal 2002. Mentre noi non osiamo costruire un monumento che perpetui la memoria di migliaia di palestinesi innocenti uccisi durante i crimini di guerra a Gaza, perché Israele non mancherebbe di distruggerlo durante la sua costruzione. Nella recente barbara guerra contro Gaza, centinaia di bambini, uomini, donne e vecchi innocenti sono stati bruciati in forni di bombe e missili sofisticati. Che differenza c’è tra i forni in cui gli ebrei morirono in Germania e i forni in cui noi moriamo a Gaza? Il mondo li ha visti attraverso i giornalisti e i canali satellitari. Persone di buona volontà, come l’Arcivescovo Desmond Tutu e organizzazioni dei diritti umani, avvocati e specialisti in crimini contro l’umanità, hanno incominciato a venirci a trovare. Israele ha impedito alle delegazioni di raggiungerci, umiliandoli, trattenendoli ai confini di Jenin, Rafah e Beit Hanoun, finché non sono riusciti a ottenere un permesso di ingresso. Israele ha distrutto molti segni dei loro crimini di guerra.

Il nostro popolo è incappato nei briganti. Lo hanno spogliato e percosso, e se ne sono andati lasciandolo mezzo morto. Il Sig. Bush ci ha visto, ma è passato dall’altra parte. Allo stesso modo i leader europei, sia il mondo islamico sia quello cristiano, sono venuti qui, e quando ci hanno visto, sono passati dall’altra parte. Quando verrà il Samaritano misericordioso che, vedendoci, avrà compassione di noi?

Gli Stati Uniti, con il loro diritto di veto, hanno respinto qualsiasi soluzione o impegno di diritto internazionale, sicché Israele si è comportato come se fosse al di sopra della legge. Ora l’America vuole cambiare il diritto internazionale, cosí che i leader di Israele non siano processati come criminali di guerra. Israele percorre la nostra terra, perché non ha confini. Ogni giorno, inghiottisce un appezzamento di terra, migliaia di metri quadrati. È possibile che il mondo riconosca uno stato senza confini dopo 60 anni dalla sua costituzione? Lo stato di Israele è l’unico modello di questo tipo nel mondo.

Noi non sappiamo dove andare. Nei 18 anni passati, abbiamo cercato la pace e la giustizia con Israele incontrandoci faccia a faccia, stringendoci le mani e scambiandoci baci. Ci siamo persi nell’abisso dei negoziati e degli accordi. Israele vuole la pace, ma la pace non può essere raggiunta senza la giustizia. Israele dice: “È concepibile che uno stato democratico tolleri il bombardamento delle sue città con razzi per 10 anni?”, e ha 11 morti. E noi rispondiamo: “È concepibile che un popolo accetti di rimanere sotto 60 anni di occupazione senza resistere?”. Il mondo ricorda i razzi fatti a mano di Hamas, ma non ricorda i missili al fosforo, da cui noi soffriamo ogni giorno. Se noi resistiamo, il mondo ci grida dietro e ci etichetta come terroristi, ma non grida dietro a quelli che ci hanno occupato per sei decenni. Non è un crimine contro l’umanità il fatto che noi viviamo sotto occupazione e umiliante assedio tutto questo tempo, 60 anni? Quando noi at tacchiamo un insediamento che ha rubato la nostra terra e gli alberi che ci ci permettono di vivere, il mondo ci rimprovera e ci classifica come assassini di gente innocente, ma il mondo non alza un dito per rimuovere un insediamento che riconosce illegale ed è un crimine di guerra secondo il diritto. Ognuno grida: pace e sicurezza per Israele, ma nessuno sussurra: giustizia, Gerusalemme e ritorno per i palestinesi. La pace per gli israeliani è possibile se è possibile la giustizia per i palestinesi. La sicurezza per gli israeliani è possibile se è reciproca.

Il mondo pone una condizione inderogabile su una parte del popolo palestinese, Hamas e la Jihad islamica, se si vogliono aprire le trattative per un progetto di pace in Medio Oriente. La condizione comporta che Hamas e la Jihad islamica denuncino la violenza e riconoscano Israele. Oggi, bisognerebbe mettere la stessa condizione, se si può. Bisognerebbe chiedere a tutt i gli Israeliani e al loro governo di estrema destra, che rifiuta tutti gli accordi e i trattati, di riconoscere il popolo palestinese e i loro legittimi diritti. Poi si possono prendere le decisioni internazionali, purché giuste e imparziali. Perché è sbagliato se noi deteniamo un prigioniero di nome Shalit per i negoziati? E non è sbagliato se Israele trattiene ventimila prigionieri palestinesi, che vivono in posti dove gli animali non possono vivere? E i prigionieri che lasciano la prigione escono handicappati. Ogni giorno Israele invade le nostre città e villaggi e ingiustamente detiene un sacco di innocenti. Perché è sbagliato che una famiglia in Israele soffre o uno dei suoi bambini è preso dal panico, e non è sbagliato se migliaia di famiglie palestinesi soffrono e un’intera nazione è colpita dal panico?

Noi non sappiamo dove andare, per cui come possiamo conoscere la strada? Tutti i nego ziati sono falliti e abbiamo raggiunto un punto morto, perché abbiamo accettato di seguire una vaga decisione sul ritiro dai “territori occupati nel 1967”. Abbiamo accettato Gaza e Gerico e prima abbiamo accettato Gerusalemme e gli insediamenti; abbiamo accettato Oslo, la road map, le “Tennet outlines” e gli accordi di Sharm el-Sheikh, invece delle risoluzioni internazionali e della legittimità. Abbiamo accettato l’assedio di Yasser Arafat e il suo assassinio per il motivo che non era un partner attivo nei colloqui di pace. Non abbiamo neppure chiesto un’inchiesta, come quella per l’assassino di Rafik El Hariri in Libano. Abbiamo accettato elezioni interne sulla base degli accordi di Oslo, nell’interesse dei palestinesi dentro il paese, invece di dare attenzione al popolo palestinese nel suo insieme. Abbiamo accettato le Intifade in Palestina invece di una rivoluzione popolare vasta quanto l’universo.

Dopo successive guerre, Israele ha anche lasciato indietro un intero popolo distrutto. Contadini i cui alberi e campi sono stati bruciati da sostanze chimiche; le loro terre non sono piú coltivabili. Lavoratori che sono rimasti senza lavoro e la fame dei cui figli non è saziata da pane intinto in acqua o tè. Commercianti i cui beni sono sequestrati nei porti israeliani; devono vendere i loro magazzini per pagare il deposito dei loro beni e poi vanno in fallimento. Impiegati i cui salari sono erosi da un immaginario aumento dei prezzi; avviene questo quando il salario viene loro consegnato un anno dopo la data dovuta. Disabili per i quali, dopo essere stati colpiti con sofisticate armi che hanno amputato i loro arti (che dolore e pena devono provare loro e quelli che li assistono!), non ci sono istituzioni o esperienza per curarli, non c’è riabilitazione per ricuperarli dalla loro disperazione e mutilazione. Bambini che sono stati smembrati e affetti da traumi e malattie psicologiche di paura, i loro corpi magri per malnutrizione. Alcuni sono morti di paura; alcuni sono stati rapiti da una violenza barbara, nazista mentre erano allattati, o sono morti per una pallottola che li ha trapassati nel ventre delle loro madri. Chi li cura? Chi li compensa per i loro diritti perduti? Chi cura i bambini che hanno visto le loro famiglie ferite e sanguinanti, i bambini che hanno visto i loro genitori morire nelle loro braccia e hanno sentito, per la prima volta, il crepitio del conflitto che non avevano mai sperimentato, uno strano e orribile suono che li accompagnerà nel sonno e nell’insonnia finché vivranno? Chi cura i bambini che dormiranno in preda al terrore, o con l’ansia negli occhi, che si fanno la pipí addosso o nel letto o nelle loro divise scolastiche in cui hanno dormito, perché i loro scarsi indumenti per la notte non si sono ancora asciugati. Vanno a scuola al mattino cercando di nascondersi e coprire l’odore del loro corpo. Il bambino che piangeva quando vedeva una goccia di sangue sul dito si è sentito affogare nel sangue; calpesta il sangue di suo padre e sua madre con amarezza e dolore nella disperata ricerca di qualcuno che possa fermare l’emorragia, cosí che i suoi genitori possano vivere. Chi guarirà questo bambino?

Il primo giorno dei bombardamenti, abbiamo sentito alcuni tristi e deplorevoli racconti sulle bombe al fosforo bianco, che sono internazionalmente bandite, dai dottori dell’ospedale Shifa e dai cronisti delle TV satellitari. Dopo che i dottori avevano prestato i primi soccorsi ad alcuni dei feriti e li avevano mandati a casa, quelli sono tornati all’ospedale con i loro corpi fumanti, dopo che il fosforo aveva reagito di nuovo nei loro corpi e e aveva preso fuoco.

Questo è il modo in cui Israele ha corretto i palestinesi. Non c’è poi da meravigliarsi se nasce la resistenza e si moltiplica finché si diffonde a tutto il popolo della Palestina. Non c’è da meravigliarsi se ci rivolgiamo ad Hamas, alla resistenza o agli elementi fondamentalisti alla ricerca di libertà dall’occupazione a dai nostri dolori. “Tutto sommato, la punizione indurisce e rende la gente piú insensibile; essa concentra, aumenta il senso di allontanamento; rafforza il potere di resistenza” (Friedrich Nietzsche). Quando capirà Israele che correggere la gente con la guerra, la violenza e l’occupazione è un errore morale e un crimine di guerra; un crimine contro l’umanità? Che la guerra non costruisce la pace? Che non può occupare un popolo per sempre? Noi speriamo che lo capisca. Oggi Israele esagera nella sua correzione. Sta andando troppo avanti nel correggere le case dei palestinesi, tanto da demolirle persino sulle loro teste e i loro bambini, donne e anziani senza scrupoli di coscienza. Sa che la casa significa pace e stabilità e la fine della dispersione. Perciò demolisce le case e sconvolge i suoi residenti in modo che nessuno possa riposare nella sua patria e fra la sua gente. Profana la santità del sorriso dei bambini, rendendoli orfani; la vitalità dei giovani, umiliandoli e trattandoli con disdegno; l’orgoglio e l’arroganza degli ulivi, degli aranci, dei limoni e dei fichi, distruggendoli con bulldozer militari. Gli dà fastidio agli occhi vedere lo splendore della terra che è diventata verde dopo essere stata lavorata da un contadino del mio paese, rendendola un deserto! Dopo tutto questo, la nostra resistenza diventa terrorismo e qualcuno dei nostri missili primitivi minaccia la sicurezza dello stato di Israele e la sicurezza del mondo civile. Perciò i confini sono chiusi e Gaza è dichiarata una zona ostile, proibita, che affoga nell’oscurità, con la sua gente assetata e affamata, navi dell’Atlantico pattugliano il nostro mare per controllare il nostro armamento e sorvegliare la demolizione delle arterie e dei tunnel, da cui noi siamo tenuti in vita.

Con notoria ipocrisia il carnefice e la vittima sono stati equiparati. La nostra causa passa per essere una questione di dialogo tra fazioni, come un conflitto per un pezzo di pane e un bicchier d’acqua, come una questione di indennizzo o di apertura di valichi di frontiera. Il mondo dimentica o fa finta di dimenticare che la nostra causa è la causa dell’emancipazione di un popolo, della sua terra e dei suoi luoghi santi.

Il suono di El Aqsa non può essere udito a causa del fracasso degli scavi sotto di essa e vicino ad essa; le grida della città di Betlemme per il dolore dello sviluppo degli insediamenti e il muro che avvolge il suo collo non può essere sentito a causa del rumore delle seghe e la costruzione a Jabal Abu Ghneim; e cosí pure le grida dei bambini di Jenin, Beit Hanoun e Rafah, che la Statua della Libertà non sente. Nessuno i n Europa e negli Stati Uniti sente il fragore degli aerei israeliani, o il bombardamento dei suoi cannoni e delle sue navi da guerra quando distruggono Gaza sulle nostre teste; il mondo sordo sente solo il suono dei razzi Qassam e Katyusha.

Il terrorismo dello stato di Israele è diventato il diritto di proteggere i suoi confini e il suo popolo; ma quando noi chiediamo la libertà secondo le leggi divine e umane, la nostra resistenza diventa terrorismo distruttivo. O mondo, tu non hai il diritto di chiedere pace e sicurezza per Israele, occupante e aggressore, prima di darci tutti i nostri diritti nazionali persi, la giustizia e una completa compensazione per tutto ciò che i Palestinesi hanno perso a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

C’è un proverbio cinese che dice: “Se vedi un fiore e non puoi darlo a una bella ragazza, fa’ attenzione a non raccoglierlo”. Ma Israele , che ha occupato la nostra terra 60 anni fa, non ha lasciato un fiore e neppure il loro profumo sulle nostre montagne. Noi siamo di fronte a un nemico che ha distrutto i fiori, i fichi, gli olivi, gli aranci, i limoni, i cipressi, le palme, i pioppi, le bacche, gli uccelli, il mare, la terra e gli uomini. O gente, Israele di chi è amico? È possibile costruire la pace con loro? Come possiamo predicare la pace al nostro popolo, quando loro hanno ucciso la pace? Come possiamo predicare l’amore, quando l’odio, l’assassinio e il terrorismo verso di noi riempie i loro cuori? Come possiamo predicare la speranza, quando sta morendo in tutti i nostri cuori? Israele ha strangolato le parole di riconciliazione, amore, perdono, speranza e clemenza nei nostri cuori. Ripetiamo le parole del Profeta: “Chi ha creduto al nostro messaggio? A chi è stato rivelato il braccio del Signore?” (Is 53:1).

Per gli adoratori di idoli e falsi dèi, l’odore del sangue umano era considarato un’offerta espiatrice, fragrante se versato con gioia e preghiere ai loro dèi. Noi oggi siamo di fronte al dio Moloc; coloro che versano il nostro sangue ai suoi piedi pensano che di immolare un sacrificio a Dio! Il tempio di Salomone fu distrutto dai Romani. Tremila chiese della Palestina furono demolite dai Persiani e l’Oriente fu bruciato dai Tartari. Siamo di fronte a un nuovo Tito che distrugge la chiesa, la moschea e la scuola? O siamo di fronte a un nuovo Hulagu la cui preoccupazione è di bruciare la storia di un popolo che ha scritto la storia della civiltà, della scienza e della religione per la Palestina e il mondo intero? Da quando è iniziata la storia, noi esistiamo, e la storia può testimoniare quanto è fragrante la nostra storia. Dal giorno in cui il popolo di Sion ha messo piede sulla nostra terra con Joshua Ben-Nun, poi con David Ben-Gurion, e oggi, la Palestina passa da una tragedia a un disastro, da un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità e da un massacro a un genocidio. Gesú ha detto: “Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?” (Mt 7:16). Noi riconosciamo Israele dal suo frutto. Noi vediamo che il suo frutto è aspra uva selvatica, e che asprezza!

Noi giustamente preghiamo
col profeta Geremia: “Orfani siamo diventati, senza padre; le nostre madri come vedove. L’acqua nostra beviamo per denaro, la nostra legna si acquista a pagamento. Con un giogo sul collo siamo perseguitati, siamo sfiniti, non c’è per noi riposo. All’Egitto abbiamo teso la mano, all’Assiria per saziarci di pane. Schiavi comandano su di noi, non c’è chi ci liberi dalle loro mani”. (Lam 5:3-8). E ora, dov’è la tua solidarietà, o Chiesa di Gesú? Dov’è la vostra influenza, cristiani nei cui cuori e nelle cui bocche Gesú conserva parole di riconciliazione, amore, bontà, misericordia e compassione? A Vostra Santità, Papa Benedetto XVI, sono rivolte queste parole del Profeta: “Alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro” (Ger 1:17). La Palestina è stata calpestata dal mostro della giungla e la sua terra, le sue pietre, i suoi alberi e il suo popolo sono stati dati alle fiamme. Dovrebbe essere dichiarato un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità e dovrebbero essere convocati nel tribunale del vostro cuore, preparandosi ad apparire davanti al giusto tribunale di Dio.

Voglio ricordarvi: “Chi prende a calci l’uomo, dall’uomo è preso a calci” (Bertold Brecht). E in Palestina, o Israele, “Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo” (At 26:14). “Dal legno degli ulivi, aranci e limoni, che furono sradicati, divamperà un fuoco che non potrà essere spento. Il tiranno farà il suo tempo. Desidereranno venir fuori dal fuoco, ma non potranno. La loro sarà una rovina eterna” (Corano, Sura 37).

Chi ha occhi per vedere, veda. Tobi disse a suo figlio: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Tb 4:15). Guardate a ciò che fecereo loro i nazisti e al loro olocausto e paragonatelo con ciò che loro hanno fatto a noi a al nostro olocausto. Chi ha orecchi per intendere, intenda la voce di Gesú Cristo, che disse: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7:12). E il profeta Isaia: “Si dirà: Spianate, spianate, preparate la via, rimuovete gli ostacoli sulla via del mio popolo” (Is 57:14).

La Palestina non è la Terra Promessa per gli ebrei, perché loro sono discendenti di Abramo. Ascoltate san Paolo: “La parola di Dio non è venuta meno. Infatti non tutti i discendenti di Israele sono Israele, né per il fatto di essere discendenza di Abramo sono tutti suoi figli. No, ma: In Isacco ti sarà data una discendenza” (Rm 9:6-7). “Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: e ai tuoi discendenti, come se si trattasse di molti, ma e alla sua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo” (Gal 3:16). La Palestina è la terra promessa per tutti quelli che credono nella fede di Abramo.

Padre Manuel Musallam, Gaza

Traduzione a cura di Padre Giovanni Scalese
Link originale:
http://quercu lanus.blogspot.com/2009/03/voci-dal-nuovo-samizdat.html

fonte:  http://www.infopal.it/11366-l&%2339%3Bultima-lettera-di-padre-manuel-musallam-parroco-di-gaza.html

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L’ITALIA DEI RIFIUTI / CALABRIA: Scoperta maxidiscarica abusiva

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Sequestrati 5mila metri quadrati

I carabinieri hanno trovato un vero centro di smaltimento di rifiuti pericolosi: a  perdita d’occhio oltre 20 tonnellate di lastre di eternit, carcasse di veicoli, resti di elettrodomestici, calcinacci, imballaggi, pneumatici e materiali plastici

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Roma, 7 giugno 2009 – Oltre 5mila metri quadrati di discarica abusiva, “una delle più grandi discariche abusive mai realizzate e scoperte nella provincia di Vibo Valentia e forse in tutta la Calabria”. L’area è stata trovata e sequestrata dai carabinieri della compagnia di Vibo Valentia, con il supporto dei colleghi dell’ottavo elinucleo del capoluogo, in località Aeroporto di Vibo Valentia.

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I militari dell’Arma hanno scoperto come un vasto terreno sito alle spalle della statale 18 fosse stato illegalmente adibito a vero e proprio centro di smaltimento di ogni tipo di rifiuto inquinante e pericoloso per l’ambiente. Gli investigatori, arrivati sul posto, si sono trovati davanti uno spettacolo desolante. A perdita d’occhio si estendevano oltre 20 tonnellate di rifiuti di ogni genere, lastre di eternit, carcasse di veicoli, resti di elettrodomestici, calcinacci, imballaggi, pneumatici e materiali plastici vari.

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Un vero e proprio tappeto di rifiuti che ricopriva tutta l’area ed era arrivato quasi ad ostruire il corso del vicino torrente Levrisi, diretto effluente del Trainati che, a distanza di una manciata di chilometri, sfocia nel mare di Vibo Marina. “Una scena incredibile – spiegano i carabinieri in una nota – con il terreno ed il torrente completamente contaminati dai rifiuti ammassati da anni nell’area, che versava in condizioni di totale abbandono con le poche piante presenti ormai morte a causa dei liquami e delle sostanze disciolte nel terreno, i cui residui già si potevano notare scorrere nella corrente del corso d’acqua verso il mare”.
L’area è stata immediatamente circoscritta e dichiarata sotto sequestro.

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/06/07/188417-scoperta_maxidiscarica_abusiva.shtml

ABNORME GELMINI – Esame di maturità vietato, per Daria: E’ ucraina e non ha il codice fiscale

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A rivelare la storia della ragazza, che si guadagna da vivere facendo la baby-sitter, parla sei lingue e va molto bene a scuola, è il ‘Mattino’ di Napoli

La gara di solidarietà di iInsegnanti e compagni

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NAPOLI, 7 giugno 2009 – La prima vittima nota della direttiva Gelmini si chiama Daria e  frequenta con profitto l’ultimo anno del liceo linguistico ‘’Margherita di Savoia’’ di Napoli. Dalla fine della scuola, come i suoi compagni, è china sui libri in vista dell’esame che fa perdere il sonno e che si ricorda per tutta la vita: la maturità. Ma Daria è ucraina, si guadagna la vita facendo la baby-sitter, ed è clandestina: non possiede il codice fiscale. Per questo quell’esame non potrà darlo.

A rivelare la notizia è il quotidiano ‘Il Mattino’, che spiega come gli insegnanti della ragazza e il dirigente scolastico si stanno adoperando per trovare una soluzione. Ma è una corsa contro il tempo, e l’appuntamento con l’esame e’ ormai imminente. Anche i suoi compagni si sono mobilitati, e pensano a una petizione per permettere alla ragazza di sostenere l’esame.


A richiedere il possesso del codice fiscale
per la maturità e’ una recente direttiva del ministero dell’Istruzione. Lei, che parla sei lingue, sogna di iscriversi all’ università in Italia. A Napoli vive insieme ai genitori: la madre fa le pulizie ad ore, il padre il saldatore.

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/06/07/188418-esame_maturita_vietato_daria.shtml

Un Paese smemorato: I neofascisti in Italia oggi / Mito e modello per il neofascismo italiano: L’antisemitismo della guardia di ferro rumena

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Si intitola Le nuove camicie brune. Il neofascismo oggi in Italia il libro di Saverio Ferrari, appena pubblicato dalle edizioni BFS (pagg. 80, euro 6,00). Ferrari studia da anni il fenomeno delle destre radicali e si occupa di ricerche storiche relative agli anni della “strategia della tensione”. In questa sua ennesima opera Ferrari esamina con estrema chiarezza i nuovi raggruppamenti, i riferimenti politici e culturali, le simbologie e i miti di un preoccupante fenomeno
L’introduzione è di Vincenzo Vasile. Eccola.

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Un paese smemorato

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L’Italia ha un vizio antico. Fatica a capire se stessa. Spesso non comprende la sua cronaca. Perché ha sotterrato, come uno struzzo, la sua storia. L’Italia, in genere, è smemorata. Non si ricorda di quel che è accaduto appena ieri. Figurarsi quel che è capitato ieri l’altro. Per esempio. Quando ricompare, a tratti – con una cadenza che sembra regolata da un piano, ma non lo è – l’uso della violenza come arma della politica, ci si rifugia lungo due sentieri. Apparentemente comodi. Ma in realtà senza uscita. Convergenti, non paralleli. I due vicoli ciechi sono: la generica condanna, e la strumentalizzazione di parte.
Questo vizio è trasversale, accomuna la sinistra e la destra. Figurarsi il centro, che è stato educato in fasce alla scuola democristiana degli “opposti estremismi”. Prendiamo il caso – che a nostro avviso è da considerare, ma in altro senso, speculare – del terrorismo rosso e delle stragi nere. A sinistra, sul finire degli anni Sessanta del secolo scorso, s’erano già scordati della retorica profusa a piene mani dall’ala anti-togliattiana del pci in centinaia di testi e di comizi sulla Resistenza tradita. E quando apparvero le Brigate rosse, in molti si chiesero, ammiccando, se fossero “rosse” per davvero. In buona fede, o no, poco importa. A destra, negli stessi anni di piombo, fecero finta di essersi scordati – oppure s’erano davvero dimenticati? – come il cuore dei gruppi eversivi estremi del loro campo avesse battuto per qualche decennio sotto la facciata missina in doppiopetto. E che, tanto il “cuore nero” dei giovani di estrema destra, quanto la facciata istituzionale e parlamentarizzata del partito di Michelini e di Almirante, avessero vissuto lungamente e fossero cresciuti in corrispondenza di amorosi sensi con gli apparati “deviati” dello Stato.
Così ancor oggi gli ex fascisti dell’ala moderata, inglobati nel partito di Berlusconi, in parallelo con gli ex fascisti dell’ala estrema (di cui troverete il nuovo e complesso atlante storico-ideologico nelle pagine che seguono), distinguono il capello in quattro. Soprattutto, e non solo, in sede di sempre più frequente ricostruzione memorialistica: Avanguardia nazionale contro ordinovisti, e Terza posizione, e Mambro e Fioravanti, e il “gruppo veneto”, più o meno movimentisti, più o meno organizzati, più o meno stragisti, più o meno fascisti, in definitiva, fascisti immaginari, fascisti per caso?
Ne viene fuori, negli editoriali cerchiobottisti dei grandi giornali, in libreria e nei talk show, un confuso chiacchiericcio che ottunde la comprensione di una ricrescita attuale ed evidente – in condizioni nuove e versioni rivedute e corrette – del pericolo eversivo. Esso riprende, pur in assenza di uno dei riferimenti geopolitici che la vulgata corrente riterrebbe essenziale, la fine della divisione del mondo in due blocchi, la caduta del Muro.
Questo libro di Saverio Ferrari ha il merito di contestare con ricchezza di documentazione e profondità di analisi questo obnubilamento diffuso. Il fatto è che manca un’efficace comprensione delle radici e delle prospettive di un’insorgenza inquietante e drammatica. Che – pure – occupa, a differenza del passato, prime pagine e titoli di testa dei telegiornali.
Se ne riparla a ondate, con inquietudine o curiosità folkloristica, una volta per le imprese violente degli “ultras” delle curve calcistiche, un’altra per le “strane” occupazioni di case sfitte in funzione anti-immigrati, un’altra ancora per le brutalità contro i cortei dell’Onda, o per le spedizioni punitive che tormentano, con cadenza sempre più frequente, i centri sociali.
Sfuggono in questo modo, secondo noi, molteplici elementi di riflessione.

  1. Anzitutto, il neofascismo del terzo millennio ricompare oggi nell’Italia berlusconiana in una veste apparentemente rinnovata e dotata di nuovo appeal nei confronti di estese fasce giovanili. Forza nuova, la più citata delle organizzazioni estremiste attualmente operanti in Italia, e i camerati che popolano il resto del nuovo arcipelago nero, si muovono in ordine sparso dentro a un orizzonte ideologico e politico che potremmo definire “filo-governativo”. Nello stesso tempo ne interpretano una versione “frondista”, quando non di aperta “opposizione”. Dicono, forse, apertamente nelle loro riviste e nei loro manifesti quel che pensa, ma non dice, una parte grande della maggioranza parlamentare. Giocano da battitori liberi in materia di razzismo, di politiche sociali, di immigrazione, di ebrei, di ordinamenti scolastici e di organizzazione sociale dello Stato.
  2. C’è novità, e c’è continuità. Troverete in questo libro un’impressionante antologia di falsità storiche e di orrori politici diffusi ormai, soprattutto sul web, senza freni. La polizia di Berlusconi – come abbiamo visto a piazza Navona, non solo su internet – sostanzialmente li lascia fare. E questo è un importante e forse ancora inesplorato punto di contatto con l’esperienza degli anni Cinquanta e Sessanta: quando i governi centristi – ma anche il primo centrosinistra, condizionato da apparati inquinati e legati alla vecchia politica dell’ordine pubblico – non vollero e non seppero fermare i giovani “mazzieri” che assaltavano, praticamente indisturbati, i primi cortei pacifisti e le scuole più rosse. Fu questo “colpire nel mucchio”, spesso all’ombra della protezione delle squadre politiche delle questure italiane, l’apprendistato di parecchi terroristi di destra, poi passati agli ordini di poteri occulti e torbidi, come risulta dalle accuse mosse a burattinai e burattini da “pentiti” e da “irriducibili” dell’eversione nera.
  3. Pesa in questo frastagliato itinerario politico ed ideologico certamente il fatto che una parte di queste nuove formazioni, nella fase in cui il centrodestra era all’opposizione, abbia stipulato – a volte per romperli subito dopo, altre volte per riannodare legami più stretti – alcuni accordi elettorali, gestiti direttamente con il network di Arcore, scavalcando il partito di Gianfranco Fini. È cronaca di qualche anno fa. L’abbiamo già scordata? Non ci può servire, forse, per capire il potenziale di ricatto e di pressione – anche sul sotto – governo delle amministrazioni locali, per ritagliarsi spazi e per campare – che la “lobby” della destra radicale può mettere in gioco?
  4. C’è un’altra novità, e in proposito il libro di Ferrari bisognerebbe farlo circolare nelle scuole. La camicia nera sta virando sempre di più verso il colore bruno. Sono sempre più nazisti, e sempre meno fascisti, i giovani affiliati ai gruppi eversivi della destra estrema. Le loro radici ideali – anche se questo termine può apparire inappropriato – traggono linfa in un retroterra culturale esoterico e misticheggiante che ha ben poco a che fare con la nostalgia “repubblichina” o di “regime” che scaldava i “cuori neri” qualche decennio addietro. Oggi tornano le croci celtiche, non solo tracciate sui muri delle nostre città, ma anche al collo di qualche sindaco in grisaglia. E tornano i caratteri runici nei “loghi” e nei manifesti elettorali (cfr. il capitolo dedicato al tema del ritorno dei simboli neonazisti).
  5. Sorge a tale proposito un dubbio, un cattivo pensiero. Che dietro certe professioni di “afascismo” degli ex fascisti istituzionali si nasconda – oltre che qualche sincera resipiscenza – anche qualche strizzata d’occhi verso il proliferare tra i “giovani di area” di tante camicie non più nere e sempre più brune? Inseguire la destra più radicalizzata, antisemita, filonazista, nel nome di istanze sociali e di generica comprensione del disagio giovanile, potrebbe rivelarsi infatti per i colonnelli meno “finiani” dell’ex Alleanza nazionale un calcolo politico non banale. Un’utile carta da tenere in serbo nella manica. Soprattutto se in futuro l’imprevedibile capo del neonato “popolo delle libertà” continuasse a pretendere mano libera all’estrema destra. Se Berlusconi si ostinasse a voler fare tutto da solo, il moderato e l’ultrà, se Fini si ostinasse a coltivare la chimera del Quirinale, c’è insomma nelle retrovie un piccolissimo e tumultuoso – oltre che deluso – esercito giovanile che può sempre tornare utile, in caso di redde rationem.

Queste e altre riflessioni si possono trarre dal denso volumetto che vi apprestate a leggere. Non ultimo l’inquietante sospetto e l’apprensione che vengono generati dal ricorrere di troppo dirette e numerose filiazioni e ascendenze dei nuovi “cuori neri” con la vecchia genealogia di consistenti frange dello stragismo italiano. Navigando oggi per molti siti web ritrovate certe facce e certi nomi, Pier Luigi Concutelli, Luigi Ciavardini – evocati come miti positivi, comandanti militari, innocenti perseguitati, modelli viventi di esistenza e battaglie – che pensavamo di potere ormai relegare negli archivi della nostra memoria, tra noi addetti ai lavori dei misteri e delle trame d’Italia. E l’avremmo fatto, lo faremmo volentieri, come si suole fare al mattino per liberarci di un incubo dopo una notte troppo lunga e tormentata. Se non fosse utile e sempre più necessario, viceversa, esercitare il dovere della memoria e della ricerca storica. Per contrastare una magmatica e violenta deriva di cui purtroppo è prevedibile che torneremo presto a dovere parlare.

Vincenzo Vasile

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fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm

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Mito e modello per il neofascismo italiano: L’antisemitismo della guardia di ferro rumena

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La legione dell’Arcangelo Michele fu creata in Romania il 24 giugno del 1927. Il suo fondatore, Corneliu Zelea Codreanu, aveva allora ventotto anni. Figlio di un professore di scuola media di origine polacca, il suo vero nome era Zelinski, e di madre per metà austro-tedesca, Codreanu, alla testa di uno sparuto gruppo, in gran parte composto da studenti o ex studenti dell’Università di Iasi, si decise a questo passo dopo aver militato nella Lega di difesa nazionale cristiana, una delle principali formazioni nazionaliste che rivendicavano la “Romania ai soli romeni”. Ancor prima aveva dato vita alla “Fratellanza della Croce”, rimasta confinata in ambito universitario. Fu vedendo, disse, in una sorta di illuminazione l’immagine di San Michele che ebbe la rivelazione della sua “missione” di liberare la Romania da tutto ciò che l’affliggeva: corruzione, affarismo e oppressione economica, portate dagli ebrei e dagli altri stranieri. Per quanto nelle sue stesse vene non scorresse puro sangue romeno, come l’Arcangelo anch’egli avrebbe brandito contro di loro una spada fiammeggiante per purificare il Paese. In seno al movimento, nel 1930, come corpo armato fu costituita la Guardia di Ferro cui venne affidata l’esecuzione delle rappresaglie contro gli avversari e il “comunismo ebraico”. La Legione e la Guardia di Ferro innervarono in Romania negli anni Trenta e Quaranta uno dei più feroci e sanguinari movimenti antisemiti che l’Europa abbia mai conosciuto, collaborando con i nazisti e praticando spaventosi pogrom. Questa esperienza, con il suo fanatismo e i suoi storici dirigenti, rappresenta ancor oggi una specie di mito per il neofascismo internazionale. In particolare in Italia dove Forza nuova l’ha assunta come proprio riferimento.

ESTREMISMO NAZIONALISTICO E MISTICISMO

Nella Romania degli anni Venti l’80 % della popolazione era ancora composto da contadini che conducevano una vita miserabile su terre appartenenti a grandi proprietari. Il clero, di rito ortodosso, era parte integrante dello stesso mondo contadino, custode dei suoi costumi e delle sue tradizioni. L’industria, ancora di proporzioni ridotte, era invece in buona parte controllata dai capitali stranieri. Nel Paese si era anche radicata da molti anni una forte ostilità nei confronti della popolazione di origine ebraica che costituiva l’ossatura della nascente classe media dedita agli affari e alle professioni, proveniente in parte dalla Russia, per sfuggire negli anni Ottanta del secolo precedente alle persecuzioni zariste, ma soprattutto cresciuta in territori, come la Bessarabia, la Transilvania e la Bucovina, un tempo sotto altre dominazioni (rispettivamente: ottomana, austriaca e ungherese), poi tornati nel 1919 alla Romania a seguito della prima guerra mondiale. La casa reale, dal canto suo, discendente degli Hohenzollern, garantiva sul piano politico una sorta di regime pseudo parlamentare.

In questo contesto la Legione più che di un partito assunse le caratteristiche di un ordine religioso e di una formazione paramilitare, assorbendo in una combinazione inestricabile estremismo nazionalistico e misticismo. Si proclamò antiborghese, in opposizione alla scarsa borghesia esistente composta prevalentemente da ebrei. Per le stesse ragioni Codreanu dichiarò la propria avversione al capitalismo e all’industrialismo, che rischiava di accentuare la dipendenza della Romania dai gruppi stranieri e strappare i contadini alla loro terra e al loro modo di vita. Si oppose, per principio, anche al metodo democratico parlamentare, non concependo come potesse essere esercitato il potere da chi avesse ottenuto la maggioranza dei suffragi. Le idee “vere” e le idee “false” non potevano essere messe ai voti. In un regime democratico i politici necessariamente non potevano che essere dei demagoghi o strumento dei grandi interessi finanziari e capitalistici. La “verità” che doveva trionfare era il Cristianesimo e per “estirpare il male” e vincere “le forze delle tenebre”, costituite da ebrei, comunisti e borghesi, era consentito il ricorso alla violenza. Quasi un percorso di “Salvazione” della Romania attraverso un gigantesco bagno di sangue. Per questa via il movimento legionario giunse a praticare l’azione terroristica su larga scala, teorizzando la soppressione e la distruzione degli avversari. Innumerevoli furono le uccisioni, gli atti di vandalismo e i saccheggi dei negozi ebraici. Il 30 dicembre del 1933 tre legionari assassinarono addirittura il primo ministro Ion Duca, dopo l’emissione di un decreto di scioglimento dell’organizzazione. D’altro canto, lo stesso Codreanu, il 25 ottobre del 1924, ancor prima di dar vita alla Legione, aveva personalmente ucciso a rivoltellate il prefetto di polizia di Iasi che lo aveva in precedenza fatto arrestare. Episodi non meno brutali avvennero anche all’interno del movimento dove i “traditori” venivano puniti duramente. Grande impressione suscitò in questo senso l’eliminazione nel 1935 di Nicolae Stelescu che aveva abbandonato la Legione per fondare un’altra formazione. Fu abbattuto da un gruppo di legionari con decine di colpi di pistola.

LA “SQUADRA DELLA MORTE”

L’organizzazione si sviluppò attraverso una rete di piccoli gruppi, chiamati “nidi”, “cuib” in rumeno. Erano sufficienti tre elementi per costituirne uno. Le riunioni avvenivano di preferenza sui sagrati delle chiese con la partecipazione di un prete e secondo rituali che comprendevano canti corali, preghiere, marce in costume e processioni. Nelle manifestazioni non di rado gli aderenti alla Guardia di Ferro sfilavano in formazione riproducendo delle grandi croci viventi.

Venne adottato il saluto romano e come divisa fu scelta la camicia verde, al pari di altri movimenti fascisti europei, come le Croci frecciate ungheresi, quello fiammingo e le strutture paramilitari del partito salarazista in Portogallo. Si registrarono anche adesioni significative sul piano intellettuale, tra le altre quelle di Emil Cioran, ritratto in alcune foto in divisa a fianco di Codreanu, e di Mircea Eliade, che fu anche eletto dalla Legione deputato in Parlamento. La Legione e la Guardia di Ferro coltivarono ossessivamente un mistica della morte. Non vi era un solo canto in cui non la si esaltasse. Fu addirittura creata una “Squadra della morte”, comprendente uomini che volontariamente si erano offerti di morire per Codreanu, il capo indiscusso, chiamato il “Capitano” nel gergo interno della Legione. Da 4200 nel 1945, i “cuib” raggiunsero il considerevole numero di 34 mila alla fine del 1937. E se nelle elezioni del giugno del 1931 la Legione non andò oltre il 2% dei voti, circa 30 mila, lì raddoppiò solo un anno dopo, riuscendo a entrare con cinque deputati in Parlamento. Nel 1933 le si impedì invece di partecipare alle elezioni. Fu ripetutamente sciolta. Ma si ricostituì sempre con altre denominazioni.

L’ASSASSINIO DI CODREANU

Codreanu si schierò apertamente a partire dal 1937 per un’alleanza con Hitler. “Io sono contro le democrazie occidentali” – dichiarò – “Quarantotto ore dopo la vittoria della Legione, la Romania sarà strettamente alleata a Roma e a Berlino”. Secondo alcuni storici nello stesso periodo affluirono nelle casse del movimento anche finanziamenti tedeschi. Solo un anno prima la Legione aveva inviato in Spagna alcuni suoi volontari per combattere nella “Crociata” di Franco. Ma fu dopo le elezioni alla fine del 1937 che la situazione precipitò. Il movimento fu sciolto di nuovo dopo aver inaspettatamente raggiunto il 16% dei voti, presentandosi con il nome di copertura di “Tutto per la Patria” e divenendo il terzo partito del Paese. Il re Carol II che dal 1930 aveva assunto la reggenza, effettuò infatti il 30 marzo del 1938 un colpo di Stato, proclamando la dittatura regia. Il partito da lui appoggiato era stato sconfitto, non essendo riuscito a raggiungere quel 40% dei voti che gli avrebbe assicurato per legge, come in passato, una schiacciante maggioranza parlamentare. Codreanu fu arrestato con centinaia dei suoi uomini. Accusato di attività terroristica, tentata insurrezione e attività spionistica a favore di una potenza straniera, fu condannato a dieci anni di lavori forzati da un tribunale militare. Ripresero quasi subito gli attentati contro gli ebrei accusati di aver spinto la repressione e gli assassinii mirati. Vennero colpiti un alto ufficiale e il rettore dell’università di Cluj. Una settimana più tardi, il 30 novembre del 1938, un comunicato ufficiale informava che Codreanu era stato abbattuto “mentre tentava di fuggire” insieme ad altri tredici dirigenti del movimento. In realtà furono strangolati e poi crivellati di colpi. I loro cadaveri furono gettati in una fossa comune vicino Bucarest. Migliaia di altri legionari furono di lì a poco spietatamente eliminati, dopo l’ennesimo agguato che portò alla morte, il 20 settembre 1939, del ministro degli interni Calinescu.

IL POGROM DI BUCAREST

L’ultima fase nella storia della Legione fu ancora più sanguinosa della prima. Re Carol II, sempre più in difficoltà fu costretto ad abdicare nel settembre del 1940, stretto tra la crescente influenza tedesca e l’Urss che, a seguito del patto Molotov-Ribbentrop si era anche annessa senza colpo ferire la Bessarabia e la Bucovina settentrionale. Si instaurò un regime militare, sempre più nell’orbita della Germania, guidato dal generale Ion Antonescu con l’appoggio della Legione.

Horia Sima, il successore di Codreanu venne chiamato a ricoprire il ruolo di vice primo ministro. Una coabitazione che durò poco. La Legione voleva infatti tutto il potere per sé. L’insurrezione della Guardia di Ferro scattò il 20 gennaio del 1941. Durò tre giorni fino a quando l’esercito riprese il controllo della capitale. La Germania, pur mantenendo strettissimi rapporti con la Guardia di Ferro tramite Otto von Bolschwing, il responsabile a Bucarest dell’Sd, il servizio di sicurezza nazista, si schierò dalla parte di Antonescu, più che altro interessata, alla vigilia dell’invasione dell’Urss, dell’aiuto che la Romania, ora alleata, avrebbe garantito in termini di divisioni militari ma soprattutto di rifornimento di materie prime, petrolio in particolare.

I legionari della Guardia di Ferro ebbero comunque tutto il tempo di compiere un’autentica carneficina. Un pogrom bestiale. Invasero le vie di Bucarest e irruppero nel quartiere ebraico, incendiando le sinagoghe, devastando e distruggendo. Al macello comunale vennero radunati centinaia di ebrei. Dopo aver simulato una cerimonia kosher molti di loro vennero trascinati al mattatoio, sgozzati e appesi ai ganci, come carcasse di animali, con la scritta al collo “carne ebrea”. “Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue”, riferì in un suo telegramma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Romania, menzionando tra i corpi anche una bambina di meno di cinque anni, appesa per i piedi. Altri, disse, erano stati decapitati. Per un raggio di diversi chilometri si rinvennero i corpi degli ebrei assassinati dalla furia della Guardia di Ferro. Più di un centinaio furono ritrovati nudi il 24 gennaio a Banasea, sulla linea tra Bucarest e Ploiesti, altri ottanta sulla strada per Giurgiu. Un bilancio finale non si riuscì mai a stilarlo. Le fonti più attendibili parlarono di 630 morti e 400 scomparsi. Horia Sima, protetto dalle Ss di Himmler, si salvò dalla repressione attuata dall’esercito di Antonescu. Fu ancora in seguito utilizzato in diverse “missioni speciali”, di cui lui stesso parlò nel dopoguerra, una delle quali a Varsavia, nell’agosto del 1944, a caccia di oppositori cattolici al tempo della rivolta della città.

I “CUIB” DI FORZA NUOVA

Le gesta della Legione e della Guardia di Ferro sembrerebbero in questi anni essere tornate di moda nell’universo del neofascismo europeo. In Italia, a cercare di farne rivivere lo spirito, il gruppo di Forza nuova. Nei suoi siti e nelle sue pubblicazioni ufficiali l’esaltazione di Corneliu Codreanu rimane una costante. Ma ancor di più, si tenta da questa esperienza del passato di trarre indicazioni ideali e organizzative anche per il presente. I nuclei di base di Forza nuova, al pari di quelli di un tempo della Legione, vengono ora chiamati “cuib”, annoverando anch’essi San Michele Arcangelo come proprio santo protettore. Forza nuova ha dichiarato, per altro, di essere stata fondata poco più di una decina di anni fa, nel giorno stesso di San Michele, il 29 settembre del 1997. Ma è l’insieme dell’organizzazione a connotarsi sempre più per un accentuato integralismo cattolico. I suoi gruppi dirigenti sono anche giunti a riunirsi scimmiottando antiche forme della tradizione monastica, al pari dei monaci-guerrieri della Guardia di Ferro.

Sul piano politico il tentativo di identificazione passa invece attraverso la spinta ad assumere, quanto meno a parole, connotazioni di tipo anticapitalista e antindustrialista. Dichiarazioni surreali collocate in un contesto della realtà italiana stravolta fino al punto di fare assomigliare il nostro Paese alla Romania degli Venti e Trenta. Agli ebrei, come minaccia, si sostituisce l’immigrazione extracomunitaria, la classe politica “irrecuperabilmente corrotta” viene dipinta come percorsa e influenzata da oscure logge massoniche (cosa che non ha comunque impedito a Forza nuova di stringere accordi elettorali con i partiti di destra che la compongono), l’economia, infine, come dominata dai poteri forti del capitalismo internazionale che vedrebbe nei circoli sionisti americani il proprio fulcro. E quando recentemente, a seguito di alcuni gravi fatti di cronaca, si sono registrate reazioni di tipo razzista, non solo di destra, nei confronti dei romeni, sul sito di Forza nuova è apparso tradotto in italiano il manifesto di un gruppo fascista denominato “Nova dreapta”, gemellato in Romania con Forza nuova. I responsabili dei crimini “non sono romeni, ma zingari”, questa la conclusione, con la foto di due famiglie: una di origine rom, con la pelle scura, povera e numerosa, l’altra bianca, pulita, con un bambino biondo sorridente, romena. Agghiacciante.

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fonte:  http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=2893&Class_ID=1001

Voli di Stato: In Colombia tutti gli scatti di Zappadu / EL PAÍS: Berlusconi allo scoperto / Lettera di una suora italiana

Chicas en Villa CertosaLe immagini gestite da un’agenzia già in trattativa con settimanali tedeschi e Usa

I magistrati e il Copasir cercano nell’archivio del fotografo le prove di altri voli di Stato con ospiti a bordo

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(Olycom)
(Olycom)

ROMA— Sono state commercializzate da una società colombiana, la Ecoprensa, le foto scattate a Villa Certosa e pubblicate dal quotidiano spagnolo El País. Transazione estera che mette il reporter sardo Antonello Zappadu, 51 anni, al riparo da qualsiasi azione giudiziaria, anche se l’agenzia è comunque a lui riconducibile. In Colombia vivono infatti la sua giovane moglie e i suoi due figli. La trattativa era stata avviata nelle scorse settimane, dunque prima del sequestro disposto dalla procura di Roma, e in ogni caso nessun accertamento potrà essere svolto, come sottolineano gli stessi pubblici ministeri titolari dell’indagine. Ora la loro attività si concentra su altro: esaminare l’intero archivio del fotografo per verificare se oltre a quello documentato nel dischetto consegnato ai carabinieri, ci siano altri voli di Stato con ospiti privati.

IL COPASIR Lo stesso accertamento è stato disposto dal Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, che ha chiesto a palazzo Chigi l’elenco di tutti i decolli dei velivoli dell’Aeronauticamilitare degli ultimi dieci anni. L’organismo parlamentare è guidato da Francesco Rutelli che, durante il precedente governo finì sotto inchiesta per aver inserito nella delegazione che andava al Gran Premio di F.1 a Monza—dove lui rappresentava l’esecutivo — Clemente Mastella, il figlio di quest’ultimo e altri «estranei ».Una sequenza custodita da Zappadu nel suo computer mostra Silvio Berlusconi mentre sale a bordo dell’aereo con le insegne della «Repubblica italiana». In attesa c’è una bella donna bruna che dovrebbe essersi imbarcata con lui, anche se le istantanee non mostrano il suo ingresso attraverso il portellone.

LA DIRETTIVA I primi accertamenti avrebbero comunque consentito di verificare che quel viaggio avvenne dopo l’entrata in vigore della direttiva, firmata dallo stesso Berlusconi il 25 luglio 2008, proprio per superare le regole severe imposte dal suo predecessore Romano Prodi. In particolare l’articolo 5 consente «in via del tutto eccezionale e previa rigorosa valutazione, l’imbarco di personale estraneo alla delegazione ma accreditato al seguito della stessa su indicazione dell’Autorità anche in relazione alla natura del viaggio, al rango rivestito dalle Personalità trasportate, alle esigenze protocollari ed alle consuetudini, anche di carattere internazionale ». La norma non era vigente quando Berlusconi trasportò da Roma a Olbia— era il 25 maggio 2008—il cantante Mariano Apicella, un suo assistente, una donna indicata come una ballerina di flamenco e altri due uomini. Proprio per quel volo il premier è stato indagato per abuso d’ufficio e i magistrati hanno chiesto al tribunale dei ministri di identificare i passeggeri e di accertare chi abbia autorizzato il decollo. Il sottosegretario delegato ai servizi segreti, dunque ai voli di Stato, è Gianni Letta e ieri si era sparsa la voce che anche lui potesse essere stato iscritto nel registro degli indagati per lo stesso reato, ma la notizia è stata smentita seccamente dalla Procura.

TRATTATIVE Adesso è possibile che altri giornali stranieri decidano di pubblicare nuove foto. La Ecoprensa avrebbe avviato trattative con alcuni periodici tedeschi e statunitensi, interessati a mostrare le immagini del presidente del Consiglio e delle sue belle ospiti.

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Fiorenza Sarzanini
06 giugno 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/politica/09_giugno_06/colombia_zappadu_sarzanini_78f74b72-5268-11de-9c0a-00144f02aabc.shtml

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ELPAIS.COM

Berlusconi allo scoperto

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Non si sbagli Berlusconi: è la stampa democratica a rispettare la sua intimità e lui chi non cessa di metterla in dubbio. Perchè la pubblicazione delle fotografie delle sue feste private non è dovuta al desiderio di giudicare la sua morale in quanto cittadino, ma al proposito di dimostrare che lui, come primo ministro, sta cercando di trasformare lo spazio della politica democratica in un prolungamento dei suoi rapporti di amicizia e dei suoi svaghi.

Questo è esattamente ciò che, secondo le sue dichirazioni, ha fatto quando ha elaborato le liste elettorali del suo partito e, anche, al momento di assegnare le responsabilità di governo. Ed altrettanto si può dire dell’uso dei mezzi che lo Stato mette a disposizione del premier per assolvere le sue responsabilità istituzionali. Trasportare invitati a feste private non è compito dei voli di stato, siano essi ballerine o presentatrici tv. E il fatto che il primo ministro abbia fatto approvare nel 2008 una legge che ampliava i voli di stato a qualsiasi accompagnatore non gli offre copertura giuridica ma, al contrario, dimostra un flagrante abuso di potere.

La stampa italiana ha denunciato lo scandalo e la risposta del Premier è consistita unicamente nel negare o trivializzare i fatti, presentadosi come un paternale protettore di ragazze nelle quali afferma di scorgere speciali doti artistiche o politiche. Facendo ricorso alla confusione tra gli interessi pubblici e privati, Berlusconi ha cercato, inoltre, di screditare cittadini che, come sua moglie, erano in grado di confermare le denunce. Questo genere di pressioni dimostrano che con Berlusconi la libertà di espressione è in pericolo. D’altronde, la procura italiana ha sequestrato l’intero archivio del fotografo che ha scattato le immagini.

Con questo scandalo Berlusconi si mette allo scoperto, non come cittadino, ma come politico. Se fino adesso le sue gaffe erano state prese per scherzo, oggi esistono nuove e poderose ragioni per avvertire che ciò che il premier ha messo in gioco è il futuro dell’Italia come Stato di diritto. Ed una Italia che slitti verso il pendio in cui la trascina Berlusconi è motivo di preoccupazione non solo per gli italiani, ma per tutti gli europei.

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05/06/2009

fonte:  http://www.elpais.com/articulo/opinion/Berlusconi/allo/scoperto/elpepuopi/20090605elpepuopi_2/Tes

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La terra desolata

Lettera di una suora Italiana a EL PAÍS

06/06/2009

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Ho seguito in questi giorni le vicende italiane attraverso i vostri articoli dall’osservatorio di El Pais, e che dire? Per fortuna che c’è El Pais e la stampa estera!

Non so se vi stupisce sentire da una suora che è proprio angosciata per questo melodramma italiano dai risvolti ormai più inquietanti che farseschi e su cui non si può più nemmeno fare dell’ironia.

L’Italia mi pare proprio sia diventata una “terra desolata”, per usare le parole del grande T.S. Eliot, popolata di “uomini vuoti”. E come dice il poeta finirà “Not with a bang but a whimper”, non con uno schianto, ma con un piagnisteo.

Navigando in internet ho trovato sul sito della europarlamentare Silvia Costa una lettera di una suora sulla questione dei migranti respinti in mare. Qualcuno che pensa c’è ancora.

In tutte queste vicende non è assente solo la sinistra, ma anche la chiesa, quella istituzionale, o meglio, quella del potere e dell’8×1000, perché pure le suore sono “istituzionali”…

La Conferenza Episcopale non ha saputo essere incisiva. E dire che ai vescovi, dalla loro cattedra, sarebbe bastato ricordare una sola frase del Vangelo detta da Gesù: “Ero straniero e non mi avete ospitato” nel vangelo di Matteo (25, 43) dove, pensa un po’, si parla del giudizio finale. Su questo e poche altre cose si gioca il giudizio di Dio sull’uomo.

Sarebbe bastato solo un titolo a otto colonne, sull’Avvenire, senza commenti, senza editoriale, sine glossa, come diceva (faceva!) San Francesco.

Avrebbero scontentato tutti, destre, sinistre, neocon, teodem, atei devoti, etc. Che meraviglia! Avrebbero però avuto un illustre precursore: neanche Nostro Signore è stato simpatico a tutti!

Ma forse i vescovi sono un tanto confusi e credono davvero di averlo ritrovato redivivo nel primo ministro, che come Gesù Cristo, va alle feste con ‘veline’ e pubblici peccatori. Strano che nessuno lo abbia osservato…

Con amicizia e stima.

sr maria

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fonte:  http://www.elpais.com/articulo/internacional/terra/desolata/elpepuint/20090606elpepuint_14/Tes

STORIA – Salò, provincia tedesca

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L’Italia ha perso tutti i territori che aveva ottenuto con la Grande Guerra e con le guerre del Risorgimento contro l’Austria. La repubblica italiana, governata da un regime totalitario, è uno Stato a sovranità limitata nell’ambito di un grande impero continentale, sul quale sventola la bandiera rossa con una croce uncinata. E’ il Nuovo Ordine Europeo del Terzo Reich millenario.

Questo scenario non appartiene ad una invenzione romanzesca: era la sorte cui molti gerarchi nazisti intendevano destinare l’Italia dopo la vittoria della Germania nella seconda guerra mondiale. “Tutto ciò che era un tempo possesso austriaco deve ritornare in nostra mano”, scriveva Goebbels nel suo diario all’indomani dell’8 settembre.

Verso questa direzione erano orientate alcune importanti decisioni prese da Hitler dopo la resa italiana dell’8 settembre. Infatti, fin dal 10 settembre, cioè prima della liberazione del duce e la costituzione della Repubblica sociale, il Führer aveva sottoposto al diretto controllo di due Geuleiter austriaci le zone denominate Alpernvorland, cioè le provincie di Bolzano, Trento e Belluno, e Adriatisches Küstenland, comprendente le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e la provincia di Lubiana annessa all’Italia nel 1941. Nel Sud Tirolo fu messa avviata una operazione di “de-italianizzazione”, cancellando i nomi italiani di comuni e strade. Al confine del Brennero fu tolto il cippo che segnava lo Stato italiano. Nelle provincie della Venezia Giulia e dell’Istria furono riaperte le scuole slave che il regime aveva soppresso. Ma anche nel resto del territorio della Repubblica sociale, la sovranità italiana era ignorata dai nazisti e dai comandanti militari tedeschi, che spadroneggiavano brutalmente come una forza di occupazione. Al nuovo Stato fascista, costituito il 23 settembre da Mussolini per volere di Hitler, il Terzo Reich “non attribuì che un ruolo ausiliario e strumentale, senza reali margini di autonomia, che il due e il suo governo si illusero talore di ottenere, mentendo a se stessi”.

E’ questo il giudizio conclusivo espresso da Monica Fioravanzo in un nuovo studio sui rapporti fra la Repubblica sociale e il Terzo Reich. Avvalendosi di documenti inediti italiani e tedeschi, e con una attenta rilettura critica delle fonti edite, la Fioravanzo ha confutato la tesi, sostenuta da alcuni storici, fra i quali Renzo De Felice, secondo la quale un Mussolini politicamente defunto, malato, avvilito, depresso e desideroso solo di rintanarsi nella vita privata, avrebbe assunto la guida di un nuovo Stato fascista non per ambizione personale né per desiderio di potere, ma unicamente per dovere patriottico, cioè per proteggere gli italiani dalla furia vendicatrice del Führer, che avrebbe minacciato di radere al suolo le principali città italiane se il duce avesse rifiutato. In realtà, precisa la Fioravanzo, ancora prima della liberazione del duce, Hitler aveva già deciso la costituzione di un nuovo Stato fascista, con o senza Mussolini, perchè lo riteneva necessario agli interessi del Reich, mentre a questi interessi non avrebbe giovato ridurre l’Italia ad una tabula rasa. Quanto a Mussolini, la studiosa sostiene che la sua decisione di costituire la Repubblica sociale fu ispirata dalla volontà, pîù volte pubblicamente espressa dal duce stesso, di ridare vita ad uno Stato fascista, con la speranza che le nuove armi segrete del Reich nazista avrebbero alla fine consentito di sconfiggere gli Alleati.

Mosso da questa illusione, il duce si sarebbe rassegnato ad assistere impotente alla prevaricazione di ogni autonomia e sovranità della Repubblica sociale da parte del Terzo Reich, invocando invano dal potente alleato che almeno si desse agli italiani, “la sensazione che esiste una Repubblica, un Governo e che tale Governo è considerato alleato e il suo territorio non è ‘una preda bellica’ dopo dodici mesi dal riconoscimento ufficiale da parte del Reich, del Governo stesso”, come Mussolini scriveva all’ambasciatore del Reich il 17 agosto 1944. Nonostante le assicurazioni di Hitler, Mussolini era convinto,e lo confidava in sfoghi privati, che i tedeschi “perseguono un programma annessionistico. Tendono a ridurci ad una provincia tedesca.” Che un movente patriottico possa aver contribuito alla decisione mussoliniana di costituire la Repubblica sociale, non ci sentiamo di escluderlo recisamente.

Ciò non significa ritenere che la RSI sia stata una “repubblica necessaria” per salvare l’Italia dalla violenza di una vendetta nazista. Lo stesso De Felice, come ricorda la Fioravanzo, ha affermato che la costituzione della RSI fu “all’origine della guerra civile” che “divise profondamente gli italiani e scavò solchi d’odio tra loro e condizionò poi massicciamente per decenni la vita italiana.” Il movente idealistico di molti giovani e anziani, uomini e donne, che aderirono volontariamente alla RSI convinti di combattere per l’onore della patria, non può oscurare il fatto che il nuovo Stato mussoliniano nacque per collaborare alla vittoria del Terzo Reich, cioè alla costruzione di un nuovo ordine europeo, totalitario, razzista e antisemita, dominato dalla Germania nazista, nel quale probabilmente alla stessa Italia fascista sarebbe stato assegnato il rango di uno Stato vassallo.

Monica Fioravanzo, “Mussolini e Hitler. La Repubblica sociale sotto il Terzo Reich”, Donzelli Editore, Roma 2009, pagine 215, Euro 16,00

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5 giugno 2009

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2009/06/Mussolini-Hitler-Fioravanzo.shtml?uuid=49388082-51f4-11de-b058-2b08ce28b1b8&DocRulesView=Libero

Rifiuti, nell’impianto di Acerra immondizia non idonea

Ha già avuto oltre 17mila visualizzazioni su YouTube. È stato rimosso ma poi è ritornato postato da altri utenti. È il video del primo carico di rifiuti bruciato nell’inceneritore di Acerra, ancora in fase di collaudo. Secondo i tecnici addetti al procedimento dell’impianto l’inceneritore campano dovrebbe bruciare esclusivamente un prodotto «tritovagliato, cioè quello trattato negli impianti Stir» (gli Stir, Stabilimenti di Tritovagliatura ed Imballaggio sono i vecchi Cdr rimodulati per triturare e impacchettare gli scarti talquale). Il tritovagliato dovrebbe avere una grandezza non superiore ai 6 centimetri. Le immagini ci dicono altro…

GUARDA IL VIDEO (io ci ho provato, ciccando qui, ma mi compare una pagina di errore… questo invece, per ora, funziona:

http://www.youtube.com/watch?v=qPSWQq3e8S4

e c’è anche un vido in risposta:

http://www.youtube.com/watch?v=KxIRw-M-WWw&feature=response_watch

Fonte: l’Unità