Archivio | giugno 8, 2009

AMBIENTE – Ecco il mondo low carbon: la “cura” per ogni paese

https://i0.wp.com/www.repubblica.it/images/icons/i_ambiente.gifRiscaldamento Globale

I paletti contenuti nella bozza del Trattato di Copenaghen che le associazioni di tutto il mondo hanno preparato come contributo alla conferenza mondiale che si terrà a dicembre in Danimarca

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di ANTONIO CIANCIULLO

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MANTENERE l’aumento di temperatura sotto i 2 gradi. Tagliare le emissioni serra dell’80 per cento entro il 2050. Investire 115 miliardi di euro l’anno per difenderci dal caos climatico. Sono i tre paletti contenuti nella bozza del Trattato di Copenaghen che le associazioni ambientaliste di tutto il mondo hanno preparato come contributo alla conferenza mondiale sul clima che si terrà a dicembre a Copenaghen.

Per evitare che il termometro salga di 3, 4, forse 6 gradi sopra la temperatura che, con l’oscillazione di un grado, è rimasta costante da quando il primo essere umano ha piantato un seme nella terra, bisogna mettere il mondo a dieta, fargli consumare meno carbonio e più energie rinnovabili. Ma questa dieta non può essere uguale per tutti: bisogna tenere conto delle condizioni di partenza e delle possibilità di ogni paese.

Ai paesi industrializzati si propone la cura Zcap (Zero carbon Action Plan) che vuol dire portarsi rapidamente verso l’obiettivo emissioni zero: tagliare le emissioni del 40 per cento entro il 2020 e del 95 per cento entro il 2050. Per i non industrializzati (ma Singapore, Corea del Sud e Arabia Saudita in base al reddito pro capite dovrebbero passare nell’elenco degli industrializzati) la franata è più lenta e si punta sui Lcap (Low Carbon Action Plan), cioè le basse emissioni serra: più 84 per cento rispetto ai livelli del 1990 nel 2020 e meno 51 per cento rispetto ai livelli del 1990 nel 2050. A tutto ciò va aggiunta la riduzione del 75 per cento entro il 2020 della deforestazione, che causa un quinto delle emissioni serra globali.

La combinazione di queste cure, differenziate ma convergenti, porterebbe a uno scenario in cui le emissioni serra – dopo aver toccato il picco tra il 2013 e il 2017 – torneranno ai livelli del 1990 nel 2020 e nel 2050 scenderanno dell’80 per cento secondo le indicazioni fornite dagli scienziati dell’Ipcc, la task force di climatologi messa in piedi dalle Nazioni Unite, per evitare il disastro climatico.

“Mentre a Bonn le trattative procedono con estrema lentezza, una vera e propria ONU ambientalista, con esperti provenienti da tutte le parti del mondo ha stilato questa prima bozza di trattato, con l’ambizione che diventi un riferimento per l’accordo sul clima di Copenaghen”, spiega Mariagrazia Midulla, responsabile della campagna clima del Wwf. “Siamo partiti dal riconoscimento del dovere dell’equità, ma anche dalla considerazione che in atmosfera, dopo 200 anni di inquinamento e di utilizzo di combustibili fossili da parte dei paesi industrializzati, lo spazio è limitato. Certo i paesi industrializzati devono essere i primi a tagliare le emissioni, ma questo non sarà sufficiente per scongiurare gli scenari più catastrofici. Con il sostegno finanziario e tecnologico del mondo industrializzato si può però fare un vero e proprio salto tecnologico che permetterà ai paesi in via di sviluppo di crescere in modo sostenibile”.

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8 giugno 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/ambiente/conferenza-copenaghen/conferenza-copenaghen/conferenza-copenaghen.html?rss

Elezioni europee, il Pdl frena. La sconfitta è l’astensionismo

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Processi, veline, scandali mai chiariti e tanto altro su cui discutere. Una crisi economica che pesa sempre di più sulle famiglie italiane ma di cui non si discute mai. Nel quartier generale del Pdl il capro espiatorio di quella che si può ritenere, con i dati quasi definitivi, una sconfitta è l’astensionismo. Ma nessuno spiega come mai il popolo del Popolo delle Libertà non è andato a votare anche con Berlusconi capolista dappertutto. E perché quando è andato a votare ha scelto sempre di più la Lega.

Le proiezioni che parlano di un risultato sotto 35%, cifra ben lontana dal 40-45% nel quale aveva sperato per primo Silvio Berlusconi, confortato da sondaggi che però prevedevano una percentuale di affluenza alle urne assai più alta. Ma soprattutto erano sondaggi in cui non si incasellavano le ultime settimane “piccanti” del premier. Sorpreso e deluso, il premier ha seguito il voto da Arcore senza nascondere il suo stato d’animo. Berlusconi è rimasto veramente sorpreso dalla così alta percentuale di astensionismo e si è detto certo che una affluenza alle urne vicina all’80%, come quella che si è registrata nel voto politico del 2008, gli avrebbe fatto superare il tetto del 40% in queste europee.

La notte avanza e cala la speranza di correggere verso l’alto il risultato, così come cresce la certezza che presto verrà a batter cassa l’alleato leghista, svettato nelle proiezioni al 9,6%. «La somma dei voti di Pdl e Lega dimostra che la coalizione di governo è ampiamente maggioritaria – vede il bicchiere mezzo pieno Maurizio Lupi – Il dato preoccupante è invece che il Pd recupera consensi solo attaccando il presidente del Consiglio e cavalcando l’antiberlusconismo». I dati complessivi vedono dunque la frenata del Pdl, il Pd che arretra rispetto alle politiche, la crescita della Lega e, soprattutto, dell’Idv di Antonio Di Pietro. Il Pdl potrebbe dover rinunciare anche all’obbiettivo di essere il primo partito nel Ppe. Uno calo significativo è anche quello del Pd, che perde poco più di sette punti rispetto alle politiche e si assesta intorno al 26%, un risultato non positivo, ma nemmeno una debacle, considerando che questa volta mancava all’appello anche il 3% dei voti Radicali, che restano stavolta fuori dal Parlamento di Strasburgo. Nel campo del centrosinistra, un’ampia fetta di elettori si sono fatti convincere dall’opposizione intransigente dell’Italia dei Valori. Il partito di Di Pietro si attesta infatti all’8%, quasi il doppio del 2008 (4,4%).

Fuori anche dal Parlamento europeo la sinistra radicale, questa volta divisa nelle due liste degli anticapitalisti (Prc-Pdci) e dei vendoliani di Sinistra e Libertà. Nessuna delle due, secondo le proiezioni, ce l’avrebbe fatta a superare la fatidica soglia del 4%, attestandosi rispettivamente al 3,4 e al 3,3%: la delusione della sinistra è aumentata dal fatto che, se si fossero presentate insieme, le due liste avrebbero raggiunto il 6,7% superando ampiamente la soglia di sbarramento. Può invece gioire l’Udc di Pier Ferdinando Casini. La scommessa dei centristi di restare fuori dagli schieramenti facendo opposizione al governo Berlusconi gli ha regalato, secondo le proiezioni, un risultato migliore di quello delle politiche, che lo pone intorno al 6,7%, un punto in più di un anno fa. Ampiamente sotto la soglia l’Mpa di Raffaele Lombardo, che si era presentato insieme alla Destra di Francesco Storace: per l’inedita alleanza, i consensi restano fermi al 2%. Fin qui le proiezioni. I dati reali, quando sono state scrutiniate oltre la metà delle 64mila sezioni, sono ancora più sfavorevoli al Pdl, che ha il 33,9%, con la Lega al 10.7 e il Pd al 27.6.

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8 giugno 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/speciale_europee/85454/elezioni_europee_il_pdl_frena_la_sconfitta_lastensionismo