Archivio | giugno 13, 2009

Roma, in 200mila per il Gay pride / Stonewall, la vera storia del gay pride

Guidato dallo striscione con lo slogan della manifestazione «Liberi tutti, libere tutte», sostenuto tra gli altri dall’ex parlamentare Vladimir Luxuria, è partito da Piazza della Repubblica a Roma il corteo del Gay pride. Sono migliaia le persone che al suono della musica dance diffusa dai camion stanno imboccando via Cavour dirette verso il centro della Capitale. Carri allegorici a tema (atteso anche un carro dedicato a “papi”), musica, drag queens e go go boys, alla tradizionale parata

Tra le tante presenze di politici spicca quella del presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti: «Il Pd è l’incontro tra diverse culture e sensibilità che con la loro convivenza arricchiscono l’Italia – dice Zingaretti -. A tutti dico: non dobbiamo aver paura, ci sono cose fondamentali come la lotta alla discriminazione, la vicinanza ai diritti delle minoranze, la ribellione contro l’incitamento all’odio per il colore della pelle o l’orientamento sessuale».

Il corteo si snoda sul percorso: piazza della Repubblica, piazza dei Cinquecento, via Cavour, largo Corrado Ricci, piazza Madonna di Loreto, piazza Venezia, via delle Botteghe Oscure, largo Argentina, corso Vittorio Emanuele e si concluderà in piazza Navona. Il carro del comitato RomaPride 2009 è completamente fasciato con il logo della manifestazione e lo slogan «Liberi tutti, Libere tutte», oltre al riferimento all’EuroPride che si terrà a Roma nel giugno 2011.

Sul carro del comitato il richiamo a Stonewall, nel quarantennale della rivolta newyorchese che la comunità lgbtq idealmente riconosce come il momento di nascita del movimento lesbico, gay, bisessuale, transessuale/transgender e queer. In ricordo di quel momento l’animazione in perfetto stile anni sessanta/settanta che condurrà il corteo per le strade del Centro. Il carro Mario Mieli/Muccassassina è ispirato al tema «Papi Gay» per ricordare che, come hanno ribadito gli organizzatori – «la volgarità è quella dell’attuale politica, non di gay, lesbiche e transessuali che sfilano in piazza per i diritti». Per Rossana Praitano, presidente del circolo Mario Mieli, è importante che «dopo le innumerevoli peripezie tecniche e burocratiche il RomaPride ha finalmente ottenuto un percorso degno della manifestazione. Una ventina di ragazzi girano nel corteo del Roma Pride indossando una maglietta nera con una scritta bianca «My name is Noemi».

Tra i cartelli presenti al corteo spiccano quelli contro il ministro delle Pari Opportunità: «Carfagna dice: gay costituzionalmente sterili. I gay rispondono: cervello della Carfagna sterile ad ogni forma di intelligenza. Carfagna la pari opportunità non sa manco dove sta». Sfilano, al Roma Pride 2009, anche automobili con la scritta «Just married from Hawaii» e «Oggi sposi? Domani», oltre ad una auto con due lesbiche vestite da spose. In corteo anche lo striscione: «Rassegnatevi, siamo ovunque» e un trenino dell’Associazione genitori omosessuali.

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13 giugno 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/interni/85597/roma_in_mila_per_il_gay_pride

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Stonewall, la vera storia del gay pride

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La prima volta, trent’anni fa, erano cinquecento, senza neanche un megafono. L’anno scorso a San Francisco, tra i cinquecentomila partecipanti alla marcia dell’Orgoglio Gay, qualcuno ha avuto da ridire sulla presenza di troppi grandi sponsor. Altrettante persone hanno preso parte alla marcia a New York. Tra di loro c’erano i sindaci delle due città, Rudy Giuliani e Willie Brown. Un milione di persone. Ne hanno fatta di strada, i gay d’America, mentre a quelli di Italia si vuole impedire anche solo di esserci. La marcia si tenne per la prima volta nel luglio 1969, e da allora ogni anno, nell’anniversario del 27 giugno 1969: il giorno degli scontri di Stonewall.
Trent’anni fa non c’era nessun movimento gay in America. Le associazioni omosessuali si contavano sulle dita di una mano: si trovavano solo a San Francisco, Los Angeles, Washington e New York e avevano nomi mimetici, che eludevano la loro natura. I pochi omosessuali dichiarati che ne facevano parte chiedevano solo di esser lasciati vivere con le loro scelte senza venir discriminati sul lavoro o minacciati. Ogni millimetro di tolleranza guadagnata (tolleranza sdegnosa, “basta che non diano fastidio”) veniva visto da queste associazioni come un successo fragile da non turbare con rivendicazioni che potessero urtare le sensibilità dominanti. Il Manuale diagnostico e statistico dell’Associazione americana di psichiatria definiva l’omosessualità come una malattia mentale. Non esisteva, nel 1969, nessun movimento dii diritti per gli omosessuali, proprio mentre la questione dei diritti civili (per i neri, per le donne, per i poveri, per le minoranze in genere) raggiungeva la massima importanza negli Stati Uniti e in molte parti del mondo. Alle leggi contro l’amore omosessuale, che ancora vigono in cinque degli stati confederati, si aggiungevano norme di fatto che impedivano, anche a New York, il funzionamento di associazioni, locali, attività: le autorità spesso chiudevano un occhio salvo metter loro pesantemente i bastoni tra le ruote ogni volta che capitava.

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La sera del 27 giugno 1969 era un venerdì, e lo Stonewall Inn era pieno come un uovo. Il locale di Christopher Street, nel Greenwich Village, era uno dei più noti locali gay di Manhattan, discretamente appartato dall’esterno e periodicamente tartassato dalla polizia con una scusa o l’altra. Era frequentato da pochi vistosi travestiti e molti anonimi clienti, soprattutto giovani, rassicurati dalla riservatezza del posto e dal fatto che la polizia portasse sempre via per prime le checche e desse loro il tempo di dileguarsi. Quel venerdì per i tavoli si piangeva la morte di Judy Garland, icona di femminilità sempre venerata dalla cultura gay, quando verso mezzanotte sei agenti della polizia di New York, quattro uomini e due donne, piombarono allo Stonewall con un mandato per controllare che non venissero venduti alcoolici, per cui i gestori non avevano mai ottenuto la licenza (fino a due anni prima nessun locale poteva servire alcoolici agli omosessuali, per legge). Il mandato era pretestuoso, il reato tollerato in mille altri casi, ma era un’occasione per far tenere bassa la cresta ai locali gay. I poliziotti presero a distribuire minacce e rompere oggetti a colpi di manganello, e fecero uscire i clienti a uno a uno, fermando i travestiti. Ma quella sera qualcuno reagì. Non solo le solite energumene truccate e sui tacchi che volevano saggiamente sfuggire alla notte in cella: per la prima volta gli avventori resistettero all’intimidazione assieme, uomini e donne, gay e eterosessuali. Volarono bicchieri e sgabelli, i poliziotti furono presto in difficoltà e bloccati all’interno, mentre fuori una folla di centinaia di persone, in parte espulsi dal locale, in parte accorsi dai dintorni, resisteva all’arrivo dei rinforzi, accendeva falò e dava luogo ai tumulti da cui nacque il movimento gay americano. Gli scontri durarono un paio d’ore, con alcuni feriti non in modo grave e una dozzina di arrestati sia eterosessuali che gay. I quotidiani newyorchesi (e persino il progressista Village Voice) riferirono l’accaduto con ironie volgarissime a base di “mascara che colava”, reggiseni, unghie laccate e “api regine che pungono”, rinforzando l’orgoglio degli insorti.
Nelle sere successive le manifestazioni davanti allo Stonewall ripresero e si scontrarono ancora con la polizia che voleva disperderle. Il seme era gettato, e dalle pavide e represse associazioni “omofile” si staccò nelle settimane successive un movimento più radicale di persone che chiedevano di avere i diritti degli altri (e che vennero accusati dalle prime di essere “comunisti” e voler compromettere il quieto vivere) e sceglievano per la prima volta di usare la parola “gay” per le loro rivendicazioni. Tra i volantini diffusi in quei giorni, uno diceva “Pensate che gli omosessuali siano disgustosi? Potete scommetterci il culo che lo siamo!”.
“Alla polizia sono sicuri di una cosa sola: sentiranno ancora parlare delle Ragazze di Christopher Street”, chiudeva la suo spregevole cronaca il Daily News del 6 luglio.
Lo Stonewall è sempre in Christopher Street : è stato dichiarato monumento nazionale e sta aprendo un nuovo “Stonewall Bistro”. Quest’anno, per la trentunesima volta si terrà la marcia del Gay Pride (a Parigi, l’anno passato, duecentomila persone). La marcia nacque quando i gay decisero di cominciare a menare le mani per i loro diritti. Qualcuno li avvisi, quelli che giudicano “inopportuna” la manifestazione di Roma.

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fonte:  http://www.wittgenstein.it/html/mondadori300500.html

ITALIA IN SALSA NEOFASCISTA – Presentate le ‘Ronde Nere’ a Milano / Everyone: ‘Blue Berets’ come MVSN fascista

La Milano da ‘bastonare’..

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Pattuglieranno le strade affiancando le Ronde padane

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(ANSA) – MILANO – Sono state presentate oggi a Milano, durante un convegno del Movimento sociale italiano, le cosiddette ronde nere.Sono i volontari della Guardia nazionale:affiancheranno le ronde padane nelle strade non appena sara’ in vigore il disegno di legge sulla sicurezza.Dicono di essere 2.100,indosseranno una divisa con camicia grigia o kaki, basco con aquila imperiale romana, fascia nera al braccio con impressa la ruota solare simbolo del nascente Partito nazionalista italiano.

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13 giugno 2009

fonte:  http://www.ansa.it/site/notizie/awnplus/italia/news/2009-06-13_113391162.html

fonte immagine: http://max-capa.over-blog.com/archive-07-2008.html

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MILANO: GRUPPO EVERYONE, ‘BLUE BERETS’ COME MVSN FASCISTA

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Milano, 6 giu. (Adnkronos) – I Blue Berets “altro non sono che l’equivalente della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale durante il fascismo”. E’ l’opinione degli attivisti del gruppo Everyone, un’organizzazione no profit basata in Italia dedita alla difesa dei diritti umani, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, sulle annunciate ‘ronde’ nella metropolitana di Milano da parte di soci dell’associazione Blue Berets, presieduta da Vincenzo Scavo.

La Mvsn, i cui aderenti erano meglio conosciuti come Camicie nere, era un corpo militare, istituito dal Gran Consiglio del Fascismo all’inizio del 1923. ”Ancora piu’ inquietanti – conclude EveryOne – sono i proclami del vicesindaco De Corato, che pone le milizie a difesa dei cittadini milanesi, nella citta’ che vanta un numero impressionante di episodi di aggressione e atti di razzismo da parte di italiani nei confronti di cittadini stranieri”.

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fonte:  http://www.libero-news.it/adnkronos/view/132514

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leggi:

I «Blue Berets» di pattuglia nel metrò

La pericolosa economia del debito

Quello pubblico supera i 1700 miliardi. Il rischio per i privati? Imitare l’America

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Passate le elezioni europee, restano i debiti. L’Italia ha ricominciato ad accumulare debito pubblico. A marzo aveva superato i 1700 miliardi di euro. Alla fine dell’anno, secondo il Fondo monetario internazionale, arriverà al 109% del prodotto interno lordo. Nel 2012 supererà il 115%. Non sfonderemo il tetto del 120% come nei primi anni Novanta, se contiamo secondo il Trattato di Maastricht, sfioreremo il 130% nel 2014 contando come fa l’Ocse. Ma resta il fatto che la tendenza al riequilibrio dei conti pubblici, a suo tempo considerata la condizione prima per entrare in Eurolandia, è ormai invertita.

Eppure non sta suonando nessun vero allarme. The Economist titola: «Debito, il conto più salato della storia». E aggiunge la preghiera dei governi: «Signore, rendimi prudente, ma non subito». La paura della recessione fa premio sulla paura del debito: primum vivere. Ma ce lo possiamo permettere? Ovunque gli Stati sorreggono l’economia facendo spese finanziate con nuove obbligazioni del Tesoro. Nel 2007, prima della tempesta, le economie del G20 avevano un debito pubblico medio del 78% della ricchezza generata ogni anno. Il Fondo monetario stima che nel 2014 raggiungeranno il 106%. Nei primi anni Novanta, l’Italia era l’unica media potenza, con il Belgio, ad avere i conti pubblici disastrati. Oggi è in buona compagnia. Ma a far sembrare oggi meno preoccupante il debito pubblico c’è anche un pensiero a lungo teorizzato dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: se una crisi tanto grave deriva da un eccesso di debito di famiglie e finanza, che ha innescato le insolvenze, non si deve più considerare soltanto il debito pubblico, ma si deve guardare anche il debito del settore privato. E questo in Italia è meno pesante rispetto agli Usa, Paese preso a modello da almeno 20 anni. L’osservazione è vera, ma basta per rassicurare? Se la debt economy è una malattia, il Belpaese non può dirsi al riparo.

Secondo la Banca d’Italia (che fa i conti secondo Maastricht e non secondo l’Ocse), nel 1995 il debito di famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni era pari al 189,6% del Pil. Nel 2007 era salito al 210% e nel 2008 al 224,9%. Al dato globale concorre sempre meno lo Stato, ma ora, come abbiamo visto, sta riprendendo alla grande. E sempre più vi concorre il settore privato: in 15 anni l’esposizione delle famiglie sale dal 18 al 39% e quella delle imprese dal 53 all’80%. Certo, il modello Usa presenta altri numeri. Secondo l’Ocse, unica fonte di informazioni comparabili su scala mondiale, il debito lordo globale (banche escluse) degli Usa era pari al 376% del Pil contro uno italiano del 297%. Nel 2007, alla vigilia della recessione, il debito lordo americano era salito al 464% del Pil mentre quello italiano era arrivato al 377%. Nei successivi 15 mesi, stando al rendiconto della Fed in attesa di elaborazione all’Ocse, il debito lordo globale è cresciuto di un altro 6%. Il confronto con la stella polare americana ci dice che, nel periodo 1995-2007, negli anni del boom prima della tempesta, l’Italia ha aumentato il suo debito globale di 27 punti di Pil% contro i 23 degli Usa.

Dunque, la necessità di un rientro non tocca solo il mondo anglosassone delle investment banks,ma anche l’Italia dei distretti industriali virtuosi e delle partite Iva. E questo tempera le ragioni dell’ottimismo tremontiano. Ma gli stessi numeri fanno emergere un grande problema politico. L’Italia come sistema è oggi meno indebitata degli Stati Uniti. Ma lo era anche ieri, nel 1995, quando pochi scommettevano sulla sua capacità di entrare nell’euro. Si può oggi ironizzare, come ha fatto Marco Fortis intervenendo nel dibattito del Sole 24 Ore sul futuro del capitalismo, osservando che il malato d’Europa non è più l’Italia, ma la Gran Bretagna o l’Irlanda, le star della vulgata liberista. Resta il fatto che, con quei conti pubblici, l’Italia ha dovuto arginare i salari, ridurre la spesa per le pensioni, privatizzare monopoli pubblici anche a costo di renderli preda della speculazione finanziaria e di indebolirli sul piano industriale, Telecom docet. Alcune di queste manovre, specialmente la riforma delle pensioni, sarebbero state comunque necessarie e probabilmente non sono nemmeno sufficienti con il progressivo invecchiamento della popolazione. Ma va detto che, nello stesso anno, gli Usa, come sistema, erano già più indebitati dell’Italia ed erano tuttavia considerati esempio di virtù.

Il Fondo monetario non ha mai nemmeno pensato che potesse esistere un rischio Paese chiamato Usa. Solo adesso avvierà rispettosi monitoraggi. Un dato fa riflettere. Il 21% del Pil americano è costituito da ricchezza netta attratta dall’estero, soprattutto emettendo azioni. Poiché il Pil americano pesa per 14 mila miliardi di dollari, stiamo parlando di un finanziamento estero soprattutto in conto capitale di quasi tremila miliardi di dollari. L’Italia è sotto il 2%, oggi come nel 1995. Secondo l’Ocse, le azioni estere possedute da americani sono aumentate dal 16,7% del Pil del 1995 al 40,2% del 2007, ma quelle cedute da emittenti americane a investitori esteri sono salite da 23,2 al 62,2% del Pil con una velocità che negli ultimi 5 anni ha subito una clamorosa impennata. Alcuni giocatori di poker, quando perdono, raddoppiano la puntata nella speranza di recuperare tutto. Tentano, si dice in gergo, la «martingala ». Sulla carta, per chi disponesse di un capitale infinito, il successo sarebbe garantito perché un bel giorno la mano buona non può non venire. Al tavolo verde, però, è il massimo dei rischi e gli altri giocatori chiedono garanzie. Negli ultimi anni, gli Usa si sono indebitati a ritmi crescenti nella convinzione che, essendo il dollaro la moneta di riserva del mondo, avrebbero potuto emettere debito in dollari a volontà. Ora i Paesi più virtuosi, la Cina e la Germania, non sembrano più tanto disposti concedere al dottor Bernanke il diritto alla martingala.

Il cancelliere Angela Merkel chiede un maggior impegno per la stabilità alla stessa Banca centrale europea e Zhou Xiaochuan, banchiere centrale cinese, ha già proposto, con un breve saggio disponibile sul sito della People’s Bank of China, di sostituire il dollaro con i diritti speciali di prelievo costituiti da un paniere delle monete più importanti. E nonostante il fermo rigetto americano, continua a parlarne con i colleghi del G20. Ma questo non comporta automaticamente un vantaggio per l’Italia, il cui debito pubblico è in parte collocato all’estero. Certo, si può apprezzare la minor insidia che può arrivare dal settore privato, e tuttavia è lecito chiedersi quanta parte della ricchezza delle famiglie, che possono investire a loro volta in titoli esteri, sia in effetti disponibile quale garanzia della mano pubblica italiana e come l’economia sarà in grado di generare entrate fiscali per pagare gli interessi e ridurre l’esposizione. Alla fine, saranno i tassi d’interesse, che misurano la percezione del rischio da parte dei mercati, a stabilire se ha ragione Tremonti o l’Economist che continua a guardare soltanto al debito pubblico.

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Massimo Mucchetti
13 giugno 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/economia/09_giugno_13/economia_debito_d17f8b54-57ec-11de-831b-00144f02aabc.shtml

L’acqua fai da te: Liscia, gassata o artificiale?

s. rubinetto

È la rivincita dell’acqua del rubinetto

In molte mense scolastiche ricomparsa la caraffa. Mineracqua ammette: con la crisi abbiamo avuto l’1,7% di vendite in meno

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MILANO “Mille litri, un euro”. Un sorriso sotto i baffi, i soliti capelli un po’ ribelli e una caraffa in mano, Massimo Cacciari – primo cittadino di Venezia – si è messo in affari. Siamo in recessione, gli italiani (e i Comuni) hanno in tasca pochi soldi. E lui ha fiutato il business: vende acqua. “Acqua Veritas, l’acqua del sindaco – dice riempiendosi un bicchierone nella pubblicità finita persino sulle pagine del New York Times. Buona, sicura e controllata ogni giorno”. Oro blu che parte da sorgenti vicine ai pozzi della concorrente San Benedetto (butta lì il quotidiano Usa) e sgorga nei rubinetti di tutte le case della laguna.
Dopo una sbornia di minerale lunga quasi vent’anni, con i consumi di gasata e naturale cresciuti da 65 a 192 litri pro capite, l’Italia – Cacciari in testa – è tornata all’acqua fai-da-te. Basta bottiglie di plastica (smaltirle a Venezia costa quasi 250 euro a tonnellata).

Basta spese inutili. Il Belpaese ha rispolverato le brocche, scoperto le caraffe filtranti – “le vendite sono decollate”, dicono alla Laica, numero uno del settore – ed è riapprodato all’autarchia idrica. Venezia – dove la campagna di Veritas (la municipalizzata locale) ha fatto aumentare del 4% il numero dei cittadini che bevono acqua di rubinetto – non è sola. L’Acea a Roma, l’Acquedotto Pugliese e quello lucano hanno “etichettato” il loro prodotto come fosse una “griffe” da ristorante due stelle Michelin.

Presentando sui propri siti le analisi organolettiche e il contenuto in minerali garantito da migliaia (350mila nella capitale) controlli l’anno. L’acqua naturale è riapparsa dopo un decennio sui tavoli delle mense scolastiche di Roma, Milano, Firenze e Bologna. Perugia, Abbiategrasso, Monterotondo, Cusano Milanino e tanti altri piccoli centri d’Italia hanno installato fontanelle pubbliche d’acqua gasata per placare la sete dei loro cittadini. A Torino e in Piemonte è partita la campagna Tvb. Non il melenso e abusato “ti voglio bene” da sms, ma “ti voglio bere”, lo slogan che ha portato in centinaia di asili ed elementari della regione le borracce griffate e gli opuscoli che hanno accompagnato il ritorno della bevanda più vecchia del mondo a pranzo, evitando di riempire le discariche sabaude di 22 mila bottiglie di plastica al giorno.

Economia ed ecologia, in effetti, in questo ritorno al passato della tavola nazionale, vanno a braccetto. “L’acqua del rubinetto costa 500 volte in meno della concorrente industriale – dice Luca Martinelli di Altraeconomia, autore della fortunatissima “Piccola guida al consumo critico dell’acqua” – . Ma come ha capito bene Cacciari garantisce anche un enorme risparmio ambientale”. L’Italia produce 12,4 miliardi di bottiglie l’anno consumando 655 mila tonnellate di petrolio, scaricando in aria 910 mila tonnellate di CO2 e in pattumiera 200 mila tonnellate di polietilene, il cui smaltimento (solo un terzo viene riciclato) “è a carico di cittadini ed enti locali”. Non solo. Otto litri di minerale su 10 percorrono in camion centinaia di chilometri per arrivare dalla sorgente agli scaffali dei supermercati e sui tavoli dei ristoranti. Bruciando ettolitri di gasolio.

La qualità? “L’acqua del rubinetto non ha niente da invidiare a quella industriale – assicura Martinelli – . Ogni pozzo che garantisce da 100 a 10 mila litri, il fabbisogno di un piccolo capoluogo, è sottoposto a 70 controlli l’anno. Nelle grandi città le verifiche sono decine di migliaia. E una recente sentenza del Tar, ma non ce n’era bisogno, obbliga gli acquedotti pubblici alla trasparenza, pubblicando i risultati di tutti gli esami”. I limiti di legge sono rigidi e valgono per tutti.

E non a caso oltre 1.500 ristoranti nel Belpaese hanno aderito senza alcuna remora alla campagna “Imbrocchiamola” di Legambiente, offrendo esplicitamente in menù l’acqua del rubinetto. Liscia e gasata. A garantire le bolle d’anidride carbonica fai-da-te del terzo millennio non sono più Idriz e Frizzina – le magiche polverine degli anni ’60 – ma i nuovi gasificatori, diabolici marchingegni che stanno iniziando a conquistare a ritmi vertiginosi le cucine degli italiani.

“Noi abbiamo iniziato a proporli un anno fa – conferma Claudio Tagliapietra, direttore commerciale di Sodastream, uno dei leader sul mercato nazionale -. Ci eravamo posti un obiettivo di vendite che credevano molto ambizioso per il 2009 e l’abbiamo già raggiunto a maggio, viaggiando a 15 mila pezzi al mese”. Merito di un mercato immaturo (in Svezia ci sono gasificatori nel 30% delle famiglie, da noi siamo a percentuali da prefisso telefonico) ma anche di una serie di accordi con le amministrazioni locali che si stanno tuffando nel business dell’acqua del sindaco. “A Venezia la Veritas vende a sconto i nostri modelli – conclude Tagliapietra – imputando a rate il costo in bolletta”.

L’industria della minerale, 321 marchi, 3,5 miliardi di giro d’affari e 8 mila addetti, ha accusato – com’era inevitabile – l’uno-due della crisi e del revival del rubinetto. “Le nostre vendite sono calate l’anno scorso (-1,7%) per la prima volta in dieci anni – ammette Ettore Fortuna, numero uno di Mineracqua, l’organizzazione di settore – anche perché la gente al supermercato privilegia le etichette meno care, snobbando quelle di fascia alta”.

La concorrenza degli acquedotti? “L’acqua di rubinetto e la nostra sono due cose completamente diverse – dice – : noi la recuperiamo in un giacimento sotterraneo profondo, protetto e incontaminato e la imbottigliamo alla fonte. Quella delle municipalizzate ha le provenienze più disparate. Torino la prende in parte dal Po, Firenze dall’Arno, poi la devono trattare, disinfettare e potabilizzare”. Uno studio (ancora non pubblicato) commissionato dall’industria e contestato da Legambiente, sostiene Fortuna, “conferma che da un rubinetto su quattro esce acqua con tracce batteriologiche e “contaminanti di origine antropica””.

Tutti in valori ben sotto i limiti massimi previsti dalla legge, però. E nella maggior parte dei casi – dice Martinelli – per colpa della mancata manutenzione degli impianti condominiali: “Le municipalizzate garantiscono un’acqua pura fino al contatore, poi troppo spesso gli amministratori si dimenticano di trattare le cisterne e le autoclavi”.

La riscossa del rubinetto non è un fenomeno solo italiano. Michael Bloomberg, sindaco di New York (forte di un acquedotto che attinge a 13 riserve e 3 laghi cristallini), ha impostato buona parte della sua campagna elettorale vincente proprio sull’addio alle minerali (negli Usa se ne beve un po’ meno che da noi, anche per la concorrenza delle micidiali bevande zuccherate). Anche se nella patria di Wall Street e del business sono riusciti a mettere in commercio un’etichetta, “Tap’d NY” che vende a 2 dollari a bottiglia l’acqua del rubinetto imbottigliata (e c’è gente che la compra!).

Parigi, che aveva ceduto ai privati i suoi acquedotti, ha fatto marcia indietro pochi mesi fa. La gestione di Veolia e Suez – per il primo cittadino Bertrand Delanoe – aveva peggiorato la qualità idrica e fatto decollare i prezzi. E così il Comune ha ripreso il controllo del servizio.

Tutto il mondo è paese, insomma. L’autarchia idrica, complice la recessione, dilaga. Dalla Tour Eiffel all’Empire State Building, dalle case scandinave alla provincia italiana. Ultimo caso: l’apertura poche settimane fa di un distributore di H20 (si chiama proprio così) sulla strada Regina, due passi dalla villa di George Clooney sul lago di Como. Eroga, gratis, acqua limpida e purissima, liscia o gasata. Tutta prodotta della municipalizzata locale. Quella del comune di Acquaseria. Più di così…

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13 giugno 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/ambiente/acqua-sud/acqua-fai-da-te-/acqua-fai-da-te-.html?rss

Iran, Ahmadinejad è presidente. Moussavi: “Una farsa, non mi arrendo”

La vittoria del leader conservatore si annuncia schiacciante
La prima reazione di Israele: un risultato molto preoccupante

Impedita dalla polizia una conferenza stampa dei sostenitori del candidato moderato. Nella mattinata scontri a Teheran

Iran, Ahmadinejad è presidente Moussavi: "Una farsa, non mi arrendo"

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TEHERAN – Non sembrano più esserci dubbi sulla rielezione di Mahmud Ahmadinejad alla presidenza della repubblica islamica d’Iran. Secondo il Ministero degli Interni sono state scrutinate il 90% delle schede. Il presidente in carica è accreditato del 65% delle preferenze contro il 32,6% del suo principale sfidante Mir Hossein Moussavi: un risultato definito incolmabile dalla commissione elettorale, mentre lo stesso Moussavi ha denunciato brogli.

Il ministero degli Interni iraniano ha reso noto che l’affluenza per le elezioni è stata dell’80%.

Secondo i dati diffusi dalla commissione, il presidente ultraconservatore avrebbe oltre 9,5 milioni di voti di vantaggio sullo sfidante moderato (18.787.766 Contro 9.269.998). “La differenza nel numero di voti è tale che qualsiasi dubbio sulla sua vittoria sarà interpretato come una forma di umorismo da parte dell’opinione pubblica”, dicono dal comitato del presidente uscente.

Moussavi, dopo essersi proclamato vincitore “con un margine importante” a urne ancora aperte – come del resto aveva fatto anche Ahmadinejad – ha denunciato irregolarità nel voto, dicendo che milioni di persone non hanno potuto esprimere la propria preferenza a causa della scarsità delle schede elettorali.
Moussavi ha anche fatto sapere che a molti osservatori del suo partito non è stato concesso l’ingresso ai seggi e che il suo partito “attende il conteggio ufficiale dei voti, le spiegazioni su queste irregolarità, sperando che le autorità di controllo facciano il loro lavoro”. E qualche ora dopo, ha rincarato la dose spiegando che la leadership di Teheran “ha manipolato il voto del popolo, e ha reso queste elezioni una pericolosa farsa”.

La polizia ha chiuso l’accesso al quartier generale di Moussavi impedendo una conferenza stampa dei sostenitori del candidato sconfitto.

Intanto i supporter di Ahmadinejad hanno cominciato a riversarsi sulle strade per festeggiare la rielezione del presidente uscente. Mentre il sito web ufficiale di Mousavi ha riferito che i guardiani della rivoluzione islamica iraniana sarebbero scesi nelle strade della capitale con l’intenzione di fare irruzione nelle sedi del candidato moderato. Lo ha riportato la tv satellitare Al Arabiya, citando sostenitori di Mousavi che hanno parlato apertamente di ‘golpe dei pasdaran’.

Dopo l’annuncio dei primi risultati ci sono stati dgli scontri tra la polizia e i sostenitori di Mussavi. “Hanno rovinato il paese e vogliono continuare a rovinarlo” urlano i manifestanti. La polizia ha tentato di disperderli con una carica. “Resteremo qui, moriremo qui”, ha gridato una donna colpita da una manganellata. Coinvolta anche una troupe del Tg3. Ferita l’interprete iraniana mentre l’operatore, Ettore Cianchi, è stato fermato per un quarto d’ora dalla polizia che gli ha sequestrato le cassette con le immagini degli scontri.

La reazione di Israele – La vittoria di Ahmadinejad è “molto preoccupante perchè porta l’Iran a opporsi al mondo occidentale”. Questo il commento di una fonte ufficiale dello stato ebraico.

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13 giugno 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/iran-3/risultati-iran/risultati-iran.html?rss