Archivio | giugno 18, 2009

Codacons all’attacco sul decoder: “Non lo compri? Non pagare il canone”

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L’associazione consumatori:

“Quando tutti i canali passeranno al digitale, il canone Rai non potrà più essere richiesto a chi non acquisterà il decoder, in quanto è lo stesso Stato che oscura a costoro la televisione”

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Roma, 18 giugno 2009 – Chi deciderà di non acquistare il decoder e quindi di non passare al digitale terrestre non dovrà più sostenere la spesa relativa al canone Rai. Lo sostiene il Codacons, che aggiunge: «quando tutti i canali televisivi passeranno al digitale, il canone Rai non potrà più essere richiesto a quei cittadini che non acquisteranno il decoder, in quanto di fatto è lo stesso Stato che oscura a costoro la televisione, impedendogli di vedere qualsiasi canale. Già da adesso chi non si è dotato del decoder dovrebbe riavere indietro 1/3 di quanto pagato per il canone, non potendo vedere uno dei tre canali Rai».
Inoltre, «vogliamo sapere inoltre – prosegue l’associazione – che fine faranno i fondi inutilizzati relativi al contributo da 50 euro, istituito per l’acquisto del decoder. Molti cittadini, infatti, non essendo in regola con il pagamento del canone Rai, non faranno richiesta del contributo, e molti soldi rimarranno inutilizzati».

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/06/18/193376-codacons_attacco_decoder.shtml

PUPARI E PUPI – I Tg e il problemino di Bari

di ANTONIO DIPOLLINA

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I Tg e il problemino di BariGhedini, avvocato di Berlusconi

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“No alla delegittimazione dei politici”. Un invito alto e forte con cui il Tg2 ha introdotto oggi la sua edizione delle 13. Niente paura, non era un’iniziativa autonoma del principale tg del servizio pubblico. Lo ha detto invece, en passant, Gianfranco Fini e l’occasione era piuttosto ghiotta per non sfruttarla a dovere. Quindi Fini nei titoli di testa, poi la Fiat e l’Iran e poi anche cosucce sparse: infine il problema dell’inchiesta barese che riguarda il Premier e comunque, e insomma, il Premier dice che è spazzatura e poi D’Alema come faceva a sapere tutte queste cose.

Delegato di oggi all’intervento finale e risolutivo, quello con cui si chiude il servizio con una dichiarazione forte, potente e convincente, quello che resta nella memoria dei telespettatori, era Maurizio Lupi. Non ce n’è, per qualche motivo i tg si ricordano all’improvviso solo verso la metà di ogni edizione, del problemino barese: il Tg1, da poco diretto da Augusto Minzolini, è quello di richiamo e quindi ci si concentra di più su quello, ma gli altri stanno in zona, il Tg5 è sempre un po’ più sulla notizia e si butta con maggiore sprezzo del pericolo. Servizio di punta di giornata: il Tg2 con il jackpot del superenalotto e la domanda: cosa fareste con 94 milioni in tasca? Per esempio una scommessa su cosa ci sarà nei titoli principali dei tg di stasera.

Per fortuna ne parlano i siti di tutto il mondo.

Post scriptum sul Tg1 della sera, scavalcato ancora una volta dal Tg5. Nella breve scaletta l’inchiesta di Bari non compare, in compenso c’è la storia dell’uomo-Psycho.

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18 giugno 2009
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Abruzzo, viaggio nella tendopoli: famiglie divise, risse e restrizioni. Un regime da carcere di massima sicurezza

L’Abruzzo che la Tv di Stato non ci racconta

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La tendopoli e i suoi ‘comfort’

«Aiutateci non ce la facciamo più, qui è come una caserma
Ci hanno già detto che nei giorni del G8 non potremo uscire»

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dall’ inviato del Messaggero Lilli Mandara

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L’AQUILA (18 giugno) – Ancora quanto, quanti giorni e quanti mesi e quanto caldo ancora ci vorrà, e quanto freddo la notte, e quante rabbie e quante domande senza risposta e quanti no, e pass esibiti e sequestrati e medicine rifiutate, quanti spaventi e quante umiliazioni si consumeranno ancora perché piazza d’Armi torni ad essere la piazza punto e basta e le tende vengano ripiegate, e il filo spinato gettato via, e i volontari alle guardiole la finiscano una volta per tutte di fare i vigilantes e tornino a fare i panettieri i muratori i fornai, e tutti finalmente rientrino a casa.

Mesi, se ci credi. C’è delusione sotto la panchina della mensa nella tendopoli di piazza d’Armi, mille e centododici sfollati, tanti stranieri, malumore alle stelle e un livello di tensione altissimo. Ammazzi il tempo così, all’ombra di un albero, dalle otto di mattina alle otto di sera, «sennnò muori là sotto, non ci puoi stare», perché anche se il condizionatore resta acceso, sotto la tenda la temperatura sfiora i quaranta gradi, e la notte invece ci vuole la coperta.

Sono quasi le due del pomeriggio e la giovane donna con la frangetta e i capelli scuri ha scoperto soltanto al mattino che dovrà spendere ottocento euro per comprare il vaccino al suo bimbo allergico: «La confezione pagata dalla Asl era custodita nel frigo della farmacia, ma all’improvviso il container è sparito. La Protezione civile mi ha risposto che non può aiutarmi, ho chiamato i carabinieri, niente di niente: dovrò pagare di tasca mia». Dovrà pagarli, come tutti. Perché è dal 29 maggio, racconta un’anziana che abitava a San Pio decimo, che le medicine se le devono pagare di tasca propria, e i detersivi e la carta igienica e i saponi. Una beffa, come gli 800 euro promessi a chi aveva un’attività e non ce l’ha più, o i 400 per le autonome sistemazioni.

E allora facciamo finta di essere a casa perché forse qui ci resteremo parecchio, mettiamo il vaso di gerani e il tappeto persiano finto, e il tavolino all’aria aperta col mazzo di fiori, e la parabola per vedere Sky, e stendiamo il bucato, e sediamoci sulla panchina come se fossimo al bar. E raccontiamo: che la mattina ti devi fare il segno della croce prima di entrare in bagno e sperare che quello prima di te abbia tirato l’acqua, che la notte non sparino la musica a tutto volume e non ci siano risse, e che oggi te la diano una forchettata di spaghetti in più e che, racconta Maria, «oggi non ti freghino nella tenda cento euro, la caffettiera o un paio di scarpe, come è successo a me».

E’ fortunata, Maria.
Non come la signora con i capelli bianchi e gli occhi blu, il figlio è partito per la costa a cercare lavoro, quello che all’Aquila non c’è più, ed è tornato dopo un mese e il suo posto in tenda non l’ha trovato più. Una caserma, un carcere questo, dicono qui sulla panchina: «Hanno diviso la mia famiglia, a mio figlio hanno detto che se stai via tre giorni, dopo non rientri più. L’hanno mandato via, non l’hanno fatto entrare, eppure io il posto in tenda ce l’avevo».

E chi viene in visita passa alla guardiola: registrazione, domande, dove vai e perché, documenti prego. E niente più pasti consumati con i parenti: da una settimana i non residenti qui non possono più mangiare, disposizioni nuove, è il G8 bellezza. Famiglie divise, regime da collegio, regole ferree. E adesso comincia la smobilitazione, gliel’hanno detto ai capifamiglia di piazza d’Armi: preparatevi. «Preparatevi perchè andremo via, trovate volontari per pulire i bagni e badare all’organizzazione», e intanto sono andati via i volontari della ”Scuola di pace”, via la farmacia, via il veterinario, hanno levate le tende i clown e la tenda-asilo è transennata, inaccessibile. Fine delle attività.

«Cominciano a dimenticarci – racconta Maria Laura Di Nino, reduce da un viaggio a Ostuni offerto dalla Valtur – E ci hanno già avvertito che nei giorni del G8 non potremo uscire da qui». Chiusi nella tendopoli, come i parenti poveri, quelli di cui ci si vergogna un po’. «Io ho una nipotina di 19 mesi che dorme in tenda con noi, siamo in otto e ci avevano promesso un frigo per conservare le sue pappe. Mai arrivato». Stufi, siamo stufi ripete ossessivamente Anna, stufi dei drogati e degli stranieri, delle risse e delle restrizioni: «Ci hanno dato i condizionatori ma è come se non ci fossero, ci avevano promesso i copri-tenda per filtrare i raggi del sole ma se n’è visto solo uno».

Cominceremo a metterli da domani, garantisce il capo-campo Andrea Biondaro. Marisa ha sedici anni, sta in tenda con otto parenti e legge Paolo Villaggio, «passo il tempo così, o vado alle scalette a incontrare gli amici del campo, non c’è molto da fare qui. Poi a settembre si vedrà». Il ragazzo agli arresti domiciliari è fortunato, si fa per dire, almeno in tenda ci sta da solo. «Mia madre sta in albergo sulla costa, sennò a 40 gradi qui sotto ci sarebbe rimasta secca», allora si è preso un gattino per avere un po’ di compagnia. C’è un’afa da morire qui alla tendopoli di piazza d’Armi, e l’odore della gomma che frigge, quella delle tende. E’ cominciata la bonifica, letti e brande all’aria aperta per pulire l’erba che marcisce e stendere strati di pietrisco e assi di legno sotto le case di stoffa.

Tante famiglie vivono ancora con gli estranei, senza potersi scambiare una carezza. «E in tanti hanno presentato domanda per poter ottenere l’assegnazione di una tenda familiare, e non sono stati accontentati – racconta Laura – eppure tante tende sono vuote, una l’hanno data ai frati. Anche di quelli c’è bisogno, ma prima veniamo noi». Sandra ha una figlia col fibroma, ma non si trova un ospedale per operarla, neppure lontano neppure a Pescara neppure sulla costa. Sandra aspetta, aspetta che questo incubo finisca, che costruiscano le case, i tetti e le scuole, e gli ospedali, e che gli sfollati tornino a essere come tutti gli altri, uomini e donne con la loro dignità. Ma chissà quanto tempo ancora ci vorrà.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=62616&sez=HOME_INITALIA

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Le interviste nel campo: un’impresa, tra pass sequestrati e balletti di autorizzazioni

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L’AQUILA (18 giugno) – Si entra con un pass, senza difficoltà, ma soltanto per un distrazione del vigilante all’ingresso. L’addetto stampa del capo della Protezione civile Guido Bertolaso, Luca Spoletini, era avvertito dal giorno prima. Sono le 13.30 e si comincia il giro nella tendopoli. Interviste, visita delle tende, della mensa, chiacchiere con la gente dell’Aquila accaldata e arrabbiata.

Passa un’ora, si avvicina un volontario, avvista giornalista e fotografo, sarà lui probabilmente ad avvertire il capo-campo. Che di lì a poco piomba addosso a giornalista e fotografo: «Che ci fate qui, chi vi ha fatto entrare?». Le regole sono cambiate, qui non si entra neppure col pass, avverte Andrea Biondaro che sequestra il pass di giornalista e fotografo, «questi sono sequestrati».

I pass erano stati regolarmente rilasciati circa un mese fa dalla stessa vigilanza della tendopoli, adesso non servono più. «Non è possibile fare interviste, chi vi ha autorizzato?». Sale la tensione, chiediamo davanti a un gruppo di persone se davvero agli sfollati sia proibito parlare con i giornalisti, il capo campo risponde che queste sono le nuove regole.

Telefonata a Spoletini: «Queste non sono disposizioni della Protezione civile, ma della gestione del campo che è affidata all’Emilia Romagna». Ma sempre Protezione civile è. Noi avremmo dovuto essere identificati e accompagnati alla porta, le interviste sarebbero state possibili soltanto se autorizzate dal dirigente del campo e alla presenza di un accompagnatore della protezione civile, avverte il nostro uomo. «Per evitare fastidi agli sfollati», è la giustificazione ufficiale. Che invece si sono rivelati molto ansiosi di parlare. Un regime da carcere di massima sicurezza. Dopo la telefonata a Spoletini, Biondaro chiama il suo dirigente. Qualche minuto al telefono, poi il dirigente, visto che la frittata era fatta, autorizza il giro nel campo, alla presenza di Biondaro.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=19012&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=

Miss Kappa: I terremotati, la protesta, la rabbia / La lettera: “Io, terremotato, devo pagare per entrare nel campeggio”

Eccomi di ritorno. Tante le cose da dire. I post lunghi non sono il mio forte. Cercherò di sintetizzare al massimo. A Roma c’eravamo, e non eravamo pochi. Più di duemila. E solo terremotati, ché la partecipazione esterna è stata del tutto irrilevante. Abbiamo capito che il problema, quando si tratta di esserci, è solo nostro. Tanti dunque, sotto il sole cocente del primo pomeriggio. Tante persone di tutte le età. Persone che, pur profondamente provate, e stanche,hanno sfidato il caldo opprimente, la fatica, la paura. Non ci volevano, questo è apparso chiaro dall’inizio. Hanno tentato di bloccare il corteo spontaneo che si è snodato da Piazza Venezia sino a Montecitorio. Non gradivano gli striscioni che recitavano, in perfetto aquilano “Berlu$co’, non te fa revede’ a L’Aquila”. L’esito della votazione lo sapete bene, non starò qui a ripetervelo. Era prevedibilissimo. Ci hanno ignorati. E calpestati. Ci hanno inferto un altro terremoto, quello di un pomeriggio sull’asfalto bollente, quello del rifiuto.Una rappresentanza dei comitati cittadini è stata ricevuta da un deputato del Popolo della Libertà, tale Giorgio Straguadagno, e qui ci starebbe bene la saggezza latina del nomen omen che io non menzionerò. Il suddetto, senza mezzi termini, dice che la tassa di scopo non passerà: non metteranno le mani in tasca agli Italiani e, tanto meno, affideranno il denaro della ricostruzione agli enti locali, dei quali non si fidano. Tutto resta nelle mani della Protezione Civile. Lo Straguadagno ha detto, infine : ” visto che non avete il danaro per operare in autonomia dal governo centrale, non potete avanzare pretese. O questo, o niente”. Raro esempio di democrazia e libertà. Complimenti onorevole Straguadagno! Da segnalare la presenza, in concomitanza alla nostra, delle guardie giurate dell’ANCR che manifestavano, in pochissimi, per problemi di rinnovo di contratto. Avevano dei fischietti che, guarda caso, usavano come rompitampani solo quando uscivano i rappresentanti dei comitati cittadini o i nostri deputati a dare notizie agli sfollati. Coprivano le voci dei nostri gridate al megafono. Momenti di tensione altissima, le forze dell’ordine difendevano solamente loro. I terremotati? Carne da macello. Per evitare strumentalizzazioni, si è deciso di snodarci in corteo di nuovo sino a piazza Venezia. Ed abbiamo forzato un posto di blocco in via del Corso, fermando brevemente il traffico con un sit in di protesta. Giunti a piazza Venezia, ci siamo uniti, mani nelle mani, in un girotondo che ha cinto l’intera piazza, al tramonto. Il minuto di silenzio per i 307 morti ha chiuso una giornata di dolore,delusione e profonda amarezza. Tutti perfettamente consapevoli del fatto che, con questo decreto, la nostra città morirà. Dopo la nottata trascorsa a Roma, per la prima volta fuori dall’inferno, coccolata dall’affetto di una carissima amica, nel primo pomeriggio son tornata a L’Aquila. In tempo per il suo arrivo. I comitati cittadini erano allertati, ma le notizie divulgate sui giornali circa il percorso del presidente erano false. Gli imperatori non vogliono essere contestati. Abbiamo istituito vari posti di blocco nelle possibili vie di accesso alla scuola della Guardia di Finanza, quartier generale della Protezione Civile. L’imperatore ci ha semplicemente sorvolati in elicottero. Non lo abbiamo intercettato. Non è sceso fra la gente che voleva porgergli delle domande. Che voleva sapere dove fossero finite le sue promesse. In compenso, abbiamo dovuto subire il sarcasmo, gli sberleffi e anche gli insulti delle forze dell’ordine, rivolti col ghigno sulle labbra. “Poveri sciocchi, ma davvero pensate che passi di qui? Siete patetici”. Questo il succo, edulcorato, delle parole che ci siamo sentiti dire.

Ecco lo stato delle cose. Ma non ci fermeremo. Siamo soli, siamo pochi per ora,ché tanti hanno paura e sono sfiancati, ma andremo avanti. Li aspettiamo tutti al G8.
Questi i poliziotti che bloccavano il nostro gruppo davanti alla scuola della GF. Il tipo in borghese è stato il peggiore. Guardate il ghigno beffardo: lo ha avuto perennemente stampato sulle labbra. Anche quando mi ha dato della patetica ed ha fatto considerazioni su quelli che ha definito i miei “respingenti”.

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Questo uno dei tanti gruppetti di pericolosi estremisti, forse terroristi, in attesa del cavaliere. Ai quali si opponeva contanto schieramento di forze dell’ordine.

Buttato giù da Anna alle ore 0.27

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Mi trovate anche su facebook

Profilo Facebook di Anna Pacifica Colasacco

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17 giugno 2009

fonte: http://miskappa.blogspot.com/2009/06/i-terremotati-la-protesta-la-rabbia.html

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LA LETTERA / Un residente dell’Aquila, sfollato sulla costa va a trovare un cugino
ospite di un camping a Tortoreto. E gli chiedono 5 euro per l’ingresso

“Io, terremotato, devo pagare
per entrare nel campeggio”

La struttura che ospita, ovviamente, è rimborsata dallo Stato
Episodi analoghi denunciati da diverse altre persone

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"Io, terremotato, devo pagare per entrare nel campeggio"Il camping Salinello di Tortoreto

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“Scrivo alla Vs redazione sperando che almeno voi possiate dare voce a chi sta diventando sempre più invisibile, a dispetto delle belle notizie che vogliono far trapelare. L’episodio che sto per raccontare è ovviamente accaduto in presenza di testimoni.

14 giugno 2009. Ore 15 circa. Insieme alla mia ragazza, mi reco al campeggio Salinello di Tortoreto per andare al compleanno di suo cugino. Siamo tutti residenti a L’Aquila e domiciliati sulla costa a seguito del terremoto del 6 aprile scorso.

Come le volte precedenti, entro alla reception pronto a dare il documento, per ricevere in cambio il bracciale di riconoscimento per poter circolare liberamente all’interno dell’impianto.

Questa volta, però, la signorina chiede gentilmente di “pagare l’ingresso”. Al mio primo stupore, segue la domanda: “Ingresso? Non sono venuto a fare le vacanze. Siamo tutti sfollati e noi vogliamo solo entrare per visitare un vostro ospite, un nostro parente, sfollato come noi. Altre volte non avete chiesto che i documenti. Cosa è cambiato? E perché?”.

La signorina si impappina e mi guarda stralunata. Non voglio litigare, quindi chiamo la madre della mia ragazza che è domiciliata al Salinello. Arriva la signora ma non c’è verso di fare capire alla signorina della reception che se siamo lì non è per una gita di piacere, né per la tintarella. C’è addirittura un padre (sempre sfollato, ovviamente) che dovrà pagare per andare a trovare il figlio per il suo compleanno. Niente.

Cominciano ad alzarsi i toni e alle nostre proteste nel sentirci dire che i domiciliati sono liberi di uscire per incontrarsi con chi vogliono, seguono sconcertanti frasi dal tono vagamente umiliante: “Ma vi ci trovate tanto bene nella parte?”. Personalmente trovo schifoso il comportamento della direzione, lo concretizzo con un “dovreste solo vergognarvi!” ed esco. Morale della favola: 10 euro per una visita di due persone (che, per la cronaca, può durare anche un’ora, ma sempre quello è il prezzo).


Mi chiedo quante volte alcune strutture vogliono fare cassa, per l'”ospitalità” che “offrono”. Una volta dallo Stato e una volta dagli stessi terremotati. Mi chiedo chi sono i veri sciacalli. Mi chiedo persino se non siamo troppo fessi noi che ci facciamo trattare così.

Mi chiedo chi dovrebbe tutelare delle persone che oltre alla casa, agli affetti, al lavoro, stanno perdendo persino il rispetto degli altri.

Mi chiedo: se a soli due mesi dalla tragedia la cosidetta solidarietà è scesa a livelli così infimi, cosa succederà questo inverno?

Mi chiedo tante cose ma la sola cosa che riesco a sentire è solo la voce di una signorina che chiede se mi piace così tanto calarmi in questa parte e vorrei che lei e tutti quelli come lei potessero per un solo secondo ascoltare quello che abbiamo sentito una notte di poco più di due mesi fa. Vorrei farle piovere addosso di colpo giornate passate davanti a un sito internet.

Giornate, settimane, mesi… ad aspettare che venisse pubblicata la propria casa come agibile perché, a noi, come a migliaia come noi, il sole e il mare possono scaldare la pelle, ma non il cuore. Vorrei farle vedere i nostri luoghi. Diventati posti sfigurati e irriconoscibili, brulicanti di gente venuta da fuori, che non conosce e non ci conosce. Vorrei farle provare per un attimo quello che siamo stati, quello che siamo e quello che saremo, per chissà quanto altro tempo.

Non so quanto dovrà fare L’Aquila per rinascere, ma senz’altro dovrà volare molto più in alto di certe meschinità.

Grazie infinite per il Vs prezioso aiuto e per il lavoro che svolgete”.

Stefano Falone
Ricercatore precario

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18 giugno 2009
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Nuovo attentato alla salute: Il gelato all’OGM che non si scioglie / Artigiani: da Firenze il decalogo del vero gelato

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GELATI OGM: DE CILLIS, SBAGLIATO IL VIA LIBERA COMMISSIONE UE

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(AGI) – Roma, 17 giu. – Gelati dietetici che non si sciolgono.
Questa la promessa della multinazionale Unilever che gia’ da quest’anno potrebbe immettere sul mercato sorbetti transgenici con il 50% in meno di grassi e minori costi di produzione. Il tutto grazie a una proteina sintetica – la ISP, Ice Structuring Protein – isolata originariamente da un pesce artico e riprodotta in laboratorio attraverso la fermentazione di un lievito geneticamente modificato. La proteina ha appena ottenuto il via libera dalla Commissione Europea e potra’ essere utilizzata nella preparazione di gelati nei 27 paesi dell’Unione gia’ nel 2009. Il via libera dell’Esecutivo si basa sul parere positivo espresso nel luglio dello scorso anno dall’Efsa (Autorita’ europea per la sicurezza alimentare) che ha escluso il rischio di allergenicita’ in seguito all’ingestione dei prodotti contenenti ISP.

“Ma i ricercatori indipendenti dell’ Indipendent Science Panel (ISP) gia’ nel 2006 avevano dimostrato che la proteina della Unilever non e’ sostanzialmente equivalente a quella prodotta dal pesce artico – commenta Nicoletta De Cillis, Fondazione Diritti Genetici – e che anzi costituisce un allergene, proprio per la sua derivazione da lieviti transgenici.” “Il successivo parere dell’ente preposto all’approvazione dei “novel foods” (ACNFP), sebbene favorevole al prodotto, aveva convalidato la tesi della possibile allergenicita’, proponendo l’etichettatura obbligatoria – continua De Cillis – ma l’opzione e’ stata esclusa dalla recente decisione della Commissione. “Il nuovo ingrediente – conclude – sara’ infatti etichettato semplicemente come “proteina ISP”, in base alla attuale normativa Ue che non sottopone casi come il gelato della Unilever alla regolamentazione prevista per gli Ogm”.

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fonte:  http://www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/200906171354-eco-rt11168-gelati_ogm_de_cillis_sbagliato_il_via_libera_commissione_ue

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Artigiani: da Firenze il decalogo del vero gelato

Artigiani: da Firenze il decalogo del vero gelato

Il decalogo del marchio “Vero gelato artigianale”

1.utilizzare materie prime di qualità (latte, frutta fresca etc) ed ingredienti ben bilanciati nella produzione di un gelato genuino che esalti le proprietà nutritive.

2.acquistare, laddove possibile, materie prime locali, naturali e prive di ogm, in modo da garantirne la freschezza, la completa tracciabilità, il controllo sulle forniture e al fine di incentivare la valorizzazione della produzione locale.

3.porre la massima attenzione ad un processo produttivo che sia costantemente finalizzato ad un prodotto sempre fresco e di qualità e perfettamente conservato, oltre che a concentrare il processo produttivo all’interno del proprio laboratorio.

4.a garantire il preciso e puntuale rispetto delle norme igienico-sanitarie nel proprio laboratorio, nei locali destinati alla vendita e nel magazzino.

5.indicare sempre con completezza tramite appositi cartelli ben leggibili tutti gli ingredienti, con particolare attenzione agli eventuali allergeni.

6.essere sempre a disposizione del consumatore per fornire qualsiasi informazione sul prodotto e sui processi di lavorazione con la massima trasparenza e professionalità.

7.investire in formazione continua del personale e dei soci/titolare.

8.essere ricettivo nei confronti delle innovazioni tecnologiche nel processo produttivo, senza perdere il carattere artigianale della produzione, e ad esaltare la propria originalità.

9.promuovere il prodotto di qualità partecipando ad eventuali iniziative di promozione del gelato artigianale.

10.tramandare e proseguire la tradizione del gelato artigianale tenendo conto delle radici storiche locali del prodotto

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fonte:  http://www.nove.firenze.it/vediarticolo.asp?id=a8.06.10.13.53

Aldrovandi, l’ultima verità: Il 30 giugno la sentenza

A Ferrara la requisitoria per la morte dello studente, sotto accusa le percosse degli agenti

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Un dibattimento durato due anni: 26 udienze e quattro imputati di omicidio colposo

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dall’inviato di Repubblica MAURIZIO CROSETTI

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Aldrovandi, l'ultima verità Il 30 giugno la sentenzaLa famiglia di Aldrovandi

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FERRARA – Federico aveva solo diciotto anni. Ciao mamma, vado al concerto. Ma poi è morto. Forse, morto ammazzato. Forse, morto ammazzato da quattro poliziotti. Ed è nelle aule di tribunale che devono cadere i “forse”.

Domani, dopo quattro anni di inchieste e due di dibattimento, ventisei udienze e quattro imputati (Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto), otto avvocati e quindici periti, riprenderà la requisitoria del pm Nicola Proto. Il 30 giugno la sentenza. E quel giorno, forse (l’ultimo forse della serie?) sapremo perché lo studente Federico Aldrovandi, incensurato, non tornò mai a casa quella domenica di settembre del 2005, e gli si spezzarono invece il respiro e il cuore mentre a terra, raggomitolato, ammanettato, manganellato gridava “no, no!”. Era l’alba.

Troppo silenzio aveva avvolto questa tremenda storia finché la mamma di Federico, Patrizia Moretti, impiegata comunale, non aprì un blog per raccontarla (federicoaldrovandi.blog.kataweb.it): le pagine elettroniche sono diventate tra le più viste d’Italia. Così quella morte ha cominciato a essere una questione aperta, come non accadeva dai tempi dell’anarchico Pinelli. Si è mossa anche Amnesty International. Le domande sono tutte in fila e sono parole ferite. Come si può morire a diciotto anni senza avere fatto niente? Cosa accadde davvero, quando arrivarono i poliziotti chiamati da alcuni cittadini di via Ippodromo perché un ragazzo si stava dimenando, e gridava?

Sono le 5 e 47 del mattino di domenica 25 settembre 2005: l’ora della prima telefonata alla sala operativa. Pare ci sia un ragazzo che per strada batte la testa contro un palo della luce, gridando frasi incomprensibili e imprecazioni. La gente è svegliata di colpo. Arriva la prima auto della polizia, gli agenti scendono riparandosi dietro le portiere, Federico dà un calcio al paraurti, poi sale sul cofano, scivola, rompe un vetro con un calcio. Arriva una seconda pattuglia: in tutto, tre uomini e una donna. Provano a bloccare Federico, studente all’istituto tecnico Copernico-Carpeggiani, classe IV E, indirizzo elettrotecnico. Mai nessun guaio con la giustizia, non è conosciuto come tossicodipendente né come violento. Non è un bullo, non è un ragazzo del branco, è solo un diciottenne un po’ introverso che vive come tanti. Ascolta musica, esce con gli amici, qualche pizza, qualche birra. Forse, qualche pasticca. Ma si può morire ammazzati per questo?


C’è ancora tanta ombra attorno a quell’alba. La scena di Federico ammanettato e picchiato ci galleggia dentro, in cerca di contorni definiti. Il decesso viene dichiarato dal medico dell’ambulanza alle 6.35, dopo lunghi e inutili tentativi di rianimazione. Dalle testimonianze risulta che i poliziotti gli misero le manette, lo presero a manganellate e infine riuscirono a immobilizzarlo tenendolo a terra. Ed è così che probabilmente Federico è morto: per asfissia.

“Appena arrivati per i soccorsi, e visto il corpo con la faccia a terra, ammanettato sulla schiena, abbiamo chiesto ai poliziotti di togliergli le manette, altrimenti non riuscivamo a girarlo per capire se ancora respirasse. Aveva un rivolo di sangue alla bocca e in testa”. Questa la deposizione dei due addetti all’ambulanza, Stefano Rossi e Thomas Mastellari. “Ma noi siamo intervenuti solo per impedirgli di farsi più male” ribattono gli imputati.

“Vedo mio figlio nella cassa, prima del funerale, e quasi non riesco a riconoscerlo: ha un livido enorme in faccia e quei segni maledetti sui polsi, chissà quanto hanno tirato per fargli tanto male” disse la madre. “Troppo silenzio, inaccettabile, neanche fosse morto un gatto. Nei primi giorni un muro di gomma, poi le cose sono cambiate”: queste sono invece sono le parole di Lino Aldrovandi, ispettore dei vigili urbani, il padre. Un padre e una madre vedono uscire il figlio che andrà a un concerto a Bologna, e potranno incontrarlo di nuovo solo all’obitorio, il giorno dopo. “Suonano alla porta e ti dicono che è morto”.

Però dall’autopsia emergono altre ombre. E’ anche una battaglia tra periti. Quelli della famiglia sono certi dell’asfissia mentre il consulente della Procura, Stefano Malaguti, parla di problemi cardiaci: “Insufficienza miocardica contrattile acuta in condizioni di stress psicofisico”. Ma il cuore gli scoppiò per le botte o per altro? “La causa dell’indebolimento – scrive il perito – è la droga, e precisamente eroina, ketamina e alcol”. In quantità comunque troppo bassa per uccidere. Nel blog, la signora Patrizia ha messo anche le fotografie del suo ragazzo morto sul tavolo dell’obitorio. “Lo scroto schiacciato? E’ stata rilevata solo una piccolissima ecchimosi” ha detto il procuratore capo, Severino Messina. “Quel ragazzo non è deceduto per le percosse ricevute”.

Troppe domande cercano una strada e un senso. Perché Federico aveva i vestiti sporchi di sangue, ma a terra il sangue non c’era? Forse perché lo picchiarono quando ancora era in piedi? Ma si picchia un ragazzo per calmarlo, massacrandolo di botte? Perché i soccorsi vennero chiamati in ritardo? I quattro poliziotti devono rispondere di omicidio colposo, come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio: “Ingaggiarono una colluttazione eccedendo i limiti del legittimo intervento e mantennero il ragazzo ormai agonizzante in posizione prona, ammanettato, rendendone difficoltosa la respirazione. Un eccesso colposo che ha cagionato, o comunque concorso a cagionare il decesso”.

E’ questa la scena del pestaggio a sangue di un ragazzo che non aveva fatto niente di male, era solo agitato, aveva solo paura, aveva solo chiesto aiuto ed è morto. Senza motivo. Ma c’è un motivo per morire così?

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18 giugno 2009
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Federico Aldrovandi, ucciso a Ferrara dopo essere stato fermato da una Volante della Polizia

di Beppe Grillo – 15/02/2008

Fonte: Il Blog di Beppe Grillo [scheda fonte]

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Federico

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Due manganelli spezzati sul corpo di un ragazzo di 18 anni. Teppisti? Extracomunitari? Criminali comuni? No, tutori dell’ordine pagati da noi. Uno di loro dice ad un operatore del 113: “Abbiamo avuto una lotta di mezz’ora, l’abbiamo bastonato di brutto, solo che adesso è svenuto, non so, è mezzo morto…”.
I genitori di Federico Aldrovandi, ucciso a Ferrara dopo essere stato fermato da una Volante della Polizia, hanno fatto di tutto per fare emergere la verità contro le stesse autorità .
Il filmato che la mamma di Federico mi ha autorizzato a pubblicare è terribile. Federico è lasciato per ore sull’asfalto senza un lenzuolo bianco per coprirlo. Trattato peggio di Cristo in croce. Si sentono voci e risate su chi prende il portafoglio. Va visto per evitare che succeda ancora.
Spero che la Polizia dica qualcosa. I poliziotti rischiano la vita ogni giorno per noi, non devono avere per colleghi degli assassini.

Guarda il blog di Patrizia e Lino Aldrovandi

Libia, è allarme peste bubbonica: tredici casi registrati in un villaggio / La Peste Nera

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TRIPOLI Almeno 13 casi di peste bubbonica sono stati registrati nella Libia orientale. L’epicentro del fenomeno è un villaggio a 30 chilometri da Tobruk, vicino al confine con l’Egitto.

A rendere noto l’allarme è stato il ministro della Salute Mohamad Hijazi. L’esponente del governo ha insistito sul fatto che la situazione è sotto controllo, e che si tratta del primo focolaio negli ultimi 25 anni. Il sito web della Bbc riferisce che uno dei contagiati sarebbe morto, ma manca una conferma ufficiale da Tripoli.

Intanto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha annunciato l’invio di un esperto a Tobruk. All’origine del focolaio di quella che nel medioevo era chiamata la morte nera sono – come quasi sempre è accaduto, nella storia – i topi. Attratti dagli allevamenti di bovini che nell’area sorgono nei pressi delle abitazioni.

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18 giugno 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/esteri/libia-peste/libia-peste/libia-peste.html?rss

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LA PESTE NERA –
Introduzione
a cura del dott. Fabrizio Gabrielli

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La peste che colpì l’Europa tra il 1347 e il 1351, diventando per secoli la malattia per antonomasia, rappresentò una delle più grandi catastrofi della storia europea. Le immagini quotidiane della peste nera, che nel nostro continente ebbe il proprio iniziale focolaio a Caffa, città situata in Crimea, nell’autunno del 1346 e che gettò il nostro continente nella più difficile crisi che l’uomo possa ricordare, fanno rabbrividire persino l’osservatore dei nostri giorni.

La peste nera

Uomini, donne e bambini furono portati via all’improvviso, spesso nel giro di poche ore, da una nuova, dolorosa, contagiosa e inguaribile epidemia dopo che, per lo più già alla comparsa dei primi sintomi, erano stati banditi dalla collettività. L’europeo del nostro secolo ha visto queste forme di esclusione, il paradosso della morte in solitudine in mezzo alla morte di massa (fatta eccezione per le macchine della morte dello stalinismo e del nazionalsocialismo) solo in tempo di guerra e nei periodi immediatamente successivi alle guerre, ma mai come conseguenza di una pandemia.

È comunque certo che la peste nera (questa espressione verrà in seguito riferita esclusivamente all’epidemia di peste sviluppatasi intorno alla metà del XIV secolo) cambiò l’Europa del tardo Medioevo almeno quanto le guerre mondiali modificarono il mondo moderno. Mai prima di allora poveri, contadini, viandanti, commercianti, dotti, papi, imperatori e re, nobili e artigiani, clero ed autorità cittadine si sentirono sfidati allo stesso modo e minacciati nella loro stessa esistenza.

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– Origine e diffusione –
– Trasmissione dell’infezione e quadro clinico –
– Teorie sulla peste nel tardo medioevo –
– Conclusioni –

fonte:  http://www.ilpalio.org/gabrielli_peste.htm