Archivio | giugno 21, 2009

Fao, un sesto della popolazione mondiale soffre la fame

Stime aumentate di più di 100 milioni solo nell’ultimo anno in seguito alla crisi globale

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Sono oltre un miliardo le persone che soffrono la fame nel Mondo, pari ad un sesto dell’umanità.

La denuncia arriva oggi dalla Fao, secondo i cui dati le persone malnutrite sono aumentate di oltre 100 milioni solo nell’ultimo anno in seguito alla crisi economica. “La pericolosa combinazione della recessione economica mondiale e dei persistenti prezzi alti dei beni alimentari in molti paesi, ha portato circa 100 milioni di persone in più rispetto all’anno scorso oltre la soglia della denutrizione e della povertà croniche – ha dichiarato il Direttore Generale della Fao, Jacques Diouf i – questa silenziosa crisi alimentare, che colpisce un sesto dell’intera popolazione mondiale, costituisce un serio rischio per la pace e la sicurezza nel mondo”, ha preseguito. Inoltre, l’attuale crisi globale è destinata ad aggravare la situazione, con la riduzione delle rimesse degli emigrati e la chiusura degli sbocchi economici per i Paesi in via di sviluppo. Per il Direttore Esecutivo del Programma alimentare mondiale (Pam), Josette Sheeran, è necessario che la comunità internazionale elabori un programma a lungo termine dopo aver provveduto ai bisogni più urgenti, ha sottolienato
A soffrire maggiormente saranno i poveri del sud del mondo che vivono in città, anche se la crisi si farà sentire anche nelle campagne. “La maggioranza dei poveri e degli affamati nel mondo è costituita dai piccoli contadini dei Paesi in via di sviluppo – ha spiegato il Presidente del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, Kanayo F. Nwanze – ciò nonostante, essi hanno il potenziale non solo per garantirsi la propria sussistenza, ma anche per accrescere la sicurezza alimentare e stimolare una più vasta crescita economica. Per rendere effettivo questo potenziale e ridurre il numero di persone vittime della fame nel mondo, i governi, assistiti dalla comunità internazionale, devono proteggere gli investimenti di base nel settore agricolo, in modo da garantire ai piccoli contadini l’accesso non solo a sementi e fertilizzanti, ma anche a tecnologie più adatte, infrastrutture, schemi di finanza rurale e mercati”. Inoltre, ‘attuale crisi globale, che riduce le rimesse degli emigrati e…

Fonte: PeaceReporter

Per un videogiornalismo d’inchiesta

Si è aperta a Riccione la XV edizione del Premio giornalistico Ilaria Alpi

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E’ stata inaugurata da Walter Veltroni la quindicesima edizione del “Premio Giornalistico Televisivo, Ilaria Alpi, che si svolgerà al Palacongressi di Riccione e a Villa Mussolini, fino a sabato 20.

Nato nel 1995, da un’idea dell’associazione culturale “Citta Aperta”, per iniziativa della Regione Emilia Romagna, Provincia di Rimini e Comune di Riccione, il premio intende promuovere un giornalismo d’inchiesta, capace di guardare il mondo in profondità e di raccontarlo con onestà, in memoria di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

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Sarà dedicata alla vicenda ancora oscura dell’uccisione dei due inviati di Rai3 la prima delle quattro giornate, con la presentazione del libro “Carte false. L’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità” a cura di Roberto Scardova, per le Edizioni Ambiente, e lo spettacolo teatrale “Passione Reporter”, tratto dall’omonimo libro di Daniele Biacchessi per Chiarelettere, seguito da “The Toxuc Truth”, reportage di Emanuele Piano e Alessandro Righi sul caso Alpi, andato in onda su Al Jazeera.
La seconda giornata sarà focalizzata sul tema delle migrazioni dall’Africa, con la proiezione del film “Come un uomo sulla terra”, di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biaden, seguito da un dibattito sul rapporto tra informazione, immigrazione, rifugiati e politica.
Giornalismi e nuove frontiere dell’informazione saranno al centro del dibattito di sabato mattina, con Maurizio Torrealta, (Rainews24), Marco Pratellesi (Corriere.it) e Luca Conti (Nova24), mentre a mezzogiorno ci sarà la presentazione di PeaceReporter Tv. Alle 16, l’Associazione culturale 46° Parallelo presenterà il primo “Atlante delle Guerre” e alle 17 la giornalista russa Rosa Malzagova, direttrice del sito Ingushetia.ru, che vive in esilio in Francia, parteciperà a un focus sulla libertà di stampa. Chiuderà la manifestazione alle 21 la premiazione dei lavori vincitori che, quest’anno, novità importante, saranno visibili sul sito http://ilariaalpi.hi-net.it, grazie alla partnership con Hi-Net.

Fonte: PeaceReporter

PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo

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Conclusa con un messaggio di Fini la XV edizione del premio dedicato ad Ilaria

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“LA MOTIVAZIONE NEL NOME DELLA QUALE ILARIA ALPI HA
SACRIFICATO LA SUA GIOVANE VITA DEVE GUIDARE I GIORNALISTI”


Si è conclusa con successo la XV edizione del Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi. Il Premio, che si è svolto a Riccione dal 18 al 20 Giugno, si conferma uno dei maggiori appuntamenti italiani per fare il punto sullo stato dell’informazione in tutto il mondo.

Nella tre giorni ricca di eventi, dai dibattiti ai seminari di formazione, dalle mostre alle proiezioni di reportage e documentari, fino agli spettacoli teatrali, si sono incontrati e confrontati giornalisti e operatori dei media, esponenti dell’associazionismo, delle istituzioni e della politica, cittadini.
Ad aprire la serata di premiazione, condotta dalla giornalista Federica Sciarelli, il significativo MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI GIANFRANCO FINI.


Al centro della serata di premiazione il tema
della libertà di stampa, con una particolare attenzione alla situazione in IRAN.
Presente a Riccione Reza Saberi accademico e padre di Roxana, giornalista e regista irano-americana, incarcerata con l’accusa di spionaggio in favore degli USA, a cui è stato assegnato il Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi per la libertà di stampa 2009.  (LE FOTO DELLA SERATA FINALE)

LEGGI IL COMUNICATO CONCLUSIVO

LEGGI IL MESSAGGIO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA, FINI

LEGGI IL MESSAGGIO DI ROXANA SABERI

LEGGI L’INTERVISTA A REZA SABERI

Fonte: www.ilariaalpi.it

Processo Aldrovandi, il pm chiede pena di tre anni

Urlava «basta» e «aiutatemi» quella mattina, del 25 settembre di 4 anni fa, Federico Aldrovandi. Invece di essere aiutato, subì una aggressione violenta. Non ha avuto dubbi il pm Nicola Proto interpretando quella richiesta del ragazzo di 18 anni morto durante la colluttazione con gli agenti, nel proporre al giudice Francesco Caruso oggi, nella sua requisitoria, condanne choc, tre anni e otto mesi, per i quattro agenti imputati. «Sono queste due parole – ha sottolineato Proto -, le ultime pronunciate da Federico, a pesare come macigni: di fronte a queste richieste di aiuto non bastava chiamare l’ambulanza, si doveva fare di tutto per tutelare l’incolumità del ragazzo». Tutti e quattro gli agenti hanno lo stesso livello di responsabilità: «perchè il comportamento adottato durante la colluttazione con il ragazzo è stata una scelta unanime», del gruppo. Un gruppo di agenti che perse il controllo, quella mattina: Proto, per sostenere questa sua tesi, pone domande cui dovrà rispondere il giudice nel suo verdetto: «Era necessario – si è chiesto Proto – l’uso dei manganelli da parte di tutti e quattro gli agenti? Era necessario colpirlo in tutto il corpo, compresa la testa? Era necessario continuare a colpirlo quando era già a terra? E infine immobilizzarlo in posizione prona, non corretta?». Persero il controllo, quella mattina, i quattro agenti: per questo motivo il capo di accusa parla di «eccesso colposo», per quella colluttazione ingaggiata «in modo imprudente e soprattutto sproporzionato». Un intervento che potevano gestire meglio: «C’era un’alternativa al loro comportamento, molto semplice: girare il ragazzo per permettergli di ventilare. E non l’hanno fatto». Ma nell’aula del processo che ormai si trascina da due anni, uno dei momenti più intensi, è stato quando il pm Proto ha fatto rivivere una delle «prove d’accusa» fondamentali: la testimonianza di Anne Marie Tsagueu, una residente di via Ippodromo, testimone della colluttazione: una testimonianza che era stata «congelata» nell’incidente probatorio, e mai raccontata in un ambito pubblico, con la evidenza usata dal pm Proto. La donna, aveva riferito di aver visto «i poliziotti stringersi attorno al ragazzo come formiche» dopo che Federico aveva fatto una sforbiciata. Disse di averli visti «picchiare il ragazzo con gli sfollagente in tutto il corpo e poi appoggiarsi su di lui». Fu dunque per Proto «un’azione rapida e violenta, in cui si sono rotti due sfollagente». Sfollagente che comparirono solo il pomeriggio del giorno dopo, il 26 settembre: un fatto «inquietante» e «frutto di un’azione pensata». Un pasticcio su cui sono in corso altre due inchieste parallele – sempre del pm Proto – per presunti depistaggi e boicottaggi delle indagini.

Fonte: l’Unità

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Tre anni e otto mesi, ha chiesto ieri il pm ferrarese Nicola Proto, per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Quando Patrizia Moretti, la madre del diciottenne ucciso in via Ippodromo, ha udito la richiesta di condanna per i quattro autori del violentissimo controllo di polizia del 25 settembre 2005, non ha potuto fare a meno di ripensare al notiziario ascoltato mentre usciva di casa per venire in tribunale. La radio parlava di una maestra condannata a tre anni per uno schiaffo a un suo alunno. Pene a parte – per l’eccesso colposo, il massimo del codice penale è di 5 anni – la requisitoria del pm, che ereditò il caso nella primavera del 2006, ha voluto restituire a Federico Aldrovandi la dignità di un diciottenne, con pregi e limiti. «Senza quell’incontro sarebbe ancora vivo», ha detto il magistrato dopo cinque ore di requisitoria. Sarebbe bastato girarlo su un fianco, farlo respirare anziché tenerlo prono, faccia a terra, venendo meno all’«obbligo di protezione» generato dal «contatto sociale» tra le volanti e un ragazzo. Le ultime parole di Federico sono «pesanti come un macigno», quella mattina chiedeva di smetterla: «Aiutatemi… Basta!».

I testimoni lo hanno ricordato più volte durante le ventisei udienze di un processo che si trascina da quasi due anni ed è stato possibile solo grazie all’ostinazione di una madre e un padre che hanno aperto un blog dopo cento e più giorni di silenzio e hanno avviato una controindagine.

<B>Caso Aldrovandi, svolta nel processo<br>Quattro agenti rinviati a giudizio</B>

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IL RITORNO DA BOLOGNA

Tra le 3.30 e le 4 del mattino Federico e quattro amici tornano dal Link, il locale di Bologna dove avevano trascorso il sabato sera. Prende le mosse da lì la ricostruzione del pubblico ministero che smonterà l’alibi dei quattro imputati. Interrogati immediatamente dopo i fatti, interrogati uno ad uno con metodi a dir poco bruschi, tutti gli amici dell’Aldro sono concordi nel riferire le buone condizioni di Federico. Gli piaceva farsi due passi prima di rientrare, «non era agitato, era normale che tornasse a casa a piedi». Durante il viaggio aveva sonnecchiato. Nessuno di loro nega che fosse «interessato al mondo delle sostanze». Era, a detta di Proto, «un assuntore assolutamente occasionale». E quella notte, a Bologna, aveva preso due “francobolli” di Lsd, due dosi. Di quegli acidi non si troverà traccia alcuna nel sangue del ragazzo. Forse erano un “pacco”. Ma su quei francobolli si reggeranno la versione ufficiale, più volte rettificata, e la difesa dei quattro agenti. Federico è al parchetto dell’Ippodromo subito dopo le 5. Dalle 5.18, per 5 minuti, partiranno una decina di chiamate dal suo cellulare. Tutte a vuoto, tutte verso suoi amici. Forse voleva essere accompagnato a casa, suggerisce Proto, invitando a non avventurarsi nel campo di altre illazioni.

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GLI ORARI

Alle 5.48 la prima telefonata al 112, che dirotterà ai colleghi della questura la segnalazione, su un «soggetto che sbatte dappertutto». Quattro minuti dopo la prima volante è sul posto, due minuti dopo la richiesta di ausilio. Alle 5.58 un altro cittadino avverte il 113 di alcune urla (tra cui «polizia di merda») e dirà di aver udito sgommate. Un altro residente testimonierà di aver sentito, prima delle 6, quelle stesse urla. Vedrà arrivare la seconda volante. Ricorderà la stessa frase – «Apri il baule, presto!» – riferita dalla superteste, Annemarie, la donna camerunense che ha deposto due anni fa in sede di incidente probatorio. Alle 6 e un minuto la questura chiede l’intervento dei carabinieri. Sette minuti dopo, quando arrivano i militari, verrà sollecitato l’arrivo dell’ambulanza. Proto divide in tre fasi il misterioso controllo di polizia e scova alcuni «elementi» che lascerebbero pensare a una ricostruzione degli orari, da parte della polizia, tesa a restringere i tempi dell’intervento. I tempi, secondo il pubblico ministero, non tornano. La prima fase (dalle 5.53 alle 5.59) è quella in cui i testi sentono i colpi sulla carrozzeria. Gli agenti diranno che Federico era saltato addosso alla vettura ma Proto ha un dubbio: il cofano della volante è intonso. L’atterramento e l’azione dei manganelli (tra le 5.59 e le 6.03) è stato reso indelebile dalla testimonianza della donna camerunense, che parlerà solo dopo un lungo periodo di riflessione, terrorizzata dalla sua condizione di migrante precaria. Dalle 6.03, l’ultima fase: il ragazzo è a terra, in posizione prona, chiede aiuto. Sei minuti dopo, prima i carabinieri, poi i sanitari, lo troveranno ammanettato, faccia a terra, senza vita. Forse, ipotizza la pubblica accusa, la macchina della polizia si sarebbe potuta trovare già lì prima della chiamata del 113. Diverse testimonianze usano il plurale per indicare i protagonisti delle urla in via Ippodromo, sentono sgommate e vedono lampeggianti. Anche l’unica donna imputata, alle 5.54, dirà al telefono che «erano fermi lì» senza convincere il pm che non si riferisse alla vettura dei suoi colleghi. E spicca nel racconto di Proto, l’inattendibilità delle deposizioni del responsabile delle volanti, lo stesso che farà interrompere la registrazione delle telefonate del centralino. Perché?

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LA SUPERTESTE

Annemarie vide Federico passare in mezzo alle due vetture. Lo vide accennare una sforbiciata senza colpire nessuno. In un attimo sono tutti sopra di lui «come le formiche», «con i bastoni». Proto continua a ricordare. Gli occhi di Patrizia e Lino tornano a riempirsi di lacrime. Aldro si dimenava, ma era a terra. Chiedeva aiuto. Prese manganellate e calci ovunque, poi si sedettero su di lui. Si spezzano due manganelli. Si domanda il pm se fossero vecchi o se siano stati usati in modo improprio. E, «dopo un po’ Federico non si muove più». L’azione fu «violenta e rapida», dice Proto rileggendo le frasi ricordate dalla superteste: uno degli agenti si accorse del sangue, la poliziotta rispose che «non siamo stati mica noi, è la roba». Un altro si rese conto delle luci che si accendevano nelle casette di via Ippodromo. Sempre la donna-poliziotto esortò i colleghi a «moderare». Il pm è sicuro: «Fu un’azione smisurata». Incrocia le testimonianze. Quello dei poliziotti «è un altro film», che descrive un ragazzo inferocito che se la prende con l’agente. «Qualcuno – dice Proto – non dice la verità». E le ferite sul corpo della vittima sono compatibili con l’uso degli sfollagente e con la compressione, compatibili con le testimonianze e i riscontri oggettivi di foto e rilievi.

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LE PRIME INDAGINI

Alle 6.12 uno degli imputati disse al telefono che l’avevano «bastonato di brutto». Il pm dà conto delle preoccupazioni degli agenti – riscontrate in alcune chiamate – di giustificare le botte in testa al ragazzo. Quelle botte sono l’eccesso colposo. «Il ragazzo era sfigurato. E, se picchi in testa per molto tempo, eccedi, esageri», continua il pm. E prende nota di come le prime indagini, pochi minuti dopo la morte, sembrano tese a capire cosa avessero visto i testimoni per aggiustare il tiro della versione ufficiale. Alla pm di turno fu fornito «un omesso avviso, un imperfetto avviso» così da non farla passare sul luogo del delitto, e fu tenuta all’oscuro delle testimonianze raccolte. La prima versione fu quella della morte per droga. Chi fu interpellato dai poliziotti, quella mattina, disse che gli agenti «volevano pararsi il culo».

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LE PERIZIE

Ma che le droghe non ebbero alcun rilievo fu chiaro già pochi giorni dopo la morte. Il sangue di Federico restituì lievi tracce e ininfluenti. Lo stato di eccitazione psicomotoria non avrebbe nulla a che vedere col bad trip ipotizzato nelle perizie della procura e delle difese. Il pm s’è mostrato perplesso dai metodi di queste perizie che hanno evitato di cogliere il nesso tra l’agitazione del ragazzo e la colluttazione, tra la costrizione e la morte. Per enfatizzare il ruolo delle sostanze sarebbero stati minimizzati i segni di asfissia e ignorate le testimonianze sulla prolungata fase di costrizione. Più precise le consulenze delle parti civili che collegheranno l’agitazione psicomotoria, il debito di ossigeno anche ai violenti sforzi di Federico e alla pressione subita una volta a terra. Nella fase finale del processo, inoltre, spunterà la foto del cuore spezzato del ragazzo rimasta fuori dalle documentazioni fornite alle parti. Il suo cuore, diranno gli esperti, fu compresso come un sandwich. All’asfissia posturale si somma l’asfissia meccanica sottolineata dai rantoli e dalle suppliche del ragazzo che moriva. «Questa azione è stata esagerata – dirà il pm puntando l’indice su – un intervento che doveva essere diverso». Federico stava male: andava fermato o aveva bisogno di aiuto? Era necessario picchiarlo con i manganelli quattro contro uno? Uno degli imputati fa sì con la testa. Proto insiste: Era necessario picchiarlo in testa, e quando era a terra? E poi perché tenerlo in quella posizione? Sul corpo del ragazzo ci sono segni di difesa mentre sarebbe evidente la «predisposizione all’offesa» dei quattro imputati che agirono «fuori dai limiti dell’adempimento di un dovere». Per questo e per l’omissione di soccorso chiede per tutti pene uguali, 3 anni e 8 mesi, al termine di una requisitoria che Fabio Anselmo, uno dei legali degli Aldrovandi, definisce «ineccepibile e precisa» e uno degli imputati bolla come scandalosa. Le difese annunciano una ricostruzione alternativa per il 23 e 24 giugno. La sentenza è attesa per il 6 luglio dopo le repliche delle parti civili. Intanto, per i genitori di Aldrovandi, quello che già è emerso è che «il pm ha fatto il suo dovere. Non tutti possono dire lo stesso».

Fonte: Cecchino Antonini in Osservatorio sulla Repressione

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Iran, scontri in piazza. Morti e feriti

Teheran, spari sulla folla La tv di Stato: «Sono morti 13 terroristi»

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Secondo la tv di Stato iraniana 13 persone sono state uccise in scontri tra la polizia e quelli che vengono definiti gruppi terroristici.

La tv ha anche detto che un numero imprecisato di persone sono morte ieri a Teheran per l’incendio di una moschea appiccato da «rivoltosi» nel corso di una manifestazione dell’opposizione.  L’emittente ha anche mostrato immagini dell’edifico in fiamme. La tv poi si è corretta dicendo che non c’è stato nessun morto. La moschea in questione è quella di Lolagar. L’emittente aveva anche affermato che coloro che stanno provocando disordini in Iran hanno già incendiato e violato numerosi luoghi di culto. Anche questa affermazione non è provata.
La città comunque rimane blindata. Secondo la Cnn i morti sarebbe 19, ma solo begli scontri di ieri.

L’Iran è dunque sull’orlo del collasso.
Il leader dell’opposizione  Mir Hossein Mousavi, in una lettera  inviata al Consiglio dei Guardiani della Costituzione, ha scritto che i presunti brogli nelle elezioni presidenziali iraniane erano pianificati da mesi.

«Queste misure (di conteggi scorretti, ndr) – è scritto tra l’altro nel sito nella lettera di Mousavi – sono state pianificate mesi prima del voto … tenuto conto di tutte le violazioni … le elezioni devono essere annullate».

Il leader del movimento riformista  ha anche criticato molto duramente il discorso della guida suprema Ali Khamenei che ha convalidato l’elezione del presidente Ahmadinejad. Sul suo sito Mousavi ha accusato, senza nominarlo, l’ayatollah Ali Khamenei di minacciare il carattere repubblicano delle Repubblica islamica e di mirare all’imposizine di un nuovo sistema politico. Nessun politico iraniano, prima di oggi, aveva osato fare un critica di questa portata all’ayatollah Khamenei da quando è in carica (1989).

Poi Mousavi è sceso tra i manifestanti a Teheran. Secondo i blogger, il candidato alla presidenza ha detto in un discorso alla folla: «Sono pronto a morire».

La tensione è altissima. Sfidando il divieto delle autorità, ieri si è avuto un corteo. La polizia antisommossa iraniana è intervenuta  con lacrimogeni, idranti e manganelli per disperdere centinaia di manifestanti filo-Mousavi, radunati davanti all’Università di Teheran. Secondo alcuni testimoni, lungo il Viale Enghelab, dove la manifestazione sarebbe dovuta sfilare, sono appostati anche agenti armati sui tetti. Sono stati uditi spari. Su You Tube il video di una ragazza uccisa dalle milizie.

Le stesse testimonianze parlano di manifestanti arrivati sul posto avvolti nel sudario bianco, per mostrare di essere pronti a morire da martiri. Dal primo pomeriggio anche il tratto settentrionale del Viale Vali Asr, una decina di chilometri a nord dell’Università, dove nei giorni scorsi c’erano state manifestazioni, è stato messo praticamente in stato d’assedio con il dispiegamento di centinaia di agenti anti-sommossa e molti altri in borghese. L’ordine sembra quindi quello di stroncare sul nascere qualsiasi raduno.

Secondo i blogger è stato lanciato acido sulla folla dagli elicotteri. La protesta, raccontano i blogger minuto per minuto, si è concentrata in un raggio di circa 4 chilometri tra piazza Azadi e piazza Enghelab, dove era fissato il raduno dell’opposizione contro il regime.

Testimoni hanno riferito che scontri continuano a verificarsi in diverse zone di Teheran tra polizia e manifestanti che contestano la vittoria di Mahmud Ahmadinejad alle presidenziali. «La polizia ha usato idranti con acqua che bruciava», ha detto una ragazza, raccontando che i poliziotti antisommossa, con caschi e bastoni, sono spalleggiati da miliziani integralisti, che inseguono i contestatori in tutto il quartiere tra piazza Enqelab e piazza Azadi, distanti tra loro circa quattro chilometri: «Non fanno neppure domande … Colpiscono chiunque si diriga verso piazza Enqelab».

Sul fronte opposto, un testimone ha detto di aver visto alcuni miliziani (Basiji) buttati giù dalle loro moto e picchiati dai manifestanti, che scagliavano pietre contro i poliziotti e che hanno anche incendiato alcuni cassonetti. «I poliziotti ci hanno colpito durante – ha peraltro raccontato un ragazzo – Hanno picchiato uomini e donne senza distinzione … Io sono tutto blu per i lividi … Mi hanno anche sequestrato la macchina fotografica».

Un altro testimone ha riferito di aver visto «numerose persone arrestate» nella zona dei disordini. Le testimonianze non possono essere confermate da giornalisti stranieri ai quali è stato vietato «coprire» le manifestazioni personalmente.

Secondo fonti ospedaliere, i feriti sono centinaia. Ad usare la mano forte è soprattutto la milizia Basiji, volontari fedelissimi a Khamenei. In Voice of America Mahsa racconta di aver visto le milizie sparare sulla folla vicino Sadeghieh, nella parte occidentale di Teheran. Sui blog si parla di almeno due morti, una ragazza uccisa dalle milizie e un dodicenne. Della giiovane un video è stato postato su Youtube. Una moschea sarebbe stata incendiata nella via Azarbiajan. Vi sarebbero scontri anche a Shiraz, Ahvaz, Tabriz, Isfahan, Mashad. Il grido della folla da oggi è rivolto contro la Guida Suprema: «Morte ad Ali Khamenei».

Ieri la Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, aveva affermato che i raduni «devono cessare», oggi la polizia ha ammonito l’ex candidato moderato alle presidenziali Mir Hossein Mussavi e quello riformista Mehdi Karrubi che chiunque insisterà nell’organizzare manifestazioni illegali sarà «affrontato severamente e perseguito penalmente».

Sul fronte legale, intanto, svaniscono le speranze di Mousavi e Karrubi di ottenere l’annullamento delle elezioni per presunti brogli. Il Consiglio dei Guardiani, incaricato di sovrintendere alla regolarità delle elezioni, ha fatto sapere di essere pronto a ricontare solo «il 10 per cento dei voti, scelti a caso». E del resto sia Mussavi sia Karrubi avevano rinunciato a partecipare ad un incontro convocato dal Consiglio.

Intanto, secondo le autorità, un terrorista è morto facendosi esplodere nel mausoleo dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, a sud di Teheran, secondo quanto riferisce l’agenzia conservatrice Fars. Due le persone morte e otto quelle rimaste ferite. Ma ci sono dubbi. Chi ha la possibilità di vedere la tv iraniana racconta che questa ha mostrato solo una finestra rotta. Anche il corrispondente della BBC, Jon Leyne, ha affermato che non vi è alcuna prova dell’esplosione.

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A mettere sale anche l’intervento del presidente usa Obama. Il quale ha rivolto un appello al governo iraniano affinchè siano fermate «tutte le azioni ingiuste e violente». Per guadagnarsi il rispetto globale, l’Iran deve «governare attraverso il consenso» e non facendo ricorso «alla coercizione». «Il governo iraniano deve capire che il mondo sta guardando» – afferma Obama in un dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca -. «Noi siamo in lutto per ogni singola perdita di vita umana. Rivogliamo un appello al governo iraniano di fermare tutte le azioni ingiuste e violente contro il suo proprio popolo. I diritti universali di di libertà di espressione e di associazione devono essere rispettati, e gli Stati Uniti sono a fianco di tutti coloro che cercando di esercitare questi diritti».

Fonte: l’Unità

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In Iran il regime scende in campo contro i media stranieri, accusati di essere «il megafono dei rivoltosi», e minaccia azioni legali contro chi usa Internet per alimentare le «tensioni». La magistratura ha avvertito che potrebbe applicare la pena di morte per chi provoca disordini. Il monito è stato lanciato dal procuratore di Ishafan Mohmad Reza Habibi, il quale ha ricordato che «le attività criminali contro la sicurezza dello Stato dono un reato che il codice penale islamico punisce con la morte». «Avvertiamo questi attivisti controllati dall’esterno che attentano alla sicurezza nazionale incitando gli altri a distruggere», ha aggiunto. Habibi ha esortato coloro che hanno causato incidenti a «evitare azioni illegali e a tornare a unirsi alla nazione».

Ma l’opposizione non cede e per il quinto giorno ha portato in piazza decine di migliaia di persone contro i presunti brogli alle elezioni presidenziali. I manifestanti si sono radunati sulla piazza Haft-Etir. Mahmoudh Ahamdinejad, da parte sua, ha ribadito che le elezioni di venerdì scorso non sono state truccate e che 25 milioni di voti rappresentano una conferma per il suo governo. Confinati i giornalisti stranieri negli alberghi, nel mirino dei Guardiani della Rivoluzione finiscono ora i media online. Il corpo d’elite, che risponde direttamente al leader supremo Alì Khamenei, ha avvertito che è necessario rimuovere qualunque materiale che «crei tensione».

Si tratta della prima presa di posizione dei Guardiani dalle contestate elezioni presidenziali di venerdì scorso. I blog, ma anche i social network Facebook e Twitter, hanno assicurato all’opposizione un prezioso collegamento tra una repubblica islamica sempre più isolata e il resto del mondo. Con i segnali della televisione via satellite disturbati e numerose pagine web bloccate, i sostenitori di Moussavi usano ancora Twitter, che sta sostituendo i mezzi tradizionali di comunicazione per dare informazioni sulle proteste. Secondo i pasdaran, i siti sono stati «identificati» e sono «sponsorizzati finanziariamente e tecnicamente dalle aziende canadesi e statunitensi che sono state appoggiate dai servizi di intelligenze Usa e britannico».

Un assist per il candidato riformista Mir Hossein Moussavi è arrivato dalla nazionale di calcio. Nel corso della partita a Seul contro la Corea del sud valevole per la qualificazione ai mondiali, alcuni giocatori iraniani sono scesi in campo con braccialetti e polsini verdi, il colore del candidato riformista che in questi giorni domina le proteste di piazza a Teheran. Tra loro il centrocampista Ali Karimi, già ribattezzato il Maradona d’Asia, Masoud Shohjai che gioca in Spagna nell’Osasuna e Mehdi Mahdavi Kia dell’Eintracht Francoforte.

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Fonte: l’Unità

http://it.peacereporter.net/videogallery/video/11977 è il video sulla manifestazione a Milano, http://it.peacereporter.net/videogallery/video/11976 invece è la manifestazione del 15 giungo a Teheran

Miss Abruzzo

Lo saprete anche voi, ne sono certa, che c’è stato un corteo a Montecitorio di attendati abruzzesi, con cartelli molto gustosi ma non so quali vi hanno fatto vedere in televisione (“Berlusconi facci sognare, crepa”, “via Bertolaso, la ricostruzione agli abruzzesi”, “non atTENDEremo più”, “Aquilani espropriati, 2 volte terremotati”, “Berlusco’ non te fa revedè all’Aquila”, “verba volant sisma manent”).

Lo saprete anche voi che Lui ormai sorvola come a Coppito dove arriva alla caserma planando da un elicottero, anticipato dalla contestazione da parte degli operai in mobilità della Transcom e dagli sfollati che avevano  manifestato a Roma.
Ma poi una donna che racconta, la si trova sempre, spesso è Luigia dall’Abruzzo, per una rete di soccorso popolare, che scrive: “…La militarizzazione è sempre più imponente, posti di blocco ovunque. Terreni prima coltivati a grano sono stati espropriati per ampliare l’aeroporto, per costruire una superstrada in funzione del G8, per costruire una trentina di case destinate ad alloggiare le delegazioni del G8 (per l’occasione Berlusconi ha stipulato commesse con i migliori mobilieri italiani: “solo mobili di pregio per gli 8 grandi!”) Per questo maledetto G8 spenderanno più di 400 milioni di euro. Per i terremotati invece niente, gli tolgono caffè e alcolici per evitare che si innervosiscano e li finiscono di intontire con le messe. Ma si sa, anche gli sfollati sono fatti di carne e l’occhio vuole la sua parte, così dopo i clown, gli spettacoli folkloristici e gli strizzacervelli hanno fatto un’altra bella pensata per “allietare” la loro prigionia: il concorso di bellezza “Miss tendopoli Abruzzo”.

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Tutto vero ma forse questo non lo sapete: il concorso ci sarà il 21 giugno, come riporta il Giornale: “Tra le file per il bagno e alla mensa e il caldo che fa bollire le tende nonostante i condizionatori, ci si iscrive alla gara, con l’entusiasmo delle cose nuove. «Una simpatica iniziativa – riprende Durastante -. E l’elezione della miss, con sfilata in passerella alla tendopoli di Pile, quella dove c’è “Globo”, è fissata per il 21 giugno». «E speriamo – è la conclusione – che presto potremo lasciare il posto ai parrucchieri del luogo. Ci auguriamo di ripassare loro il testimone nel più breve tempo possibile»
C’è anche un’altra Miss che scrive, è Miss Kappa “Il terremoto, la protesta, la rabbia … L’imperatore ci ha semplicemente sorvolati in elicottero. Non lo abbiamo intercettato. Non è sceso fra la gente che voleva porgergli delle domande. Che voleva sapere dove fossero finite le sue promesse. In compenso, abbiamo dovuto subire il sarcasmo, gli sberleffi e anche gli insulti delle forze dell’ordine, rivolti col ghigno sulle labbra. “Poveri sciocchi, ma davvero pensate che passi di qui? Siete patetici”. Questo il succo, edulcorato, delle parole che ci siamo sentiti dire. Ecco lo stato delle cose. Ma non ci fermeremo. Siamo soli, siamo pochi per ora, ché tanti hanno paura e sono sfiancati, ma andremo avanti. Li aspettiamo tutti al G8…”

Già, il G8: il 18 giugno, intorno alle 17, oltre cento rilevatori precari dell’Istituto di statistica hanno occupato gli uffici della presidenza. Attualmente, secondo quanto riferiscono i rappresentanti dei lavoratori, sarebbe in corso un intervento delle Forze dell’Ordine per sgomberare la presidenza dell’Istat.

C’è anche chi li aspetta mobilitandosi contro il summit dei Ministri degli esteri del G8 Trieste tra il  25 e il 27 giugno.
Molte, moltissime donne sono nate prima e durante e dopo la colonizzazione, e l’hanno raccontata. Ho iniziato da un po’ ad ascoltarle, sono quelle brutte sporche e cattive e sopratutto invisibili, o meglio, poco gradevoli in Tv e ai concorsi, non vi  partecipano, sia pure ad una giuria.

Doriana Goracci
(ricevuto via mail, postato su Megachip)

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