Archivio | giugno 26, 2009

Pechino blocca Google

Roma – Non sembra esserci più pace tra le autorità cinesi e i quasi 300 milioni di netizen della Repubblica Popolare. Secondo Pechino il web non deve dare spazio a contenuti ostili al governo. Che si tratti di volgarità, pornografia o manifestazioni di un pensiero dissidente. Ad andarci male non sono solo gli utenti, ma anche gli strumenti online che permettono a questi di navigare liberamente. Ecco, allora, che servizi di Google come Gmail, Calendar e Docs sono stati bloccati dalla censura di stato per un periodo di circa 24 ore.
“Abbiamo ricevuto delle notifiche da parte di utenti che non hanno potuto accedere a Google.com in Cina – spiega Marsha Wang, portavoce dell’azienda di Mountain View – stiamo investigando sulla cosa e speriamo che il servizio sia presto ripristinato”. Effettivamente, stando ai tabulati del sito Herdict.org, tra ieri ed oggi è comparso un vero e proprio picco d’inaccessibilità, riportato per numerosi ISP cinesi.

Pechino aveva già avvertito l’azienda statunitense, ripresa recentemente con l’accusa di diffondere pornografia attraverso i risultati del suo motore di ricerca. Google aveva risposto disattivando la funzione Suggest ed eliminando i link che puntano a materiale osceno. Evidentemente questo non è bastato al governo cinese che ha replicato un blocco già particolarmente duro nei confronti di YouTube a marzo. “Questo è un avvertimento a Google e ad altre aziende straniere – afferma Xiao Qiang, fondatore di China Digital Times – ed è anche un forte avvertimento ai cittadini della rete cinese. Il governo mostra la sua determinazione nel tenere internet sotto controllo”.

Le critiche sono piovute, arrivando persino a degenerare. Molti netizen cinesi sono convinti che il blocco di Google sia una mossa delle autorità per allontanare l’attenzione dalle recenti controversie scatenate dal Green Dam Youth Escort, programma di censura che verrà preinstallato o distribuito su CD a partire dal 1 luglio. Alcuni programmatori al Jinhui Computer System Engineering Co. hanno ricevuto quasi 1000 telefonate condite da insulti e minacce di morte. “Molte delle telefonate sono arrivate di notte – ha detto il general manager della compagnia Zhang Chenmin – minacciando i nostri dipendenti ed urlando oscenità e risentimento contro il software”.
Proprio sul Green Dam, l’artista Ai Weiwei ha richiamato il popolo del web per una rinuncia collettiva di 24 ore ad internet. Pechino, tuttavia, lo ha anticipato.

Fonte: Punto Informatico

Incendio alla Comital morto uno degli operai feriti

Si aggrava il bilancio dell’incidente dell’altro ieri alla Comital di Cassinelle.

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Torino,morto operaio ustionato 90%

E’ deceduto nella notte a Torino uno degli operai ustionati nell’incidente verificatosi nella fabbrica di Spinetta Marengo (Alessandria). Aveva il corpo devastato dalle ustioni al 90% e i medici avevano dato speranze quasi nulle per lui e Idrissi Aaatouf Marwaw, di 32 anni, è deceduto nella notte al Centro specializzato in grandi ustioni del Cto di Torino.

LA VICENDA E GLI SVILUPPI

Stanno migliorando gli altri operai coinvolti nell’incidente, Marco Bellotti, 45 anni, di Alessandria e il quarantenne Carlo Bovio di Rivalta Bormida. Il quarto operaio, Belouad Hicham, 35 anni, era stato dimesso alcune ore dopo.

Tutti i dipendenti dell’azienda seguono con grande partecipazione le notizie provenienti da Torino sulla situazione clinica di Idrissi, padre di due figli, uno nato pochi mesi fa. Telefonate e messaggi, nella speranza di un anche minimo segnale di miglioramento. «Stiamo aspettando proprio questo», diceva ieri il gruppo di operai davanti alla prefettura in attesa della conclusione dell’incontro tra sindacati e vertici aziendali. Al dolore per il collega che lotta tra la vita e la morte, si aggiunge la preoccupazione per il futuro dello stabilimento, da inizio anni Novanta trasferito dalla città nella zona industriale di Spinetta.

Sul fronte dell’inchiesta aperta dal procuratore della Repubblica, Michele Di Lecce, per lesioni colpose gravi a più persone a carico di soggetti da identificare, sono arrivati i primi risultati. L’incendio non ha provocato inquinamento esterno: le misurazioni dei campionamenti di aria compiuti verso Castelceriolo, Spinetta e la Fraschetta, hanno dato esito negativo. Nella giornata di ieri, i tecnici dello Spresal hanno ascoltato i tre operai feriti per ricostruire quanto accaduto nel reparto stampa-laccatura della Comital, la fiammata e il successivo incendio provocato dalla fuoriuscita di vernice da una cisterna contenente 400 litri.

Gli operai con un carrello dovevano travasare il contenuto in un’altra cisterna. Accortisi della falla, hanno cercato di tamponarla ma in quel momento è partita una scintilla che ha innescato l’incendio. Dai primi accertamenti sembra che il carrello non fosse ancora avviato. Su incarico del procuratore Di Lecce è stata acquisita in azienda la documentazione relativa alle procedure di sicurezza interne.

Nei prossimi giorni i vigili del fuoco saranno incaricati di verificare la stabilità del capannone e compiere eventuali altri accertamenti su quanto si trova all’interno, macchinari e contenitori. I danni non sono quantificati ma comunque di alcuni milioni di euro. Due dei tre cestelli della macchina di laccatura sono andati completamente distrutti.

Sull’incidente alla Comital interviene Oreste Rossi, europarlamentare della Lega Nord: «Al di là delle cause negli episodi singoli gli incidenti sul lavoro, nonostante il rapporto Inail 2008 indichi un ribasso, riportano ogni volta in primo piano l’emergenza sicurezza. Come europarlamentare mi batterò per ottenere norme comuni per tutti i Paesi membri che prevedano controlli severi e un’attività di prevenzione mirata. Non si deve rischiare di morire dove si lavora per guadagnarsi da vivere». Il consigliere regionale Marco Botta ha presentato un’interrogazione urgente alla presidente Mercedes Bresso sull’incidente alla Comital e sulle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro.

Fonte: Silvana Fossati per il Secolo XIX

Banche “fuori legge”

Non sono legali le commissioni di massimo scoperto chiamate in un altro modo

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La commissione di massimo scoperto, quella che si paga quando si va in rosso col conto corrente, è stata rottamata a gennaio, ma le banche ci provano lo stesso e con una serie di definizioni di fantasia della “gabella” la applicano ancora oggi.

La denuncia è arrivata da commercianti, piccoli imprenditori e clienti che si sono visti decurtare dal proprio conto fior di quattrini visto che le commissioni attuali, travestite, sono anche maggiori di quelle che venivano applicate fino a gennaio.

Il ministero dell’Economia ha spiegato
in una nota che le clausole applicate dalle banche, sotto “falso nome”, ma che in sostanza hanno la stessa funzione, sono da considerarsi nulle. E’ un’altra pagina della guerra che il ministro Giulio Tremonti ha innescato con gli istituti di credito, accusati di essere avari di credito con i propri clienti e esose con le spese.

Ieri sera infatti, le banche attraverso la voce di Corrado Passera, ad di Intesa San Paolo, hanno risposto: «la politica del governo di aumentare il carico fiscale alle banche negli ultimi 12 mesi è sbagliata se poi  si intende agevolare il loro ruolo come fornitori di credito all’economia»

fonte: la Rinascita

Ddl Sicurezza, 600mila badanti “irregolari”

Bocciato l’emendamento del Pd per la sanatoria

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Le commissioni Giustizia e Affari Costituzionali del Senato hanno bocciato l’emendamento del Pd al ddl sicurezza che chiedeva la regolarizzazione delle badanti e delle colf che lavorano nelle famiglie italiane

Non si poteva emendare, altrimenti si sarebbe “rallentato” l’iter del disegno di legge tanto caro alla Lega e che ora aspetta solo l’ok del Senato.

Ma la realtà è che ci sono almeno 600mila tra badanti, baby sitter e colf straniere che collaborano alla conduzione di migliaia di famiglie italiane, ma che, prive del permesso di soggiorno e senza un provvedimento di sanatoria, sono oggi fuorilegge. Soggette a sanzioni anche le famiglie che danno loro lavoro perché potrebbero essere accusate di un reato penale, considerato poi che lo stesso ddl sicurezza introduce anche il reato di clandestinità; chi ha in casa una collaboratrice familiare potrebbe rischiare l’arresto da 6 mesi a 3 anni e una multa di 5mila euro.

Emanuela Baio (Pd), autrice dell’emendamento bocciato, dice: «di queste lavoratrici sappiamo tutto perché vivono nelle nostre case, ma il governo preferisce che siano clandestine. Si poteva compiere un primo passo verso la legalità, ma nonostante l’evidenza dei dati e l’importanza anche economica che la regolarizzazione delle badanti avrebbe comportato, la maggioranza preferisce il lavoro nero».

La decisione della maggioranza di bocciare un emendamento di assoluto buon senso ha suscita critiche anche da parte di alcuni esponenti dello stesso Pdl. Il deputato Benedetto Della Vedova lo definisce «un errore». Il deputato del Pdl si rivolge direttamente al governo: «occorre un piano di regolarizzazione degli immigrati, tipicamente le badanti ma non solo, anche per dare credibilità al pacchetto sicurezza e al reato di immigrazione clandestina». Secondo il deputato Della Vedova, infatti, se il disegno di legge non si accompagnasse con una sanatoria, rischierebbe di diventare «come le grida manzoniane», perché sarebbe irragionevole perseguire le badanti e chi dà loro lavoro e così la legge non verrebbe applicata.

Secondo Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli-Colf, «le famiglie italiane non rinunceranno all’aiuto offerta da queste persone, ma è chiaro che il clima di terrore che si è creato intorno agli stranieri potrebbe creare reazioni difficili da prevedere».

Fonte: Alessandra Valentini per la Rinascita

Fincantieri chiede 20 milioni di euro di risarcimento alla Fiom

Ecco una nuova forma di grave attacco al diritto di sciopero

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«C’è qualcuno che sa dirmi in che razza di mondo stiamo vivendo? Dove un uomo si traveste da pipistrello…» è una frase del celebre film “Batman” di Tim Burton del 1989. Ora, dopo vent’anni, si potrebbe dire: «c’è qualcuno che sa dirmi in che razza di mondo stiamo vivendo? Dove un’azienda chiede 20 milioni di danni a un sindacato per sciopero?»

Quest’ultima non è una frase di nessun celebre film. I legali hanno ventilato l’ipotesi di chiedere un risarcimento di 20 milioni di euro nel processo per antisindacalità in atto contro l’azienda per iniziativa della Fiom a seguito dell’accordo separato sul contratto integrativo sottoscritto lo scorso 1 aprile, senza il consenso della Cgil, ma basandosi solo su quello ottenuto da Cisl, Uil e Ugl.
Un accordo che, spiega il sindacato dei metalmeccanici, «ha violato le più elementari regole di democrazia, vi sono state azioni di sciopero, mobilitazioni, volantini e prese di posizione che rientrano nel più puro ambito dei diritti sanciti dalla Costituzione della Repubblica».

Un’aggressione in piena regola al diritto di sciopero, un atto senza precedenti destinato, si spera, a suscitare un grande clamore e una diffusa indignazione nel mondo del lavoro. Una richiesta, quella di Fincantieri, motivata «dall’annullamento della cerimonia di consegna di una nave ordinata da Costa Crociere, la “Luminosa”» per lo sciopero in atto, che avrebbe procurato un danno all’immagine e un danno aziendale. Ma la verità è lampante: i comportamenti dell’azienda per limitare il diritto di sciopero – perché anche se non si sa per quanto ancora, lo sciopero è un diritto – sono antisindacali. Perché la condotta antisindacale prevede, da parte del datore di lavoro, «comportamenti diretti ad impedire o limitare l’esercizio della libertà e della attività sindacale nonché del diritto di sciopero». Per questo la “bizzarra” richiesta di Fincantieri suona come un atto di autoaccusa senza precedenti.

Infatti, in un comunicato la Fiom sottolinea che «la minaccia dei danni è un ulteriore elemento che dimostra la strada negativa che l’azienda ha intrapreso a partire dall’accordo separato. Tale minaccia è priva di qualsiasi fondamento giuridico e materiale, ma è, purtroppo l’ennesima dimostrazione che l’azienda ha intrapreso una strada di rottura e scontro con il più importante sindacato del gruppo e la grande maggioranza dei lavoratori». I fatti parlano da soli, e raccontano una storia che non ci piace, ogni altro commento sembra superfluo.

Fonte: Federica Labanca per la Rinascita

Strano… nessun’altra testata online riporta questa notizia… e neanche questa:

Operai in “pellegrinaggio” a Cassino per difendere il posto di lavoro

A piedi nudi per quindici chilometri

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Gli operai ormai le provano tutte per salvaguardare il proprio posto di lavoro e tentare di uscire dalla crisi

Questa mattina la singolare manifestazione di circa cinquanta operai della ex Lmt, una ditta del cassinate specializzata nella produzione di cassoni e rimorchi per tir. I lavoratori sono partiti in “pellegrinaggio“ dalla sede dell’azienda fino ad arrivare prima davanti al Comune di Pignataro, cittadina di residenza della sede dell’azienda, e poi proseguiranno fino a Cassino lungo la superstrada Cassino-Formia.

Una marcia di ben quindici chilometri a piedi nudi e con striscioni e slogan, occupando la principale via di collegamento tra il Lazio e la provincia di Latina. Un protesta estrema, infatti, è da mesi ormai che i dipendenti della ex Lmt confidano in una soluzione per salvaguardare il loro posto di lavoro, ma non ricevono risposta alcuna dall’azienda.

Nella patria dei Benedettini e forse confortati dal loro motto “ora et labora”, i lavoratori chiedono risposte vere a problemi reali, nel segno del lavoro e della dignità.

Sempre da la Rinascita

La felicità sostenibile

Come disse Bob Kennedy, il Pil misura qualsiasi cosa, tranne quello che può renderci felici. Ma la felicità può essere sostenibile? Eccome, risponde Maurizio Pallante: basta rinunciare alla droga (mentale) della crescita, sinonimo di benessere solo apparente, frutto di un equivoco generato dall’ideologia suicida dello sviluppo illimitato, che esaurisce le risorse e inquina il pianeta, mettendone a rischio il futuro e spingendo l’umanità in un vicolo cieco, dove si confondono beni e merci, lavoro e occupazione, e dove il semplice “divertimento” sostituisce la serenità della gioia. Per uscire da questa crisi globale, socio-economica e ambientale ma anche culturale e antropologica, non bastano più le ricette del passato: serve un nuovo Rinascimento, chiamato Decrescita.

Pallante, pioniere dell’ecologismo italiano e fondatore con Tullio Regge del Cure, Comitato per l’uso razionale dell’energia, insieme a Beppe Grillo si batte da anni per affermare in Italia la teoria e la pratica della Decrescita, perseguite dal Movimento per la Decrescita Felice. «Dobbiamo capire – insiste – che il decremento del Pil non coincide con una diminuzione del benessere: al contrario, anche se può sembrare un’assurdità, l’incremento del nostro benessere, individuale e sociale, deriva proprio dalla decrescita del Pil, che del resto misura soltanto il valore commerciale delle merci, prodotte e scambiate secondo dinamiche economiche insane, alla base dell’attuale crisi planetaria».

L’aggettivo “felice” si coniuga con la particolare sensibilità intellettuale dei sostenitori della Decrescita italiana, ed è proprio l’idea di felicità – esplicitamente evocata – a contrassegnare, già nel titolo, l’ultimo libro di Maurizio Pallante: “La felicità sostenibile” (Rizzoli) è un compendio efficace e completo, di taglio agile e divulgativo, per spiegare con estrema chiarezza che Decrescita significa benessere, equilibrio, speranza. In altre parole, “filosofia e consigli pratici per consumare meno, vivere meglio e uscire dalla crisi”, come annuncia il sottotitolo del volume, da qualche giorno nelle librerie italiane. Obiettivo del libro: aiutare i lettori a orientarsi nella crisi, spiegarne le cause e, soprattutto, proporre soluzioni accessibili e alla portata di tutti: singoli, famiglie, governi.

«Attanagliati dalla crisi economica e dall’emergenza energetica e ambientale – si domanda Pallante – possiamo sperare in un futuro di benessere e di serenità?». Certamente, a patto però di invertire la rotta, ribellandoci all’imperativo che ci ha guidati nell’ultimo secolo: la crescita ad ogni costo, misurata con l’aberrante strumento del Pil. La soluzione? Un nuovo modello di sviluppo, promosso dalla Decrescita Felice: «Una filosofia concreta, che chiunque – dal singolo cittadino fino al suo governo – può mettere in pratica: decrescere non vuol dire rinunciare a nulla, ma solo tagliare gli sprechi».

Gli esempi non mancano. «Restare per ore imbottigliati nel traffico fa volare il Pil, ma inquina l’aria e rovina la vita; meglio usare mezzi alternativi, o muoversi meno: si fa calare il Pil, ma si vive meglio». Cos’è preferibile? Consumare cibi provenienti dall’altra parte del pianeta o gustare le primizie dell’orto di casa? O ancora: meglio passare il sabato in coda al supermercato o condividere rapporti umani, risparmiando denaro e assaggiando prodotti della fattoria grazie all’adesione ad un Gruppo di acquisto solidale? Tutte pratiche che abbattono il Pil, ma migliorano il bilancio familiare e la vita quotidiana, favorendo l’instaurarsi di relazioni fondate sulla reciprocità e sul dono, anziché sulla competizione.

La Decrescita, avverte Pallante, non è nemica del vero progresso: basti pensare alla portata planetaria, auspicata da Barack Obama, della riconversione industriale in chiave ecologica, promuovendo le nuove tecnologie nel settore edilizio e in quello energetico. Risultati ancora più spettacolari, in prospettiva, sono immediatamente alla portata di milioni di persone: basta impegnarsi a ridurre trasporti, rifiuti e imballaggi, sperimentare la facilità di alcune forme di auto-produzione (pane, formaggio, detersivi), scoprendo il piacere di nuovi stili di vita che permettono, da subito, di risparmiare denaro, ridurre l’inquinamento e, in definitiva, vivere meglio.

Il nuovo libro di Pallante, autore di numerose opere sulla Decrescita, rappresenta un ulteriore sforzo per comunicare l’elementare verità alla base di questa filosofia: «Perseguendo questi obiettivi, la Decrescita Felice corregge le storture del nostro modello economico e indica la via per un’altra dimensione del benessere». Un mondo meno inquinato e una società più umana: «Non è un’utopia, ma una nuova vita. Che possiamo cominciare già da oggi». Riscoprendo, senza remore, la parola “felicità”. Ingrediente magico, capace di restituire al mondo quello gli è stato tolto: il futuro.

(Maurizio Pallante, “La felicità sostenibile” – Filosofia e consigli pratici per consumare meno, vivere meglio e uscire dalla crisi; Rizzoli, 212 pagine, 16 euro).

Fonte: il blog di Marco Boschini

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Lo so: la prima e più normale obiezione riguarda la difesa dei posti di lavoro e la difficoltà di “riciclare” le competenze. Non nego che sia un aspetto difficile, ma con questo criterio allora non facciamo alcunché contro le fabbriche che producono armi e le industrie chimiche, tanto per citarne solo un paio. Per tutelare i lavoratori. Ma ai lavoratori stessi (che prima di tutto sono individui), al loro benessere, al loro futuro, ai loro figli chi ci pensa? Il PIL? elena

GAZA: il Free Gaza Movement non abbandona

PUBLIC ADVISORY

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25 June 2009, LARNACA – This is not the statement we in the Free Gaza Movement intended to release today. We had hoped to announce that our two ships, the Free Gaza and the Spirit of Humanity, departed from Larnaca Port on a 30-hour voyage to besieged Gaza, carrying human rights activists who have travelled to Cyprus from all across the world for this journey, 3 tons of medical supplies, and 15 tons of badly needed concrete and reconstruction supplies.

Nobel peace laureate Mairead Maguire, returning for her second trip to Gaza aboard one of our ships, said “[The people of Gaza] must know that we have not and will not forget them.”

That was our hope, but that is not what happened.

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Instead, our ships were not given permission to leave today due to concerns about our welfare and safety. Our friends in Cyprus tell us that the voyage to Gaza is too dangerous, and they are worried we will be harmed at sea.

Cyprus has been a wonderful home for the Free Gaza Movement over these last 10 months. Cypriots know first hand the terrible consequences of occupation. They too know what it is to suffer from violence, injustice, and exile. Since our first voyage to break through the siege of Gaza, the Cypriot authorities have been extremely helpful and understanding of our goals and intentions.

The journey to Gaza is dangerous. The Israeli navy rammed our flagship, the Dignity, when we attempted to deliver medical supplies to Gaza during their vicious assault in December/January. Israel has previously threatened to open fire on our unarmed ships, rather than allow us to deliver humanitarian and reconstruction supplies to the people of Gaza.

The risks we take on these trips are tiny compared to the risks imposed every day upon the people of Gaza.

The purpose of nonviolent direct action and civil resistance is to take risks – to put ourselves “in the way” of injustice. We take these risks well aware of what the possible consequences may be. We do so because the consequences of doing nothing are so much worse. Anytime we allow ourselves to be bullied, every time we pass by an evil and ignore it – we lower our standards and allow our world to be made that much harsher and unjust for us all.

In addition to the concerns expressed by our Cypriot friends today, the American consulate in Nicosia warned us not to go to Gaza, stating that:

“…[T]he Israeli Foreign Ministry informed U.S. officials at the American Embassy in Tel Aviv that Israel still considers Gaza an area of conflict and that any Free Gaza boats attempting to sail to the Gaza Strip will “not be permitted” to reach its destination.”

Former U.S. Congresswoman & presidential candidate Cynthia McKinney responded to this warning by pointing out that, “The White House says that cement and medical supplies should get into Gaza and that’s exactly what we are attempting to take to Gaza.”

“Instead of quoting Israel policy to us,” McKinney continued, “…the U.S. should send a message to Israel reiterating the reported White House position that the blockade of Gaza should be eased, that medical supplies and building materials, including cement, should be allowed in. The Free Gaza boats should be allowed to reach their destination, traveling from Cyprus territorial waters, through international waters, and straight into Gaza territorial waters.”

“The State Department has chosen to advise us to take the Israeli notification seriously.  Our question is, `Can we take President Obama seriously?´  Will he stand by his own words and allow us to provide relief for Gaza or will he back down?”

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Tomorrow we will deliver a waiver, signed by all going to Gaza, that we absolve Cyprus of all responsibility for our safety. We would like to tell our friends here in Cyprus that though we understand and appreciate their concerns, we will not back down to Israel´s threats and intimidation.

Fonte: FreeGaza


Politkovskaia, ricomincia il processo agli stessi imputati

Politkvoskaia, nessun colpevole Al processo di Mosca tutti assolti

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Riparte da zero ma con gli stessi tre imputati il processo per l’omicidio della giornalista russa Anna Politkvoskaia. La Corte Suprema ha annullato la sentenza di assoluzione pronunciata dal Tribunale di Mosca in Febbraio. Tornano alla sbarra l’ex dirigente della polizia moscovita Serghei Khadzhikurbanov, accusato di aver organizzato il delitto, e i fratelli Mahmu.dov, presunti pedinatori della giornalista.

“Il caso verrà rimesso nuovamente alla Corte per un nuovo giudizio- afferma l’accusa- Ci sarà una nuova sentenza emessa da un nuovo giudice ed una nuova giuria”. “Vogliamo dire quello che crediamo sia ultile a spiegare la nostra posizione sul piano legale- spiega la difesa – il verdetto non è cancellato anche se non piace alla Suprema Corte. Sapevamo che questo sarebbe successo il giorno stesso in cui è stato pronunciato.

Ora si torna in aula nel tentativo di provare le responsabilità per un omicidio di cui non c‘è alcuna traccia del mandante.

Anna Politkovskaia venne uccisa nell’ottobre del duemilasei a Mosca mentre rincasava. Giornalista del quotidiano indipendente Novaja Gazeta, è il simbolo della lotta per i diritti umani in Cecenia. Ha raccontato la guerra condotta dal Cremlino contro i separatisti, le esecuzioni sommarie e gli abusi dell’esercito russo sulla popolazione civile.

Fonte: Euronews

Droghe, la svolta dell’Onu: “La repressione ha fallito”

Il Rapporto Unodc: “Meno impegno della polizia con gli utenti, più sforzo con i trafficanti”
L’agenzia ammette che per la pubblica opinione “il controllo sugli stupefacenti non funziona”

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Droghe, la svolta dell'Onu "La repressione ha fallito"

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Un secolo di repressione non è bastato: a cent’anni dalle prime misure contro l’uso di stupefacenti è arrivato il momento di ragionare sulle possibili alternative. Lo chiede in modo aperto l’Ufficio dell’Onu su droga e crimine, ponendo l’accento, per la prima volta da quando è stato fondato, sulla necessità di modificare l’approccio al problema. Serve “meno impegno della polizia con gli utenti, più sforzo con i trafficanti”, si legge nella prefazione firmata dal direttore Antonio Maria Costa.

Con le inevitabili prudenze del suo ruolo, l’agenzia “apre” all’ipotesi di politiche diverse dal carcere per i tossicodipendenti. “La droga continua a essere una minaccia per la salute”, si legge nelle prime righe del rapporto 2009 Unodc, e viene ribadito che “legalizzare le droghe sarebbe un errore storico”. Ma è come se lo studio mettesse le mani avanti, per poi avanzare riflessioni più “rivoluzionarie”, tanto che l’Huffington Post arriva a titolare con entusiasmo: “L’Onu sostiene la depenalizzazione”. L’agenzia ammette persino che per la pubblica opinione “il controllo delle droghe non sta funzionando”. Esaminando con un’inedita apertura le ragioni portate dagli antiproibizionisti, l’Unodc rivendica a sé l’allarme per i grandi incassi che i divieti portano alla criminalità organizzata e sottolinea: “Questi sono argomenti validi”.

Secondo Costa, la soluzione è elementare: “Più controllo sul crimine, ma senza diminuire i controlli sulla droga”. Poche righe più avanti si ribadisce l’esigenza della “tutela della salute dei tossicodipendenti”, insistendo sulla necessità di combattere il traffico, invece che reprimere il consumo.

Antonio Maria Costa ribadisce che il compito della sua agenzia è quello di tutelare allo stesso tempo salute e sicurezza. L’Unodc pone un “doppio NO”: no alle droghe, no al crimine. “Il crimine organizzato”, scrive il direttore, “non scomparirà con la legalizzazione della droga”: per tenere in vita le mafie bastano altri traffici.

L’ipotesi di una “raccomandazione” delle Nazioni unite ai paesi membri, simile alla campagna contro la pena di morte, non sembra praticabile: “È una decisione che spetta alle singole nazioni”, dice Costa al telefono, ribadendo poi che “per l’Onu i reati legati agli stupefacenti non vanno considerati delitti capitali”. In sostanza, sono tre le osservazioni da fare: la prima, riguarda le campagne d’ordine che chiedono di punire con il carcere chi viene sorpreso con uno spinello. “È come mandare un giovane all’università del crimine”, dice il direttore dell’Unodc, “con il rischio di rendere irreversibile una tendenza che ancora può cambiare”.

Costa critica anche “le legislazioni che impongono pene troppo severe, poi non applicate”. E l’abitudine a cambiare prospettiva – e leggi – su base politica. “La dipendenza è una malattia. E non esistono terapie di destra o di sinistra per cancro e diabete”. L’allusione è a molti governi occidentali: da quello Usa a quello italiano, che nel 2006 ha cancellato la distinzione fra sostanze “leggere” e “pesanti”. Ma soprattutto a quello di Gordon Brown, che sulla base di valutazioni elettorali voleva spostare la cannabis nell’elenco delle sostanze più pericolose, ignorando platealmente le raccomandazioni degli scienziati, dallo stesso premier mobilitati sull’argomento.

Fonte: la Repubblica

Windows 7 tra upgrade, prezzi e scadenze

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Roma – Con l’avvicinarsi del debutto sul mercato di Windows 7, ormai a soli quattro mesi di distanza, Microsoft si appresta a terminare il programma di valutazione pubblico della Release Candidate, avviato all’inizio dello scorso maggio. Nel frattempo sono emersi nuovi dettagli sulle confezioni, le versioni di aggiornamento e i prezzi di Seven.

Come sintetizzato in questo post, il programma di aggiornamento di Windows 7, chiamato Windows Upgrade Option, inizierà oggi 26 giugno e terminerà il 31 dicembre 2010: in questo arco di tempo chi acquisterà un’edizione Home Premium, Business o Ultimate di Windows Vista, o un PC con una di queste versioni pre-installata, dovrebbe avere diritto a ricevere una versione equivalente di Windows 7 al solo costo delle spese di spedizione/gestione.

“Per chi acquista una scatola sarà sufficiente andare sul sito Microsoft e seguire passo passo le istruzioni. Per chi compra un PC potrà recuperare nella scatola stessa del PC un flyer riportante le istruzioni; qualora non esistesse si può comunque fare riferimento al sito del produttore”, spiega in questo post Lorenza Poletto, Windows Client Consumer di Microsoft Italia. “Ci sarà un piccolo costo per le spese di gestione pratica e spedizione da sostenere, variabile da produttore a produttore”.

Maggiori informazioni sull’aggiornamento a Windows 7 saranno pubblicate nelle prossime ore sui siti www.microsoft.it/riceviwindows7 e windows7upgradeoption.com.

Ieri Microsoft ha anche annunciato che in Europa le versioni aggiornamento di Windows 7 non saranno disponibili: in altre parole, gli utenti potranno acquistare esclusivamente le versioni complete, che come tradizione richiedono un’installazione da zero. BigM ha giustificato questa “anomalia” con il fatto che nei paesi europei il suo nuovo sistema operativo sarà privo di Internet Explorer, e pertanto non potrà essere utilizzato per aggiornare una copia di Windows XP o Vista comprensiva di IE.

La mancata disponibilità di versioni aggiornamento di W7 va ad aggiungersi ad un altro importante effetto collaterale che la controversa versione “E” di Windows 7 (quella senza IE8) sembra destinata a portarsi dietro: la difficoltà, per l’utente, di accedere al Web per scaricare IE o un qualsiasi altro browser.

Nonostante la mancanza di versioni upgrade, il programma di aggiornamento di Microsoft sarà valido anche in Europa: l’unica differenza è che gli utenti riceveranno una copia full del sistema operativo. Oltre a ciò, per non creare disparità con gli utenti di altre zone geografiche, dal 22 ottobre 2009 al 31 dicembre 2009 le versioni full di W7 avranno lo stesso costo di quelle upgrade. Di fatto, dunque, gli utenti europei che si avvarranno della Windows Upgrade Option entreranno in possesso di un prodotto di maggior valore: il rovescio della medaglia, come si è detto, è che non sarà possibile recuperare una precedente installazione di Windows, ma si sarà costretti a re-installare il sistema operativo da zero. A tale proposito, tuttavia, Microsoft ha promesso di fornire ai propri utenti dei tool che possano aiutarli nell’aggiornamento.

“Sono stati migliorati dei tool già esistenti, in particolare lo User State Migration Tool (USMT) che con la versione 4.0 consentirà di fare una clean install con mantenimento dei dati e delle impostazioni degli utenti”, ha spiegato a Punto Informatico Renato Francesco Giorgini, evangelist IT pro di Microsoft Italia. “In pratica quello che avviene è questo: invece di formattare il disco, il setup scava intorno ai file e ai documenti dell’utente cancellando tutte le altre cartelle (di sistema, dei programmi ecc.). Poi riempie lo spazio vuoto con i nuovi file di sistema e collega i vecchi file dell’utente al nuovo sistema operativo”.

USMT è parte del Microsoft Deployment Toolkit 2010, software recentemente rilasciato in versione beta.

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Fonte: Punto Informatico