Archivio | luglio 1, 2009

Caso Bianzino: rinviata l’udienza preliminare

È stata rimandata al 14 luglio l’udienza preliminare sulla morte di Aldo Branzino fissata per oggi presso il Tribunale di Perugia. Il Gip doveva decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per omissione di soccorso della guardia carceraria in servizio durante la notte in cui Aldo morì. Aldo fu trovato morto il 14 giugno del 2007 nel carcere perugino di Capanne, a due giorni dall’arresto per possesso di alcune piantine di canapa indiana. Da quel momento amici e familiari [la sua compagna, arrestata con lui, è morta qualche giorno fa] non si sono mai arresi all’idea di morte naturale. Il 17 ottobre hanno chiesto l’iscrizione nel registro degli indagati del personale in servizio nella sezione del carcere di Capanne la notte in cui morì Aldo, una perizia medico-legale che sgomberi il campo da equivoci e stabilisca le cause della morte, accertamenti sui tabulati
telefonici degli agenti di turno e un’analisi dei filmati delle telecamere a circuito chiuso.

Fonte: Osservatorio sulla Repressione

.

OSSERVATORIO sulla REPRESSIONE

Gaza, Spirit of Humanity: aggiornamenti

Conferenza stampa

.

Journalists’ House
12 CyBC (RIK) Avenue
Aglantzia, Nicosia 2120, Cyprus
1 luglio 2009, ore 17:00 – 17:30

.

out-of-port

.

Aggiornamenti sui passeggeri sequestrati, sulla barca requisita, e sul diritto di TUTTI di vedere un avvocato.

Larnaca, 1 Luglio 2009 – Ieri, la Marina Israeliana ha abbordato la barca del Free Gaza Movement , SPIRIT OF HUMANITY e sequestrato i 21 attivisti per i diritti umani, volontari e attivisti per la solidarietà mentre si recavano a Gaza. Fino ad oggi, nessuno di loro ha avuto il diritto di vedere un avvocato nonostante questi ultimi si siano reacati al centro di detenzione per incontrarli.

Il  Free Gaza Movement chiede il loro rilascio e il rilascio della barca, situata in acque internazionali al largo della costa di Gaza, come mostra chiaramente il nostro localizzatore SPOT.

Ancora più importante: ventuno internazionali possono apparire su testate di giornali. Cosa accade invece agli 11.000 Palestinesi che languiscono in prigione, molti di loro sotto tortura. Vi aggiorneremo sullo stato dei passeggeri sequestrati e sulla nostra barca requisita, ma chi farà lo stesso per i Palestinesi e le loro barche?

Insistiamo sul fatto che Israele deve smettere di interferire con i nostri viaggi a Gaza, perchè non ne hanno il diritto, nè legale nè morale, di continuare un assedio che punisce collettivamente 1,5 milioni di Palestinesi.

La nostra richiesta è che i passeggeri siano in grado di risalire a bordo della barca e continuare il viaggio fino al porto di Gaza, così possono consegnare il materiale da ricostruzione e umanitario che abbiamo caricato e che è stato ispezionato dalle autorità Cipriote.

Fonte: Free Gaza Movement

– – –

Pirateria di stato, « Spirit of Humanity » del Free gaza dirottata da navi da guerra israeliane. Rapiti passeggeri. Oggi, rilasciati 2 su 21.

Gaza – Infopal, mercoledì 1° luglio.

Rilasciati due dei 21 passeggeri di “Spirit of Humanity” sequestrati ieri dalla Marina israeliana.

.

.

Da tutto il mondo stanno giungendo a Israele proteste contro il rapimento dell’equipaggio e della delegazione di attivisti internazionali.

In un comunicato stampa di cui Infopal.it ha ricevuto una copia, il Comitato popolare contro l’assedio ha dichiarato che l’occupazione ha rilasciato due passeggeri dei 21 sostenitori della barca.
Il portavoce del Comitato popolare ha rivelato che una dei passeggeri è stata trasferita in ospedale a seguito dell’attacco di pirateria del commando israeliano contro l’imbarcazione.

Fonte: InfoPal

– – –

Sempre da InfoPal apprendiamo che i prossimi 6 e 7 luglio una delegazione ONU continuerà la raccolta di testimonianze dei sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso – la notizia completa è qui


Che c’entrano i bambini con la “giustizia” dei grandi?

Bambini prigionieri torturati con elettro-shock

.

Cisgiordania – Infopal. L’Associazione dei prigionieri palestinesi ha accusato Israele di commettere nuovi crimini contro i minori detenuti. Tali torture prevedono anche l’uso di elettro-shock e percosse brutali.

L’associazione ha reso noto, tra gli altri, il caso di Hamza Al-Za’aol, un minorenne sequestrato a maggio con l’accusa di “aver lanciato pietre”: le autorità di occupazione hanno usato l’elettro-shock nella prigione di Etzion, dove è detenuto.

Il numero di minori rapiti dall’inizio del 2009 è salito a 443, rispetto ai 14 dell’anno scorso.

Fonte: InfoPal

– – –

Afghanistan: Maryam schiacciata dai volantini della NATO

.

Una bimba di cinque anni schiacciata da un pacco di volantini della Nato. Il racconto da fonti mediche dell’ospedale di Emergency

Afghanistan, Lashkargah

Maryam ha 5 anni. E’ nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr. Ma poi la sua famiglia, nella speranza di fuggire dalla miseria, è emigrata nella provincia meridionale di Helmand, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. La casa di Maryam è una baracca, dove abita assieme ai suoi genitori, Mohammed Tahir e Qamar Gull, al nonno, allo zio, ai suoi quattro fratelli e alle sue due sorelle. Alle tre di mattina del 27 giugno, tutti sono stati svegliati dalle urla della piccola Maryam, schiacciata sotto uno scatolone da venti chili pieno di volantini informativi delle forze di occupazione Nato, lanciato da tremila piedi di altezza. Normalmente questi contenitori si aprono durante la caduta lasciando piovere il loro contenuto. Ma questa scatola, evidentemente, era difettosa. Verso le cinque di mattina, Maryam, accompagnata dal padre, è arrivata nell’ ospedale di Emergency, a Lashkargah. “Era in stato di shock, con un trauma da schiacciamento della regione addominale e una vastissima ferita dei tessuti molli di tutta l’area genitale”, riferiscono fonti mediche dell’ospedale di Emergency. Immediatamente assistita e operata, le hanno trovato una grave frattura pelvica, vagina, retto e ano distrutti e danni all’uretra. “Viene operata di laparotomia, le viene fatta una colostomia (per defecare dalla pancia, ndr) e diverse trasfusioni visto che aveva perso moltissimo sangue. Oggi, tre giorni dopo, è stata riportata in sala operatoria per un’ulteriore pulizia delle ferite. Il 3 luglio dovrebbe subire un ulteriore intervento, e la storia credo si ripeterà per parecchi giorni a venire”, aggiunge la fonte medica. Maryam ha ripreso conoscenza il secondo giorno di degenza. Da allora brontola continuamente perché vuole l’acqua da bere. Il suo viso è perennemente crucciato in una smorfia di rabbia. In effetti non è piacevole svegliarsi di botto alle 3 di mattina con un pacco da venti chili che ti piomba addosso e ti apre l’addome spaccandoti le ossa… Quale futuro avrà questa bimba senza più organi genitali in un Paese come l’Afghanistan?

Fonte: PeaceReporter

Croce Rossa: 1 milione e mezzo a Gaza in preda alla disperazione.

.

Gaza. La Croce Rossa internazionale ha riferito oggi che, a sei mesi dall’offensiva israeliana su Gaza, un milione e mezzo di palestinesi della regione vivono ancora nella miseria, e non sono quindi in grado di rimettere in sesto le proprie vite e i propri averi.

Secondo l’organizzazione, inoltre, lo stretto assedio e le restrizioni israeliane sulla Striscia di Gaza stanno bloccando gli sforzi internazionali volti a ricostruire gli edifici, nonostante 4 milioni e mezzo di dollari Usa siano stati destinati allo scopo.

La Croce Rossa ha spiegato infatti che nella regione mancano risorse mediche di base, che le infrastrutture sono in rovina e che i rifornimenti d’acqua sono irregolari, mentre il sistema fognario è sull’orlo del collasso. Per questo motivo, viene chiesto a Israele di permettere l’importazione di pezzi di ricambio, tubi, materiale da costruzione e altre risorse base.

Ha poi ricordato che i pazienti di Gaza non ricevono le cure mediche necessarie, dal momento che l’assedio ha svuotato gli ospedali delle attrezzature e dei farmaci principali. I bombardamenti israeliani sulla centrale energetica di Gaza e le ripetute interruzioni dell’elettricità, dovute alle carenze di carburante per far funzionare i generatori, hanno causato ulteriori sofferenze e limitato la funzionalità degli ospedali e dei centri medici.

Centinaia di pazienti sono morti a Gaza. Altre centinaia versano in condizioni critiche, ma Israele impedisce ancora il loro trasferimento in Egitto o in altri luoghi.

La Croce Rossa ha anche riportato che i tassi di povertà locali hanno raggiunto livelli allarmanti, e che sempre più bambini soffrono di malnutrizione.

L’organizzazione internazionale collega la situazione di Gaza all’ininterrotto assedio e alle tre settimane di offensiva israeliana dell’inizio di quest’anno, nella quale almeno 1.417 palestinesi, tra cui 936 civili, furono uccisi, e migliaia rimasero feriti.

Dalla parte israeliana, dieci soldati persero la vita a Gaza e tre coloni furono uccisi dal fuoco palestinese diretto contro gli insediamenti sionisti intorno alla città.

Oltre a questo, migliaia di palestinesi hanno perso la propria casa, e sono tuttora dei senzatetto.

I dati riassumono la situazione, mostrando che la percentuale di residenti a Gaza al di sotto della soglia della povertà supera ormai il 70%, dal momento che il reddito medio mensile di una famiglia non raggiunge i 180€.

Fonte: InfoPal


Pechino, la censura ci ripensa (per ora)

rampini

.

Alla fine la scadenza ultimativa di questo primo luglio è stata cancellata: i produttori mondiali di computer non sono più obbligati a vendere entro oggi solo dei pc dotati del software Diga Verde (vedi post di ieri), cioè il filtro censorio elaborato da una società cinese legata alle forze armate. Quel filtro, ufficialmente progettato per impedire l’accesso a siti pornografici, in realtà blocca anche la navigazione su siti sgraditi al regime per ragioni politiche.

Che cos’ha pesato di più sul governo di Pechino per indurlo a questo ripensamento?

Le proteste ufficiali dell’Amministrazione Obama contro una misura palesemente protezionista? L’appello congiunto di tutti i big dell’informatica mondiale, anch’essi convinti che la legge li avrebbe messi in svantaggio verso la concorrenza cinese (i produttori locali hanno avuto più tempo per studiare e integrare il software Diga Verde)? Le proteste diffuse all’interno della stessa Cina, nel popolo dei blogger  e con la clamorosa iniziativa di un gruppo di avvocati?

E’ difficile rispondere. Di certo il dietrofront sembra rivelare che all’interno della leadership cinese non c’era una compattezza totale su quel progetto.

Questo è un caso classico in cui vengono in contraddizione le due anime della Cina attuale: da una parte l’autoritarismo politico, d’altra parte l’indubbia volontà di questa classe dirigente tecnocratica di favorire la modernizzazione (è la ragione per cui la diffusione di Internet è sempre stata voluta e incoraggiata come uno strumento tecnologico al servizio della competitività globale).

Ma attenzione, l’ala dura può sempre tornare alla riscossa. Questo è un anno in cui la nomenklatura è nervosa, per l’accavallarsi di pericoli e date cruciali.

Sono state superate con successo le due ricorrenze più delicate della primavera: i 50 anni della fuga del Dalai Lama, e i 20 anni dal massacro di Tienanmen. E’ stata tamponata, finora, la crisi sociale provocata dalla recessione mondiale.

Resta la data del primo ottobre, 60esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare, un’altra scadenza che provocherà momenti di irrigidimento e di tensione, per il timore che qualcuno voglia “disturbare” le celebrazioni.

Fonte: http://rampini.blogautore.repubblica.it/2009/07/01/?ref=hpsbsx

La stampa irlandese: “Estate calda per Berlusconi”

Sull’Irish Times lungo reportage sul caso Lario, con nuove domande
“Cosa farà la Chiesa cattolica? E i leader del G8 sono al sicuro?”

.

La stampa irlandese: "Estate calda per Berlusconi"

.

LONDRA – Sarà “una lunga estate calda e turbolenta”, quella che aspetta Silvio Berlusconi, nonostante l’apparente ottimismo con cui il presidente del Consiglio affronta gli scandali della sua vita privata. La previsione è dell’Irish Times, il principale quotidiano irlandese, cioè della nazione più cattolica d’Europa. E le critiche rivolte da giornali ed esponenti della Chiesa cattolica al premier italiano sono tra le ragioni citate dal giornale di Dublino per sostenere che i guai per lui sono tutt’altro che finiti.

La lunga inchiesta di Paddy Agnew, inviato del giornale della repubblica d’Irlanda, si apre con una serie di citazioni da interviste concesse da Patrizia D’Addario, la escort che ha trascorso una notte con Berlusconi, e con Barbara Montereale, la giovane donna che era con lei a Palazzo Grazioli per parte della serata: l’Irish Times si sofferma sui particolari del “grande letto” su cui il premier invita la D’Addario ad attenderlo e sul commento fatto da Berlusconi al telefono con lei, il mattino seguente, quando sente che Patrizia ha la voce roca, “strano, non ho sentito urla ieri notte”. Conversazioni piccanti che l’opinione pubblica irlandese solitamente non legge sulle prime pagine dei quotidiani d’informazione, specie se messe in bocca al primo ministro di un grande paese cattolico europeo.

Quindi l’articolo cita un modo di dire irlandese che si può tradurre più o meno così: niente scatena l’inferno come una donna arrabbiata. “E di donne arrabbiate, in questa storia, ce ne sono ben due”, scrive Agnew. La prima è Veronica Lario, la moglie di Berlusconi, che ha chiesto il divorzio perché umiliata dal comportamento del marito, dopo la partecipazione di lui alla festa per il 18esimo compleanno di Noemi Letizia, affermando che il premier va “con minori”, che ha “problemi” e che ha bisogno di “aiuto”. La seconda donna arrabbiata è Patrizia D’Addario, che dopo avere ricevuto 1000 euro per una serata a Palazzo Grazioli in cui non si era fermata a dormire (metà dei 2 mila pattuiti con Gianpaolo Tarantini, colui che l’accompagnava, nel caso si fosse invece fermata fino al mattino), non ha voluto niente in occasione della seconda volta che è andata a far visita a Berlusconi, quando secondo il suo resoconto ha avuto rapporti sessuali con il leader del Pdl. In cambio, com’è noto, voleva un aiuto a superare problemi burocratici per la costruzione di un residence su un terrenno di sua proprietà in Puglia: aiuto che non è arrivato. E questo l’ha deciso a raccontare tutto.

Commenta l’Irish Times: qualcuno, all’estero, potrebbe pensare che tutto ciò fa solamente parte della “opera buffa” che il premier italiano mette in scena da anni. Ma in Italia restano delle “importanti domande a cui bisogna dare una risposta”. Prima questione: la Chiesa cattolica, dopo 15 anni in cui si è apparentemente rassegnata a dire ai suoi fedeli, “turatevi il naso e votate Berlusconi”, sta forse per cambiare idea e suggerire che è meglio votare per altri leader e partiti? Seconda questione: a una settimana dal summit del G8 all’Aquila, la presenza di prostitute e personaggi attualmente sotto inchiesta della magistratura (come Tarantini) in compagnia del premier, che cosa ci dice sulla sicurezza attorno alle più alte cariche dello stato? Terza domanda: come dice Antonio Di Pietro, con le amicizie che frequenta, è possibile che Berlusconi sia “ricattabile” e in tal caso come può continuare a governare? Quarta: come può premere per il passaggio di una legge che limita le registrazioni telefoniche come strumento di inchiesta giudiziaria, quando proprio su queste si basa il “Barigate”? Quinta: fino a che punto i giornalisti della Rai potranno accettare una sostanziale censura delle notizie sullo scandalo, imposta da vertici legati a Berlusconi? Ecco perché il quotidiano irlandese prevede “una lunga estate calda e turbolenta” per il premier.

La stampa britannica non si occupa stamani dello scandalo nello specifico, dedicando l’attenzione alla sciagura ferroviaria di Viareggio, nel cui ambito tuttavia il Times nota che Berlusconi è stato accolto in città da “fischi” e grida di “buffone”. Al caso Berlusconi dedica un approfondimento un columnist del Financial Timers, Luke Johnson, che è il presidente della rete televisiva privata Channel Four, il quale parte dalle dichiarazioni fatte da un ex viceministro del centro destra secondo cui un leader politico ha bisogno di “molto sesso”, per cui “se Berlusconi non viene soddisfatto sessualmente, governa male”, per ragionare sul più ampio tema del perché uomini potenti vogliono circondarsi di donne giovani, carine e possibilmente nubili o comunque disponibili. La sua tesi: sono uomini che hanno fatto poco sesso e avuto poco successo con le donne da giovani, quando non erano così ricchi e importanti, e quando dovevano pensare solo alla carriera, perciò adesso, che sono anziani, ricchi e potenti, cercando freneticamente di rifarsi del tempo perduto.

Fonte: la Repubblica

tutti comunisti, questi giornalisti esteri… nde

Grazie a Mauro Biani per averci fatto sorridere!

Banche Armate 2009

Luca Kocci – tratto da “La Voce delle Voci”, n.6 giugno 2009 – www.lavocedellevoci.it

.

Triplicati per le banche italiane i compensi di intermediazione sulla vendita di armi all’estero. Abbiamo letto in esclusiva la relazione. Ed ecco i dati.

Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit: sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio di armi. Nulla di illegale – intervengono in operazioni regolarmente autorizzate – ma si tratta evidentemente di attività da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non rendere pubblica la Relazione del ministero dell’Economia e delle Finanze su esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, che invece la Voce ha potuto leggere. E le “banche armate”, sulla scia del grande aumento dell’export di armi made in Italy e sfruttando l’onda lunga dell’aumento delle spese militari sostenuto dal governo di centro-sinistra di Prodi (+ 22%, in due anni), hanno fatto grandi affari, triplicando i «compensi di intermediazione» che hanno incassato dai fabbricanti di armi.

Nel corso del 2008, infatti, sono state autorizzate 1.612 «transazioni bancarie» per conto delle aziende armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano state la metà, 882, per 1.329 milioni). A questi vanno poi aggiunti 1.266 milioni per «programmi intergovernativi» di riarmo (cioè i grandi sistemi d’arma costruiti in collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il cacciabombardiere Joint Strike Fighter – Jsf – per cui l’Italia spenderà almeno 14 miliardi nei prossimi 15 anni), quasi il doppio del 2007, quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di “movimenti” di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa.

La regina delle “banche armate” è la Banca Nazionale del Lavoro (del gruppo francese Bnp Paribas) con 1.461 milioni di euro. Al secondo posto si piazza Intesa-San Paolo di Corrado Passera, già braccio destro di Carlo De Benedetti ed ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851 milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo), per lo più relativi a «programmi intergovernativi»: il cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi sistemi missilistici.
Eppure due anni fa il gruppo aveva dichiarato che, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche», cioè la campagna di pressione alle banche armate, avrebbe sospeso «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma pur consentite dalla legge».

«Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte e avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento e che dureranno ancora a lungo», è la spiegazione che fornisce Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. Anche Unicredit negli anni passati aveva ripetutamente annunciato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere, eppure nel 2008 è stata la terza “banca armata” italiana, con 606 milioni di euro. Nessuna dichiarazione di disimpegno invece da parte della Banca Antonveneta, che lo scorso anno ha movimentato 217 milioni. Mentre piuttosto ambigua è la situazione del Banco di Brescia: nel 2008 ha gestito per conto delle industrie armiere 208 milioni di euro benché il gruppo di cui fa parte dal 1 aprile 2007, Ubi (Unione Banche Italiane), nel suo codice di comportamento abbia stabilito che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all’export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri armamenti quali bombe, mine, razzi, missili e siluri».

«La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca», cioè l’industria armiera, non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato».
Ma i dubbi restano. «Da quando, lo scorso anno, è sparito dalla Relazione il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito – spiega Giorgio Beretta, analista della Rete italiano Dísarmo – è impossibile giudicare l’operato delle singole banche. Senza quell’elenco, infatti, i loro codici di comportamento non sono comprovati dal riscontro ufficiale che solo la Relazione del governo può fornire».

Fonte: Disinformazione

ActionAid: aiuti alla cooperazione al minimo storico, Iraq e Nigeria i primi beneficiari

“La Finanziaria 2009 ha autorizzato un taglio del 56% sulle risorse gestite dal Ministero degli Affari Esteri che hanno toccato i livelli minimi dal 1997. E’ indispensabile che il Consiglio dei Ministri approvi un piano per il riallineamento europeo dell’aiuto italiano o il nostro paese si presenterà alla guida del G8 di luglio con delle pessime credenziali”. Lo ha affermato Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid, presentando ieri a Roma il IV Rapporto sulla cooperazione italiana dal titolo “L’Italia e la lotta alla povertà nel mondo – Dare credito alla ripresa” (in .pdf). “Il piano dovrebbe consentire al nostro paese di centrare l’obiettivo dello 0,7% del PIL da destinare alla cooperazione entro il 2015. Per essere realmente credibile, il piano dovrebbe inoltre prevedere disposizioni normative volte a destinare automaticamente parte delle entrate alla cooperazione allo sviluppo” – ha aggiunto De Ponte.

“Il taglio della Finanziaria 2009 ha assestato un colpo al processo di miglioramento della cooperazione e che non serve a risanare il bilancio nazionale. Per il 2009, i dati del Ministero degli Esteri e le stime della Commissione europea indicano che l’aiuto italiano sarà lo 0,13-0,16% del PIL. E’ necessario ripensare le scelte fatte dall’inizio della legislatura e dare credito alla cooperazione non solo per un concreto rilancio della stessa e del ruolo dell’Italia nella comunità internazionale, ma anche e soprattutto per contribuire allo sforzo complessivo di limitare gli effetti della crisi sui paesi più vulnerabili, che andrebbe a vantaggio anche dell’Italia” – ha concluso De Ponte.

“La spinta data dalla precedente Legislatura (del Governo Prodi – ndr) alla lotta alla povertà, anche in termini finanziari, ha fatto fare notevoli passi avanti alla cooperazione allo sviluppo” – sottolinea il comunicato di ActionAid. Molto però rimane ancora da fare per permettere al nostro paese di allinearsi con gli sforzi dei Partner Europei e del G8″. La presentazione del rapporto ha voluto essere l’occasione da un lato per dare credito al Governo italiano e dall’altro per spronare lo stesso a dare credito alla cooperazione come mezzo per accelerare l’uscita dalla recessione globale.

Nel corso degli ultimi mesi ActionAid ha ripetutamente denunciato i tagli operati dal governo Berlusconi ai fondi destinati alla cooperazione internazionale (APS) che quest’anno per la prima volta dal 1997 vedrà il Ministero degli Esteri destinare risorse inferiori a quelle raccolte dalle sole Ong. “A meno di un ripensamento, la riduzione programmata delle risorse finanziarie porterà all’ulteriore ridimensionamento della politica pubblica di cooperazione allo sviluppo, trasformandola in un elemento residuale per la quale lo sforzo di rilancio, o quello parlamentare per assicurarne la riforma, non varranno l’impegno” – si legge nel Rapporto (pg.5).

Dalle interessanti Tabelle (in .pdf) allegate al Rapporto si apprende (si veda Tabella 7) che i due paesi ai quali il Governo ha destinato più fondi di aiuti pubblici (APS) sono l’Iraq (483 milioni di dollari) e la Nigeria (382 milioni): due paesi dove l’Italia ha forti interessi legati al petrolio.

“Secondo uno studio commissionato da ActionAid, che valuta la relazione dei flussi d’aiuto con alcune caratteristiche dei paesi partner, la politica di allocazione di aiuto italiana è legata agli interessi economici nazionali più che dai bisogni del paese”. Continuano inoltre a ricevere maggiore aiuto le ex-colonie, meglio se povere e scarsamente popolate, e in generale i paesi con cui si intrattengono maggiori rapporti commerciali, anche se – nota ActionAid – “rispetto al passato cresce l’attenzione per la situazione democratica presente in loco”. Ma – nota l’associazione, “la cooperazione italiana non sembra tener conto del grado di corruzione nella scelta dei paesi partner”.

Infine “le scelte di politica estera spesso modificano e sconfessano le programmazioni della cooperazione. Il Trattato di cooperazione Italia-Iraq (in .pdf) e, forse, quello Italia-Libia aumenteranno consistentemente le risorse a favore della regione Mediterraneo e Medio Oriente. Così come la possibilità di accelerare l’approvazione e gestione di interventi di aiuto in paesi che hanno stipulato “accordi di rimpatrio o di collaborazione nella gestione dei flussi dell’immigrazione clandestina“, riorienterà la scelta della priorità della cooperazione su criteri di politica interna e non su considerazioni di equità e prevalenza di povertà.

Giorgio Beretta, da unimondo

Unimondo logo

Timidi segnali di ripresa per moda e lusso dopo un anno durissimo

Una giornata fitta di incontri, interventi e spunti di riflessione: il Luxury Summit che si è tenuto martedì nella sede milanese del Sole 24 Ore ha riunito i professionisti dei settori moda e lusso per confrontarsi sui «nuovi orizzonti del mercato del lusso», un mercato che vale circa 180 miliardi di euro, ma previsto in calo del 10% quest’anno. E che sta soffrendo anche in Italia. Hanno aperto i lavori Mario Boselli, presidente della Camera della moda, e Beppe Angiolini, presidente della Camera italiana buyer.

«Nell’ultimo periodo abbiamo avuto qualche timido segnale di ripresa economica – ha spiegato Borselli – Ma non bisogna dimenticare che da gennaio 2008 ad aprile di quest’anno il settore italiano della moda ha perso 43.600 addetti che superano quota 50mila tenendo conto della cassa integrazione». Beppe Angiolini ha sottolineato che i buyer italiani «dovrebbero comprare più made in Italy e valutare prospettive e strategie nuove. Adesso servono contenuto, qualità e prezzi rivisti per un consumo più etico e meno esasperato».

Alla tavola rotonda moderata da Paola Bottelli, caporedattore di Luxury24.it, hanno partecipato Francesca Di Carrobio, amministratore delegato Hermes Italia, Sergio Loro Piana, a.d. Loro Piana, Dario Rinero, a.d. Poltrona Frau Group, Carlo Guglielmi, presidente e amministratore delegato di Fontana Arte, e Davide Traxler, a.d. Chopard Italia. «Stiamo affrontando la situazione con molta energia – ha spiegato Francesca Di Carrobio –. Le nostre boutique stanno andando bene perché offriamo un’ampia gamma di prodotti con fasce di prezzo da 100 a 150mila euro che possono accontentare diverse fasce di pubblico, compresi i giovani, un target sul quale stiamo puntando».

Sulla clientela fidelizzata conta Loro Piana, un’azienda interamente verticalizzata, che ha una divisione tessuti e una prodotto finito, oltre a una rete di negozi propri. «Da una nostra analisi per segmentare la clientela è emerso che abbiamo un elevato tasso di fedeltà anche se magari abbiamo perso clientela aspirazionale – commenta l’a.d. Sergio Loro Piana –. Inoltre il 93% dei nostri clienti è in anagrafica. Certo è che quando la crisi finirà non tornerà tutto come prima. I nuovi parametri che guideranno le scelte di acquisto dei consumatori saranno durata, eco-compatibilità, innovazione e made in Italy. E il lusso non sarà più sinonimo di superfluo, ma di qualità».

«Si stanno delineando tre tendenze di mercato che implicano cambiamenti nelle aziende – sostiene Dario Rinero, a.d. di Poltrona Frau group –: i consumatori spingono sulle fasce alte o basiche, per esempio si vola low cost ma poi si cena in un ristorante top; si concentrano su prodotti icona e cercano più attenzione e servizio da parte nostra nei negozi». Design, ricerca e alta qualità è quello che il nostro sistema industriale fatto di Pmi è in grado di offrire, ha aggiunto Carlo Guglielmi, presidente e a.d. di FontanaArte. Di acquisti, mancati però, ha parlato Davide Traxler, a.d. di Chopard Italia: «Il prodotto che sta soffrendo di più è quello di prezzo superiore ai 500mila euro e la fascia sotto i 10mila, mentre tiene la fascia media tra i 15mila e i 40mila euro. Il nostro compito adesso è capire come motivare i consumatori a comprare».
Al Luxury Summit si è poi parlato di lusso e finanza, con gli interventi di Giovanni Poggio, partner di PricewaterhouseCoopers, e Riccardo Bruno, senior partner fondo Clessidra. «Negli ultimi quattro anni il settore del private equity è stato caratterizzato, a livello globale, da una significativa crescita sia di operazioni sia di totale investito – ha spiegato Poggio –. Nel 2005 si registrarono 281 operazioni per un totale di 3,065 miliardi di euro, nel 2008 siamo passati a 372 operazioni per 5,458 miliardi, con una crescita media del 38,6%. In un momento come questo, dove stiamo ancora facendo i conti con lo scoppio della bolla finanziaria e il credit crunch, il ruolo del private equity è destinato a diventare sempre più importante. Anche perché, oltre alla liquidità, i fondi offrono capacità manageriali e di analisi particolarmente utili in momenti difficili».

«Come Clessidra investiamo in molti settori, anche perché la diversificazione del portafoglio investimenti è buona regola per tutti, piccoli e grandi risparmiatori o investitori – ha aggiunto Riccardo Bruno –. La moda e il lusso hanno le loro specificità, e per questo abbiamo esperti dedicati quando facciamo operazioni nel settore. Quanto al problema, a volte sollevato, del conciliare la durata tipica dell’investimento di un fondo con i tempi di sviluppo dei brand della moda, che si misurano in unità molto più lunghe, si tratta di trovare il giusto equilibrio».
Di strategie globali nel retail ha parlato Stefano Bernasconi, fashion & luxury leader global business services Ibm, che ha presentato una serie di dati poi discussi con Bruna Casella, vicepresidente Camera italiana buyer, Fabio Foschi, amministratore delegato Piacenza Cashmere e Tony Gherardelli, Ceo Quintessentially. Di politiche commerciali e diritto antitrust ha discusso Stefano Grassani, partner e responsabile antitrust studio legale Pavia e Ansaldo, mentre Giovanni Grillo, director strategic cost consultino LowendalMasai, si è concentrato sull’ottimizzazione dei costi.

Fonte: il Sole 24ore

Ma di fronte a tante famiglie che non riescono a tirare la fine del mese non si sentono un po’ – almeno un po’ – in imbarazzo, questi signori? Il corsivo è mio…

Colpo di Stato in Honduras: cronaca del terzo giorno.

30 giugno 2009 (orario Honduras)

L’assemblea generale delle Nazioni Uniti approva all’unanimità e per acclamazione il progetto di risoluzione proposta per l’Honduras.
La risoluzione prevede di non riconoscere nessun governo che non sia quello legittimamente eletto di Manuel Zelaya, e ne chiede il suo “immediato rientro”. Riprende la resistenza civile a Tegucigalpa.

Ore 17:50 – Il presidente illegittimo Micheletti avverte che nonostante le pressioni degli organi internazionali non rinunzierà e non permetterà il ritorno di Mel Zelaya.

Ore 17:00 – Il governo nato dal colpo di Stato estende il coprifuoco in Honduras ai prossimi 5 giorni sino a venerdì 3 luglio nella fascia oraria che va dalle 10pm alle 5am.

Ore 16:30 – La commissione Interamericana dei Diritti Umani visiterà il paese centroamericano per valutare eventuali violazioni dei diritti umani commessi dall’esercito e dal governo illegittimo di Micheletti (Si parla di trenta persone desaparecidas, ed un morto accertato).

Ore 16:00 – L’esercito continua a bloccare le strade di accesso alla capitale Tegucigalpa impedendo alla popolazione che manifesta e resiste al colpo di Stato l’accesso alla città.

Ore 15:40 – Anche i BID (Banca interamericana per lo sviluppo) congela il conto hondureño di 200 milioni di dollari.

Ore 13:00 – La resistenza civile che pretende il rientro di Zelaya e che rifiuta il colpo di Stato, torna nelle strade e si mette in marcia per riconquistare pacificamente la piazza della sede presidenziale dopo averla persa ieri in seguito alla repressione militare. I media hondureñi, che appoggiano il colpo di Stato, trasmettono solo la manifestazione pro-Micheletti dalla Plaza Central, mentre continuano a tacere sul rifiuto internazionale al governo golpista.

Ore 12:40pm – Il Congresso golpista, agli ordini di Micheletti, ha emesso un ordine di cattura nei confronti del presidente legittimo Zelaya, minacciando il suo rientro previsto per giovedì.

Ore 12:00pm- Il presidente illegittimo Micheletti dichiara che in Honduras non è in corso un colpo di stato e che l’esercito ha solo fatto rispettare la Costituzione.

Ore 11:30am – La Banca Mondiale annuncia la sospensione del credito di 270 milioni di dollari destinati all’Honduras sino a quando la situazione politica non torni alla normalità.

Ore 11:15 – Zelaya in conferenza stampa annuncia che anche il presidente Ecuadoriano, Rafael Correa, lo accompagnerà giovedì in Honduras.

Ore 11:00am – L’ONU condanna ufficialmente il colpo di Stato in Honduras. L’assemblea generale delle Nazioni Uniti approva all’unanimità e per acclamazione il progetto di risoluzione proposta per l’Honduras. La risoluzione prevede di non riconoscere nessun governo che non sia quello legittimamente eletto di Manuel Zelaya, e ne chiede il suo “immediato rientro”I paesi patrocinatori della risoluzione erano: Antigua e Barbuda, Belize, Bolivia, Cuba, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Nicaragua, Rep. Dominicana, San Vicente y las Granadinas, Brasile, Venezuela, Costarica, Perù, Messico, Cile, Uruguay, Argentina, Paraguay e Siria. Successivamente si aggiungevano anche: Stati Uniti, Canada, Colombia, Capo Verde, Barbados, Guyana e Bosnia Erzegovina.

Ore 10:30am – Anche la Spagna del presidente Zapatero si unisce ai paesi latinoamericani e ritira il suo ambasciatore in Honduras. La Spagna chiede agli altri membri dell’Unione Europea di ritirare i rispettivi ambasciatori, non riconoscendo il governo illegittimo di Micheletti.

Ore 10:00am – La presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner annuncia che accompagnerà giovedì il presidente Zelaya nel rientro in Honduras insieme al presidente dell’OEA, José Miguel Insulza, e al presidente ONU. Cristina K. forse tenta di recuperare smalto a livello internazionale dopo la bocciatura nelle elezioni della scorsa domenica in Argentina dove il suo governo ha perso la maggioranza nelle due Camere.
Si ricorda che il presidente illegittimo, Roberto Micheletti, ha officialmente dichiarato che nel caso Zelaya rientrasse in Honduras, è pendiente di arrestato.

Ore 9:00 am – La polizia nazionale hondureña blocca 70 autobus diretti a Tegucigalpa e ne detiene i manifestanti che pretendevano il ritorno di Manuel Zelaya alla legittima presidenza della Repubblica di Honduras.

Ore 8:00 am – La università “Nacional Autónoma de Honduras” sospende le lezioni sino a prossimo ordine. Tutte le scuole della capitale, dalle elementari alle superiori, rimarranno chiuse.

Ieri si sono registrati più di 160 feriti ed un morto in seguito alla repressione militare sulla resistenza civile che chiede il rientro del presidente Zelaya

.

Image
Leggi gli altri fatti di ieri:
Obama si compromette, si schiera apertamente e dichiara “illegale il colpo di stato in Honduras”. “Il presidente Zelaya continua a rappresentare il presidente legittimo della Repubblica di Honduras”

Testimonianza diretta da Tegucigalpa:
La resistenza civile sta tentando di riscattare la democrazia. Testimonianza dall’Honduras

fonte: Vero Sudamerica