Archivio | luglio 4, 2009

Indovina chi viene a cena..

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“La cena delle Ceneri”, pubblicata a Londra nel 1584, riflette lo scontro avuto da Giordano Bruno con gli aristotelici di Oxford a proposito della teoria copernicana, da essi considerata “magica” e da Bruno difesa con grande vigore. Il testo fa riferimento ad una cena, forse realmente avvenuta a Londra la sera delle Ceneri del 1584, a casa di Fulke Greville, scrittore e uomo politico, che aveva invitato Bruno a esporre la sue considerazioni sull’eliocentrismo.

Il carme d’apertura è appositamente dedicato “Al mal contento”, cioè al lettore eccessivamente critico e insoddisfatto del contenuto, al quale Bruno consiglia di non attaccare un argomento evidentemente non alla sua portata e perciò non adeguatamente compreso.

Il filosofo vi rivendica tutta intera la propria libertà , espressa anche attraverso la messa a fuoco della pluralità dei linguaggi (divino, umano, naturale) e la distinzione tra linguaggio morale (che riguarda la comunicazione sociale) e linguaggio naturale (che riguarda i pochi sapienti). Tra i due linguaggi non deve avvenire alcuna commistione, al fine di sottrarsi a quel male pernicioso che Bruno definisce, con una metafora generica, “asinità”. Rispetto agli esponenti della cultura pedantesca di Oxford, Bruno individua una possibilità di confronto, distinguendo tra legge e verità, religione e scienza. Sicché la “Cena” esalta il piano della verità e ne esige l’affermazione, relegando gli interlocutori nell’”asinità”, non teologica, bensì scientifica. Una missione: per una riforma generale del sapere e della civiltà.

Se non che, la ‘Cena’ è un dialogo assai vicino alla commedia, ad uno scenario più vicino a quello teatrale, in ragione dell’ampio spazio della rappresentazione, la varia tipologia dei personaggi, il racconto scandito entro precise coordinate spazio-temporali. Un altercarsi dialogico, sostenuto da una raffinata tecnica drammatica, conferisce carattere scenico all’attacco iniziale: “Perché”. Con tratti da teatro comico pur, come corruzioni di vocaboli o uso di parole a doppio senso. Infine, il nemico peggiore: il pedante grammatico. Che abbandona e disprezza l’onesta riflessione razionale e ragionevole, per dedicarsi a minute osservazioni di stilistica, moduli espressivi, parole e frasi, estranee all’uso corrente della lingua nella sua propria significanza semantica. Il pedante grammatico o scolastico, in tal modo, deturpando il valore autentico degli studi umanistici, usurpa il primato della nobile tradizione degli studi filosofici e ostacola il progresso dei nuovi saperi.

Questa lunga premessa ci conduce dritto al cuore del nostro tema e al relativo assunto. Pare che in casa di un membro della Consulta, alla presenza di un altro giudice omologo, durante una tranquillissima cena – non proprio di Quaresima – fosse presente un convitato speciale, il nostro premier, in compagnia del ministro Alfano e del dott. G. Letta. Malgrado qualche (improvvido) tentativo di mordacchia, media, forze politiche d’opposizione e mondo del diritto hanno gridato allo scandalo e dato fuoco alle polveri. Che dovevano essere alquanto bagnate, a giudicare dai risultati.

Il giudice-anfitrione, che aveva fatto gli onori di casa, al silenzio ha preferito una rapida ed eloquente controffensiva. Ed ecco squadernato lo stato dell’arte. Quella cena dì amicizia e di stima, nella sua immacolatezza, è stata rivendicata dagli interessati come rientrante nel loro pieno diritto, costituzionalmente protetto. Una similitudine può aiutarci. Come i distinti poteri costituzionali si organano nella superiore unità dello Stato, così quei commensali eccellenti si raccordavano nell’unità sinergica della tavolata. “Un gruppo in fusione”, lo definirebbe J.P.Sartre. Aristotelicamente decretando, nell’”Età della ragione”, che “noi siamo quel che facciamo…”. Ovvero, che non si tratta di essere buoni, bensì di fare cose buone. Sotto questo profilo, è palese, il cittadino non ha ragione alcuna di insoddisfazione, come l’anzidetto lettore “mal contento” di Bruno.

Difatti. In sé, una cena tra figure apicali della Repubblica non solo non è un crimine – honni soit qui mal y pense – ma può finanche risolversi in una “cosa buona”, se si rivela capace di un barlume di attenzione verso scabrose questioni d’interesse pubblico. Come il lodalfano. Bisognerebbe guardare con molto più rispetto a questo (involontario) “agostinismo” filosofico di lor signori. Agostino – il giovane più mascalzone di tutta l’Africa romana, divenuto santo – nel libro XIII delle Confessioni, fornisce al riguardo indicazioni puntuali e pregnanti:”Nutre la mente solo ciò che la rallegra”.

Ora, non è forse nell’interesse vitale del Belpaese che l’”animus” dei vertici dello Stato riceva nutrimento adeguato e gioioso, onde potere esprimere il meglio di sé?

E poi, in un paese sempre alla disperata ricerca di una memoria condivisa e di un’identità collettiva, un tocco di sana gastronomia verticale e condivisa non potrebbe fungere da onesta compensazione? Un forte, implicito schiaffo morale ad artefici e seguaci di teorie e pratiche conflittuali e divisive!

In tante reazioni scomposte quegli eccelsi magistrati hanno perfino intravisto un’incombente minaccia “totalitaria” proveniente da sinistra. Come dopo la Rivoluzione d’ottobre e il biennio rosso ’18-’20. Una minaccia da eliminare, si presume. Historia semper magistra, con buona pace degli storici di rango, che, invece, ostentano scetticismo. Chissà perché.

D’un tratto, però, il quadro generale comincia a complicarsi e confondersi, fino quasi a incupirsi in un grido di dolore impotente levatosi dai più autorevoli pulpiti, con la consueta coralità. Nessun intervento, ove mai necessario, sarebbe giuridicamente possibile, anzi concepibile.

E tuttavia, i crismi scientifici e di Stato e il carattere ufficiale di dichiarazioni drammaticamente dirompenti aprono un fronte di discorso totalmente differente. Altro è assumere la liceità di quell’evento, altro asserire che, in ipotesi contraria, lo Stato sarebbe disarmato.

Da una parte,
le intelligenze etico-politiche oppositive lamentano che “la spiegazione è insoddisfacente, non convincente”, e non intendono prestar fede alle giustificazioni dei due sommi giudici. Perché, per tornare alla causale bruniana? Se fossero vere, sarebbe accettabile la stima sperticata profusa verso un premier imputato di corruzione, implicitamente già condannato e temporaneamente congelato grazie a un scudo legale al vaglio di quei medesimi giudici? O la chiamata in correità “stilistica” verso l’intera Corte? O, infine, la rivendicazione pugnace del diritto d’invitare chiunque in casa propria? Chiunque.

Peccato che quei giudici non siano esattamente “chiunque”. In “trasparenza” – quella cena, infatti, non era segreta! – una significativa versione domestica dello Stato del diritto. Nella sua forma prevalente e più scoperta. E la mente riprende a vagare. Verso altri mondi. Dove, in simili congiunture, ove mai occorressero, sarebbero già caduta qualche testa. Fino in alto, molto in alto. E senza silenziatore. Oh, dommage, lì vige un’etica protestante. Robaccia!
Da un’altra parte, uno stillicidio di argomentazioni fallaci, come il riferimento istituito con la relazione pm-imputato. La formale qualità di “imputato”, davanti alla Consulta, è assunta dal legislatore, non dal premier, che dell’incriminata legge-Alfano è semmai il beneficiario e l’ispiratore, né dal ministro proponente. Di più. Non sarebbe privo d’interesse conoscere la frequenza approssimativa delle cene fra parlamentari e membri della Consulta. Il cavaliere, in ogni caso, non solo è manifestamente privo di competenza, ma altresì di legittimazione – schematizzata in dottrina come “carenza d’interesse” (!) – a chiedere le dimissioni di quei giudici conviviali, a differenza di quanto aveva potuto fare verso il “suo” giudice naturale, il presidente Gandus. Inoltre, forse il premier “non sta bene”, ma qui la posta in gioco è un’altra. Si versa in tema di autoconservazione, non di minorenni o di escort, e la “linea di resistenza” più facile e acconcia, come piace a Famiglia Cristiana.

Una questione di “stile”, non giuridica, si è detto e ripetuto, quasi ossessivamente. Stile: Vogue, Glamour, Vanity Fair, Moda, Look, Fashion? Il paese sembra traballare più sotto l’insostenibile leggerezza di troppe “emergenze stilistiche”, che per le calamità naturali, a causa di una costante rimozione linguistica, volta a mistificare la sostanza reale di uomini e cose. Eppure, se di “stile”vogliamo parlare, basterà rammentare che esso è la forma immanente dell’arte, un insieme di tratti formali che innervano linguaggi e veicolano significati specifici, capaci di definire “valori” sociali, morali e religiosi. Tanto dei singoli, quanto della comunità.

I comportamenti in questione, ancorché ipoteticamente neutri rispetto alla giurisdizione penale – almeno fino a prova del contrario – insidiano un peculiare complesso di norme “stilistiche”: i presupposti formali e sostanziali della Democrazia Costituzionale e dello Stato di Diritto. Valori sovrani, irrinunciabili. Perché certe “cene” non abbiano a trasformarsi in “ceneri” vere e proprie, e non nel senso del dialogo bruniano di primo giorno di Quaresima. In polvere di stelle. Di civiltà. Di noi tutti, ancor prima che della nostra rappresentanza e dei gruppi dirigenti della società e dello Stato. Come una Quaresima permanente.

Fuori dalla rappresentazione scenica, valga il vero. Nelle democrazie costituzionali e negli Stati di diritto nessun organo o soggetto è immune dalla giurisdizione penale e/o disciplinare. Variano forme, modalità e competenze. Altro è il dovere di “self restraint”. Lo stesso Capo dello Stato, garante supremo della Carta e con obbligo d’iniziativa in caso di vulnus – esempio: il messaggio alle Camere – è perseguibile per alto tradimento e attentato alla Costituzione, oltre che per ogni eventuale delitto extrafunzionale commesso durante il mandato.

Chiunque, inoltre, è revocabile/ricusabile, in capo a chi ne abbia titolo e legittimazione. Nel caso che occupa, da parte del Parlamento, elettore di un terzo della Consulta, nonché legislatore di quel provvedimento sull’immunità che si trova al vaglio, appunto, della Corte Costituzionale.

In conseguenza, deve esistere , e non può non esistere, un potere legittimato ad agire o promuovere l’azione, specie in caso di perdita di legittimazione da parte di soggetti che rivestano altissime e delicatissime funzioni statuali. Un tale potere, se non il Quirinale, chi? In fatto di procedura, entro un ordinamento giuridico democratico, in mancanza di specifiche norme codificate, si procede mediante il ricorso a principi logico-giuridici generali, come quello di “analogia”.

In alternativa, la giungla.
Poiché le questioni di diritto non si possono scolasticamente de-cidere usando con l’accetta, cioè la logica del bianco ò del nero, del si o del no, del diritto o del rovescio, alla stregua dei sistemi informatici.

Chiunque, insomma, è soggetto al redde rationem. In fattispecie complesse e/o senza precedenti, si tratta solo di stabilire davanti a chi e secondo quale metodo e criterio. L’”insindacabilità” della sfera di attività della Corte, sancita anche dall’inoppugnabilità delle sue pronunce, non si estende alle eventuali devianze etico-politiche dei suoi membri, qualora esse appaiano e siano idonee a minare la sua stessa “ragion d’essere”, il suo prestigio di sovrano organo – appunto! – di “garanzia”! Che significa certezza della “qualità” di qualcosa, assicurata dal preciso adempimento di un obbligo in caso di guasto o difetto.

Di converso, una garanzia che non valga più a garantire sconta un vizio intrinseco di autocontraddittorietà, con conseguente autodissoluzione. Senza possibilità alcuna di surroga nella pur rassicurante “parola” del Presidente della Consulta. Anche Giordano Bruno ha un diritto: un tranquillo sonno eterno. Senza altri roghi.

Qualora, poi, la legittimazione ad intervenire appartenga congiuntamente a più soggetti costituzionali – come nel caso dei titolari del potere di scelta dei membri della Consulta – in forza di un principio generale dell’ordinamento, l’azione – o l’iniziativa – è riservata al potere più alto nell’ordine specifico. Nella specie, il Presidente della Repubblica, supremo garante.

Una semplice contro-dimostrazione logica, d’intuitiva evidenza. Si supponga che un giudice della Consulta formuli un (pre)giudizio intorno a una regiudicanda, al di fuori della sede propria o anche al suo interno prima della decisione collegiale. O che si trovi sottoposto a formale investigazione penale. E si supponga altresì che rifiuti di dimettersi e di essere sostituito. “Ex absurdo omnia sequuntur”, a parere dei logici medioevali. Nell’assurdo tutto è possibile. Le istituzioni darebbero forfait? Ne andrebbe dello Stato, nel cui superiore interesse quel giudice verrebbe costretto alle dimissioni o rimosso d’imperio. A salvaguardia della stessa terzietà costituzionale della Corte.

A quali salomoniche conclusioni pensano, invece, e pervengono i nostri Soloni? Dotti e pedanti giuristi, fieri paladini dello statu quo, maldestri giocolieri con una lingua corrotta e fittizia, cultori di pseudo-saperi e tutori di interessi e valori non sempre e non precisamente “costituzionali”. Ignari o immemori di un monito profondo di M.Heidegger, nel 1925:”Prima della parola [Wort] e prima della terminologia sempre innanzitutto i fenomeni [zuerst die Phanomene] e solo dopo [dann] i concetti”. Ecco:i fenomeni, la realtà dei filosofi resa disponibile al pensiero. Non merita uno sguardo?

Ritornando conclusivamente alla Corte, giova rammentare una sua recente statuizione: il legislatore deve “orientare la sua azione a canoni di razionalità” (sentenza n. 5/2004). Essa taccia, in tal modo, di incostituzionalità ogni decisione irragionevole. Il principio di “ragionevolezza”, infatti, è uno dei cardini dell’universo giuridico, in armonia con quello di “equità”. Domanda: l'”irragionevolezza” – per usare un eufemismo – delle condotte pubbliche, se anche extrafunzionali, di uno o più giudici costituzionali è conforme al dettato costituzionale concernente la stessa Corte quale organo di garanzia? E, in caso negativo, esclusa la buoncostume, a chi compete il potere-dovere di occuparsene?

G.Orwell, clinico osservatore del carnevale umano, in “Animal Farm”: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. I maiali. Il “totalitarismo” vi è incorporato.

Prof. Giuseppe Panissidi
UniCal

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4 luglio 2009

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=64585&sez=HOME_MAIL

LA LETTERA – Accendete una luce per L’Aquila

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Nella notte tra il 5 e il 6 luglio, a tre mesi dal terremoto, una fiaccolata nelle vie del centro: per ricordare i nostri morti, per portare una luce in quei vicoli bui e stretti, per far sentire alla nostra città che ci siamo ancora, che siamo qui per curarla, per riempirla ancora di voci e di storie, per riconquistare i suoi angoli, per restituirle, come merita, dignità e fiducia nel futuro.

La fiaccolata partirà a mezzanotte dalla Fontana Luminosa, si snoderà lungo via Strinella, per approdare a piazza Duomo, centro e cuore del cuore della città proprio alle tre e trentadue, momento che ha cambiato la nostra vita per sempre. La manifestazione è organizzata dai comitati aquilani: ed è quindi una manifestazione tutta nostra, di cittadini, un saluto ed un pensiero per quelli che non ci sono più. Ma è contemporaneamente un incontro con tutti quelli che vogliono esserci ancora e che vogliono sentirsi cittadini, abitanti di questa città; che vogliono impegnare passione, forza e conoscenze per accompagnarla in questa convalescenza che intravvediamo lunga e difficile.

Noi non vogliamo perdere la speranza. Sarebbe il torto più grande fatto ai nostri figli, ai nostri ricordi e alla nostra identità. Abbiamo avvertito tanta solidarietà in questi giorni, ci è arrivata dai luoghi più lontani o vicini, dalle persone più insospettate. Ci è stata riconosciuta fierezza e dignità. Con questa compostezza ribadiamo le grandissime difficoltà in cui versa ancora la nostra popolazione, 70.000 abitanti di un capoluogo di regione sparpagliati qua e là, in una diaspora che va dalle tendopoli agli alberghi sulla costa, dalle sistemazioni autonome a casette di legno sorte qua e là, pur di restare vicino, pur di continuare ad essere parte di una comunità divisa, lacerata, disorientata.

Chiediamo allora a tutti quelli che ci sono stati amici in questi lunghi tre mesi, a tutti quelli che hanno condiviso le nostre difficoltà, a tutti quelli che ci hanno guardato con simpatia: accendete anche voi nella notte tra il 5 e 6 luglio, da mezzanotte in poi , una fiaccola, una candela, un lume nella vostra città, nelle vostre case, sui balconi, sulle finestre.

Accendete una luce per L’Aquila: fateci sentire ancora la vostra vicinanza, aiutateci nel percorrere questo lungo cammino, nel ricordare le promesse che sono state fatte, le parole che sono state dette. Aiutateci nel far capire che un giorno per una persona senza casa non finisce mai; che l’incertezza per il futuro corrode le scelte grandi e piccole, che le nostre case non sono solo pezzi di muro e di cemento ma conservano le nostre cose più care, i ricordi, le fotografie, i risparmi di una vita, i mobili che conservano altre parti delle nostre storie.

Vogliamo che la ricostruzione vada più veloce e la vogliamo partecipata, condivisa. Nel centro, a parte pochi puntellamenti, ancora ci sono macerie, ancora non vengono messe in sicurezza le case, che continuano a sfarinarsi come castelli di sabbia sotto il sole e la pioggia di questi giorni.

Accendete una piccola luce, magari anche il display del telefonino, la luce di un accendino; così molte persone si sono salvate quella notte, scendendo scale nel buio crollate subito dopo. Accendete una luce per le nostre ragioni. Vogliamo che la nostra città sia ricostruita, che si trovino i necessari finanziamenti; che le promesse fatte vengano mantenute.

Accendete una luce: lo chiedo agli aquilani che vivono nelle tende, che stanno sulla costa, a quelli sparsi in tutta Italia; lo chiedo a tutti gli abruzzesi, a tutti gli Italiani ed anche a quelli che dall’estero seguono questo difficile cammino. Non è vero che non servirà a niente. Non è vero che non produrrà effetti. Una piccola luce ha salvato molte vite. Grazie.

Patrizia Tocci

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4 luglio 2009

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=64582&sez=HOME_MAIL

Microcredito: I poveri si ribellano

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«Non è sostegno alle classi deboli, ma un business». La replica: «Tutto corretto»

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Sotto accusa i metodi e i tassi di interesse in crescita della Grameen Bank creata da Muhammad Yunus

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dall’inviato CorSera
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DHAKA — Tre anni fa, anche chi non aveva mai sentito prima il suo nome ini­ziò a ammirare Muhammad Yunus come una sorta di icona globale. Nella motiva­zione del Premio Nobel per la pace che ricevette nel 2006 con Grameen Bank, ve­nivano sottolineati gli «sforzi per creare sviluppo sociale ed economico dal bas­so » e l’abilità nel «tradurre una visione in azioni concrete a beneficio di milioni di persone, non solo in Bangladesh».

Fu l’apoteosi del microcredito, diffuso a quel punto in oltre cento Paesi. Da allo­ra Yunus, il figlio di un orafo di Chitta­gong che si fece professore di economia e poi «banchiere dei poveri», per molti occidentali è diventato qualcosa di simi­le a un santo contemporaneo. Lui ci con­vive, nel suo studio al quarto piano del grattacielo di proprietà di Grameen Bank a Dhaka: non lo disturba neanche il so­spetto che questa venerazione sia un in­granaggio inconscio attraverso cui nei Paesi ricchi ci si autoassolve del dramma della povertà. «I sentimenti nei miei con­fronti sono genuini — osserva — poi pe­rò le persone si sentono impotenti a cam­biare il mondo».

Nelle sue stanze, Yunus dà un’impres­sione di profondità semplice e priva di fanatismo. La saletta d’angolo dove lavo­ra sembra più la biblioteca di uno studio­so che l’ufficio di un banchiere. Agli altri venti piani dell’edificio, uno dei più belli in città, operano molte delle società da lui fondate con il marchio Grameen — dalla sanità, all’energia, all’informatica, alle telecomunicazioni, al tessile, al setto­re alimentare — in cui Yunus figura rego­larmente presidente del consiglio d’am­ministrazione.

Per la dimensione del Bangladesh, al­cuni di questi gruppi sono colossi indu­striali e leader di mercato ( vedi sotto) ma il quartier generale di Grameen Bank ha un’aria decisamente austera: luci al neon, mobilio spaiato e di risulta, com­puter di quasi 20 anni fa, faldoni accata­stati come in una banca di metà ’800. Una signora velata dorme profondamen­te sulla scrivania delle segretarie, poi di colpo si sveglia e prende una chiamata. Nella sua lezione alla cerimonia del No­bel nel 2006, Yunus disse che la banca «di routine è in utile» (pari a 13,5 milio­ni di euro nel 2008) e certo i risultati so­no impressionanti: quasi otto milioni di clienti in 85 mila villaggi del Bangladesh prendono il microcredito di Grameen. L’azionariato è composto al 96% dalle donne mutuatarie (il resto è dello Stato), Yunus è «un dipendente» e sui benefici del microcredito esiste ormai una lettera­tura vasta e seria. Ora la banca deve fare i conti con sfide nuove. Per aiutare i villaggi colpiti dai ci­cloni sempre più frequenti per l’effet­to- serra, dice Yunus, «diamo nuovi pre­stiti anche se non cancelliamo quelli pre­cedenti: semmai estendiamo le scaden­ze », ampliando il portafoglio crediti. Fon­ti ufficiali di Grameen precisano che do­po Aila, l’uragano che un mese fa ha di­strutto i raccolti per 5 milioni di persone e le case di centinaia di migliaia, Grame­en ha cessato di incassare le rate e dato cibo, acqua, aiuti sanitari.

Visto da Kalapara, 300 chilometri più a Sud sul Golfo del Bengala, il quadro ap­pare però alquanto diverso. Qui Aila ha devastato i campi, ucciso il bestiame, contaminato i pozzi. E la filiale di Tiakha­li Kalapara di Grameen Bank è passata a riscuotere la sua rata settimanale il gior­no dopo il ciclone, racconta la 35enne Ta­posi (il cognome non lo dà), portavoce di un gruppo di dieci donne clienti. Aiuti non se ne sono visti, mentre a novembre 2007 con il ciclone Sidr (10mila morti) la banca concesse l’equivalente di quasi cin­que euro per cliente, pari a due giorni di guadagno di un guidatore di risciò, e un’estensione di sei mesi delle scadenze. «Stavolta non hanno atteso neanche po­che ore per riscuotere», dice Taposi.

Vista dai villaggi del Bangladesh, Gra­meen Bank sembra un’istituzione dete­stata e temuta. Quasi impossibile trovare qualcuno disposto a parlarne bene. Ja­mal Matubbar, 51 anni, consigliere co­munale indipendente di Kalaparouri, un centro a 20 chilometri dal Golfo del Ben­gala, è drastico: «Quella banca sta crean­do enormi problemi alla nostra comuni­tà, succhia il sangue alla gente come le formiche rosse».

Taposi e il suo gruppo di co-mutuata­rie parlano, e a tratti piangono, come si sentissero prigioniere di Grameen. Fra le dieci nessuna ritiene di aver mai avuto un beneficio dai suoi prestiti. Il primo problema è la celebrata (in Occidente) obbligazione di gruppo nel caso di insol­venza individuale: gli altri clienti devono ripianare. Secondo la banca è un modo per responsabilizzare le comunità. Ma Ta­posi e le sue amiche devono autotassarsi quando una sola manca un pagamento, andando a loro volta in difficoltà: ciò mette Grameen Bank più al riparo dalle perdite ma crea liti e denunce nei villag­gi. La banca sostiene che non punisce mai gli insolventi («Non usiamo stru­menti legali»), ma non può ignorare che nei gruppi di clienti si litiga, ci si denun­cia, ci si pignora a vicenda e si entra in cause che a volte finiscono con la prigio­ne del debitore. A Kalapara, molti credo­no che questo sistema sia volto a scarica­re su altri, cioè sugli stessi clienti, il co­sto dei ricorsi e delle sofferenze. «Se ho un reddito di un dollaro — si chiede Ta­posi — perché devo pagare più di un dol­laro per un mutuo non mio?».

Un ulteriore problema è il nuovo credi­to preso per sostenere il vecchio, specie quando i prestiti di Grameen vengono usati per comprare da mangiare e non per un’attività. È quanto accade spesso in villaggi colpiti da cicloni o inondazio­ni, a maggior ragione perché Grameen inizia a riscuotere le sue rate settimanali già una settimana dopo aver concesso il credito. I casi in cui manca il tempo di far fruttare una nuova attività sono fre­quenti, quindi gli oneri da interessi si ac­cumulano: secondo Sheikh Hasina, pri­mo ministro del Bangladesh, possono ar­rivare al 36%.

Renu Hawlader, 25 anni, racconta di aver chiesto un prestito da 20 mila taka (205 euro) per ristrutturare il negozio di riso del marito, ma ne ha avuti solo 10 mila («Anche se in otto anni non ho mai mancato una rata»). Dalla prima settima­na e per 50 in totale, come mostra il suo libretto di banca, Renu ripaga ora 200 taka di capitale, 30 di interessi e 20 di «deposito»: fa un onere del 12,5%. Pro­prio il «deposito» è la voce più contesta­ta dalle donne di Kalapara: non figura co­me interesse passivo, ma viene richiesto dalla banca e va su un conto di risparmio che, accusano Renu, Taposi e le altre, la filiale blocca per dieci anni. Ossia, fino a 9 anni dopo l’estinzione del debito. Gra­meen Bank non si impegna ex ante sul rendimento del deposito, ma chi riscatta i risparmi prima dei dieci anni non rice­ve interessi: solo il capitale, eroso dall’in­flazione. Kanan Bala, 43 anni, racconta: «Mio marito è falegname, dopo sette anni ab­biamo dovuto ritirare il deposito per la bottega e la banca si è tenuta gli interes­si. Sono con Grameen da 25 anni, ma per me non c’è sviluppo: ho provato a lascia­re la banca e per tre volte mi hanno offer­to nuovi fondi». Il «deposito» ha così un doppio effet­to: vincola le clienti (Taposi dice che cam­bierebbe istituto, se potesse riavere i suoi soldi) e finanzia Grameen Bank. L’at­tività dell’istituto è infatti alimentata per intero dai depositi, a un costo del capita­le dichiarato dell’8,56%.

Grameen Bank contesta la versione di queste donne. Sostiene che pratica un in­teresse fisso del 10%, non richiede garan­zie né depositi, prende impegni preventi­vi sui rendimenti dei risparmi e versa in ogni caso gli interessi. Quanto alle rate re­clamate subito dopo i cicloni, afferma, «questa non è la politica della banca». Se­duto nel suo studio di Dhaka, Yunus pro­pone anche un sistema a colori per qua­lunque prodotto in vendita: «Rosso se nuoce al prossimo, giallo se c’è un dubbio in proposito, verde se non fa alcun male». Le filiali di Grameen nelle campagne del Bangladesh tendono al verde: spesso, so­no gli edifici più imponenti del villaggio.

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Federico Fubini
04 luglio 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/economia/09_luglio_04/microcredito_76768924-686d-11de-86b2-00144f02aabc.shtml

Vicenza, scontri e tensione al corteo contro la base

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Vicenza, scontri e caricheal corteo contro la base

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Primi scontri, cariche e tensione al corteo dei no global contro la base Usa di Vicenza. Alcuni manifestanti sono vestiti nero, incappucciati e hanno le mashere anti-gas: hanno lanciato pietre contro le forze dell’ordine, prima ancora che la manifestazione partisse, che hanno reagito con lancio di lacrimogeni e manganelli. Altri hanno degli scudi di plexiglass con sopra la foto di Barack Obama. La città è blindata da ore. Dopo i tafferugli il corteo si è fermato ma i manifestanti sono intenzionati ad entrare nell’area del cantiere per piantare decine di bandiere in segno di protesta.

L’appuntamento ha attirato in città migliaia di manifestanti in arrivo da ogni parte d’Italia e ha mobilitato circa un migliaio di uomini delle forze dell’ordine per evitare disordini. L’occasione è quella della protesta contro la base militare, ma l’appuntamento suona come una sorta di prova generale per i no global in vista dell’imminente G8 de L’Aquila. Per la Digos, i manifestanti sono meno di 10mila. Luca Casarini, leader dei Disobbedienti: « Il Governo ha dichiarato guerra a Vicenza nel giorno dell’Indipendenza americana. Hanno militarizzato la città ma è una trappola a cui non abboccheremo». Dal palco Cinzia Bottene, portavoce dei No dal Molin  si appella ai tanti manifestanti: «Non vi mandiamo al macello. Non mi prendo la responsabilità di farvi picchiare».  «Una provocazione come a Genova» che ha l’obiettivo «di creare un incidente per poi nascondere tutto dietro la barzelletta dei manifestanti violenti». Così Heidi Giuliani, la mamma di Carlo, ucciso a Genova durante il G8 del 2001 che si trova a Vicenza, commenta gli scontri.

‘No Dal Molin? Yes we can’, suona lo slogan preparato per il corteo, un omaggio al nuovo presidente Usa Barack Obama visto con maggior favore dai manifestanti del suo predecessore George Bush, anche se l’impronta ‘antiamericanista’ dell’evento resta forte. ‘Al presidente Obama – dicono i No Base – vogliamo far notare le enormi contraddizioni fra le sue parole e l’atteggiamento arrogante dell’amministrazione. Obama ha parlato di partecipazione e democrazia, ma a Vicenza gli americani hanno preteso che il progetto andasse avanti senza il consenso della popolazioneB). Gli organizzatori hanno però anche promesso una manifestazione tranquilla: “non cerchiamo disordinì, hanno detto, ma è forte, da parte delle forze dell’ordine il timore che tra i tanti pacifici si mescolino provocatori. Cosa che evidentemente è accaduta.

La minaccia di entrare nel perimetro dell’area militare dove si trova il cantiere della nuova base è quella che preoccupa di più, visto che in questo caso si dovrebbe applicare il codice militare. Il prefetto di Vicenza Piero Mattei ha invocato ‘senso di responsabilita« tra i manifestanti. L’ambasciata Usa in Italia ha invitato i suoi cittadini alla massima attenzione.

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4 luglio 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/cronaca/86113/vicenza_scontri_e_tensione_al_corteo_contro_la_base

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[No Dal Molin] Vicenza si ribella alla guerra e resiste! 10mila in piazza. Il corteo prova a sfondare, scontri con la polizia, che carica e lancia lacrimogeni

movimenti

19:15 Terminato il corteo E’ andato a concludersi il corteo No Dal Molin, andando a terminare in quello che era il suo arrivo previsto, dopo essersi conquistato il diritto di sfilare in direzione del cantiere della base ststunitense.

18:40 Conquistato diritto a proseguire
Ascolta la diretta con Raffaele (InfoAut)

18:30 Di nuovo in corteo Dopo il momento assembleare al presidio permanente i No Dal Molin si sono rimessi in marcia, dirigendosi verso il ponte luogo degli scontri di oltre un’ora fa. La manifestazione contro la base Usa avanza con determinazione.

17:50 Assemblea al presidio permanente No Dal Molin
Il corteo si sta ora riversando al presidio permanente, dove si sta tenendo un’assemblea, rivendicando il tentativo fatto da parte dei No Dal Molin di provare a sfondare il muro di forze dell’ordine schieratesi a difesa del cantiere.

17:40 La polizia arretra
Dopo le richieste pressanti dei manifestanti e gli scontri sul ponte Marchese, la polizia sembra stia arretrando, liberando il blocco che prima aveva impedito al corteo di proseguire.

17:35 Riepilogo degli scontri e punto della situazione
Ascolta la diretta con Gianluca (InfoAut)

17:20 Ancora in piazza Dopo gli scontri sul ponte Marchese il corteo si è ricompattato. La gente rimane in piazza, forte la determinazione dei vicentini in piazza.

17:12 La polizia carica e lancia lacrimogeni, il corteo resiste! Si delinea un poco più chiaramente quel che sta avvenendo a Vicenza. Dinnanzi al blocco delle forze dell’ordine rispetto ad un tratto di corteo autorizzato, la testa della manifestazione si è schierata con scudi e caschi. Il corteo è avanzato in direzione del ponte Marchese, cercando di superarlo, provando a sfondare. Polizia e carabinieri hanno risposto con il lancio di lacrimogeni, dopodichè sono partite le cariche e l’avanzamento dei blindati.

17:03 Corteo prova a sfondare sul ponte, lacrimogeni sparati
Ascolta la diretta con Gianluca (InfoAut)

17:00 Testa sul ponte Vista la situazione di impasse e tensione, il corteo si è spostato su un tratto non autorizzato, superando un ponte presente nelle vicinanze, cercando un varco dove provare a sfondare ed entrare nel cantiere.

16:55 Situazione di stallo
Ascolta la diretta con Raffaele (InfoAut)

16:50 Corteo bloccato Il corteo è bloccato dalle forze dell’ordine: situazione di stallo e contrapposizione tra testa del corteo e polizia vicino ad un accesso al cantiere. Un elicottero continua a sorvolare continuamente sulle teste dei manifestanti.

16:45 No Tav al fianco di No Dal Molin
Ascolta la diretta con Lele (movimento No Tav)

16:35 Vicenza libera Il corteo continua a denunciare, tramite gli interventi dai camion, la militarizzazione imposta dalla questura. La gente di Vicenza chiede che le forze dell’ordine lascino libere le strade, innanzitutto per consentire al corteo di sfilare liberamente. Fischi e insulti dei cittadini verso la polizia

16:28 Vicenza per l’indipendenza
Ascolta la diretta con Cinzia Bottene (Presidio Permanente No Dal Molin)

16:13 Migliaia in piazza
Almeno 10mila persone in piazza, tanti i vicentini e le vicentine in testa al corteo. Vicenza rifiuta la guerra.

16:00 Diretta di presentazione del corteo
Ascolta la diretta con Gianluca (InfoAut)

15:55 La testa si prepara Stanno cominciando ad affluire i vicentini e le vicentine verso il corteo. Si sta strutturando la testa del corteo, per consentire poi a coloro che arriveranno di accodarsi al presidio permanente No Dal Molin che, in testa, riporta lo striscione “No Dal Molin? Yes we can”

15:40 Fermati alla festa di Radio Sherwood Dopo la perquisizione nell’area del festival di Radio Sherwood, la digos si accinge a portare in questura diversi compagni.

15:15 Vicenza militarizzata La città è stata blindata da parte delle questura, imponente è lo schieramento delle forze dell’ordine. Arrivano notizie di pullman fermati per controlli, così come conferme della perquesizione che è in corso nel sito dove si sta svolgendo il festival di Radio Sherwood a Padova. Un’indubbia provocazione da parte delle digos poco prima dell’inizio del corteo.


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No Dal Molin: in piazza per l’indipendenza di Vicenza dalla guerra!

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Manca oramai pochissimo alla manifestazione contro la base di guerra americana che si va costruendo a Vicenza. Dopo 3 anni di mobilitazione del presidio permanente No Dal Molin, i movimenti fanno quindi ritorno a Vicenza per tornare a sottolineare l’inaccettabilità di questo progetto, ponendosi a difesa dei propri territori, opponendosi alle logiche di guerra.

“La terra si ribella alle basi guerra”, questo uno degli slogan dei No Dal Molin. Ribellione che oggi avverrà in un giorno non casuale, in quel 4 luglio giornata nazionale negli Usa di festa dell’indipendenza raggiunta dall’impero britannico; quest’oggi Vicenza vuole invece palesare e dichiarare la sua indipendenza dalla guerra, liberando la propria terra da una base militare.

I vicentini e le vicentine l’hanno già annunciato: vogliono invadere il Dal Molin, questo l’obiettivo individuato per quest’oggi, superando gli allarmismi mediatici e le minacce dei questurini:

“Dunque, voler entrare al Dal Molin vuol dire alzare la testa; significa affermare che una pratica di governo che si fonda sull’imposizione e sull’esclusione non ha cittadinanza nella nostra comunità e ristabilire un diritto che, per tornare indietro di alcuni secoli, riconosceva già Spinoza laddove scriveva che, di fronte a una legge ingiusta, è legittimo che il popolo si ribelli al sovrano”

Tante le realtà di movimento mobilitatesi per l’appuntamento, da ogni parte d’Italia si raggiungerà Vicenza in treno pullman auto per partecipare al corteo di questo pomeriggio. La partenza è fissata per le 15:30 da via Madre Tesera di Calcutta, marcerà su un percorso lungo, 3 chilometri e mezzo prima di raggiungere il Dal Molin…

L’importanza di questo 4 luglio resta sotto gli occhi di quanti in questi anni si sono mobilitati contro le politiche di guerra e la globalizzazione capitalistica. Soprattutto in un periodo di crisi mordente come quello che stiamo attraversando, anche alla luce di quel che i movimenti hanno dinnanzi agli occhi nella loro agenda: il G8 de L’Aquila…

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Corteo No Dal Molin

  • Tentativo sfondamento Tentativo sfondamento
  • Scontro Scontro
  • Tenuta reazione polizia Tenuta reazione polizia
  • Manganellata Manganellata
  • Poliziotto vs scudo Poliziotto vs scudo
  • Testuggine Testuggine
  • Testa corteo Testa corteo
  • No Dal Molin? Yes we can! No Dal Molin? Yes we can!
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4 luglio 2009

Viareggio, non è stata una fatalità. Ora i veri responsabili

3 luglio: oggi a Pisa grande assemblea pubblica promossa dai macchinisti di “ancora in Marcia!”

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Non può essere un caso, non è la fatalità quello che è accaduto sul treno merci transitante per Viareggio, oggi ne sembra convinto anche il premier Berlusconi, anche se ancora non si vedono le conseguenze complete di questa “consapevolezza”.

Le prime conseguenze dovrebbero essere per la dirigenza del Gruppo Fs, comunque responsabile di quanto transita sui “nostri” binari e che ancora oggi si preoccupa di dire che le responsabilità sono dei tedeschi o degli americani, o delle norme europee.

Ma se, ad esempio, il carro merci transita sulla linea e l’asse attorno cui gira la ruota è troppo surriscaldata chi lo dovrebbe controllare, i tedeschi o gli appositi dispositivi installati sui binari? Le Ferrovie hanno imposto ai carri della Gatx lo stop alla circolazione, ma i carri degli altri incidenti perché non li hanno fermati e controllati?

Oggi si piangono i 21 morti di Viareggio ma è dal 19 maggio che si registrano rotture e deragliamenti sui treni merci: il 19 maggio 2009 a Sesto Calende, Varese; il 25 maggio 2009 a Borgo S. Dalmazzo, vicino Cuneo; 6 giugno 2009 a Pisa S. Rossore, a pochi chilometri da Viareggio; 22 giugno 2009 a Vaiano vicino Prato. Quattro incidenti con rotture simili a quella di Viareggio, quattro campanelli d’allarme non tenuti nella giusta considerazione perché non si era fatto male nessuno, quattro allarmi lanciati dai lavoratori e dai sindacati e rimasti inascoltati. Quattro situazioni di pericolo e di poca sicurezza che i lavoratori devono fare anche attenzione ad evidenziare, perché si può essere licenziati o sanzionati. Ma è evidente che una falla nel sistema e nella frequenza della manutenzione c’è e le Ferrovie dello Stato hanno il dovere di fare di più. I morti di Viareggio, come quelli di Crevalcore o Roccasecca, sono un prezzo troppo alto da pagare alle liberalizzazioni, al mercato, ai bilanci da portare in pareggio.

I dirigenti di Fs non possono impunemente rimanere ai loro posti, come se nulla fosse. Ieri Mauro Moretti ha parlato di ruggine, oggi chi fa le indagini ha aperto ad altre ipotesi. Ma Moretti è sempre pronto a dare una spiegazione a tutto, a fare affermazioni categoriche spesso smentite dai fatti, come quando dopo gli spezzamenti degli Eurostar a Milano si affrettò a dire che «simili guasti non possono accadere con i passeggeri a bordo», mentre il 24 gennaio ad Anagni un Eurostar in corsa con il suo carico di viaggiatori si spezzava!

Oggi a Pisa, nella Sala consiliare, è in corso una grande assemblea pubblica organizzata dai macchinisti della rivista “ancora in Marcia!”. Un appuntamento nel momento del dolore, ma per capire: «non ci possiamo accontentare di conoscere solo le cause tecniche della strage ma vogliamo analizzare collettivamente le ragioni che hanno prodotto il degrado generalizzato del servizio e respingere l’ipocrita gioco dello scaricabarile sulle responsabilità». Così i macchinisti di “ancora In Marcia!” spiegano la giornata di oggi. «La strage di Viareggio impone a tutti di avviare una discussione, aperta e democratica, sullo stato generale del trasporto ferroviario al fine di restituire alle istituzioni pubbliche la titolarità delle scelte strategiche e dei controlli sul servizio ferroviario sia in termini di sicurezza che di qualità. Il buon andamento delle ferrovie  – sottolineano i macchinisti – non è solo un problema dei ferrovieri e dei pendolari ma un tassello fondamentale della vita civile del Paese. Negli ultimi anni i poteri pubblici hanno abdicato al loro ruolo di titolari del patrimonio collettivo rappresentato dal servizio ferroviario a tutto vantaggio di una tecnocrazia orientata prevalentemente alla logica del massimo profitto. I risultati sono sotto gli occhi di tutti».

Alessandra Valentini, 3 luglio 2009

Fonte: la Rinascita

Ideal Standard chiude due fabbriche su cinque

1.750 lavoratori in cassa integrazione

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La Ideal Standard, multinazionale americana della ceramica sanitaria presente in Italia con cinque stabilimenti ha comunicato di voler ricorrere alla cassa integrazione straordinaria per crisi a partire dal primo settembre e per 12 mesi.

La procedura di cigs riguarda in pratica tutti gli stabilimenti del gruppo e la sede milanese. In particolare per due stabilimenti, quello di Brescia e quello di Gozzano, è prevista la totale chiusura per cessazione di attività, al termine della cassa integrazione straordinaria.

Secondo l’azienda il ricorso alla cigs e le chiusure degli impianti sono da ricondurre ad un forte calo del fatturato (-30% nel primo semestre 2009, rispetto allo stesso periodo del 2008) e ad un aumento degli “insoluti” cioè dei clienti che non hanno pagato le forniture.

Secondo i sindacati di categoria Cgil, Cisl e Uil la società non ha voluto aprire un confronto con i lavoratori, nonostante fosse stata più volte sollecitata a presentare un piano industriale credibile per il futuro e ora sfugge alle sue responsabilità scaricando le conseguenze delle proprie scelte sulle spalle dei lavoratori.

Il 7 luglio i sindacati hanno convocato un coordinamento nazionale del gruppo a Bologna per decidere forti iniziative di mobilitazione e di lotta.

Fonte: la Rinascita

… ma la crisi, che peraltro non c’era, è passata… parola di cavaliere! nde

Crisi nera, festa rossa a Roma

Roma, Trastevere – Piazza Mastai dal 29 giugno al 12 luglio

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Anche quest’anno la Federazione del Pdci di Roma è presente con la sua Festa in uno dei luoghi centrali della città. Saranno giorni di festa, ma anche di riflessione politica. Tutte le sere dibattiti, teatro, musica e ristorazione.

(il programma completo vi aspetta là)

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Giovedì 2 luglio

ore 19,00 Dibattito
“La precarietà dentro la crisi”
Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro Pdci
Roberta Fantozzi, responsabile Lavoro Prc
Coordina Fabio De Mattia

ore 21,00 – Musica Popolare/Grecia
L’associazione culturale Italo-Greca Hellas presenta: “Sinandisi – Grecia e non solo…”
spettacolo di danze tradizionali greche con la Compagnia dell’Ouzerì a cura di M. Rita De Vito e di danze Mediorientali con l’Associazione Orchestés a cura di Maria Luisa Sales

venerdì 3 luglio

ore 19,00 – Dibattito
“Riforma Gelmini: il taglio ai saperi, taglia la città”
Elena Loche, studente medio Fgci
Giulia Zitelliponti, Gc Roma
Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola Pdci
Cosimo Alvaro, coord. collett. La Sapienza
Coordina Daniele Andreozzi

ore 21,00 – Musica Popolare
Puglia/Salento – “Malicanti”

sabato 4 luglio

ore 19,00 – Dibattito
“La metropoli, il conflitto e la soggettività politica”
Fabio Nobile, segretario Pdci Roma
Giuseppe Carroccia, segretario Prc Roma
Sergio Cararo, Rete dei comunisti
Nando Simeoni, Sinistra Critica
Coordina Fabrizio De Sanctis

ore 21,00 – Musica Reggae
“Red Stripes”

Fonte: la Rinascita