Archivio | luglio 12, 2009

Nucleare subito al test scorie. Sei mesi di tempo per risolverlo

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di Federico Rendina

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Occhio ai siti dove piazzare le nuove centrali atomiche italiane. Con tutti i problemi del caso. Amplificati, come da molti temuto, dalla marcia indietro delle due sole amministrazioni regionali che avevano espresso la disponibilità a favorire il rinascimento dell’atomo elettrico italiano. Sia Giancarlo Galan (Veneto) che Raffaele Lombardo (Sicilia) confermano la nuova e più prudente linea strategica. Il Veneto ne parlerà solo dopo una dettagliata anamnesi tecnico-scientifica e la Sicilia si appellerà in ogni caso ad un referendum popolare. Come a dire: tempi lunghissimi anche nelle due regioni disponibili semplicemente a parlarne.

Ma ecco emergere un ostacolo ancora più duro per l’esito del rinascimento atomico promesso con la legge “sviluppo” varata ieri l’altro: la gestione delle scorie già prodotte dalla nostra attività nucleare. Anche questo tema dovrebbe essere chiarito – dispone la legge delega appena approvata – entro i sei mesi nei quali il governo dovrà definire i criteri per costruire le centrali sul territorio e possibilmente anche le prime bandierine da piazzare sulla carta geografica.

Le scorie imbarazzano davvero. Anche perché ne abbiamo in proporzioni tutt’altro che trascurabili: quelle ereditate dall’attività nucleare sospesa dopo il referendum del 1987, quelle frutto dello smantellamento delle nostre quattro vecchie centrali atomiche di Trino, Caorso, Latina e Garigliano e quelle (che da sole non costituirebbero un gran problema) prodotte dalla normale attività medica e scientifica del paese.

Bene. Anzi male. Perché l’Italia, come stranoto, non riesce neanche a gestire le scorie che comunque ha. Ci dovrebbe pensare innanzitutto la Sogin, creata nel 1999 e paralizzata per lunghi anni da un doppio problema, interno ed esterno. Quello interno riguardava la sua gestione, considerata sciagurata da tutti gli osservatori ufficiali e ufficiosi: gli analisti, le commissioni parlamentari, la Corte dei Conti, l’Authority per l’energia.

Sulla macchina inefficiente, clientelare e mangiasoldi della Sogin si è detto, negli anni, tutto. Per sintetizzare: fino al 2006 la Sogin ha speso il 38% del suo budget di gestione per svolgere solo il 6% delle sue attività programmate e imposte. Piccola, ma largamente insufficiente giustificazione: il paese, inteso come classe politica che il paese lo amministra, non è riuscito a risolvere il problema principale, ovvero l’individuazione dei criteri tecnici e logistici per immagazzinare, trattare e possibilmente “disattivare” le scorie nucleari.

Ed ecco che l’Italia, paese che rinunciato al nucleare 22 anni fa e vorrebbe ricominciare ad usarlo, si ritrova tutt’oggi con la bellezza di 55 mila metri cubi di scorie radioattive prodotte dalle sue vecchie centrali, a cui si aggiungono 25mila metri cubi di detriti parimenti pericolosi prodotti dal loro smantellamento. Ci sono poi 500 tonnellate l’anno di rifiuti prodotti dall’attività medica e scientifica. Per non parlare di qualche tonnellata di scorie tra le più pericolose, parcheggiate (a caro prezzo) in Francia e in Inghilterra per un loro parziale riprocessamento ma con l’impegno di riprendercele entro una decina di anni.

Un’eredità imbarazzante,
vecchia e nuova. A gestirla un po’ meglio ci abbiamo provato più volte, con clamorosi passi falsi, come quello dell’individuazione, era il 2003, del sito geologico di Scanzano Ionico: invece di seppellire in eterno le scorie il progetto è stato prontamente seppellito dalle critiche dei molti esperti e dal no a furor di popolo. Ora ci si riproverà – dice il Governo – con uno o più siti di superficie. Intanto le nostre scorie galleggiano alla bene e meglio nei siti dove erano prodotte quando eravamo nucleari: nelle vecchie centrali e nei centri di ricerca e stoccaggio ad esse collegate.

Nel frattempo, dal 2007, la sgangherata macchina della Sogin ha preso improvvisamente vigore, sotto la guida dell’ex dirigente dell’Enel Massimo Romano, nonostante la mancanza di una vera rotta sulla gestione definitiva dei rifiuti. Il rapporto tra spesa e attività svolta si è invertito: l’anno scorso si è chiuso con attività di decommissioning per 46,6 milioni di euro a fronte di spese di funzionamento ridotte a 31,8 milioni.

Peccato che la Sogin abbia proprio ora il destino segnato. Il Ddl “sviluppo” ne decreta lo smebramento e dunque la scomparsa, per conferire la crema delle attività ad una nuova società pubblico-privata che in nome del rinascimento nucleare dovrebbe mettere insieme i suoi migliori operatori con le imprese nucleari italiane capeggiate, si dice, da Ansaldo Energia. Se questa sia effettivamente la soluzione migliore il dibattito è aperto. Sta si fatto che lo smantellamento di quel che aveva cominciato finalmente a funzionare rappresenta un’ulteriore incognita in una sfida già difficilissima.

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11 luglio 2009

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/risparmio-energetico/business/italia-nucleare-scorie.shtml?uuid=ad2cee0c-6e1e-11de-b2f5-5915ea1e729c&DocRulesView=Libero

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Centrali nucleari di quarta generazione, meta lontana

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Gli esperimenti degli anni ’50, le realizzazioni pionieristiche degli anni ’60, il boom nuclearista degli anni ’70. Poi, dopo gli anni ’80, la terza generazione, sfociata nella cosiddetta “terza generazione avanzata” che fornisce già oggi molte garanzie aggiuntive sulla sicurezza. E ora la grande suggestione della quarta generazione, con la soluzione alla principale incombenza imposta dal nucleare: la gestione delle scorie. La futura e purtroppo lontana (trent’anni e oltre) quarta generazione promette addirittura di trasformarle in “carburante” con un riciclaggio praticamente automatico che dovrebbe risolvere in un sol colpo tre grandi problemi: il costo comunque in crescita dell’uranio, la sua futura reperibilità, lo smaltimento-conservazione-disattivazione dei detriti radioattivi che ora rappresentano un onere economico con una gestione comunque difficile.

Tutto cominciò a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 con le centrali nucleari cosiddette di prima generazione. Si trattava di impianti di potenza ridotta e con criteri di sicurezza neanche lontanamente comparabili con quelli attuali. Tant’è che quelle centrali o sono state progressivamente smantellate o hanno subito negli anni numerosi interventi di adeguamento.
Si arrivò, con la seconda generazione, al boom nucleare degli anni ’70 ed ’80, con un incremento sostanzioso della potenza e delle dimensioni dei reattori e delle centrali. Ma negli anni successivi anche questi impianti sono stati profondamente revisionati per migliorarne la sicurezza alla luce dell’esperienza operativa e dei pochi ma imbarazzanti incidenti occorsi (Chernobyl il più eclatante).

La terza generazione ha fatto tesoro di tutte le esperienze accumulate: potenze più elevate ma anche grande sicurezza, con procedure di intervento automatico di salvaguardia e spegnimento in caso di anomalia anche minima o solo sospetta. Tecnologie ora sfociate nella cosiddetta “terza generazione avanzata”, come quella dei reattori Epr in costruzione in Francia e in Finlandia e che si vorrebbe adottare anche in Italia. Gli Epr sono certificati per garantire livelli assoluti di sicurezza anche in modo indipendente dalle azioni degli operatori, tramite sistemi passivi, e sono teoricamente in grado di eliminare la necessità di evacuazione della popolazione circostante l’impianto anche in presenza dei più gravi incidenti ipotizzabili.

La quarta generazione? La ricerca corre, ma guarda necessariamente lontano: 30 anni e oltre. Ma l’obiettivo si materializzerà, giurano gli scienziati impegnati nei programmi internazionali di ricerca a cui partecipa anche l’Italia: l’uranio o in alternativa altri materiali fertili o fissili saranno utilizzati in maniera più efficiente, con il riprocessamento direttamente nel ciclo di generazione del materiale esaurito. Anche quello nel frattempo prodotto dalle centrali atomiche di oggi.

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11 luglio 2009

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/risparmio-energetico/business/italia-nucleare-centrali-quarta-generazione.shtml?uuid=8e5e28b8-6e20-11de-b2f5-5915ea1e729c

G8, la «lista di nozze» di Berlusconi fa flop / Il sindaco de l’Aquila, Cialente: «Hanno tagliato la corda»

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Con i doni si pagano le spese

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di Claudia Fusani

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La visita guidata nei luoghi del G8 comincia verso le dieci della mattina. C’è la fila per le mostre dedicate al made in Italy e all’Abruzzo. Fila per entrare al Roma hotel e al Milano hotel dove hanno dormito Berlusconi, Medvedev, Sarkozy con Carla Bruni, Obama senza Michelle. Chi può si fa una foto nella stanza 518, quella del presidente Usa, e assaggia la qualità del letto e delle poltrone. Vengono da fuori, apposta, e sono i più curiosi. Arrivano, i più scettici, dalle tendopoli. A gruppi passeggiano nel Media village dove per quattro giorni hanno lavorato quasi quattromila giornalisti, siedono nelle poltroncine di vimini degli open bar, scrutano i 45 pannelli alti tre metri che illustrano i monumenti distrutti dal terremoto e ora messi in mostra per l’adozione, quanti danni e quali costi.

Quanto è costato questo G8? Guido Bertolaso, regista del successo del summit, aveva accennato a una cifra pari a circa 50 milioni di euro, compreso l’aeroporto di Preturo (12 milioni) di cui però non è ancora chiaro quanto resterà effettivamente all’Aquila (molte delle strumentazioni, luci e radar, sono prestate dall’Enav). Il punto è che se il G8 doveva servire, anche, a raccogliere donazioni per la ricostruzione della città, alla fine di tutto, fatti due conti, è grassa se si arriverà a fare pari tra quello che è costato e quello che ha «incassato». Spenti i riflettori, par di capire che la «lista di nozze» inventata da Berlusconi non abbia avuto un grande successo. O almeno, non per ora.

E più che di adozioni occorre parlare di opere orfane di fondi e di futuro. Dal Castello alla Chiesa delle Anime Sante, dalla Basilica di Collemaggio al monastero della Beata Antonia, dalla chiesa di Sant’Agostino a quella di SantaMaria a Paganica, la lista è lunga e comprende alcuni dei gioielli del patrimonio artistico nazionale. Quarantacinque opere, costo totale del recupero almeno 300 milioni.

Sull’albo delle donazioni c’è rimasto poco o nulla. Almeno per ora. Ci sono gli impegni certi. La Spagna, ad esempio, metterà a disposizione tra i 20 e i 30 milioni per la Fortezza spagnola che gli aquilani costruirono nel 1539 per farsi perdonare la rivolta di 12 anni prima. Ne servrebbero 50 per il restauro completo. Il resto si vedrà.

Carla Bruni ha promesso, a nome della Francia, l’impegno di 3,2 milioni di euro, la metà esatta del costo del recupero delle Anime Sante, quella sulla sinistra, senza tetto e senza cupola, che si è vista tanto in tivù in questi giorni. Michelle Obama e gli Stati Uniti si sono impegnati per almeno la metà del restauro della chiesa Santa Maria Paganica (4,5 milioni) ma è rimasta in forse. «Vi aiuteremo» è stata la promessa. Più probabile che Washington decida di investire su 200 borse di studio, gli studenti, l’università, il futuro. Gordon Brown dovrebbe dedicare 1,6 milioni di euro per San Clemente a Casauria. Ci sono gli impegni probabili. Quello della Russia per il barocco palazzo Ardinghelli, quello della Cina per palazzo Margherita (sede del comune) e palazzo dei Nobili e quello dell’Australia per l’oratorio di San Filippo Neri.

E poi ci sono quelli che, come in tutti i matrimoni, decidono di andare fuori lista. E di fare di testa propria. È il caso del Giappone che farà costruire un palazzetto dello sport dual-use, utile anche per le evacuazioni in caso di terremoto (da loro, esperti di terremoti, funziona così) e una Casa della musica di cartone rafforzato, rigorosamente antisismica, progetto esclusivo di un loro architetto. Ma daranno solo 500 mila euro, la metà, al resto deve pensare il governo italiano. Tokyo, comunque, invierà esperti e contribuirà alla ricostruzione dal punto di vista delle tecnologie.
Sono andati fuori lista anche il Canada (5 milioni per l’università) e la Germania (tre milioni per Onna). Le donazioni straniere finiscono qui.Almeno per ora. Ci sono gli sforzi di enti privati, soprattutto banche, per l’abbazia di Collemaggio (Fondazione Cassa di Risparmio, 200 mila euro), San Bernardino (Monte dei Paschi) e chiesa di San Marco (Regione Veneto). Ci sono ancora una trentina di monumenti orfani di adozioni. Tra loro il Duomo, 35 milioni di danni e almeno undici anni di lavoro. E dire che è stato il monumento più visto in questi giorni.

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12 luglio 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/g8/86337/g_la_lista_di_nozze_di_berlusconi_fa_flop_con_i_doni_si_pagano_le_spese

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Il sindaco de l’Aquila, Cialente: «Hanno tagliato la corda»

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Colonne di mezzi verso l’autostrada, cessato il rumore delle pale degli elicotteri sulla testa, strade libere, tendopoli piene, città vuota, negozi chiusi. Il magnifico set del G8 spenge le luci che per una settimana hanno illuminato a giorno la caserma della Finanza a Coppito, quasi l’astronave di incontri ravvicinati del terzo tipo nel buio totale dell’altopiano. Il sindaco Massimo Cialente (Pd), ha appena rivolto un appello alla sua città: «Lavorare con ancora maggior convinzione e concretezza alla nostra ricostruzione altrimenti altri, e non noi, decideranno del nostro futuro». Sediamo in uno dei rarissimi bar aperti dalla parti di via Strinella.

Sindaco, perché questo appello?

«Perché si sta accumulando un ritardo insostenibile. E tra i cittadini serpeggi la sensazione di essere stati abbandonati, l’incertezza che uccide».

Già nostalgia del palcoscenico G8?

«Non ho mai considerato il summit un punto di svolta. È stato qualcosa d’importante, Obama in maniche di camicia, Carla Bruni, la simpatia di Clooney e Murray. Molti bei ricordi e il piacere, certo non l’orgoglio, che tutto il mondo abbia visto la nostra condizione.
L’ha capita però nella sua complessità? Per gli aquilani il G8 è sempre stato un flash abbagliante. A noi serve una luce di attenzione costante nel tempo».

Lei parla di abbandono. Perché? Berlusconi cerca casa qui per fare il direttore dei lavori in agosto.

«Uso l’immagine della corda tagliata: quando si sale in montagna ci si lega insieme per sorreggersi l’un l’altro. Se però qualcuno taglia quella corda da un certo punto in poi, chi sta sotto perde l’equilibrio, cade e quasi sempre muore».

Chi sta tagliando la corda?

«Quando il governo chiede a una città chiusa per terremoto da tre mesi di ripagare le tasse a partire da gennaio, 514 milioni in 24 rate, vuol dire non aver capito quasi nulla. Le attività commerciali, piccole e medie, il tessuto della città, sono tutte ferme, stiamo cercando spazi dove farle riaprire ma non è semplice. E soprattutto non sarà mai come essere nel centro storico. Di fronte a questa prospettiva, un commerciante va via. Questo per noi è un altro terremoto».

La gente dice: «In tre mesi non è cambiato nulla».

«Hanno ragione. Parliamo di case: il 55% degli edifici è classificato “A”, lievi danni, 10mila euro più la quota condominio. Bene: scosse a parte, non è ancora cominciato un cantiere perché la Regione ha pubblicato il prezziario il 7 luglio e i primi soldi – 20 milioni – sono arrivati il 3 luglio».

Entro dicembre arriveranno i 15mila alloggi del progetto C.A.S.E.

«Su quel progetto c’è un ritardo di oltre un mese. E tutti gli altri sfollati? Sono medico, quando una terapia non funziona si cambia. All’Aquila serve un piano B, non c’è nulla di male».

La Protezione civile si è assunta il potere di scegliere le aree da espropriare, quasi un piano regolatore deciso sopra le vostre teste, ma vi ha lasciato la patata bollente delle macerie. (Cialente fa un sorriso storto) «È il vero nodo della ricostruzione. Ci prendiamo questa responsabilità. Ma vogliamo anche le altre».

In questi giorni lei si è visto poco in giro. Non ha ritirato il pass-auto per la caserma sede del G8. Altri fili di quella corda si stanno sfilacciando?

«Sono molto fiero dell’immagine della mia città uscita dal vertice: la bellezza del Gran Sasso, l’orgoglio della gente, la magnifica fiaccolata in ricordo delle 307 vittime, lo slogan “Yes we camp” e la stessa manifestazione. È mancato però un momento di incontro vero, istituzionale con la città. Comune e Provincia non sono stati mai coinvolti, non ero presente quando Zapatero ha visitato il Castello spagnolo che ha bisogno di molti restauri; non ero presente quando è stata inaugurata piazza 6 Aprile nel compound della caserma. Ho potuto spiegare qualcosa della mia città solo al premier giapponese e a quello canadese che mi hanno voluto incontrare personalmente».

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12 luglio 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/g8/86338/il_sindaco_de_laquila_cialente_hanno_tagliato_la_corda

Propaganda razzista, condannato Tosi sindaco di Verona

Da larena.it

Nomadi, confermata condanna a Tosi

POLITICA E GIUSTIZIA. La Cassazione non ha modificato la sentenza pronunciata il 20 ottobre dello scorso anno. La vicenda, per una raccolta di firme, risale al 2001.

Per la propaganda di idee razziste resta a carico del sindaco e di altri cinque esponenti leghisti una pena di due mesi

11/07/2009

Zoom Foto

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Verona. A più di otto anni dai fatti, è arrivata per il sindaco Flavio Tosi la condanna definitiva a due mesi di carcere per propaganda di idee razziste contro gli zingari.

Non c’è più alcun appiglio giuridico neanche per gli altri cinque leghisti finiti sotto processo nel 2004: l’onorevole Matteo Bragantini, il vice presidente della Provincia Luca Coletto, il consigliere comunale e sorella del sindaco Barbara Tosi, l’assessore comunale Enrico Corsi e l’iscritto Maurizio Filippi da ieri hanno sul groppone una condanna definitiva per lo stesso reato del primo cittadino. In realtà, gli imputati non dovranno scontare neanche un giorno di carcere perchè la pena è stata sospesa così come la pena accessoria che prevedeva l’interdizione a partecipare a campagne elettorali per tre anni.

Sono soddisfatte le parti civili, i sette sinti e l’Opera nazionali dei nomadi, assistiti dal professore Lorenzo Picotti e gli avvocati Federica Panizzo, Paola Malavolta ed Enrico Varali. Già nell’agosto di 2 anni fa, le parti offese avevano incassato un risarcimento danni di 50mila euro, pagati dagli esponenti del Carroccio. Alla luce di questa sentenza, non dovranno restituire neanche un euro a Tosi e agli altri imputati.

Di più: tutti gli esponenti del Carroccio dovranno pagare le spese legali dei difensori di parte civile. Ora bisognerà attendere alcune settimane per conoscere le motivazioni della sentenza della corte di Cassazione che ha confermato la condanna già inflitta da tre diversi organi giudicanti: prima il tribunale di Verona nel dicembre 2004 per incitamento e propaganda di idee razziste, poi la corte d’appello di Venezia in due diverse sentenze. La prima fu decisa il 30 gennaio 2007 ma fu poi annullata con rinvio dalla Cassazione il 13 dicembre di quello stesso anno.

Il 20 ottobre del 2008, però, sempre i giudici di secondo grado confermarono la condanna a due mesi solo per propaganda di idee razziste. Contro questa decisione i difensori di Tosi e degli altri 5 imputati, gli avvocati Paolo Tebaldi e Giovanni Maccagnani e il professore Piero Longo di Padova, presentarono ricorso in Cassazione. E la Corte di ultima istanza, ha deciso ieri sera con una sentenza di condanna che mette una pietra tombale su questo processo, durato quasi cinque anni.

L’INCHIESTA Il sindaco e gli altri cinque leghisti finirono sotto inchiesta nel 2001 per aver avviato una campagna politica contro gli accampamenti abusivi di zingari sul territorio del nostro Comune. A parere dei giudici nei vari gradi di appello, però, quella campagna aveva tutte le caratteristiche per essere fondata su ideali razzisti. I leghisti, in pratica, non si sono limitati a chiedere la chiusura dei campi abusivi dei sinti tra la città e dintorni ma hanno chiesto l’allontanamento indiscriminato di tutti gli zingari. E lo avevano fatto con una massiccia campagna politica, disseminando non solo la città ma anche la provincia di manifesti e volantini oltre a numerose dichiarazioni dello stesso sindaco rilasciate ai giornali e mai smentite.

Tra gli slogan di quei poster, c’era quello di «mandare via gli zingari», «sgombero immediato dei campi dei nomadi». Tosi poi aveva dichiarato il 16 settembre che gli zingari «…mandano i figli a rubare… qui non ci devono stare perchè non si integrano…». I difensori, però, non hanno mai avuto dubbi sulle liceità delle dichiarazioni di Tosi: «Manifesti e dichiarazioni andavano valutate insieme alla petizione che era stata dichiarata legittima dai giudici d’appello. Non capisco perchè i giudici della Cassazione non hanno valutato congiuntamente questi due elementi» ha dichiarato ieri sera l’avvocato Paolo Tebaldi.

IL NODO DEL PROCESSO I giudici di appello il 30 gennaio 2007 avevano confermato solo in parte la condanna a sei mesi inflitta in primo grado, riducendo la pena a due mesi. L’accusa d’incitamento all’odio razziale era sparita dalla sentenza d’appello ed era rimasta solo la propaganda d’idee discriminatorie.

La petizione con la richiesta di chiudere i campi abusivi dei Sinti da inviare all’amministrazione comunale, quindi, era leggittima mentre non lo era stata la propaganda politica. E la corte di Cassazione aveva notato nella sua sentenza di rinvio un’incongruenza da sanare. Una questione subito risolta dalla corte d’appello il 20 ottobre scorso. «La petizione era uno strumento legittimo» ha spiegato il professore Lorenzo Picotti che tutela i sinti, «mentre nel mirino dei giudici è finita la campagna politica che aveva un chiaro stampo razzista».

Giampaolo Chavan

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fonte:  http://www.generazioned.it/new/?p=257#more-257

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Flavio Tosi shock/ Il sindaco leghista di Verona in una foto ride sulla lapide finta del procuratore Papalia

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tosi_verona_lapide_papaliaLa foto non colpirebbe più di tanto l’attenzione se il giovane sorridente ritratto non fosse l’attuale sindaco leghista di e se la lapide (finta) non fosse quella del procuratore capo di allora .

E se negli ultimi giorni non fosse stato aggredito dagli estremisti di destra (che abbondano in riva all’Adige) , che di Papalia ha preso il posto. Ma tutto questo è successo, quindi meditate gente…

A pochi giorni dall’aggressione neonazista al procuratore capo di , ecco un paio di scatti che ritraggono l’attuale Sindaco di Tosi quando anni fa la Lega fece una campagna contro l’allora Capo Procuratore . Un bell’esempio per i giovani veronesi. Ma si sa in fondo era una goliardata, il linguaggio verace della Lega. Non è vero? Se ingrandite la foto si vede la scritta sulla finta lapide di Papalia che recita: Morto eroicamente con la Repubblica Italiana.
Tosi già Sindaco di , l’anno prossimo potrebbe diventare il Governatore del Veneto.
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