Archivio | luglio 27, 2009

Mafia e Stato: Memento Mori

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Ora d’aria settimanale: Memento Mori

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di Marco Travaglio

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L’ultima Ora d’aria sulle trattative Stato-mafia del 1992-‘93 si chiudeva con un invito ai signori delle istituzioni: «Per favore, ci raccontate qualcosa?». In sette giorni Mancino, Violante, Ayala e Martelli han raccontato qualcosa, lasciando intendere che in certi palazzi si sa molto più di quanto non sappiano i magistrati e i cittadini. Ogni tanto se ne distilla una goccia. Quando non se ne può fare a meno.
Ciancimino jr. racconta che nell’autunno ’92 il padre Vito, per trattare col colonnello Mori, pretendeva una «copertura politica» dal ministro dell’Interno Mancino e dal presidente dell’Antimafia Violante.

A 17 anni di distanza, Violante ricorda improvvisamente che Mori voleva fargli incontrare Ciancimino, ma lui rifiutò. Peccato che non l’abbia rammentato 10 anni fa, quando Mori fu indagato a Palermo (favoreggiamento mafioso) per la mancata perquisizione del covo di Riina (assoluzione) e la mancata cattura di Provenzano (processo in corso). Mancino nega da anni di aver incontrato Borsellino il 1° luglio ’92, esibendo come prova la propria agenda e smentendo così quella del giudice assassinato. Ma ora viene sbugiardato da Ayala: «Mancino mi ha detto che ebbe un incontro con Borsellino il giorno in cui si insediò al Viminale (1° luglio ’92, come segnò il giudice, ndr): glielo portò in ufficio il capo della polizia Parisi. Mi ha fatto vedere l’agenda con l’annotazione». Intanto Mancino svela a Repubblica che nel ’92 disse no a trattative con la mafia, ma senza rivelare chi gliele propose. Poi, sul Corriere, fa retromarcia: «Nessuna richiesta di copertura governativa». E l’incontro con Borsellino? Prima lo nega recisamente: «Non c’è stato. Ricordo la chiamata di Parisi dal telefono interno: “Qualcosa in contrario se Borsellino viene a salutarla?”. Risposi che poteva farmi solo piacere, ma poi non è venuto». Poi si fa possibilista: «Non posso escludere di avergli stretto la mano nei corridoi e nell’ufficio… non ho un preciso ricordo». Cioè: ricorda un dettaglio marginale (la chiamata di Parisi), ma non quello decisivo (l’erede di Falcone appena assassinato si perse nei meandri del Viminale o trovò la strada del suo ufficio?).

Poi torna a negare: «È così,ho buona memoria. Del resto c’è la testimonianza del pentito Mutolo: Borsellino interruppe l’interrogatorio con lui per andare al Viminale e tornò stizzito perché anziché Mancino aveva visto Parisi e Contrada». Scarsa memoria: Mutolo afferma che Borsellino tornò sconvolto perché gli avevano fatto incontrare Contrada, non perché non avesse visto Mancino (anzi, scrisse nel diario di averlo visto). Resta poi da capire perché, fra Capaci e via d’Amelio, mentre partiva la trattativa Ros-Ciancimino, ci fu il cambio della guardia al governo. «Io e Scotti – ricorda l’allora Guardasigilli Claudio Martelli – eravamo impegnati in uno scontro frontale con la mafia. Ma altre parti di Stato pensavano che le cose si potevano aggiustare se la mafia rinunciava al terrorismo e lo Stato evitava di darle il colpo decisivo. In quel clima qualcuno sposta Scotti dall’Interno alla Farnesina e pensa pure di levare dalla Giustizia Martelli, che però dice no». Signori delle istituzioni, siamo sulla buona strada, ma si può fare di più. A quando la prossima puntata?

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27 luglio 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/ora_d_aria/86818/ora_daria_settimanale_memento_mori

NEL DDL ANTICRISI – Corte dei Conti, col “Lodo Bernardo” niente indagini su premier e enti

https://i0.wp.com/www.diegocattarossi.com/blog/wp-includes/images/san%20bernardo.jpgCon ‘Dolo’ Bernardo dormiamo tutti sonni tranquilli..

Un emendamento al dl anticrisi limita l’azione dei pm contabili

Non risarcibili danni all’immagine senza condanna: mani avanti sul caso Berlusconi?

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di LIANA MILELLA

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Corte dei Conti, col "Lodo Bernardo" niente indagini su premier e enti
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ROMA – Un’indagine fresca, con 400 inviti a dedurre, sulle consulenze concesse dagli alti dirigenti del ministero dell’Economia? Se ne occupa la procura della Corte dei Conti del Lazio. Ma i pm contabili potrebbe vedersi costretti a fare marcia indietro perché, prima di indagare, devono essere certi di avere tra le mani “una specifica e precisa notizia di danno”. Non solo: devono sapere, prima ancora di avviare l’accertamento, che quel danno “sia stato cagionato per dolo o colpa grave”. Le inchieste sulle consulenze della Moratti, sulla clinica Santa Rita, sull’azienda dei trasporti di Genova? Tutto in fumo. Non basta: se a qualche procuratore della Corte dei conti, della Puglia o del Lazio, fosse venuto in mente di contestare al premier Berlusconi un “danno all’immagine”, con l’apertura di un processo e la conseguente richiesta di un risarcimento allo Stato, per via del suo comportamento “allegro” tra villa Certosa e via del Plebiscito, ormai non potrà più farlo.
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Perché un “lodo”, l’ennesimo del governo di centrodestra, può mettere in sicurezza i vertici del ministero dell’Economia, ma anche il presidente del Consiglio. Il “lodo” è quello del deputato Pdl Maurizio Bernardo, nato a Palermo ma eletto in Lombardia, in quota al presidente Formigoni, che nel suo emendamento al dl anticrisi scrive: “Le procure regionali della Corte dei conti esercitano l’azione per il risarcimento del danno all’immagine nei soli casi previsti dall’articolo 7 della legge 27 marzo 2001 numero 97”. I “soli casi previsti” sono quelli della “sentenza irrevocabile di condanna”. E quindi, ragionano alla Corte, poiché Berlusconi potrebbe non essere coinvolto penalmente per le feste nelle sue abitazioni, anche se ha danneggiato l’immagine dello Stato, nessuno potrà chiedergli un risarcimento.

La Corte dei conti è in subbuglio per il lodo Bernardo.
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Il procuratore generale
Furio Pasqualucci si scontra duramente con il presidente, di nomina governativa, Tullio Lazzaro. Il primo scrive al presidente della Camera Fini per chiedergli di bloccare il lodo, il secondo è sospettato di essere, almeno in parte, l’ispiratore delle norme. Sicuramente di quella, bloccata da Fini perché non discussa in commissione Bilancio, che attribuisce al presidente l’iniziativa disciplinare contro i magistrati a cui il pg, finora unico titolare, non si può opporre. La norma potrebbe rispuntare al Senato e garantisce al presidente, che guida la sezione disciplinare, un potere totale sui processi contro i colleghi. Pasqualucci è stanco e ha deciso di lasciare anzitempo l’incarico. Ha già fatto sapere che se ne andrà a gennaio.
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Non basta. Raramente, nelle leggi ad personam del Cavaliere, una quindicina di righe hanno assommato un intento che il pg Pasqualucci definisce “punitivo” contro la Corte e per l’Associazione dei magistrati “mette a rischio le indagini”. Norme che l’opposizione alla Camera ha duramente contestato – Donatella Ferranti del Pd, Massimo Donadi dell’Idv – con l’idea, domani quando ci sarà il voto finale, di protestare ulteriormente. Ma tant’è: nel lodo Bernardo è scritto che la Corte potrà perseguire il danno erariale “di uno degli organi previsti dall’articolo 114 della Costituzione o altro organismo di diritto pubblico”. Che significa restringere l’area dei soggetti indagabili e tirar via d’un colpo municipalizzate, enti mutualistici, comunità montane, Bankitalia. Come in ogni buona legge ad personam anche il lodo Bernardo si applica ai processi in corso. Dopo il “colpo” inferto dal ministro Brunetta (nel consiglio di presidenza della Corte, il loro Csm, i togati ridotti da 9 a quattro) e da Alfano (il presidente avoca a Roma, alle sezioni riunite, le questioni su cui c’è stato un giudizio difforme in periferia), il dl anticrisi rischia, come dice l’Associazione magistrati, di “ridurre la nostra autonomia e indipendenza”.
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27 luglio 2009
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Il governo si spacca su Kabul: La Lega contro gli alleati

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di Umberto De Giovannangeli

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Ministri che precisano. Ministri che rilanciano. Ministri che frenano. Interventisti contro «dietrofrontisti». Imbarazzante. Inquietante. A scatenare la bagarre è Umberto Bossi: fosse per il leader leghista i soldati italiani impegnati in Afghanistan dovrebbero tornarsene a casa: «Io li porterei tutti a casa. Visti i risultati e i costi ci penserei su. Io sono per spendere il meno possibile anche se so che c’è un problema internazionale che non è semplice risolvere», afferma il ministro delle Riforme. Che affronta lo scottante tema nell’ambito più consono (si fa per dire): a Motta Visconti, in una calda sera d’estate per la selezione di Miss Padania.

Il rompete le righe sconcerta i vertici dell’esercito, sgomenta gli alleati. E divide il Governo. «La presenza dei nostri militari in Afghanistan è imprescindibile. Lasceremo il Paese solo quando saranno garantite le condizioni di sicurezza», puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. «Torneremo indietro – aggiunge il ministro della Difesa – quando avremmo concluso l’obiettivo della missione che è dare all’Afghanistan la possibilità di gestire autonomamente il territorio, consentendo condizioni di sicurezza non solo in Afghanistan, ma anche per quella parte del mondo che vuole combattere il terrorismo. L’esatto opposto di quanto esternato dal Senatur. La Russa s’avventura in una riflessione psicoanalitica: ritirare le truppe italiane dall’Afghanistan? «Se pensassimo da papà, come ha fatto Bossi, questo sarebbe il primo sentimento. Ma se parliamo da ministri sappiamo che quello che stanno facendo i nostri ragazzi in Afghanistan è un compito importante,imprescindibile, irrinunciabile», dice il titolare della Difesa.

In trincea scende anche Renato Brunetta: «In Afghanistan si gioca anche la nostra libertà», ecco perché «non sono affatto d’accordo con il collega Bossi», dichiara il ministro della Pubblica Amministrazione. Silente il titolare della Farnesina. Ma Franco Frattini aveva consegnato il suo bellicoso pensiero al Corriere della Sera: contro quella che «è visibilmente un’escalation», «aumenteremo i Predator e la copertura dei Tornado, in funzione non solo di ricognizione, ma anche di vera e propria copertura», afferma il ministro degli Esteri. Rafforzare la nostra presenza sul campo (e in cielo). L’esatto opposto di quanto sostenuto dal ministro Bossi.

Non è ministro, ma nella disputa imbarazzante non poteva mancare la voce di Maurizio Gasparri: «La missione in Afghanistan che si sta rivelando, come purtroppo abbiamo sempre immaginato, densa di rischi e di pericoli, non può essere messa in alcun modo in discussione», sentenzia il presidente del gruppo Pdl al Senato, sostenuto da Italo Bocchino, vice presidente dei deputati del Pdl. «I ragazzi italiani che ogni giorno rischiano la vita hanno diritto di vedere dei ministri che non litigano tra di loro; di sentirsi coperti da un Governo che, nell’ambito del mandato parlamentare, li tutela», osserva il segretario del Pd, Dario Franceschini. Parla Bossi. Lo contesta La Russa. Rinfocola Frattini. Si schiera Brunetta. Nel caos afghano in cui precipita il Governo, si staglia un silenzio pesante. Quello del presidente del Consiglio.

Qualcuno avrà informato il Cavaliere dell’uscita del ministro-papà?

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27 luglio 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/politica/86821/il_governo_si_spacca_su_kabul_la_lega_contro_gli_alleati

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L’intervista. Calderoli: la democrazia non si esporta, il terrorismo è finanziato dai paesi ricchi

Il voto della Lega non è mai mancato, ma se ero interventista ora faccio mea culpa

“Gli italiani stanno col Senatur
via anche da Libano e Balcani”

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di LUCIANO NIGRO

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"Gli italiani stanno col Senatur via anche da Libano e Balcani"Il ministro Calderoli

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ROMA – “Polemiche strumentali. Sull’Afghanistan la stragrande maggioranza degli italiani la pensa come Umberto Bossi. Prima o poi il mondo occidentale dovrà fare autocritica perché la democrazia non si esporta e non si impone”. E’ un Roberto Calderoli di lotta e di governo quello che in una torrida domenica di mezza estate fa da scudo alla grandine di polemiche, dentro il governo e fuori, sul leader del Carroccio che sui soldati italiani ha detto: “Io li riporterei tutti a casa”.

Bella baraonda, ministro Calderoli. Gli altri ministri sono infuriati.

“E perché? Noi della Lega Nord siamo in linea con il governo. Mai tolto un voto alle missioni decise dalla maggioranza”.

Già, ma parlare di ritiro delle truppe alimenta la confusione.
“Quella di Bossi è una riflessione da papà, ha ragione La Russa. Dovremo o no valutare ciò che è accaduto in questi anni?”.

Di fronte agli attacchi dei terroristi, ammonisce il Pdl, la politica non si divide.

“E infatti non dividiamo niente. Non chiediamo mica di non mantenere gli impegni presi. Ma è possibile, intanto, fare un bilancio dei risultati raggiunti?”.

Un cambio di rotta mentre i soldati sotto tiro? Franceschini chiede rispetto per loro.
“In pericolo quei poveretti ci sono perché li mandiamo noi. Subiscono le nostre scelte. E il segretario del Pd strumentalizza perché ha il congresso”.

Anche Brunetta non ci sta. “Ci giochiamo la libertà”, protesta.
“Anch’io un tempo ero interventista. Poi ho fatto il mea culpa. Interroghiamoci: è migliorata la situazione in Afghanistan? Io sono arrivato alla conclusione che c’è una sfasatura temporale”.


Sarebbe a dire?
“I tempi dell’emancipazione sono diversi. Non ce la fai a costruire la democrazia, il contesto culturale e storico è diverso dal nostro”.

Tutti a casa, allora?
“Ma no, andiamo fino in fondo. Rispettiamo gli impegni presi. Anche dall’opposizione abbiamo sostenuto interventi militare. L’Europa e l’occidente, però, ripensino la strategia perché non credo che otterremo risultati”.

Lascerebbe l’Afghanistan ad Al Qaeda e ai Talebani?
“Io mi sono convinto che a foraggiare il terrorismo sono altri, paesi più tranquilli e con le risorse”.

Allude all’Arabia Saudita?
“Non faccio casi, altrimenti succede un guaio. Ma è più facile sostenere i terroristi per un paese con il petrolio. L’Afghanistan mi sembra come la Somalia, dove siamo andati e poi siamo scappati. E anche lì, vogliamo dirlo che senza le armi dell’occidente sarebbe diverso?”.

Fa il pacifista, ministro?
“Mi arrabbio quando penso ai tanti casini che abbiamo creato in passato. E all’ipocrisia dell’occidente. Che guerre farebbero senza le nostre armi?”

Dunque fermarsi e rientrare?
“Andare fino in fondo con gli impegni presi. Ma intanto serve una presa d’atto generale. C’è anche un problema di risorse, no? Siamo in grado di sostenere ulteriori missioni?”.

Lei che ne pensa?
“Che se non ne abbiamo si torna a casa. Il Libano e i Balcani intanto lasciamoli. E sull’Afghanistan ragioniamo. E’ sbagliato lasciare prima delle elezioni. Ma la testa alla gente non la cambi con il voto. E poi è la strada giusta? E’ una riflessione di pancia che il paese fa. E in Iraq è stato utile abbattere Saddam? Non era democratico, ma di equilibrio. Forse occorreva un passaggio più graduale, aiutare l’Iraq a liberarsi di Saddam”.

Ha visto l’arcobaleno, Calderoli?
“Vorrei il coraggio di una discussione. Anch’io sulla Libia non ero entusiasta. Ma ha avuto ragione Berlusconi, ha pagato”.

E intanto in Afghanistan?
“Andiamo avanti, fino alla fine. Non illudiamoci, però, che l’intervento sarà risolutivo”.

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27 luglio 2009
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