Archivio | luglio 28, 2009

Casi di ordinaria inciviltà

Ordinanza a Pordenone:
vietato fermarsi in due in strada

Il sindaco dispone una serie di misure per il decoro e la fruibilità del centro

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Il palazzo comunale di Pordenone

PORDENONE – Il sindaco di Pordenone, Sergio Bolzonello, con un’ordinanza ha vietato gli assembramenti di due persone nel centro cittadino che ostacolano la fruizione degli spazi pubblici da parte di altri cittadini. La zona interessata è compresa fra piazza Costantini, via don Stuzo, via Rovereto e piazzale Duca d’Aosta. Nell’area del centro della città friulana, secondo le proteste delle famiglie che vi abitano, si è creata una situazione difficile a causa della presenza, sia di giorno che di notte, di gruppi di giovani che vi sostano bevendo alcolici, imbrattando muri, strade e marciapiedi, urlando o infastidendo i passanti.

ORDINANZA – L’ordinanza del sindaco vieta il consumo di bevande alcoliche in luoghi pubblici sia di giorno che di notte, a eccezione degli spazi riservati agli esercizi pubblici; e, più in generale, dispone il divieto di tutti i comportamenti che determinino il degrado dell’area e ne compromettano il senso di sicurezza. L’ordinanza prevede multe da 25 a 500 euro ed è applicata in via sperimentale fino al 31 dicembre.

Fonte: il Corriere della Sera

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Ma non è che sia il solo, intendiamoci: c’è anche chi…

Allatta al seno sua figlia in albergo
Il gestore: “Qui dà noia, si nasconda…”

E’ successo in un hotel a 4 stelle a Madonna di Campiglio e la denuncia è della stessa madre: “Accanto al cartello Vietato Fumare, sarebbe opportuno segnalare Qui, i bambini allattati al seno non possono mangiare”

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allattamento al seno

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Madonna di Campiglio, 28 luglio 2009 L’ultima notizia dal fronte dell’inciviltà estiva arriva dalla sciccosa Madonna di Campiglio dove una mamma che stava allattando la propria figlia è stata invitata a nascondersi dal direttore dell’albergo a quattro stelle in cui la signora soggiornava. E dove, evidentemente, non intende più rimetterci piede, sperando che siano in molti ad imitarla.

La vicenda è stata segnalata da una turista bergamasca che ha denunciato l’episodio con una lettera aperta indirizzata al Corriere. «A scanso di equivoci, accanto ai cartelli Vietato Fumare e Animali domestici ammessi, sarebbe opportuno segnalare Qui, i bambini allattati al seno non possono mangiare. Firmato, Roberta Rossini».

Trentasei anni, cardiologa e moglie di un cardiologo, madre di due bimbe (la maggiore ha 2 anni e mezzo, la seconda ha 5 mesi), la dottoressa Rossini ha raccontato al quotidiano milanese: «Mio marito ed io, viaggiando spesso per lavoro, con le nostre bimbe al seguito nel limite del possibile, ci siamo resi conto che l’accoglienza negli alberghi standard non è molto favorevole ai più piccini. Anche per questo motivo, in vista della vacanza in montagna, avevamo selezionato un family hotel, a 4 stelle. Scelta azzeccata. L’albergo di Madonna di Campiglio si è rivelato all’altezza delle aspettative, per quanto riguarda i servizi e l’attenzione ai bambini. Poi, è accaduto quell’episodio, davvero sgradevole. Non sono un’esibizionista né una femminista spinta. Anzi. Tengo al rispetto e alla sensibilità degli altri. Dunque, ero solita allattare la piccola Bianca in camera, prima di scendere al ristorante. In due occasioni soltanto, mentre eravamo già seduti al tavolo, è capitato che la bimba si mettesse a piangere. Allora, l’ho presa in braccio e, con discrezione, l’ho allattata per pochi minuti al seno; si è addormentata, l’ho rimessa nella carrozzina”.

“La sera successiva – continua il racconto – un imbarazzato direttore d’albergo mi ha comunicato che il direttore mi pregava di allattare altrove. Con la piccola al seno, davo fastidio a qualcuno. Qualche cliente si è lamentato – ha spiegato il mio interlocutore a mio marito- e dunque sua moglie d’ora in poi è pregata di allattare fuori dalla sala ristorante».

In realtà, non ci sarebbe stata nessuna lamentela. “La seconda sera che ho allattato Bianca – racconta ancora la dottoressa bergamasca – accanto al nostro tavolo c’era soltanto lui, il direttore». Aggiunge: «Oggi gli hotel aprono sempre di più le porte a cani e gatti. Segno, sia chiaro, di grande civiltà. Ma non si capisce perché l’atto di allattare al seno di una madre venga considerato disdicevole». Il direttore dell’albergo di Madonna di Campiglio, interpellato dallo stesso Corriere, ha replicato così: «Ci sono state proteste, noi dobbiamo ascoltare le ragioni di tutti i clienti. In fondo, abbiamo semplicemente chiesto alla signora Rossini di spostarsi con la piccola in una saletta, a lato del ristorante».

Fonte: Quotidiano.net

eggià, perché se invece di allattare la signora avesse esposto il seno per il gusto di farsi ammirare, allora nessuno avrebbe avuto da ridire… o tempora, o mores! elena

Agrigento, sequestrato l’ospedale: ci sono carenze, troppa sabbia nel cemento

Secondo la Guardia di Finanza, il San Giovanni di Dio dovrà essere sgomberato in un mese. Gli indagati sono 22

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AGRIGENTO, 28 luglio – Militari della guardia di finanza hanno notificato un provvedimento di sequestro cautelativo dell’intero complesso ospedaliero San Giovanni Di Dio di Agrigento per gravi carenze strutturali degli edifici che lo costituiscono tali da esporre a gravissimo rischio sismico l’intero manufatto. Dovrà essere sgomberato in un mese. Il dispositivo è stato emesso dal Gip Alberto Davico, che ha accolto la richiesta del procuratore della Repubblica, Renato Di Natale, dall’aggiunto Ignazio Fonzo e del sostituto Antonella Pandolfi e eseguito dalle Fiamme gialle di Agrigento, al comando del tenente colonnello Vincenzo Raffo.

L’inchiesta, con diversi indagati a diversi livelli di responsabilità, è ancora aperta e sono in corso ulteriori accertamenti disposti dai magistrati. Il legale rappresentante dell’azienda ospedaliera è stato nominato custode dell’immobile sequestrato. Il Gip ha concesso 30 giorni di tempo per l’adozione di provvedimenti a tutela dell’incolumità del personale sanitario ed amministrativo e dei degenti, compreso lo sgombero dell’intera struttura.

Sono 22 gli indagati. Il 5 marzo scorso la procura di Agrigento iscrisse 22 persone, fra tecnici, funzionari, manager dell’azienda ospedaliera, progettisti ed imprenditori, nel registro degli indagati per l’inchiesta sulla qualità dei materiali usati per la costruzione del nuovo complesso ospedaliero di contrada Consolida ad Agrigento. Tra i reati ipotizzati l’associazione per delinquere, l’abuso di ufficio, l’omissione di atti di ufficio, il favoreggiamento e la truffa. L’inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica Renato Di Natale, sembrò subito una indagine gemella a quella che aveva già riguardato il cemento utilizzato per la costruzione di un padiglione dell’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta.

Gli avvisi di garanzia, all’inizio di marzo, furono emessi dopo una perizia disposta dalla procura dalla quale emersero le gravi carenze nella qualità dei calcestruzzi usati per alzare, cinque anni prima, la struttura. Le prove tecniche, cosiddetti «carotaggi», realizzate in ogni punto dell’ospedale San Giovanni di Dio avrebbero evidenziato, in particolar modo, che il calcestruzzo utilizzato era «depotenziato» cioè con una alta percentuale di sabbia e dunque fin dai primi sondaggi non è mai stato escluso un alto rischio di crolli.

Il perito Attilio Masnata nominato dalla procura già alla prima tranche di rilievi presentò una relazione tecnica preoccupante: secondo il perito l’ospedale non poteva essere collaudato e doveva, dunque, essere dichiarato inagibile. Fin dalle battute iniziali dell’inchiesta, dopo i primi rilievi tecnici, la guardia di finanza di Agrigento e la procura si erano detti in attesa degli esiti delle perizie per valutare l’opportunità o meno di un sequestro della struttura.

Fonte: il Messaggero

direi che la domanda sorge spontanea: chi l’ha costruito? e chi ha dato l’ok? mah… nde

‘Avvenire’ torna sul caso-Berlusconi: “Non è vero che siamo stati zitti”

Il quotidiano risponde alla lettera perplessa di un sacerdote lombardo, secondo il quale la Cei non è intervenuta con sufficiente chiarezza: “Dalla Cei posizione inequivocabile”

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Silvio Berlusconi al G8 (Ansa)

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Roma, 28 luglio 2009 – Il quotidiano dei vescovi italiani, «Avvenire», torna sul caso Berlusconi e precisa: si tratta di scene sconfortanti di fronte alle quali è stata presa una posizione inequivocabile da parte dei vertici della Cei. Lo scrive il direttore del giornale, Dino Boffo, rispondendo alla lettera perplessa di un sacerdote lombardo, secondo il quale la Cei non è intervenuta con sufficiente chiarezza sulla questione.

Al contrario, sostiene Boffo: «La Repubblica» non a caso ha rilanciato più volte le prese di posizione di «Avvenire», «ed anche ieri lo stesso giornale è tornato ad argomentare con solerzia ancora in prima pagina e sempre a partire da ciò che su Avvenire era stato pubblicato». Insomma, se qualcuno parla di silenzio che lascia sgomenti, «altri, prendendo al volo le nostre parole, ci fanno addirittura gridare» in una «stagione in cui la scena pubblica offre spettacoli niente affatto confortanti».

In ogni caso «Avvenire non è stato zitto. Ha parlato sul tema a più riprese: con un fondo di Rossana Sisti, con un secondo fondo di Gianfranco Marcelli, con un terzo intervento di Piero Chinellato, infine con una mia risposta collettiva ad alcune lettere, che è il testo da cui ha attinto Repubblica per fare il titolo di cui dicevo. Vede, per i media nazionali la posizione di Avvenire è inequivocabile, glielo posso assicurare».

E questo vale «per i nostri Vescovi: sia il presidente cardinal Bagnasco sia il segretario generale monsignor Crociata hanno colto le occasioni pastorali che si sono presentate per prendere posizione in modo netto sul piano dei contenuti come della prassi». Sia chiaro, poi: «chiunque è stato raggiunto dai loro interventi ha capito quello che si doveva capire». «Alla comunità cristiana tocca tenere alto il contenuto della fede, e non cedere a compromessi», conclude Boffo.

Fonte: Quotidiano.net

In effetti è vero, la CEI è intervenuta: noi ne abbiamo parlato qui. Quatno a tempismo e rigore, insomma… ma qui si entra nel campo delle opinioni – e sapete che le mie sono… abbastanza “radicali”. nde

Il sindaco di Predappio: “Il paese non vuole più i turisti in camicia nera”

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Predappio – La famiglia Mussolini abitava al primo piano mentre nello stanzone ai piedi della scala si trovava la bottega da fabbro del padre Alessandro. Poichè la casa non apparteneva alla famiglia, nell’arco di breve tempo si trasferirono in un’altra abitazione colonica della zona (l’attuale sede comunale). Nel 1923, a quarant’anni dalla nascita e a pochi mesi dalla presa del potere da parte del fascismo, la casa venne donata dagli abitanti di Predappio a Benito Mussolini. Fu allora che il Duce decise di trasformarla in una sorta di museo: una casa della propaganda che ancora oggi attira migliaia di nostalgici, militanti e curiosi. Ancora per poco, però. Il sindaco del paese, infatti, vuole chiudere le porte ai “turisti del fascismo”.il suo invito non lascia ombra di dubbio: “Restatevene a casa”.

Addio al turismo nero Turisti del fascismo, per favore, state a casa”. Questo in sintesi l’invito del sindaco del Pd di Predappio, Giorgio Frassineti, alle migliaia di persone che ogni anno arrivano nel paese sulle colline dell’Appennino forlivese dove è nato Benito Mussolini, per manifestazioni nostalgiche in camicia nera, che si svolgono di solito in date definite, come quella di domani, 29 luglio, anniversario della nascita del Duce. “Queste persone – ha detto Frassineti – sono i nemici del nostro futuro. Noi siamo vittime di queste ondate becere che volgarizzano la storia d’Italia e ci emarginano a causa di questo carnevale triste e surreale, che spesso si svolge nel cimitero, luogo di dolore dei predappiesi e che ha derive commerciali. Il nome del nostro paese è indissolubilmente legato a quello di Mussolini, ma vorremmo diventare un luogo dove si discute di storia e non il teatro di queste tristi manifestazioni”.

Fonte: il Giornale

Venezia: cella segreta per le punizioni in carcere, indagate sei guardie

Il locale sarebbe stato utilizzato per “calmare” i detenuti problematici. Tra questi un marocchino che si tolse la vita

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Una vecchia cella di isolamento (da internet)

VENEZIA, 28 luglio – Nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia vi sarebbe stata una “cella delle punizioni”: stretta, buia, dall’odore nauseabondo, nella quale sarebbero stati rinchiusi alcuni detenuti, tra cui il ventisettenne di nazionalità marocchina che, lo scorso 6 marzo, in quello spazio angusto si tolse la vita.

La Procura della Repubblica di Venezia ha aperto un’inchiesta per accertare se siano stati commessi illeciti di natura penale nell’utilizzo di quella cella, non regolamentare, e ha iscritto sul registro degli indagati i nomi di sei appartenenti al corpo di polizia penitenziaria con l’ipotesi di abuso di autorità contro arrestati e detenuti; reato che l’articolo 608 del codice penale punisce con la reclusione fino a trenta mesi. L’indagine non riguarda Gabriella Straffi (nella foto piccola) direttrice del carcere all’epoca dei fatti e che, da quanto emerso nel corso degli accertamenti, non era informata di quanto accadeva.

Nei giorni scorsi il sostituto procuratore Massimo Michelozzi ha chiesto al giudice per le indagini preliminari di Venezia di poter ascoltare con incidente probatorio, alla presenza dei legali degli indagati, sette detenuti che, nel corso delle indagini preliminari, hanno raccontato al magistrato numerosi particolari in relazione all’utilizzo di quella cella. In questo modo il pm vuole far acquisire il valore di prova alle loro dichiarazioni, evitando il rischio di non poterli ascoltare più avanti, nel corso di un eventuale processo in Tribunale: i detenuti sono tutti stranieri e, una volta usciti dal carcere, potrebbero non essere più rintracciabili.

Stando alle deposizioni rese finora, la cosiddetta “cella delle punizioni” sarebbe stata utilizzata in più di una modalità. Da un lato per ospitare momentaneamente nuovi detenuti in arrivo, in attesa di poterli sistemare: in questo caso la Procura ha ritenuto che non si possa configurare alcuna violazione, in quanto si trattava di sistemazione temporanea, giustificata dalla grave situazione logistica del carcere veneziano, sovraffolato e con pochi spazi disponibili. In altre occasioni, però, quella cella sarebbe servita per ospitare detenuti un po’ troppo esuberanti, con l’obiettivo di farli calmare. Vero o falso? Il pm Michelozzi si sta muovendo per acquisire tutti gli elementi utili ad una completa valutazione.

Il quella cella, lo scorso 6 marzo si è suicidato (impiccandosi dopo aver ridotto la coperta in sottili strisce) un ventisettenne di nazionalità marocchina che in precedenza già una volta aveva tentato di togliersi la vita, ed era stato salvato grazie all’intervento delle guardie penitenziarie. Per la morte di quel detenuto sono finiti sotto inchiesta il responsabile delle guardie, nonché l’ispettore in servizio nel settore in cui si trovava il detenuto, in relazione a possibili carenze e omissioni nella sua sorveglianza. Per quale motivo, si chiede il magistrato, il giovane è stato messo in quella cella buia, senza essere sorvegliato, considerato il suo delicato equilibrio psichico? Perché non è stato lasciato nella sua cella assieme ai compagni che avrebbero potuto prendersi cura di lui?

L’intera vicenda va inquadrata in una situazione che, all’interno del carcere di Santa Maria Maggiore, è al limite del collasso (e della decenza), come denunciato anche recentemente da uno sciopero degli avvocati veneziani. I detenuti sono oltre 300 (di ben 22 etnie differenti), a fronte di una capienza di 160. Il tutto in spazi insufficienti e spesso non adeguati, tanto che alcuni detenuti vengono fatti dornire nelle aree che durante il giorno sono riservate alle attività ricreative. Ma non basta: l’organico della polizia penitenziaria è fortemente carente e mancano una sessantina di agenti nella sezione maschile e una ventina in quella femminile, con immaginabili problemi per l’organizzazione del lavoro e la gestione della sicurezza.

Fonte: il Messaggero

«Pianisti» orobici a Roma – Fini ritira la tessera a Pirovano

Il presidente della Camera Gianfranco Fini

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È tutto bergamasco (e lumbard) l’ultimo avvistamento di «pianisti» in Parlamento, ovvero di deputati che votano al posto di colleghi assenti. Nel mirino è finito il leghista bergamasco Nunziante Consiglio, che ha premuto il pulsante al posto dell’onorevole collega e presidente della Provincia di Bergamo Ettore Pirovano, non presente in aula il 27 luglio al momento della votazione. Manovra che non è però sfuggita al presidente dell’aula Gianfranco Fini, che ha ordinato il ritiro della tessera di voto di Pirovano.


Il neoleader di via Tasso non aveva accettato di dare le proprie minuzie, cioè le impronte digitali sulla base delle quali funziona il sistema di voto inaugurato nel marzo scorso, studiato proprio per evitare il fenomeno dei pianisti. «Ricordo che non si vota per interposta persona», ha detto Fini commentando l’accaduto.

Ettore Pirovano, impegnato a Bergamo con la Giunta provinciale, spiega così l’accaduto: «È stato un errore di Nunziante Consiglio. Per comodità lascio sempre la mia tessera di parlamentare sul banco, e il collega l’ha inserita per sbaglio al posto della sua». (strano, perché un’altra fonte questa – rivela che risultano i voti di entrambi… nde)

Sulla vicenda arrivano intanto le reazioni dei parlamentari bergamaschi del versante centrosinistra: «Ora è chiaro a tutti perché l’onorevole Pirovano ha rifiutato il sistema di votazione con le impronte digitali: non certo per difendere la propria privacy – attacca Antonio Misiani (Pd) -. Ma Pirovano dovrebbe rassegnarsi, perché l’epoca dei parlamentari pianisti è ormai consegnata al passato. Speriamo solo che la figuraccia rimediata oggi dal presidente-deputato e dall’onorevole Nunziante Consiglio convinca Ettore Pirovano a rinunciare al doppio incarico, dimettendosi da deputato. La Provincia di Bergamo ha bisogno di un presidente a tempo pieno. E questo impegno è oggettivamente incompatibile con la presenza a Roma richiesta ogni settimana dai lavori parlamentari».

«La dedizione al lavoro del deputato leghista onorevole Ettore Pirovano è tale da prevedere addirittura il dono dell’ubiquità – ironizza Sergio Piffari (Idv) -. Il neo presidente della Provincia, infatti, oltre ad essere impegnato a Bergamo ad approvare in Giunta importanti atti amministrativi, riusciva contemporaneamente a prendere parte anche alle votazioni di Montecitorio. Solo l’intervento dell’integerrimo Presidente Fini, accortosi del voto per interposta persona, ha posto fine all’«eccesso di zelo» del deputato leghista».

«Non sarebbe meglio rinunciare ad uno dei due incarichi come già più volte da noi sostenuto durante i dibattiti pubblici e televisivi in campagna elettorale? – scrive in un comunicato il gruppo del Pd in Consiglio Provinciale -. Ricordiamo ancora che la provincia di Bergamo è tra le 10 provincie italiane con oltre 1 milione di abitanti. Chi si è candidato ed è stato eletto a governarla deve garantire il proprio impegno a tempo pieno».

Fonte: L’Eco di Bergamo

«Metterò fuorilegge le ronde»

Dopo la notte folle il sindaco di Massa prepara un’ordinanza

di Claudio Figaia

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MASSA – Lo tirano per la giacca da una parte e dall’altra. Per la destra è «ostaggio dei Carc»; per la sinistra ultrà «un sindaco sceriffo». Lui, Roberto Pucci, sindaco per la terza volta, alla guida di una coalizione che unisce ex Ds, Arcobaleno (ora Sinistra e Libertà), pezzi di Prc e Pdci (ma anche l’Udc), non si scompone e ripete: «Non abbiamo bisogno di ronde, qui in città».

«Né di destra, né di sinistra», aggiunge poi. E siccome il Pucci è un pragmatico aggiunge anche dell’altro: «Sto studiando la strada legale per emettere un’ordinanza che vieti le ronde nel Comune di Massa». Ne parlerà con prefetto, questore e altre autorità oggi nella riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza convocato d’urgenza dopo gli scontri della notte scorsa.

«Guardate – prosegue il primo cittadino – io sono contrario alle ronde e in consiglio comunale una larghissima maggioranza è sulle mie posizioni. Non solo: le ronde che si organizzano a Massa sono illegali, non hanno il consenso del prefetto e neanche quello del sindaco. In più sono chiaramente ideologizzate. Basta il nome che si sono date, “Sss”, per capire che gente ci sia dietro. Ebbene, le forze dell’ordine devono impedire che queste Sss vadano in giro a fare danni».

Detto questo, continua l’analisi di Pucci, «non mi sfugge che i Carc e altre formazioni della sinistra estrema colgano l’occasione delle ronde per fare della confusione. I fascisti provocano e loro ci cascano come pere cotte. O meglio, ci cascano volutamente per ottenere visibilità e titoli sui giornali. Ma io dico: non lasciamo a loro la bandiera dell’antifascismo. Quella bandiera è di tutta la città e non abbiamo bisogno di azioni violente. Chiediamo che chi si dice antifascista usi la testa. Altrimenti, intervengano le forze dell’ordine».

Per Pucci, un passato di militante in Lotta Continua, questa storia degli scontri tra destra e sinistra non è cosa nuova. «Vero, ma di analogie ne vedo ben poche. Anche in quegli anni le provocazioni fasciste erano all’ordine del giorno. Ma noi sapevamo riconoscerle e sapevamo che non dovevamo cadere nei tranelli».

Resta il fatto che nella Massa Carrara antifascista e medaglia d’oro della Resistenza si registra una “vivacità” della destra estrema che altre zone non conoscono. «Anche negli anni di piombo qui i neofascisti erano ben organizzati. Evidentemente hanno lasciato radici non ancora estirpate». E, conclude Pucci, le ronde, qui a Massa, non hanno neanche la pretesa di essere un “presidio di sicurezza”. «Nella classifica del Viminale la nostra città è al sesto posto nella classifica dei capoluoghi italiani per numero di reati. Certe situazioni drammatiche che vivono altre città, qui non esistono. Viviamo lontanissimi dalla rappresentazione buffa della città insicura che fa Benedetti. E ripeto: la sicurezza nella mia città la garantiscono le forze dell’ordine. Non le ronde o pseudo ronde.

Fonte: il Tirreno

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Mentre PDL e Lega fanno a gara per esaltare le ronde (e per fortuna qualcun altro si oppone…) vale forse la pena di ricordare questo articolo del 2 marzo scorso, che noi abbiamo “ripescato” postato di fresco su Facebook:

Il Cocer boccia il decreto che istituisce i volontari per la sicurezza
“Mancano quasi 10mila uomini alla polizia e all’Arma. Lo diremo a Napolitano”

“Le ronde sono impraticabili”
L’alt del sindacato dei carabinieri

di ALBERTO CUSTODERO

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"Le ronde sono impraticabili" L'alt del sindacato dei carabinieri

ROMA – “Le ronde? Impraticabili”. A bocciare il decreto che istituisce i volontari per la sicurezza – che nel Napoletano gruppi di genitori vorrebbero in funzione antipedofili – sono i carabinieri. Il Cocer dell’Arma, l’organismo sindacale, sostiene che “un’azione di questo tipo sia impraticabile sull’impianto sicurezza che opera nel nostro Paese”.

Il “sindacato” dei carabinieri, come già hanno fatto gli organismi sindacali della Polizia, censura quanto avvenuto a Padova, “dove gli scontri fra no-global e i volontari delle ronde hanno creato preoccupazione fra i cittadini. E hanno imposto un dispendioso lavoro – distogliendole dai loro compiti di sicurezza giuornalieri – alle forze dell’ordine, intervenute per sedare i tafferugli”.

I carabinieri, che da soli, secondo il Cocer, “producono il 55% dell’attività operativa rispetto a tutte le altre forze di polizia”, si oppongono con fermezza all’istituzione di ronde di vigilanza composte da cittadini quando “mancano quasi 10 mila uomini alla polizia e ai carabinieri”.

La sicurezza, denuncia ancora l’organismo di rappresentanza dell’Arma, non si fa con le ronde, ma si basa su due pilastri fondamentali: “L’incremento delle risorse economiche per le forze dell’ordine, che invece sono tagliate da anni. E la costruzione di nuove prigioni al fine di scongiurare il rischio di un nuovo indulto”.

I militari del Cocer chiederanno nei prossimi giorni un incontro con il presidente della Repubblica e quello del Consiglio per avere “chiarimenti su queste tematiche che offuscano la serenità dei carabinieri”. A Napoli, intanto, molti genitori hanno chiamato il numero verde della Protezione Civile (800343435), chiedendo ronde, ma non armate: una presenza davanti alle scuole dei loro figli. Lo ha reso noto l’assessore provinciale alla Protezione Civile, Francesco Borrelli, che oggi, proprio davanti ad alcune scuole di Napoli, organizzerà una manifestazione.

Nel Napoletano, invece, è polemica per le ronde antipedofili. A Massa Di Somma, dove l’altro ieri ci sono stati 3 arresti per lo stupro di una quattordicenne, il sindaco Antonio Zendo s’è detto contrario ai volontari “in quanto inutili: sarebbe più conveniente incrementare i fondi per la polizia municipale”.

A Cicciano, invece, dove qualche anno fa fu ucciso Silvestro Delle Cave, e nei giorni scorsi violentato un bambino romeno, il sindaco Giuseppe Caccavale è “favorevole”. Sulle ronde antipedofili è perplesso Alessandro Rumore, delegato Cocer carabinieri. “Il pedofilo – spiega Rumore – non si comporta come lo stupratore, agisce adescando le vittime. Per questo le ronde non servono perché contro chi adesca minori bisogna agire con indiscrezione e grande professionalità, cosa che i volontari non possono avere”.

Ma al di là degli abusi sui minori, Rumore lancia l’allarme criminalità organizzata. “Nel Meridione – denuncia ancora – molti comuni sono infiltrati dalla criminalità mafiosa. Affidando a sindaci in odor di mafia i poteri di gestire le ronde, si rischia che i volontari siano gestiti da coloro che, in teoria, dovrebbero contribuire a combattere”.

Clandestina? Non puoi essere madre

Tra le novità della legge Maroni che entrerà in vigore l’8 agosto c’è l’obbligo di mostrare il documento di soggiorno per compiere gli atti di Stato civile. Ossia per contrarre matrimonio, registrare la nascita di un bambino e denunciare il decesso. Di chi saranno figli i bambini che nasceranno se nessuno potrà registrarli? L’allarme della prefettura di Prato

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di Ilenia Reali

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PRATO. Gli stranieri dovranno mostrare il permesso di soggiorno per ogni atto di stato civile. Una frase persa nei meandri del “pacchetto sicurezza”, quello che prevede l’arresto per i clandestini, più poteri ai vigili urbani, più competenze a sindaci e prefetti. Il quinto provvedimento del pacchetto entrerà in vigore l’8 agosto rischiando di creare un putiferio.

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Gli atti di stato civile sono matrimonio, registrazione di morte e registrazione delle nascite. Se i clandestini non si potranno sposare nessuno alza la mano, ma se il babbo o la mamma non potranno riconoscere il proprio figlio, beh, allora è un caso. A Prato dove, solo nei primi mesi del 2009, sono nati 412 bambini figli di genitori senza il permesso di soggiorno, è un problema non secondario.

A lanciare l’allarme sull’impossibilità per i genitori clandestini di riconoscere i propri figli al momento della nascita è stato Giovanni Daveti, il funzionario responsabile per gli affari che riguardano la comunità cinese per la prefettura di Prato. “Nel pacchetto sicurezza – ha detto Daveti – è inserita una norma che obbliga i clandestini a mostrare il permesso di soggiorno negli atti di Stato civile. Attualmente non abbiamo alcuna circolare che ci spieghi come comportarci nel dettaglio: dall’8 agosto, quando entrerà in vigore la legge, quindi noi avremo neonati che non potranno essere riconosciuti dai genitori, se entrambi clandestini. L’unica via praticabile sembra quella di affidarli ai servizi sociali. Solo nei primi sei mesi del 2009 a Prato sono nati 412 bambini in questa condizione”.

Ottenere il permesso di soggiorno temporaneo per le donne in stato di gravidanza sarà molto più difficile. “Fino ad oggi – spiega Daveti –  infatti una donna andava dal medico e si faceva fare un certificato dove si diceva che aspettava un bambino. Questo consentiva di avere un permesso di soggiorno in genere di 6 mesi. Oggi con i medici che possono denunciare i clandestini questa prassi sarà molto più difficile. Per le donne sarà un rischio troppo alto.

Cosa accadrà dall’8 agosto? Di chi saranno figli i bambini che nasceranno se nessuno potrà registrarli? E soprattutto che giri di illegalità apriranno? Cosa accadrà a quei bambini sembra che nessuno, in assenza di circolari che spieghino meglio quella norma, possa dirlo. E’ probabile che in assenza di un genitore che li possa riconoscere verranno affidati ai servizi sociali che vedranno arrivarsi sulla testa un bel numero di bebè, per lo Stato italiano piccoli fantasmi, da accudire. E’ probabile anche che tante mamme scapperanno dagli ospedali quando capiranno di non avere via d’u scita. Con rischi enormi per la loro salute e quella dei propri figli.

E poi accadranno cose che, per chi conosce Prato, sono scritte. La malavita cinese non si farà scappare quello che si preannuncia come un autentico business. Cosa si può fare se i genitori non possono riconoscere un figlio? Affidarsi a terzi con il permesso di soggiorno in regola. Ed ecco che il problema da sociale diventa di competenza della Procura. Ci saranno persone che si faranno pagare per registrare i bambini. E non solo. Sarà vanificato tutto il lavoro per garantire l’assistenza sanitaria anche alle comunità straniere.

Il reparto di maternità dell’ospedale di Prato da simbolo dell’integrazione diventerà un luogo da cui fuggire. E allora via a cliniche private, a parti accanto alle macchine da cucire, a medici improvvisati. E sarà, in via generale, più facile far diventare un bambino figlio di genitori non veri. Senza adozione, affido o procedimenti legali. Sarà sufficiente andare in ospedale con una clandestina e far riconoscere il figlio a un padre – finto – che si prende il neonato e ne fa ciò che vuole: lo porta a casa dove una moglie desiderosa di essere mamma l’aspetta, lo vende a chi un figlio non può averlo. E al peggio non c’è mai fine.

Un bel pasticcio. Lontano dalle “misure per rendere più sicura la vita dei cittadini” con cui il governo ha presentato il pacchetto sicurezza all’Italia. Ma del resto, la lingua italiana è chiara, i clandestini non sono cittadini.

Fonte: il Tirreno

Umbria Olii cambia nome per non rispondere della morte di 4 operai

Rinviato a giudizio, il padrone dell’azienda seguita a chiedere risarcimenti ai familiari delle vittime

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Maurizio Manili, Vladimir Todhe, Giuseppe Coletti e Maurizio Mottini: questi i nomi dei quattro lavoratori che il 25 ottobre 2006 morirono carbonizzati presso la Umbria Olii mentre effettuavano un intervento di manutenzione nell’oleificio di proprietà di Giorgio Del Papa.

L’imprenditore è stato rinviato a giudizio per queste morti, con accuse che vanno dall’omicidio colposo plurimo con aggravante della colpa cosciente alla omissione delle norme riguardanti la sicurezza. Ma ciò non lo ha convinto a desistere dalla vergognosa pretesa di risarcimenti alle famiglie dei lavoratori morti (35 milioni di euro), Del Papa li aveva chiesti già nel 2008, ma tale richiesta decadde dopo l’annullamento della perizia tecnica.

Oggi a quella vergogna se ne aggiunge un’altra: a presentare la nuova richiesta di risarcimento non è più la Umbria Olii ma la “Gestoil Srl, società in liquidazione, già Umbria Olii”, come si legge nel nuovo atto.

Insomma la Umbria Olii che fa? Liquida, cambia sede legale, cambia nome e tenta così di non rispondere dei risarcimenti che l’azienda dovrebbe dare ai familiari dei lavoratori morti. Una storia surreale, un’ingiustizia che sembra consumarsi davanti agli occhi di tutti, proprio negli stessi giorni in cui il governo si appresta a “correggere” il D.lgs 81/08, salvando i manager e i padroni dalle loro oggettive responsabilità in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro.

Di fronte alle ultime pretese
della Umbria Olii la Cgil umbra, già costituita parte civile, torna all’attacco: «è inaccettabile questo ulteriore gesto di Del papa – ha affermato Mario Bravi, segretario della Cgil di Perugia – che continua a perseguire i familiari delle vittime. Rimaniamo sempre più colpiti dalla posizione di Confindustria. Dovrebbe dissociarsi da quello che fa Del Papa e invece continua a rimanere in silenzio».

Alessandra Valentini per la Rinascita