Archivio | luglio 29, 2009

Abruzzo: voci fuori dal coro mediatico

Abruzzo: la ricostruzione? La pagano i terremotati. I rimborsi? Poi…

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I primi inganni del Maxi Decreto N° 39/2009 sulla ricostruzione in Abruzzo, si palesano. Prima di tutto agli Abruzzesi, ed  i Media nazionali continuano ad occultare notizie ed informazioni preziose a tutti i cittadini italiani, relativamente al post sisma. Si deve infatti riflettere su un punto. Se da un lato in questo caso abbiamo i protagonisti passivi del fatto – i terremotati – è necessario pensare che, ogni terremotato abruzzese potevamo o potremmo un giorno essere noi. Con la conseguenza di ritrovarci nelle stesse identiche condizioni dei nostri connazionali che attualmente hanno un bel da fare per far si che vengano riconosciute loro, dignità ed accuratezza delle operazioni di ricostruzione.

Il punto in questione, è la nota dolente relativa agli stanziamenti per la ricostruzione. Ricordo ai lettori che, pur con promesse verbali di ben otto miliardi per la ricostruzione in Abruzzo, da parte del mondo politico, la realtà dei fatti palesa – all’interno del Decreto in questione – una somma di circa cinque miliardi, da trovare e da utilizzare da qui al 2032. C’è poco da scialare e da dormire sonni tranquilli.

Questi stanziamenti appunto, sembra che dovranno intanto esser messi dagli stessi terremotati. Per intero. Che potranno poi, richiedere allo Stato il risarcimento delle somme utilizzate per ricostruire il proprio immobile distrutto dal sisma e tramite presentazione di una serie di documenti.

Appare incredibile ma nella sua bizzarria, questa è la realtà dei fatti. Il denaro promesso come si dubitava, non c’è nelle casse dello Stato, che forse sperava davvero in un extra gettito fornito da ulteriori giochi di fortuna, come gratta e vinci e simili, così come si legge nel Decreto N°39.

Nel documento firmato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Guido Bertolaso, relativo alle norme per l’esecuzione degli interventi, si legge infatti che i cittadini dovranno presentare: “documenti di spesa costituiti da: computo metrico estimativo redatto sulla base del prezziario regionale; fatture di pagamento; documenti attestanti l’avvenuto pagamento delle fatture (unico valido è la copia del bonifico)” ed inoltre “rapporto fotografico dello stato post-operam e delle fasi lavorative, con relativa planimetria in cui sia indicato il punto di vista di ciascuna immagine fotografica”.

All’atto pratico, i terremotati dovranno prendersi cura a loro spese della ricostruzione dell’immobile disastrato, pagare quindi ogni fattura ed esibire poi la documentazione per intero, comprese fatture pagate e certificazione di agibilità da parte dell’Impresa edile costruttrice. Ed attendere poi, la restituzione degli importi pagati, ammesso che lo Stato sia poi in grado di aprire i cordoni della borsa al momento opportuno per risarcire tutti.

C’è da aggiungere peraltro, che molte persone che hanno subito gravi danni strutturali all’abitazione, stavano pagando – al momento del sisma – un mutuo proprio per pagare l’immobile acquistato. Con questa decisione quindi, non si fa altro che aggiungere danno al danno.  In molti, hanno visto crollare in pratica, un debito da pagare. Oggi si ritrovano a pagarlo tre volte.

Questa nota dolente, va ad aggiungersi peraltro ad un’altra. Ad oggi, non è stato definito nulla di nuovo relativamente la decisione già presa relativamente al fatto che, i cittadini abruzzesi debbano riprendere a pagare regolarmente le tasse a partire da gennaio 2010. Appena otto mesi di tempo per respirare. In una regione in cui, moltissime attività commerciali, industriali e di servizi, sono ferme dal 6 Aprile, giorno del terribile sisma.

In altri casi, in altri terremoti, lo Stato ha garantito un lasso di tempo più ampio, proprio in virtù del fatto che, al disagio della distruzione non venisse fatto carico ai cittadini straziati dal sisma anche quello delle gabelle da tornare a pagare, prima ancora di riassestarsi economicamente attraverso la ripresa del lavoro.

Nel bailamme dei fatti e degli eventi che tengono incollati i cittadini italiani alla televisione ed alla lettura delle testate nazionali, grande è la confusione normativa e grande la non corresponsione di realtà alle garanzie date verbalmente.

Questo disastro naturale, sta svelando un disastro che promette di divenire ancor più grave. La totale mancanza di concretezza e sostegno da parte dello Stato nei confronti dei cittadini, che una volta in più, stanno vivendo una società aberrante che trascende le fondamentali necessità umane e da ampio respiro ad azioni nettamente contrarie in ordine di dignità e Democrazia.

Parlarne senza mai perdere il controllo della situazione, è un dovere che noi giornalisti non possiamo permetterci di dimenticare.

Copia del documento sugli interventi di ricostruzione

Fonte: http://www.gliscomunicati.com/content.asp?contentid=1288

dove trovate anche un video (nde)


Come volete che si stia all’Aquila… lo sappiamo solo noi – di Laura Tarantino

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La gente mi chiede come sto. Come volete che stia? DI MERDA. Stiamo tutti di merda, 70.000 persone stanno di merda. Senza casa, senza la città, senza tessuto sociale, senza gli uffici. Molti di noi non rientreranno nella loro casa se non tra molti anni (me compresa), molti di noi non ci rientreranno più, perché la casa la hanno già perduta, o perché gliela stanno per abbattere. Tutti non rivedremo la città ricostruita prima di 7/8 anni, almeno. Le persone anziane rischiano di non rivederla mai più.

(Tra parentesi: non viene neanche data comunicazione ai proprietari che le case vengono abbattute, ci si aspetta che siano loro ad informarsi. Che so, una cosa tipo: “scusi, che per caso state per abbattermi la casa? ah no? allora che faccio, ripasso tra qualche giorno e magari me lo dite?”)

E intanto che facciamo? Chi può lavora, lavora 100 volte più di prima, lavora in condizioni disastrate e disperate. Anche perché tutti gli spazi agibili in città sono stati occupati dalla Protezione Civile, obbligando altri operatori cruciali per la ripresa della città, come l’Università ad esempio, ad andare altrove. Una Protezione Civile che, con le parole del rettore Di Orio «ha una visione dell’occupazione degli spazi inquietante», parole su cui non posso essere più d’accordo, o anche con quanto scrive il sito del Campus di Rieti.

Non tutti però riescono a lavorare, neanche in condizioni disastrate. E’ il caso dei dipendenti della Transcom, 360 persone poste in mobilità. La direzione generale spiega di non essere più in grado di pagare gli stipendi perché non più competitiva anche a causa del terremoto del 6 aprile, che ha reso inagibile la sua sede.

E’ il caso dei dipendenti della Technolabs – uno dei più importanti Centri di Ricerca e Sviluppo del centro-sud Italia a capitale esclusivamente italiano – 100 (su 160) dei quali hanno solo la prospettiva di 13 settimane di cassa integrazione a partire dall’inizio di agosto.

A fronte di questa drammatica situazione, qual è la risposta del governo per rilanciare l’economia? Ad esempio quella di richiedere ai residenti del 49 comuni del “cratere”, a partire da gennaio 2010, la restituzione dell’IRPEF non versata a seguito del terremoto, da effettuarsi al 100% in 24 rate. Per darvi un parametro di confronto, nei paesi colpiti dal terremoto dell’Umbria, l’Irpef non venne versata per 24 mesi, e viene restituita ADESSO, dopo dieci anni e più, al 40% e in 120 rate (situazione analoga si verificò per gli alluvionati in Piemonte).

Cosa passa invece dai mezzi di comunicazione “istituzionali”? Passa la voce di un Presidente del Consiglio che grida al miracolo per la costruzione di alloggi per circa 13.000 persone, quando allo stato attuale solo il 54% delle abitazioni fuori del centro storico è agibile. Se la stessa percentuale fosse valida anche per il centro storico i conti sono presto fatti: circa 35.000 sfollati (tralasciamo poi l’incresciosa situazione del centro storico di cui posso dare testimonianza diretta: del nostro futuro a tutt’oggi non sappiamo nulla, nulla di nulla al di là di poche parole del premier: «nel centro storico il tempo sarà contato non in mesi ma in anni»).

E basta. Questo è il suo miracolo. E ad agosto il premier vuole prendere casa all’Aquila per seguire i lavori di queste casette perché, parole sue, «l’occhio del padrone, come si dice, sappiamo cosa produce..» (padrone? Padrone? siamo noi i padroni della nostra città, caro premier).

Racconto queste cose, fuori dal “cratere” e la gente sembra non credermi. Abbiamo tutti la sensazione di essere stati abbandonati.

Ma anche qui, tranne in rare eccezioni, le informazioni sulla situazione dei terremotati continuano ad essere condivise solo dai terremotati stessi. E così continuiamo a parlarci addosso. E il resto d’Italia continua a non sapere niente.

E voi, che pensate di fare? Continuare a guardarci come poveri animali allo zoo, che forse stanno anche diventando un po’ noiosi a fare e dire sempre le stesse cose da tre mesi? Bè, temo proprio che la noia continuerà per qualche anno …

Laura Tarantino – Università dell’Aquila


Fonte: http://alessandrotauro.blogspot.com/2009/07/come-volete-che-si-stia-qui-ma-lo.html ma noi l’abbiamo presa da qui: http://www.facebook.com/note.php?note_id=108251534239&id=76372150336&ref=nf con preghiera di massima diffusione, grazie!



Umbria Olii: una lettera di Lorena Coletti

umbria oli1.jpg

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Sono Lorena Coletti sorella di una delle vittime della strage della
Umbria Olii.
Il 25 novembre 2006 quattro uomini si alzarono e partirono per andare al
lavoro per guadagnarsi da vivere.
Era di sabato, il lavoro lo avevano iniziato il martedì, dovevano
installare delle passarelle sopra a dei silos.

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<B>Perugia, esplode oleificio<br>4 morti e un disperso</B>

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In quei silos c’era gas Esano, gas molto infiammabile, questo poiché
nessuno aveva fatto una bonifica di questi silos.
Verso le 13 di quel maledetto giorno una enorme esplosione avvenì.
Venni a sapere della notizia solamente la sera molto tardi.
La moglie che lo aspettava per il pranzo non vedendolo tornare fece un
giro di telefonate verso i suoi colleghi, ma fu un vano tentativo,
perchè non ottenne nessuna risposta.
Fino a che non telefonò alla moglie del datore di lavoro che gli diede
la notizia.
Giuseppe Coletti mio fratello, Maurizio Manili datore di lavoro, Vladimir Thode e Tullio Mottini erano morti nell’espolsione.
Unico sopravvissuto Dimiri Claudio.
Il proprietario della Umbria Olii fu indagato e rinviato a giudizio con l’ accusa di omicidio plurimo con l’ aggravante della colpa cosciente e
della previsione dell’evento.
Secondo l’ accusa Del Papa avrebbe dovuto avvertire i lavoratori della
ditta Manili, della pericolosità delle sostanze contenute nei serbatoi
dove non era mai stata fatta la bonifica.

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Un’omissione che sarebbe secondo i giudici e i periti dell’accusa, alla base dell’incidente causato dall’utilizzo di una fiamma ossidrica per
terminare i lavori sulla superficie metallica dei silos.

Il 24 novembre prossimo doveva iniziare il processo penale, ma Giorgio Del Papa e la sua difesa impugna il tutto facendo ricorso in Cassazione.

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Oggi apprendo la notizia dal mio avvocato che la cassazione decide a
ottobre sul rinvio a giudizio penale.
Ma per la seconda volta viene alla mia famiglia fatta un’ altra
richiesta di risarcimento.
Sono passati quasi tre anni, e l’ anno scorso ci fu la prima richiesta: di oltre 35 milioni di euro.
Ora mi chiedo se anche quest’anno la cifra sia sempre quella oppure, se hanno messo a conto anche gli interessi, visto il tempo che è passato.
Sottolineo che a mio fratello Giuseppe Coletti e’ stata stroncata la
vita,
e a Giorgio Del Papa non è stato neanche dato un giorno di carcere
e tanto meno di arresti domiciliari.
Questa e’ la giustizia Italiana!!!!!
In tre anni mio fratello e’ stato ucciso diverse volte ora dico basta.
Degli operai che partono la mattina per fare il loro dovere, per
mantenere la famiglia e fare una vita onesta e dignitosa, non meritano
di morire.
Come non meritano che la loro dignità venga calpestata da assurde
richieste di risarcimento, mandate da chi li ha uccisi .
Non lo permetto.
Mi chiedo come un uomo se si può chiamare uomo, abbia il coraggio di
alzarsi la mattina e di specchiarsi con quattro morti che pendono sopra
la sua testa.
E’ una cosa che mi fa venire i brividi solo a pensarci, mi chiedo se ha
un cuore o al suo posto una pietra.
Vorrei che lui sapesse che la vita di quattro persone vale molto più di
qualsiasi cifra che lui chiede.

Ma il peggio di tutto e’ che e’ ancora libero e che lo stato Italiano
gli permette di fare queste cose.
Chiedo inoltre di poter incontrare il Presidente della Repubblica per
poter parlare personalmente con lui.

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Io non mi arrenderò e non permetterò più che la memoria di mio fratello
e delle altre vittime venga calpestata, sono esseri umani morti per
lavorare non per divertimento.

Finchè avrò vita li difenderò; di sicuro non mi limiterò a fare
fiaccolate, ma cercherò di fermare chi ancora una volta vuole calpestare
i lavoratori di Italia.

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Basta prendersela con Giuseppe Coletti e le altre vittime della Umbria Olii.
Saluti
Lorena Coletti

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Umbria Olii, i morti non dovranno risarcire

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fonte: http://www.facebook.com/note.php?note_id=139397201256&ref=nf

OMS: LE LAMPADE ABBRONZANTI SONO “CANCEROGENE”

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Causano melanomi alla pelle e cataratta e infiammazione della cornea

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(AGI) – Parigi, 29 lug. – Le lampade abbronzanti sono “cancerogene”: a lanciare l’allarme e’ l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms) che ha elevato la pericolosita’ dei raggi ultravioletti delle lampade da “probabilmente cancerogeni” (classificazione che risale al 1992) a “cancerogeni”. “L’uso di lettini solari e’ cancerogeno e causa di melanomi alla pelle e agli occhi”, ha riferito Vincent Cogliano, il ricercatore che ha condotto gli studi. Il rischio di melanoma, il cancro della pelle, aumenta fino al 75 per cento quando l’uso di lampade abbronzanti inizia prima dei 30 anni, secondo lo studio pubblicato sul britannico Lancet.

(fonte: AGI)

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..Ma in questa Italia di Soloni, dove tutto si discute e mai si arriva ad una conclusione (almeno seria..)

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Dunque.. finalmente abbiamo capito che i lettini abbronzanti possono causare l’insorgere dei tumori della pelle. Ma forse non ci voleva molta intelligenza per capirlo, visto che le lampade incriminate possono arrivare ad emettere raggi nocivi (ultravioletti di tipo B) ad una concentrazione fino a 500 volte superiore a quelli emessi dal sole a picco del mezzogiorno. Insomma, per amore di una faccia di ‘bronzo’ rischiamo che i simpatici raggi trasformino le nostre cellule da sane a malate, cioè tumorali, provocando la comparsa del melanoma. E tutto per ‘apparire’ in salute!.

A livello mondiale si calcola che i casi di tumore di questo tipo siano praticamente raddoppiati nel corso degli ultimi dieci anni, e l’incremento di questi dati è già lì dietro l’angolo: ci pensa la crisi economica, che spingerà sempre di più chi non può permettersi una vera vacanza ad entrare in uno dei 17.000 centri specializzati esistenti in Italia ed esporsi ad una delle 40mila lampade abbronzanti.

La vera chicca (e qui c’entrano i Soloni..) sta nascosta dietro un’interrogazione presentata dai radicali del Pd Donatella Poretti e Marco Perduca al ministro del welfare Maurizio Sacconi, per ‘determinare le caratteristiche tecnico-dinamiche di regolazione’ dei lettini solari. Cosa avete capito? Non gettate la croce addosso agli incolpevoli Poretti e Perduca: queste norme erano previste dalla legge del 4 gennaio 1990, con un termine massimo di scadenza di 120 giorni..

Beh, avete ragione. Roba scaduta vent’anni fa.

Appunto.

mauro

Ru486, l’ultima battaglia: Domani si decide il via libera

Fissata la riunione dell’Agenzia chiamata a dare il suo sì al farmaco abortivo già diffuso in gran parte d’Europa

Gli esperti: “Nessun rischio per la salute”

Ma il fronte del no sta facendo di tutto per bloccarne l’adozione: “Troppo pericolosa”

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Ru486, l'ultima battaglia Domani si decide il via libera
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L’ULTIMA battaglia si combatte domani. E potrebbe segnare l’ingresso della pillola della discordia negli ospedali del nostro paese. Il farmaco al centro negli ultimi cinque anni di scontri durissimi, che ne hanno quasi annullato il significato sanitario e lo hanno trasformato nell’arma di una guerra ideologica, sarebbe sul punto di essere ammesso ufficialmente nel sistema sanitario italiano. Per molti il condizionale è un tempo che detta un’eccessiva cautela: il Cda dell’Aifa che si riunirà domani non potrà che approvare la registrazione della Ru486 nel prontuario dei medicinali del nostro paese, dicono gli addetti ai lavori. Del resto gli organi tecnici dell’Agenzia italiana per il farmaco hanno già dato parere favorevole all’utilizzo della pillola abortiva anche da noi e ne hanno persino già individuato il prezzo. Ma trattandosi della Ru486 non si possono escludere colpi di scena dell’ultimo minuto.

“Teoricamente si potrebbero anche chiedere approfondimenti ulteriori. Ci sono nuovi membri nel Cda, non è facile dire quale sarà il metodo di lavoro che vorranno adottare”, avverte il direttore generale dell’Aifa, Guido Rasi. Nel frattempo il Movimento per la vita e alcuni senatori Pdl affilano le armi per l’ultimo assalto, e lanciano l’allarme sul presunto aumento del numero di morti tra chi ha preso la Ru486 a livello mondiale.

In Italia ci vorranno 14,28 euro per acquistare dalla casa produttrice Exelgyn la confezione da una compressa di Ru486 e 42,80 per quella da tre. A sostenere la spesa saranno le Asl e non i cittadini, la Ru486 potrà infatti essere somministrata soltanto all’interno degli ospedali, nel rispetto della legge 194. Quindi niente farmacie. È stata la commissione prezzi dell’Aifa a stabilire a metà del giugno scorso il costo della pillola. Si è trattato del penultimo passo della lunga procedura necessaria a far entrare un farmaco nel nostro sistema sanitario. Una procedura che nel caso della Ru486 è stata ancora più dilatata nel tempo, fino a durare quasi due anni, dal novembre 2007 ad oggi.

E ancora potrebbe non bastare. Da giorni, in vista della riunione del Cda dell’Aifa, si susseguono nuovi attacchi al farmaco. Ieri il Movimento per la vita ha chiesto di bloccare la procedura di autorizzazione: “Il numero delle donne decedute nel mondo in vent’anni a seguito dell’assunzione della Ru486 sarebbe salito a 29, una cifra che suscita un allarme ancor più intenso rispetto al dato finora accertato di 16 donne decedute”, dice il presidente dell’associazione Carlo Casini, citando un articolo uscito a metà giugno sull’Avvenire. Mentre i senatori Pdl Laura Bianconi, Raffaele Calabrò, Stefano De Lillo, Ulisse Di Giacomo, Michele Saccomanno e Antonio Tommassini hanno appena presentato sette interrogazioni al ministro della Salute Maurizio Sacconi: “La pillola abortiva è contro la salute della donna”. Tesi respinta dall’Aied, Associazione italiana per l’educazione demografica, dalla quale ricordano che “il farmaco è utilizzato in Francia dal 1988, in gran parte degli ospedali europei e negli Usa dal 2000. Inoltre nel 2003 è stata dichiarato sicuro dall’Oms che ne ha definito le linee guida”. Scontri e polemiche hanno come sfondo un paese dove il 70% dei ginecologi del sistema sanitario sono obiettori, così come il 50% degli anestesisti e il 42% del personale non medico. Dati certificati dall’ultima relazione al Parlamento sull’applicazione delle legge 194 e che raccontano anche una crescita, negli ultimi anni, del personale ospedaliero che rifiuta di praticare l’aborto.

La storia della pillola abortiva basata sul principio attivo mifepristone è iniziata quasi due anni prima che entrasse in partita l’Agenzia italiana per il farmaco. Tra polemiche, esposti in procura, e ricorsi amministrativi. Nel settembre del 2005 il ginecologo Silvio Viale, esponente dei Radicali, avviò all’ospedale Sant’Anna di Torino una sperimentazione del farmaco. L’allora ministro alla sanità Francesco Storace mandò gli ispettori da Roma e riuscì a bloccare tutto, ma solo per alcune settimane. Lo studio riprese a novembre e si concluse nell’agosto 2006. Viale venne anche indagato con i vertici dell’ospedale dalla procura per violazione della 194 perché, dopo aver somministrato la pillola, rimandava le donne a casa, facendole tornare dopo due giorni per concludere l’aborto. Nel gennaio del 2009 è arrivata l’archiviazione per la tranche più importante dell’inchiesta.

Alla fine del 2005 si mosse anche la Regione Toscana, trainata dal ginecologo di Pontedera Massimo Srebot. In questo caso si decise di adottare una procedura diversa, cioè di seguire la legge per i farmaci registrati negli altri paesi ma non nel nostro. È permesso acquistarli direttamente dalla casa produttrice se si prova che sono necessari per un determinato paziente. Il sistema è scomodo perché obbliga a singole ordinazioni e altrettante spedizioni, con il rischio di far saltare la somministrazione a causa di ritardi. Anche in questa occasione il ministro Storace si mosse per ostacolare la procedura, senza grande successo. E infatti la strada dell’acquisto all’estero è stata successivamente intrapresa da strutture di altre Regioni, come l’Emilia, il Trentino, le Marche, la Puglia.
“Dal 2005 al 2008 sono stati 26 gli ospedali italiani che hanno importato la Ru486 – spiega Silvio Viale – Fino ad oggi è stata somministrata a 4.000 donne. Io ho fatto uno studio su 1.800 casi in 7 ospedali, confermando l’efficacia e la sicurezza del farmaco. Abbiamo avuto gli stessi risultati che si trovano in letteratura nazionale. Ma il sistema dell’importazione è scomodo e non può rispondere a tutte le richieste. E infatti sappiamo che alcune donne vanno in Francia e in Svizzera per fare l’aborto farmacologico”. Massimo Srebot sottolinea come la Ru486 non faccia aumentare il numero delle interruzioni di gravidanza: “Nel mio reparto gli aborti farmacologici hanno sostituito una quota degli quelli chirurgici, non si sono sommati”.

Mentre riceveva le ordinazioni dagli ospedali italiani, la casa farmaceutica francese Exelgyn ha avviato le procedure per la registrazione della pillola nel nostro paese. Nel novembre del 2007 ha presentato richiesta formale di mutuo riconoscimento in Italia dell’autorizzazione francese all’utilizzazione del farmaco. Sono iniziate le valutazioni di varie commissioni e soprattutto è arrivato il giudizio favorevole del Comitato tecnico scientifico dell’Agenzia, datato 27 febbraio 2008. Nel maggio scorso il ministero del Welfare ha chiesto ulteriori chiarimenti sul farmaco alla Exelgyn, per poi girare ai tecnici dell’Aifa i nuovi dati in attesa di una valutazione. Il Comitato tecnico scientifico dell’Aifa ha stilato una relazione in cui si spiega che “in base alla procedura del mutuo riconoscimento, l’autorizzazione già rilasciata da un altro Paese deve essere riconosciuta in Italia a meno che non si ravvisino rischi potenziali gravi per la salute pubblica”. Questi rischi sono stati esclusi dagli organismi europei che si occupano di medicinali, “e la Commissione europea ha emanato una decisione con la quale si autorizzano le indicazioni e il regime posologico proposti anche per la procedura di autorizzazione in Italia”. Un nuovo via libera, seguito dalla fissazione del prezzo del medicinale del mese scorso.

Adesso manca l’ultimo atto: la ratifica del Consiglio di amministrazione. “Il Cda può fare valutazioni tecniche, economiche o di entrambi gli aspetti insieme”, spiega Guido Rasi, che non dà per scontata l’approvazione del protocollo sulla Ru486. “Io non faccio parte del Consiglio di amministrazione e non sono in grado di dire cosa voteranno i membri – aggiunge – Diciamo che ci sono il 50% delle possibilità che il farmaco venga approvato”. Il Cda è nuovo e si è insediato il 16 luglio scorso. I membri sono cinque: Sergio Pecorelli, il presidente, Gloria Saccani Jotti, Giovanni Bissoni, assessore alla salute dell’Emilia Romagna, Claudio De Vincenti e Romano Colozzi, coordinatore degli assessori al bilancio e membro della giunta regionale della Lombardia. Tocca a loro dire come finirà la battaglia.

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29 luglio 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/pillola-discordia/pillola-discordia/pillola-discordia.html?rss

SUDAN – Lubna indossa i pantaloni, frustata

{B} Lubna indossa i pantaloni, frustata{/B}

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Tutto pronto per l’esecuzione della pena inflitta alla giornalista sudanese Lubna Ahmad Hussein, del giornale di sinistra ‘al-Sahafa’, accusata di aver indossato i pantaloni, abiti non consoni ad una donna, all’interno di un locale pubblico. La Hussein si presenterà davanti al giudice di Khartoum per l’esecuzione della pena prevista per questo reato: 40 frustate e il pagamento di una multa di 100 dollari.

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29 luglio 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/gente/lubna-frustata/1.htm

Caso Marcucci: l’onorevole Orlando sollecita una risposta

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Del caso Marcucci abbiamo parlato a più riprese – ad esempio qui, dove riportiamo la notizia che Leoluca Orlando ha presentato un’interrogazione parlamentare, e qui, dove Laura esprime le nostre comuni perplessità sul silenzio del ministro.

Come Laura, anche altri non demordono. L’onorevole Orlando infatti…

Marcucci: l’8 luglio scorso Leoluca Orlando fa sollecito a ministro difesa a rispondere sua interrogazione

ATTO CAMERA
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/03104
Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 16
Seduta di annuncio: 182 del 26/05/2009

Firmatari

Primo firmatario: ORLANDO LEOLUCA
Gruppo: ITALIA DEI VALORI
Data firma: 22/05/2009

Destinatari

Ministero destinatario:

* MINISTERO DELLA DIFESA
* MINISTERO DELL’INTERNO

Attuale delegato a rispondere: MINISTERO DELLA DIFESA delegato in data 22/05/2009

Stato iter:
IN CORSO
Fasi iter:

SOLLECITO IL 08/07/2009

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-03104
presentata da
LEOLUCA ORLANDO

martedì 26 maggio 2009, seduta n.182

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https://i1.wp.com/www.atlaswords.com/IMAGES%20155/Leoluca%2520Orlando%2520Sindaco%2520di%2520Palermo%5B1%5D.jpg

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LEOLUCA ORLANDO. –
Al Ministro della difesa, al Ministro dell’interno.
– Per sapere – premesso che:

il 2 febbraio 1992, l’ex colonnello dell’AMI, Sandro Marcucci rimase vittima di un strano «incidente aereo», mentre era in missione di avvistamento incendi per la Regione Toscana;

all’epoca è stata aperta un’inchiesta sull’incidente che, chiusa molto rapidamente, concludeva che le cause dell’accaduto erano da attribuirsi al forte vento e al fatto che il velivolo si trovava, senza poterlo fare, ad una quota inferiore ai 500 piedi;

da documentazione fotografica sembra, però, che l’incendio del velivolo pilotato da Marcucci non sia scoppiato al momento dell’impatto a terra, ma quando il velivolo si trovava ancora in volo, tanto che l’albero accanto alla testa di Marcucci, che aveva il corpo completamente carbonizzato, non è minimamente toccato dal fuoco, né dal fumo dell’incendio;

per quanto riguarda il vento, sembra, secondo numerose testimonianze che quel giorno nel momento della disgrazia tale vento non ci fosse;

infine sul fatto che il piper volava sotto i 500 piedi si deve osservare che nella normativa che regola la supervisione aerea e la missione del c130 dotato di sistema maffs si dice che proprio per la specifica missione di avvistamento e spegnimento incendi è consentito volare sotto i 500 piedi Vfr (normativa volo a vista);

il c130, i g222, il canadair volano per spegnere gli incendi a 150 piedi di altitudine, infatti, tenuto conto dell’ostacolo più alto a terra;

il velivolo leader e tutti gli aerei ad ala fissa, come il piper che pilotava Marcucci il 2 febbraio 1992, come il c130, i g222, il canadair, sono tutti autorizzati a volare sotto i 500 piedi Vfr di altitudine, per la specifica missione di avvistamento incendi e supervisione aerea degli stessi;

Sandro Marcucci aveva svolto, insieme a Mario Ciancarella, ex capitano dell’AMI, un lavoro di indagine sulla strage di Ustica avvenuta il 27 giugno 1980, e sembra aver trovato, all’epoca, due testimoni, entrambi militari, dei quali si riservava di fare i nomi a tempo debito e che avrebbero affermato, davanti al giudice che il Mig libico caduto sulla Sila era partito da Pratica di mare -:

di quali elementi disponga il Governo sulla vicenda e quali eventuali iniziative di competenza intenda adottare.(4-03104)

Ringraziamo Laura per la segnalazione e l’onorevole Orlando per la costanza… ed invitiamo ancora tutti i sinceri democratici ad aderire all’appello – lo trovate qui: http://www.firmiamo.it/sandromarcucciaiutateciariaprireilcaso

Mafia, condannato a 10 anni e 8 mesi l’ex deputato regionale Mercadante

L’ex parlamentare sotto processo con altre 8 persone accusate di mafia, estorsione e favoreggiamento

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PALERMO – Per il gip che, nel 2006, ne ordinò l’arresto, sarebbe stato tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di «una Cosa sua», più che di Cosa Nostra. Un’espressione che spiega bene lo stretto legame che univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, il medico eletto all’Assemblea Regionale Siciliana nelle fila di Forza Italia, condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi. La sentenza è stata pronunciata dai giudici della II sezione del tribunale di Palermo poco prima delle 2 di notte, dopo oltre 17 ore di camera di consiglio. Radiologo, 61 anni, parente dello storico boss di Prizzi Tommaso Cannella, Mercadante sarebbe stato medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento dei boss nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione venne archiviata per due volte. Poi, nel 2006, la svolta nell’inchiesta e l’arresto. A carico dell’ex deputato, alle accuse dei pentiti, si sono aggiunte le intercettazioni ambientali realizzate nel box del capomafia Nino Rotolo, luogo scelto dai clan per i loro summit. Nei colloqui, registrati per oltre un anno, il nome di Mercadante è emerso tante volte, collegato sempre ad affari illeciti. Per i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci, l’ex parlamentare azzurro sarebbe stato «pienamente inserito nel sodalizio criminoso». Il medico radiologo era sotto processo a Palermo insieme ad altre otto persone accusate, a vario titolo, di mafia, estorsione e favoreggiamento aggravato. Tra gli imputati proprio i boss Bernardo Provenzano e Lorenzo Di Maggio, il medico Antonino Cinà e quattro commercianti. Sedici anni la pena inflitta a Cinà, già condannato per associazione mafiosa, ritenuto uomo di fiducia del boss Totò Riina. Il capomafia Bernardo Provenzano, imputato di tentata estorsione, ha avuto, sei anni. A nove anni e quattro mesi è stato condannato il boss Lorenzo Di Maggio. Assolto invece Marcello Parisi, ex consigliere di circoscrizione di Fi. Infine sono stati assolti i commercianti Maurizio Buscemi, Calogero Immordino e Vito Lo Scrudato, che negando di avere ricevuto richieste estorsive, secondo la Procura, avrebbero favorito Cosa nostra; condannato invece a sei mesi un quarto commerciante, Paolo Buscemi. Il processo scaturisce dall’indagine denominata Gotha, che portò all’arresto di decine di colonnelli e gregari del boss Bernardo Provenzano.

«PROVATI RAPPORTI ALTO LIVELLO CON POLITICA» – «Questa sentenza è il primo riconoscimento, che arriva dai giudici, dell’esistenza di un rapporto tra mafia e politica a un livello molto alto». È il commento del pm Nino Di Matteo, che con il collega Gaetano Paci ha sostenuto l’accusa nel processo «Gotha» a Palermo. La condanna di Giovanni Mercadante a 10 anni e 8 mesi rappresenta, secondo la Dda, la conferma alle molteplici accuse rivolte a un appartenente al mondo politico, con compiti e ruoli di livello e considerato molto vicino alle cosche. Nessun commento invece da parte degli avvocati Leo Mercurio (presente in aula stanotte) e Grazia Volo, legali dell’ex parlamentare regionale di Forza Italia. Mercadante, che si trova agli arresti domiciliari per motivi di salute, si era più volte difeso sostenendo di essere stato ‘vittimà della propria parentela col boss di Prizzi Tommaso Cannella.

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Fonte: il Corriere della Sera