Archivio | agosto 1, 2009

Una cascata di cemento

di Paolo Biondani

Il governo Berlusconi ha promesso di battere la crisi rilanciando il business del mattone. In realtà dietro ai piani dell’esecutivo, a cominciare da quello sulla casa, non c’è altro che un nuovo sacco edilizio. Regione per regione ecco la mappa della nuova speculazione

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Più cemento per tutti. Con il cosiddetto piano casa, e con altri interventi ispirati alla stessa ideologia della deregulation edilizia, il governo Berlusconi promette di battere la crisi rilanciando il business del mattone. Ma la ripresa resta dubbia. La crisi e il crescente indebitamento delle imprese e delle famiglie compromettono le capacità di investimento dei privati. A guadagnarci sicuramente saranno pochi grandi speculatori. Mentre per la maggioranza dei cittadini il nuovo boom dei cantieri rischia di produrre danni a lungo termine molto più gravi dei benefici apparenti e immediati. Un colpo di grazia per il già moribondo territorio italiano. Un’ipoteca pesante sul futuro del turismo, dell’agricoltura di qualità e della nuova economia verde. A lanciare l’allarme,insieme a tutte le più importanti associazioni per la difesa dell’ambiente e del paesaggio, sono autorevoli studi tecnicoscientifici e perfino gli asettici rapporti dell’Istituto nazionale di statistica. A differenza dei politici, gli esperti concordano che gran parte delle regioni hanno già raggiunto un livello di «saturazione edilizia ». Una nuova ondata di cemento «in un Paese come l’Italia, in cui il territorio è da sempre molto sfruttato», avverte l’Istat, «non può essere considerata in nessun caso un fenomeno sostenibile». Ma il peggio è che il piano casa è come una scommessa al buio: l’Italia è l’unico Stato occidentale dove già ora l’edilizia è fuori controllo, perché mancano perfino le misurazioni di quanti boschi, prati e campi vengono ricoperti ogni giorno dalla crosta inquinante del cemento e dell’asfalto.

Assalto al territorio
Dagli anni Novanta i comuni italiani stanno autorizzando nuove costruzioni a ritmi vertiginosi: oltre 261 milioni di metri cubi ogni 12 mesi. Nel giro di tre lustri, dal 1991 al 2006, ai fabbricati già esistenti si sono aggiunti altri 3 miliardi e 139 milioni di metri cubi di capannoni industriali e lottizzazioni residenziali.

È come se ciascun italiano, neonati compresi, si fosse costruito 55 scatole di cemento di un metro per lato. Il record negativo è del Nordest, con oltre un miliardo di metri cubi, pari a una media di 98 scatoloni di cemento per ogni abitante. Il risultato, secondo l’Istat, è «impressionante». Al Nord l’intera fascia pedemontana è diventata un’interminabile distesa di cemento e asfalto «quasi senza soluzioni di continuità»: città e paesi si sono fusi formando «una delle più vaste conurbazioni europee». Una megalopoli di fatto, cresciuta senza regole e senza alcuna pianificazione, che dalla Lombardia e dal Veneto arriva fino alla Romagna. Al Centro «stanno ormai saldandosi Roma e Napoli». E nel Mezzogiorno «l’urbanizzazione sta occupando gran parte delle aree costiere». L’escalation edilizia, come certifica sempre l’Istat, non ha alcuna giustificazione demografica. Tra il 1991 e i 2001, date degli ultimi censimenti, la popolazione italiana è lievitata solo del 4 per mille, immigrati compresi, mentre «le località edificate sono cresciute del 15 per cento».

Nonostante questo, dal 2001 al 2008 il consumo di territorio è aumentato ancora:
in media del 7,8 per cento, con punte tra il 12 e il 15 in Basilicata, Puglia e Marche e un record del 17,8 in Molise. Fino agli anni ’80 la Liguria era la regione più cementificata. Negli ultimi sette anni le capitali del mattone, come quantità assolute, sono diventate Lazio, Puglia e Veneto. Solo quest’ultima regione ha perso altri 100 chilometri quadrati di campagne. A colpi di condoni Le statistiche dell’Istatsegnalano un rapporto diretto tra i nuovi fabbricati e le sanatorie dei vecchi abusi, varate sia dal primo che dal secondo governo Berlusconi. Nonostante i proclami di regolarizzazione che accompagnavano ogni condono, l’edilizia selvaggia ha continuato ad arricchire i furbi: nel 2008 l’Agenzia per il territorio ha scoperto, solo grazie alle foto aeree, oltre un milione e mezzo di immobili totalmente sconosciuti al catasto, cioè non registrati neppure come abusivi. Uno scandalo concentrato al Sud. Al Nord invece la legge Tremonti del ’94, che detassava gli utili per farli reinvestire in nuovi macchinari aziendali, in realtà ha fatto esplodere la costruzione e l’ampliamento dei capannoni industriali e commerciali: oltre 156 milioni milioni di metri cubi all’anno.

Dietro la cementificazione del territorio c’è anche un’altra ingiustizia fiscale. Damiano Di Simine, responsabile di Legambiente in Lombardia, spiega che «l’assurdità del caso italiano è che i comuni sono costretti a finanziarsi svendendo il territorio»: «Gli oneri di urbanizzazione, da contributi necessari a dotare le nuove costruzioni di verde e servizi, si sono trasformati in entrate tributarie, per cui le giunte più ricche e magari più votate sono quelle che favoriscono le speculazioni». Nei paesi europei più avanzati succede il contrario: apposite “tasse di scopo” puniscono chi consuma territorio. Mentre in Italia, come segnala l’Istat, la pressione edilizia è tanto forte da scaricare i cittadini perfino «in aree inidonee per il rischio sismico o idrogeologico». E tra migliaia di enti inutili, non esiste neppure un ufficio pubblico che misuri l’avanzata del cemento. La distruzione del verde L’unico studio di livello scientifico è stato pubblicato all’inizio di luglio da un gruppo di ricercatori del Politecnico di Milano, dell’Istituto nazionale di urbanistica e di Legambiente. L’Istat infatti può quantificare, scontando i ritardi delle burocrazie locali, solo i «permessi di costruire», cioè le licenze legali. Alle statistiche ufficiali, dunque, sfuggono tutti gli abusi edilizi, oltre alle chilometriche colate di asfalto, dalle strade ai parcheggi, che accompagnano e spesso precedono le nuove costruzioni.

Mettendo a confronto foto aree e mappe della stessa scala (GUARDA), disponibili solo in tre regioni e in poche altre province, i ricercatori di questo “Osservatorio nazionale sui consumi di suolo” hanno scoperto che in Lombardia, tra il 1999 e il 2005, sono spariti 26.728 ettari di terreni agricoli. È come se in sei anni fossero nate dal nulla cinque nuove città come Brescia. La media quotidiana è spaventosa: ogni giorno il cemento e l’asfalto cancellano più di 10 ettari di campagne in Lombardia e altri 8 in Emilia, dove tra il 1976 e il 2003 (ultimo aggiornamento geografico) è come se Bologna si fosse moltiplicata per 14. Lo studio smentisce anche il luogo comune che vede nel cemento l’effetto dello sviluppo produttivo. In Friuli, tra il 1980 e il 2000, è scomparso meno di un ettaro al giorno. Mentre il Piemonte ha perso più di 68 chilometri quadrati di campagne nel decennio 1991-2001, quando il suolo urbanizzato è aumentato dell’8,7 per cento, mentre la popolazione è scesa dell’1,4. Gli urbanisti del Politecnico ammoniscono che questo modello di sfruttamento (l’Istat lo chiama «consumismo del territorio») ha ricadute pesantissime sulla vita delle famiglie. «Il fenomeno delle seconde e terze case è legato anche alla fuga dalle città sempre più invivibili», riassume il professor Arturo Lanzani: «Ma la scarsissima qualità dei nuovi progetti finisce per spostare il traffico e lo smog verso nuovi spazi congestionati ». Paolo Pileri, il docente che dirige l’Osservatorio, fa notare che «in Germania, Olanda, Gran Bretagna, Svezia e Svizzera i governi cambiano le leggi urbanistiche per limitare fino ad azzerare i consumi di suolo. Mentre in Italia non abbiamo neppure dati attendibili». Anzi, il governo punta tutto su un nuovo boom edilizio.

Le pagelle al piano casa
Per il presidente di Italia Nostra, Giovanni Losavio, la riforma berlusconiana «è peggio di un condono, perché abolisce le regole anche per il futuro: permessi e controlli diventano inutili, ora basta la parola del progettista». «Bocciatura piena » anche da Legambiente, che ha fatto l’esame delle singole leggi (o progetti) regionali di attuazione: «promosse» solo Toscana, Puglia e provincia di Bolzano, che oltre a salvare parchi e centri storici, impongono rigorose migliorie ecologiche e risparmi energetici. A meritare i voti peggiori sono i piani casa delle regioni più cementificate: in Veneto la legge Galan concede aumenti di volume perfino ai capannoni più orribili, in Sicilia la giunta progetta «bonus edilizi fino al 90 per cento acquistabili dai vicini». E in Lombardia spunta il “lodo Cielle”: un premio del 40 per cento per l’edilizia sociale, ma con «possibile vendita a operatori privati». «Rimandate con debiti» tutte le altre regioni, mentre in Val d’Aosta è pronto il «piano camere»: più cubatura anche per gli alberghi. Il bilancio nazionale è «un puzzle urbanistico con regole diverse in ogni regione». E se in generale le giunte di sinistra resistono al Far West edilizio, la Campania fa eccezione. Vezio De Lucia, urbanista di Italia Nostra, e Ornella Capezzuto, presidente del Wwf Campania, sono i primi firmatari di un appello che descrive il piano casa varato dalla giunta Bassolino come «un nuovo sacco edilizio»: «Il solo annuncio della liberalizzazione delle nuove residenze nelle aree dismesse, senza neppure il limite che le fabbriche interessate siano davvero già chiuse, ha fatto triplicare in pochi giorni il valore dei capannoni». Il consigliere regionale della sinistra Gerardo Rosania, che da sindaco di Eboli fece demolire 437 villette abusive, lancia una mobilitazione antimafia: «Ci si dimentica che qui siamo in Campania. Chi può fare incetta di industrie abbandonate pagando subito è solo la camorra».

Lupi in agguato
Il cosiddetto piano casa (o piano-capannoni?) è solo il più pubblicizzato tra i programmi edilizi del governo. Italia Nostra denuncia anche «gli effetti perversi dell’abolizione di tutti i vincoli ambientali e paesistici per le grandi opere. L’esperienza dimostra che l’urbanizzazione più caotica si sviluppa proprio sulle direttrici delle nuove infrastutture». Vezio De Lucia e Antonello Alici temono soprattutto il ritorno del disegno di legge, approvato nel 2005 solo dalla Camera, che porta il nome di Maurizio Lupi, ex assessore ciellino a Milano, oggi sottosegretario del premier: «Una controriforma urbanistica che vuole applicare a tutta Italia il rito ambrosiano dell’edilizia contrattata direttamente dai privati. Un modello che cancella le quantità minime di verde e servizi abrogando lo stesso principio del governo pubblico del territorio». Un professore del Politecnico, Andrea Arcidiacono, ha provato a calcolare chi ci ha guadagnato davvero a Milano: «I maggiori programmi integrati hanno prodotto 2,3 milioni di metri quadrati di nuove costruzioni. Il settore pubblico ha ottenuto benefici lordi per 360 milioni, per lo più verde senza manutenzione e parcheggi di servizio agli stessi fabbricati (55 ettari su 200): si tratta del 4 o 5 per cento dei presumibili ricavi dei privati ». Come dire che, ogni cento euro, al Comune ne vanno 5 di incassi teorici, ai re del mattone 95 di soldi veri. Il titolo dello studio è una domanda: «E i cittadini cosa ci guadagnano?».

Fonte: L’espresso

Fiumesanto, via libera alla centrale a carbone

Via libera alla nuova centrale a carbone di Fiume Santo. All’inizio del prossimo anno E.On potrebbe aprire i cantieri per il terzo gruppo da 410 megawatt.

di Pinuccio Saba

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Se non ci saranno imprevisti, all’inizio del prossimo anno E.On potrebbe aprire i cantieri per la costruzione del terzo gruppo di produzione a carbone da 410 megawatt. La firma del ministro per l’A mbiente Stefania Prestigiacomo sulla Via (valutazione di impatto ambientale) ha eliminato l’ostacolo maggiore alla concretizzazione del progetto avviato con il protocollo di intesa sottoscritto, nel gennaio del 2007, dall’allora presidente della regione Renato Soru e dai vertici di Endesa. Il progetto prevede la realizzazione del nuovo gruppo di produzione dotato di tecnologie di ultima generazione e la demolizione dei vecchi gruppi 1 e 2 che continuano a bruciare olio combustibile. «Abbiamo accolto la notizia con grande soddisfazione, anche se la procedura autorizzativa non è ancora completa – commenta Paolo Venerucci, responsabile delle risorse umane di E.On -. Ora tutti i passaggi saranno più rapidi e contiamo di chiudere l’intero iter autorizzativo nei prossimi mesi». Un commento prudente, quello di Paolo Venerucci, visto che è ancora necessario il via libera del ministero dei Beni culturali, una delibera della Regione Sardegna, l’autorizzazione del ministero allo Sviluppo economico e la conferenza di servizi conclusiva che si dovrebbe tenere in Sardegna. «Finalmente un’ottima notizia – commenta Pierfranco Delogu, segretario generale della Filcem-Cgil – che cancella definitivamente il progetto Eni di costruire una centrale al posto del petrolchimico. Una boccata d’ossigeno per il territorio». Una volta avviati i cantieri, alla costruzione della centrale ci sarà lavoro per 1500 persone, per quattro anni. «Ma la costruzione della centrale significa più occupazione anche nell’i ndotto – aggiunge Giuseppe Buia, segretario provinciale della Flaei-Cisl -. Non solo nelle manutenzioni e nelle pulizie industriali, visto che aumenterà anche il traffico delle navi».

«Ancora una scelta energetica che parla al passato» è invece il commento del responsabile scientifico di Legambiente Stefano Ciafani. Legambiente ricorda che le 12 centrali italiane che utilizzano il carbone contribuiscono solo per il 14 per cento alla produzione elettrica nazionale a fronte di una emissione di CO2 pari al 30 per cento del totale del settore elettrico, con un trend in continua crescita.

Fonte: La Nuova Sardegna

Briatore chiede maxi risarcimenti

Il titolare del Rubacuori vuole 380mila euro di danni dai contestatori

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di Serena Lullia

PORTO CERVO. La mini rivolta in spiaggia contro il re billionario Flavio Briatore e il suo “Rubacuori” potrebbe costare ai ribelli di Capriccioli 380mila euro. La società Billionaire, che gestisce il bar-ristorante sul litorale di proprietà del Comune, ha citato per danni il carpentiere Fabrizio Pirina, il giovane arzachenese che alcune settimane fa aveva guidato il pacifico sit-in di protesta davanti ai gazebo del Rubacuori. Per l’avvocato Giovanni Cannas, Fabrizio Pirina, insieme con il fratello, avrebbero invaso il locale con tavolini di plastica, sedie e borse frigo, molestato e disturbato i clienti presenti causandone la fuga. Secondo Cannas un comportamento che avrebbe creato un grave danno economico al locale oltre che un grave danno di immagine. «Il clamore suscitato da questa vicenda oltre al danno patrimoniale per il mancato guadagno ha causato un danno all’immagine commerciale e sociale, nonché alla reputazione professionale, all’onore e al prestigio della Billioniare srl – si legge nell’atto di citazione nei confronti dei fratelli Pirina -. Si chiede pertanto un risarcimento di 380mila euro». Fabrizio e Gian Piero Pirina, il primo carpentiere, il secondo elettricista, nelle scorse settimane avevano organizzato una mini manifestazione sulla spiaggia di Capriccioli per difendere il diritto al pranzo in pineta. Il sit-in, a cui avevano partecipato alcuni consiglieri di opposizione e un gruppo di arzachenesi habituè del lido in cui da due anni sorge il Rubacuori, era una protesta contro la nuova veste di Capriccioli. Nel mirino la trasformazione della spiaggia degli arzachenesi, la comparsa di una ventina di gazebo arabeggianti con annessi lettini al posto della pineta di ginepri, lentischi e macchia mediterranea che da sempre separava la sabbia dal bar.

Sfrattati dall’ombra degli alberi sotto cui organizzavano il pic-nic della domenica i fratelli Pirina avevano chiesto di arretrare alcuni gazebo e piantare qualche albero per consentire alle famiglie di ripetere il rito del pranzo al sacco. A sposare la loro causa anche 170 persone che hanno firmato la petizione contro lo sfratto dalla pineta. «Mi sembra davvero assurdo – commenta Fabrizio Pirina -. 380 mila euro? Penso che né io né mio fratello, anche se dovessimo lavorare tutta la vita, potremo mai riuscire a mettere da parte una cifra del genere. Ho una moglie e una bambina di due anni. Arrivo a fine mese con grossi sacrifici. Vengo accusato di aver molestato i clienti del Rubacuori, di aver alzato la voce, di aver messo in fuga i turisti. La mia protesta è stata pacifica. Abbiamo solo chiesto di non sfrattare le famiglie di Arzachena da una spiaggia che appartiene a tutti. Non chiedevamo molto. Solo di arretrare i gazebo e di lasciarci un albero sotto cui mangiare. Il sindaco aveva garantito che avrebbe trovato una soluzione, che non ci sarebbero stati strascichi legali. Ora mi trovo una denuncia e una richiesta di risarcimento danni. Sono umiliato e amareggiato».

30 luglio 2009

Fonte: La Nuova Sardegna, ma noi l’abbiamo preso qui: http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=242666525028&h=ZVcV8&u=SWmFa

Se il pesciolino rosso Bondi nuota ancora ad Hammamet

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30 luglio 2009

Troppo bella per essere vera, eppure è vera: la Fondazione Bettino Craxi riceverà soldi pubblici, mentre quelle intitolate a Pertini, Di Vittorio e D’Annunzio resteranno a mani vuote. La decisione è di ieri e arriva dai Beni Culturali, con il ministro Bondi che ha fatto la lista dei sommersi e dei salvati, poi approvata dalla maggioranza in Parlamento.

Non entro nel merito perchè non ho competenze particolari in materia. Insomma, non so se al di là dei personaggi ai quali sono intitolate, queste fondazioni meritino o meno i milioni assegnati (6,5 milioni divisi tra 121 enti per il 2009). Però magari qualcuno di voi le conoscerà e spero che ci illumini nel blog.

Da povero esperto di eco-balle, però, mi sento solo di fare una proposta: ma per finanziare la Fondazione intitolata al Grande Statista, morto da latitante, non si poteva ricorrere allo scudo fiscale di Giulietto Tremonti?

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fonte: L’AnteFatto

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Giù le mani da Rino Gaetano

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“Anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince”, scriveva Walter Benjamin nel 1940 di fronte all’invasione nazista dell’Europa. L’aforisma pare valido ancora oggi perché i neofascisti perdono il pelo, ma non il vile vizio di mettere le mani addosso anche ai morti.


Con migliaia di manifesti affissi in tutta Italia, in questi giorni i neofascisti di CasaPound hanno voluto appropriarsi del ricordo di Rino Gaetano, il cantautore proletario morto il 2 giugno del 1981 in un tragico incidente d’auto. Sul manifesto vi è un’immagine stilizzata in campo azzurro, il logo di CasaPound e solo una scritta, in basso a sinistra: “Rino Gaetano, 29 ottobre 1950 – 2 giugno 1981”.


Dopo essersi impadroniti dell’immagine di Capitan Harlock, pirata libertario, dopo aver modificato la bandiera antifascista in anti-antifascista, dopo aver copiato il logo di radio blackout per la loro radio, ora i fascisti «non conformi» continuano a conformarsi a questa società fondata sul principio dell’«impadronisciti delle idee, della creatività e del lavoro altrui». Perché CasaPound di creatività ne ha poca, ed emana solo l’odore stantio della retorica fasciofuturista e dell’eterno piagnisteo italico.

Ma Rino Gaetano, dopo una giovanile vicinanza al Partito Radicale (partito allora ben diverso da quello di oggi), si era avvicinato alle posizioni dell’autonomia operaia, alle radio di movimento e poi alla rivolta del 1977 cui ha partecipato direttamente.

Peccato che anche da morto il grande Rino smentisca i fascistelli del terzo millennio con un inedito pubblicato quest’anno nella raccolta “Live & Rarities” dal titolo “I miei sogni d’anarchia”. Qui vi è il testo completo. Qui la canzone. E basta citare qualche verso:

«Toccava il cielo con un dito
e sanava le ferite con la rivoluzione.
Ancora i poeti un nuovo sound e le balere
e forse amanti
e il ’68 raccontato e le conquiste
le canzoni che dicevano oh o oh oh…»

Se vedi uno di questi manifesti sui muri della tua città, strappane anche solo un pezzetto. Non lasciare le ceneri di Rino in mano ai mentecatti del terzo millennio.


Per ulteriori considerazioni vedi anche Torna a casa, Pound.

Fonte : Assemblea Antifascista Bologna


Aldrovandi bis, ecco le accuse

Omissione, falsa testimonianza, favoreggiamento: si rischia fino a sei anni

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Omissione di atti d’ufficio, falsa testimonianza, favoreggiamento. Sono le pesanti accuse che chiudono l’inchiesta bis sulla morte di Federico Aldrovandi. Con il deposito dell’avviso di conclusione delle indagini il pm Nicola Proto ha chiuso l’inchiesta volta ad accertare presunte irregolarità sui primi mesi di indagine attorno alla morte del 18enne e ha aperto un’altra finestra sulla tragica vicenda del ragazzo.
La prima inchiesta – poi confluita nel processo per omicidio colposo ai quattro agenti intervenuti la notte del 25 settembre 2005 in via Ippodromo – si è conclusa il 6 luglio con la condanna in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Questa seconda rischia di essere ancora più pesante dal punto di vista sanzionatorio per i poliziotti. Alcuni dei reati contestati – che in questo caso sono di matrice dolosa e non colposa – prevedono infatti pene detentive fino a sei anni.

L’elenco stilato dalla procura estense inizia con Paolo Marino. L’ispettore, all’epoca dirigente dell’ufficio volanti, è accusato in base all’art. 328 del codice penale (Omissione di atti d’ufficio) di aver omesso di informare dettagliatamente il pm di turno Mariaemanuela Guerra di quanto accaduto. In particolare Marino avrebbe taciuto la violenta colluttazione tra Federico e gli agenti, “limitandosi a informare il pm che il decesso sarebbe stato riconducibile a overdose e che il caso non presentava particolari difficoltà, inducendo in tal modo il pm a non recarsi sul posto e assumere direttamente la direzione delle indaini”.

L’altro indagato è Marcello Bulgarelli, per l’art. 372 (falsa testimonianza), per aver affermato il falso, “negando di aver interrotto la comunicazione telefonica con Luca Casoni che si trovava in via Ippodromo alle 6.32” (il famoso “stacca…”). In aula l’allora capoturno della centrale operativa della questura aveva detto che “io la registrazione non l’ho mai toccata…” e affermato di non aver mai staccato la registrazione della conversazione, “omettendo inoltre di riferire il contenuto della comunicazione”.

Stesso capo di imputazione per Casoni, addetto all’ufficio denuncie il 25 settembre 2005, per aver “taciuto circostanze a lui note omettendo di riferire il contenuto della conversazione” con Bulgarelli delle 6.32 su quanto era accaduto in via Ippodromo.

Sia Casoni che Bulgarelli, poi, sono accusati in concorso tra loro, art. 378, proprio con quella telefonata troncata, di aver aiutato i quattro imputati “ad eludere le possibili investigazioni dell’autorità giudiziaria nei loro confronti, non registrando il colloquio avvenuto immediatamente dopo”.

Sempre loro due poi, e sempre per lo stesso fatto, sono indagati per il reato previsto dall’art. 328 (Omissione di atti d’ufficio) del codice penale, per avere in qualità di pubblici ufficiali “rifiutato atti del proprio ufficio consistiti nella omessa registrazione completa della conversazione telefonica sulla linea del 113”, con riguardo a “circostanze apprese da Casoni sul luogo del fatto relative al decesso di Federico Aldrovandi”.

Infine Pirani, sua forse la posizione più lieve, sempre per l’art 328 (Omissione di atti d’ufficio), per avere, in qualità di pubblico ufficiale delegato alle indagini sulla morte del ragazzo, omesso di trasmettere alla procura la copia del registro delle chiamate tra polizia e carabinieri.

il Pubblico Ministero Nicola Proto

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(estense.com)

Fonte: http://www.facebook.com/note.php?note_id=128821426196&ref=nf