Archivio | agosto 2, 2009

Israele: soldati denunciano brutalita’ durante l’offensiva a Gaza / A NEW BOOKLET BY “BREAKING THE SILENCE”

Detained Palestinians

Detained Palestinians, handcuffed and blindfolded in a street near an IDF post

Preoccupati per il decadimento morale dell’esercito di Israele una cinquantina di soldati ha parlato

Il dossier tratto dalle testimonianze dei soldati e’ stato messo in piedi da “Breaking the silence”, un’ong finanziata dall’Europa

Foto Israele: soldati  denunciano brutalita' durante l'offensiva a Gaza

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Gerusalemme – Hanno preso parte all’attacco contro Gaza di quest’inverno, sono rimasti disgustati da quello che hanno visto e da quello che gli è stato ordinato di fare, e hanno deciso di denunciare i crimini di guerra compiuti dall’esercito israeliano nella Striscia.

Sono tutti ex militari e ufficiali di Zahal, le forze armate israeliane, e non importa se a compiere quei crimini sono stati i soldati con l’uniforme di Israele, quello che ha fatto il loro esercito è sbagliato, e vogliono dirlo forte e chiaro a tutto il mondo. È una questione d’onore.

“Breaking the silence” è un’ong israeliana finanziata dalla Ue, dal governo britannico e da quello spagnolo, e ha raccolto le testimonianze di una cinquantina tra ex militari e ufficiali israeliani veterani della recente guerra nella striscia. In un corposo rapporto i suoi membri hanno recentemente descritto il clima che si respirava in quei giorni e l’atteggiamento dei loro superiori nei confronti della popolazione civile. Gli ordini erano chiari: sparare a vista su qualsiasi persona sospetta.

Nel suo rapporto l’ong spiega che la maggior parte dei militari e degli ufficiali che hanno testimoniato “prestano ancora servizio presso le loro unità, ma sono profondamente scossi e preoccupati per il decadimento morale delle Forze di difesa israeliane, e si sono rivolti a noi affinchè simili brutalità non si ripetano più”.

Numerosi soldati descrivono le perquisizioni delle case, durante le quali dei civili palestinesi venivano obbligati a entrare negli edifici sospetti davanti ai soldati, come esche umane. Il rapporto evoca inoltre l’impiego sistematico di munizioni al fosforo bianco nelle strade di Gaza, “distruzioni di massa ingiustificate, senza che vi fosse nessuna minaccia diretta, e regole d’ingaggio “assurdamente permissive”.

“A Gaza sembrava non vi fosse rimasto più nessun edificio intatto – racconta un altro soldato – . Le infrastrutture, le strade, i campi, i palazzi, i bulldozer D-9 avevano stritolato spazzato via tutto”. Secondo l’Onu 600 mila tonnellate di detriti ingombrano ancora le strade di Gaza.

L’esercito israeliano ha diramato un comunicato nel quale respinge tutte le accuse “basate sul nulla, su voci anonime, e racconti di seconda e terza mano”. Da parte sua, lo Stato Maggiore si è impegnato a effettuare indagini nel caso in cui venisse presentata una denuncia formale e ribadisce che “i soldati di Israele hanno rispettato il diritto internazionale durante combattimenti difficili e complessi”.

Il bilancio dell’offensiva è stato di 1417 morti da parte palestinese, tra cui 926 civili. Da parte israeliana hanno perso la vita dieci soldati e tre civili.

Massimo Alberico

Le fotografie sono tratte dal sito www.breakingthesilence.org.il

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1 agosto 2009

fonte:  http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=36770&gallery=1

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handcuffed and blindfolded

Soldier near a Detained Palestinian, handcuffed and blindfolded near an IDF post

AROUND 30 ISRAELI SOLDIERS TESTIFY ABOUT THEIR EXPERIENCES IN OPERATION CAST LEAD – A NEW BOOKLET BY “BREAKING THE SILENCE”:

“You feel like an infantile little kid with a magnifying glass looking at ants, burning them.”

Fifty-four testimonies of Israeli combat soldiers who participated in Operation Cast Lead reveal gaps between the reports given by the army following January’s events; the needless destruction of houses; firing phosphorous in populated areas and an atmosphere that encouraged shooting anywhere.

Half a year after Operation Cast Lead, the organization “Breaking the Silence” is announcing the release of a new booklet today (Wed. 7/15) that includes numerous testimonies by soldiers who participated in the operation. The testimonies expose significant gaps between the official stances of the Israeli military and events on the ground.

Among the 54 testimonies are stories revealing the use of “accepted practices,” the destruction of hundreds of houses and mosques for no military purpose, the firing of phosphorous gas in the direction of populated areas, the killing of innocent victims with small arms, the destruction of private property, and most of all, a permissive atmosphere in the command structure that enabled soldiers to act without moral restrictions. The booklet compiles the testimonies of about 30 reserve and regular combat soldiers from various units that participated in the fighting. The testimonies demonstrate that the soldiers were not given directives stating the goal of the operation and, as one soldier testifies, “there was not much said about the issue of innocent civilians.”

Many soldiers said that they fought without seeing “the enemy before their eyes.” “You feel like an infantile little kid with a magnifying glass looking at ants, burning them,” one of the soldiers testified that “a 20-year-old kid should not have to do these kinds of things to other people.”

“The testimonies prove that the immoral way the war was carried out was due to the systems in place and not the individual soldier,” said Mikhael Mankin from “Breaking the Silence.” What was proven yesterday is that through the IDF the exception becomes the norm, and this requires a deep and reflective discussion. This is an urgent call to Israel’s society and leadership to take a sober look at the foolishness of our policies.”

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7/15/2009

fonte:  http://www.breakingthesilence.org.il/news_item_e.asp?id=30

CULTURA – Viaggio negli abissi del Bel Paese, tra storie di terra, acqua e fuoco

https://i1.wp.com/www.larici.it/itinerari/eurasia/bulgaria/immagini/bulgaria15.jpg

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TRAGHETTO NAPOLI-PALERMOCi fu un vento grande e gagliardo, tale da scuotere le montagne e spaccare le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu il fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu una brezza leggera e, non appena sentì questo, Elia si coprì la faccia col mantello e uscì”. La Bibbia, libro primo dei Re, XIX, 11.

Notte di mare grosso, scirocco, luci di Sorrento a poppa. Il traghetto Napoli-Palermo arranca tra nubi compatte come montagne. Fulmini ciclamino, verdi, azzurrini; ma sul parapetto, a godersi la luminaria, non c’è quasi nessuno. Un viaggio nuovo comincia, nell’Italia degli abissi, dei vulcani e degli antri dove nascono i terremoti. Una storia di terra, acqua e fuoco che stavolta parte dal profondo Sud, il cuore del Mediterraneo. Uno spazio dove forze tremende si confrontano a profondità inimmaginabili. Cinque-seicento chilometri. Più che in California e Giappone, che pure sono le terre più instabili del pianeta. L’ho sentita, prima di partire, la voce del Profondo, all’istituto di geofisica e vulcanologia, l’Ingv di Roma. Un megaschermo con la mappa della Penisola collegato a migliaia di terminali, simile al radar di una nave. A ogni piccola scossa una luce rossa s’accendeva nel punto giusto del display e un organo modulava le prime note della Quinta di Beethoven. Abruzzo, magnitudo 2,4. Monti della Sila 2,0. Irpinia 1,5. Jonio al largo di Siracusa 1,8. Gli scricchiolii della Terra, diventando musica, disegnavano un itinerario perfetto dalla Sicilia al cuore dell’Appennino e oltre. La mia strada.

A fulgure et tempestate, a peste fame et bello libera nos Domine, a flagello terrae motus libera nos… Pioggia pesante, raffiche, lampi nella spruzzaglia. Dalla burrasca riemergono litanie dimenticate, pezzi di antiche rogazioni contro tempeste e terremoti, e intanto la nave entra rollando nel cuore del Tirreno, tra il quarantesimo e il trentanovesimo parallelo. Nessun’isola in vista; Ustica e Eolie sono lontane, mentre il ferry buca un grigio sipario ed entra nel monsone.

Cosa c’è sotto questo mare nero? Me lo sono sempre chiesto sulla rotta della Sicilia. Ora so darmi una risposta. Ho con me una carta geologica, la mia carta. Me l’ha data un grande geologo, Renato Funiciello, un elfo gentile del Profondo. Una mappa dai colori magnifici: violetto per i graniti, rosso per i vulcani, grigio per i tavolieri calcarei. Mostra spinte, scavalcamenti, fratture, derive e impressionanti collisioni. Sotto la superficie del mare disegna un altro mondo fatto di scarpate, valli, canyon, tavolati, catene montane.

Sul parapetto c’è una donna che fuma, spettinata, occhi scuri. È incantata dalla mappa delle meraviglie. Le dico: “Ecco, noi siamo qui”, e metto l’indice su uno spazio butterato da segni rossastri, i vulcani sommersi. Triangolini appoggiati a linee sinuose disegnano un gorgo di forze bestiali. L’Adriatico spinge forte a nordovest portandosi dietro Puglia e Gargano, e la Calabria emigra verso la Grecia di qualche millimetro l’anno, quanto basta per imprimere alla Penisola un moto rotatorio attorno alla Liguria. Siamo su un pezzo di mondo dove Dio ha voluto che Bello e Terribile s’intrecciassero più a fondo che altrove.

Onda lunga, oleosa. Traghetto inclinato sulla destra. Sulle murate, passeggeri pallidi per la nausea. Non sanno di passare su un fondale di 4500 metri, vecchio fino a sette milioni di anni e popolato di gigantesche cattedrali. Racconto dei vulcani sottomarini. A nord il Palinuro, così a filo d’acqua che anche un sub potrebbe vedere le sue fauci aprirsi in mare aperto. A ovest il Vavilov, un bestione più grande dell’Etna, trovato dai russi in piena Guerra fredda. Dicono che a scoprirlo sia stato un sommergibile in missione segreta, che seppe infilare il Bosforo come la cruna di un ago, in immersione, sotto una fila di navi da carico. Una storia da Ventimila leghe sotto i mari.

Ma il più grande di tutti è un gigante come l’Ararat che sta settanta miglia a est, all’altezza della Calabria. Sui fianchi ha colate di basalto fresco e cristalli di zolfo, così nessuno sa dire se sia davvero in letargo dopo settecentomila anni di attività. Mezzo secolo fa la sua scoperta dischiuse immensi orizzonti alla nuova oceanografia esplorativa. Leggendario il nome: Luigi Ferdinando Marsili, un bolognese vissuto fra il Sei e il Settecento, fondatore dell’oceanografia moderna. Una vita da romanzo, dimenticata dai libri di scuola. Me l’ha raccontata Stefano Magnani, uno storico che ha ricostruito anche la storia del greco Pitea di Marsiglia, scopritore della mitica Thule.

Sentite che epopea. Marsili studia medicina, astronomia, lettere. Va in missione a Costantinopoli per conto della Repubblica di Venezia. Impara il turco e scopre che il Bosforo ha due correnti, una calda e una fredda. Fa carriera nell’esercito asburgico, difende Vienna dall’assedio ottomano e viene fatto prigioniero. Disegna i confini tra i due imperi dopo la pace di Karlowitz, esplora il Danubio e gli dedica nove affascinanti volumi in latino. Pubblica ad Amsterdam la Storia fisica del mare. Lascia le catene della sua prigionia turca all’università di Bologna, dove stanno ancora, nella facoltà di geologia.

Italia. Non esiste paese che viva un intrico così affascinante di scienza, mito e storia, eventi del sottosuolo e di superficie. Non c’è California che tenga. Si narra che il greco Empedocle, per capire un’eruzione, si buttò a capofitto nel cratere dell’Etna, il quale ne risputò solo i calzari. L’arrivo di Annibale in Italia fu annunciato da grandi scosse e Polifemo il ciclope visse in un antro sotto il gigante etneo. Sibille a non finire abitarono nei recessi delle nostre sismiche montagne e ancora oggi, a Sessa Aurunca, sotto un vulcano spento, il Venerdì Santo le confraternite alzano un canto chiamato Tremuoto.

Il ferry brancola nel buio, viaggia su vulcani sommersi già descritti da Plinio il Vecchio. “Ante nos et iuxta Italiam inter Aeolias Insulas… Prima della nostra epoca emerse un’isola in mezzo alle Eolie e così pure nei pressi di Creta. Una era lunga 2500 passi e provvista di fonti calde; un’altra il terzo anno della 163ma olimpiade (126 avanti Cristo) davanti all’Etruria, bruciante questa di un soffio violento, e si tramanda che chi si cibò dei pesci che in gran quantità fluttuavano intorno a quella, immediatamente morì”.
So di entrare nella grotta del Minotauro, e per questo prima di partire ho cercato dei maghi che mi dessero un filo d’Arianna. Geologi, vulcanologi, storici dei terremoti, sismologi, geofisici. In Italia sono un esercito: entusiasti e spesso frustrati dalla sordità della politica. Li ho cercati, ed essi mi sono venuti in soccorso pieni di storie e raccomandazioni, felici che qualcuno facesse quella strada. Li rivedo uno per uno nella pioggia del Tirreno, con in sottofondo le note della Quinta di Ludovico van Beethoven.
Personaggi impagabili, da cui ho imparato mille cose. Per esempio che la “Padania” è – udite – geologicamente Africa, mentre l’Italia meridionale è quasi tutta Europa. Ho appreso che, nello scontro fra le due, il Tirreno si espande e lo Jonio s’accartoccia, facendo partire una linea inquieta che scuote Grecia e Turchia. Ho saputo che la Sardegna è immobile come la Siberia e le Isole Eolie non sono affatto sette ma molte di più, perché hanno sorelle sommerse, vulcani dai nomi greci come Eolo, Alcione, Sisifo e i gemelli Lametini.

Ho con me un piccolo vangelo etiope su pergamena, annerito dal fumo di candele e intriso dell’odore di mille mani. Contiene l’immagine di San Giorgio – il più grande dei santi d’Oriente col barbuto Nicola – che pianta una lancia nel drago per ricacciarlo sotto terra. Guardandola mi sento sollevato, la paura dell’abisso mi passa per magia. Ma poiché la prudenza non è mai troppa, amici napoletani, appena saputo del viaggio, mi hanno regalato un cornetto di corallo rosso, contro ogni tipo di scalogne.
“Lo sai cosa vuol dire disastro?” chiede la passeggera con cui ho chiacchierato sul parapetto. “È la mancanza di stelle che spaventa i naviganti. Vuol dire andare senza gli astri che indicano la strada. Come stanotte sul Tirreno”. Resto sorpreso, è strano che non ci abbia mai pensato. “E poi c’è la parola rischio. Quella non la indovini mai più. Si racconta che, per battere la concorrenza, i commercianti d’Oriente anziché navigare sulle coste puntavano al largo quando spirava il vento potente, che in persiano si dice “Ruzgar-i kuvve”. Ma poiché quel vento era pericoloso e talvolta causava naufragi, la frase “prendere il Ruzgar”, udita dagli italiani, divenne “prendere il rischio”.

Soffia, colpi forti alle murate, il mare è in preda a un mix di scirocco e libeccio, un pulviscolo umido mi è entrato fin nella camicia. Torno nel salone dormitorio, abbasso lo schienale della poltrona, ma il sonno non viene. Sono stanco già prima di cominciare; forse sento sulle spalle la fatica di aver tentato di colmare in poco tempo il buco nero di una gigantesca rimozione sul tema. Per dieci giorni ho ascoltato a bocca aperta dai Maghi inquietanti meraviglie sull’Italia nascosta, ho riempito taccuini su taccuini dicendo a me stesso: non è possibile che non sappia. E invece non sapevo.
“Gli italiani non sanno – mi dicevano con un lampo ironico i dottori del Profondo – e quel che è peggio preferiscono non sapere. Parlare di eruzioni o di terra che trema porta scalogna, imbarazza i politici, rovina il gioco ai palazzinari, inorridisce gli operatori turistici, ti mette contro gli operatori dell’effimero”. Così pochi sanno che la Padania non è affatto immobile perché, sotto le alluvioni del Po, Africa ed Europa si scontrano. E nessuno vi dirà che a Rimini nel primo Novecento son venuti giù degli alberghi e quarant’anni prima la torre dell’orologio era stata segata via dopo un botto che l’aveva resa instabile.

Guai a dire che l’Italia balla. Ti danno del catastrofista. Così si cancellano anche le prove. In Friuli gli archivi della segreteria per il terremoto del 1976, che firmò l’unica ricostruzione “virtuosa” d’Italia, sono stati salvati dal macero solo grazie a una pattuglia di cittadini di buona volontà. A Messina per il centenario del 1908 è arrivato il top della scienza mondiale a parlare del futuro degli Stretti, ma i politici locali se la sono squagliata appena dopo l’inaugurazione. E che dire della Protezione civile, nei cui scantinati dormono montagne di volumi divulgativi che nessuno pare intenzionato a dare alle scuole.

Disturba ricordare che Ischia si è sollevata di ottocento metri in trentamila anni, che Messina s’abbassa a ogni scossone e Reggio Calabria si alza a vista d’occhio. E che dire di Bologna, che sprofonda nell’indifferenza generale, causa il saccheggio delle acque padane. In Veneto il Montello lievita misteriosamente a velocità doppia rispetto alle Alpi, e Pozzuoli si è gonfiata di un metro e mezzo in pochi mesi, al punto da rendere indispensabile un nuovo molo traghetti per Ischia. E poi vulcani, caldere, fanghi, gas, soffioni, fumarole, giacimenti di idrocarburi. Buchi dappertutto, come un formaggio Emmental. “Ma tu fai l’Italia sottosopra!” ha esclamato l’amico Valerio Fiandra, compagno triestino di tante conversazioni, fornendomi da par suo il titolo della storia.

Rumore di argani, odore di vernice, il ron ron dei motori si fa irregolare, dall’oblò entra la luce di un’alba piovosa. Palermo è vicina, i passeggeri si riversano sul ponte a guardare la linea esangue della terraferma – ferma si fa per dire – col Monte Pellegrino che emerge come una verruca sull’onda lunga delle alture di Partinico e della Piana degli Albanesi. Preparo il sacco, pieno di libri e appunti. Per la prima volta ho un piccolo computer, per leggere la topografia dei luoghi attraverso le immagini satellitari.

Il pontone si abbassa sull’isola degli dei. Luce gialla violenta, odore di stoppie bruciate e bouganvillee, pane fresco e immondizia. Cani abbandonati pattugliano la banchina, sorvegliano le porte dell’Ade. Appoggio le suole su una pietra porosa che ha assorbito millenni di sangue, escrementi, polvere, incenso. Poco lontano, la corriera per Trapani, da dove in serata salpa il ferry per Lampedusa, inizio di questo lungo viaggio verso Nord. “Scirocco forte”, annuncia il conducente, “forse stasera la nave non parte”.
Un tipo di Alcamo seduto accanto vede le mie mappe e attacca discorso. È minuto e olivastro. “Siete geometra?”. No, dico, vado a caccia di vulcani e terremoti. Il siculo ne approfitta e chiede qual è il santo che protegge meglio dai crolli. Al Sud i santi non possono batter fiacca: se non aiutano, vengono sostituiti. A San Cono, sui Peloritani, il protettore – o meglio la sua statua – viene letteralmente sbattuto con la testa sui muri delle case che non ha saputo tenere da conto. Altri che non hanno portato la pioggia vengono schiaffati in acqua o puniti con un pesce salato in bocca. Dico: il meglio contro le scosse pare Sant’Emidio da Ascoli. Sul Continente lo vogliono tutti. “E Padre Pio?”. Rispondo che no, quello c’entra poco.
Si parte. Vorrei dormire, ma il siculo fa domande come una trivella. Quando ha un’idea abbastanza completa della mia avventura, trae le sue conclusioni e paternamente avverte: “Ma che ci andate a fare… La gente se ne fotte anche se la informate… Preferirà sempre un telefonino nuovo o un bell’idromassaggio a una casa fatta ‘bbene”.

Ha ragione lui, lo so bene. Siamo uno strano paese dove si muore per scosse da niente e dove si fanno ronde anti-immigrati anziché prendersela con i costruttori disonesti. Ma che importa, la sfida è magnifica. Attorno alla terra che ribolle, trema, erutta, frana e genera maremoti, si intrecciano infinite altre cose: incursioni piratesche, estati roventi e nevicate fuori stagione, naufragi, guerre, invasioni, fortunali, processioni e paure da fine del mondo. L’inferno, il fuoco che cova, l’antro di Efesto, la terra che si spalanca e ti inghiotte. Un pentolone pieno di ex voto e sensi di colpa, presagi e scongiuri, litanie e filastrocche, persefoni e nere madonne. Un cratere che ribolle di implicazioni economiche, sociali, religiose e di malaffare.

È chiaro: non ho davanti a me un viaggio nello spazio, ma nel tempo. Un nodo gigantesco. Il Grande Sommerso della coscienza nazionale, il sismografo delle nostre paure e delle nostre rimozioni, ab insidiis diaboli, ab omni malo libera nos Domine. Ma sono figlio di una terra che trema, le appartengo, e voglio vederci dentro. Entrarci, con la mia lampada di Aladino. La corriera va silenziosa in un mare di vigne, tra pale eoliche inspiegabilmente ferme nel vento e altri branchi di cani perduti.
1. continua

Paolo Rumiz

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2 agosto 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/07/speciale/altri/2009rumiz/paese-sottosopra/paese-sottosopra.html?rss



Milano: sgombero Innse, tafferugli in strada

Aggiornamento (2 agosto, ore 18 circa) copiato da FB:

“compagni di FB ho bisogno di voi: divulgate la notizia dell’ INNSE. per il momento è stata concessa una tregua ma i compagni sono stati sgomberati dal presidio. ora sono in mezzo alla strada davanti alla fabbrica. domani riprende lo smantellamento dei macchinari. gli operai cercheranno di resistere ma avranno bisogno di aiuto. chiunque possa andare sarà indispensabile. FATE GIRARE LA NOTIZIA, grazie!”

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lo stabilimento di via Rubattino è occupato da oltre un anno

(Fotogramma)

Gli operai e i giovani dei centri sociali si scontrano con la polizia e occupano la tangenziale

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Tafferugli alla InnseTafferugli alla InnseTafferugli alla InnseTafferugli alla InnseTafferugli alla InnseTafferugli alla Innse

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MILANO – Momenti di tensione domenica mattina a Milano per lo sgombero della Innse di via Rubattino, autogestita e presidiata da oltre un anno da una quarantina di operai che si oppongono alla chiusura della fabbrica. Gli operai hanno opposto resistenza agli agenti e sono scoppiati dei tafferugli; i dimostranti hanno anche bloccato la circolazione sulla tangenziale. Sul posto sono arrivati alcuni giovani dei centri sociali, per dare man forte agli operai. La situazione, secondo la Questura, è sotto controllo.

LO SGOMBERO – Secondo quanto è stato riferito, le forze dell’ordine stanno eseguendo un provvedimento con cui la magistratura ha disposto la riconsegna dei macchinari e del sito industriale. Pertanto le operazioni dureranno circa una settimana, tempo necessario alle ditte interpellate per entrare nella fabbrica e smontare i macchinari. La vicenda della Innse si trascina dalla fine del maggio dell’anno scorso, quando l’imprenditore Silvano Genta comunicò ai dipendenti con un telegramma di aver avviato la procedura di mobilità. Da allora la fabbrica è stata autogestita dagli operai che hanno continuato a produrre. Poco meno di un anno fa lo stabilimento è stato messo sotto sequestro dall’autorità giudiziaria, infine dissequestrato e da allora vigilato giorno e notte da un gruppo di operai. Il 10 febbraio scorso c’era stato un altro tentativo di sgombero, ed erano scoppiati tafferugli tra gli operai, i giovani dei centri sociali e la polizia.

FERRERO: UN ABUSO – «Un atto proditorio e violento – denuncia Paolo Ferrero, segretario nazionale del Prc-Se – che rende drammaticamente evidenti l’asprezza della crisi e del conflitto sociale e il cinismo padronale. Chiedo al prefetto di Milano e al ministro dell’Interno di intervenire per impedire questo abuso nei confronti dei diritti e del lotte del lavoro. Motivazioni e modalità dell’intervento repressivo alla Innse sono assolutamente inaccettabili, sia sul piano politico che sul piano morale. E non troveranno indifferente Rifondazione comunista, né la reazione del mondo del lavoro e democratico». Nel pomeriggio Ferrero si recherà di fronte allo stabilimento della Innse insieme ai lavoratori.

Luca Guerra e Giansandro Barzaghi incatenati ai cancelli della Innse (Newpress)

Fonte: il Corriere della Sera

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Diramata una richiesta di aiuto e presenza da parte degli occupanti l’INSSE.
Al momento la polizia sta chiudendo le strade di accesso, ma è possibile ancora lasciare le auto e convergere a piedi. L’indirizzo è via Rubattino, 81 – Milano.

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Fonte: Indymedia Lombardia

Solidarietà: quando gli ultimi insegnano ai primi

Cassintegrati regalano la vincita del Superenalotto a un bimbo malato

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BRESCIA, 1 agosto – Non servono i milioni per dare un segnale importante di solidarietà. Nei giorni in cui al Superenalotto s’insegue la vincita da sogno, a Brescia c’è chi ha deciso che anche una somma lontana dai milioni del jackpot può essere utilizzata bene. Sono i lavoratori cassintegrati della Ideal Standard, stabilimento a rischio di chiusura, che oggi hanno donato la vincita di 2.200 euro realizzata due giorni fa.

Il denaro è stato consegnato ai genitori di Francesco Martinelli, un bambino di due anni e mezzo affetto da un malattia che gli impedisce di vedere e sentire. Il padre, che si è detto «commosso» gestiva un bar, ma l’ha venduto per curare il figlio, ha lavorato come agente di commercio e attualmente è disoccupato.

Fonte: il Messaggero

Tremila aquiloni, il record di Gaza. Un giorno di festa per i bambini

{B}Tremila aquiloni sul cielo di Gaza{/B}

Una giornata di festa per i bambini di Gaza. I piccoli rifugiati sono arrivati sulla spiaggia di Beit Lahiya, a pochi chilometri dal valico di Eretz, per lanciare tremila aquiloni. L’iniziativa, organizzata dalle agenzie dell’Onu in collaborazine con la Croce Rossa Internazionale e varie Ong che operano nella Striscia, mirava a stabilire un record da Guinness: il maggior numero di aquiloni fatti volare contemporaneamente. Per una volta, per gli abitanti della martoriata Gaza un primato positivo. Le foto sono di Aldo Soligno (www.aldosoligno.com)

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di ANNA MARIA SELINI

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GAZA – Tremila aquiloni, lanciati da altrettanti bambini, hanno riempito di colori e leggerezza, per un giorno, il cielo sopra Gaza, a pochi chilometri dal confine israeliano di Eretz. Un record mondiale e un messaggio al mondo, affinché termini l’isolamento nel quale sono strette 1,5 milioni di persone, a sei mesi dalla fine dell’offensiva israeliana “Piombo Fuso” che ha provocato la morte di oltre 1400 palestinesi. Oltre un terzo dei quali, secondo l’Unicef, donne e bambini.

Decine di autobus con a bordo i ragazzi che frequentano i campi estivi organizzati dall’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, sono arrivate da tutta la Striscia sulla spiaggia di Beit Lahiya, per entrare nel Guinness dei primati con il maggior numero di aquiloni fatti volare contemporaneamente nello stesso posto. Fiori, animali, insolite figure geometriche realizzate dagli stessi ragazzi, ma anche bandiere palestinesi o semplici rombi con la scritta “Free Gaza”. Secondo i volontari del Comitato internazionale della Croce rossa, che hanno monitorato l’evento, gli aquiloni erano tremila, contro il precedente record di 710.

“Metà degli abitanti della Striscia, circa 750 mila, sono bambini – ha ricordato John Ging, il direttore dell’Unrwa, che ha promosso l’evento – Ci sono tanti record mondiali in questi ragazzi, dobbiamo offire loro la possibilità di realizzarli, rompendo l’assedio che stringe Gaza”.

La ricostruzione, a sei mesi da “Piombo Fuso”, è praticamente ferma, a causa del divieto imposto dal governo israeliano di far entrare nella Striscia materiali come cemento e ferro.


Sono 20 mila le famiglie che hanno perso la casa durante il conflitto e circa 35 mila quelle che non hanno accesso all’acqua potabile. Cibo e medicine passano in modo irregolare e molte scorte stanno per esaurirsi. L’associazione delle Agenzie internazionali per lo sviluppo calcola che durante l’offensiva 18 scuole sono state distrutte e almeno 280 danneggiate: a un mese dall’inizio dell’anno scolastico, nessuna di queste è stata adeguatamente ricostruita o riparata.

“La chiusura dei valichi ha causato indicibili sofferenze ai bambini di Gaza, che devono affrontare un altro anno accademico in terribili condizioni – ha dichiarato Philippe Lazzarini, capo dell’Ocha, agenzia Onu per le emergenze nei Territori palestinesi – per questo, con le Nazioni Unite e le organizzazioni non governative chiediamo al Governo di Israele di favorire con urgenza, oltre all’entrata di materiali per la ricostruzione, gli strumenti necessari per assicurare a studenti, insegnanti e operatori di poter uscire ed entrare liberamente a Gaza per continuare a studiare”.
Anche le ong italiane che operano nella Striscia si sono appellate nei giorni scorsi all’Unione europea e al Governo italiano per la riapertura dei valichi. La Farnesina, infatti, ha appena stanziato quattro milioni di euro per realizzare a Gaza progetti in campo sanitario, idrico, agricolo e sociale. Ma con i valichi chiusi, dicono le ong, ogni aiuto rischia di venire seriamente compromesso.

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2 agosto 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/medio-oriente-53/gaza-aquiloni/gaza-aquiloni.html?rss

Israele e la Palestina: varie

restiamo umani di vittorio arrigoni

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Bruciando le formiche.

“Breaking the Silence”, l’ong israeliana che raccoglie le testimonianze dei soldati sugli abusi e sui crimini commessi dall’esercito israeliano, ha pubblicato ieri 54 racconti di soldati dell’Idf che hanno partecipato alla recente operazione “Piombo Fuso” nella Striscia di Gaza, denunciando gli orrori e gli atroci crimini di guerra commessi a danno di civili inermi ed innocenti.

Si spazia dalla distruzione di centinaia di case e di moschee senza alcuno scopo di carattere militare all’uso del fosforo bianco in aree densamente abitate, dall’uccisione illegale e indiscriminata di civili inermi al tristemente noto utilizzo di civili Palestinesi come scudi umani, tutte considerate “pratiche accettabili” nel quadro di un’atmosfera permissiva in cui ogni azione è lecita e ogni crimine è santificato da Dio.

E’ tanto l’orrore che provo e la ripugnanza per il comportamento di questi vili e barbari assassini che non mi sento di scrivere oltre, limitandomi a riportare quanto scritto in proposito dagli ebrei americani di “Jewish Voice for Peace” e invitando chi legge ad aderire all’invito dell’associazione di inviare una lettera di denuncia al Presidente Usa Barack Obama.

Voglio aggiungere però una cosa.

Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak, di fronte alla denuncia di “Breaking the Silence”, ha avuto la faccia tosta di ripetere la nota favoletta secondo cui l’esercito israeliano “è quello con il più alto senso morale del mondo”.

Questo può andare bene per i cantori della becera e vergognosa propaganda sionista, in stile informazione corretta per intenderci, ma in realtà simili affermazioni costituiscono la prova più evidente di come i crimini di guerra commessi da Tsahal a Gaza (e non solo), compresi quelli più atroci ed efferati, hanno sempre avuto la totale copertura e condivisione da parte del governo israeliano.

Sarebbe ora che negli Usa, e in Europa, si prendesse in considerazione l’idea di sottoporre Israele non ad un semplice blocco delle forniture militari – come ha timidamente iniziato a fare la Gran Bretagna – ma ad un boicottaggio economico e politico atto a costringere questo Stato canaglia ed assassino al rispetto del diritto umanitario, dei diritti umani dei Palestinesi, della legalità internazionale.

Non può più essere consentito a nessuno, nemmeno agli ebrei d’Israele, di mandare in giro i propri lanzichenecchi a massacrare i Palestinesi alla stessa stregua di un bambino che brucia le formiche con una lente d’ingrandimento.

Cosa dicono i soldati israeliani su Gaza?
15.7.2009

L’associazione israeliana “Breaking the Silence” ha da poco diffuso una raccolta di testimonianze (1) di soldati israeliani che hanno preso parte all’attacco contro Gaza lo scorso dicembre e gennaio.

Questo non è il primo rapporto che documenta gli orrori inflitti alla popolazione civile di Gaza. Meno di due settimane fa, per esempio, Amnesty International ha presentato un rapporto che documenta l’uso israeliano di armamenti da battaglia contro la popolazione civile intrappolata a Gaza (2).

Oggi i soldati israeliani corroborano le accuse secondo cui l’esercito ha ripetutamente violato il diritto internazionale.

“Sai cosa? Ti senti come un bambino che gioca con una lente d’ingrandimento, bruciando le formiche. Veramente. Un ragazzo di 20 anni non dovrebbe fare queste cose alla gente”.

I soldati raccontano dell’utilizzo di scudi umani (3), dell’uso del fosforo contro le popolazioni civili, della pura e semplice enormità della distruzione.

“Perché il fosforo bianco? Perché è divertente. Fantastico”. “Era orribile, come in quei film sulla II guerra mondiale dove non restava niente. Una città totalmente distrutta”.

I soldati riferiscono anche degli sforzi dell’unità del rabbinato militare di trasformare l’attacco in una guerra santa tra i “figli dell’oscurità” e i “figli della luce”.

“(Ci dissero) Nessuna pietà, Dio vi protegge, qualunque cosa facciate è santificata”.

L’elenco continua.

Abbiamo ascoltato le stesse storie, sia dagli abitanti di Gaza sia dai soldati israeliani (4).

Il generoso aiuto degli Stati Uniti – i dollari delle tasse americane – hanno reso possibile tutto questo. Le armi fabbricate negli Usa sono state utilizzate per attaccare i civili di Gaza, gli stabilimenti produttivi, le scuole e gli edifici amministrativi.

Il governo britannico ha cancellato alcuni contratti di fornitura di armi con Israele.

Non è ora che i membri del Congresso prestino attenzione? Chiedi un’inchiesta sull’uso dei proventi delle tasse Usa per finanziare i crimini di guerra a Gaza.

Sydney Levy
Jewish Voice for Peace

(1) Breaking the Silence Testimonies

http://www.shovrimshtika.org/news_item_e.asp?id=30
(2) Amnesty International Gaza report

http://www.amnesty.org/en/news-and-updates/report/impunity-war-crimes-gaza-southern-israel-recipe-further-civilian-suffering-20090702
(3) Ha’aretz: Israeli soldier: “We used Gazans as human shields.”
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1100300.html

Original article removed from Ha’aretz, but available in full here:

http://www.indybay.org/newsitems/2009/07/14/18607903.php)

(4) BBC Breaking the Silence on Gaza Abuses

http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/8151336.stm

fonte: Palestina libera!

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Soldiers burn agricultural lands in northern Gaza

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The Ramattan news agency reported Saturday that Israeli soldiers burnt Palestinian agricultural lands belonging to two Palestinian residents, near the Eretz crossing, in the northern part of the Gaza Strip.

Two Israeli military bulldozers uprooted the farmlands before the soldiers set the uprooted trees and lands of fire.

Local sources reported that soldiers also rounds of live ammunition in different directions causing panic among the residents, no injuries were reported.

Fonte: http://www.imemc.org/article/61262

Referendum sul contratto, la Fiom ottiene il 94% di sì

Rinaldini, «un dato assolutamente straordinario. Illegittima qualsiasi modifica della parte normativa»

Oltre 41Image0mila metalmeccanici hanno votato il referendum, proposto dalla Fiom, sull’ipotesi di piattaforma per il rinnovo del biennio economico 2010/2011. La piattaforma Fiom ha raccolto il 94,40% di sì

8.400 le aziende nelle quali è stata svolta la consultazione; 699.000 i lavoratori presenti e oltre 411.000 i votanti per una percentuali pari al 58,83%; hanno votato tutti i lavoratori anche i non iscritti alla Fiom.

Contro la disdetta del contratto dei metalmeccanici fatta da Cisl e Uil, la Fiom ha ribadito che il contratto nazionale dei metalmeccanici rimane vigente fino al 31-12-2011 e non si possono cambiare le regole in corso d’opera, applicando gli accordi di gennaio.

«E’ un dato assolutamente straordinario», ha commentato il leader delle tute blu della Cgil Gianni Rinaldini, e spiega «c’è il contratto nazionale di cui siamo firmatari e diffidiamo da qualsiasi modifica della parte normativa perché la consideriamo illegittima. E poi i 270mila metalmeccanici che hanno votato la piattaforma separata di Fim, Uilm, Fismic e Ugl, sono una minoranza. Chiedono in 3 anni meno del salario che prima si otteneva in 2, chiedono la disdetta del contratto nazionale firmato e conquistato da tutti, per applicare l’accordo separato sulle regole che peggiora norme e diritti».

«Il referendum è un nostro vizio. I metalmeccanici voglio sempre votare», aggiunge Rinaldini. A settembre riprenderà il negoziato, con una Fiom forte di questo risultato e sul tavolo ci saranno  non solo la differenza tra rivendicazioni salariali con la piattaforma di Fim e Uilm ma anche soprattutto il fatto che la Fiom non riconosce la validità delle nuove regole contrattuali e insiste per rinnovare solo la parte economica del contratto dei metalmeccanici, senza toccare la parte normativa.

Negli stabilimenti Fiat di Mirafiori e Pomigliano, come alla Brembo di Bergamo e alla Marcegaglia di Ravenna, Bergamo e Mantova la Fiom fa il pieno di consensi: il referendum ottiene infatti percentuali quasi bulgare: oltre 6 mila voti a favore, l’87,2%, su 7114 votanti a Mirafiori; 1.200 si’, 98,7%, su 1230 votanti allo stabilimento di Pomigliano; 833 voti a favore, il 79%, su 1.091 votanti alla Brembo di Bergamo e percentuali di sì che vanno dal 95,6% al 78,3% fino al 90,32 negli stabilimenti Marcegaglia di Ravenna, Bergamo e Mantova. E alte percentuali di consenso anche alla Fincantieri di Monfalcone, 84% di sì, 636 voti a favore su 773 votanti, alla ferrari di Modena con il 92% di voti a favore pari a 649 sì su 712 votanti.

31.07.09 – Alessandra Valentini per la Rinascita

Anniversario Strage di Bologna 2 agosto 1980 – 2 agosto 2009

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.

La vicenda giudiziaria

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La strage

Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo soccorsidelle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.

Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti. (testimonianze di Biacchesi e da “Il giorno”)
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.

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Maria Fre su si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.


Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all’ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l’Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea, e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest’ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell’anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l’esplosione tra atroci sofferenze.

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Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo. Poi non ne aveva più saputo nulla.

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Solo il giorno successivo, telefonando all’Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell’ospedale Maggiore.
“Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire”, ha scritto Secci, “la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po’ mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l’evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo”.
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage.

http://www.pane-rose.it/utilities/media.php?id=1304

La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.

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Soccorsi

I vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E’ lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.

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Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all’aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all’ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.

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Per poche ore era circolata l’ipotesi che la strage fosse stata provocata dall’esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento: “Signori, non ho parole” disse,”siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia”.

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Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.
Il 17 agosto “l’Espresso” uscì con un numero speciale sulla strage.
In copertina un quadro a cui Guttuso ha dato lo stesso titolo che Francisco Goya aveva scelto per uno dei suoi 16 Capricci: “Il sonno della ragione genera mostri”.
Guttuso ha solo aggiunto una data: 2 agosto 1980.

Le Vittime
Cominciò una delle indagini più difficili della storia giudiziaria italiana.

Tratto da: stragi.it

Fonte: Antimafia Duemila

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Anniversario strage di Bologna: lettera di don Ciotti

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Con questo testo il sacerdote di “Libera” del “Gruppo Abele” aderisce all´appello di Mattia Fontanella…
…di scrivere una lettera aperta a Maria ed Angela Fresu, due delle 85 vittime della strage del 2 agosto.

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Fontanella chiede al sindaco e al presidente dell’associazione dei famigliari delle vittime, «come segnale di innovazione dei linguaggi della memoria, di leggere, dal palco del 2 Agosto, questo testo di don Ciotti: una delle poche e indiscusse autorità morali di questo paese. Persona generosa, infaticabile che si batte contro tutte le mafie, per la legalità. A fianco degli ultimi. La sua lettera rappresenta simbolicamente le decine di lettere che scrittori, poeti, cittadini hanno inviato in questi giorni».

CARA Maria, cara Angela,
a tanti anni dalla vostra scomparsa, vi scrivo pensandovi ancora qui, con tutti noi.
Perché vive, in fondo, lo siete davvero, nell’affetto di chi vi ha voluto bene e anche nella memoria di chi ancora si sente ferito e provocato dai fatti di quel tragico giorno d’agosto. Una memoria che non si ferma però al ricordo o alla commozione, tanto meno alle parole di circostanza. Ma che vuole espandersi e farsi ricerca di verità, impegno per il cambiamento e per la giustizia sociale. Questo ci chiede la vostra “viva assenza”: essere riempita da una presenza che corre e non “ricorre”, da un esserci che prende dal passato la forza per costruire un futuro diverso, dove nessuno si senta più minacciato o respinto, dove ogni essere umano sia riconosciuto nella sua libertà e dignità di persona.
Ha assunto volti diversi la violenza, in Italia, ma con esiti ugualmente crudeli, insensati. Dalla cupa stagione del terrorismo ai delitti delle mafie, sono troppe le storie spezzate come la vostra, gli affetti rubati, i progetti interrotti. È giusto allora voltarsi indietro, per non dimenticare nessuna vittima innocente. Ma nello stesso tempo proprio voi – che avete saputo comunicare senza parlare, comunicare con le vostre vite – ci chiedete di raccogliere i segni di speranza che sempre si affacciano sul nostro orizzonte, fare di quei segni un disegno di liberazione e di giustizia. È uno stimolo che proviamo ogni giorno a tradurre, con tenacia e passione, attraverso la ricerca, l´informazione, i percorsi educativi, ogni altra attività capace di coinvolgere e mobilitare la società responsabile.
Vi prometto, care Maria e Angela, che non ci lasceremo scoraggiare, non smetteremo di sognare quel futuro più bello e più giusto che anche voi sognavate. Un futuro che si costruisce solo insieme, col “noi”. Questo “noi” dentro il quale oggi idealmente vi accogliamo, perché il vostro sorriso e le vostre speranze possano rivivere attraverso un impegno che, come ricordava don Tonino Bello, custodisce «il senso della morte come quello della vita, dell´amicizia, della giustizia e quello supremo di Dio». Un forte abbraccio

Don Luigi Ciotti

*da Repubblica Bologna 31 luglio 2009. La lettera.

fonte: http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=112242864878&h=19y-T&u=nHtEe&ref=nf

Abruzzo: sotto controllo?

Anche un blog può aiutare a rinascere. Dalle macerie...

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Lo ha scritto un anonimo, sicuramente Aquilano, su un commento al mio post precedente. Proprio mentre sto scrivendo. Stanno arrivando. E sono inquietanti. Primo segnale di solerte efficienza da parte della Protezione Civile. Il censimento. Mai ero stata presa in considerazione, mai interpellata a proposito del sisma che mi ha travolta. E sconvolta. Credevo di essere invisibile. Mi domandavo “ma lo sapranno questi che esisto? Non ho recapito, niente fissa dimora. Vago dal 6 aprile come anima persa. Mai usufruito di alcunché. Mai sono andata questuando”. Poi mi rassicuravo pensando che avevo lasciato il mio numero di cellulare sui moduli riempiti per dire che ero viva. “Mi contatteranno lì, se avranno qualcosa da dirmi”. Ed è accaduto. Già da qualche giorno sapevo che da oggi sarebbero stati distribuiti i famosi questionari, quelli atti a censirci. Finalmente. Per chi volesse dare uno sguardo, può andare qui http://www.protezionecivile.it/cms/view.php?cms_pk=16283&dir_pk=52 .
Poche semplici domande per contarci e per farci operare la scelta abitativa per il nostro futuro.
Si può scegliere di andare ad abitare nelle C.A.S.E., e in quel caso indicare in quale degli insediamenti previsti, oppure in un immobile reso disponibile dal Comune, oppure in autonoma sistemazione. Appare anche un numero di telefono per eventuali chiarimenti, ma, contattato dal mio Vodafone, pare essere inesistente. Vodafone in genere rende irragiungibili quei numeri che sembrano essere gratuiti, ma che, in realtà, risultano a pagamento. Verificherò di persona. Il tempo a disposizione è di dieci giorni. Ci dobbiamo sbrigare a decidere del nostro futuro, pelandroni che altro non siamo. Abbiamo aspettato quattro mesi, fra proteste ed altro, i comodi di lor signori. Ovvio che loro, ora, non possono aspettare i nostri. Velocità ed efficienza, please. Tutti in fila per due, passo e cadenza. Sull’attenti. I soldatini sono pronti. E arrivano gli sms per avvertirci che i moduli sono in distribuzione. Ma ora eccoci giunti al particolare inquietante. Come sapete, dispongo di un collegamento internet tramite chiavetta Alice. Quello che mi fa dannare per la connessione disastrosa. La sim ha un numero che io stessa ignoro, o meglio, non ricordo. Vado ogni mese a rinnovare il contratto e l’addetto lo legge. Io non so quale sia. Mai l’ho riferito ad alcuno, non ravvedendone la necessità. E, soprattutto, non ricordandolo. Ebbene, l’sms che recita , testualmente ” PROT. CIVILE x i colpiti dal sisma: hai la casa all’Aquila,categoria E,F, zona rossa? compila il modulo della Protezione Civile. Info 086228885 http://www.protezionecivile.it/ ” mi è arrivato anche su quella sim e l’ho potuto leggere sul mio computer. Che segugi, come avranno fatto? Voi ci sareste riusciti?

Ora un comunicato per gli Aquilani che spero mi leggano:

Non sottoscrivete il progetto C.A.S.E. Scegliete numerosi gli alloggi alternativi. Questa può essere l’unica, disperata, speranza per evitare che aprano nuovi cantieri. E ancora l’unica per la ricostruzione, quella vera, delle nostre pietre. E della nostra identità.

Vi lascio con un video molto eloquente. I ragazzi sono quelli del comitato 3e32. Mattia e Sara. Veri combattenti. Mi domando perchè non ero con loro. Ah già, ero qui a curarmi le ferite. Per tornare vigile in prima linea, a settembre. Statene certi.

Fonte: Miss Kappa

Muore in cella a 22 anni – Perché?

Ragazzo di Piossasco stroncato dal gas nel carcere di Marassi.
La madre: «Assassini»

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LUDOVICO POLETTO, PIOSSASCO (TO) – Alla mamma aveva scritto una lettera drammatica: «Qui in carcere mi ammazzano di botte». «Mi riempiono di psicofarmaci». «Mi ricattano», «Sto male». Ieri lo hanno trovato senza vita riverso per terra, con una bomboletta di gas in mano, in un bagno del carcere di Marassi, a Genova. E adesso, la madre si rigira tra le mani quella lettera tremenda, mentre grida le sue accuse e il suo dolore.

Manuel Eliantonio, 22 anni, originario di Piossaco, è morto l’altra mattina nella struttura penitenziaria dov’era rinchiuso da quasi cinque mesi. Ucciso, dicono al Marassi, dal gas butano respirato da una bomboletta di gas da campeggio. Suicidio? «Forse un incidente», lasciano intendere dalla casa circondariale. Spiegando che il butano è spesso adoperato come droga dai detenuti.

Ma la madre di Manuel, Maria, urla: «Mio figlio lo hanno ammazzato. Lo hanno pestato a sangue e lo hanno stordito con psicofarmaci. Lo hanno ucciso, e stanno cercando di coprire tutto». Mostra l’ultima – nonché l’unica – lettera che il figlio le ha inviato dal carcere dov’era rinchiuso per una condanna a 5 mesi e dieci giorni. «Una storia da niente, resistenza a pubblico ufficiale», dice lei.

L’ultimo scritto di Manuel sono due paginette strappate da un quaderno a quadretti su cui c’è lo spaccato di una vita d’inferno. «Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito…». E ancora: «Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare». E ancora: «Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male».

La notizia della morte di suo figlio, Maria l’ha avuta ieri mattina. (25/07/08, nde) Una telefonata dal carcere e l’annuncio: «Manuel è spirato stanotte». Disperata, è partita subito per Genova. In tarda serata è di nuovo a casa, dalla figlia più piccola. Ha gli occhi gonfi per tutte le lacrime che ha pianto, è stanca, disperata e distrutta. «Voglio andare fino in fondo a questa storia. Mio figlio era malato. Non avrebbe dovuto assumere psicofarmaci. Doveva essere curato, non sedato. Avrebbero dovuto portarlo in ospedale se stava male, non abbandonarlo in una cella, solo».

In quell’unica lettera ricevuta dal figlio, mamma Maria legge la disperazione di un ragazzo troppo a lungo maltrattato. «Doveva essere scarcerato il 5 agosto», racconta. «Quando la lettera è arrivata gli ho subito risposto con un telegramma: “Resisti, figlio mio. Resisti, è quasi finita”. Speravo di rivederlo tra qualche giorno, invece è arrivata soltanto quella maledetta telefonata da Marassi».

Il verbale della polizia penitenziaria racconta che Manuel si sarebbe stordito con il butano di una bomboletta adoperata per un fornelletto da campo che aveva in cella. Prassi assai abituale per detenuti con problemi di tossicodipendenza. Ma qualcosa è andato storto, l’intossicazione gli è stata fatale. Per chiarire i contorni di questa morte la Procura della repubblica ha già aperto un’inchiesta. Ci sarà un’autopsia, che dovrebbe chiarire tutti i dubbi. Anche quelli sollevati da mamma Maria.

Fonte: la Stampa

In questa immagine era già stato sgonfiato,pulito,rivestito,...si son presi questa premura di renderlo presentabile prima dell autopsia.Perchè manomettere il corpo prima dell'autopsia?

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Perché?

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Perché? E’ la domanda a cui dal 25 luglio dello scorso anno Maria, mamma di Manuel Eliantonio, morto a 22 anni nel carcere Marassi di Genova, chiede una risposta. Nonostante sia passato quasi un anno, a Maria non è dato ancora conoscere le cause che hanno portato al decesso di suo figlio. “A 10 mesi dalla sua morte – scrive sul suo blog – non mi è dato di sapere chi ha reso il corpo di mio figlio irriconoscibile, su quali basi gli sono stati somministrati forzatamente farmaci letali, quando mi sarà concesso di avere l’autopsia completa ufficiale sulle cause della morte“.

Manuel si trovava in carcere per scontare una condanna per resistenza a pubblico ufficiale. La notte del 23 dicembre del 2007 era in macchina con quattro amici quando la loro auto viene fermata dalla polizia stradale in un autogrill della Torino – Savona. Dalle analisi a cui i ragazzi vengono sottoposti, risulta che hanno assunto cannabis, cocaina e anfetamina. Manuel è l’unico che reagisce al fermo tentando di scappare e  l’unico ad essere portato in carcere, dopo essere passato per la caserma di Savona. Viene scarcerato il 16 gennaio, quando gli vengono concessi gli arresti domiciliari in attesa del giudizio. Il 25 marzo torna in carcere a Savona per non aver rispettato gli obblighi di dimora e da quel momento, viene trasferito quattro volte: Chiavari, Torino, di nuovo Savona e infine Genova, dove resterà fino al 25 luglio 2008, giorno della sua morte.
Il referto del medico del carcere parla di decesso causato da «dinamica non definita e patologia non identificata». Il giorno dopo i giornali scrivono di un tossicodipendente morto in carcere dopo un’intossicazione da gas butano, sostanza che spesso i detenuti usano per sostituire altre droghe. Una versione dei fatti rilasciata dal carcere, ma che non sembra assolutamente stare in piedi. E’ vero infatti che Manuel aveva problemi di droga – da cui stava tentando di uscire: da qualche mese era infatti in cura presso il Sert – ma quando Maria all’obitorio, dopo le resistenze iniziali del personale del carcere, riesce a vedere il corpo di suo figlio, nota che è completamente coperto di lividi, con chiare tracce di sangue che dal naso salgono verso fronte e capelli. Segni che non può essere di certo stato il gas a lasciare, tanto più che Manuel ne era terrorizzato da quando era bambino, a causa di un incendio al forno di casa. “Da allora – spiega Maria – non si avvicinava più alla cucina, non ricaricava neanche un accendino”. Lo stesso Manuel, appena cinque giorni prima di morire, in una telefonata alla nonna aveva denunciato percosse e violenze subite in carcere. La telefonata viene però bruscamente interrotta dal centralino.  Dopo quattro giorni Maria riceve una lettera, dove il ragazzo scrive “mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li risputo ma se non li prendo mi ricattano”. Il giorno dopo la terribile notizia della morte.

Una vicenda in cui nessuno sembra vederci chiaro, tant’è che lo stesso Consiglio Regionale della Liguria lo scorso ottobre ha votato all’unanimità un ordine del giorno che impegnava il Presidente e la Giunta ad intervenire presso le autorità di governo affinché venisse immediatamente avviata una commissione parlamentare d’inchiesta per fare chiarezza sulle cause della morte di Manuel. Ma fino ad oggi poco si è mosso. Maria aspetta ancora una verità che, anche se non le restituirà più Manuel, almeno  servirà a fare giustizia. Aspetta ancora il momento in cui “la legge sarà uguale per tutti”.

Letizia Cavallaro

http://baruda.files.wordpress.com/2008/10/manuel-016.jpg
L’emergenza carceri in Italia

I blog dedicati a Manuel dalla mamma Maria:

Morire a 22 anni ucciso nel Marassi di Genova

Ucciso a 22 anni – per  Manuel Eliantonio

Fonte: Offline – le notizie in altre parole