Archivio | agosto 3, 2009

Cambogia: bambina di quattro anni trovata in un bordello

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La segnalazione è arrivata da un cliente. Venduta dalla madre, adesso è in un centro di recupero

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MILANO Si abbassa sempre di più l’età delle baby-prostitute. La denuncia arriva dalla Cambogia, dove lo scorso mese in un bordello è stata trovata una piccola di soli 4 anni. A portare avanti la campagna a tutela delle più giovani è la cambogiana Somaly Mam, ex-prostituta e ideatrice dell’omonima fondazione che si batte contro l’industria della prostituzione, che ogni anno conta un giro d’affari di 12 miliardi di dollari.

VENDUTA DALLA MADRE La segnalazione della presenza della piccola di 4 anni nel bordello cambogiano è arrivata da un cliente. La bambina era stata venduta dalla madre, anche lei prostituta. Attualmente la piccola è stata presa in cura da uno dei sette centri di recupero gestiti dalla Somaly Mam Foundation presenti in Cambogia, Laos e Vietnam e che sono stati creati appositamente per proteggere e reintegrare le bambine salvate dalla prostituzione. «Dobbiamo soltanto stare con lei e dimostrarle che le vogliamo bene. I bambini possono tornare bambini di nuovo», ha spiegato Somaly Mam durante la presentazione di una campagna realizzata con la casa di cosmetici The Body Shop per diffondere la consapevolezza del traffico di esseri umani a scopi sessuali. Le Nazioni Unite stimano che ogni anno due milioni di donne e bambini vengano indotti alla prostituzione, tra i quali il 30% in Asia. Spesso le famiglie povere vendono le figlie per ripagare i debiti.

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3 agosto 2009

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_agosto_03/cambogia_trovata_baby_prostituta_2ce22804-800f-11de-bb07-00144f02aabc.shtml

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da Corriere della Sera del 14 gennaio 2008, pag. 14

Le bambine salvate

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di Ettore Mo

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Nel centro di riabilitazione di Kompong Cham — cinque ore di strada, spesso tortuosa, a nord-est della capi­tale — spicca sulla parete un messaggio di con­gratulazioni di Condoleezza Rice per Somaly Mam, che da anni si batte contro il traffico del sesso infantile nel suo Paese. Un bel da fare. Dei 300 mila minorenni (femmine e maschi) in ven­dita sul mercato quotidiano della lussuria, la Cambogia, coi suoi 100 mila, detiene il primato assoluto tra i sei Paesi del Sud Est asiatico.

Non è una missionaria, non appartiene ad al­cun ordine religioso questa signora di carnagio­ne scura che tutti chiamano semplicemente So­maly, snella, dinamica e quasi sempre sorriden­te. Quando le chiedi cosa l’abbia spinta a scen­dere in campo — sola contro la mercificazione dilagante del sesso, la risposta è netta: «Ho vi­sto uccidere una bambina mia coetanea davanti a me, non ho mai conosciuto né mia madre né mio padre, avevo appena 12 anni quando fui violentata. Da ragazza ho sofferto molto. Non ho più fiducia negli uomini, non riesco più ad avvicinarmi a loro. Provo disgusto».

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La sua intraprendenza e la frenetica attività dell’Associazione da lei fondata, la Afesip (Agir pour les femmes en situation précaire), la sot­traggono ben presto all’anonimato. Dopo il premio Principe delle Asturie, che riceve nel ’98 insieme ad Emma Bonino, il suo nome apparirà nella rosa dei candidati al Nobel per la Pace. Ma è un argomento su cui non ama indugiare quan­do l’incontro nella casa di legno di Kompong Cham, Ha in testa un berretto da marine con visiera e un buco sulla nuca, da cui esce la massa nera dei capelli a coda di cavallo.

Questo centro ospita 37 ragazze, tutte al di sotto dei sedici anni. Somaly, che le ha viste arrivare alla spicciolata da Phnom Penh, conosce la storia di ognuna di loro, quasi sempre la stessa: strappate dai bordelli della capitale dove i geni­tori le avevano «sistemate», ancora piccole, per meschini, irrisori compensi. «Molte di loro — ammette la signora Khong Sochenda, direttrice della scuola—sono analfabete o semianalfabe­te. Ma ci sono anche ragazzine preparate e intel­ligenti che saranno in grado di fare le medie e le superiori».

Ma la scuola — sia pure a livello elementare — non esaurisce il programma rieducativo di Kompong Cham. Nello stanzone a piano terra c’è una fila di telai e anche qualche obsoleta macchina per cucire a pedali, una delle quali omaggio della Cina di Mao, per chi voglia dedicarsi all’artigianato: mentre mi assicurano che non mancano le attrezzature per chi all’arte sar­toriale preferisca quella di parrucchiere per si­gnora. «Alcune delle nostre mini-ospiti — informa un insegnante del Centro — hanno co­minciato ad addestrarsi tagliando i capelli ai bambini del villaggio. E anche per questo o per l’aiuto che viene dato quotidianamente alle persone anziane, l’ostilità iniziale degli abitanti ver­so di noi ha lasciato posto a un affettuoso fee­ling di simpatia».

«Se queste nostre bambine riusciranno ad im­parare un mestiere — dice Somaly —, tornando a Phnom Penh, potranno avviare una qualche at­tività e non saranno costrette a rituffarsi nel gi­ro e nel gorgo dei bordelli. È questo il nostro obiettivo. Questo vale anche per chi preferisce continuare gli studi. Certo, ci sono casi difficili, bimbe e bimbi che si ribellano, insofferenti. Bambine torturate e violate dal padre, che han­no gravi problemi psichici. Chissà cos’era successo, in casa, a quella bambina che un giorno mi prese a schiaffi o a quell’altra che, quando le saltavano i nervi, mi prendeva a sassate».

Vano il tentativo di alleggerire l’atmosfera che afferra chi varchi per la prima volta la so­glia della casa-alloggio-rifugio di Kompong Cham, con musiche e danze tradizionali khmer: la realtà è tutta nello sguardo di una ragazza di 14 anni seduta sul pavimento di legno, im­mobile, muta, remota. Orfana dei genito­ri, è arrivata qui quando di anni ne ave­va sei e nessuno l’ha mai vista sorride­re.

Anche l’infanzia di Somaly Mam, come lei stessa racconta nel suo li­bro autobiografico Il silenzio del­l’innocenza (dedicato ad Emma Bonino «grande donna e grande ami­ca»), è trascorsa nel buio e nel do­lore: «Come tutti, in Cambogia, di nomi ne ho avuti parecchi — que­sto l’incipit —. Ma non mi ricordo bene dei nomi che ho avuto quan­do ero piccola».

Ricorda bene, invece, quanto av­venne nel dicembre dell’82 quando il nonno, che aveva cominciato a palpeg­giarle «i seni appena abbozzati», la spin­se nel negozietto di un commerciante cine­se del quartiere (cui doveva dei soldi) che «mi strappò i vestiti, mi gettò su un sacco di riso e mi violentò», lasciandola a neanche dodi­ci anni stordita e insanguinata.

Questo piccolo episodio ad altre dolorose reminescenze sparse nel libro stanno a confermare che in questo Paese le prime violenze sessuali vengono spesso consumate tra le pareti domestiche, dove l’incesto è di casa. Ed è sempre il nonno, «un vecchio porco», a combinare il matrimonio della bambina che, a 15 anni, viene scaraven­tata tra le braccia di «un marito brutale e geloso» che beve e si sbronza e la riempie di botte quan­do scopre che la sua baby-sposa non è illibata.

Neanche l’incontro con un cliente europeo gentile e generoso, Daniel, che l’aveva convinta a tornare a scuola e le pagava le spese scolasti­che sperando di averla un giorno tutta per sé, era stato sufficiente per indurre Somaly a lascia­re il bordello: dove, considerandosi ormai un’«anziana», aveva deciso di rimanere per «proteggere» le ragazze più giovani vendute al postribolo dalle stesse madri povere e disperate e «aiutarle a scappare». Parole rivelatrici: e che indicano chiaramente, con grande anticipo, quali sarebbero state le ragioni alla base della sua attuale e solitària battaglia contro la prosti­tuzione infantile.

Purtroppo, lamenta Somaly, «gli autori dei crimini contro le ragazzine non fanno più di sei mesi di prigione ed è questo l’aspetto più duro da accettare». Quale condanna infliggere, ad esempio, a quel gruppetto di uomini sui cinquant’anni che, in preda ad una sbronza colos­sale, violentarono a turno una bambina di sette anni trovata sola sulla strada? E siccome la sua «apertura» era troppo stretta «avevano preso un coltello per allargarla». C’è poi un seguito disgustoso, raccapricciante. Al processo, gli stu­pratori «ridevano come dementi» e sostenevano che la colpa era della piccolina che indossa­va una gonna troppo corta. Furono tutti e quan­ti prosciolti dal momento che «era impossibile mandare in prigione persone di un’età così ve­nerabile». Inevitabile lo scatto d’ira della fondatrice di Afesip, il suo sgo­mento di fronte ad un’asso­luzione così frettolosa e inde­gna: al punto che, farneticando, aveva maturato il proposito di eli­minare con una pistola AK54 quello stuolo di maturi pedofili per salvare l’innocenza del mondo. «Non vi dovete stupire—rac­conta Somaly Mam —. In Cambogia, molte per­sone escono di casa con un’arma addosso… Del resto, molto tempo fa sparai a un uomo che mi aveva violentato: non morì ma restò semipara­lizzato; non volevo ucciderlo, solo fargli del ma­le come lui ne aveva fatto a me».

Non sorprende che la sua condotta e il suo passato di virago indomita e ribelle abbia susci­tato avversione e rancore nella popolazione ma-schile ad ogni livello, in una società che dopo il regime (bestiale) di Poi Pot era tornata nel sol­co dei costumi ancestrali e tradizionali, secon­do cui i giovani dovevano ubbidire ciecamente agli anziani e, altrettanto ciecamente, le donne erano costrette a subire la volontà dei maschi. Somaly chinò la testa senza fiatare quando il nonno le impose come marito un cialtrone in­sulso e manesco.

La sua battaglia per il riscatto e la riabilitazio­ne delle miniprostitute che, grazie ai media, ha avuto risonanza internazionale, ha messo diret­tamente sotto accusa gli oscuri, defilati protagonisti della malavita di Phnom Penh e dell’intero Paese, una massa di criminali che si sono arric­chiti col traffico e lo sfruttamento del sesso, in­differenti al fatto che in alcuni casi si sia arriva­ti all’infanticidio. «È normale — dice Somaly — che magnaccia e gestori di bordelli non mi veda­no di buon occhio. E non passa giorno che non arrivino minacce: per me, per i miei tre figli, per i miei collaboratori. Sono investita da mes­saggi osceni: sei più puttana delle puttane che vuoi difendere. Senza di noi, quelle muoiono di fame. Lo vuoi capire?» Alcune ragazze sono morte di Aids nei centri di Thomdi (situato in prossimità della capitale) e di Kompong Cham. «Purtroppo — ammette Somaly —, noi non ab­biamo i mezzi adeguati per curare queste infe­zioni letali e dobbiamo ricorrere all’ospedale di Medici senza Frontiere che dispone delle attrez­zature necessarie». E qui racconta la straziante vicenda di Ly Hon, una bimba vietnamita cac­ciata da casa perché affetta dal terribile (innomi­nabile) male, che «arrivò da noi nella fase termi­nale»; o quella di un’altra ragazzina, già divora­ta dall’infezione, che chiese di essere abbraccia­ta per morire in pace. «Era un grosso rischio e non porsi orecchio ai miei assistenti che mi con­sigliarono di non farlo».

È chiaramente una missionaria laica, la si­gnora Somaly. Ed è quindi superfluo chiederle (come invece faccio) se in questa sua missione, che esige una dedizione assoluta e comporta un’infinità di sacrifici, sia in qualche modo ani­mata e sostenuta da un sentimento religioso. «No — risponde —, la mia religione è la realtà, è far del bene agli altri, disinteressatamente. E facendo del bene si riceve del bene, è inevitabi­le. Io non ho tempo per chi fa del male. Nella mia esistenza non c’è spazio per i cattivi».

C’è nel libro un capitolo particolarmente toc­cante in cui confessa di non essere mai riuscita a liberarsi dell’odore dei bordelli, che intasa tutto­ra le sue narici: l’odore dello sperma «che mi per­seguita» o l’«alito nauseabondo dei clienti che non si lavano i denti» o «il lezzo incancellabile di quei luoghi» da cui si sente tuttora «insozzata».

Odori che adesso esorcizza e sopprime con l’effluvio di creme e profumi di cui ha pieno l’armadio. E per sconfiggere gli incubi che di notte l’assalgono, ricorre a un goccetto di «cattivo whisky fatto a Singapore» che la fa vomitare e tuttavia le consente di buttar fuori dal suo corpo tutta quella zavorra e «sotterrare il passato».

È dunque legittimo presumere, davanti a un quadro così fosco, che la tendenza occidentale a privilegiare, nell’adozione dei bambini, i Pae­si sovraffollati dell’Estremo Oriente dove l’in­fanzia vive affannosamente, sia bene accetta e assecondata con un senso di sollievo. Somaly Mam non sembra affatto d’accordo e s’affretta a spiegarne la ragione: «Io ero un’orfanella — di­ce , fui quindi adottata. Non mi riferisco alla mia esperienza personale ma per principio so­no contraria alle adozioni, per problemi che fa­talmente ne scaturiscono. Soprattutto se comportano l’espatrio. I bambini devono restare nel loro Paese, nel loro ambiente naturale: vivendo altrove, avranno sempre la sensazione che gli manca qualcosa».

Se ben ricordo, il mio primo contatto con la Cambogia risale agli anni Ottanta quando da Aranyaprathet varcai clandestinamente il confi­ne thai-cambogiano alla ricerca del famigerato Poi Pot, che s’era nascosto nella fittissima giungla tra i due Paesi. Tempo sprecato. L’Amico numero 1 — come lo chiamavano allora quand’era capo della Kampuchea Democratica — sarebbe riemerso anni dopo e solo pochi ebbero il privilegio d’incontrarlo.

Un altro sogno — anche questo mai realizza­to — era di raggiungere Poipet, la Sodoma-Gomorra della Cambogia e tuttora capitale del gio­co d’azzardo: un’industria che, secondo il mini­stero delle Finanze, ha contribuito al bilancio statale del 2006 con oltre 17 milioni di dollari. Nelle schiere delle prostitute a cinque stelle dei Casinò figurano, in quest’ordine, russe, cinesi, giapponesi, coreane, vietnamite e — ultime — cambogiane. I clienti più poveri, invece che al tavolo verde riservato ai «pescecani» asiatici, si accanivano scommettendo la camicia attorno al­l’arena dei galli da combattimento.

Anche questa era terra di perdizione e di pec­cato dove Somaly Mam non avrebbe mai messo piede.

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Somaly Mam Foundation

Videos

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fonte:  http://www.women.it/oltreluna/artepolitica/arteesocieta/bambinesalvatecambogiaaltrevoci.htm

La memoria di don Diana

L’onorevole Pecorella, Don Diana e quel gioco antico

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di Giulio Cavalli – 3 agosto 2009

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E’ un gioco antico (ma non per questo meno doloroso) il dubbio che cammina sul bordo della delazione per le vittime di mafia.

E’ la ginnastica suicida di un paese che non riesce nemmeno a lasciare in pace la propria memoria, quella più violenta e infame che di solito finisce sotto un lenzuolo.

Che l’onorevole Pecorella decida o meno di ripassare il brillantante su “l’eroico” Vittorio Mangano o altri è una liturgia che potremmo aspettarci, come pure che tutto passi latente e indolore come si conviene ad un paese bengodiano che indossa sempre la maschera del martire per celebrare i funerali con tanto fumo da offuscare il ricordo dei fatti; ma che, ancora una volta, si condisca il cadavere di un giusto con l’olio e le feci del dubbio è e deve essere inaccettabile.

Ho sentito la prima favoletta detrattrice su Don Peppe Diana mentre l’auto blindata mi portava dentro le viscere polverose di Casal di Principe pochi mesi fa, mi dicevano di questa consonanza di cognome con famiglie di camorra e alludevano alle armi nascoste in sacrestia. Mi si è chiuso lo stomaco. Alludevano con l’occhio peloso delle malignità che riuccide, con quella mano che indica e subito si ritira, con l’impunità di un momento storico per la  responsabilità alla deriva dove  non dimenticare è reazionario, raccontare i fatti prima delle opinioni è desueto e vigilare un privilegio che ci viene generosamente accordato.La delazione invece (meglio ancora se esercitata nella sua forma più pavida della insinuazione) è un esercizio gratuito e per tutti che saltella popolare dai bar e dagli uffici fino ad arrampicarsi tra i pensatori maximi sbrindellati e cicciottelli nei consigli comunali e ancora più su. In un democraticissimo e trasversale turbine di livore, invidia, noia e bassezza d’animo che defeca dubbio.

Il dubbio è la pratica culturalmente mafiosa più abusata dalla società civile per isolare i vivi e riseppellire i morti. E’ uno schiaffo infame perchè non appartiene a nessuna mano, nessuna faccia ma arriva come un’ombra quasi sempre di rimbalzo dalla piazza. E’ la solitudine di dover rispondere a qualcuno non si sa chi che ti preme dentro il cervello e ti esplode nell’inimmaginabile assurdità di doversi difendere dopo essere già stato colpito o, peggio, proprio per scontare la colpa essere stato attaccato.

Una pratica che hanno esercitato con arte i corleonesi contro i magistrati, la camorra contro Don Peppe Diana, i suoi stessi colleghi contro Giovanni Falcone, la finanza deviata contro Giorgio Ambrosoli e poi Mauro Rostagno, Peppe Fava, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rita Atria, Antonino Scoppellitti… l’elenco sarebbe lunghissimo e doloroso come nessuna nazione mai si meriterebbe. E poi ci sono i vivi: Roberto Saviano, Pino Maniaci, Rosario Crocetta, Vincenzo Conticello, Piera Aiello, Pino Masciari, Lirio Abbate… e anche questo sarebbe lunghissimo e doloroso come nessuna nazione mai si meriterebbe.

Caro onorevole Pecorella, legga di fila quei nomi e scoprirà un unico denominatore: sono nomi che alla sera, da vivi e da morti, si saranno chiesti se è normale doversi difendere non solo dai nemici dichiarati (che fanno parte del gioco) ma soprattutto da questo vento di isolamento che nasce dall’insinuazione.E ci aiuti anche lei, per il ruolo istituzionale che ricopre, a fare in modo che i fatti riprendano il posto e la forma dei fatti, le opinioni non tracimino dalle sponde del rispetto e i professionisti della delazione possano continuare a masturbarsi la propria povertà nella solitudine da wc che si meritano.

La solitudine da scontare sia solo cosa loro per il 41 bis.
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Perche’ Pecorella infanga don Peppe Diana?di Roberto Saviano

Gaetano Pecorella querela due cittadini informati

Don Diana e’ morto per amore del suo popolo di Comitato don Peppe Diana

Fonte: Antimafia Duemila

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Lo scrittore dopo la polemica scatenata dal presidente della commissione ecomafie
“Sarebbe bello che il paese proteggesse la sua memoria senza divisioni”

Pecorella, l’appello di Saviano
“L’Italia difenda don Diana”

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“Scout, cattolici e tutti i partiti lo ricordino come nemico dei clan”

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di ALBERTO CUSTODERO

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Pecorella, l'appello di Saviano "L'Italia difenda don Diana"

ROMA – “Sarebbe bello se il Paese difendesse la memoria di don Diana, senza divisioni”. Lo scrittore Roberto Saviano lanciando un appello interviene nella polemica divampata dopo che Gaetano Pecorella, presidente della commissione Ecomafie (ed ex legale, 12 anni fa, di Nunzio De Falco, condannato in Appello come mandante dell’omicidio del sacerdote), aveva messo in dubbio che il prete ucciso dalla camorra fosse un “martire”. “Prima – aveva detto il deputato Pdl – va chiarito il movente del suo delitto”.

Il religioso, sostiene lo scrittore, “è stato ucciso per il suo impegno contro i clan. Ribadirlo significa ribadire che l’Italia è sulle figure come quella di Don Peppe che fonda la fiducia nella possibilità di cambiamento e nel sogno di giustizia. Sarebbe bello che da destra a sinistra tutti si sentissero orgogliosi di essere italiani perché lo era don Peppe. Il suo ricordo e difesa prescindono dalle divisioni politiche. Sarebbe bello se scout, associazioni, e tutti i presenti durante la sua vita ricordassero quanto ha fatto. E cancellassero per sempre ogni ombra che da anni la camorra staglia sulla sua memoria”.

Mentre Pecorella ritiene di essere “caduto in un tranello studiato a tavolino” perché “dà fastidio che la Commissione Ecomafie abbia denunciato il pericolo che nei prossimi anni il Lazio resti ingovernabile sotto il profilo dello smaltimento dei rifiuti”, ad attaccare l’ex avvocato di Silvio Berlusconi è Sonia Alfano, Idv, presidente dell’Associazione vittime di mafia. “Quelle di Pecorella – dice – sono dichiarazioni disgustose con lo scopo d’infangare la memoria del pastore che osò sfidare la camorra a viso aperto”.

Per il capogruppo pd all’Antimafia, Laura Garavini, “diffondere insinuazioni è una sporca strategia che conosciamo troppo bene da parte di certi personaggi. Se tutti fossero come don Diana, l’Italia sarebbe un altro Paese”. Raffaele Cantone, ex pm della Dda di Napoli (fece condannare De Falco per aver ordinato l’omicidio del killer del fratello), apprezza “la generosità con la quale Saviano difende la memoria di don Diana, martire per aver dato una svolta alla chiesa campana nella lotta alla camorra”. Non crede “che si possa equiparare l’avvocato con il cliente che difende”.

Ritiene, Cantone, che “si può porre il problema di opportunità per l’avvocato che difende posizioni particolari quando assume cariche pubbliche di rilevante imparzialità”. Piergiorgio Morosini, della giunta Anm, invita “alla massima prudenza quando un personaggio pubblico commenta omicidi di mafia perché certe dichiarazioni potrebbero nel mondo criminale delegittimare chi ha preso il testimone di don Diana”. Getta acqua sul fuoco, infine, il Procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, per il quale la polemica Saviano-Pecorella su don Diana “è una tempesta in un bicchiere d’acqua”.

Fonte: la Repubblica

Un appello Politicamente Scorretto

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Casalecchio delle Culture promuove l’appello scritto da Carlo Lucarelli, con l’adesione di Libera Nomi Numeri Associazioni contro le mafie,  e già sottoscritto da Vincenzo Cerami, Mimmo Calopresti, Maurizio Costanzo, Giancarlo De Cataldo, Enrico Deaglio, Ottavia Piccolo, Sergio Staino e Vittorio Viviani.  Consulta il testo >>

Leggi l’elenco dei sottoscrittori
All’appello stanno aderendo anche enti, associazioni, testate e cooperative: consulta l’elenco delle sottoscrizioni collettive

CLICCA QUI PER SOTTOSCRIVERE

Se invece sei un ente locale, un’associazione, una società, una testata giornalsitica scarica l’apposito modulo per l’adesione e inviacelo via mail a info@casalecchiodelleculture.it

Restituire alle città, ai cittadini i beni confiscati alla mafia, destinandone una parte alla cultura

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“Politicamente Scorretto “, la manifestazione promossa in collaborazione con Carlo Lucarelli da “Casalecchio delle Culture”, l’Istituzione dei Servizi culturali del Comune di Casalecchio di Reno presieduta da Paola Parenti,  è da sempre attenta alla lotta alle mafie e lancia un appello a tutti coloro che hanno a cuore la salvaguardia e lo sviluppo della cultura, dei valori di democrazia e civiltà nel nostro Paese.Con l’adesione di Libera Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie.

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NEI FORZIERI DELLA MAFIA, UN TESORO PER LA CULTURA
E’ tempo di crisi, i soldi non ci sono, bisogna tagliare, cancellare, spostare e concentrare i finanziamenti sulle esigenze primarie. La Cultura non è una di queste per cui bisogna adattarsi, farne a meno dove si può e per il resto tagliare, cancellare, spostare e concentrare.
E’ un argomento su cui sentiamo dibattere da parecchi mesi che però contiene, nella sua formulazione, due errori fondamentali.
Primo errore: la Cultura non è un’esigenza secondaria. E’ un bene primario che va tutelato e sviluppato. E’ un investimento a media e lunga scadenza senza il quale tutti gli altri settori,  anche quelli materiali dell’economia, muoiono.
Secondo errore: i soldi non ci sono. Ci sono, invece, e ce ne sono tanti. Stanno nascosti, come il tesoro dei pirati in un forziere su un’isola deserta, anzi, sono proprio il tesoro dei pirati. Sono tutti i miliardi che le Mafie hanno rubato al nostro paese e alle nostre vite approfittando anche della mancanza di quella Cultura –alla legalità, all’etica, alla bellezza- che non riusciamo efficacemente a sviluppare.
Sono beni immobili, risorse, denaro, tante cose che potrebbero essere utilizzate per dare respiro alla Cultura, diventare sedi, centri di produzione, finanziamenti.
E’ già successo, ogni tanto succede, ma dovrebbe accadere di più.
Per questo vorremmo lanciare un appello molto semplice e molto diretto.

I soldi per la Cultura ci sono.
Stanno nel forziere dei pirati.
Usiamoli.

Carlo Lucarelli
Paola Parenti ( Presidente Casalecchio delle Culture).

Fonte: Politicamente Scorretto

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più di mille persone hanno già firmato: fatelo anche voi!

Parole di Pippo Fava: ”I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri…”

Giuseppe Fava, detto Pippo, è stato uno scrittore, giornalista e drammaturgo siciliano, oltre che saggista e sceneggiatore. Fu direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, primo vero giornale antimafia in Sicilia, e fu innanzi tutto un ”giornalista di razza”, di quelli di cui oggi si sente sempre più la mancanza.
Pippo Fava fu ucciso nel gennaio del 1984 dal clan catanese dei Santapaola, ed è stato considerato il primo intellettuale ucciso da Cosa nostra.

L’intervista di Enzo Biagi è tratta dal programma di Rete4 “Filmstory” trasmesso il 28 dicembre 1983, una settimana prima che Pippo Fava venisse ammazzato.

LA TRASCRIZIONE DELL’INTERVISTA

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Biagi: Giuseppe Fava, giornalista, scrittore catanese, autore di romanzi e di opere per il teatro. Fava, per i suoi racconti a cosa si è ispirato?
Fava: alle mie esperienze giornalistiche. Io ti chiedo scusa ma sono esterrefatto di fronte alle dichiarazioni del regista svizzero. Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. Questo signore ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti sono chiamati ”scassapagliare”. Delinquenti da tre soldi come se ne trovano su tutta la terra. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Bisogna chiarire questo equivoco di fondo: non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale… quella è piccola criminalità che credo esista in tutte le città italiane e europee. Il problema della mafia è molto più tragico e importante, è un problema di vertici della nazione che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l’Italia.

Biagi: Tu hai fatto conoscenza diretta del mondo della mafia, come giornalista?
Fava: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell’una e dell’altra parte. Attraverso le cronache, le indagini che andavamo conducendo e che abbiamo puntualmente riferito sui nostri giornali.

Biagi: Chi ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi, ad esempio? Sono cambiati?
Fava: Un uomo sì. C’è un abisso tra la mafia di vent’anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, sono stato l’unico ad avere l’onore di intervistarlo. Ad avere un memoriale firmato che iniziava con le parole ”Io sono Genco Russo, il re della mafia”. Genco Russo governava il territorio di Mussomeli dove, da vent’anni, non c’era stato non dico un omicidio ma nemmeno uno schiaffo. Non c’era un furto, tutto procedeva in ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale governava un territorio di una forza straordinaria che il mondo di allora non poteva ignorare. Controllava tra i 15 e i 40mila voti di preferenza. Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinate. Era sufficiente che Russo spostasse quei voti non da un partito all’altro, ma anche all’interno dello stesso partito per determinare la fortuna o meno di un uomo politico. Ecco perché poteva andare alla Regione Sicilia e spalancare con un calcio la porta degli assessori: lui era il padrone. Poi la società si modificò e i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo. I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Anche al massimo livello. Si fanno i nomi dei fratelli Greco. Si dice che siano i mafiosi vincenti a Palermo, i governatori della mafia. Non è vero: sono anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro. Un’organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l’anno. Più, se non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano. E’ in condizione di armare degli eserciti, di possedere flotte, di avere una propria aviazione. Infatti sta accadendo che la mafia si sia impadronita, almeno nel medio termine, del commercio delle armi.
Gli americani contano in questo, ma neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia, come mafiosi, se non ci fosse il potere politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che questi centomila miliardi, un terzo resta in Italia e bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E quindi ecco le banche, questo prolificare di banche nuove. Il Generale Dalla Chiesa l’aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, che lo portò alla morte. Bisogna frugare dentro le banche: lì ci sono decine di miliardi insanguinati che escono puliti dalle banche per arrivare alle opere pubbliche. Si dice che molte chiese siano state costruite con i soldi insanguinati della mafia.

Biagi: una volta si diceva che la forza dei mafiosi è la capacità di tacere. Adesso?
Fava: Io sono d’accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquisito una tale impunità da essere diventata perfino tracotante. Le parentele si fanno ufficialmente. Certo, si alzano le mani quando qualcuno sta per essere ammazzato, si cerca di tirare fuori l’alibi personale e morale. Io ho visto molti funerali di Stato. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto, quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità.

Biagi: cosa vuol dire essere ”protetti”, secondo il linguaggio dei mafiosi?
Fava: Poter vivere dentro questa società. Ho letto un’intervista esemplare, a quel signore di Torino che ha corrotto tutto l’ambiente politico torinese. Diceva una cosa fondamentale, una legge mafiosa che è diventata parte della cultura nazionale: non si fa niente senza l’assenso del politico e se il politico non è pagato. Noi viviamo in questo tipo di società, dove la protezione è indispensabile se non si vuol condurre la vita da lupo solitario. Questa vita può essere anche affascinante, orgogliosamente soli fino all’ultimo, ma 60 milioni di italiani non potranno farlo.

Biagi: Vorrei fare a tutti una domanda: secondo voi cosa si deve fare per eliminare questo fenomeno?
Fava: A mio parere tutto parte dall’assenza dello Stato e al fallimento della società politica italiana. Forse è necessario creare una seconda Repubblica, in Italia, che abbia delle leggi e una struttura democratica che elimini il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso, della sua avidità, della ferocia degli altri, della paura o che possa anche solo diventare un professionista della politica. Tutto parte da lì, dal fallimento degli uomini politici e della politica. Della nostra democrazia, così come con la nostra buona fede l’abbiamo appassionatamente costruita e che ci si sta sgretolando nelle mani.
Dalla Chiesa: Io ci ho pensato a lungo, credo che la regola principale sia far capire che il delitto non da potere, ma che anzi lo toglie.

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Fonte: Antimafia Duemila

Fini: “Il governo non deve esautorare il Parlamento”

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Un intervento della giunta per il Regolamento della Camera per discutere la questione del ricorso alla fiducia da parte del governo su maxiemendamenti che di fatto esautorano il «diritto-dovere del Parlamento discutere e intervenire». È quanto annuncia il presidente della Camera Gianfranco Fini in una intervista sul canale satellitare di Montecitorio, per un consuntivo del primo anno di legislatura.

Fini sottolinea la necessità di trovare un equilibrio tra poteri delle Camere e dell’esecutivo. Rileva che il tema «non è nato in questa legislatura, ma è nel dibattito politico da almeno 2 o 3 legislature. Ricordo che in quella passata – aggiunge – il Capo dello Stato, che era anche all’epoca il presidente Napolitano, si rivolse espressamente al governo dell’epoca per sottoporre all’attenzione il problema del meccanismo che si determina nel momento stesso in cui il Governo, legittimamente, presenta un maxiemendamento a un decreto, sul quale, altrettanto legittimamente, pone la questione di fiducia».

Secondo il presidente della Camera, la conseguenza è che «l’Assemblea, specialmente se non è rispettato e tenuto nel dovuto conto il lavoro delle Commissioni, si vede di fatto esautorata del diritto-dovere di discutere e intervenire e, se vuole, di emendare».
Il problema «dovrà essere affrontato nella giunta del regolamento», dice Fini. Che evidenzia che già «tutti i gruppi parlamentari si sono dichiarati disponibili» ad affrontarlo. Ma, aggiunge il presidente «al momento non sono in grado di dire cosa si possa proporre in giunta perchè sia poi inserito nel regolamento della Camera».

«È certo – conclude Fini
– che il governo deve essere consapevole che nel parlamento nessuno vuole limitare il diritto-dovere di governare che una maggioranza ha. Al tempo stesso, nessuno da parte del governo può pensare di non doversi confrontare con il Parlamento, perchè questo prevede la nostra Costituzione». La questione investe dunque «i grandi principi della democrazia», e per questo il presidente della Camera ritiene necessario debba essere affrontata.

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3 agosto 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/politica/87032/fini_il_governo_non_deve_esautorare_il_parlamento

Strage di Bologna, constatazione amara: “Silenzio in cambio di libertà” / Fioravanti libero nonostante i pluriergastoli

Il 2 agosto di Bolognaanniversario amarotra polemiche e fischi

Fischiato Bondi

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di Gigi Marcucci

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«Oggi siamo qui …». Fischi. «Un crimine orrendo…». Ancora fischi dalla piazza, e urla: «Vai via, vergogna». Dal palco invece invitano l’oratore, che ha appena preso la parola, a continuare, partono applausi di incoraggiamento. Le contestazioni erano previste e puntualmente si sono verificate quando Sandro Bondi, ministro giunto con un po’ di ritardo a rappresentare il governo Berlusconi, ha impugnato il microfono nella piazza della strage. Alla stessa ora, 29 anni fa, l’emiciclo che introduce alla stazione ferroviaria di Bologna era un tappeto di macerie e corpi fatti a pezzi.

Una scena da tempi di guerra, con 85 morti e circa duecento feriti, ma non c’era nessun conflitto, solo gente che partiva per le vacanze. Piazza Medaglie d’oro, le strutture liberty della stazione, l’orologio ancora fermo sulle 10,25, l’ora dello scoppio, da allora sono diventati sono un vero monumento alla memoria, il luogo in cui ogni anno, dal 2 agosto 1980, si misura anche la sintonia tra la piazza che chiede giustizia e i rappresentanti del governo. I fischi li hanno condivisi, in tempi diversi, Giuliano Amato e Giulio Tremonti, Pietro Lunardi e Cesare Damiano.

Sandro Bondi non è un’eccezione e i primi ad arrabbiarsi coi contestatori sono i familiari delle vittime e i feriti. «Condanno i fischi, perché danno una via di fuga al governo, questa gazzarra crea solo un martire in più per l’esecutivo», è il commento di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime. «Così domani si parlerà solo dei fischi e non delle mancate risposte», aggiunge, «questa non è una giornata per fischiare, bisogna ascoltare in silenzio quello che dice il governo. Per disapprovare, meglio aspettare che la persona abbia parlato e poi valutare».

Una folla chiede come ogni anno di conoscere di più e meglio. In piazza, alle 9, ci sono almeno cinquemila persone. Forse meno degli anni scorsi, visto il giorno festivo, ma tante se si considera l’esodo estivo. Tre neofascisti, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, sono stati condannati con sentenza definitiva per la strage. In carcere sono finiti anche gli uomini dei servizi segreti accusati di aver depistato le indagini per proteggerli. È stato condannato Licio Gelli, il capo della P2, la loggia segreta a cui erano affiliati, tra gli altri, i capi dell’intelligence e i loro uomini più fidati. È un quadro ampio ma ancora incompleto, per Paolo Bolognesi, continuamente rimesso in discussione da «piste alternative senza costrutto», alimentate anche dal presidente emerito Francesco Cossiga.

Nell’ottobre scorso, i magistrati hanno raccolto la testimonianza dell’ex Picconatore, che «ha subito abbandonato le sue certezze per derubricare il tutto a voci o a sentito dire». «È veramente singolare – conclude Bolognesi – che chi ha ricoperto cariche così importanti si abbassi a sostenere l’innocenza di criminali sulla base di dicerie di corridoio». Quella di Bolognesi è un oratoria secca, tagliente, quando ricorda che «nessuno di quelli coinvolti a vario titolo nella strage è attualmente in carcere». Nemmeno Luigi Ciavardini, condannato solo due anni fa. E punta il dito su un commercio inconfessabile: «Silenzio in cambio di libertà». Ricorda i nomi di magistrati come Emilio Alessandrini e Mario Amato, assassinati mentre stavano indagando su organizzazioni eversive e stragiste.

Passati 30 anni dall’evento-strage, scandisce il presidente, gli archivi devono aprirsi, «tutti i documenti in possesso di servizi segreti, della polizia e dei carabinieri» devono essere «catalogati e resi pubblici». Infine il tema della certezza della pena: sventolato «da molti politicanti», secondo Bolognesi, all’indomani di gravi fatti di cronaca, e immediatamete accantonato quando in Parlamento gli «stessi politicanti approvano leggi che tutelano i criminali».

Poi la parola passa al sindaco Flavio Delbono, che parla di «strage fascista, cioè voluta e pensata per fini esclusivamente politici». E tocca a Bondi, che arriva circa un’ora dopo l’avvio ufficiale delle celebrazioni, accompagnato dal figlio. Nonostante i fischi, il ministro dei Beni culturali riesce ad accennare a una «guerra civile», poi replica ai contestatori: «Così facendo non onorate il significato di questa commemorazione». Puntuali arrivano le reazioni. Lorenzo Cesa (Udc) definisce i fischi una «gazzarra», il fascistissimo Francesco Storace e Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, definiscono le sentenze della magistratura bolognese «un dogma di Stato». Anche questo due agosto è passato.

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2 agosto 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/la_strage_di_bologna/87023/due_agosto_bologna_ricorda_la_strage_anni_dopo_fischiato_bondi

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Pluriergastolano, è uno dei tre responsabili dell’attentato alla stazione

Fioravanti è un uomo libero
Finita la libertà condizionata

Potrà ottenere la patria potestà sulla figlia e riavere il passaporto

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Valerio Fioravanti e Francesca Mambro in carcere: i due ex terroristi si sono sposati nel 1985 (foto d'archivio)
Valerio Fioravanti e Francesca Mambro in carcere: i due ex terroristi si sono sposati nel 1985 (foto d’archivio)

ROMA — A ventinove anni dalla strage di Bologna il colpe­vole ufficiale dell’eccidio — uno dei tre individuati dai pro­cessi — è un uomo libero. L’ex terrorista «nero» e plurierga­stolano Valerio Fioravanti, condannato al carcere a vita anche per la bomba del 2 ago­sto 1980 — della quale s’è sem­pre proclamato innocente, a differenza che per gli altri omi­cidi, ma è un particolare che non incide sulla vicenda giudi­ziaria — è uscito definitiva­mente di prigione e non ha più alcun obbligo da rispetta­re. Ha chiuso i conti con la giu­stizia italiana, e ora avvierà le pratiche per ottenere la patria potestà sulla figlia e per riave­re il passaporto.
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Valerio Fioravanti, 51 anni compiuti nel marzo scorso, è un uomo libero nonostante il «fine pena mai» stampato sui suoi fascicoli perché così pre­vede la legge. Senza gli sconti concessi a «pentiti» o «disso­ciati » della lotta armata ma grazie ai benefici previsti per tutti i detenuti. Ergastolani compresi. Dopo ventisei anni trascorsi in cella (che in realtà sono un po’ meno grazie all’ab­buono di tre mesi per ogni an­no, altra regola generale), se hanno tenuto «un comporta­mento tale da farne ritenere si­curo il ravvedimento», hanno anch’essi diritto alla liberazio­ne condizionale: cinque anni di prova senza rientrare in car­cere nemmeno la notte, duran­te i quali restano il divieto di allontanarsi dal Comune di re­sidenza e altri obblighi. Fiora­vanti, arrestato nel 1981, l’ot­tenne a primavera del 2004, e quindi adesso la sua pena è «estinta», come recita il codi­ce.
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È successo a decine di ex-terroristi di sinistra e di de­stra, e pure gli altri due con­dannati per la strage di Bolo­gna sono su quella strada. Francesca Mambro, moglie di Fioravanti, è in «condiziona­le » da quasi un anno; Luigi Cia­vardini, per il quale la senten­za definitiva è arrivata solo nel 2007, è «semilibero» dal mese di marzo: la sera deve tornare in carcere, ma di giorno può uscire. Forse anche per questo lo slogan scelto dall’Associa­zione «2 agosto 1980» per il ventinovesimo anniversario grida: «La certezza della pena in questo Paese è riservata esclusivamente alle vittime e ai loro familiari».
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Slogan amaro, ma la certez­za della pena in Italia pre­vede proprio che — se­condo la lettera della Costituzione e i crite­ri stabiliti dai codici — un giorno possa avere un termine anche per gli erga­stolani «ravvedu­ti». Le vittime e i loro parenti pos­sono legittima­mente rammaricar­sene, però questi so­no i principi fissati dalla legge. Ma nel ca­so della strage di Bolo­gna c’è qualcos’altro che agita le celebrazioni: la volon­tà di difendere una sentenza di condanna che, seppure mol­to sfrondata rispetto al nume­ro di imputati inizia­li, ha raggiunto una «verità giudizia­ria ». Soprattutto do­po che le perplessi­tà sulla reale colpe­volezza dei tre allo­ra giovanissimi neo­fascisti (uno addirit­tura minorenne) si sono estesi a molti. Perfino negli ambienti politici di sinistra.
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Nel Paese delle stragi im­punite, Bologna si tiene strette le condanne ottenute dopo ben cinque processi, ne riven­dica la legittimità contro chi vorrebbe togliere l’aggettivo «fascista» dalla lapide che ri­corda gli 85 morti nella sala d’aspetto della stazione. E’ na­turale che sia così, anche se i dubbi cresciuti nel tempo deri­vano da diverse «stranezze» emerse dalle indagini e dai di­battimenti; a cominciare dalle dichiarazioni del super-testi­mone che accusò Fioravanti e Mambro, ambigua figura la cui attendibilità si può defini­re quanto meno opinabile. Tut­tavia c’è una sentenza definiti­va, criticabile finché si vuole, da rispettare come tutte le al­tre.
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I condannati si proclamano innocenti, ma non è questo che conta. Conta piuttosto che, anche a volerla prendere per buona, quella sentenza non racconta tutta la verità. Ne manca comunque un pez­zo. Se pure quei tre «ragazzi­ni » avessero messo la bomba (e non si capisce con quale mo­vente), non ci sono i mandan­ti né gli intermediari che avrebbero reclutato la manova­lanza. Quelli ipotizzati nelle in­chieste sono stati assolti nei processi che, sentenza dopo sentenza, perdevano ogni vol­ta un pezzo; e le condanne dei depistatori non spiegano tutti i buchi rimasti vuoti.
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Le sentenze definitive, in­somma, non possono accon­tentare chi pretende giustizia per i morti del 2 agosto e conti­nua a chiedere che tutti i veli vengano sollevati. Difficilmen­te la sempre invocata caduta dei segreti di Stato — peraltro mai comparsi in questa vicen­da — potrà aggiungere nuovi tasselli; così come, sull’altro fronte, sembra complicato che la pista «medio-orientale», al­ternativa a quella neofascista, possa arrivare a riaprire il caso di fronte a nuovi giudici. Eppu­re servono conclusioni più complete. O più convincenti. Anche se il tempo passa, e nel frattempo i colpevoli ufficiali chiudono i conti con la giusti­zia. Alla prossima celebrazio­ne saranno passati trent’anni, ma la verità sulla strage di Bo­logna ancora non c’è.

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Giovanni Bianconi
03 agosto 2009
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Rebiya Kadeer, la regina degli uighuri: La nuova Dalai Lama che Pechino teme

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La leader della maggioranza turcofona dello Xinjiang è stata incarcerata e poi espulsa

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Gira il mondo diffondendo le ragioni del suo popolo: inaccettabile per la Cina

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dall’inviato di Repubblica VINCENZO NIGRO

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LONDRA – Rebiya Kadeer, la donna che la Cina ha già trasformato nel suo nuovo “nemico pubblico numero”, tutto sembra fuorché una pericolosa terrorista. Era una donna d’affari di successo, esibita da Pechino come una cittadina uighura capace di lavorare in armonia con le autorità cinesi. Ma se questa imprenditrice prima incarcerata e poi espulsa da Pechino continuerà a mobilitare gli uighuri contro la superpotenza cinese, il suo nome diventerà inevitabilmente sinonimo di quello che il Dalai Lama è per il Tibet o Aung San per la Birmania.

Rebiya oggi ha 62 anni; ha iniziato aprendo delle lavanderie che nel tempo sono diventate un impero commerciale dal 30 milioni di dollari. Da più di 10 anni però lotta a tempo pieno per gli uighuri, la maggioranza turcofona dello Xinjiang. Lei lo chiama Est Turkistan, come fanno tutti gli attivisti per l’autonomia della regione.

Inizialmente
il suo impero commerciale veniva sbandierato come una storia di successo: la capacità di una uighuri di far soldi sotto il controllo del governo di Pechino. Fino al 1997 Rebiya era ancora nella manica del regime, orgoglioso di presentare una milionaria di successo tra i trofei del sistema comunista. Faceva parte della Conferenza politica consultiva del Popolo, uno dei “club” in cui siedono i migliori per il regime cinese. Dopo un massacro di uighuri nel 1997 il suo cammino divenne più faticoso: iniziò a chiedere giustizia, a protestare. Finita in carcere nel 1999 per aver rivelato “segreti di stato” a una potenza straniera (stava per entrare in un hotel dove era una delegazione del Congresso Usa), la Kadeer trascorse 6 anni in carcere prima di essere liberata nel 2005, a poche ore dall’arrivo in Cina di Condoleezza Rice. Il regime voleva offrire un gesto al Segretario di Stato americano, e quella donna sembrava del tutto innocua. Da allora però Rebiya, che è madre di 11 figli e ha numerosi nipoti, è diventa un’implacabile attivista per i diritti del suo popolo.

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Esiliata negli Stati Uniti, la settimana scorsa è stata in Giappone, dove il governo cinese ha protestato per l’invito. A Londra ha presentato il suo ultimo libro, e fra poco dovrebbe spostarsi in Australia: il film festival di Melbourne proietterà un documentario sulla sua vita realizzato da un gruppo che sostiene la lotta degli uighuri. Anche lì i cinesi sono intervenuti, minacciando il governo di Adelaide di conseguenze politiche e commerciali pesanti: “Conosco tutti i tipi di persone nell’Est Turkistan, conosco i ricchi e i poveri, i potenti e i semplici”, ha detto ieri in un’intervista al Times, “conosco bene il governo cinese, so bene quando loro dicono la verità e quando mentono. Ecco perché adesso mi temono…”.

Nei giorni scorsi l’hanno accusata di essere la mente dietro gli scontri che hanno fatto centinaia di morti il mese scorso nella sua provincia. Lei nega di aver avuto soltanto l’idea, non solo la forza, di poter organizzare una simile rivolta. “Certo, vorrei seguire il percorso del Dalai Lama nella sua battaglia per il Tibet, viaggio in tutto il mondo per dire la verità su quello che fa il governo cinese. Ma io sono diversa dal Dalai Lama: io non voglio aspettare per 50 anni”.

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3 agosto 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/esteri/cina-scontri/leader-uiguri/leader-uiguri.html?rss