Archivio | agosto 6, 2009

INNSE: la lotta continua

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Indirizzo e-mail: PRESIDIOINNSE@GMAIL.COM

BLOG: http://www.myspace.com/presidioinnse

PETIZIONE (da firmare!!!): www.petitiononline.com/INNSE

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SOLIDARIETA AGLI OPERAI DELL’INNSE

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Cari compagni dell’Innse, trentaquattro anni fa entravo per la prima volta all’Innocenti. Allora la fabbrica aveva più di tremilaseicento operai, all’avanguardia nelle lotte a Milano. Oggi io sono ormai vecchio e costretto in casa da una situazione famigliare che mi impedisce di allontanarmi, sia pure per poche ore. Voi siete rimasti in quarantanove. Mi sembra una fotografia dei tempi difficili che viviamo. E tuttavia voglio farvi dono di questo racconto in cui rivivono i volti, le speranze, i progetti di tanti anni fa. Non solo come il ricordo delle radici da cui veniamo, ma anche perché nelle parole che vi apprestate a leggere posa il seme di una speranza di cui voi, con la vostra presenza e la vostra lotta, siete ancora i custodi. Per questo, permettetemi di dirvi grazie e di esprimervi tutto il mio affetto.

Giulio Stocchi (all’interno una poesia)

fonte: Presidio INNSE

I “nullafacenti” dell’Innse

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di Oreste Pivetta, 6 agosto 2009

Mentre Berlusconi calava sul prato di Milanello per dettare la campagna acquisti, i quattro operai dell’Innse e il sindacalista della Fiom guardavano il cielo del capannone dalle altezze del carro ponte, quel carroponte che servì a muovere anche il serbatoio dei missili francesi. In entrambi i casi divieto d’accesso. In via Rubattino la questura aveva ordinato che nessuno, neppure quelli del sindacato, mettesse piede tra quelle mura: vietato, come esemplificava peraltro la doppia fila degli agenti all’ingresso.

Tutti qui sono in attesa. Qualcuno aveva chiesto: si faccia avanti Berlusconi. Anche la Fiom di Rinaldini aveva chiesto che il governo finalmente si facesse vivo con un’idea, almeno con un invito a ridiscutere. Ma è difficile riprendere a discutere, mentre alle spalle ti smontano le macchine: allora, fermiamo almeno lo smontaggio. Brutta storia quella dell’Innse. Ieri ne ha scritto anche il giuslavorista e parlamentare Pd, Pietro Ichino: «L’Innse, i riti stanchi e gli operai traditi, questo il titolo». Che ne penseranno gli operai traditi?
«Ma non si possono scrivere cose del genere su un giornale che leggono anche le famiglie», diceva uno del presidio. «Fossimo in Svezia e i padroni fossero brave persone…», precisava un altro. «Non si può usare A per parlare di B. A non c’entra un beato cazzo con B». Confusione del giuslavorista, allora? Si spieghi meglio: «Eh sì, confusione. Perché A è l’Innse ed è una fabbrica che funzionava e che sarebbe potuta andare avanti bene con la sua specialità, con la sua professionalità, con il suo lavoro, e B è la crisi generale e chiunque può accertare come lo stato dell’Innse non abbia alcuna relazione con la congiuntura nazionale e tanto meno con quella internazionale. La storia è solo quella di un signore, il Genta, che vede uno stabilimento, vede macchinari che possono funzionare, ha l’occasione di acquistare tutto in saldo e adesso vuole far cassa rivendendo».

Quante Innse ci saranno in Italia? Allora bisognerà pure trovare una via d’uscita: il sostegno al reddito, la mobilità, l’aggiornamento professionale, la scuola e infine l’approdo ad un nuovo posto di lavoro.
«Ma non siamo in Svezia o in Danimarca. In Italia non c’è niente. Per noi non c’è neanche la cassa integrazione». Magari ci sarà per molti di loro la pensione, come dice il Genta che ha convocato la sua conferenza stampa in un albergo del centro milanese: «Venticinque potrebbero accedere tranquillamente alla pensione». Per qualcun altro si potrebbero fare carte false. Il concetto è chiaro: si vada alla rottamazione. E per gli altri? Ricollocazione: nel senso di qualche posto da commesso al supermercato. «In fondo – fa capire il Genta – sono solo quarantanove». Quarantanove più, quarantanove meno, che cambia? La caduta, secondo il Genta, sarebbe potuta arrivare su un tappeto di velluto.

Dalla resistenza dei quarantanove si dovrebbe capire che le cose non stanno esattamente come racconta Genta, che gli operai difendono il lavoro, non solo il salario, nel momento in cui il capitale abdica alla sua funzione storica e si dilegua. «Vogliamo fare gli operai – spiega Gino – non vogliamo fare i tronisti. Possibile che non ci sia un imprenditore che voglia fare l’imprenditore?». Pare di no.
Maria Sciancati fa la segretaria dei metalmeccanici Fiom a Milano. È uno dei “volti più noti” in questi giorni davanti alla Innse di via Rubattino: «Questa gente non s’è fatta più di un anno di presidio perchè le piace stare in via Rubattino. Ha voluto dire che il lavoro in questo mondo è ancora centrale, che si deve trovare il modo di far funzionare ancora un’azienda sana. Al contrario di quanto sostiene qualcuno, l’Innse non è un capannone decotto. Sono stati loro, i lavoratori, i protagonisti di questa battaglia. Non c’è stata strumentalizzazione da parte del sindacato, che non ha usato proprio nessuno e niente per presunti suoi fini politici. Non siamo di fronte a una banda di nullafacenti, definizione del signor Genta, ma a lavoratori che si battono per salvare un lavoro prima che il salario e che chiedono a un imprenditore di fare l’imprenditore. Se Genta non è capace, faccia il commerciante: può essere più utile per lui e per tutti. Rifacendo la storia, si sarebbero dovute valutare meglio le persone cui si affidano per pochi soldi aziende che escono dall’amministrazione controllata».

Come ci si sente dopo tanti giorni? Che speranze ci si può dare? «Sembra solo che cerchino di tirare in là per rovinare tutto. Come se volessero dare una lezione, un avvertimento…», risponde Claudio. «Nessun segnale dal governo», lo segue Maria Sciancati. Ripetiamo: quante Innse ci saranno in Italia? «Non dipende da noi sapere quante Innse ci saranno. Dipende dalle aziende. Nel senso che la radicalità della lotta dei quarantanove lavoratori di via Rubattino è la risposta alla radicalità della scelta di un imprenditore, che chiude e licenzia». La risposta è di Gianni Rinaldini, segretario nazionale Fiom.

Fonte: l’Unità

Lotta INNSE: aggiornamenti dal presidio

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La giornata della svolta?

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Scrivo questa nota da casa, dopo aver lasciato poco più di due ore fa il presidio, col quale sono tuttavia in contatto telefonico tramite i compagni Rudi e Renato.

Mi hanno appena confermato ufficialmente ciò che era trapelato informalmente verso le 14:00 di oggi, dalla bocca dei responsabili della FIOM. Forse la situazione è a una svolta.

Il fatto nuovo è questo. Circa un’ora fa Gianni Rinaldini ha annunciato che un grosso gruppo industriale ha depositato ufficilamente un’offerta d’acquisto per rilevare l’azienda integralmente, area, capannoni e macchinari, con lo scopo di rilanciare l’attività produttiva. Il nome è noto al governo e a tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti. L’offerta sembra una cosa seria e credibile l’impresa che la avanza.

Fra questo passo e la soluzione della vertenza – come è evidente – la strada è ancora lunga. Ma il fatto che un’offerta seria sia stata presentata dovrebbe consentire subito di sospere lo smantellamento degli impianti, e questa era la condizione di qualsiasi trattaiva e la richiesta prioritaria avanzata da sempre dagli operai che difendono la fabbrica.

Ed è anche ciò che ribadisce il comunicato degli operai della INNSE di pochi minuti fa: la lotta continua, i cinque sul carro ponte restano al loro posto, il presidio finirà quando i lavoratori rientreranno in fabbrica per riprendere il lavoro. Prima di ogni altro passo deve essere fermata ufficialmente l’operazione di smantellamento e di asportazione dei macchinari che il “padrone rottamaio” si è venduti; e l’imponente schieramento di forze dell’ordine che da domenica mattina presidia gli ingressi e il perimetro dell’officina deve essere ritirato.

Al presidio il clima è comunque positivo. E’ chiaro che la soluzione non è certo conquistata, anzi è tutta da verificare. Ma la sensazione in questi momenti è che la determinazione degli operai stia avendo successo.

Dopo quattordici mesi di lotta, tre mesi di produzione autogestita, quasi un anno di presidio per impedire al padrone di asportare le macchine, varie provocazioni padronali sventate e diverse aggressioni poliziesche; dopo lo sgombero manu militari di domenica 2 agosto, la resistenza operaia – simboleggiata dall’azione intelligente e coraggiosa dei 4 operai e del funzionario sindacale asserragliati da martedì mattina in cima al carro ponte (fatto che ha obbligato a sospendere l’avviato smantellamento degli impianti) – nonché la solidarietà che è cresciuta in questi mesi e che si è manifestata in questi ultimi giorni – simboleggiata dal presidio portato avanti giorno e notte da decine di compagni – sono forse riusciti a fermare la liquidazione della fabbrica e a difendere i posti di lavoro e la possibilità di una ripresa produttiva.

La giornata di oggi era cominciata con la sensazione che qualcosa si stava muovendo. Ma anche col pensiero che, in ogni caso, qualcosa si doveva muovere. Qualcuno aggiungeva: da una parte e dall’altra.

Sembra ovvio che il governo non può dispiegare per giorni un tale dispositivo di uomini e mezzi (si dice 500 uomini e decine di automezzi, divisi fra i vari turni) per presidiare una situazione bloccata…

D’altra parte, neppure la resistenza dei cinque compagni abbarbicati sul carro ponte, in condizioni precarie, al caldo, nello sporco e nel grasso, senza la possibilità di dormire ecc. non può durare all’infinito. In più il veto intollerabile ai contatti diretti…

Tanto più che, più passano i giorni, più l’INNSE – con gli operai che resistono in pieno agosto al padrone che licenzia e che si fanno beffe di un gigantesco dispositivo repressivo – diventa un simbolo per l’autunno che si preannuncia caldo proprio sul fronte dell’occupazione. Lo scriveva stamattina anche il “Sole 24 ore”…

Tuttavia, fino a ieri, la sensazione era che questo fosse chiaro solo a pochi. Anche per questo ieri mattina il PCL ha diffuso il comunicato che metteva in luce il significato della lotta della INNSE in vista dell’autunno e chiedeva l’impegno di tutto il movimento operaio al fianco degli operai che resistono. E questo era il concetto ripetuto nei crocchi e nelle chiacchierate al presidio.

Se la giornata di oggi – come ci auguriamo – sarà la giornata della svolta in questa lunga vertenza, è ancora da vedere; però al presidio è già stata una giornata positiva. Le presenze nella mattinata di oggi andavano nel senso di dare ragione alla battaglia fatta dal PCL negli ultimi giorni: la INNSE è una caso nazionale – dicevamo -, un caso esemplare; ci vuole l’impegno del movimento operaio per difenderla e sostenerla. Non è certo avvenuto questo, tuttavia un maggiore impegno della FIOM era visibile e ha dato risultati.

Intanto ha consentito di rimuovere (ma solo dopo mezzogiorno) l’assurdo veto di incontrare i compagni asseragliati sulle gru. E poi, forse, ha fatto percepire attrverso le immagini rilanciate dai media che la lotta INNSE non è sola …

Qualsiasi cosa accada ora, questa è, in ogni caso, la strada da seguire.

E’ necessario che continui l’impegno per assicuaure una presenza massiccia davanti ai cancelli, e per tutto agosto. Ogni organizzazione politica e sindacale del movimento operaio, ma anche ogni singolo, può e deve fare qualcosa. A Lambrate oggi si gioca una partita che mette in gioco qualcosa per tutto il movimento operaio.

Il PCL, come in tutti questi giorni, farà la sua parte. Nei limiti delle sue forze e delle difficoltà agostane, è stato l’unico partito presente come tale in tutti questi giorni e che ha cercato, anche attraverso il suo portavoce nazionale Marco Ferrando, di spingere anche altri a fare qualcosa di più.

Di fronte alla determinazione degli operai della INNSE e alla partita che essi stanno giocando per tutti, è quanto mai necessario ripetere: per tutti la lotta è qui, la lotta è ora.

Il PCL sta chiedendo ai suoi compagni e compagne di pensare di spendere qualche giorno di agosto qui sotto il sole di Lambrate, sulla spiaggia di cemento di via Rubattino, davanti alle vette dei capannoni di questa zona industriale in disarmo. Ma non del tutto, come hanno dimostrato gli operai della INNSE…

E’ un’esperienza che vale la pena di fare…

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Per arrivare al presidio: dalla stazione di Lambrate (dove si può arrivare con la metro) prendere il bus 75 (direzione via Pitteri) o il bus 54 (direzione via Pitteri). Da via Pitteri prendere via Rubattino (più avanti la strada si fa solo a piedi, il traffico è bloccato, ma all’inizio dello stradone ci sono dei parcheggi). Oltrepassato il ponte della tangenziale si vede il presidio, 300 metri più avanti.

Altre informazioni a questi links:

http://it-it.facebook.com/posted.php?id=1480088334&share_id=127530776933#s127530776933

http://it-it.facebook.com/video/video.php?v=1136641228609&ref=share

fonte: red&green

Innse, operai ancora in cima alla gru
Nuovo acquirente non piace a Podestà

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Operai provati dal caldo soffocante e da snervante attesa non mollano.
La Fiom delusa: «Dalla Provincia un comportamento inaccettabile»

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MILANO – Il caso Innse, l’azienda di Milano in via di liquidazione, sembra lontano da una possibile risoluzione dopo che, nel pomeriggio, i sindacati avevano annunciato che un imprenditore era pronto ad acquistare la società di via Rubattino che gli operai, da mesi, presidiano per impedirne la chiusura. Sul nome dell’imprenditore rimane il mistero, ma il piano industriale che sarebbe stato annunciato non soddisfa la Provincia anzi le parole del presidente della Provincia Guido Podestà suonano come un rifiuto al possibile rilancio della Innse. Podestà sarebbe solo disponibile ad una ricollocazione degli operai, ma avrebbe definito la proposta generica e non vincolante.

I sindacati dal canto loro non ci stanno e le parole del segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini sono chiare: «la risposta della Provincia di Milano è inaccettabile. Non stiamo discutendo la ricollocazione dei lavoratori ma il rilancio industriale della Innse». La proposta avanzata dall’imprenditore “anonimo” prevederebbe il mantenimento del livello occupazionale e un piano industriale triennale per il rilancio dell’azienda metalmeccanica. Si tratterebbe, spiega Rinaldini, «di un gruppo industriale legato a un consorzio» ma non fornisce altre indiscrezioni che possono portare ad una identificazione certa. Al sindacalista «le parole di Podestà non interessano. Stiamo discutendo di altro». Dalle altre istituzioni intanto «non arrivano riscontri» precisa il sindacalista.

Rinaldini giudica l’offerta dell’imprenditore «pronto a lasciare lo stabilimento dov’è» una proposta valida ma «che richiede un tempo minimo: agosto e settembre per le operazioni negoziali». Se dunque ai sindacati non interessa sedersi a un tavolo per discutere la ricollocazione dei lavoratori, al momento dalle istituzioni non arriva nessuna risposta positiva. «Stiamo in una situazione paradossale -sottolinea Rinaldini- e non fornire il tempo necessario per il rilancio della Innse significa deliberatamente fare una scelta speculativa la cui totale responsabilità ricadrà sulle istituzioni. La Provincia, il Comune, la Regione e il governo che abbiamo chiamato in causa».

Quello che si sta celebrando davanti all’ingresso di via Rubattino «è uno scarica barile» che costerà ai manifestanti un’altra notte di protesta. I 4 operai e il funzionario sindacale che da quasi 60 ore sono su una gru continueranno a rimanere sospesi a oltre 10 metri di altezza. «Mostrano -conclude Rinaldini- una determinazione assoluta come tutti e 49 gli operai della Innse che da 15 mesi stanno continuando la loro azione e sono pronti ad andare avanti fino a che non otterranno una risposta concreta».

Fonte: La Stampa

La D’Addario: “A destra o a sinistra in Italia è così. Sono l’unica che ha detto la verità” / FT: This is how Italy functions, says call girl

Patrizia D’Addario sulle “feste” a Palazzo Grazioli con Silvio Berlusconi

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LA D’ADDARIO AL FINANCIAL TIMES

E’ una ‘accusa’ di malcostume quella lanciata dall’ escort, sulle pagine del quotidiano londinese, che afferma  di aver avuto altre esperienze con uomini d’affari che le chiedevano di lavorare con politici, di destra come di sinistra

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Roma, 6 agosto 2009- “Il sistema è così: tutta l’Italia funziona così”. E’ una generica ‘accusa’ di malcostume quella lanciata oggi da Patrizia D’Addario in un’intervista al Financial Times. Il quotidiano londinese dedica mezza pagina con taglio alto nella sua sezione di esteri al caso della escort barese che ha scosso il mondo politico italiano.

In un colloquio avvenuto nello studio dell’avvocato di D’Addario, Ft ricostruisce la versione della vicenda fornita dalla ex-escort: dopo essere stata ‘introdotta’ al premier da Giampaolo Tarantini, D’Addario ribadisce di essere stata ‘degradata’ da candidata alle elezioni europee a quelle regionali dopo la decisione della moglie del premier, Veronica Lario, di chiedere il divorzio. La escort afferma anche di aver avuto già in passato altre esperienze con uomini d’affari che le chiedevano di lavorare con politici, di destra come di sinistra, “è la stessa cosa”.

“Sono l’unica che ha detto la verità”, conclude D’Addario, “se altri dicono la verità forse c’è speranza che il sistema possa cambiare: se nessuno parla, chi cambierà il sistema?”.
Un’accusa che secondo Ft “risuonerà nella comunità d’affari italiana”, mentre “a Bari nuove indagini si stanno concentrando sulla presunta corruzione di politici di centro-sinistra coinvolti nella fornitura di appalti sanitari”.

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/08/06/215243-destra_sinistra_italia_cosi.shtml

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Financial Times

This is how Italy functions, says call girl

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By Guy Dinmore

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Published: August 5 2009 22:00 | Last updated: August 6 2009 09:40

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Elevated from call girl to parliamentary candidate but then ostracised by those who feared she would reveal her secrets, Patrizia D’Addario’s story as the escort who went public about her night with Silvio Berlusconi has aspects of a soap opera.

There is also a dark side to the experience of the 42-year-old single mother who sees herself as part of the “system” in Italy, where businessmen pay women to entertain politicians.

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Pictures from a scandal

Silvio Berlusconi Slideshow: the lurid allegations threatening to overshadow Berlusconi’s premiership

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“The system is like that. All of Italy functions like this,” Ms D’Addario says in a matter-of-fact way, speaking to the Financial Times in her home town of Bari, a southern port that has gone a long way to clean up its corrupt gangland reputation.

A slim blonde in a low-cut, polka-dot summer dress worn for a seafront photo-shoot, Ms D’Addario speaks in the office of her lawyer, who occasionally offers advice. Ms D’Addario says she has gone public to protect herself. “I had the same experience with other businessmen. Other businessmen asked me to charm politicians,” she reveals, without giving names. Asked if the politicians were from the left or right, she says it is the “same thing”.

The scandal that has gripped Italy and shaken Mr Berlusconi’s centre-right coalition might not have come to light if it had not been for the secret recordings she says she made of her conversations with the media baron and prime minister in his Rome residence, partying on the night of last year’s US elections.

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She kept knowledge of the tapes to herself for months, but recounts that she let slip their existence in a telephone conversation with an acquaintance. Not long afterwards, on May 18, her flat was burgled. The unknown intruders took her dresses, including the short black one she wore at the Rome party, underwear, compact discs and photographs given to her by Mr Berlusconi.

She suspects they were looking for the recordings which were not taken.

Meanwhile, Giampaolo Tarantini, a Bari businessman who runs a prosthetics company and had introduced her and other women to the prime minister, had put her forward – she says with Mr Berlusconi’s approval – as a candidate for the European elections in June. Mr Tarantini does not deny the introduction. ..CONTINUE

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fonte:  http://www.ft.com/cms/s/0/1a66e6ee-81fc-11de-9c5e-00144feabdc0.html?nclick_check=1

SE L’UOMO SI PENSA DIO – L’acceleratore non parte: Il Big Bang resta un mistero

http://centroufologicotaranto.files.wordpress.com/2008/11/big-bang.jpg

Quindici anni per costruire il tunnel sotterraneo di 27 km che dovrebbe spiegare l’origine e la costituzione dell’universo. Ma l’inaugurazione, l’estate scorsa, slittò a causa di un esplosione.

Ora nuovi ritardi. E gli scienziati fuggono

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di LUIGI BIGNAMI

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<b>L'acceleratore non parte<br/>Il Big Bang resta un mistero</b>Un’immagine dell’acceleratore di particelle LHC

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ROMA – Ci sono voluti 15 anni di lavoro per costruire la più grande e più costosa macchina mai costruita per ricerche scientifiche. Si tratta dell’LHC, Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle più potente al mondo che si trova in una galleria sotterranea di 27 km di circonferenza, posta al confine tra Francia e Svizzera. Lo scorso mese di settembre vi era stata l’inaugurazione e la macchina da 6 miliardi di euro aveva iniziato a lavorare.
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Il suo funzionamento avrebbe dato modo ad un gran numero di scienziati di trasformare un sogno in realtà: capire alcuni grandi misteri dell’Universo. Ma un’improvvisa esplosione bloccò la macchina dopo pochi giorni dall’accensione senza permettere alcun esperimento. Prima ancora di immettere tutta l’energia necessaria alle ricerche, infatti, si ebbe una improvvisa perdita di elio, che serve per tenere a bassissime temperature i cavi in niobio e titanio che in tali condizioni perdono ogni resistenza elettrica e diventano superconduttori. Purtroppo però, anche una piccolissima “perturbazione” presente, ad esempio, nelle saldature tra i cavi può causare un aumento di temperatura e la perdita di superconduttività. Ed è quello che è successo il 19 settembre, quando la giunzione tra due magneti vaporizzò in una cascata di scintille liberando l’elio. L’incidente obbligò lo spegnimento della macchina.
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Anche se in un primo momento il guaio non sembrava grave, ben presto ci si accorse che si sarebbero dovuti rivedere oltre 5.000 collegamenti. Così dopo alcune date per la ripartenza si arrivò alla “certezza” che si sarebbe di nuovo acceso la macchina il prossimo settembre 2009. Ma ora anche questo appuntamento slitta a fine autunno o a inizio inverno. Sono più del previsto infatti, le prove necessarie prima di ridare il via al tutto. E rimane il mistero di quella esplosione. Tutti i magneti, infatti, erano stati collaudati alle altissime energie richieste dall’LHC e nessuno aveva dato problemi. Perché una volta posti nella macchina qualcuno sia ceduto è ancora da chiarire. E non è certo che si potrà arrivare ad una spiegazione. Ora comunque quel che è importante è che si ridia il via.

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Spiega Steve Myers, responsabile dell’Accelerator Division del Cern al New York Time: “Dopo i test che abbiamo eseguito pensiamo che potremo immettere con facilità 6,5 mila miliardi di elettronvolt, ma per raggiungere i 7mila miliardi di elettronvolt o più, sarebbero necessari ancora numerosi test e quindi ancora molto tempo”. Alcuni ricercatori si dicono contenti se si arrivasse anche a soli 4 o 5mila miliardi di elettronvolt, l’importante è partire. Ma così facendo non si otterrebbero i risultati per cui la macchina è stata costruita.
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Le alte energie infatti, sono richieste per permettere a particelle atomiche e subatomiche di scontrarsi a velocità prossime a quelle delle luce per ridare vita alle condizioni che si vennero a creare subito dopo il Big Bang. In tal modo si potrebbe trovare il Bosone di Higgs, una delle particelle previste dalle teorie della fisica, ma mai scoperta e che dovrebbe dare un senso alla massa dei corpi. Ma l’LHC dovrebbe togliere un velo anche alla “materia oscura”, che compone il 24% dell’Universo, ma di cui non si conosce la composizione, all’esistenza o meno dell’antimateria e alla conferma o meno dell’esistenza di altre dimensioni.
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Intanto alcuni ricercatori stanno disertando il grande progetto europeo, almeno temporaneamente, e stanno chiedendo di realizzare esperimenti presso la macchina concorrente, seppur meno potente, che si trova negli Stati Uniti, il Tevatron. Migliaia di scienziati avevano puntato tutti i loro finanziamenti sulle ricerche all’LHC, decine di dottorandi avevano scelto di realizzare la loro tesi sui risultati dell’acceleratore, ma ora sono tutti in stand-by almeno fino al prossimo inverno.
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5 agosto 2009
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Un popolo negato: gli aborigeni

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di Renzo Sabatini

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“Siete anche voi invasori” mi disse il primo aborigeno che incontrai, dopo essere arrivato in Australia.
Fui sorpreso e cominciai a rifletterci.
Ora che ho approfondito la conoscenza della storia e di queste popolazioni, ne sono pienamente convinto.
Sono un invasore anch’io.

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All’inizio di questo decennio si respirava in Australia un clima di speranza, una sorta di euforia aveva inondato il paese: la rinconciliazione fra bianchi e aborigeni sembrava a portata di mano. Era entrata nel cuore della gente durante le olimpiadi di Sydney, simboleggiata dal giro d’onore dell’atleta indigena Cathy Freeman nello stadio olimpico. Era stata cantata nel corso di grandi e pacifiche manifestazioni. Fu bello ritrovarsi in una di quelle marce, come un battesimo insperato, poche settimane dopo aver messo piede sul suolo australiano, trasportato dai sentimenti di una folla festosa, unito a gente di ogni colore che chiedeva a gran voce alla politica un gesto di buona volontà.
Quel clima è durato poco, spazzato via da un governo conservatore poco incline a sostenere questioni di giustizia e ammenda storica. Preoccupato piuttosto delle conseguenze legali dei suoi atti, quel governo si rifiutò di offrire scuse ufficiali agli aborigeni per gli orrori del passato, determinato a non incrinare la tradizionale visione anestesizzata della storia della Federazione e soprattutto preoccupato di non scoperchiare il vaso di Pandora dei risarcimenti per le molte ingiustizie inflitte agli indigeni nel corso di due secoli.
Non che le richieste di risarcimento fossero mancate in passato. Non sono mancate le dispute legali su un’enorme serie di violazione dei diritti umani. Ma l’Australia è l’unica ex colonia dell’impero inglese a non aver mai stipulato un trattato con le popolazioni indigene. L’unica democrazia di tipo occidentale a non aver costituito, nel proprio ordinamento, le norme necessarie a dare validità giuridica alla dichiarazione universale dei diritti umani, alla convenzione delle Nazioni Unite contro il genocidio e ad altri trattati internazionali, di cui pure è firmataria. Così, ad esempio, nel luglio 1998 una rappresentanza aborigena sporse denuncia contro il Governo Federale per “incitamento al genocidio”, ma la Corte Federale dovette archiviare la richiesta, in mancanza di una legge che sanzionasse tale reato.

“Anche voi siete invasori”

La mia personale iniziazione alla questione aborigena è avvenuta poco dopo il mio arrivo in Australia, accompagnando un gruppo di ragazzi di vari paesi all’incontro con Dennis, attivista aborigeno cresciuto in una “missione”, eufemismo utilizzato per indicare le riserve istituite nell’ottocento.
Piuttosto che mettersi a raccontare la sua vita Dennis preferì cominciare con una provocazione: “Anche voi siete invasori”, disse, “per venire qui avete chiesto il visto a chi occupa illegalmente questa terra da duecento anni”.
Di quella serata ricordo nitidamente le lacrime di una ragazza australiana che improvvisamente si sentiva straniera nella sua terra, assalita dai rimorsi per i massacri commessi dai suoi avi. Finì per lei che Dennis dovette restituirle la terra dichiarandola “adottata” e benvenuta. Finì che andò via da quell’incontro cresciuta, sapendo cose del suo paese che aveva ignorato fino a quel momento. Finì per me, più consapevole e informato di lei, che ne uscii con un tarlo in testa. Sono anch’io un invasore? Quel tarlo scava ancora oggi.
Ai nuovi arrivati l’Australia riserva molte gradevoli sorprese. Agli antipodi c’è una nazione giovane, bella, accogliente e piena di fascino. Le grandi città sono moderne, organizzate e pulite. Le strade sono affollate di gente di tutti i colori, si respira un’atmosfera giovane e positiva, si avverte il successo di quelle politiche multiculturali che nell’ultimo ventennio hanno assicurato la buona convivenza di una popolazione sempre più diversificata.
Per chi ama la natura e l’avventura il paese offre grandiosi scenari, bei parchi naturali, deserti immensi, spiagge oceaniche lunghe e deserte, tramonti spettacolari, un cielo stellato fino all’inverosimile e una fauna affascinante.
Le differenze sociali e di classe sono decisamente meno esacerbate che in Europa, il paese ha una vocazione egualitaria e nutre la convinzione che ad ognuno debba essere consentito di avere nella vita un: “Fair Go”, una partenza equa, la possibilità di vivere onestamente e decentemente. Ai nuovi migranti viene offerta la possibilità di inserirsi con relativa facilità e l’acquisizione della cittadinanza è piuttosto facile e veloce.
La condizione in cui versa la maggior parte degli aborigeni, però, contrasta drammaticamente con questo quadro.
Visitando i musei, ricchi di sezioni dedicate alla storia aborigena, curiosando nei negozi di souvenir pieni di boomerang e dipinti tradizionali, si ha l’impressione che l’Australia di oggi mostri grande attenzione e rispetto per le culture originarie di questa terra. La realtà però è assai diversa. Chi vuole cercare l’Australia indigena non può trovarla nei musei e neanche fra gli aborigeni che suonano il didjeridoo per le strade e si fanno fotografare con i turisti per qualche dollaro di mancia. La realtà è altrove.
Gli studi più recenti datano la presenza umana in Australia ad oltre 50.000 anni fa. Quella aborigena è quindi la più antica cultura vivente. All’atto della fondazione della colonia almeno cinquecento diverse lingue erano parlate da altrettanti gruppi etnici o tribù. Si trattava di gruppi molto diversificati, dalle popolazioni semi stanziali delle coste ai nomadi del deserto, ma tutti avevano in comune alcuni tratti: il rapporto profondo, intestricabile con la terra madre e nutrice; un’organizzazione sociale caratterizzata da un intricato sistema di rapporti fra gruppi e tribù basati su parentele allargate e consanguineità; una cosmologia complessa e raffinata, fondata su un tempo mitico della creazione oggi comunemente conosciuto come il “dreamtime”, il tempo del sogno.
Di quelle antiche culture gli inglesi, forti della loro pretesa superiorità e ansiosi di portare la vera “civiltà”, non capirono nulla. Essi videro solo selvaggi seminudi e dichiararono che l’Australia era “Terra Nullius”, non apparteneva a nessuno, e se ne impossessarono.

Da nomadi a sedentari

L’espansione della colonia privò gli indigeni dei loro tradizionali territori di caccia e raccolta. Decimati dalle nuove malattie arrivate con le navi degli invasori, scacciati o abbattuti come animali, tentarono di resistere e vennero sterminati un po’ ovunque. Antiche tribù e lingue scomparvero per sempre dalla faccia della terra.
Fra i superstiti di quella lotta impari, alcuni, ridotti alla fame e alla disperazione, si spostarono ai margini delle città dei bianchi e divennero gli schiavi della nuova società, destinati ai lavori più umili e degradanti in cambio di poco cibo. Gli altri furono rinchiusi nelle riserve, sottoposti all’autorità di “Protettorati” dotati di enormi poteri esercitati senza scrupoli.
Il passaggio dalla vita nomade a quella sedentaria, in condizioni igieniche e alimentari disastrose, portò anche al declino della salute, con conseguenze ancora oggi evidenti.
Il contatto fra i voraci coloni e le donne indigene aveva lasciato in eredità una popolazione meticcia che divenne lo scandalo della società puritana dell’epoca. I bambini vennero portati via dalle loro famiglie per farli crescere in istituzioni gestite dallo Stato o dalle chiese. Di questa pratica particolarmente crudele, rimasta in vigore fino ai primi anni settanta del novecento, gli australiani nulla sapevano fino a pochi anni fa, quando un’inchiesta parlamentare portò alla luce lo scandalo di decine di migliaia di bambini rapiti alle famiglie: le cosiddette: “Stolen Generations”, generazioni rubate.
Per quasi duecento anni, fino alla fine degli anni sessanta, gli aborigeni sono stati completamente istituzionalizzati, ogni aspetto della loro vita controllato e sancito dalle autorità.
Solo nel 1967 un referendum popolare cancellò quella parte della Costituzione australiana che relegava gli aborigeni al controllo e all’arbitrio dei vari stati della Federazione e, escludendoli dal censimento della popolazione, li equiparava di fatto alla fauna.
La fine delle riserve e del ferreo controllo statale non portò però ad un miglioramento nelle condizioni di vita degli indigeni. In un paese in cui il pregiudizio era profondamente radicato, uomini e donne privi di istruzione, abituati a dipendere completamente dalle istituzioni, si ritrovarono ai margini di una società che li respingeva, portatori di una cultura ridicolizzata e distrutta, catturati nel circolo vizioso dell’emarginazione che produce nuova emarginazione, destinati a una vita breve, miserabile e violenta.

Quella tenda a Canberra

Ma dagli anni sessanta ad oggi la vita degli aborigeni è stata anche caratterizzata da un ampio e combattivo movimento per i diritti, che con alterne vicende dura fino ad oggi.
La rinascita è cominciata nel 1966, quando uno sciopero di lavoratori aborigeni in una grande fattoria del nord, iniziato per protestare contro le misere paghe e le discriminazioni subite sul lavoro, finì presto per trasformarsi qualcosa di diverso: attraverso l’agitazione sindacale gli aborigeni presero coscienza della loro condizione. Dalla richiesta di salari migliori si passò a reclamare la restituzione della terra rubata.
Nacque allora un movimento politico nonviolento che a tratti ha assunto una forza dirompente ed ha avuto il merito di far conoscere al paese la reale situazione di discriminazione e segregazione razziale in cui versava la popolazione indigena.
Il simbolo di questo movimento è la tenda eretta davanti al parlamento federale a Canberra, “Ambasciata” degli aborigeni, cento volte abbattuta dalla polizia ed altrettante rimontata, fino a che è diventata una costruzione di pietra che ancora oggi porta i segni dell’orgoglio indigeno.
Il successo storicamente più importante del movimento è arrivato nel 1992 quando, dopo una lunghissima disputa giudiziaria, con una storica sentenza l’Alta Corte ha sovvertito duecento anni di giurisprudenza, dichiarando l’esistenza di un “Native Title”, un diritto di proprietà originario sulla terra, da parte dei popoli nativi. Quella sentenza scatenò la gioia di una parte del paese e il panico fra quanti temettero di dover restituire case, fabbriche e miniere ai legittimi proprietari. Ma il governo federale, con una serie di interventi mirati, fece in modo di vanificare in gran parte gli effetti di quella sentenza. Anche se una parte di territorio, nelle aree più remote, è stato effettivamente restituito ai popoli nativi, se in alcune zone gli indigeni sono riusciti a fermare speculazioni edilizie e ricerche minerarie, la questione del “Native Title” resta ancora oggi una vicenda aperta e dolorosa, una vittoria simbolica che ha portato pochi benefici nella vita reale delle popolazioni native.
Nel corso degli anni il movimento dei nativi australiani ha vissuto alterne vicende, ma il suo risultato più significativo è stato probabilmente quello di riuscire a costruire un sentimento comune di “aboriginalità” fra i tanti gruppi etnici sparsi per tutto il paese, fra indigeni urbanizzati e rurali. Se una volta i nativi cercavano di nascondere le proprie origini, oggi chi ha anche solo lontane origini aborigene ne parla con fierezza.
Gli aborigeni sono diventati un soggetto politico col quale ogni governo deve confrontarsi. La loro condizione umana rappresenta uno scandalo evidente in un paese economicamente florido.

Clima di violenza e intimidazione

Dopo oltre quarant’anni di lotte, la situazione odierna, per la maggior parte degli aborigeni è ancora tragica, eguale o peggiore di quella di molte popolazioni povere del terzo mondo.
La maggior parte delle comunità aborigene versa in condizioni di totale emarginazione, con case fatiscenti, sovraffollate, prive di servizi igienici, fognature e acqua potabile.
Malnutrizione, malattie endemiche sconosciute nel resto del paese, disoccupazione cronica, sono caratteristiche comuni a queste comunità, i cui membri vivono per lo più di sussidi statali gestiti da una rete di funzionari pubblici che sembrano essere i principali beneficiari del sistema. La scolarizzazione è molto bassa e i giovani sono privi di qualunque prospettiva. In molte comunità rurali e nei centri urbani l’abuso di alcol e droghe è una piaga sociale di vaste proporzioni e al consumo di alcolici sono associati la violenza domestica, che colpisce soprattutto le donne, e gli abusi sessuali sui bambini. Comportamenti che nella società tradizionale aborigena erano totalmente sconosciuti.
La speranza di vita per gli aborigeni è di circa diciassette anni inferiore rispetto al resto della popolazione: la metà degli uomini e un terzo delle donne muore prima del quarantacinquesimo anno di età. la mortalità infantile è tre volte superiore a quella dell’Australia bianca.
Soggetti ad un costante controllo e alla continua violenza da parte della polizia, gli aborigeni, pur essendo solo il 2,3% della popolazione australiana, rappresentano il 14% di quella carceraria. Il numero di indigeni morti durante l’arresto o la detenzione è così elevato da aver spinto il Parlamento federale, nel 1987, all’apertura di un inchiesta, giunta alle sue conclusioni solo nel 1991. L’inchiesta ha appurato come i decessi fossero in gran parte da attribuirsi a pratiche illegali e brutali deliberatamente utilizzate dalla polizia. Tuttavia nessun procedimento giudiziario è mai stato avviato contro i responsabili e i decessi in carcere sono continuati.
Il clima di violenza e intimidazione, unito alla mancanza di prospettive, spinge molti giovani alla scelta estrema: il suicidio, tradizionalmente sconosciuto nelle comunità aborigene, è diventato una piaga sociale immensa.
Si potrebbe andare ancora avanti: i dati della tragedia aborigena sono impressionanti. È questa la maggior vergogna di questo paese, lo scandalo, il dramma nascosto che ne attraversa tutta la storia.
Sulla questione aborigena serve un ripensamento collettivo, un impegno dell’intera comunità. Un rinascimento australiano, un moto complessivo della società per cambiare il corso della storia di comunità devastate da duecento anni di occupazione brutale che ha portato alla distruzione di valori, lingue e culture. Il progetto della riconciliazione andava in questa direzione, ma è stato bruscamente eliminato dall’agenda politica.
Nel novembre 2007, archiviati undici anni di governo conservatore, l’Australia ha voltato pagina. Il 13 febbraio 2008 il nuovo primo ministro laburista, Kevin Rudd, ha compiuto un passo storico e nella seduta di insediamento del Parlamento federale ha offerto agli aborigeni scuse ufficiali, a nome delle istituzioni, per il dramma delle “Stolen Generations”. Scuse parziali, ma era la prima volta nella storia del paese e sono state accolte dalle comunità aborigene e da molti bianchi con grande commozione.
Il Primo ministro ha promesso allora un intervento deciso per chiudere il solco, annullare, nel giro di una generazione, la distanza che separa la società australiana benestante dalla popolazione indigena quanto ad aspettativa di vita, mortalità infantile, salute, casa, accesso alla scuola e al lavoro. Si è proposto, insomma, un compito immenso. Ma a distanza di poco più di un un anno nulla di concreto è stato fatto e se il precedente governo non aveva trovato nulla di meglio che spedire l’esercito a controllare le comunità più turbolente e problematiche, quello attuale per ora ha continuato a finanziare quei progetti, lasciando le buone intenzioni a tempi migliori.
In realtà la piattaforma politica di un vero processo di riconciliazione era stata chiarita già nel maggio del duemila da Patrick Dodson, uno dei più importanti e rispettati attivisti indigeni.

L’attivista aborigena Alice Briggs

Partecipazione coraggiosa

Gli aborigeni chiedono una vera rappresentanza politica e istituzionale; il risarcimento per il furto della terra e lo sfruttamento della manodopera; accordi a livello regionale, autogoverno locale, diritti di proprietà intellettuale e culturale, riconoscimento di alcuni aspetti del diritto tradizionale aborigeno, sviluppo economico nelle aree depresse.
Sopra ogni altra cosa, il movimento chiede che si giunga alla firma di un trattato e all’individuazione di forme di sovranità, sostenendo che fino a quando questo processo non sarà concluso gli aborigeni continueranno a vivere nella loro terra come estranei, testimonianza vivente di una “civilizzazione” costruita sulla repressione e sull’ingiustizia razzista che ha contraddistinto tanta parte della storia australiana.
È una piattaforma molto chiara, a fronte della quale il governo offre solo interventi pratici che rischiano di non risolvere alcun problema.
Fin dagli anni settanta, infatti, sulla questione aborigena sono stati versati fiumi di denaro e varati progetti ambiziosi, finiti in disastri e fallimenti. Secondo l’analista Jon Altman, dell’Australian National University, quei piani di sviluppo, calati dall’alto, soffrivano di una mentalità colonialista, partivano dal presupposto che esiste un solo possibile modello di sviluppo, un solo desiderabile modo di vivere cui tutti, indigeni o meno, debbono aspirare. Ma gli aborigeni, nel guado fra due culture, non volevano perdersi in una completa assimilazione e la società bianca, malata di pregiudizi, non era comunque preparata ad accoglierli, li respingeva ai margini.
Il divario odierno non è quindi da ricercare soltanto nelle statistiche che disegnano le inaccettabili condizioni di degrado in cui versano le comunità aborigene, ma anche nella mancata volontà di capire nel profondo le culture indigene, comprenderne la spiritualità, la diversità nei valori e nelle aspirazioni rispetto al modello dominante. Un’incapacità che nella storia ha costruito una barriera di reciproca diffidenza e mutuo disprezzo.
Il rinascimento australiano, di cui hanno scritto i quotidiani nel 2008, dovrà essere allora molto più di una manciata di finanziamenti gestiti dai soliti funzionari governativi pieni di pregiudizi. Dovrà essere l’incontro, il dialogo, il riconoscere e rispettare le reciproche differenze nella comune umanità, la costruzione di una nuova cultura australiana.
Serve la partecipazione coraggiosa di tutta la comunità. Occorre la disponibilità a mettere in gioco tutto, anche valori e simboli che qualcuno ritiene sacri e inviolabili. Il cammino sarebbe diverso se dalla società civile nascessero nuovi movimenti. Se coloro che hanno pianto d’emozione il tredici febbraio 2008 non restassero passivi ad attendere le decisioni dei governo ma decidessero di darsi da fare, prendere nelle loro mani il processo che punta a chiudere il solco che li divide dagli aborigeni, pronti a costruire assieme a loro il futuro.
L’attivista aborigena Alice Briggs, nel 1972, gridò in faccia ai bianchi la sua rabbia: “siete arrivati e avete preso tutta la terra e noi siamo oggi come accampati sulla terra dei bianchi. L’unica soluzione è riprenderci la terra e correggere le ingiustizie. Dobbiamo farlo noi perché i bianchi non lo faranno mai”. Mi piacerebbe che quelle parole non si avverassero: vorrei che i bianchi cominciassero veramente a correggere le ingiustizie del passato e quelle del presente.
Intanto nella mente continua a scavare quel tarlo, ma ho ormai rinunciato all’alibi del punto interrogativo. Sono anch’io un invasore.

Renzo Sabatini

rivista anarchica
anno 39 n. 346
estate 2009

fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/346/51.htm

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Myall Creek come Sand Creek

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di Renzo Sabatini

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Vi ricordate la canzone di Fabrizio De André sulla strage di Indiani d’America fatta dal generale Chiwington?
Cambiate il nome del ruscello e ci ritroviamo in Australia il 17 giugno 1838. A fare le spese dei “nostri” civilizzatori, gli aborigeni.

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Si son presi il nostro cuore
sotto una coperta scura,
sotto una luna morta piccola
dormivamo senza paura.
Fu un generale di vent’anni,
occhi turchini e giacca uguale,
fu un generale di vent’anni,
figlio d’un temporale.
C’è un dollaro d’argento,
sul fondo del Sand Creek.

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I versi risuonano nella mente ossessivi, implacabili, colonna sonora di letture tristi ma necessarie.

L’urgenza di sapere porta lungo crinali pericolosi. Eppure scavare nella vera storia dell’Australia, di questo paese dove vivo ormai da dieci anni, mi urge. Quella storia crudele e nascosta che a scuola non si studia, che si intuisce appena dietro silenzi imbarazzati e resta sospesa nella nebbia di un passato confuso. Devo cercare, perché seguire virtute e conoscenza è il nostro destino. Per l’immensità del dramma che si consumò dal giorno in cui la prima flotta navigò le placide acque di una splendida baia e apparvero alla vista le colline su cui poi sarebbe sorta Sydney. Quella flotta che arrivò seguendo la rotta indicata dagli esploratori, col suo carico di avventurieri, vagabondi e straccioni di un altro mondo, il 26 gennaio del 1788, segnando una ricorrenza storica che va sotto il nome di Australia Day e che ogni anno si celebra con grande spreco di bandiere e fuochi d’artificio. Giornata di lutto per gli aborigeni, che chiamano quel giorno Invasion Day e che chiedono da anni, inascoltati, che non si celebri più.

Devo sapere, perché vedo attorno a me gente simpatica, sorridente e ironica e non so capacitarmi che si tratti dei discendenti di una stirpe che fu crudele, forse per necessità, e col sangue strappò palmo a palmo la terra ai suoi antichi custodi. Perché a volte quando guardo le acque immobili della baia, con l’occhio blu di una memoria che non ho, mi pare di rivedere i bambini giocare nell’erba umida sotto il sole, le danze attorno ai fuochi la sera, gli amori fra i cespugli. Fino a quando apparvero le vele all’orizzonte e tutto venne cancellato.

Terra rubata

I nostri guerrieri troppo lontani
sulla pista del bisonte,
e quella musica distante
diventò sempre più forte.
Chiusi gli occhi per tre volte,
mi ritrovai ancora li.
Chiesi a mio nonno:
“è solo un sogno?”,
mio nonno disse: “si”.
A volte i pesci cantano
sul fondo del Sand Creek.

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Sul cammino ho incontrato Bruce Elder, giornalista dagli occhi miti dietro le spesse lenti. Anche a lui, nato fra queste sacre sponde, i miti eroici da Far West non bastavano più. Ha scavato alla ricerca della verità e quando l’ha trovata l’ha incisa con parole di fuoco fra le pagine di un libro: Blood on the Wattle, ovvero: Sangue sulla mimosa, il fiore nazionale australiano. Un tentativo coraggioso di far conoscere alla sua gente quel che forse molti preferirebbero non sapere. La storia di una conquista cattiva, di avventurieri, fuorilegge e coloni spesso senza scrupoli. Di massacri ordinati dalla legge e di altri decisi nelle notti buie attorno ai fuochi dei bivacchi. È la storia della terra rubata e di popoli condannati alla fame. Di recinti difesi con le armi, di acque avvelenate e di luoghi sacri calpestati e offesi. È il racconto di una resistenza disperata e crudelmente spezzata, massacro dopo massacro. La storia di una frontiera violenta e feroce, epopea di un West australe dove anche i nomi delle tribù sono svaniti per sempre.

Sognai talmente forte
che mi uscì il sangue dal naso.
Il lampo in un orecchio,
nell’altro il paradiso.
Le lacrime più piccole,
le lacrime più grosse,
quando l’albero della neve
fiorì di stelle rosse.
Ora i bambini dormono
sul fondo del Sand Creek.

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Lungo le coste, nelle vaste pianure, nei deserti, fra le colline: la carta geografica si riempì di stelle rosse.
Fra tante storie sepolte nella memoria, ogni tanto riaffiora quella del massacro di Myall Creek, Una Sand Creek australiana, forse ancora più crudele e folle.
Myall Creek è un luogo sconosciuto, appena un’ombra sulla mappa, nel nord ovest della regione oggi conosciuta come Nuovo Galles del Sud, lo Stato della Federazione di cui Sydney è capitale. La storia di questo massacro fa tornare alla mente “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee”, il libro che ha rivelato al mondo la vera storia della conquista dell’ovest americano. E fa risuonare nella testa i versi di De André, quelli che raccontano come in un sogno il massacro dei Cheyenne di Black Kettle, accampati lungo le sponde del Sand Creek, nel Colorado. Avevano firmato la pace, quei Cheyenne, e piantato la bandiera a stelle e strisce proprio al centro dell’accampamento. I guerrieri erano partiti, a caccia del bisonte. Senza pietà le “giacche blu” attaccarono il campo, massacrando vecchi, donne e bambini. Senza scopo e senza vergogna uccisero tutti.
I Kwiambal accampati nei pressi del Myall Creek non avevano firmato trattati né piantato bandiere, ma avevano stabilito rapporti amichevoli con i bianchi che si erano insediati nella zona e alla sera i lavoranti delle fattorie ballavano attorno ai loro fuochi e si appartavano con le loro donne.
In un giorno crudele, coi cacciatori lontani, una posse di vaccari e fuorilegge assalì il campo. Al gruppo, che da giorni batteva la zona a caccia di aborigeni, si unì anche uno dei lavoranti che fino alla sera prima aveva riso e danzato attorno ai fuochi nel campo. I Kwiambal, ignari, disarmati e inermi, furono tutti assassinati a fil di spada, per risparmiare munizioni. Vecchi, donne e bambini caddero al suolo, in un’orrenda carneficina. I corpi mutilati vennero accatastati e bruciati. La terra si fece rossa, il cielo nero di predatori alati, l’aria infetta. Era il 7 giugno del 1838. Ebbri di sangue, gli assassini ripresero la strada, continuarono nella loro follia omicida, assassinarono altri gruppi di aborigeni incontrati lunga la strada. Nelle fattorie vennero accolti come eroi, rifocillati in cambio dei racconti delle loro gesta.

Solo una piccola storia

Quando il sole alzò la testa
fra le spalle della notte,
c’erano solo cani e fumo
e tende capovolte.
Tirai una freccia in cielo
per farlo respirare,
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare.
La terza freccia cercala
sul fondo del Sand Creek.

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Quel massacro, caso forse unico, non restò del tutto impunito. Un sovrastante della vicina fattoria, sconvolto, denunciò i fatti e arrivarono gli investigatori dalla città. Gli assassini, stupefatti, vennero arrestati e processati, alcuni di loro finirono sul patibolo. Ma la condanna suscitò clamore, rivolte, petizioni e una terribile ondata di indignazione: gli onesti cittadini della colonia non poterono accettare che la corda fosse finita attorno al collo di uomini bianchi per aver ucciso degli aborigeni. Il sentimento popolare venne ben riassunto da una lettera pubblicata sul quotidiano The Australian nel dicembre di quell’anno: “i neri sono solo un mucchio di scimmie”, scrisse l’anonimo, indignato lettore, “più presto li stermineremo e meglio sarà per tutti”.
Difatti i massacri ripresero, con più ferocia di prima. A volte fu l’esercito a uccidere, chiamato dai coloni. In altri casi fu amministrata nel segreto la giustizia sommaria della frontiera. I coloni organizzarono spedizioni, tesero agguati, spararono a sangue freddo, avvelenarono le pozze d’acqua col cianuro e mai più tennero il conto dei morti. Le storie divennero racconti appena sussurrati nella penombra dei pub.
Sui libri di scuola del massacro di Myall Creek non si parla e nessuno conosce più i nomi dei protagonisti. È solo una piccola storia, nascosta e dimenticata nel mito della frontiera. La mimosa, torna a fiorire, ogni anno verso la fine di maggio, nell’autunno australe. Il 7 giugno, anniversario ignorato di quel massacro, si macchia di sangue e l’albero della neve fiorisce ancora di stelle rosse.

Un passato sepolto in fretta

Si son presi i nostri cuori
sotto una coperta scura,
sotto una luna morta piccola
dormivamo senza paura.
Ora i bambini dormono
sul fondo del Sand Creek.

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I turisti arrivano in un’Australia spensierata e ignara, calpestano i luoghi sacri, visitano i musei e comprano chincaglieria. Guardano con qualche apprensione gli aborigeni che si aggirano come straccioni fra le case dei bianchi, li osservano incuriositi. Non capiscono. Non sanno.
I bambini dormono ancora, sul fondo del Myall Creek, il sonno tormentato dagli incubi di un passato sepolto in fretta sotto i falsi miti della storia.

Renzo Sabatini

rivista anarchica
anno 39 n. 346
estate 2009

fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/346/55.htm

“Strisciando di pub in pub”: Il tour etilico delle notti romane

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Gruppi di giovani, molti stranieri, quasi tutti minorenni danno vita ogni sera al “Pub Crawling”: un giro alcolico di locale in locale per soli 20 euro

"Strisciando di pub in pub" Il tour etilico delle notti romane

Si beve praticamente di tutto e nessuno controlla l’età. Sfide a boccali di birra

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di RORY CAPPELLI e LAURA MARI

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ROMA – “Birra, birra” dice il ragazzo indiano che gira con una busta di plastica piena di lattine ghiacciate tra i turisti assiepati sulle scale di piazza di Spagna. “Quanto costa?”. “Poco poco: solo due euro”. Due vigili urbani appoggiati alla macchina di servizio guardano la scena.

Minorenni che si riempiono gli zaini di lattine (da mezzo litro l’una) e tutti – irlandesi, inglesi, svedesi, tedeschi, americani e qualche italiano di neanche 16 anni – in attesa della stessa cosa: che il gruppo si sia fatto abbastanza numeroso per partire per il Pub Crawl, che letteralmente significa più o meno strisciare per pub.

Una specie di surf etilico (il crawl è anche uno stile di nuoto) che, ideato a Londra, va di gran moda anche a Roma, proprio nel momento in cui il sindaco Gianni Alemanno fa proclami contro la movida, sigla protocolli per vietare la somministrazione di alcolici agli under 16 nelle discoteche e promette ulteriori strette sull’alcol. “Il Pub Crawl costa 20 euro” spiega uno degli “steward” del tour alcolico. “Cinque euro vanno a noi, gli altri al capo e al locale” continua Tommy. Come funziona? “Si va in un primo pub dove per un’ora e mezza si beve tutto quello che si può all’open bar. Poi in un altri due pub: qui è gratuito solo il primo shot”. È ora di andare: il gruppo è di 100, 120 persone: lungo la strada una ragazza beve vino rosso da una bottiglia. Altre tre parlano in spagnolo a mitraglia. Età? “Diciassette anni”.

A Largo di Fontanella Borghese una delle “guide” salta sopra un pilone e, in inglese, spiega: “Metà di noi va di là, l’altra metà di qua”. Un gruppo si dirige in un locale che si definisce associazione culturale. Uno steward scrive il nome (non il cognome), l’età (e le spagnole diciassettenni dicono: “19 anni”, tanto nessuno controlla i documenti). All’ingresso si riceve: una maglietta e un voucher con cui ritirare al bancone una bottiglia di birra, che appena finisce si restituisce per averne un’altra piena e così via. In 20 minuti se ne possono ingollare anche più di 12, insieme a qualche shot, di vodka o rum o, volendo, anche vino bianco e rosso.

Dopo neanche mezz’ora non c’è più nessuno che non sia ubriaco, due ragazzi svedesi rigurgitano alcol ma partecipano lo stesso alla gara di birra: il più veloce a bere vince una maglietta. Un’altra ora e si ferma tutto: i pub crawler vengono radunati, qualcuno esce con la bottiglia (nonostante a Roma fino al 20 agosto un’ordinanza nei weekend proibisca vetro e lattine fuori dai locali), barcollando i raggiungono la fermata dell’autobus per andare all’altro pub. Il bus arriva, si sale, un bel gruppone di cinquanta, sessanta persone, almeno la metà minorenni e completamente ubriachi. Tutti ridono, scherzano, senza un pensiero al mondo. Neanche quello del biglietto.

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6 agosto 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/alcol-divieti/pub-crawl/pub-crawl.html?rss

Innse, a oltranza sul carro ponte: “Non ci faremo tirare giù da qui”

Seconda notte a venti metri d’altezza per i cinque operai della fabbrica di cui vogliono impedire lo smantellamento: Ieri fallite le mediazioni

“Si dorme male e ci sono le zanzare, ma non molliamo”

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di ILARIA CARRA

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Innse, a oltranza sul carro ponte "Non ci faremo tirare giù da qui"I quattro della Innse sul carro ponte

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MILANO – Seconda notte sul carro ponte a venti metri d’altezza per i cinque operai della Innse. Nessuno intende mollare: per telefono (dal momento che le forze dell’ordine hanno vietato anche ai sindacalisti di entrare nel capannone) i cinque fanno sapere che lassù non è pericoloso, ma certo non è comodo: “Dormiano male e solo a turno e c’è pieno di zanzare”. E temono anche che qualcuno decida un atto di forza, di tirarli giù dalla grande struttura (come un terrazzo mobile, giallo e dotato di parapetti che attraversa tutto il capannone) per chiudere una vicenda che sta diventando un simbolo della crisi.
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Ieri doveva essere il giorno decisivo, quello che sbloccava la situazione. E invece il quadro è ancora più duro: “Noi non scherziamo”, giurano le tute blu della Innse mentre fuori cresce la tensione tra manifestanti e forze dell’ordine, più volte a contatto, e si alza ancora di più quando si diffonde la reazione del proprietario della fabbrica, Silvano Genta, che taglia corto: “Con voi non tratto”.
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Non mollano, dunque, i quattro operai della fabbrica metalmeccanica in liquidazione a Lambrate, periferia est di Milano, che assieme a un funzionario sindacale martedì hanno raggirato la sorveglianza del cordone di forze dell’ordine all’ingresso per intrufolarsi nello stabilimento e arrampicarsi su un carro ponte.
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E non si ferma la protesta contro lo smantellamento – avviato domenica e sospeso martedì con l’irruzione degli operai – di sette macchinari già venduti a due distinti acquirenti (Mpc di Santorso e Nuova Lombardmet di Arluno) dall’attuale proprietario, il commerciante di rottami torinese Genta. Che ieri, per la prima volta da quando il caso ha raggiunto l’apice della tensione, ha replicato agli attacchi di voler speculare sulla pelle degli operai, lanciando forti accuse, in particolare, alla Provincia di Milano gestione Penati: “Sono io la vittima di questa situazione sono stato abbandonato dalla Provincia che non ha rispettato i patti”.
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Genta si riferisce al 2006 quando comprò il reparto presse dell’ex Innocenti Santeustacchio, a suo tempo commissariata, a 700 mila euro. Ma ad alcune condizioni: “Il trasferimento dell’azienda in un’area più piccola – precisa – e la riqualificazione della metà degli operai da parte della Provincia. Ma nessuno ha mosso un dito, e io mi sono dovuto arrendere, rimettendoci sei milioni. Altro che gioiellino produttivo: la Innse cade a pezzi con macchine risalenti al Piano Marshall”.
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Mentre Genta si dice pronto a ricollocare tramite aziende di sua conoscenza 13 operai e a dare un incentivo economico a 25 di loro vicini alla pensione, l’ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati respinge ogni accusa: “Dietro questa vicenda c’è la volontà da parte dell’azienda di smobilitare l’attività industriale per il riuso dell’area a fini immobiliari”.
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Sul carro ponte, si diceva, arrivano cibo e acqua, ma nessuno può entrare per parlare con gli uomini lassù: “Una misura di scontro per indebolirli e farli sentire soli”, attacca Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom-Cgil presente al presidio fisso, e in serata contestato anche dai manifestanti per essere intervenuto tardi nella questione. “Se non si trova un imprenditore che se ne faccia carico, non mi sembra male l’idea di darla agli operai” aggiunge il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. “Si tratta di una vicenda trascurata. Un’azienda abbandonata da oltre un anno. Che invece non può essere trascurata, per non buttare via la sua enorme capacità produttiva”.
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6 agosto 2009
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La Lega vuol cambiare la Costituzione per dare inni e bandiere alle Regioni

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Primo firmatario il capogruppo al Senato Bricolo

Proposta di legge costituzionale per «riconoscere il rilievo costituzionale dei simboli identitari»

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Una famiglia in bicicletta con il tricolore nelle strade di Firenze (Ansa)
Una famiglia in bicicletta con il tricolore nelle strade di Firenze (Ansa)

MILANO – Ormai non ci si sorprende nemmeno più troppo: dalle canzoni dialettali a Sanremo fino all’esame dei prof, l’onda lunga del «regionalismo» popolare (o populista) arriva ovunque. Non passa giorno senza una proposta, più o meno bizzarra. Con in prima fila, ovviamente, esponenti della Lega Nord. Oggi è il turno, tra gli altri, di Federico Bricolo, capogruppo della Lega al Senato e primo firmatario di una proposta di legge Costituzionale. Insomma, una modifica del testo della Costituzione. Per quale motivo? Per «inserire un secondo comma all’art. 12 Costituzione, finalizzato a riconoscere il rilievo costituzionale dei simboli identitari di ciascuna Regione, individuati nella bandiera e nell’inno».

Federico Bricolo (Eidon)
Federico Bricolo (Eidon)

IL TESTO – Non si sa quanti sentano davvero la mancanza di tanta identità locale da sbandierare (e da aggiungere agli innumerevoli gonfaloni comunali e provinciali) e di 20 nuovi inni da cantare, visto che già quello nazionale è periodicamente messo in discussione con brillanti idee di sostituzione (dal «Va pensiero» ad «Azzurro»). Ma la Lega evidentemente vuol superare la lacuna che per ora comporta l’assenza di un inno lombardo, veneto o friulano/giuliano e quindi presenta questo testo: «L’articolo 12, comma 1 della Costituzione riconosce quale simbolo della Repubblica italiana il tricolore. Nei principi fondamentali della Costituzione non è, viceversa, incluso alcun riconoscimento ufficiale dei simboli identitari che contraddistinguono le Regioni. Tale lacuna – spiegano i senatori della Lega nella loro proposta di legge – si rende, ad oggi, inammissibile, alla luce della sostanziale valorizzazione del ruolo politico ed istituzionale delle Regioni realizzata dalle più recenti riforme costituzionali. L’estensione dell’ambito materiale della competenza normativa regionale ha, infatti, trasformato la Regione in un ente territoriale dotato di una piena autonomia politica, favorendone così in ultima istanza il rapporto diretto con i cittadini». I parlamentari spiegano che «in tale fase storica di ripensamento dell’assetto territoriale dello Stato in ambito interno e a livello sovranazionale, è più che mai necessario recuperare i simboli identitari che, contraddistinguendo ciascuna realtà regionale, contribuiscono ad alimentare quel legame dei cittadini con il territorio che è presupposto indispensabile di qualsiasi riforma federale dell’ordinamento». Tale consapevolezza trova un riconoscimento istituzionale nelle riforme degli Statuti regionali approvate dal 1999 ad oggi, che, si legge nella proposta legislativa, «nei primi articoli hanno ufficialmente riconosciuto quei simboli che, per tradizione, storia e cultura contribuiscono ad identificare la Regione stessa».

LE REAZIONI – Le prime reazioni vanno dal «colpo di sole» (Idv) alla «trovata agostana» (Mpa). «Nessun attacco alla Costituzione da parte della Lega, semplicemente una proposta agostana a cui si può rispondere con ‘”viva il Tricolore”» dice il ministro per l’Attuazione del programma, Rotondi (Dcpa). «Ieri si sono inventati le gabbie salariali, oggi le hanno smentite. Adesso, tanto per perdere tempo, i senatori della Lega hanno tirato fuori le bandiere regionali da affiancare al tricolore. Io mi chiedo se hanno tempo da perdere» critica invece Franceschini (Pd). E il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo aggiunge: «Come anche Bricolo sa, anche negli Stati e negli ordinamenti più federali viene esposta una sola bandiera e viene cantato un solo inno». Dalla maggioranza arriva l’apertura di Lo Monte (Mpa): «Esaltare la specificità anche delle regioni del Sud attraverso la Carta Costituzionale è davvero una felice intuizione». Ma anche Gasparri (Pdl) fa sapere che per lui non sarebbe un problema: «Io in questo momento mi trovo in Sicilia e da anni, nella spiaggia che frequento, sventola la bandiera della Trinacria. È forse un problema? Per me no, non mi turba affatto e non credo che leda la dignitá del Tricolore. Insomma, ribadisco, inviterei a sdrammatizzare anche perchè ormai è prassi comune che a qualunque manifestazione civica sventolino insieme al Tricolore anche le bandiere delle Regioni e i gonfaloni dei Comuni». Invece per Capezzone (sempre Pdl) si tratta invece di «un pesce d’aprile fuori stagione». Ovviamente la Lega difende a spada tratta l’idea. Il ministro dell’Agricoltura, Zaia, la associa addirittura all’idea di «modernità». Sostiene Zaia: «Voglio ricordare ai tanti sepolcri imbiancati che credono che la realtà nazionale debba essere un museo che in tutto rimane sempre uguale a se stesso, che invece la gente e le culture si modificano e non si può essere nella modernità a ore alterne, a seconda delle convenienze e dei propri radicamenti ideologici». Quanto a Bricolo, primo firmatario, ritiene che «chi critica la nostra iniziativa sbaglia perché le bandiere, così come gli inni, sono un valore per tutti, sono una ricchezza per il nostro Paese, sono simboli in molti casi millenari che è giusto riconoscere. È un discorso che vale per la Regione Veneto ma anche per la Sicilia. Per questo le polemiche sono infondate e strumentali». La risposta più ironica gli arriva però da un collega della maggioranza, Osvaldo Napoli (Pdl): «Desidero fare i miei complimenti all’amico senatore Federico Bricolo, del quale ignoravo il fiuto giornalistico. Con la sua trovata sulle bandiere regionali e, presumo, provinciali, comunali e di quartiere ha dato materia ai giornali per riempire una buona paginata anche domani, giovedì 6 agosto, con mezza Italia sul bagnasciuga o sotto l’ombrellone»

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05 agosto 2009(ultima modifica: 06 agosto 2009)

fonte:  http://www.corriere.it/politica/09_agosto_05/bandiere_regioni_7ff6020a-81d5-11de-8a09-00144f02aabc.shtml