Archivio | agosto 7, 2009

“Inventori di malattie”

Salute

“Inventori di malattie”. Il documentario sulle speculazioni delle case farmaceutiche realizzato da Luca Cambi, Nicoletta Dentico e Francesco Nava

“Il settore farmaceutico ha un potere sulla politica molto simile alla mafia”

I primi tre video li ho trovati nel sito la Voce di Fiore, gli altri due li ho recuperati da You Tube; poiché la connessione è lentissima, vi avverto che non li ho guardati… nde

Le donne e la libertà ai tempi del Cavaliere

di MIRIAM MAFAI

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Le donne e la libertà ai tempi del Cavaliere

E se tutto questo scialo di donne, convocate a Roma da uno spregiudicato affarista di Bari, e messe a disposizione del nostro presidente del Consiglio, avesse provocato, non la simpatia, l’invidia e il consenso di cui parlano i suoi più fedeli collaboratori, ma, soprattutto tra le donne, irritazione, e persino un po’ di vergogna?

E non è possibile che sia stato proprio questo sentimento di una parte dell’elettorato femminile ad aver provocato un sia pur tardivo atteggiamento di critica da parte della stampa e delle gerarchie cattoliche?

Una velina, una escort, una prostituta è una donna che dispone del suo corpo come crede. O come può. Il mestiere più antico del mondo, si diceva una volta. Esercitato in modi diversi, con maggiore o minore eleganza, riservatezza e sobrietà. Un mestiere che si sceglie o al quale si può forse essere costrette. Ma non è lecito pensare che siccome esistono le veline, tutte le donne italiane sarebbero classificabili come aspiranti veline. E la prova di questa latente aspirazione starebbe nel fatto che le donne italiane, giovani e meno giovani, dedicano ormai una cura ossessiva al proprio corpo, sperando di farne strumento non solo di piacere ma anche, se possibile, di guadagno e di successo.

Ha ragione Michela Marzano quando, su queste pagine, qualche giorno fa, denunciava il fatto che questo sia l’unico modello di riuscita e di comportamento che il potere in carica oggi propone alle donne. E’ questo, nei fatti, il modello vincente insistentemente proposto alle donne dalla nostra tv. Donne esibite come merce, donne spogliate, donne in vendita offerte al miglior acquirente: una proposta umiliante che non viene avanzata solo dalla tv berlusconiana, ma anche purtroppo da quella pubblica.

Ma le donne italiane sono davvero tutte, o nella loro maggioranza, disponibili a questa subalternità al desiderio maschile? Io non lo credo. Penso, al contrario, che in maggioranza le donne italiane stiano da tempo perseguendo un’altra strada. Quella della propria realizzazione come individui liberi e responsabili, attraverso una faticosa combinazione tra studio, organizzazione della vita familiare, maternità e lavoro. E questo mi pare il senso dell’interpellanza su Berlusconi presentata la scorsa settimana in Parlamento dalle donne e dalle ex ministre del Pd. E questo mi pare anche il messaggio di quelle 15 mila donne italiane che hanno firmato l’appello della professoressa Chiara Volpato: “il comportamento del premier offende le donne”.

Il 1968 ci perseguita. É sempre a quella data che facciamo riferimento per ricordarne le conquiste o lamentarne le sconfitte e le delusioni. Quello che si è convenuto chiamare il 1968 è un processo lungo e tumultuoso che nel nostro paese è durato almeno dieci anni. Ci stanno dentro le occupazioni delle Università e l’autunno caldo operaio, la legge sul divorzio (e il successivo referendum) e lo Statuto dei Lavoratori, il nuovo diritto di famiglia e la legge sull’aborto, la chiusura dei manicomi e la riforma sanitaria, Piazza Fontana e il delitto Moro. Quello che chiamiamo il 1968 è uno spartiacque. C’è un prima e un dopo. E oggi, a distanza di quarant’anni molti di noi continuano a misurarsi con quelle speranze, quei successi e le successive delusioni.

Cosa ne è, si chiede Michela Marzano (che all’epoca, beata lei, non era nemmeno nata) della rivoluzione sessuale di quegli anni, che dava finalmente alle donne la libertà di disporre del proprio corpo, che prometteva a tutti di diventare autonomi soggetti della propria vita? Cosa ne è, di tutto questo, “ai tempi del cavaliere” in un paese in cui il presidente del Consiglio può dichiarare, senza vergogna, che “chi scopa bene governa bene”?

Tutto questo, le veline e le escort, le Noemi Letizia e le Patrizie D’Addario, le feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli, le barzellette da trivio e le volgarità di Berlusconi (“un uomo che non sta bene” come lo ha definito, correttamente e sobriamente, la moglie Veronica Lario), tutto questo rappresenta senza dubbio un pezzo, il più sgradevole e avvilente del nostro paese, ma non può essere assunto a simbolo dell’Italia, del nostro costume, delle aspirazioni, delle ambizioni, dello stile di vita delle donne italiane di oggi.
Al contrario: sono convinta che il femminismo o comunque si voglia chiamarlo, quel movimento cioè che rivendicava la fine di ogni forma di discriminazione tra uomini e donne, la uguaglianza di diritti e la possibilità, quel movimento nel corso degli anni ha certamente cambiato faccia, stile, modo di esprimersi ma ha messo radici profonde nella nostra cultura e nella nostra vita quotidiana. La rivoluzione femminista, nata negli anni lontani che chiamiamo ” il 68″, resa possibile anche dal processo di secolarizzazione che allora percorse il nostro paese (coinvolgendo una parte notevole del mondo cattolico), quella rivoluzione si scontrerà negli anni successivi con movimenti e culture che ne tenteranno un ridimensionamento. Parlo di movimenti e culture che esaltano la violenza e il successo, comunque conseguito, che irridono ai deboli o ai meno dotati, e che tentano di riportare la donna a un ruolo subalterno contestandone il diritto alla propria autonoma capacità di decisione anche nel campo delicatissimo della procreazione. (Basti ricordare la vicenda della legge sulla fecondazione assistita, i ripetuti tentativi di rivedere la legge 194, e, in questi giorni la posizione del Vaticano sulla pillola Ru487 e la relativa minaccia di scomunica rivolta ai medici che dovessero prescriverla).

La libertà della donna è certamente a rischio. Ma resta tuttora un elemento fondante della nostra società. Ormai padrone del proprio corpo, le donne se ne possono servire, se vogliono, per fare le veline o per fare carriera, ma anche per scegliere se e come e quando fare un figlio, o per vincere una gara sportiva come le nostre splendide Federica Pellegrini

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e Alessia Filippi. Si possono servire dalla loro intelligenza per affrontare percorsi di studio e ricerca sempre più complessi, per dare la scalata a posti di sempre maggiore responsabilità. Il fatto è che, purtroppo, non ci vengono mai proposte come modello. Tutti conosciamo la faccia di Patrizia D’Addario. Ma nessuna tv ci propone la faccia di Cristina Battaglia, a 35 anni vicepresidente dell’Enea, o quella di Amalia Ercoli Finzi che al Politecnico di Milano insegna come volare nello spazio, o quella di Sandra Savaglio, giovane astronoma cui Time ha già dedicato una copertina.
Insomma, il 1968, la sua cultura dell’uguaglianza e dei diritti è ancora tra noi. Quali che siano i messaggi che ci invia una tv sempre più volgare o quelli proposti dal patetico machismo del nostro presidente del Consiglio.

Fonte: la Repubblica, 4 agosto 2009

Senza contare che, tra le donne, ci sono anche personaggi del calibro di una Margherita Hack e di una Rita Levi-Montalcini, giusto per volare basso… nde

Seveso, 10 luglio 1976

Scommetto che molti di voi si stanno chiedendo cosa è mai successo… me lo chiedo anch’io, perché sto cercando aggiornamenti ma non ne trovo… qualcuno mi può aiutare? grazie! Intanto, per i più giovani, un pezzo per farsi un’idea… elena

Seveso 1976: la nube tossica

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Io non so come funziona uno stabilimento chimico, ma se provo ad immaginarlo mi sembra di vedere centinaia di metri di tubature collegate a silos giganteschi dove si miscelano sostanze chimiche. A volte è necessario combinare e far legare le sostanze tra loro per ottenere il prodotto finito, ed il prodotto finito può essere qualsiasi cosa: saponi, profumi, diserbanti, medicinali, plastiche, vernici, insetticidi.. In questo impianto, così come la vedo io nella mia fantasia, si aggirano operai, tecnici, e chimici ricoperti da capo a piedi di tute bianche e maschere protettive per evitare pericolose contaminazioni Ed è questo, quello che immagino io. Ma già il fatto di vedere le persone racchiuse in quegli scafandri ermetici m’inquieta. Il pensiero che uno di quei prodotti possa fuoriuscire da quei tubi o dai quei silos per un qualsiasi motivo o accidente mi terrorizza. Penso: sicuramente ci saranno centinaia di sistemi di sicurezza per far si che ciò non accada. Ma ciò non mi tranquillizza affatto perchè mentre proseguo nella mia immaginaria visita in questo impianto immaginario, mi accorgo che c’è poco personale a controllare. Ma è luglio ed è sabato. E mi accorgo anche che proprio alla base di un di quei silos c’è un manometro la cui lancetta sta salendo verso il quadrante rosso e nessuno sembra accorgersene. Il silos si sta surriscaldando e comincia a vibrare forte. So che l’aumento della temperatura è pericolosissimo. ma penso: ci sono i sistemi di sicurezza, tra un po’ tutto tornerà normale. Ma così non è perchè il sistema di sicurezza pare non abbia funzionato quel giorno a Seveso…

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Seveso 10 luglio 1976 ore 12.37

Nello stabilimento chimico dell’ ICMESA una valvola di sicurezza del reattore A-101 esplode provocando la fuoriuscita di alcuni chili di diossina nebulizzata. (la quantità esatta non è quantificabile, qualcuno dice 10-12 chili, altri di appena un paio). Il vento disperde la nube tossica verso est; nella Brianza. Il giorno dopo, domenica 11 luglio, nel pomeriggio, due tecnici dell’ICMESA si recano dal sindaco di Seveso, Emilio Rocca, per metterlo al corrente di ciò che è accaduto nello stabilimento e rassicurandolo che la situazione non desta preoccupazioni perché è già tutto sotto controllo. Dopo 4 giorni dall’incidente inizia la moria degli animali, muoiono galline, uccelli, conigli. Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono, e gli alberi in breve tempo muoiono come tutte le altre piante. Nell’area interessata vivono circa 100.000 persone. E solo dopo pochi giorni si verificano i primi casi d’intossicazione nella popolazione. Il giorno 15 il sindaco emana un ordinanza di emergenza: divieto di toccare la terra, gli ortaggi, l’erba e di consumare frutta e verdure, animali da cortile, di esporsi all’aria aperta. Si consiglia un’accurata igiene della persona e dell’abbigliamento. Ci sono i primi ricoveri in ospedale e gli operai dell’ICMESA si rifiutano di continuare a lavorare. Soltanto il 17 luglio appaiono i primi articoli sul “Giorno” e sul “Corriere della Sera”. L’accaduto diviene di dominio pubblico. Il 18 luglio parte un indagine dei carabinieri del comune di Meda ed il pretore decreta la chiusura dello stabilimento. Si procede all’arresto del direttore e del vicedirettore della fabbrica per disastro colposo. Ma ancora il 23 luglio dalla prefettura non viene ancora presa nessuna decisione su come far fronte all’emergenza. I casi d’intossicazione aumentano, i più colpiti sono i bambini. Si da nome ad una malattia finora quasi sconosciuta: la Cloracne. La cloracne è il sintomo più eclatante dell’esposizione alla diossina, colpisce la pelle, soprattutto del volto e dei genitali esterni, se l’esposizione è prolungata si diffonde in tutto il corpo. Si presenta con comparsa di macchie rosse che evolvono in bubboni pustolosi giallastri, orribili a vedersi e di difficile guarigione, e la pelle cade a brandelli. Può essere compromessa seriamente la funzionalità epatica. L’inalazione del composto crea problemi respiratori. Il 23 luglio dopo 13 giorni dall’incidente la verifica incrociata delle analisi effettuate dalle strutture sanitarie italiane e dei Laboratori Givaudan dell’ICMESA confermano una presenza notevole di TCDD nella zona maggiormente colpita dalla nube tossica. Il 10 agosto una commissione tecnico-scientifica stila una mappatura della zona contaminata. Si decide di evacuare l’area circostante l’impianto per circa 15 ettari, e le famiglie residenti nelle zone più colpite sono invitate ad abbandonare le proprie abitazioni. Reticolati sono posti per delimitare le zone pericolose. La commissione classifica il terreno contaminato in 3 zone a seconda della quantità della diossina presente sul terreno: “zona A” molto inquinata, “zona” B poco inquinata, “zona C” di rispetto. Continuano i casi d’intossicazione e aumentano i ricoveri ospedalieri tra la popolazione di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno. Tra la popolazione colpita ci sono parecchie donne incinte e si diffonde la preoccupazione per gli effetti della contaminazione sui futuri nascituri. Ma gran parte degli “esperti” tendono a tranquillizzare tutti sminuendo gli effetti della diossina. Si fanno migliaia di analisi del sangue e delle urine, ma non si arriva a capo di nulla. Ulteriori controlli dei terreni fanno estendere la zona A suddividendola in 7 sotto sezioni. Intanto la televisione ed i giornali continuano a mostrare filmati e foto di bambini ricoverati in ospedale con i piccoli volti coperti da estese macchie rosse e le zone contaminate dove si aggirano uomini in tute bianche sigillate che raccolgono campioni di terreno e bruciano carcasse di animali. L’11 ottobre dopo 3 mesi, gli abitanti evacuati dalla zona A rientrano nei loro terreni e indicono una protesta bloccando la strada Meda-Milano. Vogliono rientrare nelle loro case e riprendere possesso della loro vita. Protestano contro il progetto della Provincia e della Regione di costruire un inceneritore a Seveso. Ritorna l’esercito per controllare la zona inquinata ed impedirne l’accesso. Sale la tensione e il malcontento verso le istituzioni che sembrano non voler prendere provvedimenti adeguati. Si chiede la bonifica dell’area come era stato promesso e si suggerisce l’asportazione del terreno inquinato e la collocazione in siti adeguati. Proprio per la tutela degli abitanti nel 1977 viene istituito l’Ufficio Speciale per Seveso.
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ICMESA

Lo stabilimento ICMESA comincia la sua attività nel territorio del Comune di Meda nel 1947. Lo stabilimento produce prodotti farmaceutici ed è di proprietà della multinazionale GIVAUDAN. Nel 1963 la ICMESA diventa di proprietà della Hoffman-La Roche. Da subito iniziarono le proteste degli abitanti della zona e le denunce per gli effetti che l’impianto aveva sull’eco-sistema della zona: gas maleodoranti che fuoriuscivano dai camini, l’inquinamento del torrente Certosa o Tarò. Ma tutte le denunce sugli effetti nocivi della fabbrica e le varie accuse furono rigettate dai dirigenti dello stabilimento e non vennero mai presi provvedimenti. Al momento dell’esplosione del reattore chimico si era già al corrente tra gli addetti, che con il surriscaldamento dei materiali di lavorazione si sarebbe formata diossina, ma si sapeva anche, che aumentando la temperatura i tempi di reazione chimica dei prodotti sarebbe diminuita (da 5 a 1 ora) e si avrebbe avuto più prodotto in meno tempo. Gli addetti sapevano che altri incidenti da codesti impianti, erano avvenuti nel tempo in altre nazioni, e sapevano anche dei loro effetti catastrofici sull’ambiente. Sapevano anche che il camino sopra il tetto dell’impianto era privo di abbattitore. Sapevano che i termometri per controllare la temperatura degli impianti erano insufficienti a controllare la reazione. Perciò l’incidente fu provocato dalla omissione delle più elementari norme di sicurezza per un impianto del genere situato vicino al centro abitato E nonostante questo “la fabbrica dei profumi” ( così come la chiamavano gli a abitanti del luogo), ha continuato a funzionare per anni celando la sua pericolosità anche agli stessi operai che vi lavoravano.
La Diossina
“Diossina è un nome generico che indica vari composti tossici; il più noto, indicato con la sigla TCDD, si forma come sottoprodotto nella preparazione del triclorofenolo, sostanza utile a produrre erbicidi e battericidi.”
“La diossina è una sostanza altamente tossica in grado di provocare seri danni al cuore, ai reni, al fegato, allo stomaco e al sistema linfatico”.

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Il composto si deposita sui terreni è non assolutamente biodegradabile né l’intaccano i microrganismi presenti nel terreno. Penetra nell’organismo attraverso la respirazione, per contatto con l’assunzione di cibo, soprattutto carne, pesce e latticini. Nei casi di esposizione a concentrazioni e poiché si deposita nei grassi, è soggetta ad accumulo biologico. Nei topi da laboratorio provoca tumori, disturbi al sistema nervoso, anomalie genetiche . Ancora non è stato accertato quali possano essere gli effetti a lungo termine sull’uomo. Gli abitanti di Seveso e zone limitrofe sono ancora oggi soggetti da laboratorio per lo studio degli effetti della diossina. La diossina non uccise nessun essere umano al momento, ma distrusse l’equilibrio eco-biologico di una vasta aera di territorio e decretò la morte civile di un’intera popolazione. Si sospetta che a 30 anni di distanza il terreno sia ancora intriso di diossina nonostante lo stabilimento chimico sia stato interrato ed al suo posto ci sia ora il ” Bosco delle Querce” impiantato in seguito nella zona, con flora e fauna importata a segnare con un itinerario della memoria un evento da non dimenticare.
Il disastro provocò una destabilizzazione socio-economica di tutta l’area con enorme disagio per gli abitanti che dovettero abbandonare la loro terra, le loro case, il loro lavoro, gli animali. Rinunciare a tutto quello che avevano costruito o progettato per il loro presente e per il futuro. Non si coltivò più Molte donne in gravidanza in quel periodo preferirono abortire e le coppie smisero di fare figli. Famiglie intere furono sradicate delle proprie radici e subirono, nei trasferimenti coatti, anche l’umiliazione di sentirsi emarginati dall’ignoranza della gente che non sapeva cos’era la diossina, e vedeva in loro un pericolo per la propria salute. 80.000 gli animali morti o abbattuti, 158 gli operai esposti alla contaminazione. Un numero imprecisato di bambini rimarranno sfigurati dalla cloracne e porteranno sulla propria pelle gli effetti di questa micidiale sostanza con problemi psicologici che mineranno la loro vita. La responsabilità ricadde in sede processuale sui dirigenti dell’impianto che vennero condannati nel 1983 per disastro colposo e lesioni. I 200 milioni in vecchie lire pagate dalla multinazionale svizzera per il risarcimento furono usati per la bonifica dei terreni più contaminati come la zona A di Seveso dove tutto era stato raso al suolo perché irrecuperabile. I danni materiali e morali di questo disastro ecologico provocato dall’uomo restano incalcolabili.
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Discariche speciali

Tutti i materiali contaminati asportati vengono depositate in due discariche speciali: la vasca A, a sud di Seveso, dove finiscono le macerie dello stabilimento ICMESA, tutti i terreni oggetto della scarifica e i materiali usati per la bonifica del territorio di Seveso per un volume di circa 200.000 m3. Nell’altra vasca la B, posta più a nord nel Comune di Meda finiranno tutti i materiali contaminati della zona nord e i fanghi del depuratore di Seveso per un volume di circa 80.000m3.
“In seguito all’incidente di Seveso ed altri dovuti all’incuria dell’uomo in proposito di sistemi di sicurezza di impianti chimici e consimili, la Comunità Europea emanò nel 1982 la direttiva n° 82/501 relativa ai rischi di incidenti rilevanti connessi con determinate attività industriali.
La direttiva prevedeva determinati obblighi amministrativi e sostanziali riguardo all’atteggiamento da seguire nella gestione dell’esercizio di attività ritenute pericolose sulla base della tipologia di pericolosità dei materiali, e del quantitativo detenuto.
La direttiva viene recepita dall’Italia 6 anni più tardi con il DPR 175/88.

Marina Rossi

Fonte: Pagine 70

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Approfondimenti (un elenco troppo esiguo):

Fondo Monetario Internazionale o Fondo Miseria?

IL MONDO E’ DI TUTTI, NON SOLO DEI RICCHI OCCIDENTALI NORDICI…

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Un po’ lungo ma decisamente interessante il post di cui copio l’inizio (l’originale nonché il seguito lo trovate qui):

I TRE ERRORI DI BARACK OBAMA IN AFRICA

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di Luc Mukendi*, Damien Millet*, Jean Victor Lemvo*, Emilie Tamadaho Atchaca*, Solange Koné*, Victor Nzuzi*, Aminata Barry Touré*, Ibrahim Yacouba*, Éric Toussaint*, Sophie Perchellet*

Barack Obama continua a migliorare l’immagine degli USA. In un discorso pronunciato a Accra al Parlamento ghanese, ha teso la mano agli Africani e si è impegnato ad aiutarli a vincere il sottosviluppo. Come nei messaggi precedenti del Cairo e di Mosca, questa retorica ha sedotto i media atlantisti –finalmente sollevati nel promuovere un “imperatore” simpatico-, ma ha annoiato fortemente gli interessati. I responsabili del Comitato per l’annullamento dei debiti del terzo mondo (CADTM) analizzano questo discorso paternalista.

Dopo il vertice del G8 in Italia, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è volato in Africa con un presunto regalo: un pacchetto di 20 miliardi di dollari da distribuire nell’arco di 3 anni in modo che i “generosi” donatori dei paesi ricchi “aiutino” a ridurre la fame nel mondo. Mentre la promessa di sradicare la fame viene regolarmente fatta dal 1970, le Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il mese scorso, hanno pubblicato un rapporto il mese in cui indicano che il numero di persone sottoalimentate ha superato il tetto del miliardo, cioè 100 milioni in più rispetto all’ultimo anno. Contemporaneamente, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (PAM) lanciava l’allarme e annunciava di dover ridurre le razioni distribuite in Ruanda, Uganda, Etiopia, nella Corea del Nord e in Kenya (paese di origine della famiglia paterna di Obama), principalmente a causa della riduzione del contributo degli Stati Uniti, il suo principale finanziatore [1].

Oltre all’effetto mediatico della dichiarazione del Presidente Obama, che viene ad aggiungersi a un lungo elenco di pii desideri i quali non hanno contribuito affatto a migliorare la situazione attuale, occorre ricordare che l’importo degli aiuti di 20 miliardi di euri nell’arco di 3 anni è inferiore al 2% di quello che gli Stati Uniti hanno speso nel 2008-2009 per salvare i banchieri e gli assicuratori responsabile della crisi.

Così, dopo aver teso la mano agli “amici musulmani” nell’ambito del discorso al Cairo (pur continuando dietro le quinte a destabilizzare il Medio Oriente) [2], dopo aver teso la mano agli “amici russi” (pur mantenendo le sue posizioni sulla difesa missilistica in Europa orientale), Obama tende la mano agli “amici africani” (pur mantenendo il suo elmetto neocoloniale molto ben calzato sulla testa) [3].

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Quando Obama deresponsabilizza i paesi ricchi

Il lungo discorso d’Obama a Accra, nel Ghana [4], fa seguito ad una serie di incontri con i suoi omologhi stranieri. Con il preteso di rifondare le relazione statunitensi con il resto del mondo, Obama, ancora una volta, eccelle nell’arte di sostenere l’apertura e il cambiamento, pur continuando ad applicare le funeste politiche dei suoi precedessori [5].

All’inizio, egli afferma che “tocca agli Africani decidere il futuro dell’Africa”. Tuttavia, mentre questa dichiarazione di buon senso mette tutti d’accordo, la realtà è sempre diversa, e l’azione dei Paesi del G8 è determinante da circa mezzo secolo nel privare i popoli africani della loro sovranità. Obama non dimentica di ricordare ch’egli ha « sangue africano nelle vene », come se ciò conferisse automaticamente più forza e legittimità al suo discorso. In ogni caso, il messaggio è chiaro : il colonialismo, di cui i loro antenati sono state le vittime non deve più costituire una scusa per gli Africani. Ci sono forti similitudini con il discorso pronunciato a Dakar dal presidente francese Nicolas Sarkozy qualche mese dopo la sua elezione [6], discorso che aveva sollevato un’onda di meritate proteste alla quale Obama sembra, per il momento, essere miracolosamente sfuggito… Ma noi abbiamo l’intenzione di riparare questa ingiustizia!

Velocissimamente, Obama deresponsabilizza l’Occidente riguardo allo stato attuale dello sviluppo del continente. Dichiarando che “lo sviluppo dipende dal buon governo” e che “questa è una responsabilità che soltanto gli Africani possono acquisire”, parte dal falso presupposto che la povertà che regna in Africa sia dovuta principalmente al cattivo governo ed alle libere scelte dei dirigenti africani. Insomma, la colpa è degli Africani. Niente di più sbagliato!

Con affermazioni quali «l’Occidente non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbawe degli ultimi dieci anni, né delle guerre, né dei bambini che vengono arruolati come soldati», il presidente Obama occulta il ruolo centrale dei paesi ricchi nell’evoluzione dell’Africa. Ed in particolare quello delle istituzioni finanziarie internazionali, FMI e Banca mondiale in testa, questi potenti strumenti di dominazione delle grandi potenze che organizzano la sottomissione dei popoli del Sud. Ciò viene fatto attraverso politiche di aggiustamento strutturale (sovvenzioni per l’abbandono di beni essenziali, tagli della spesa pubblica, privatizzazione delle imprese pubbliche, liberalizzazione dei mercati, ecc.) che impediscono la soddisfazione dei bisogni fondamentali, diffondendo una miseria dilagante, accrescono le disuguaglianze e consentono i peggiori orrori.

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Quando Obama compara l’incomparabile

Per sostenere le sue tesi, Obama confronta l’Africa con la Corea del Sud. All’inizio spiega che cinquanta anni fa, quando suo padre lasciò Nairobi per andare a studiare negli Stati Uniti, il Kenya aveva un PIL per abitante superiore a quello della Corea del Sud, prima di aggiungere: “Si è parlato dell’eredità del colonialismo e delle altre politiche praticate dai paesi ricchi. Senza voler minimizzare questo elemento, voglio dire che la Corea del Sud, lavorando con il settore privato e la società civile, è riuscito a impiantare alcune istituzioni che hanno garantito la trasparenza e la responsabilità”. (segue)

Fonte: IL DIRITTO DI SAPERE

Un’accusa di riciclaggio per la moglie di Abelli

Assessore, sposata con il vice coordinatore Pdl: «Solo un prestito»

Soldi scambiati con il re delle bonifiche Grossi

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MILANO, 5 agosto 2009 — Lei, Rosanna Gariboldi, è assessore all’«Or­ganizzazione interna e relazio­ni esterne» della Provincia di Pavia e moglie di Giancarlo Abelli, già assessore della Re­gione Lombardia prima di di­ventare parlamentare del Pdl e vicecoordinatore nazionale del Popolo della Libertà. Lui, Giuseppe Grossi, alla testa del­la «Sadi» quotata in Borsa, è il più grande imprenditore italia­no delle bonifiche ambientali di ex aree industriali. Pavesi entrambi. Ma a unirli c’è an­che altro. Un conto cifrato del­la moglie di Abelli a Montecar­lo, dalla singolare operatività: nel luglio 2007 bonifica a un conto svizzero gestito da un fi­duciario di Grossi 500.000 eu­ro, poi per due volte nel marzo e nell’ottobre 2008 riceve com­plessivamente 632.000 euro da conti esteri ‘schermati’ di Grossi. La Procura di Milano ha avviato una rogatoria inter­nazionale a Montecarlo sul conto di Gariboldi presso Ban­que J. Safra, al momento inda­gando la moglie di Abelli per l’ipotesi di reato di riciclaggio. Grossi è invece sotto inchiesta già da febbraio, quando due suoi collaboratori, gli ex del­la GdF Paolo Pasqualetti e Giu­seppe Anastasi, e il suo avvoca­to svizzero Fabrizio Pessina, sono stati arrestati con l’accu­sa d’aver riciclato all’estero per conto di Grossi 22 milioni sovrafatturati nei costi di boni­fica dell’area di Santa Giulia di Luigi Zunino. Con Santa Giulia il capitolo Gariboldi-Grossi c’entra nul­la: vi spunta solo per un disgui­do, buffa breccia nel muro di riservatezza bancaria. L’ha ri­costruito in un memoriale Pes­sina, che per Grossi gestiva so­cietà estere e che da Grossi ri­ceveva (tramite collaboratori) gli estremi dei conti ai quali mandare soldi, senza però mai sapere chi ci fosse dietro.

Un appunto sequestrato «ri­porta l’istruzione (ragionevol­mente da Anastasi e/o Pasqua­letti) rispetto alla necessità di bonificare 332.000 euro al con­to 17964 A alla banca J.Safra di Montecarlo» nel 2008. Lo staff di Pessina prova ad eseguire. Ma un altro «appunto a mano, ragionevolmente della mia se­greteria » (ritorno fondi, man­ca beneficiario ) fa capire cosa è accaduto: la banca vuole maggiore dettaglio. Gli uomi­ni di Grossi rispondono alla struttura di Pessina, con un al­tro appunto sequestrato, di di­re alla banca che «l’intestazio­ne del conto J.Safra è ‘ Associa­ti’. Saluti e Buon Pasqua». Ma neppure l’indicazione Associa­ti , da sola, basta alla banca, co­me si capisce dalla segretaria di Pessina che annota banca, dati beneficiario incompleti.
Alla fine è Banque Safra, con la segretaria Isabella, a quasi det­tare come vada compilato il bonifico: in alto a destra, allo­ra, nell’appunto la segretaria di Pessina «aggiunge Garibol­di , seguito da una freccia espli­cativa: dato Isabella devo indi­care » .

Così emerge l’abbinamento Associati 17964 Gariboldi . Da questo conto, Gariboldi il 27 luglio 2007 risulta aver ordina­to un bonifico di 500mila euro a uno dei conti gestiti da Pessi­na per conto di Grossi al Chias­so. Ma un’informativa GdF se­gnala ai pm «che, a fronte di questo accredito, il 17 marzo 2008 e il 6 ottobre 2008 sono stati eseguiti due bonifici di 332.000 e 300.000 euro a favo­re del conto monegasco» di cui beneficiaria è la moglie di Abelli. Che, interpellata dal Corriere , spiega: «Mi ha resti­tuito soldi che gli avevo presta­to. Grossi è un amico. Un gior­no mi ha detto: sto facendo un affare, se vuoi ti investo dei soldi. Glieli ho dati dal conto che ho in Francia per le spese di una casa che ho lì, e lui me li ha restituiti 18 mesi dopo, con un interesse del 10-12%». Prestare soldi a Grossi che ma­neggiava milioni in contanti? «Sono una persona semplice, forse troppo in buona fede». Che affare era? «Non lo so, non lo chiesi a Grossi». C’era un contratto tra voi? «No, nien­te nero su bianco, sa com’è con gli amici, anche le garan­zie non esistono, si fa un favo­re a un amico…».

Luigi Ferrarella
Fonte: il Corriere della Sera

Un’accusa di riciclaggio per la moglie di Abelli

Assessore, sposata con il vice coordinatore Pdl: «Solo un prestito»

Soldi scambiati con il re delle bonifiche Grossi

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MILANO, 5 agosto 2009 — Lei, Rosanna Gariboldi, è assessore all’«Or­ganizzazione interna e relazio­ni esterne» della Provincia di Pavia e moglie di Giancarlo Abelli, già assessore della Re­gione Lombardia prima di di­ventare parlamentare del Pdl e vicecoordinatore nazionale del Popolo della Libertà. Lui, Giuseppe Grossi, alla testa del­la «Sadi» quotata in Borsa, è il più grande imprenditore italia­no delle bonifiche ambientali di ex aree industriali. Pavesi entrambi. Ma a unirli c’è an­che altro. Un conto cifrato del­la moglie di Abelli a Montecar­lo, dalla singolare operatività: nel luglio 2007 bonifica a un conto svizzero gestito da un fi­duciario di Grossi 500.000 eu­ro, poi per due volte nel marzo e nell’ottobre 2008 riceve com­plessivamente 632.000 euro da conti esteri ‘schermati’ di Grossi. La Procura di Milano ha avviato una rogatoria inter­nazionale a Montecarlo sul conto di Gariboldi presso Ban­que J. Safra, al momento inda­gando la moglie di Abelli per l’ipotesi di reato di riciclaggio. Grossi è invece sotto inchiesta già da febbraio, quando due suoi collaboratori, gli ex del­la GdF Paolo Pasqualetti e Giu­seppe Anastasi, e il suo avvoca­to svizzero Fabrizio Pessina, sono stati arrestati con l’accu­sa d’aver riciclato all’estero per conto di Grossi 22 milioni sovrafatturati nei costi di boni­fica dell’area di Santa Giulia di Luigi Zunino. Con Santa Giulia il capitolo Gariboldi-Grossi c’entra nul­la: vi spunta solo per un disgui­do, buffa breccia nel muro di riservatezza bancaria. L’ha ri­costruito in un memoriale Pes­sina, che per Grossi gestiva so­cietà estere e che da Grossi ri­ceveva (tramite collaboratori) gli estremi dei conti ai quali mandare soldi, senza però mai sapere chi ci fosse dietro.

Un appunto sequestrato «ri­porta l’istruzione (ragionevol­mente da Anastasi e/o Pasqua­letti) rispetto alla necessità di bonificare 332.000 euro al con­to 17964 A alla banca J.Safra di Montecarlo» nel 2008. Lo staff di Pessina prova ad eseguire. Ma un altro «appunto a mano, ragionevolmente della mia se­greteria » (ritorno fondi, man­ca beneficiario ) fa capire cosa è accaduto: la banca vuole maggiore dettaglio. Gli uomi­ni di Grossi rispondono alla struttura di Pessina, con un al­tro appunto sequestrato, di di­re alla banca che «l’intestazio­ne del conto J.Safra è ‘ Associa­ti’. Saluti e Buon Pasqua». Ma neppure l’indicazione Associa­ti , da sola, basta alla banca, co­me si capisce dalla segretaria di Pessina che annota banca, dati beneficiario incompleti.
Alla fine è Banque Safra, con la segretaria Isabella, a quasi det­tare come vada compilato il bonifico: in alto a destra, allo­ra, nell’appunto la segretaria di Pessina «aggiunge Garibol­di , seguito da una freccia espli­cativa: dato Isabella devo indi­care » .

Così emerge l’abbinamento Associati 17964 Gariboldi . Da questo conto, Gariboldi il 27 luglio 2007 risulta aver ordina­to un bonifico di 500mila euro a uno dei conti gestiti da Pessi­na per conto di Grossi al Chias­so. Ma un’informativa GdF se­gnala ai pm «che, a fronte di questo accredito, il 17 marzo 2008 e il 6 ottobre 2008 sono stati eseguiti due bonifici di 332.000 e 300.000 euro a favo­re del conto monegasco» di cui beneficiaria è la moglie di Abelli. Che, interpellata dal Corriere , spiega: «Mi ha resti­tuito soldi che gli avevo presta­to. Grossi è un amico. Un gior­no mi ha detto: sto facendo un affare, se vuoi ti investo dei soldi. Glieli ho dati dal conto che ho in Francia per le spese di una casa che ho lì, e lui me li ha restituiti 18 mesi dopo, con un interesse del 10-12%». Prestare soldi a Grossi che ma­neggiava milioni in contanti? «Sono una persona semplice, forse troppo in buona fede». Che affare era? «Non lo so, non lo chiesi a Grossi». C’era un contratto tra voi? «No, nien­te nero su bianco, sa com’è con gli amici, anche le garan­zie non esistono, si fa un favo­re a un amico…».

Luigi Ferrarella
Fonte: il Corriere della Sera

Manifestazione contro il ponte sullo Stretto

Messina – Piazza Cairoli – Sabato 8 agosto 2009 alle ore 18.00

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Il piano per le infrastrutture varato dal Governo si configura come un vero e proprio regalo nei confronti dei grossi contractor (Impregilo in testa) che fanno del rapporto con le istituzioni pubbliche la loro fortuna. Dei 16 miliardi di Euro complessivi, 1,3 sono stati destinati al Ponte sullo Stretto, opera che ha acquisito un valore simbolico ormai superiore anche allo stanziamento previsto.

All’operazione infrastrutture viene assegnato il significato del rilancio dell’economia e dell’occupazione. Si tratta di un nuovo corso a carattere globale con enormi investimenti (seppure ogni paese lo configuri con caratteristiche differenti). In realtà difficilmente questo tipo di politiche avrà un vero effetto anticiclico (ancora meno miglioreranno le condizioni di vita dei lavoratori colpiti dalla crisi), ma sicuramente servirà a trasferire risorse dal pubblico alle imprese private che sono impegnate in questo settore di mercato. La costruzione del ponte sullo Stretto, al di là del portato di distruzione di un’area paesaggisticamente straordinaria e di importanza unica dal punto di vista naturalistico e della devastazione cui condurrebbe Messina e Villa San Giovanni a causa di immensi cantieri che interesserebbero queste città per molti anni, non ha alcuna logica dal punto di vista trasportistico ed economico. Tutti gli studi condotti negli ultimi anni, infatti, a partire da quelli degli advisor ingaggiati dal governo italiano indicano in alti tassi di crescita del meridione (almeno il 3,8 %) la condizione perché il ponte possa essere seppur minimamente profittevole. A tali tassi corrisponderebbe, infatti, un incremento dei transiti che indurrebbe quegli introiti che giustificherebbero economicamente l’opera. Com’è evidente, però, siamo molto lontani da questi dati ed infatti negli ultimi anni il traffico nello Stretto di Messina ha visto un netto ridimensionamento piuttosto che l’auspicato incremento. I tanto sbandierati ingorghi agli imbarcaderi (che giustificherebbero l’opera) sono in realtà ormai rari e in larga misura causati da una riduzione della flotta e dalla progressiva opera di dismissione portata avanti dalle Ferrovie dello Stato nel mezzogiorno. E allora sarà alquanto difficile che possa esserci un investimento di privati in un’opera che non dà alcuna garanzia di profitti (nonostante le clausole di rivalsa che prevedono il rimborso del 50% dell’investimento allo scadere della concessione). Il finanziamento (se ci sarà, col miliardo e trecento milioni attuali avvieranno progettazione ed opere propedeutiche e/o compensative) sarà interamente pubblico e verrà, come spesso ripetuto da Matteoli, recuperato in larga parte sul mercato finanziario (attraverso prestiti e/o obbligazioni) rinviando il debito alle generazioni successive. Inoltre, i 40000 addetti propagandati dal Governo sono da ridurre, secondo recenti studi, basati peraltro anche sulle rilevazioni condotte dagli advisor, a circa 5000 di cui solo 2000 locali. Il movimento Noponte ha sempre espresso la propria contrarietà al Ponte sullo Stretto non soltanto per motivazioni ambientali, economiche, trasportistiche, sociali ma anche sollevando gravi interrogativi su aspetti tecnici legati alla scarsa valutazione sull’alta sismicità dell’area, sulla tenuta delle saldature del Ponte, sui limiti tecnologici attuali per garantire una “luce” così lunga, ecc.. Quegli interrogativi sono oggi confermati ed addirittura aggravati non da un tecnico qualsiasi ma addirittura da quello che fu il presidente del comitato tecnico-scientifico per la verifica della fattibilità del Ponte ovvero il prof. Remo Calzona che dichiara apertamente in una intervista a “La Repubblica” di avere sbagliato le previsioni: la soluzione del Ponte a campata unica è oggi assai più costosa e per nulla immune da crisi strutturali; il Ponte potrebbe collassare a causa della fatica dei materiali (il cosiddetto fletter,che provocò la caduta del ponte di Tacoma, sopra Los Angeles); è molto probabile che il Ponte subisca il fenomeno del galopping, ovvero una deformazione patita in Danimarca dal nastro d’asfalto del ponte sullo Storebelt, impedendo il passaggio di cose e persone, ovvero il motivo ufficiale per il quale si costruisce un Ponte!!! Il 22 gennaio 2006 una grande manifestazione partecipata da decine di migliaia di persone (con la partecipazione di una folta delegazione di No Tav) invase le strade di Messina e determinò di fatto uno stop alla costruzione del ponte. Il Governo Prodi, infatti, inserì l’opera tra quelle non prioritarie. Non cancellò, però, la Stretto di Messina Spa (società incaricata di gestire la costruzione del ponte), né rescisse il contratto firmato da Berlusconi con Impregilo poco prima della scadenza del suo mandato è risultato, così, agevole al nuovo Governo Berlusconi rilanciare l’operazione. Per fermare nuovamente la costruzione del ponte sullo Stretto sarà oggi necessario ricostruire le condizioni che portarono a quella grande mobilitazione di piazza. Lo abbiamo fatto una volta, possiamo rifarlo.

Info: retenoponte.it

E-mail: ivanmirko@hotmail.it

Fonte: Antimafia Duemila

Bergamo, immigrata marocchina si suicida “Era disperata. Non riusciva a regolarizzarsi”

Il corpo di F.A., 27 anni, è stato ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro
Il fratello, con regolare permesso, ha raccontato che la ragazza era disperata

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BERGAMO, 7 agosto 2009 Si è uccisa perché era clandestina e non riusciva a regolarizzarsi, e per questo era caduta in depressione. Il corpo senza vita di F.A., 27 anni, marocchina, è stato ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro. La donna, notata da alcuni passanti, era sotto il ponte del centro storico, è stato riportato a riva alle 21 circa.

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E’ stato il fratello Mohamed stamattina a presentarsi ai carabinieri per denunciare la scomparsa della sorella, uscita di casa ieri alle 14. L’uomo, che invece è regolare (come anche i genitori) e vive proprio a Ponte San Pietro, ha raccontato che F. era disperata: era irregolare in Italia, aveva tentato in tutti i modi di regolarizzare la sua posizione ed era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato. E questo l’avrebbe portata a uccidersi.

Ma gli inquirenti del posto sono scettici: la ragazza, infatti, era in Italia da cinque anni e viveva presso la famiglia. Si pensa quindi che il suicidio sia legato solo a problemi psichici.

fonte: la Repubblica

Istat: 4,9% italiani in povertà assoluta, 8 milioni i poveri

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Nel 2008 in Italia 1.126.000 famiglie è risultato in condizioni di povertà assoluta, per un totale di 2.893.000 persone, pari al 4,9 per cento dell’intera popolazione. E’ quanto emerge dal rapporto Istat sulla povertà. Quasi 5 italiani su 100 possono essere considerati ‘i poveri tra i poveri’ dal momento che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

Secondo l’Istituto di statistica, inoltre, sono 8 milioni 78mila le persone relativamente povere in Italia, il 13,6% dell’intera popolazione. Le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono stimate nel 2008 in 2 milioni e 737mila (11,3%). Il fenomeno è maggiormente diffuso al sud (23,8%), dove l’incidenza di povertà relativa è quasi cinque volte superiore a quella del resto del Paese.

La percentuale di famiglie relativamente povere (la soglia di povertà per un nucleo di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona e nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro) , riferisce l’Istat, è comunque sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni e immutati sono i profili della famiglie povere. Il fenomeno è stabile rispetto al 2007 a causa del peggioramento osservato tra le tipologie familiari che tradizionalmente presentano un’elevata diffusione della povertà e del miglioramento della condizione delle famiglie di anziani. L’incidenza di povertà risulta però in crescita tra le famiglie più ampie (dal 14,2% al 16,7% tra quelle di quattro persone e dal 22,4% al 25,9% tra quelle di cinque o più) , soprattutto per le coppie con due figli (dal 14% al 16,2%) e ancor più tra quelle con minori (dal 15,5% al 17,8%).

Fonte: rassegna.it

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Stando a quanto abbiamo pubblicato ad aprileIn Italia 975mila famiglie si trovano in condizioni di proverà assoluta. In queste famiglie vivono 2milioni e 427mila individui pari al 4,1% dell’intera popolazione. È quanta rileva l’Istat nel rapporto sulla povertà assoluta in Italia nel 2007.” (fonte La Stampa), mentre a novembre scrivevamo cheL’11,1 per cento delle famiglie residenti in Italia sono povere. Si tratta di 2.653.000 nuclei, pari a 7.542.000 persone, il 12,8% dell’intera popolazione. Lo afferma l’Istat che oggi ha presentato i dati sulla povertà relativa nel 2007.” (fonte, questa volta, La Repubblica).

I dati confrontabili, a rigore, sono quel 13,6% calcolato per il 2008 e l’11,1% del 2007: sostanzialmente stabili, dice l’Istat. Ma se la crisi che a detta del nostro presidente del consiglio non c’era poi è anche (misteriosamente) finita, come mai la povertà (relativa, capiamoci…) non è calata? Anche a prendere in esame i dati “assoluti”, riscontriamo un 4,9% per il 2008 contro un 4,1% del 2007 – che “tradotto” significa qualcosa come 466.000 persone, cioè 151.000 nuclei familiari che non ce la fanno proprio a tirare la fine del mese. Noccioline? Certo, se raffrontate alla popolazione mondiale. Ma perché dobbiamo cattolicamente guardare a chi sta peggio anziché cercare di fare qualcosa di buono per tutti? A parte il fatto che – oltretutto – ultimamente sono stata a Sanremo, al porto, e non potete immaginare la quantità di yacht ormeggiati colà… non le barchette dei pescatori e nemmeno i velieri che amorevolmente gli appassionati si sono comprati con una vita di lavoro ed a cui fanno la manutenzione personalmente: parlo proprio di quelle “barche” dai 20 metri in su (cifra simbolica, è chiaro: non è che ce l’abbia con tutti quelli che li possiedono). Ma quelli sono per così dire “orfani”, i loro proprietari sono pensionati nullatenenti… stavo riflettendo che con gli stessi soldi con i quali potrei comprarmi un appartamento, potrei pure farmi una barca… come in Olanda: casa mobile. Già… peccato che quei soldi non ce li abbia. Proprio come i “poveri relativi”. Non c’è nessun Robin Hood all’orizzonte???

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Calabria, Acquaformosa si “deleghizza”

«Volete camleghistabiare il Tricolore. Volete le gabbie salariali, e poi presidi, magistrati, poliziotti e carabinieri, impiegati dell’Inps e del catasto, tutti con il “passaporto” della Padania in tasca e il dialetto bergamasco sulla lingua. Insomma: volete sfasciare l’Italia. E noi ci deleghistizziamo». Incespica sull’ultima parola – un neologismo brutto ma necessario – ma riesce a dirla Giovanni Manoccio. Un sindaco che ha già sollevato un vespaio di polemiche. Perché il suo Comune (per sadico gusto della suspense vi diremo dopo come si chiama e dove si trova) è il primo d’Italia ad essersi «deleghistizzato».

Tranquilli, è tutto a posto. C’è una regolare delibera, approvata il 4 agosto all’unanimità, che prevede finanche l’installazione di «pannelli all’interno della cittadina con l’indicazione di “Paese deleghistizzato”». Ma c’è anche di più, l’approvazione di un decalogo sui «comportamenti da tenere nei confronti di tutti i popoli, compresi quelli celtico-padani». Dieci punti che vale la pena leggere perché sono il trionfo dell’ironia (merce rara in questa Italia intristita), con le citazioni dei vari «uomini di pensiero» leghisti (da Gentilini a Salvini, per capirci) modificate fino a renderle politicamente corrette. «Nel nostro paese non togliamo le panchine per gli immigrati, anzi le dotiamo di cuscini» (Citazione di Gentilini, il sindaco sceriffo). «Nel nostro paese non disinfettiamo i luoghi dove vivono gli immigrati: i nostri luoghi sono puliti naturalmente» (Tanto per sistemare il Borghezio che spruzzava spray sui vagoni frequentati dalle ghanesi). «Da noi è vietato scrivere “Forza Etna” o “Forza Vesuvio”: ma si può scrivere: “Fate l’amore non la guerra”. (E così quelli del pratone di Pontida sono contenti). «Nel nostro paese è vietato fare gli esami di dialetto per l’insegnamento nelle scuole: basta l’esame di abilitazione nazionale». (Tanto per avvertire la ministra Gelmini). «Nel nostro paese non sono ammesse le ronde: è consentito il libero passaggio e lo “struscio”». (Maroni ascolti). «Sono abolite le magliette con scritte offensive verso l’Islam: meglio essere nudi che cretini». (Calderoli, invece, si veste). «Nel nostro paese non si può gridare “Roma ladrona”: si può cantare “Roma capoccia”». Ma sono gli ultimi punti del decalogo a spiegarci in quale regione si trova il Comune ribelle e come si chiama. «Nel nostro paese non occorre affermare di avercelo duro: perché tutti lo sanno» e «Alberto Da Giussano da noi è ritenuto un dilettante al cospetto del nostro Giorgio Castriota Skanderbergh».

Siamo in Calabria. Terra di uomini tosti, di briganti e poeti, mafiosi e filosofi pazzi che ancora sognano la «Città del Sole», sinceri patrioti e un esercito di «Cetto La Qualunque» («Cchiù pilu pi tutti») pronto a ridicolizzare il celodurismo bossiano. E siamo ad Acquaformosa, nel cuore del Pollino. Paese di tradizioni antichissime, una delle rare isole linguistiche italiane, qui dal 1500 si parla arberesh, la lingua degli albanesi che trovarono rifugio in queste plaghe dopo la sconfitta di Giorgio Castriota Skanderbergh. Lingua, usi, costumi e tradizioni culinarie sono state conservate con gelosia. «Mire se na erdhet Firmoza» (benvenuti a Firmoza, Acquaformosa), c’è scritto all’ingresso del paese. «Timba piasur» (Pietra spaccata) è il luogo dove si trova la chiesa più bella del paese, quella di Santa Maria al Monte, nei secoli IX e X rifugio dei monaci che volevano salvarsi dalle persecuzioni islamiche. Se poi volete respirare atmosfere romaniche e tradizioni greco-bizantine e occidentali che si sono fuse nel corso dei secoli, dovete calpestare il sagrato della chiesa di San Giovanni Battista, nel cuore di «Firmoza».

Ma, più del monumento a Giorgio Castriota, sono i volti delle persone a raccontare la magia di questo luogo che ha imparato il valore grande della tolleranza e della convivenza tra genti diverse. Un pezzo minuscolo d’Italia che però ha partecipato, e sempre in prima fila, alla storia patria. Annunziato Capparelli, intellettuale e medico, il 3 aprile 1848 fondò la «Giovane Italia» e partecipò con altri sedici paesani alla «insurrezione calabra». Tra i Mille di don Peppino Garibaldi si contano molti «firmosioti». Giovanni Malescio, nome di battaglia «Vanni», durante la Resistenza fu comandante della Prima divisione della «Brigata Garibaldi».

«Questa è Italia, è Sud, è Calabria», dice il sindaco Giovanni Manoccio. «Non ce l’abbiamo con la Lega. I leghisti, per certi aspetti e per la loro folkloricità mi sono pure un po’ simpatici, ce l’ho con quella cultura che appartiene a certe “menti illuminate” del nord che guardano la Calabria con disprezzo. La mia è una provocazione, nessuno la può leggere come un episodio di razzismo al contrario. Noi siamo un popolo accogliente, tollerante, siamo una minoranza linguistica che quotidianamente si spacca la schiena per tirare avanti e per conservare le nostre migliori tradizioni, un patrimonio civile e culturale dell’Italia intera. Ma che ne sanno a Milano? Ci ho vissuto per quattro anni da meridionale emigrante. Lassù sanno poco dei nostri problemi, alleviamo i nostri figli con cura, li facciamo studiare e poi se ne vanno al nord ad arricchire l’economia di quelle regioni». Rabbia meridionale, provocazione, ironia, anche sano sfottò, che però nascondono un malessere vero. Che richiederebbe menti allenate alle buone letture per essere compreso. Il ministro leghista Luca Zaia ovviamente non capisce. E replica come sa fare.

«Il sindaco di Acquaformosa ha la mente smarrita. Venga a risciacquare i suoi deliri e i suoi fantasmi nelle acque del Po». Il sindaco sorride «qui da noi l’acqua è così pura che se proprio devo risciacquare…». Poi, però, si fa serio e rilancia. «Quando leggo certe prese di posizione finanche di ministri del governo con la tessera leghista in tasca e il fazzoletto verde in bella mostra, rabbrividisco. Poi penso che questi signori non conoscono l’Italia dei mille campanili e delle tante diversità. E allora conosciamoci meglio, noi siamo pronti a gemellarci con un paese del nord. Chi verrà a trovarci potrà soggiornare a nostre spese. Li porteremo in giro ad ammirare i luoghi, li faremo vivere a stretto contatto con la nostra gente, potranno ascoltare la parlata dei vecchi, la nostra lingua, ammirare le bellezze del paese, ma anche sentire le speranze dei giovani. Quelli ai quali la ministra Gelmini voleva cancellare la scuola elementare». Una storia dell’autunno scorso. Anche allora Acquaformosa fece parlare di sé: mancava il numero esatto dei bambini previsti dalle nuove norme e la scuola rischiava di chiudere. I piccoli delle elementari destinati a farsi qualche chilometro ogni giorno per studiare. E allora il paese intero si mobilitò, i nonni (anche qualche ultraottantenne) si iscrissero in massa alla prima classe. Vecchi e giovani, come ad Acquaformosa fanno dal 1500, salvarono il paese e la tradizione.

di Enrico Fierro su “l’Unità” ma noi l’abbiamo preso da il Brigante Rosso