Archivio | agosto 10, 2009

La paura a telecomando

di Ilvo Diamanti – 9 agosto 2009

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La paura a telecomando

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Ora che il decreto sulla sicurezza è entrato in vigore siamo sicuramente più sicuri. Le ronde sono state, finalmente, istituzionalizzate. La clandestinità è reato. Tuttavia, la sicurezza si è affermata anche senza decreti.

Lo confermano i dati del Ministero dell’Interno. Nel 2008 il numero dei reati è sceso di otto punti percentuali rispetto all’anno prima. La riduzione riguarda tutti i tipi di delitti. Dalle rapine agli scippi ai furti. Resta il problema della percezione, che tanto preoccupa il centrodestra. Oggi che governa. Assai meno ieri, quand’era all’opposizione. Negli anni del governo guidato da Prodi, quando al Viminale c’era Amato, era legittimo avere paura. Anche se il calo dei reati è cominciato nella seconda metà del 2007. Ed è proseguito nel semestre successivo.

Andare troppo a fondo nell’analisi dell’evoluzione dei reati, però, potrebbe sollevare qualche dubbio. Sul fatto che la sicurezza in Italia costituisca un’emergenza. O almeno: un problema emergente. Nuovo. In fondo, risalendo al 1991, quasi vent’anni fa, si scopre che il peso dei reati è superiore a quello attuale: 4666 per 100mila abitanti, allora; 4520 oggi. In termini percentuali: lo 0,1 in più. Non molto, si dirà. Anche se, quando si tratta di reati, ogni frazione è rilevante. Tuttavia, la verità è che la variazione percentuale dei reati (negli ultimi dieci anni, almeno) ha un andamento ondivago. Ma segna una sostanziale continuità. Dal 4,2% sulla popolazione, nel 1999, si passa al 4,5% di oggi. Una variazione minima. Che, peraltro, conferma l’Italia come uno dei paesi più sicuri – o meno insicuri – d’Europa.

I cambiamenti più rilevanti, nello stesso periodo, riguardano, invece, la sfera delle percezioni. A fine anni novanta l’Italia era attanagliata dall’angoscia. Poi, nella prima metà del nuovo millennio si è rassicurata. Per cadere preda del terrore nei due anni seguenti. Fino a intraprendere di nuovo una strada più sicura, a partire dall’autunno del 2008. Come ha mostrato il II Rapporto Demos-Unipolis, presentato lo scorso novembre.

Un dato recente suggerisce, peraltro, che la tendenza non sia cambiata. Anzi. In occasione delle elezioni del 2008, infatti, il 21% degli elettori aveva indicato nella “lotta alla criminalità” il tema più importante ai fini della scelta di voto. Ma alle elezioni europee del 2009 questa componente si riduce sensibilmente: 12%. (Indagini post-elettorali condotte da LaPolis, Università di Urbino). Difficile vedere nel cambiamento del clima d’opinione solo – o principalmente – il riflesso della “realtà”, come alcuni pretenderebbero. In fondo, l’aumento dei reati che, per quanto limitato, si verifica nel biennio 2004-2005, non accentua l’inquietudine sociale. Mentre negli anni seguenti la paura dilaga.

Un osservatore malizioso potrebbe, semmai, cogliere una costante politica, dietro ai mutamenti dell’opinione pubblica. Visto che, incidentalmente, l’insicurezza cresce quando governa il centrosinistra. E viceversa. Tuttavia, la relazione più significativa riguarda senza dubbio l’attenzione dedicata dai media. In particolare, dalla televisione. Anzi, sotto questo profilo, assistiamo davvero a una realtà – o forse a una fiction – profondamente nuova e diversa rispetto al passato.

Basta scorrere i dati del recentissimo report dell’Osservatorio di Pavia su “Sicurezza e media” (curato da Antonio Nizzoli) per rilevare la rapida eclissi (scomparsa?) della criminalità in tivù. Infatti, i telegiornali di prima serata delle 6 reti maggiori (Rai e Mediaset) dedicano agli episodi criminali ben 3500 servizi nel secondo semestre del 2007, poco più di 2500 nel secondo semestre del 2008 e meno di 2000 nel primo semestre di quest’anno. In altri termini: se i fatti criminali sono calati di 8 punti percentuali in un anno, le notizie su di essi, nello stesso periodo, sono diminuite di 20. Ma di 50 (cioè: si dimezzano) se si confronta il secondo semestre del 2007 con il primo del 2009. Più che un calo: un crollo. In gran parte determinato da due fonti. Tg1 e Tg5, che da soli raccolgono e concentrano oltre il 60% del pubblico. Le notizie relative ai reati proposte dal Tg1 in prima serata, dal secondo semestre del 2007 al primo semestre del 2009, si riducono: da oltre 600 a meno di 300. Cioè: si dimezzano. Insomma, per riprendere i propositi del nuovo direttore del Tg1 (poco responsabile di questo trend, visto che è in carica solo da giugno): niente gossip; ma neppure nera. Solo bianca. Tuttavia, è nel Tg5 che il calo di attenzione in tal senso assume proporzioni spettacolari. Il numero di servizi dedicato a episodi criminali, infatti, era di 900 nel secondo semestre del 2007. Nel primo semestre del 2009 scende a 400. Insomma, la criminalità si riduce un po’ nella percezione sociale e sensibilmente nell’opinione pubblica. Ma nella piattaforma televisiva unica di Raiset – o Mediarai – quasi svanisce. E chi non si rassegna (come Canale 3 – pardon: Tg3) viene redarguito apertamente dal premier. Il quale, tuttavia, non ha motivo di avere paura. Se – come ha recitato tempo addietro – l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura. E la paura erompe soprattutto dalla televisione. In questo paese dove il confine tra realtà reale e mediale è sempre più sottile. Allora il premier non ha nulla da temere. Ronda o non ronda. Ronda su ronda. La paura scompare insieme alla criminalità. Oppure riappare. A (tele) comando.

Fonte: la Repubblica

LAVORO: A MARCELLINA (RM) OPERAI PROTESTANO SU UNA TORRE DI 50 METRI

IRIS – ROMA, 10 AGO – Starebbero protestando su una torre di 50 metri a Marcellina, in localita’ Cesalunga, in provncia di Roma. Sono i lavoratori della ”Calci idrate Marcellina”, una ditta che da circa 40 anni produce e distribuisce intonaci, collanti, vernici e calce idrata. Secondo idiscrezioni il comune di Marcellina non avrebbe rinnovato alla ditta il permesso per l’escavazione di calcare e il contratto di locazione.  Dunque per la fine di agosto sarebbe prevista la chiusura della società e i lavoratori rischierebbero in tal modo il posto di lavoro.

Fonte: Iris Press

Berlusconi e l’informazione: il TG3

Rai3, TG3: oggi e sempre ”Spottone” con minacce

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di Paolo Cufino – 8 agosto 2009

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Non dobbiamo più sopportare, non possiamo più sopportare che….

Non ci crederete ma queste parole non le ha pronunciate qualche povero connazionale che ha perso il posto di lavoro e non ha la cassa integrazione nè uno di quei dipendenti dell’INNSE che, dall’alto di una gru, stanno combattendo per non essere sbattuti, immeritatamente, in mezzo a una strada, meno che mai un terremotato aquilano costretto a vivere, con questo caldo, sotto una tenda e nemmeno un commerciante meridionale obbligato, per lasciar sopravvivere la propria azienda, a pagare il pizzo.

No! Questa frase all’indirizzo di una giornalista del TG3 è stata pronunziata da Berlusconi durante lo “spottone” tenuto l’altro ieri a Palazzo Chigi. Il solito “spottone”, nel quale il sultano ci ha spiegato che mai prima d’ora un governo aveva fatto tanto.

Tanto male, aggiungo io. Mai un governo aveva fatto simili, irreparabili danni alla nostra Repubblica in così breve tempo e con una così compatta protervia, infarcita di decreti legge e di voti di fiducia tali da vanificare ogni tentativo dell’opposizione per far funzionare, al minimo della dignità, il nostro Parlamento.

La frase del premier era per far capire, a chi non la pensa come lui, che una sola rete che contrasta con coraggio e abnegazione le menzogne che cinque TG, ripetuti ossessivamente dalla mattina fino a notte fonda, diffondono obnubilando le menti degli italiani e facendo loro credere cose che non esistono, questa sola rete, dicevo, deve smetterla e assoggettarsi anch’essa ai suoi desiderata.

Mi tornano in mente le parole di Francesco Saverio Borrelli, Procuratore Generale della corte d’appello di Milano, quando in una memorabile conferenza per l’apertura dell’anno giudiziario 2002 invitò la collettività nazionale a ribellarsi al degrado civile e morale imperante e a “resistere, resistere, resistere”. Queste parole che oggi risultano essere di un’attualità che sconcerta le giro a quelli del TG3. Esorto giornalisti come Antonio Di Bella, Bianca Berlinguer, Maria Cuffaro, Giovanna Botteri, Mariella Venditti, Giuliano Giubilei, Lucia Goracci, Maurizio Mannoni e tutti quelli che dimentico, a non piegarsi ai ripetuti tentativi d’intimidazione e a continuare sulla loro strada. Sappiano, questi splendidi giornalisti, che essi sono, per molti di noi, l’unica consolazione all’esborso obbligatorio del canone Rai e sappia il presidente del consiglio che il danaro pubblico col quale vengono retribuiti Vespa, Minzolini, Sangiuliano etc. è anche nostro, è anche di chi non regge più le ripetute menzogne che il manipolo di giornalisti col quale la sua maggioranza ha colonizzato la Rai ci propina quotidianamente senza un minimo di ritegno.

Dello “spottone” cos’altro si può dire? Il premier ha ancora una volta parlato di un’Italia che non esiste. Ha citato l’OCSE e ha dimenticato di dire che il PIL ha segnato -6%: il peggior risultato dal 1980. Si è attribuito il merito dell’accordo tra Putin e Erdogan determinando la sorpresa dei turchi per questa indebita, strana attribuzione.

Ormai penso sia chiaro a tutti: con il proprio prestigio nella polvere non c’è più un solo capo di governo di una democrazia occidentale disposto a offrirgli una sponda e allora il cavaliere, cerca disperatamente di risalire la china attribuendosi meriti internazionali che non ha, ma anche in questa tattica deve accontentarsi di personaggi ambigui come Putin, Erdogan, Gheddafi al quale ultimo ha fatto, per rendersi simpatico e ottenere quanto gli chiedeva la Lega Nord, mirabolanti promesse con i nostri soldi.

Tratto da: agoravox.it

Fonte: Antimafia Duemila

L’insostenibile pesantezza dell’etere

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Di Gianvito Rutigliano – 9 agosto 2009

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Silvio tg3

Gli attacchi di Berlusconi, da presidente del Consiglio o da capo dell’opposizione, alle testate giornalistiche a lui storicamente avverse  (Tg3 e l’Unità su tutte e, di recente, la Repubblica e il gruppo l’Espresso) sono ormai consuetudini del dibattito politici-media in Italia. Ma probabilmente il colpo di frusta inferto in questi giorni ai danni del telegiornale diretto da Antonio Di Bella (già definito il 4 maggio 2005, a Ballarò [minuto 7.30], “macchina terribile della Rai televisione”) non ha eguali. O forse solamente uno, il famoso Editto Bulgaro.

Il rifiuto di rispondere alle domande perché poste da giornalisti delle testate incriminate o lo scherno ai loro danni non sono una novità, mentre lo è l’esplicita presa di mira di una realtà, come quella Rai, controllabile per la sciagurata legge che affida al potere politico il controllo del servizio pubblico mediatico. Un’affermazione come quella del premier sarebbe stata minimizzata come uno sfogo da frustrato, in altri Paesi. Nel nostro, invece, è necessariamente letta come una minaccia diretta e molto pericolosa, tanto da sollecitare la reazioni delle diverse parti in campo.  Per il presidente Rai Paolo Garimberti:

«L’informazione del Servizio Pubblico non è, e non deve mai essere, nè pro nè contro alcuno ma ha l’obbligo di raccontare i fatti. Le notizie non hanno colore nè odore e vanno date tutte, sempre, ma tenendole accuratamente separate dalle opinioni».

Il Tg3, attraverso un comunicato del comitato di redazione, esprime tutto il suo disappunto:

«Le affermazioni del presidente del Consiglio relative al Tg3 lasciano pochi dubbi sulla percezione della libertà di stampa da parte di una delle più alte cariche dello Stato. Mette tristezza, poi, l’interpretazione del ’servizio pubblico’ come docile strumento di propaganda».

Nemmeno i maggiori editorialisti della stampa lasciano impunite le parole del Premier, da Mauro e D’Avanzo su Repubblica, a Grasso sul Corriere della Sera, alle previsioni di Mattia Feltri su La Stampa («L’avvertimento è partito e la guerra, a settembre, ripartirà tosta. Sempre che si fermi almeno ad agosto»), fino al sempre equilibrato Stefano Folli su Il Sole 24 ore che non può non bollare la dichiarazione di Berlusconi come:

«(…) un attacco pubblico al Tg3 che è sembrato a tutti una grossolana sciocchezza. O magari un tentativo di intimidazione, l’ennesimo annuncio di una resa dei conti. Quasi la riedizione del famoso “editto bulgaro” contro Biagi e Santoro».

Una delle poche voci fuori dal coro è quella di Gianluigi Paragone, già rifiutato da Garimberti come nuovo vicedirettore di Raiuno, che dalle colonne di Libero attacca l’informazione partigiana sul modello Tg3 in un editoriale dall’eloquente titolo “Cavaliere senza macchia“.

Anche le opposizioni esprimono tutto il loro disappunto, promettendo, di questo passo, una mobilitazione a settembre per la libertà di stampa e informazione (Franceschini, PD) e mettendo in guardia su un ipotetico passaggio alle vie di fatto fisiche contro la libertà di informazione, come in Russia (Di Pietro, IDV).

Ma forse è il caso di ascoltare i famigerati quattro titoli contro il Governo dell’edizione delle 19 del Tg3 del 6 agosto. La stessa redazione, con una finestra all’interno della trasmissione di approfondimento Linea Notte ha rinfrescato la memoria di tutti:


Piuttosto singolare osservare come l’apertura sia affidata ad argomenti che appena sfiorino l’Esecutivo e che, se anche lo avessero attaccato apertamente, ne avrebbero avuto diritto, fino al limite della veridicità della notizia (per il codice deontologico dell’Ordine dei giornalisti). Qualche sospetto, forse, viene osservando i titoli dell’edizione delle 18 di Studio Aperto e delle 20 del Tg5. Non, come si nota, un attacco alle opposizioni o una (estrema) esaltazione del Governo, ma un azzeramento della discussione politica. Ecco allora che l’invito di Berlusconi a non attaccare maggioranza e minoranza parlamentare si concretizza in una chiara richiesta di rammollimento di giornali e telegiornali, per camuffare la realtà circostante l’utente ed evitare quelle notizie cattive, turpi e che possano abbattere il cittadino in un falso paradiso,  a mo’ de “il migliore dei mondi possibili”, la cui percezione è invece tanto cara al presidente del Consiglio.

Ci aspettano altre stagioni di grandissima passione e, verosimilmente, di grandissima sofferenza.

Fonte: Diritto di critica

Benito Berlusconi: “Non sopporto che l’informazione (Tg3) mi attacchi”

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di Alessandro Cardulli – 7 agosto 2009

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La confessione: è questo il titolo del monologo di Berlusconi recitato ai giornalisti ormai quasi tutti  accucciati, incapaci non diciamo di ribellione, ma di esigere che si tratti di una conferenza stampa reale. Il capo del governo arriva con le cartelle scritte, sciorina dati, quasi sempre falsi, si inventa sondaggi, parla per un’oretta quando va bene. Poi tre o quattro domande e tutto finisce lì.

Non solo, se le domande non sono di suo gradimento si scatena,viene preso da conati di ira, non riesce a trattenersi, se non fosse truccato a dovere il suo viso apparirebbe paonazzo. E’ solo in questi momenti che dice la verità, si confessa. Così è accaduto oggi, alla conferenza stampa finale prima delle ferie estive, quando il premier ha risposto ad una domanda di una giornalista del Tg3 e lui ha sciorinato il suo “pensiero”, si fa per dire, sull’informazione. “Ieri – ha detto – il Tg3 ha fatto tre titoli contro il governo. Questo non lo posso più sopportare. Il mandato della televisione pubblica non può essere quello di attaccare il governo”. Subito, per avvallare questo “non lo sopporto”, ha richiamato fantasiosi sondaggi degli italiani che sono con lui. E quando, timidamente, un altro giornalista cita la presa di posizione di sua figlia Barbara che ne criticava la vita privata, mostra i denti. “Non ho niente di cui vergognarmi. Si tratta solo di calunnie”. Arriva perfino a negare che vi siano intercettazioni nelle quale vengono alla luce particolari scabrosi. Si accorge che sta andando sopra le righe, cambia tono ed arriva la solita gaffe. “Dicono che odio le donne, ma se io le adoro. E’ noto (sorrisetto beffardo)  a tutti”. Naturalmente non ha neppure il pudore di sorvolare sulla sua visita in Turchia per partecipare ad un evento  cui non era stato invitato. Raccontano fonti di Ankara che è stato lui a chiedere un accredito  alla cerimonia della firma da parte di Putin e Erdogan dell’accordo Russia-Turchia sul gasdotto South Strema. Si parla di “intrusione” di Berlusconi  e, sempre fonti turche, rilevano che poteva nascerne un caso diplomatico ma la cosa “trattandosi di Berlusconi ha fatto solo sorridere”. Ma il nostro cavalier  Berlusconi tornato in Italia ha detto che l’accordo è stato un suo successo avendo lui avuto un “ruolo determinante” .

Un inaudito attacco alla libertà dell’informazione

Di tutto il monologo resta l’inaudita gravità dell’attacco alla liberta d’informazione. Oltre ad una cialtronesca propaganda dei suoi 14 mesi di governo. Il premier  ha fatto chiaramente capire che anche gli ultimi barlumi di una informazione libera e pluralista dovranno essere eliminati dai programmi e dalla testate. Del resto il più è fatto. In poche sedute del Consiglio di amministrazione, i mercenari berlusconiani  hanno fatto carne di porco, ci scusino i porci, dell’autonomia dell’azienda. Hanno insediato giornalisti-maggiordomi, direttori e vice, nelle testate e nei programmi. Tg1 e Tg2, i programmi, la radio sono ormai addomesticati. Circolano le veline, sia quelle che, come ai tempi del minculpop fascista, dettavano la linea, sia quelle in carne e ossa, con esposizione di molta carne, abbondano i servizi privi di senso. Questa è l’informazione che il cavaliere “sopporta”. La risposta data alla giornalista del Tg3 è un segnale anche troppo chiaro che si vuol manomettere anche questa testata, che cerca di mantenere un difficile equilibrio e non si espone più di tanto. Ma  Berlusconi Silvio detto Benito, non sopporta. Il suo emissario, il direttore Mauro Masi, ha un piano di lavoro ben delineato: tutto ciò che fa ombra al capo deve essere normalizzato.

Forse è il caso che le opposizioni scendano in piazza

La Rai deve diventare una dependance di Mediaset, l’azienda del capo del governo. Accade così che Masi rompe la trattativa con Sky, crea un danno al servizio pubblico, dà la colpa della rottura al gruppo di Murdoch, fa finta di ignorare  il piano  industriale predisposto da Viale Mazzini per gli anni 2008-2010, che giudicava conveniente la presenza sul satellite. Il direttore, senza alcun mandato, o meglio avendo solo quello di Berlusconi, ha deciso che la convenienza improvvisamente scompare. Si chiude così la stagione della Rai, in attesa di nuovi scempi alla ripresa di settembre? Le opposizioni si accontentano di non aver partecipato alla votazione del Consiglio di amministrazione in segno di protesta. Il presidente Rai Paolo Garimberti continuerà nel voto alla “Arlecchino” (una volta si astiene, una volta vota contro, una volta favorevole). Il presidente della Commissione di Vigilanza, Sergio Zavoli, si limiterà a far conoscere le sue rimostranze attraverso interviste? O non sarebbe il caso che le forze di opposizione si rivolgessero direttamente  al paese, ai cittadini, al mondo dell’associazionismo libero, dei sindacati che da soli, dall’interno dell’azienda, battaglie di testimonianza possono al più condurre? Un nuovo movimento dei girotondi? I movimenti hanno le loro stagioni. Niente è riproponibile. Ma ci sono cento e mille modi per manifestare, per aprire una battaglia di civiltà, per difendere la democrazia,  per non permettere di manomettere la libertà dell’informazione. Quel  “non lo sopporto” del cavaliere Benito Berlusconi non può passare impunemente.

Fonte: Dazebao


Cgia di Mestre: “In autunno a rischio 200 mila posti di lavoro”

Il segretario, Giuseppe Bortolussi: “Quest’anno 2 milioni e 200 mila senza lavoro”
Nel 2009, il tasso di disoccupazione all’8,8%, un punto in più rispetto al 2008

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Cgia di Mestre: "In autunno a rischio 200 mila posti di lavoro"

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VENEZIA – Saranno 200 mila gli italiani che rischieranno di non ritrovare il loro posto di lavoro al ritorno dalle vacanze. Lo stima la Cgia di Mestre, l’Associazione artigiani e piccole imprese della città veneta.

La ripresa dell’attività lavorativa dopo le ferie estive suscita sempre una grande incertezza per le famiglie italiane, e con la crisi in atto molti si chiedono se riapriranno le fabbriche dopo Ferragosto. “Nel prossimo autunno – esordisce Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre – stimiamo che saranno circa 200 mila i posti di lavoro a rischio in Italia. Un numero importante che però non inficia alcuni segnali positivi emersi negli ultimi mesi che ci stanno allontanando dalla fase più acuta della crisi. Quelli messi in luce anche dall’Ocse sono una conferma importante. Quindi non dobbiamo fare nessun catastrofismo. Anche perché è da 2 anni che nel quarto trimestre l’occupazione registra picchi negativi”.
“Infatti – prosegue Bortolussi – analizzando i dati Istat si riscontra che nel quarto trimestre degli ultimi 2 anni l’occupazione (rispetto al trimestre precedente) è sempre in calo: complessivamente si sono persi 260.000 posti di lavoro: 91.000 nell’ultimo trimestre del 2007 e 169.000 nell’ultimo trimestre del 2008”.

“La perdita di 200.000 posti di lavoro – conclude Giuseppe Bortolussi – dovrebbe portare nel 2009, il tasso di disoccupazione all’8,8% un punto in più rispetto al 2008. Complessivamente i senza lavoro dovrebbero attestarsi quest’anno sui 2 milioni e 200 mila unita”.

Fonte: la Repubblica