Archivio | agosto 11, 2009

L’eccidio dei partigiani nel ’44 – Milano ricorda piazzale Loreto

La Provincia revoca i fondi per un film sulla strage

Posate le corone dall’Anpi e delle istituzioni. In serata manifestazione di sinda­cati e associazioni partigiane

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di Paola D’Amico, 10 agosto 2009

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Un momento della celebrazione (Emblema)

MILANO – Si celebra tra appelli e pole­miche il 65˚ anniversario del­l’eccidio di piazzale Loreto. Lì dove il 10 agosto del 1944 i fa­scisti fucilarono 15 partigiani e antifascisti, sul lato compreso tra viale Andrea Doria e corso Buenos Aires, si trova una ste­le commemorativa. Alle 9.30 sono state posate del­le corone dall’Anpi e delle altre istituzioni. In serata, alle 21, nuova manifestazione di sinda­cati e associazioni partigiane. Ma Antonio Pizzinato, presi­dente regionale Anpi, sollecita un impegno concreto delle isti­tuzioni per la Casa della Memo­ria a Milano. «Quest’anno – ri­corda – cade anche il 40˚ an­niversario della strage di piaz­za Fontana. Ed è il 150˚ del­l’Unità d’Italia. Da questa città, medaglia d’oro per la Resisten­za, dovrebbe partire un segna­le importante».

Nei giorni scor­si l’Anpi ha scritto al Provvedi­tore di Milano, chiedendo che il nuovo anno scolastico dedi­chi spazio ai capitoli di storia che hanno visto il capoluogo protagonista: dal Risorgimen­to alla Resistenza. Sergio Fognanolo, presiden­te dell’Associazione «Le radici della pace» e figlio di Umberto, uno dei 15 martiri di piazzale Loreto, aggiunge: «Abbiamo at­teso per oltre mezzo secolo che ci venisse resa giustizia. Ma la nostra pazienza sta finen­do: in 65 anni, le istituzioni hanno fatto poco o nulla per onorare la memoria di coloro che hanno garantito al Paese li­bertà e democrazia». L’Associa­zione ha prodotto un film do­cumentario «per tutelare la me­moria della strage di Piazzale Loreto». Pochi, conclude, han­no risposto con un aiuto finan­ziario, tra questi la Provincia di Milano con la giunta Penati: «Ma la nuova maggioranza del­la Provincia ha inspiegabilmen­te bloccato il pagamento».

Fonte: il Corriere della Sera

Innse, trattativa a oltranza in Prefettura Lombardi: «Sono fiducioso, manca poco»

I cinque restano sul carroponte, è l’ottava notte di protesta

Il potenziale acquirente sarebbe il gruppo Camozzi di Brescia. Solidarietà agli operai da ogni parte d’Italia

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Presidio permanente davanti alla Innse (Fotogramma)

MILANO – Quella di lunedì è stata una giornata di attesa alla Innse. Alle 9.30 è iniziato in Prefettura l’incontro da cui dovrebbe uscire il nome del nuovo acquirente. La tensione è calata intorno alle 19, quando il segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini ha annunciato che la trattativa è stata sospesa e che riprenderà, sempre in Prefettura, martedì mattina. È ottimista il prefetto Gianvalerio Lombardi: «Manca poco, sono fiducioso, perché le intenzioni delle parti sono buone. Probabilmente martedì sarà la giornata giusta, ma vediamo nelle prossime ore».

SOLIDARIETÀ – Intanto i quattro lavoratori e il sindacalista restano sul carroponte a 10 metri di altezza, per loro è l’ottava notte di protesta estrema. «Tengono duro – ha detto il segretario milanese della Fiom, Maria Sciancati -. Sono fiduciosi perché le condizioni sono mutate in meglio rispetto a sette giorni fa». I manifestanti in presidio permanente continuano a ricevere decine di messaggi di solidarietà da parte di associazioni, cittadini e operai di tutta Italia e davanti alla Innse sono arrivati lavoratori di altre società, come la Lares di Paderno Dugnano, la Fonderia Colombo di San Giorgio sul Legnano, la Iveco di Pregnana Milanese e l’Ikea di Milano. Sostegno anche dagli operai delle officine di Bellinzona, in Svizzera, di Zurigo e Basilea, dove è stata piantata una bandiera della Innse. Al presidio davanti ai cancelli si sono presentati anche dei consiglieri di zona mentre il sindacato Ugl degli agenti di polizia ha espresso solidarietà. «La nostra situazione è simile a quella della Innse – ha detto Vincenzo Gallucci del comitato lavoratori di Paderno Dugnano -. Da dicembre siamo in presidio permanente davanti alla fabbrica che è stata chiusa anche se c’era ancora lavoro, lasciando a casa 130 dipendenti».

Innse, presidio in PrefetturaInnse, presidio in PrefetturaInnse, presidio in PrefetturaInnse, presidio in PrefetturaInnse, presidio in Prefettura

RINALDINI – In Prefettura, oltre al proprietario della Innse Silvano Genta e ai potenziali acquirenti, sono stati convocati anche i sindacati. «Si sta trattando – ha detto Rinaldini della Fiom – ed è complicato prevedere quando si arriverà a una conclusione. Basta che si vada avanti». Come possibile acquirente della Innse viene accreditato il gruppo Camozzi di Brescia, azienda metalmeccanica che opera nel settore della pneumatica, delle macchine utensili, del tessile e dell’energia. «Il problema è che venga acquistata la Innse, poi ne parliamo» ha commentato Rinaldini. L’assessore alle attività produttive del Comune, Giovanni Terzi, ha in programma martedì un incontro con i sindacati.

Innse, presidio in PrefetturaInnse, presidio in Prefettura

TRATTATIVA – La trattativa sarebbe incentrata su tre punti: i macchinari, l’area e i dipendenti. Secondo indiscrezioni riportate dall’Ansa il gruppo bresciano vorrebbe tutti i macchinari presenti nello stabilimento, una ventina. E questo è il primo ostacolo, dal momento che sette macchine sono già state vendute a due diversi acquirenti. La Camozzi chiederebbe poi la disponibilità intera dell’area dello stabilimento per potere liberamente movimentare le merci. E qui entra in gioco la disponibilità della proprietaria dell’area, l’Aedes, di affittare o vendere il terreno. L’ultimo punto riguarda l’occupazione. L’acquirente vorrebbe discutere ammortizzatori sociali per il graduale riavvio dell’Innse con l’obiettivo di reimpiegare, alla fine, tutti i lavoratori presenti. Fonti vicine alla Camozzi fanno capire che il gruppo ritiene irrinunciabili questi tre punti per avviare un serio piano industriale.

ECCIDIO DI LORETO – I quattro operai e il funzionario sul carroponte hanno inviato un messaggio alla cerimonia di commemorazione del 65° anniversario della strage di piazzale Loreto, celebrata di fronte alla stele che ricorda l’eccidio. «Le fabbriche, la resistenza antifascista e le lotte operaie sono il fondamento di diritti dei lavoratori» dicono gli operai, esprimendo vicinanza ai familiari dei 15 antifascisti fucilati su ordine del comando nazista da una brigata repubblichina il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto, dove i corpi rimasero a lungo esposti come monito nei confronti della popolazione. «Gli operai della Innse sono impegnati in una trattativa che ha un significato politico molto simile a quello che portò i 15 martiri, e molti altri operai del milanese, a scioperare per difendere le fabbriche che i nazisti volevano smantellare e trasferire in Germania» ha sottolineato Sergio Fogagnolo, figlio di una delle vittime.
10 agosto 2009

fonte: il Corriere della Sera

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Cassa di resistenza lavoratori INNSE

Partito della Rifondazione Comunista

codice Iban it95g0312703201cc0340000782

Uno Strano senatore (Nino)

Sei un cesso corroso! Sei un frocio mafioso! Sei una merda! Sei una checca squallida!”

Queste gentili parole sono state pronunciate il 24 gennaio 2008 a Palazzo Madama dall’allora senatore della Repubblica Nino Strano, che ce l’aveva col suo (si fa per dire) collega, il senatore dell’Udeur Stefano Cusumano, reo di aver votato la fiducia al Governo Prodi.

Governo Prodi che non ce la fece comunque e, quello stesso giorno, cadde. Allora il nostro Strano festeggiò a spumante e mortadella (una “sottile” allusione a Romano Prodi) che trangugiava avidamente spingendola colle mani fin dentro la bocca spalancata per la diretta televisiva. Dopo queste eroiche gesta però si spensero i riflettori sul catanese Nino Strano, ormai orfano di An e triplicemente trombato, a cominciare proprio dalla caduta di Prodi, poi alle politiche del 2008 e infine alle europee dello scorso giugno, in entrambi i casi candidato del cosiddetto Popolo delle Libertà.

Si ricordò di lui, invece, la Giustizia. E nel maggio dello scorso anno l’ex senatore Strano fu condannato in primo grado a due anni e due mesi di reclusione insieme all’allora sindaco di Catania Scapagnini (il medico–guru amico del premier) e altri 5 assessori della giunta: abuso d’ufficio e violazione della legge elettorale per i contributi previdenziali concessi – guarda caso tre giorni prima delle elezioni comunali del 2005 – dal Comune di Catania ai dipendenti per i danni causati dalla cenere dell’eruzione dell’Etna nel 2002.

Insomma Strano ha un curriculum che non lascia indifferenti. Se n’è subito ricordato il Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo – nelle scorse settimane alle prese con pasti e rimpasti della sua Giunta ballerina e perciò alla ricerca di tipi tosti – che si dev’esser rivisto su YouTube il filmato che mostra Strano in tutta la sua natura (e che il Nostro non è riuscito, finora, a far rimuovere minacciando You Tube e scrivendo una lettera di fuoco ma dall’italiano un po’ incerto all’autrice del Post) prima di chiamarlo nella sua nuova compagine di governo e dandogli naturalmente la delega al Turismo: chissà, almeno saprà come promuovere i prodotti tipici dell’Isola, il salame di Sant’Angelo di Brolo, il cacio ragusano e via – avrà pensato Lombardo.

Ma Strano però, forse per il colesterolo alto, ha abbandonato i salumi per una nuova e più conveniente passione: le coste siciliane. Ché ce n’è ancora qualche tratto sperduto scampato alla solita colata di cemento dell’invincibile lobby dei palazzinari sempre pronti a elargir danari. Così Strano ma vero ecco la sua crociata già divampata: “Voglio incontrare i sindacalisti e le associazioni ambientaliste per ridiscutere l’attuale divieto a costruire entro i 150 metri dalla costa(…) Bisogna capire quali siano le ragioni del vincolo, senza escludere la possibilità di variare questo parametro.” – ha dichiarato qualche giorno fa. Ché dà fastidio il divieto (anche se abbondantemente ignorato) di costruire entro i 150 metri (prima erano 300) dalla costa e bisogna arrivare a una modifica della norma grazie alla quale “sarà possibile ridurre ulteriormente la distanza dal mare, se sarà ritenuto opportuno o, al contrario, a seconda dei casi, aumentarla – chiosa Strano – ma costruire non è sempre negativo, pensiamo al Colosseo” (…).

Strano. Ma vero.

Fonte: Antefatto.it – Alessio Gervasi

Tratto da: L’Altra Notizia

Videoteca (alcuni sono, al momento, visibili su Youtube ma non linkabili nell’articolo, nde):

http://www.youtube.com/watch?v=mt9Ev9o1Aj8

http://www.youtube.com/watch?v=I3USIZTQpsQ

http://www.youtube.com/watch?v=MMWDy2u6UNg

http://www.youtube.com/watch?v=X_M3-JdIJEU

Emigrazione: quando gli italiani non imparano dalla storia

Quando ci chiamavano clandestini o «musi neri»

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Negli Usa eravamo «Wop»: without passport, senza documenti

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di Gian Antonio Stella – 09 agosto 2009

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Chi rende onore ai ventisette milioni di emigrati italiani: chi ricorda la storia tutta intera, coi suoi dolori, le sue disperazioni, i suoi lutti, o chi ne ricorda solo un pezzo, «addomesticandola» per ragioni di bottega? Il tema è tornato a dividere la politica anche ieri, nell’anniversario di una delle grandi tragedie della nostra storia, quella di Marcinelle. Di qua Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini, a chiedere per gli immigrati un po’ di rispetto. Di là i leghisti. Spintisi con Um­berto Bossi a liquidare il tema facendo di ogni erba un fascio: «Noi andavamo a lavo­rare, non ad ammazzare la gente».

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«Il ricordo delle generazioni che han­no vissuto l’angoscioso periodo delle mi­grazioni dalle regioni più povere dell’Ita­lia », ha scritto il capo dello Stato nel suo messaggio, «deve costituire ulteriore mo­tivo di riflessione sui temi della piena in­tegrazione degli immigrati». «Il lavorato­re merita rispetto anche se non ha il ‘ pa­pier ‘, il documento», ha spiegato il presi­dente della Camera in visita in Belgio, «Poi ci si può dividere sulle politiche del­l’immigrazione ma è inammissibile che si possa considerare il lavoratore non co­me un uomo o una donna che meritano rispetto, ma come momentaneo suppor­to di cui si ha necessità». Di più: «All’epoca gli italiani che lavora­vano qui non erano extracomunitari per­ché la parola non era ancora stata inventa­ta, ma qualche volta erano considerati di­versi, ‘musi neri’». Di più ancora: «Quegli italiani non ve­nivano solo dal Sud ma anche dal Nord Italia, come dimostra ‘l’anagrafe’ della tragedia di Marcinelle» e sarebbe bene che questa «verità storica» fosse ricorda­ta dagli «esponenti politici che rappresen­tano il Nord nel nostro Paese». Non l’avessero mai detto! Certo, «il lavoratore in quanto uomo o in quanto donna meri­ta sempre rispetto», ha risposto Roberto Calderoli, «ma col dovuto rispetto va an­che processato ed espulso, quando non sia in possesso dei requisiti necessari». E mentre il senatore leghista Gianvittore Vaccari rispondeva piccato che «noi era­vamo andati a dare un contributo alle sin­gole nazioni, quindi non solo per la man­canza di lavoro in Italia», Roberto Cota si è spinto più in là, dicendo che «l’introdu­zione del reato di clandestinità è la prima forma di rispetto e di chiarezza nei con­fronti di tutti» e che i nostri emigrati van­no ricordati «come esempio di chi rispet­tava le regole del Paese ospitante». Prova provata che, prima di sottoporre i profes­sori alla prova di dialetto, è indispensabi­le introdurre nei programmi di scuola la storia della nostra emigrazione.

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Che i nostri nonni e i nostri padri non siano «mai stati clandestini» come si avven­turò a sostenere anche Carlo Sgorlon, è una sciocchezza smentita non solo dalla memoria di quanti hanno vissuto l’emigra­zione, dal nostro soprannome in America («Wop»: without passport , senza documen­ti) o dalle copertine della Domenica del Cor­riere che raccontavano di mamme travolte sulle Alpi da tempeste di neve come Angela Vitale che «si era messa in viaggio dalla lon­tana Sicilia con i suoi sei bambini», ma da decine di studi italiani e stranieri. Certo, in alcune fasi storiche e in alcuni paesi la nostra emigrazione è stata «an­che » regolare e concordata con accordi bi­laterali, ad esempio, quello con Bruxelles del 1946: «Per ogni scaglione di 1.000 ope­rai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà in Italia: tonn. 2500 mensili di carbone…». Tuttavia anche in quegli anni c’erano due correnti parallele. Una di emigranti re­golari, l’altra di clandestini. Che attraversa­vano le Alpi lungo i sentieri battuti nel 1947 dall’inviato del Corriere Egisto Corra­di («passavano centinaia e centinaia di emigranti per notte: una volta ne passaro­no mille in poco più di ventiquattr’ore, con nidiate intere di bambini») in condi­zioni spesso così disperate che a un certo punto il sindaco di Giaglione, in alta Val di Susa, fu costretto a invocare un finanzia­mento supplementare alla prefettura di Torino «non avendo più risorse per dare sepoltura ai clandestini che morivano nel­l’impresa disperata di valicare le Alpi».

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Gli italiani, oltre ad avere conquistato la stima, la riconoscenza, l’affetto dei Pae­si che hanno pacificamente «invaso», han­no «detenuto a lungo il primato dell’eso­do clandestino», ha scritto Sandro Rinau­ro, docente alla Statale di Milano, nel li­bro Il cammino della speranza con il qua­le ha seppellito sotto tonnellate di docu­menti inequivocabili (258 note per il solo capitolo terzo, 262 per il quarto) tutti i luoghi comuni costruiti intorno alla tesi che «i nostri avevano sempre le carte in regola». E senza ricordare le esperienze estreme, come i 1.300 italiani morti nella guerra d’Indocina dopo essere stati in buona parte costretti ad arruolarsi nella Legione Straniera perché sorpresi dalla gendarmerie all’ingresso clandestino in Francia (come Rosario Caruso detto «Sari­no », che passò il Piccolo San Bernardo con Egisto Corradi tirandosi dietro nella neve una valigia con 35 chili di fichi sec­chi) basti rifarsi ai dati ufficiali francesi del ’57: «Degli 80.385 lavoratori perma­nenti giunti dalla penisola in quell’anno, 44.852 erano entrati regolarmente e 35 533 furono regolarizzati dopo che erano riusciti a penetrare impunemente». Vogliamo rileggere il rapporto del diret­tore della Manodopera straniera del mini­stero del Lavoro parigino, Alfred Rosier, al­la fine del 1948? Dei 15.000 italiani presen­ti nel dipartimento agricolo del Gers, «il 95%» era «irregolare o clandestino».

Quan­to ai familiari, erano entrati illegalmente in Francia addirittura «il 90%». Come al­l’ 80% erano entrati irregolarmente gli ita­liani censiti nell’area di Parigi dall’Institut national d’études démographiques. Di do­v’erano? Anche qui ha ragione Fini. Ce lo ricorda, tra mille altri documenti, una rela­zione del Comitato di Italia Libera di Nan­cy consegnata alla Croce Rossa italiana di Parigi su 47 clandestini rifiutati e non re­golarizzati (anche allora a molti imprendi­tori facevano comodo i clandestini da sot­topagare…) perché deboli di salute. Veni­vano in ordine decrescente dalle province di Bergamo, Padova, Udine, Vicenza, Bellu­no, Verona, Treviso… Era il 1946. Ecco, nel giorno in cui entra in vigore una legge che solo pochi anni fa avrebbe colpito centinaia di migliaia di nostri non­ni, padri, fratelli, val la pena di ricordarlo. O come minimo di riflettere su un punto: un conto è la durezza (sacrosanta) contro i delinquenti e la gestione, anche severa, dei flussi immigratori e un altro è sparare nel mucchio come ha fatto ieri il segreta­rio della Lega fingendo di ignorare quanti extracomunitari perbene (che regalano al­­l’Italia, tra parentesi, oltre il 9,2% del Pil) hanno fatto la fortuna di tanti imprendito­ri anche leghisti che mai si sognerebbero, come fece tempo fa lo stesso Bossi, di chia­mare i neri «bingo bongo».

Fonte: il Corriere della Sera

«Sei negra? Allora non ti pago»
Napoli, schiaffi e calci alla colf dominicana

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di MARISA LA PENNA – 10 agosto 2009

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Morsi, schiaffi, calci. E l’insulto razzista: «Sei una negra, accontentati di questo danaro, altrimenti ti facciamo cacciare via dall’Italia». Evelyn, diciannove anni, nativa di Santo Domingo ma con cittadinanza italiana, racconta di essere stata aggredita dai suoi datori di lavoro che le volevano dare la metà della cifra pattuita. Dice di essere stata picchiata con ferocia, offesa e oltraggiata per il colore della sua pelle. La vicenda forma ora oggetto di una dettagliata denuncia che la giovane domestica ha presentato in questura. Un esposto supportato da un referto ospedaliero che parla di contusioni multiple per il corpo guaribili in quattro giorni, salvo complicazioni.

È accaduto in un appartamento di via Carlo De Marco dove la ragazza originaria di Santo Domingo (è madre di una bimba di sette mesi e vive con i genitori nella periferia occidentale) ha prestato servizio dal 22 giugno scorso. Evelyn si era presentata, l’altro pomeriggio, per ritirare la somma pattuita, ovvero cinquecento euro. Ma la signora presso cui prestava servizio, le avrebbe offerto la metà. Alle rimostranze della domestica però la donna le si sarebbe scagliata contro, supportata da alcune parenti. Morsi, calci, schiaffi. Evelyn, ragazza esile, avrebbe soltanto tentato di parare le percosse.
Nel corso della violenta aggressione alcuni vicini che hanno sentito le urla e gli insulti, hanno avvisato il 113. È arrivata una volante dall’Ufficio prevenzione generale della questura. Alla vista dei poliziotti la padrona di casa avrebbe riferito che quella ragazza andava arrestata perché clandestina. Invece Evelyn ha potuto provare, carta di identità alla mano, di avere la cittadinanza italiana. Sono stati gli stessi agenti, poi, ad accompagnarla al pronto soccorso dell’ospedale più vicino per farle medicare le ferite riportate nell’aggressione.

Evelyn mostra infatti i segni dei morsi. E dice, in un italiano senza inflessioni: «Non so proprio perché sono stati così cattivi con me. Avevo solo protestato, ma senza alzare i toni della voce. Invece quelle donne mi hanno picchiata con ferocia. E poi mi hanno detto che sono una negra e che mi dovevo accontentare. Altrimenti mi avrebbero fatta espellere dal Paese».

La denuncia è stata fatta dalla ragazza dapprima ai poliziotti della volante e poi all’agente del drappello ospedaliero del nosocomio di via Doganella. Quindi all’ufficio denunce della questura. Ora sarà il commissariato San Carlo all’Arena, competente territorialmente, a stabilire le responsabilità dell’accaduto e, eventualmente, a procedere per il reato di lesioni e minacce nei confronti dei datori di lavoro di Evelyn.

Fonte: il Mattino