Emigrazione: quando gli italiani non imparano dalla storia

Quando ci chiamavano clandestini o «musi neri»

.

Negli Usa eravamo «Wop»: without passport, senza documenti

.

di Gian Antonio Stella – 09 agosto 2009

.

http://alessio76.files.wordpress.com/2009/05/emigranti-italiani-a-ellis-island1.jpg

Chi rende onore ai ventisette milioni di emigrati italiani: chi ricorda la storia tutta intera, coi suoi dolori, le sue disperazioni, i suoi lutti, o chi ne ricorda solo un pezzo, «addomesticandola» per ragioni di bottega? Il tema è tornato a dividere la politica anche ieri, nell’anniversario di una delle grandi tragedie della nostra storia, quella di Marcinelle. Di qua Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini, a chiedere per gli immigrati un po’ di rispetto. Di là i leghisti. Spintisi con Um­berto Bossi a liquidare il tema facendo di ogni erba un fascio: «Noi andavamo a lavo­rare, non ad ammazzare la gente».

https://i2.wp.com/www.swissinfo.ch/xobix_media/images/sri/2005/sriimg20050617_5879540_0.jpg

«Il ricordo delle generazioni che han­no vissuto l’angoscioso periodo delle mi­grazioni dalle regioni più povere dell’Ita­lia », ha scritto il capo dello Stato nel suo messaggio, «deve costituire ulteriore mo­tivo di riflessione sui temi della piena in­tegrazione degli immigrati». «Il lavorato­re merita rispetto anche se non ha il ‘ pa­pier ‘, il documento», ha spiegato il presi­dente della Camera in visita in Belgio, «Poi ci si può dividere sulle politiche del­l’immigrazione ma è inammissibile che si possa considerare il lavoratore non co­me un uomo o una donna che meritano rispetto, ma come momentaneo suppor­to di cui si ha necessità». Di più: «All’epoca gli italiani che lavora­vano qui non erano extracomunitari per­ché la parola non era ancora stata inventa­ta, ma qualche volta erano considerati di­versi, ‘musi neri’». Di più ancora: «Quegli italiani non ve­nivano solo dal Sud ma anche dal Nord Italia, come dimostra ‘l’anagrafe’ della tragedia di Marcinelle» e sarebbe bene che questa «verità storica» fosse ricorda­ta dagli «esponenti politici che rappresen­tano il Nord nel nostro Paese». Non l’avessero mai detto! Certo, «il lavoratore in quanto uomo o in quanto donna meri­ta sempre rispetto», ha risposto Roberto Calderoli, «ma col dovuto rispetto va an­che processato ed espulso, quando non sia in possesso dei requisiti necessari». E mentre il senatore leghista Gianvittore Vaccari rispondeva piccato che «noi era­vamo andati a dare un contributo alle sin­gole nazioni, quindi non solo per la man­canza di lavoro in Italia», Roberto Cota si è spinto più in là, dicendo che «l’introdu­zione del reato di clandestinità è la prima forma di rispetto e di chiarezza nei con­fronti di tutti» e che i nostri emigrati van­no ricordati «come esempio di chi rispet­tava le regole del Paese ospitante». Prova provata che, prima di sottoporre i profes­sori alla prova di dialetto, è indispensabi­le introdurre nei programmi di scuola la storia della nostra emigrazione.

https://i0.wp.com/www.emigrati.it/America/jpg/EmigrantiNapoli.jpg

Che i nostri nonni e i nostri padri non siano «mai stati clandestini» come si avven­turò a sostenere anche Carlo Sgorlon, è una sciocchezza smentita non solo dalla memoria di quanti hanno vissuto l’emigra­zione, dal nostro soprannome in America («Wop»: without passport , senza documen­ti) o dalle copertine della Domenica del Cor­riere che raccontavano di mamme travolte sulle Alpi da tempeste di neve come Angela Vitale che «si era messa in viaggio dalla lon­tana Sicilia con i suoi sei bambini», ma da decine di studi italiani e stranieri. Certo, in alcune fasi storiche e in alcuni paesi la nostra emigrazione è stata «an­che » regolare e concordata con accordi bi­laterali, ad esempio, quello con Bruxelles del 1946: «Per ogni scaglione di 1.000 ope­rai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà in Italia: tonn. 2500 mensili di carbone…». Tuttavia anche in quegli anni c’erano due correnti parallele. Una di emigranti re­golari, l’altra di clandestini. Che attraversa­vano le Alpi lungo i sentieri battuti nel 1947 dall’inviato del Corriere Egisto Corra­di («passavano centinaia e centinaia di emigranti per notte: una volta ne passaro­no mille in poco più di ventiquattr’ore, con nidiate intere di bambini») in condi­zioni spesso così disperate che a un certo punto il sindaco di Giaglione, in alta Val di Susa, fu costretto a invocare un finanzia­mento supplementare alla prefettura di Torino «non avendo più risorse per dare sepoltura ai clandestini che morivano nel­l’impresa disperata di valicare le Alpi».

http://quandofuoripiove.files.wordpress.com/2009/05/immigrati-italiani-2.jpg

Gli italiani, oltre ad avere conquistato la stima, la riconoscenza, l’affetto dei Pae­si che hanno pacificamente «invaso», han­no «detenuto a lungo il primato dell’eso­do clandestino», ha scritto Sandro Rinau­ro, docente alla Statale di Milano, nel li­bro Il cammino della speranza con il qua­le ha seppellito sotto tonnellate di docu­menti inequivocabili (258 note per il solo capitolo terzo, 262 per il quarto) tutti i luoghi comuni costruiti intorno alla tesi che «i nostri avevano sempre le carte in regola». E senza ricordare le esperienze estreme, come i 1.300 italiani morti nella guerra d’Indocina dopo essere stati in buona parte costretti ad arruolarsi nella Legione Straniera perché sorpresi dalla gendarmerie all’ingresso clandestino in Francia (come Rosario Caruso detto «Sari­no », che passò il Piccolo San Bernardo con Egisto Corradi tirandosi dietro nella neve una valigia con 35 chili di fichi sec­chi) basti rifarsi ai dati ufficiali francesi del ’57: «Degli 80.385 lavoratori perma­nenti giunti dalla penisola in quell’anno, 44.852 erano entrati regolarmente e 35 533 furono regolarizzati dopo che erano riusciti a penetrare impunemente». Vogliamo rileggere il rapporto del diret­tore della Manodopera straniera del mini­stero del Lavoro parigino, Alfred Rosier, al­la fine del 1948? Dei 15.000 italiani presen­ti nel dipartimento agricolo del Gers, «il 95%» era «irregolare o clandestino».

Quan­to ai familiari, erano entrati illegalmente in Francia addirittura «il 90%». Come al­l’ 80% erano entrati irregolarmente gli ita­liani censiti nell’area di Parigi dall’Institut national d’études démographiques. Di do­v’erano? Anche qui ha ragione Fini. Ce lo ricorda, tra mille altri documenti, una rela­zione del Comitato di Italia Libera di Nan­cy consegnata alla Croce Rossa italiana di Parigi su 47 clandestini rifiutati e non re­golarizzati (anche allora a molti imprendi­tori facevano comodo i clandestini da sot­topagare…) perché deboli di salute. Veni­vano in ordine decrescente dalle province di Bergamo, Padova, Udine, Vicenza, Bellu­no, Verona, Treviso… Era il 1946. Ecco, nel giorno in cui entra in vigore una legge che solo pochi anni fa avrebbe colpito centinaia di migliaia di nostri non­ni, padri, fratelli, val la pena di ricordarlo. O come minimo di riflettere su un punto: un conto è la durezza (sacrosanta) contro i delinquenti e la gestione, anche severa, dei flussi immigratori e un altro è sparare nel mucchio come ha fatto ieri il segreta­rio della Lega fingendo di ignorare quanti extracomunitari perbene (che regalano al­­l’Italia, tra parentesi, oltre il 9,2% del Pil) hanno fatto la fortuna di tanti imprendito­ri anche leghisti che mai si sognerebbero, come fece tempo fa lo stesso Bossi, di chia­mare i neri «bingo bongo».

Fonte: il Corriere della Sera

«Sei negra? Allora non ti pago»
Napoli, schiaffi e calci alla colf dominicana

.

di MARISA LA PENNA – 10 agosto 2009

.

Morsi, schiaffi, calci. E l’insulto razzista: «Sei una negra, accontentati di questo danaro, altrimenti ti facciamo cacciare via dall’Italia». Evelyn, diciannove anni, nativa di Santo Domingo ma con cittadinanza italiana, racconta di essere stata aggredita dai suoi datori di lavoro che le volevano dare la metà della cifra pattuita. Dice di essere stata picchiata con ferocia, offesa e oltraggiata per il colore della sua pelle. La vicenda forma ora oggetto di una dettagliata denuncia che la giovane domestica ha presentato in questura. Un esposto supportato da un referto ospedaliero che parla di contusioni multiple per il corpo guaribili in quattro giorni, salvo complicazioni.

È accaduto in un appartamento di via Carlo De Marco dove la ragazza originaria di Santo Domingo (è madre di una bimba di sette mesi e vive con i genitori nella periferia occidentale) ha prestato servizio dal 22 giugno scorso. Evelyn si era presentata, l’altro pomeriggio, per ritirare la somma pattuita, ovvero cinquecento euro. Ma la signora presso cui prestava servizio, le avrebbe offerto la metà. Alle rimostranze della domestica però la donna le si sarebbe scagliata contro, supportata da alcune parenti. Morsi, calci, schiaffi. Evelyn, ragazza esile, avrebbe soltanto tentato di parare le percosse.
Nel corso della violenta aggressione alcuni vicini che hanno sentito le urla e gli insulti, hanno avvisato il 113. È arrivata una volante dall’Ufficio prevenzione generale della questura. Alla vista dei poliziotti la padrona di casa avrebbe riferito che quella ragazza andava arrestata perché clandestina. Invece Evelyn ha potuto provare, carta di identità alla mano, di avere la cittadinanza italiana. Sono stati gli stessi agenti, poi, ad accompagnarla al pronto soccorso dell’ospedale più vicino per farle medicare le ferite riportate nell’aggressione.

Evelyn mostra infatti i segni dei morsi. E dice, in un italiano senza inflessioni: «Non so proprio perché sono stati così cattivi con me. Avevo solo protestato, ma senza alzare i toni della voce. Invece quelle donne mi hanno picchiata con ferocia. E poi mi hanno detto che sono una negra e che mi dovevo accontentare. Altrimenti mi avrebbero fatta espellere dal Paese».

La denuncia è stata fatta dalla ragazza dapprima ai poliziotti della volante e poi all’agente del drappello ospedaliero del nosocomio di via Doganella. Quindi all’ufficio denunce della questura. Ora sarà il commissariato San Carlo all’Arena, competente territorialmente, a stabilire le responsabilità dell’accaduto e, eventualmente, a procedere per il reato di lesioni e minacce nei confronti dei datori di lavoro di Evelyn.

Fonte: il Mattino

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: