Archivio | agosto 12, 2009

Il 13 agosto, giornata dell’orgoglio mancino. Da Obama a Maradona sono tanti i talenti che usano l’altro emisfero del cervello

Il gol di mano sinistra di maradona

Il 13 agosto sarà la giornata mondiale dedicata alle persone mancine, che rappresentano il 10% della popolazione mondiale: tra di loro ci sono anche molti personaggi noti, come il presidente Obama.

Alle ultime presidenziali americane in realtà anche McCain era mancino, ma i sostenitori della “lefthand” erano tutti per . Altro personaggio famoso è Diego Armando , chiamato all’occasione “” o “”; il secondo soprannome di quello che viene considerato il calciatore più forte del mondo, nacque dopo il famoso gol segnato all’Inghilterra nel giugno 1986 proprio con la mano  sinistra, mano considerata del  “diavolo,” che però da quel giorno divenne appunto la “mano di Dio”.

Tra gli altri personaggi noti che utilizzano l’emisfero sinistro del cervello ci sono ,, , , , , e .  Tra quelli invece che sono ma che utilizzano oggetti per , ci sono , che anche se mancino firmava con la destra e , costretto fin da piccolo a suonare una chitarra per persone che utilizzano la mano destra.

Il termine “mancino” intanto, in molti paesi negli anni è stato associato a termini un po’ offensivi, basti pensare ai modi di dire italiani come “tiro mancino”, “scendere dal letto col piede sinistro” o anche all’utilizzo che si fa del termine “sinistro”.

Il 13 agosto tutti questi passeranno una giornata dedicata a loro e a quello che viene chiamato il mancinismo, e per una volta, questo “” sarà festeggiato anche in Italia. La comunità dei on line ( “www.mancinismo.info”)  quest’anno per il 13  agosto si è data appuntamento con un aperitivo ed una festa in spiaggia a Rivabella, vicino a .

Fonte: blitz quotidiano

Un Ferragosto senza tutto esaurito, 15% degli italiani in meno hanno prenotato. Meglio il mare della montagna. Bene le capitali straniere, male i posti esotici

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Caldo asfissiante, voglia di mare. Tempo di , ma per chi in tempo di crisi? La risposta è: sempre per meno persone. A testimoniarlo sono gli stessi operatori del e gli albergatori che denunciano un calo del 15 per cento delle presenze di italiani nei luoghi di villeggiatura proprio nella settimana di . Non solo l’italiano medio non parte più, ma se parte è disposto a pagare meno. Ovvero se l’anno scorso nel periodo di il budget dedicato alle era di circa 900 euro, quest’anno è di circa 700 euro.

La crisi sta colpendo duramente anche il , quindi, e va incrinando una certezza sempreverde come quella delle città svuotate a . Questa la realtà disegnata dal monitoraggio della rete delle agenzie di viaggio italiane, aderenti a Confindustria Assotravel. In realtà passeggiando per qualsiasi grande o piccola città italiana il colpo d’occhio è immediato e ci si rende subito conto dell’anomalia di questa estate. Sono moltissimi gli italiani che hanno rinunciato alle ferie e tanti anche i posti di villeggiatura che sono ancora liberi a .

A soffrire leggermente meno sono sicuramente gli albergatori e operatori dei posti di mare, che hanno ricevuto più richieste e prenotazioni rispetto a quelli di montagna. Su tutte, le regioni che reggono bene rispetto alla flessione sono Puglia e Sicilia e, in linea di massima, le isole, come , Pantelleria e , rimangono preferite rispetto ad altre mete.

Se molti hanno rinunciato alle , sono tanti anche quelli che sono partiti e hanno scelto una meta straniera, spesso più conveniente di tanti posti italiani ormai “super lusso”. , , Croazia, , assorbono una fetta consistente, equivalente al 40 per cento degli italiani che si recano all’estero in questo periodo. Per , Santo Domingo, , , , , , si registrano flessioni più sensibili. Non è difficile capire perché, visti i prezzi di listino per queste mete.

Aumentano invece le richieste per i viaggi nelle capitali europee, approfittando dei voli low cost con i quali si può volare ad esempio a con soli 2 euro. , , , , Stoccolma rimangono le mete preferite.

Fonte: blitz quotidiano

Tasse e gabbie

Tasse/ Roberto Calderoli a caccia di voti:”Abolire l’Irpef al Nord dove il costo della vita è più alto”

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“Capisco che siamo ad agosto, ma basta con questa superficialità: nessuno ha parlato di gabbie salariali, semplicemente sostengo una cosa, detta da Berlusconi, di assoluto buonsenso: le retribuzioni vanno collegate al potere di acquisto. Poi, se uno rifiuta di capire…”. Roberto Calderoli rilancia con nuove proposte sulla questione del costo della vita e dei salari: al Sud – dice il ministro per la semplificazione normativa, intervistato dalla Stampa – “toglierei subito l’Ires alle aziende che aprono e creano nuova occupazione. Per un periodo di cinque anni. Dopodiché vedrei se questa fiscalità di vantaggio – insiste -ha prodotto effetti positivi, come io credo”.

Secondo Calderoli, lo Stato non ci rimetterà “perché recuperiamo l’Iva e i contributi di chi oggi lavora in nero, e laggiù ce n’è tanti”. Per il Nord, invece, Calderoli pensa a un “intervento sulle imposte dirette, sull’Irpef tanto per capirsi. Si tratterebbe – spiega il ministro leghista – di definire l’area esente in base al costo della vita. Dove questo è maggiore, anche l’area cosiddetta ‘no tax’ dovrebbe essere
più ampia. E viceversa”.

Insomma, al Nord si pagherebbero meno tasse e “gli aumenti in busta paga si trasformerebbero in incentivo vero, mentre ora se li mangiano le imposte”. Calderoli dice di averne già parlato “con qualche esperto. E ne ho accennato al Grande Capo”, a Umberto Bossi. Non ha ancora sentito però Giulio Tremonti, che forse qualche dubbio potrebbe averlo: ‘Se e’ per questo, vorrei togliere anche il costo del lavoro e gli interessi passivi dall’Irap, così almeno – scherza Calderoli – mi strozzerò per qualcosa”. In realtà, tutte le polemiche intorno alle proposte del Carroccio sono semplici “tentativi – taglia corto il ministro – di creare tensioni tra Berlusconi e Bossi, di mettere in crisi il governo”.

Fonte: blitz quotidiano

Berlusconi, ancora una smentita: “Mai detto si alle gabbie salariali”. Sulla privacy “Merito di essere lasciato in pace”

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«Non ho mai parlato di gabbie salariali, è una polemica assurda». Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi attacca ancora la stampa.  A tre giorni da un’intervista al Mattino di Napoli in cui il premier aveva parlato di «esigenza di rapportare retribuzione e costo della vita al territorio» arrivano, inevitabili, le precisazioni, stavolta affidate al quotidiano di famiglia Il Giornale.

«Basterebbe andare a rileggersi le dichiarazioni esatte», precisa il premier, per comprendere che «quando ho detto che mi sembra sia giusto discutere di questo rapporto», quello tra salari e territorio,  «mi riferivo semplicemente a qualcosa che già esiste». Ovvero, continua Berlusconi, «alla contrattazione decentrata, già approvata peraltro dalle categorie sindacali, Cgil esclusa».

Dal premier, poi, anche un’autodifesa preventiva: «So anche che adesso diranno che ho fatto retromarcia, che mi sono rimangiato tutto o chissà cos’altro».

Le dichiarazioni del premier al Mattino, evidentemente, sono state «fraintese» da tutti i maggiori quotidiani nazionali. Per il Sole 24 ore, ad esempio, era arrivato il «sì di Berlusconi alle gabbie salariali». Pressoché identica la titolazione di Repubblica. Più cauto, ma sostanzialmente analogo, il taglio del Corriere della Sera, secondo cui il presidente «apre alle richieste della Lega».

Nell’intervista a Il Giornale, Berlusconi ha anche puntato il dito contro quelle che giudica ripetute invasioni nella sua vita privata: «Rendiamocene conto, non esiste più il privato, per nessuno. Io, per quanto mi riguarda, ho fatto tanto e continuo a lavorare nell’interesse del Paese. Merito, sinceramente, di essere lasciato un po’ in pace. Basta violare la privacy».

Fonte: blitz quotidiano

Gabbie salariali, rissa a destra. E si scatena il giro di poltrone

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di Bianca Di Giovanni

La «questione Sud» posta dal Nord comincia a scoprire i nervi della destra. Ieri, mentre il Pdl tentava di smussare, mitigare, alleggerire il confronto sulle gabbie salariali, aggrappandosi all’intesa appena siglata con le parti sociali (esclusa la Cgil) sul nuovo modello contrattuale, la Lega ha rilanciato. E Berlusconi, come al solito, dice di non essere stato compreso. “Non ne ho mai parlato. Mi riferivo alla contrattazione decentrata”. Guglielmo Epifani, leader della Cgil: “Pronti allo sciopero generale”.

Uno scintillante Luca Zaia, ministro dell’Agricoltura ma esternatore a tutto campo (ieri lo ha fatto su Rai, gay, dialetti, Fiumicino e mezzogiorno) ha detto chiaro e tondo: «Commisurare i redditi al costo della vita, anche nel Pubblico, costringerà il Mezzogiorno ad imparare a camminare con le proprie gambe». Gabbie a partire dal pubblico impiego. Gli ha dato man forte il capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota. «Altro che polemica agostana – ha detto – quello dei salari differenziati è un atto di giustizia per il nord e di rilancio per il sud». Tanto per chiarire il livello dello scontro: ai due esponenti del Carroccio ha dovuto replicare prima Daniele Capezzone, con un comunicato di fuoco, poi il ministro del lavoro Maurizio Sacconi. «Quella di una differenziazione dei salari stabilita “da Roma” per legge – ha detto il primo – è un’idea surreale, che nessuno ha mai preso in considerazione. Lo dico agli amici della Lega, sarebbe una soluzione rigida e centralista».

A questo punto di surreale c’è il fatto che Capezzone ha dovuto dire ai leghisti quanto siano centraliste le loro proposte. Ma tant’è. Sacconi ha ribadito il valore della contrattazione decentrata «che si ancora ai risultati d’impresa», ha detto, escludendo le gabbie salariali. Ma la Lega tirerà dritto, in vista delle prossime regionali, quando chiederà più presidenze nella spartizione del potere. Così, la questione Sud si trasformerà fatalmente il questione di poltrone (nella peggiore tradizione). Il premier ci starebbe già pensando.

Riservato lo scranno più alto per se stesso, ha in mente due mosse per tentare di bilanciare l’alleanza verso sud, senza togliere alla Lega la sua centralità. I boatos parlamentari parlano di un prossimo passaggio del ministro Raffaele Fitto al dicastero dello Sviluppo economico. Così, con un balzo, un meridionale si ritroverebbe al centro delle politiche industriali. E questo, nella strategia dei «posti a tavola» ci starebbe.

Anche perché ormai da tempo per Claudio Scajola il premier pensa a un ritorno al partito, dilaniato da mille tensioni. Il ministro ligure non vorrebbe, ma il premier è intenzionato a fare il repulisti nel Pdl (appena fondato). Deve liberarsi di Denis Verdini (l’uomo che gli presentò Gianpaolo Tarantini): troppo tesi i rapporti con i capigruppo. Così, dentro Scajola e magari un altro uomo del Sud, per preparare il terreno delle regionali. Pare si tratti del senatore Guido Viceconte, nato in Basilicata, di cui si ricorda a Palazzo madama la proposta di legge per istituire una nuova provincia, quella di Melfi. Ancora poltrone (nella tradizione). A questo punto la previsione è facile. I problemi del sud resteranno immutati.

«Dovrebbero semplicemente reintrodurre quello che hanno tolto – dichiara per il Pd l’onorevole Ludovico Vico – I fas, il credito d’imposta a sud, i fondi per gli accordi di programma». Ricominciare dal maltolto, invece che dai salari dei lavoratori e dalle stanze del potere.

Fonte: l’Unità

Governo complice del disastro finanziario di Palermo

di Giuseppe Lumia – 12 agosto 2009

Dopo il contributo dato per tappare i buchi di bilancio di Catania e Palermo, Berlusconi con una ordinanza autorizza la giunta comunale del capoluogo…

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…siciliano a raddoppiare l’addizionale Irpef dallo 0.4 allo 0.8.
Il governo, quindi, ancora una volta si fa complice del disastro finanziario di Palermo, creato da un’amministrazione comunale incapace. In questi anni sono calati a picco tutti gli indicatori economici e sociali relativi alla città, occupazione e sviluppo in primis. La qualità dei servizi è peggiorata – trasporti, smaltimento rifiuti, gestione dell’acqua – mentre  sono aumentati vertiginosamente i costi per i cittadini. Per fare un esempio concreto è di ieri la notizia che sulla raccolta differenziata Palermo è agli ultimi posti, col 4.6 %.

Di fronte a questo scenario drammatico cosa fa l’amministrazione comunale? Piuttosto che sviluppare un piano di riqualificazione della spesa, a partire dalla riorganizzazione delle municipalizzate, che gestiscono per conto del Comune i servizi di base, risolve il problema scaricando sui cittadini i costi della propria cattiva amministrazione. Nessuna assunzione di responsabilità da parte di amministratori e dirigenti, nessuna idea, nessun progetto politico. Alla fine gli unici a pagare sono sempre i cittadini, che ricevono servizi scadenti e a peso d’oro. Una situazione disastrosa che il Partito democratico, con i suoi consiglieri comunali, denuncia da tempo, proponendo contemporaneamente alternative rimaste purtroppo inascoltate, ma che stanno contribuendo a far prendere consapevolezza e ad animare un significativo movimento di opposizione.

Altro che taglio delle tasse, come comunica la propaganda del centrodestra intenta ogni giorno a far credere che l’aumento delle tasse sia una caratteristica del centrosinistra. La realtà è ben altra. Ogni qual volta Berlusconi è al governo la pressione fiscale aumentata sia a livello nazionale che locale e soprattutto nelle città del Sud dove governa il centrodestra. Coloro che del taglio alle tasse ne hanno fatto una bandiera politica, nella realtà le aumentano. Malgrado le maggiori entrate non producano servizi migliori, addirittura esse  si perdono nei rivoli della cattiva politica e della cattiva amministrazione.

È tempo di svegliarsi e aprire gli occhi su un tema purtroppo marginalizzato dal dibattito pubblico, ma che incide pesantemente sullo stato di salute dell’economia nazionale e locale e sulla vita concreta dei cittadini. È necessario un approccio serio e rigoroso e non demagogico: abbassare la pressione fiscale correlandola ad una migliore gestione della spesa pubblica, per ottenere efficienza e qualità dei servizi. Palermo da questo punto di vista è l’esempio di ciò che non si dovrebbe fare. L’aumento dell’irpef non lascia precludere nessun beneficio per la città, perché non fa altro che alimentare un circolo vizioso fatto di inefficienza, clientele e collusioni. Solo coniugando legalità e sviluppo nella gestione delle entrate e delle uscite potremo allo stesso tempo diminuire la pressione fiscale, migliorare la qualità dei servizi e far sì che la politica ritorni a perseguire l’interesse collettivo, al servizio di tutti i cittadini.
www.giuseppelumia.it

fonte: Antimafia Duemila

Francia: donna cacciata dalla piscina perché indossava il “Burkini”, il costume da bagno islamico

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Voleva rinfrescarsi con un tuffo in piscina quando il bagnino di Emerainville, nella banlieue di Parigi, gliel’ha vietato e l’ha allontanata dall’impianto. Colpa del  “burkini”,  costume da bagno islamico integrale, indossato da Carole, 35 anni, francese convertitasi all’islam da 17 anni.

La donna, a quel punto, è andata immediatamente al commissariato di polizia di Noisel per denunciare il presunto abuso del bagnino.  Per il responsabile dell’impianto, Yannick Decompois, però, dietro la scelta di proibire il costume, non ci sarebbe nessuna pregiudiziale politica ma una semplice cautela igienico sanitaria.

Il costume, infatti, il cui nome viene da una curiosa fusione di burka e bikini, veste interamente il corpo, lasciando scoperte solo il volto, le mani e piedi. Per acquistarli online, sul sito vetislam.com, le donne spendono cifre tra i 49 e 110 euro.

Un tipo di abbigliamento «inadeguato» per Decompois che ha aggiunto: «L’errore è stato consentire in passato a donne con questo costume di accedere in piscina in passato».

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In Francia, però, la questione fa discutere. Nelle scorse settimane, infatti, è stata istituita una commissione una commissione parlamentare d’indagine sul porto del burqa e del niqab. Era intervenuto anche il presidente Nicolas Sarkozy, affermando che «l burqa nonè il benvenuto in Francia».

Alcune note dei servizi d’intelligence francese, pubblicate da Le Monde, hanno ridimensionato di molto a livello di numeri la questione, recensendo 367 donne con il burqa in tutto il Paese.  Ma la polemica continua: dopo la denuncia di Carole, il deputato comunista Andrè Gerin, membro della commissione, ha parlato di un caso di «provocazione militante».

Fonte: blitz quotidiano – 12 agosto 2009

Rifiuti urbani: solo 27 Comuni rispettano la legge, tutti gli altri sotto la soglia, il Sud sotto terra

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Ricicliamo poco e non ricicliamo tutti. Ma almeno ricicliamo rifiuti un po’ di più di prima e ne mandiamo in discarica un po’ meno di prima, anche se la discarica resta la scelta peggiore e più praticata. Quasi tutti i Comuni restano sotto la soglia di legge che dovrebbe essere  ma di fatto non è obbligatoria quanto a riciclaggio. Quasi tutti sotto soglia e il Sud addirittura sotto terra.

È stato reso noto il rapporto dell’Istat sugli “indicatori ambientali urbani;” i dati riguardano le città italiane e il loro livello di compatibilità ambientale. Per quanto riguarda la raccolta differenziata, nei comuni italiani vi è stata una crescita complessiva che ha interessato tutte le aree geografiche italiane sud compreso: +3,3 nel Sud, +2,8 nel Nord e +2,7 nel Centro. Il livello dal 2000 è sempre crescente: nel 2008, la percentuale di differenziata a livello nazionale risulta pari al 28,5%, 3 punti in più rispetto al 2007.

Per quanto riguarda i singoli capoluoghi di provincia, l’oscar è andato a Verbania che nel 2008 ha raggiunto il 73, 5% di raccolta differenziata sul totale dei rifiuti.  Tra tutti i comuni italiani, ci sono casi clamorosi come Salerno, che è passata dall’8% al 48,9%. Tra i comuni che hanno avuto incrementi superiori al 10% ci sono Pordenone (+16,7), Biella (+15,1) e Avellino (+12,1). La soglia del 45% prevista dalla legge è stata superata solo da 27 comuni: tra questi, ci sono Novara e Asti (oltre il 60%), Belluno, Rovigo, Lecco, Gorizia, Trento, Treviso, Biella, Alessandria, Bergamo (oltre il 50%), Varese, Salerno, Reggio Emilia, Vicenza, Piacenza, Forlì, Ravenna, Udine, Sondrio, Pordenone, Lucca e Cuneo.

Se al nord la percentuale di raccolta differenziata mediamente si attesta intorno al 39,9%, nel centro scende al 25,5%, mentre nei comuni del Mezzogiorno e delle isole si attesta al 14,5%.

E veniamo infine ai comuni maglia nera”: questi sono tutti comuni  che appartengono geograficamente al sud o alle isole. Messina si ferma al 3,1%, Iglesias al 3,8%, Palermo al 4,6%, Isernia al 5,3%, mentre Enna si ferma al 5,4%. Napoli, malgrado le emergenze sui rifiuti di questi ultimi anni, ha un dato in media simile a quello dei capoluoghi del sud, il 14,5%.

Fonte: blitz quotidiano – 11 agosto 2009

I vescovi contro il Tar del Lazio – Gelmini: “Faremo ricorso”

Monsignor Diego Coletti critica la decisione del Tribunale amministrativo
Il ministro dell’Istruzione: “Così si discrimina la religione cattolica”

Gasparri: “Deriva anticattolica”. Volonté: “Magistratura fuori legge”
Di Pietro: “Da cattolico condivido sentenza”. L’Osservatore romano: “sconfitta culturale”

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I vescovi contro il Tar del Lazio Gelmini: "Faremo ricorso"

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CITTÀ DEL VATICANO – “Sentenza pretestuosa”, “bieco illuminismo”. La Chiesa non ci sta e, tramite monsignor Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica scatena fuoco e fiamme sulla sentenza del Tar del Lazio che esclude gli insegnanti di religione dagli scrutini. Passano poche ore e il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini mette in pratica l’indignazione dei vescovi: “Farò ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza”. Secondo il ministro questa decisione discrimina la religione cattolica. “L’ordinanza del Tar determina un ingiusto danno nei confronti di chi sceglie liberamente di seguire il corso”, dice la responsabile dell’istruzione che difende il ruolo degli insegnati di religone: “Non è giusto sminuire il loro ruolo, come se esistessero docenti di serie a e di serie B”.

Proprio quello che la Cei aveva chiesto. “Non credo – aveva detto ai microfoni della Radio Vaticana monsignor Coletti – che tocchi alla chiesa come tale fare ricorso. Tocca ai cittadini italiani organizzati in partiti o in associazioni culturali esprimere il loro parere, il loro dissenso di fronte a una sentenza così povera di motivazioni e credo che lo stesso ministero dovrà fare un ricorso perché ciò che è stato messo sotto accusa non è l’opinione della Chiesa ma una circolare del ministero, un qualche cosa che attiene all’organizzazione della scuola di Stato e credo quindi che siano questi gli organismi che debbano muoversi”.

Monsignor Coletti ha definito la sentenza particolarmente pretestuosa e ha riaffermato che l’insegnamento della religione cattolica è parte integrante della conoscenza della cultura italiana, e in questo senso va inteso nel sistema scolastico italiano, non come percorso confessionale individuale. “Non si tratta di un insegnamento che va a sostenere scelte religiose individuali: ma di una componente importante di conoscenza della cultura di questo Paese, con buona pace degli irriducibili laicisti e purtroppo dobbiamo dire con buona pace anche dei nostri fratelli nella fede di altre confessioni cristiane”.

La sentenza del Tar del Lazio, ha proseguito Coletti, rischia di alimentare diffidenza e sospetto verso la magistratura che sono già troppo alti in Italia e sono fenomeni che invece vanno contrastati. “Non conosco i giudici del Tar del Lazio – ha detto il vescovo di Como – anche se questo tribunale amministrativo ha una sua lunga storia che molti conoscono. Caso mai ci sarà da chiedersi come mai la competenza su una questione così delicata venga data a un tribunale amministrativo regionale”.

Dura presa di posizione sull’ordinanza del Tar da parte dell’Osservatore romano, che con un articolo intitolato “Una sentenza che discrimina i docenti di religione”, dà voce al vescovo di Piazza Armerina, Michele Pennisi, membro della commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l’università: “questa sentenza – afferma il religioso – discrimina di fatto sei milioni di studenti che hanno scelto l’insegnamento della religione come materia scolastica e tutti quei docenti che, dopo aver superato un concorso, si trovano ora a essere considerati professori di serie b”.

Critiche alla sentenza arrivano anche dal fronte politico. E sono trasversali. Giuseppe Fioroni, ora responsabile organizzazione del Pd, da ministro della Pubblica istruzione fautore delle contestate ordinanze, ha invitato il ministro Mariastella Gelmini a fare ricorso. Il presidente del gruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, ha parlato di “deriva anticattolica che non ha precedenti nella storia e nella tradizione del nostro Paese”. Sulla stessa linea il presidente del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, secondo cui “il Tar del Lazio non coglie il problema e rischia di gettar via il bambino insieme all’acqua sporca”. Il punto “è quello di assicurare lo stesso numero di ore di frequentazione scolastica a ogni alunno, cosa che non avvenendo determina la discriminazione su cui è intervenuto il Tar del Lazio”. E di “vergognosa e ideologica sentenza” parla anche Luca Volontè dell’Udc secondo il quale “la magistratura è fuorilegge”.

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Favorevole alla sentenza il leader dell’Idv, Antonio di Pietro: “Da cattolico, rispettoso della Chiesa e dei suoi comandamenti, non posso che condividere la decisione del Tar del Lazio in quanto in uno Stato laico tutti i cittadini, cattolici e non cattolici, hanno uguali diritti”. Della stessa opinione sono i ragazzi dell’Unione degli studenti, che la considerano “un passo avanti nella direzione della laicità della scuola pubblica”. “Da sempre – ha sottolineato l’Uds – riteniamo incostituzionali le ordinanze dell’allora ministro Fioroni e vediamo con entusiasmo l’accoglimento del ricorso di cui l’Unione degli Studenti è stata l’associazione studentesca firmataria”. “Viva soddisfazione” è stata espressa anche dal presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, il pastore Domenico Maselli, tra i firmatari del ricorso avanzato, tra gli altri, anche dalla Consulta romana per la laicità delle istituzioni e dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), insieme a decine di associazioni laiche e a diverse confessioni religiose non cattoliche – tra cui avventisti, battisti, ebrei, luterani, pentecostali e valdesi – nonché da due studenti oggi ventenni, che in sede di scrutinio degli esami statali si erano visti discriminati nell’attribuzione del voto finale, perché non avevano frequentato l’ora di religione.

fonte: la Repubblica – 12 agosto 2009

Abruzzo: verità e bugie

Berlusconi cerca casa all’Aquila

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Il Cavaliere: “Stando qui controllerò i lavori. Entro il mese di novembre tutti gli aquilani potranno tornare nelle abitazioni e lasciare le tende”

L’AQUILA. E’ L’Aquila la meta scelta dal premier Silvio Berlusconi per le vacanze. E così, rompendo la tradizione che lo vuole in Sardegna a villa «La Certosa» nel periodo estivo, afferma che sarà invece in Abruzzo: «Sto cercando casa all’Aquila», ha annunciato nel corso della conferenza stampa al termine del summit. Più che una vacanza sarà un modo, spiegherà poi, per verificare l’avanzamento dei lavori di ricostruzione. Il programma delle vacanze, dunque, prevede il soggiorno nel capoluogo abruzzese con delle puntate nella residenza di Arcore dove Berlusconi si dedicherà alla preparazione dell’agenda di governo per la ripresa autunnale. Relax, solo per qualche giorno, spiega il suo portavoce, Paolo Bonaiuti, in compagnia dei nipotini al mare. «A settembre poi di nuovo in Abruzzo per consegnare a metà mese i primi alloggi e l’obiettivo» ribadisce «che entro novembre non ci sia nessuno senza casa». «Certo, la ricostruzione della zona terremotata, considerando anche gli edifici storici, non sarà breve, anzi, precisa lo stesso Berlusconi, «ci vorranno anni ma l’impegno è di concludere tutto entro la legislatura». Il Cavaliere rivendica la scelta, dettata da «lungimirante follia» dice citando Erasmo da Rotterdam, di aver spostato il summit dalla Maddalena a L’Aquila: «Il risultato è positivo».

OPPOSIZIONE NEL MIRINO. Berlusconi rivendica il risultato del vertice come un successo personale e critica l’opposizione che, spiega, avendolo attaccato «oltre il senso della civiltà ha remato contro gli interessi del Paese». Il summit era senza dubbio un giro di boa per il presidente del Consiglio: l’ombra di nuovi scandali sulla sua vita privata ha aleggiato per i giorni del vertice. La tregua auspicata dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha contribuito a svelenire il clima, ma il timore di nuove rivelazioni, magari sotto forma di foto sulla stampa estera, era assillante. Quando nel giorno conclusivo si è capito che anche questo pericolo non c’era, è sorto il timore di domande imbarazzanti nella conferenza stampa conclusiva. E Palazzo Chigi, per evitare polemiche, decide di non porre limiti al numero di quesiti. Ma anche questo ostacolo è stato superato. Berlusconi mantiene il controllo, schiva le domande sulle polemiche e veste i panni della vittima: «Non ho goduto di nessuna tregua», sottolinea come per dire che la stampa e l’opposizione hanno continuato a criticarlo anche dopo l’appello del Quirinale. Solo quando gli chiedono di un possibile dialogo con l’opposizione perde l’aplomb che si è imposto nei tre giorni del summit. Il giudizio sul centrosinistra è forte: «Mi attaccano oltre il senso di civiltà, per dialogare con loro», sentenzia «devono cambiare».

Liquidata l’opposizione, Berlusconi si concentra sui risultati del vertice: elenca le decisioni prese su clima, politica estera, crisi e aiuti ai poveri. Poi, a proposito dell’organizzazione, chiosa: «E’ un risultato positivo: tutto andato benissimo, abbiamo ricevuto complimenti addirittura imbarazzanti». Torna a citare il suo libro preferito di Erasmo da Rotterdam, per sottolineare come la scelta spostare il summit a L’Aquila, pur se rischiosa, alla fine è risultata vincente.

LA FOTO DI GRUPPO. Prima di lasciare L’Aquila, Berlusconi si è concesso per la foto ricordo con tutti quelli che, nei tre giorni del vertice dell’Aquila, hanno assicurato le comunicazioni tra le centinaia di persone impegnate a garantire il buon andamento: il presidente Berlusconi vuole incontrare tutti per un saluto. E dopo un rapido tam tam con i walkie talkie, sono arrivate forse 400/500 persone nel punto che ha ospitato tante foto di famiglia, come si chiamano le fotografie che, in eventi ufficiali, raccolgono tutti i protagonisti.

Sono arrivati gli uomini della Protezione civile,
militari e volontari, ma anche tecnici e addetti ai servizi. Berlusconi non si negato all’inatteso bagno di folla e di entusiasmo, salutando tutti calorosamente e ringraziandoli per l’impegno profuso per la buona riuscita di un vertice che, per tre giorni, ha messo l’Italia al centro del mondo, ma soprattutto al centro dell’attenzione del mondo. Quasi scene da stadio, quasi una ola che ha unito ad un sorridente presidente del Consiglio tutti i presenti.

INCONTRI BILATERALI. Il presidente del Consiglio Berlusconi, come informa una nota di Palazzo Chigi, ha completato una serie di incontri bilaterali al termine del vertice G8 dell’Aquila. Prima con il presidente della Repubblica di Corea Lee Myung-bak, poi con i primi ministri dell’India e della Australia, Manmohan Singh e Kevin Rudd, il presidente del Consiglio ha potuto affrontare le principali questioni bilaterali tra l’Italia e questi tre Paesi chiave. Era presente il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Con il presidente Lee Myung-bak è stata, in particolare, auspicata la conclusione dell’accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e la Corea. Entrambi i leader hanno condiviso le grandi opportunità che si potranno aprire per l’Italia e la Repubblica di Corea con la conclusione dell’accordo. Berlusconi ha accettato l’invito a recarsi in Corea in occasione del vertice G20 di Seoul che si terrà nell’aprile 2010. Con il premier indiano Singh, si deciso di riavviare iniziative per incrementare gli scambi tra i due Paesi, con la convocazione della Commissione economica mista del Chief Executive Forum. I due leader hanno deciso di iniziare la cooperazione nel turismo e nella coproduzione televisiva.

fonte: il Centro – 11 luglio 2009

L’estate di Berlusconi: «Prima dieta poi ritorno a Villa Certosa»

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Silvio Berlusconi tornerà questa estate in Costa Smeralda, nella villa di Porto Rotondo. Lo ha detto lo stesso presidente del Consiglio, conversando con i cronisti durante una passeggiata fra alcune vetrine del centro di Roma, sottolineando che prima della Sardegna trascorrerà alcuni giorni in una località che non ha voluto rendere nota per perdere peso e che, comunque, almeno una volta alla settimana, farà dei sopralluoghi in Abruzzo.

«Oggi ho fatto il Consiglio dei ministri e ora me ne vado un po’ in vacanza», ha detto Berlusconi uscendo da un negozio del centro di Roma, vicino alla sua residenza-ufficio di Palazzo Grazioli. «Ora – ha aggiunto – faccio dieci giorni di cura sportiva perché con il cortisone che ho preso (per il famoso torcicollo, ndr) devo smaltire un po’ di peso e dunque farò una cura sportiva di recupero fisico». Ai cronisti che gli chiedevano se fosse diretto a Milano, il premier ha risposto: «Vado a Milano ora, ma poi mi sposto…». Successivamente, ha precisato Berlusconi, si sposterà a Villa La Certosa: «Dal 10 al 20 agosto, forse al 25 sarò in Sardegna», ha detto il premier, sottolineando che a Porto Rotondo lo raggiungeranno «i miei figli con tutti i miei nipoti». E l’Abruzzo con l’emergenza terremotati? «Certo che ci andrò, ci sarò uno o due giorni a settimana: ci sono sempre da prendere decisioni importanti; stiamo facendo grandi cose, non solo le case ma anche le villette».

Fonte: il Sole 24ore – 1 agosto 2009

L’avvoltoio è appostato

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Eccomi di ritorno a Roma. Tante le cose da raccontare. Pubbliche e private. Dopo essere stata via per due settimane, la città mi è apparsa in tutta la sua cruda realtà. Nulla è cambiato. Traffico caotico ed esasperante sull’unica arteria percorribile. E persone sempre più disorientate e sfiduciate. C’è in ballo il famoso questionario per il censimento abitativo. E solo di quello si discute. Tanta incertezza. E paura. I giorni a disposizione sono pochi per operare delle scelte. Si sa bene che gli alloggi C.A.S.E. saranno sufficienti per pochi. Si teme che le abitazioni a disposizione del Comune possano trovarsi ai piani alti dei palazzi di periferia, piani che ancora terrorizzano. Si paventa, su basi concrete, che i contributi per l’autonoma sistemazione arrivino in tempi biblici, stante il fatto che a tutt’oggi sono stati liquidati solo quelli del mese di aprile, decurtati dei primi sei giorni. Ottanta euro a cittadino. Le persone vagano con il questionario in mano, e aria spaventata. Ho visto gente piangere. Seduta alle panchine della villa comunale, o ai tavolini di qualche bar aperto, o in coda per consegnare i moduli. I funzionari della Protezione Civile, però, erano solerti nel dire che il questionario non costituiva un riferimento per le graduatorie degli alloggi. Era solo un censimento abitativo. E qui, illuminante, è arrivata la mia amica Stefania Pace che ha letto per esteso l’ordinanza firmata dal Presidente del Consiglio il giorno 30 luglio 2009. Prima delle vacanze degli Italiani.

L’articolo 28, al comma 1, recita:

-Allo scopo di definire in modo dettagliato e puntuale i fabbisogni abitativi dei cittadini del comune dell’Aquila che alla data del sei aprile 2009 risiedevano o avevano stabile dimora in un’abitazione E o F oppure situata nelle aree soggette a sgombero per effetto di provvedimenti dell’Autorità sindacale, il Commissario delegato ed il Comune dell’Aquila provvedono all’espletamento di un’attività di rilevazione, utilizzando il modulo allegato alla presente ordinanza, quale dichiarazione sostitutiva alla dichiarazione ai sensi e per gli effetti dell’articolo 46………..

Basta un passetto indietro, all’articolo 26, comma 1, per leggere:

-Per assicurare il necessario supporto alle attività inerenti alla raccolta e all’elaborazione delle dichiarazioni sostitutive della certificazione, ai fini della determinazione dei fabbisogni alloggiativi dei cittadini con abitazione E o F e di cui alle ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri n.3789 e n. 3790 del 9 luglio 2009, Fintecna Spa mette a disposizione del Dipartimento della protezione civile della presidenza del Consiglio dei Ministri un nucleo di risorse professionali composto di esperti di informatica.

Eccola là. Fintecna Spa. Quella che tutti noi sappiamo essere appostata dietro l’angolo a rilevare mutui e a comprare ruderi. A prezzo stracciato. Finalmente avrà un quadro completo delle proprietà. Tutto a sua disposizione.Lo elaborerà. Saprà chi potrà permettersi di affrontare gli oneri di una ricostruzione, chi invece non ha più nulla. Conoscerà lo stato patrimoniale degli Aquilani.Mentre affila gli artigli. E i denti.

Aggiungo il link ad un video realizzato da La Repubblica. Guardatelo, vi farà capire tante cose.

http://tv.repubblica.it/rubriche/yes-we-camp/il-censimento-che-spaventa/35677?video

fonte: Miss Kappa – 9 agosto 2009

Bugie.

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Post breve. Sono a L’Aquila per cercare di firmare il contratto di affitto per una casa. Una casa per l’inverno. Trovata da me. Così come la maggior parte degli Aquilani sta facendo. Nessuno si fida delle promesse del Governo e di mister Pinocchio. Il premier imbellettato, dopo aver annunciato l’intenzione di risiedere a L’Aquila per il mese di agosto, dopo aver detto che sarebbe, invece, venuto due volte a settimana, dopo aver cinguettato che non viene perchè qui i lavori sono in anticipo e, quindi, non ci occorre un premier capocantiere, ha asserito, sempre con sorriso a cinquantaquattro denti, che avremo un tetto sulla testa, tutti, per settembre. Vi allego la foto del cartello apposto sul cantiere di Cese di Preturo. Uno di quelli dello sciagurato progetto C.A.S.E. Il primo a partire dei venti in programma. Leggete, per favore,ingrandendo la foto, la data di consegna dei lavori.

Non ci dobbiamo abituare a tutto questo. Non dobbiamo abituarci a ritenere le sue continue bugie una cosa da sottovalutare. I bugiardi sono pericolosi. Oltre che disonesti.

foto tratta da http://terremoto09.wordpress.com/

fonte: Miss Kappa – 12 agosto 2009

https://i0.wp.com/www.marche-romagna.com/blog/wp-content/berlusconi_s.jpg

Cacciati dal lavoro. Sfrattati da casa

di Emiliano Fittipaldi

Famiglie colpite dalla recessione. Che non riescono a pagare l’affitto. E costrette a lasciare l’abitazione. Un fenomeno drammatico. Specie al Centro-Nord

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Caterina Galdiero, nella tragedia che va in scena ad ogni sfratto, interpreta la parte della cattiva. Accento meridionale, carattere tosto, fa uno dei mestieri più odiati dall’immaginario collettivo nazionale: l’ufficiale giudiziario. La longa manus operativa dei giudici, che entra in azione quando i provvedimenti non vengono eseguiti “spontaneamente” da debitori di ogni specie. Negli ultimi mesi Caterina sta diventano buona. Sembra un’assistente sociale. «A Reggio Emilia la situazione è precipitata. Riceviamo ogni santo giorno sei o sette citazioni per sfratti coatti. Quasi tutti per morosità. La gente travolta dalla crisi non riesce più a pagare l’affitto. Non sono delinquenti che fregano i proprietari, come spesso avveniva in passato, ma povere famiglie che perdono il lavoro». A Reggio da marzo a giugno sono arrivati 936 istanze nuove di zecca. I dati sono ufficiali, vengono dal tribunale: l’aumento medio rispetto al 2008 è del 557 per cento. Caterina e la sua squadra sta assistendo a un fenomeno sociale mai visto prima in una delle province più ricche d’Europa: «Ci dobbiamo corazzare umanamente e psicologicamente. Ci troviamo di fronte a disperati, a situazioni di povertà pura. Immigrati, operai in cassa integrazione, precari, impiegati, coppie con figli. Siamo noi in genere a chiamare i servizi sociali, ma devo dire la verità: ne riusciamo a risistemare pochini». Già: la stragrande maggioranza va in strada e si arrangia come puo.

Anche in Lombardia la situazione è fuori controllo. I giudici applicano la legge e firmano notifiche a quintali. Pio De Chiara, che fa il lavoro del “cattivo” da 26 anni ed è segretario regionale del sindacato degli ufficiali giudiziari, dice che non lavora così tanto dal 1991. Altro periodo difficile per l’economia. «Stavolta è peggio. Io ho il mandamento su Trezzano dell’Adda, Gorgonzola e altri otto comuni. L’aumento dei morosi è pazzesco, del 40-50 per cento. Io non posso farci nulla, se ci vanno di mezzo bambini e anziani cerco di spostare l’arrivo della polizia di una, due settimane. Ma dopo il secondo accesso dobbiamo cambiare la serratura. Qualcuno dice che noi acceleriamo per guadagnare più soldi, ma è una menzogna. Per uno sfratto becco la miseria di 17,20 euro, un fabbro circa 150. Lo scriva, noi con questo boom non ci guadagniamo niente».

Decine di migliaia di persone, di sicuro, stanno perdendo tutto. Le tabelle provvisorie del ministero degli Interni (pubblicate su Internet e subito ritirate) arrivano fino al dicembre 2008. Raccontano come la recessione si stia accanendo sui più deboli e, paradossalmente, sulle regioni più produttive. Quelle della Padania, dove chiudono le fabbriche e non si rinnovano i contratti a termine di precari e interinali. Gli sfratti emessi sono cresciuti in Italia del 17 per cento, ma a Torino si arriva al 50, a Venezia al 260, a Treviso al 74, Como e Mantova sfiorano un aumento del 40. Anche a Brindisi, Isernia e Napoli si registra un raddoppio secco, ma in dati assoluti tre sfratti su quattro sono localizzati al Centro-nord. Una dinamica che sta assumendo proporzioni ancor più gravi nei primi sei mesi del 2009, di pari passo con il boom della disoccupazione.

La catastrofe travolge pure le regioni “rosse”, dove il welfare comunale non riesce più a ricucire gli strappi che si aprono ogni giorno nel tessuto sociale. A Firenze il mix tra poca disponibilità abitativa, flussi turistici e arrivi degli studenti ha fatto schizzare i canoni di affitto a prezzi esorbitanti. In media una casa costa, secondo uno studio della Uil, 1.082 euro ed erode quasi la metà del reddito mensile. Claudia Verri, che ha appena compiuto 48 anni, fino a gennaio mandava avanti un negozio di abbigliamento nel centro storico. Il negozio è fallito alla velocità della luce e si è ritrovata all’improvviso con un affitto da 1.200 euro, più un figlio da mantenere all’università. Cacciata di casa, ora lavora part-time come cassiera a 800 euro al mese, ha piazzato il ragazzo in giro da amici e preso una stanza dentro un appartamento che divide con cinque persone.

Una discesa sociale choccante: «Con loro non mi trovo. Sono pendolari, altri impoveriti a causa della separazione con la moglie. Come mi sento? Umiliata, stanca». Simone Porzio, del Sunia, ha seguito il caso. Il suo ufficio è sommerso di atti e carte. Fa un caldo boia, e la fila davanti allo sportello informazioni inizia fuori il palazzo. «A Firenze solo a luglio abbiamo contato 50 sfratti con la forza pubblica. Quarantasei erano morosi, quasi tutte famiglie italiane, giovani con uno o due figli. Il cursus è sempre lo stesso: uno dei due perde il lavoro, cerca inutilmente un nuovo impiego, i risparmi si riducono al lumicino, si taglia l’affitto prima e le bollette di luce e gas dopo». Gli extracomunitari non sono ancora finiti nel vortice: senza casa perdono il permesso di soggiorno, così fanno salti mortali per dividere le spese e tenersi strette stamberghe che i locatari si fanno pagare a peso d’oro. «Vivono in dieci in 45 metri quadri, ma l’affitto lo pagano puntuali. Non a caso sono gli inquilini preferiti da chi affitta case diroccate nel centro storico. Speculatori. Gli studenti sono fuggiti in periferia».

Per capire dove il fenomeno-sfratti incide di più, l’Unione inquilini ha messo in rapporto i morosi con il numero totale delle famiglie residenti. Ne esce una classifica sorprendente: la provincia più colpita è quella di Modena, seguita da Rimini, Firenze, Pistoia, Roma e Genova. Le dieci province meno coinvolte sono tutte nel Sud, insieme a Milano (penultima, ma i dati sono incompleti) e Bolzano. Il governo conosce bene i numeri del disagio, ma sembra guardarli impassibile: il decreto firmato pochi giorni fa non protegge quasi nessuno degli inquilini in difficoltà. I diritti dei proprietari restano sacri: la proroga a fine anno è destinata solo a chi ha in mano un contratto scaduto e un reddito inferiore a 27 mila euro l’anno. Nei parametri ci rientrano in pochi, meno del 20 per cento del totale.

«Bisogna cambiare la legge. È impensabile che chi perde il lavoro sia trattato come un delinquente», spiega Massimo Pasquini che ha stilato il rapporto per “L’espresso”: «Per accedere a una casa popolare servono i punti, che accumuli solo se ti hanno cacciato per finita locazione, non per morosità. In quel caso in una settimana ti danno l’alloggio. Gli altri rischiano di diventare degli homeless». Un fenomeno all’americana che si trasforma in guerra tra poveri, tra divorziati che non reggono il costo di due tetti, vecchi con pensioni da fame e giovani che vedono finire la casa all’asta perché non riescono a pagare la rata del mutuo.

Già. Pure i pignoramenti immobiliari stanno andando a rotta di collo. Gianni Garreffa lavora in Emilia come ufficiale giudiziario, spiega che dall’inizio dell’anno i numeri sono triplicati. «Prima si facevano avanti solo i piccoli creditori, ora sono le banche a spingere perché l’immobile sia venduto. Solo nella zona di Reggio dobbiamo vendere 270 appartamenti, molti acquistati con un mutuo da operai del distretto della ceramica in cassa integrazione». La sofferenza del ceto medio è sintetizzata anche dalle richieste dell’Enia, la municipalizzata locale, che rivuole indietro i soldi delle bollette non pagate. Garretta è quasi in imbarazzo. «Ogni mese bussiamo a 200 campanelli per chiedere somme dai 200 ai 300 euro. Prima pagavano subito, e noi soprassedevamo. Ora ammettono che i soldi gli servono per fare la spesa, e ci fanno pignorare. Noi prendiamo un’auto, se c’è, o un televisore, se è a cristalli liquidi o al plasma. Preferiamo oggetti piccoli, che non comportino troppe spese di trasporto». Stesse scene a Modena, dove negli ultimi dieci anni gli affitti sono cresciuti del 130 per cento mentre il potere d’acquisto delle famiglie di dipendenti e tute blu, statistiche Bankitalia alla mano, è calato di qualche punto. Un testacoda che diventa letale in tempi difficili come i nostri. «A essere travolti sono soprattutto i meridionali, gli emigranti arrivati a fine anni ’90», chiosa Antonietta Mencarelli del Sunia. Cristina e Pasquale Cennamo, originari di Somma Vesuviana, raccontano la loro storia. Lui fa il camionista, lei lavorava alla cooperativa Cir Food. Preparava pasti per gli ospedali. «Il nostro affitto è buono, 580 euro al mese, ma il condominio supera i 220», dice Cristina: «A febbraio è nato il mio secondo figlio, sono caduta in depressione post-partum, mi sono dimenticata di dare il preavviso e mi hanno licenziato per giusta causa. Non paghiamo l’affitto da marzo. Quando sono guarita ho cercato un nuovo lavoro. Ma non ho trovato nulla: ristoranti, ditte di pulizie, manco al nero mi vogliono». L’ente religioso proprietario si è mosso in fretta, il 7 settembre è previsto il primo accesso. «Vogliono 5mila euro in tutto. Un finanziamento l’abbiamo chiesto: ce l’hanno bocciato per mancanza di garanzie». Il passo verso gli usurai, dicono le associazioni dei consumatori, è breve: non a caso gli esponenti dei Casalesi arrestati in città la settimana scorsa facevano affari con le bische e anche con i prestiti a tassi criminali.

Lo Stato sembra impotente. L’abolizione dell’Ici e il piano casa con allargamenti annessi voluto da Berlusconi e Tremonti favoriscono chi una casa già ce l’ha, mentre l’edilizia popolare resta al palo. Le tasse sugli affitti rimangono altissime, scoraggiando i proprietari di immobili sfitti a metterli sul mercato: si tratta di centinaia di migliaia di appartamenti che, aumentando l’offerta e la concorrenza, potrebbero calmierare i canoni. Così a Milano gli sfratti pendenti oggi sono 6 mila, ammettono dall’assessorato alla Casa. Nel 2008 le forze dell’ordine hanno sgombrato 2 mila famiglie. Qualcuna tenta la fortuna all’Aler, ma è come vincere la lotteria: nell’ultimo lustro su 25 mila domande solo in 1.500 hanno avuto la chiave di un appartamento. Non è tutto. Il fondo sociale per il sostegno all’affitto era di 58 milioni nel 2000, oggi viaggia sui 30. «Le risorse destinate dalla politica sono risibili», chiude Stefano Chiappelli della Cgil.

Pure a Roma gli sfratti esecutivi stanno diventando un fenomeno di massa. Gli affitti d’oro della capitale sono leggendari e la schiera dei morosi si sta allargando a macchia d’olio. Si tenta di resistere a oltranza, alcuni decidono di occupare palazzi vuoti. Giovanna Cavallo, attivista del movimento di sinistra Action specializzato in espropri, spiega che «il martedì dobbiamo mettere i numeretti». Ci sono gli extracomunitari con il permesso di soggiorno (secondo il Sunia sono il 22 per cento del totale), gli italiani che si vedono aumentare l’affitto da 700 a 1.200 euro alla fine del contratto, colonie di famiglie vittime di speculazioni immobiliari. «A Via Caio Rutilio una cinquantina di persone, soprattutto anziani, verranno messe sul marciapiede dai proprietari del palazzo, gli eredi della marchesa di Alverà, che chiedono canoni pazzeschi». In fila ci sono pure i “cartolarizzati”, gli inquilini dei palazzi venduti dallo Stato per fare cassa e quelli vessati dalle assicurazioni con l’hobby dell’immobile. Una massa multicolore, gente diversissima unita dal destino comune di doversi trovare una nuova casa.

Giuseppe aspetta paziente il suo turno. «Ho perso il lavoro ad aprile dell’anno scorso. Ero dipendente di una ditta di mozzarelle, che ha subito un calo delle ordinazioni. Mi hanno licenziato, non ho potuto fare causa perché l’azienda è sotto i 15 dipendenti. Così non sono più riuscito a pagare l’affitto». Moglie e figlia di due anni a carico, l’ufficiale giudiziario gli ha fatto visita il 3 luglio. La prossima volta arriverà con ambulanza e polizia. «Ma non li aspetterò. Ci stiamo organizzando per occupare insieme ad altri sfigati come me. Commetterò il primo reato della mia vita, ma che devo fare? Action è l’ultima spiaggia».

Fonte: L’Espresso, 12 agosto 2009

Nuovo codice per le missioni Il Pd apre a La Russa

Pinotti: le vecchie regole non bastano. Soro: si decida con gli alleati

ROMA, 11 agosto 2009 — «Sulle missioni mi­litari internazionali, La Russa ha ragione. Il codice di pace non basta più», afferma Rober­ta Pinotti, responsabile del Pd per la Difesa. Nel corso della pas­sata legislatura, la Pinotti aveva anche presentato un progetto di legge che contemplava pro­prio il caso specifico delle mis­sioni all’estero.

Una buona parte dell’opposi­zione condivide le proposte for­mulate dal ministro della Difesa nell’intervista al Corriere. Il pro­blema esiste, dice per esempio Luca Volonté (Udc), e «bisogna affrontarlo con realismo». Ne è convinto anche il quotidiano Europa, che esprime le valuta­zioni di Rutelli e degli ex Mar­gherita all’interno del Pd. Il gior­nale sollecita «i pesi massimi del Partito democratico» a pro­nunciarsi con «una presa di po­sizione chiara sulle dichiarazio­ni espresse dal ministro La Rus­sa». Dubbi invece da parte di Antonello Soro, capogruppo Pd al­la Camera. A suo avviso, «que­ste missioni avvengono nell’am­bito di accordi internazionali, al­lora è meglio evitare decisioni casalinghe».

Frena anche uno dei tre candidati alla segreteria pd, Ignazio Marino. Dice che «se adesso La Russa si accorge che la situazione in Afghanistan è cambiata e invoca una norma­tiva nuova, deve venire a riferir­lo in Parlamento, e comunque qualsiasi modifica deve tenere conto del fatto che la nostra Co­stituzione parla di ripudio della guerra».

Vuole che se ne occupi il Par­lamento anche il leghista Gio­vanni Torri. E il Parlamento se ne occuperà di sicuro, perché bi­sogna discutere tre proposte su questo argomento. Se ne parle­rà nelle commissioni Difesa do­ve andrà a riferire il suo parere come consulente Natalino Ron­zetti, consigliere scientifico del­lo Iai (Istituto affari internazio­nali). «Andrò a dire — spiega Ronzetti — che serve un codice ad hoc per le missioni estere». In attesa di nuove norme, se­condo Mario Arpino, ex capo delle Forze armate, «bisogna ap­plicare subito il codice militare di guerra, perché si la­vora in territori di guerra». Concorda anche Franco Angio­ni che guidò la mis­sione italiana in Liba­no. «Basta — dice — con l’ipocrisia». L’ex generale Carlo Jean la chiama «furbata» del governo Prodi, quel­la di applicare il codice militare di pace. Riguardo ai mezzi Lince sot­to sequestro perché colpiti da ordigni esplosivi, la Procura di Roma fa sapere che sono tre, gravemente danneggiati: presto finiranno gli accertamenti e ci sarà il dissequestro.

Marco Nese per il Corriere della Sera