Archivio | agosto 14, 2009

Benvenuti al Monty Silvio’s Flying Circus

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CONTROMANO

di Curzio Maltese

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Nel 2009 l’Italia ha raggiunto i massimi livelli di tragicommedia dal principio dell’epoca berlusconiana. C’è qualcosa di spaventoso ma anche di esilarante in un Paese che ha i peggiori indicatori economici dell’Occidente, ma dove si discute soltanto di esami di dialetto, vessilli regionali, ronde e, naturalmente, di escort.

Sono gli argomenti cui ci costringono il premier ed i suoi alleati, l’universo di valori fondanti della maggioranza di governo. All’estero guardano a noi come ad una terra di Pulcinella. La stampa straniera non ha mai scritto tanto di vicende italiane e se ne capisce la ragione. Ogni tanto bisogna rallegrare i lettori. Da quando è esplosa la crisi economica le opinioni pubbliche di quei Paesi vengono bombardate da temi gravissimi: il ripensamento sul modello capitalistico finanziario, le riforme del welfare, gli effetti della crisi sugli equilibri internazionali. Ma, alla fine di tanto strazio, ecco l’entrata dei clown: facciamoci quattro risate sugli italiani.

Così fanno salire sul palco un signore dal naso rubizzo, le scarpe enormi (sopratutto i tacchi) e le bretelle color arancione, il quale sostiene di essere un grande leader mondiale, come nell’indimenticabile Monty Python’s Flying Circus. E giù risate. Il Pil è crollato in un anno del 6 per cento (n.d.m., del 7% notizia di oggi), la produzione industriale del 20, gli introiti fiscali del 30, in compenso il fabbisogno dello Stato è raddoppiato. Sono cifre da Argentina. Un giorno ci penseremo, ma intanto urge il dibattito sulla bandiera del Molise e dell’Umbria o ancora la partenza delle intrepide ronde.

Nella bolla politica italiana ogni discorso serio è sospeso. All’economia in ogni caso pensa Tremonti. Un genio capace di sostenere due o tre teorie diverse nello stesso libro. Però elogiato anche dalla sinistra. Originale, in effetti, lo è. Ha appena cercato di mettere una toppa su un debito pubblico tornato record con l’astuta mossa della tassazione delle riserve auree. L’Europa ci ha messo qualche giorno per dire no, il tempo di smettere di ridere. In autunno si prevede la chiusura di migliaia di imprese. Una grossa, Alitalia, non sta benissimo.

Possiamo pregustare la scena di Berlusconi che sdrammatizza al convegno di Confindustria: massì, aprite una bella agenzia di escort, che tirano sempre! Il professor Panebianco commenterà sul Corriere che il premier ha distrutto con una battuta i moralisti di sinistra. Quanto ci divertiremmo, se solo fossimo inglesi o spagnoli. Com’è invece che noi italiani siamo angosciati?

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fonte: il venerdì di Repubblica, 14 agosto 2009

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Guzzi: moto di protesta

SALVIAMO LA MOTO GUZZI

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Ciao, siamo i lavoratori della Moto Guzzi, in questi giorni abbiamo messo in atto delle iniziative di protesta, perchè,l’attuale proprietà, a marzo ci ha comunicato che entro 2mesi avrebbe deciso se chiudere la Guzzi a Mandello oppure no.

Ad oggi non sappiamo ancora nulla e siamo preoccupati , abbiamo lanciato questa petizione, vi chiediamo di firmarla e farla girare il più possibile per aiutarci a non fare chiudere questa storica azienda.

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SABATO 19 SETTEMBRE 2009 : “MOTO” DI PROTESTA

con ritrovo davanti alla sede della Moto Guzzi n via Parodi 57 – Mandello del Lario (LC)

Programma:
ore 9:00 = inizio raccolta firme petizione No al trasferimento della Moto GUZZI”
ore 10:30 = intervento Sindaco di Mandello – Sindacati
ore 11:15 = partenza MOTO MANIFESTAZIONE
– MANIFESTAZIONI DI PROTESTA IN MOTO A MANDELLO A LECCO (prevista sosta presso l’Amministrazione Provinciale)
ore 13:00 = ritorno a Mandello
ore 16:00 = intrattenimento musicale
ore 21:00 = Proiezione foto viaggio in Sud America di Simone Marchetti in sella alla MOTO GUZZI

Possibilità di ristoro presso l’area attrezzata di Piazza del Mercato dalle ore 13:00.
Possibilità di campeggio in aree riservate.
(per motivi organizzativi è gradita la prenotazione per la partecipazione a questi due momenti)

Qui sotto trovi il link alla petizione on-line

Per aiutarci subito vai qui e fai girare: http://www.ipetitions.com/petition/noallachiusuradellamotoguzzi/

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Fonte: Facebook – cause

Dalla mia esperienza di nove mesi di militanza al presidio della Innse

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di Rudy Mecca

Senza dubbio quella della INNSE è stata una lotta esemplare, condotta direttamente da 50 operai (uno di loro è mancato l’anno scorso ad Agosto) uniti da un unico scopo: difendere il loro posto di lavoro.
In questi 15 mesi, di cui 3 passati a produrre senza padrone in completa autogestione, con un fatturato di 80 mila euro, ci sono stati svariati tentativi di tagliare le gambe a questa lotta.
Il primo è arrivato a Settembre dell’anno scorso, quando la polizia ha fatto irruzione nella fabbrica, sgomberando gli operai che stavano lavorando.
Nonostante questo, nessuno si è arreso e hanno subito occupato una parte di quella che era la vecchia portineria della INNSE, organizzandosi in modo che ci fosse sempre qualcuno con dei turni: Mattino, Pomeriggio e Notte, come se stessero lavorando ancora, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.
Tutto questo per evitare quello che il proprietario “rottamaio” Genta aveva in mente sin dall’ inizio: dopo aver comprato per una miseria la ditta grazie alla legge Prodi, vendere i macchinari per permettere all’ impresa immobiliare AEDES, con la quale aveva contatti stretti (tutto in ambito Lega Nord), di smantellare l’ultimo capannone produttivo rimasto nella storica zona industriale di Lambrate, che aveva visto pian piano chiudere tutto l’imponente sito della ex Innocenti!
A questo punto la ditta Ormis di Brescia che aveva le commesse per la INNSE propone di rilevare l’azienda, ma viene minacciata da alte cariche, visto che si tira indietro dopo poco tempo.

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Nel frattempo l’area posta sotto sequestro, non permette a Genta di vendere i macchinari, ma a Febbraio, il rottamaio dopo aver riavuto in mano l’azienda, si presenta ai cancelli accompagnato dalla polizia in assento antisommossa, con 2 camion per portare via muletti e attrezzatura varia. Ne segue un violento scontro in cui le forze dell’ordine manganellano senza tanti complimenti gli operai, che però riescono a resistere, grazie anche al supporto dei militanti del presidio e dei ragazzi dei centri sociali.
La lotta si sposta in tribunale, dove sono in corso 2 processi, quello sul sequestro (ripristinato) della fabbrica e quello tra Genta e l’AEDES per l’affitto dell’ area, che nel frattempo ha cambiato consiglio d’Amministrazione (via i suoi amichetti leghisti), fino ad arrivare a qualche giorno fa: Domenica 2 agosto!
Approfittando di una Milano deserta il prefetto ordina lo sgombero del presidio e lo smontaggio dei macchinari che nel frattempo Genta aveva venduto. Un vero e proprio esercito fa irruzione nell’ex portineria alle 8.30 del mattino, buttando in mezzo alla strada operai e militanti che stavano facendo il turno.
Il giro di telefonate porta nel giro di poche ore circa 200 sostenitori. Viene bloccata la tangenziale est ed è scontro con la polizia.
Lunedì, ci sono momenti di tensione, soprattutto quando una squadra di 40 persone di Genta entra in fabbrica per iniziare lo smontaggio dei macchinari, ma gli operai non ci stanno, e con una bellissima azione collettiva e collegata, il martedì avviene quello che sapete tutti: mentre il presidio distrae i carabinieri 4 operai e 1 delegato sindacale entrano in fabbrica e salgono sul carro ponte a 12 metri di altezza, costringendo il prefetto a bloccare l’ordinanza di smantellamento.
Passano ore e giorni in cui finalmente si fa viva la FIOM che inizia una serie di incotri tra le istituzioni.
Iniziano a saltare fuori imprenditori disposti all’acquisto della INNSE, ma la vera svolta arriva venerdì quando il gruppo Camozzi di Brescia (suggerito dal Ministro Letta) dichiara di voler comprare tutto (macchinari, capannoni e forza lavoro). C’è però un problema: il caro prefetto è andato a sbattere le chiappe al mare.

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Rientrato dopo la manifestazione di una parte del presidio, prima sotto la prefettura e poi per le strade di Milano, si degna di interessarsi alla questione, ma le parti interessate si presentano con tutta calma solo il lunedì 10 Agosto, metre i 5 gruisti sono ormai da 7 giorni sul carro ponte.
La trattativa tra Genta, Camozzi e Aedes dura 2 giorni perchè il rottamaio sa di avere il coltello dalla parte del manico e gioca al rialzo, ma è costretto a cedere quando martedì sera Camozzi gli dà un ultimatum, e infatti pochi minuti prima della mezzanotte firma l’accordo e si leva definitivamente dalle palle!
Dopo 8 giorni e 7 notti gli eroi della Milano operaia possono scendere: hanno vinto e con loro tutti i compagni che hanno lottato da fuori.
E’ sicuramente una grande festa e personalmente, ho vissuto, una delle emozioni più belle della mia vita, anche se un pizzico di amaro in bocca lo tengo: infatti il gruppo Camozzi ha chiesto al comune di Milano l’ampliamento della zona produttiva, con l’intenzione di operare anche nel settore di costruzione delle centrali nucleari (Infatti l’INNSE è in grado di produrre le turbine dei reattori).

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Forse è dovuto a questo l’interesse del governo? Io credo di si, ma questa lotta ha risvegliato molti operai (come quelli della CIM di Marcellina) e questo potrebbe essere di buon auspicio per l’autunno che verrà (spero il più caldo e il più rosso possibile).

Fonte: Facebook – San Precario

In memoria di Emanuele Scieri 14-16 agosto 1999-2009

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Partì per il militare un giorno di dieci anni fa

e a casa non è più tornato,

il nonnismo voleva denunciare

e per ore (qualcuno lo disse in una telefonata) si trovò ai piedi

di una torretta ad agonizzare!

Morì solo peggio di un cane,

nessuno per tre giorni lo volle cercare.

“Nessun colpevole” scrisse la magistratura

militare e ordinaria,

chi (militare) provò a dargli verità e giustizia

passò dodici giorni in carcere e quattro di domiciliari,

trattato da troppi come uno dei peggiori criminali,

con prezzi ingiusti altissimi

pagati per l’ennesima volta anche dai familiari.

Chi (militare) provò a dargli verità e giustizia

lo assolsero poi innumerevoli volte i tribunali,

nulla però accadde anche

quando la gente comune

e alcuni amministratori

chiesero di riaprire il caso

di quell’onesto Ragazzo, Avvocato e Paracadutista,

chiesero si cancellasse quella vergogna

di un omicidio senza colpevoli.

Non fu l’unico Emanuele ad essere lasciato solo,

con la calunnia di essere un drogato,

con la menzogna che si era suicidato!

Anche alla sua famiglia riservarono purtroppo

indifferenza, menzogne e tradimento della loro fiducia nello Stato,

della loro fiducia che il figlio, il fratello non sarebbe stato

lasciato ancora e ancora, per lunghissimi anni,

senza verità, senza giustizia!

Tra promesse non mantenute

e imbarazzati ignobili silenzi

dieci anni sono passati

e una cosa

almeno qualcuno di noi

anche da Lele l’ha imparata:

il valore della Denuncia,

il valore della Testimonianza.

Stiano certi quindi i colpevoli che non potremo tacere

mai l’ignobiltà di quello sfregio intollerabile

alla Costituzione del 1948

e continueremo a chiedere che ci dica chi di dovere

i nomi di chi ha ucciso Emanuele e di chi ha eventualmente

coperto quegli assassini.

Possa Emanuele riposare in pace,

noi non lo dimenticheremo mai,

perchè egli vive nel nostro quotidiano impegno,

egli vive in ogni nostro sorriso, egli vive nelle nostri menti

e nelle nostre anime oggi e per sempre!

Sì, dentro ciascuno di noi Emanuele non morirà mai,

sì, dentro i suoi più cari amici di Siracusa (e non solo) Lele VIVE!

Laura

Intervista genitori Emanuele Scieri

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(da http://www.iloveserradifalco.com/wp/?p=19777)

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“Diteci la verità sulla morte di nostro figlio Emanuele”

Inviato da Live Sicilia on lug 27th, 2009 e publicato in Cronaca, sicilia.

“Le cicale cantano e poi muoiono. E che vuoi farci tu? Non puoi fermare i giorni. Non puoi bloccare il corso dell’estate”. E’ la rassegnata filosofia di Angelo, unico tassista di Noto, in viaggio verso la casa e la storia di Emanuele Scieri.

La villetta degli Scieri è in riva al mare, sul lido della cittadina barocca, pieno come un uovo in un mattino di luglio. Quattro mura sistemate col gusto degli onesti lavoratori che non si sono arricchiti. Lui, papà Corrado, funzionario della dogana, lei, mamma Isabella, professoressa. Angelo guida, costeggiando l’azzurro. E racconta: “Poverini, come si fa a perdere un figlio così. Nessuno ti dice niente, nessuno ti spiega nulla. Il cuore non può fare pace con se stesso. E’ triste la vita. Si sa, le cicale cantano e poi muoiono”.

Corrado e Isabella hanno visto il figlio cantare e morire. Il paracadutista Emanuele Scieri è rimasto vittima di qualcosa e di qualcuno nella caserma “Gamarra” di Pisa nell’agosto di dieci anni fa. Intorno alla sua fine è fiorito un roveto di omertà, silenzi e omissioni. Uno sfregio che le istituzioni hanno creato e subito. I genitori di Emanuele hanno pubblicato un libro: “Folgore di morte e di omertà”. Basterebbe il titolo.

La vicenda di Emanuele Scieri è incastonata nelle cronache del mistero, si è sedimentata come un cattivo esempio. Scrive il Corriere della Sera, in una puntuale ricostruzione: “Si potrebbe cominciare da una giornata caldissima, quella del 21 luglio 1999, quando il ragazzo, finito il praticantato in uno studio di Catania, parte per il Car di leva a Scandicci, prima di passare allievo paracadutista a Pisa. Oppure si potrebbe cominciare dalla caserma Gamerra di Pisa e dall’ultima sigaretta, fumata con un commilitone venerdì 13 agosto verso le 22.15 nel vialetto interno lungo il muro di cinta dell’area militare. Si potrebbe cominciare da un ragazzo che cade, dalla vertigine di un ragazzo che cade dall’alto, non si sa quando né come né perché, ma cade, questo è sicuro. Oppure si potrebbe anche cominciare dalla fine, dalle 13.50 del lunedì seguente, quando quattro allievi parà in servizio al magazzino, sotto la stecca del sole vengono investiti da un afrore insopportabile, si avvicinano alla torre per l’asciugatura dei paracadute e ai piedi della scala esterna trovano il cadavere del ragazzo in avanzato stato di decomposizione”. Il volo di un corpo che si decompone e viene ritrovato giorni dopo. Nessuno ha cercato Emanuele, assente al contrappello del 13 agosto. Che gli è successo? Si parla di suicidio, di un salto volontario dalla torre. Ma un’altra dinamica dei fatti si insinua col sospetto. Forse l’allievo parà è stato vittima di un atto di nonnismo. Ci sono segni di violenza sul suo cadavere. La bufera investe l’allora comandante della Folgore, Enrico Celentano, fresco autore di un volumetto “Lo Zibaldone” in cui si immortalano discutibili pratiche di sottobosco militare. E’ una tempesta che non dura. La Procura di Pisa archivia, come la Procura militare di La Spezia, con più di una perplessità. La commissione d’inchiesta sollecitata sul caso non vedrà mai la luce.

Corrado e Isabella non hanno smesso di credere nello Stato. Chiedono che le indagini siano riaperte. Entrambi portano i segni di dieci anni di lutto e di tensione. Corrado Scieri, rispetto alle prime immagini televisive, è più magro. Ha gli occhi infossati. Isabella è forte come suo marito, ma anche i suoi occhi tradiscono l’agitazione. “Noi non abbiamo mai smesso di sperare – dice Corrado -. Chi sa parli. Sono passati tanti anni, è arrivato il momento di spiegare tutto, di svelare la verità. Per esempio, vogliamo conoscere quella del generale Celentano. Non si è mai fatto sentire in questi anni, nemmeno una parola di cordoglio o di conforto. Perché non prova a squarciare il silenzio?”. “La sera prima della sua scomparsa – dice Isabella – abbiamo parlato con Emanuele al telefono, come sempre. Era sereno e tranquillo. Non aveva il timbro di voce di uno che pensa di togliersi la vita poco dopo”. Perché un atto di nonnismo nei suoi confronti? “Perché era uno che non sopportava i soprusi – rispondono i genitori -. Perché aveva difeso i suoi commilitoni in più di una occasione. Era laureato in legge, lo chiamavano ‘l’avvocato’. Emanuele era una persona che amava prendere le parti dei più deboli”. “Le indagini non sono state condotte con lo scrupolo dovuto – dice Corrado – quando abbiamo chiesto al procuratore di affidare l’inchiesta alla polizia e non ai carabinieri, che dipendono dalla Difesa, lui si è adirato, ha cambiato atteggiamento nei nostri confronti”. Ancora Corrado: “C’è un medico militare di Palermo che ha avuto modo di ispezionare il corpo di Emanuele. Ha tentato di mettersi in contatto con noi. Voleva parlarci di alcune stranezze. Poi ha cambiato idea e non si è fatto più vivo”.

Il Corriere racconta: “Sono le 22.15 (del 13 agosto) quando Emanuele rientra in caserma e da qui in avanti bisogna affidarsi all’allievo Stefano Viberti, un testimone che verrà definito dai magistrati ‘depositario di verità non rivelate’. Il quale racconterà di aver indugiato sul vialetto della caserma fumando una sigaretta con Emanuele, di essersi spinto con lui fino al magazzino del casermaggio, poco distante dalla torre per l’asciugatura dei paracadute. Alle 22.30 rientra in camerata, mentre Emanuele gli dice che si ferma all’aperto per fare una telefonata con il cellulare (ma dai tabulati telefonici non risulterà nessuna chiamata a quell’ora). Contrappello alle 23.45. L’avvocato Scieri è assente e il suo posto branda è vuoto. Nessuno si prende la briga di andare a cercarlo. Viberti tace ma appare agitato, si affaccia più volte ai finestroni della camerata. Quattro allievi segnalano la stranezza ai caporali, perché conoscendo Lele non riescono a capire la sua assenza. I superiori non se ne preoccupano. Risulterà però che durante il contrappello qualcuno da Pisa ha telefonato all’utenza dell’abitazione di Livorno del generale Enrico Celentano, comandante dei paracadutisti Folgore. Stranezze: chi ha telefonato e perché? Passa la mezzanotte e passa il 14. Un’altra stranezza il giorno di Ferragosto, anzi due: alle 5.30 del mattino il comandante Celentano in persona effettua una ispezione straordinaria all’interno della caserma. Alle 21.30 nuova ispezione straordinaria questa volta del colonnello Pier Angelo Corradi”.

In “Folgore di morte e omertà”, i genitori di Emanuele scrivono: “Nostro figlio Emanuele Scieri, partito da Siracusa il 21 luglio 1999 per fare il servizio militare nei parà della caserma Gamarra di Pisa, è tornato a casa un mese dopo chiuso in una bara. Non è morto per una fatalità o per una disgrazia: è stato ammazzato. Ma non si sa da chi. Perché la supercaserma pisana della Folgore, dopo essersi trasformata in un mattatoio, è diventata una centrale di omertà da fare impallidire Cosa nostra. Ancora una volta la giustizia italiana ha dimostrato di essere una pseudogiustizia all’italiana: delitti senza colpevoli, casi irrisolti, archiviazioni invece di verità, fantasmi al posto di imputati, generiche ipotesi invece di accertamenti. E come in altri casi, la vittima, cioè nostro figlio Emanuele, ha perfino rischiato di diventare colpevole, dato che inizialmente si è tentato di metterne in dubbio l’equilibrio psichico e l’integrità morale per rendere credibile la comoda scappatoia del suicidio. Noi genitori di Emanuele siamo ancora qui a reclamare verità e giustizia. Lo facciamo attraverso questo libro, nel quale abbiamo ricostruito tutta la vicenda. Vogliamo sapere chi, in una caserma d’élite della Repubblica, ha ucciso nostro figlio e perché. Abbiamo il diritto di saperlo, sia come genitori sia come cittadini”.

Spiega Corrado Scieri: “Non abbiamo mai ricevuto una querela per il nostro libro. Questo significherà qualcosa, o no? Non è mai troppo tardi, rinnovo il mio appello. Chi sa – perché qualcuno sa – deve sapere anche che è arrivato il momento di parlare”. E’ l’ultima richiesta di un padre e una madre dagli occhi stanchi e dai lineamenti consumati. “Ma forse chiedere la verità è perfino troppo – dice Isabella -. La verità, da queste parti, si scopre soltanto quando non può fare più male a nessuno”. E’ la legge di Angelo il tassista, la sua sconsolata filosofia del destino. Niente può impedire all’estate di avanzare e di bruciare la memoria di volti e persone. Di ogni ingiustizia sepolta resta appena un’ombra. Resta il canto delle cicale.

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Fonte: Facebook – Laura

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Del caso di Emanuele avevamo già parlato (qui ed anche qui) ma si sa, la giustizia in Italia a volte è un po’ sorda… e invece noi continuiamo a pretenderla. Per Emanuele, come per Niki, Sandro, Manuel e tutte le altre vittime di “suicidi”  ed “incidenti” vari, mortali e non. elena

Nucleare? NO, grazie!

AVVISO: le immagini di questo articolo sono adatte solo a cuori di pietra. elena

NONUKE, LA BATTAGLIA CHE NON MUORE MAI

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Il rifiuto del nucleare come strumento prima militare e poi civile deriva innazitutto dall’impossibilità della gestione del rischio legato ad uno dei principali dei diritti dell’individuo: quello alla salute

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Intervista di Alberto Mariani a Dario Fazzi – Università degli Studi di Bologna*

Come nasce il movimento anti-nucleare? In che contesto storico-politico? Quali sono inizialmente i punti della contrapposizione?

Storicamente, le proteste contro l’energia atomica sono nate con la comparsa dell’idea stessa dell’utilizzabilità di tale forma di energia a fini bellici. Già dentro i laboratori che sperimentarono le prime armi, numerosi scienziati si ribellarono ai risultati del proprio lavoro, per motivi ideologici e, soprattutto, per motivi di coscienza. Dopo un decennio di proteste scientifiche, un decennio nel corso del quale lo sviluppo tecnologico aveva condotto alla costruzione delle armi all’idrogeno, o termonucleari, migliaia di volte più potenti di quelle sganciate in Giappone nel 1945, cominciarono a mobilitarsi anche le prime grandi organizzazioni, i primi veri e propri movimenti popolari in grado di esercitare forti pressioni sui governi. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna furono gli stati in cui queste proteste raggiunsero il loro primo picco, dall’inizio degli anni Cinquanta fino alla prima metà degli anni Sessanta. La contaminazione di alcuni pescatori giapponesi che si trovavano ad una settantina di miglia dal luogo di esplosione di un test nucleare americano, nel 1954, fece emergere, anche agli occhi del pubblico generale, il problema del fallout radioattivo, prodotto in seguito a tali esperimenti. La contaminazione di alcune partite di latte con lo Stronzio 90, anche questa provocata dai test nucleari, contribuì a diffondere l’allarme in maniera ancora maggiore. Nonostante, a partire dai primi anni Cinquanta, l’amministrazione statunitense avesse cercato di far passare il messaggio degli aspetti positivi contenuti nella produzione di energia nucleare a fini civili, con campagne quali Atoms for Peace o con strumenti di propaganda che andavano dal cinema, ai cartoni animati ai fumetti, le proteste contro il nucleare cominciarono ad assumere un carattere ambientalista, ovvero orientato alla tutela dell’ambiente umano e, per estensione, alla salute umana stessa. Gli appelli della comunità scientifica e le proteste delle organizzazioni contribuirono in maniera sostanziale alla creazione di una vera e propria coscienza orientata contro l’uso delle armi nucleari e, sostanzialmente, contro qualsiasi uso deviato dell’energia nucleare. A partire dalla fine degli anni Settanta e per tutto il decennio successivo, le ondate di protesta hanno seguito il ritmo delle crisi internazionali, facendosi più imponenti nei pericoli di rischio maggiore ed arretrando nei momenti di «distensione».

Quali sono gli elementi di continuità e discontinuità  nel rapporto tra nucleare civile e militare?

Le prime applicazioni dell’energia atomica e nucleari furono militari. Come spesso accade, le guerre si sono dimostrate un volano per la ricerca scientifica. La Seconda Guerra Mondiale lo fu per le ricerche sull’energia nucleare. La rivelazione al mondo dei progressi compiuti dalla scienza avvenne attraverso lo scoppio delle bombe sul suolo giapponese. Questo, unito con il ruolo di deterrente che le armi nucleari ebbero nel corso della Guerra Fredda, quel ruolo che ne faceva il perno centrale del cosiddetto «equilibrio del terrore», ha, inevitabilmente, condizionato ogni tipo di discussione sull’energia nucleare. Va anche tenuto presente il fatto che, il passo da compiere per trasformare un impianto di produzione di energia nucleare a fini civili, in un laboratorio in cui sperimentare armi di distruzione di massa, non è enorme. I cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’India, il Pakistan, la Corea del Nord, Israele (pur non avendolo mai ammesso) e l’Iran (in fase di sperimentazione), possiedono armi nucleari derivate da progetti di produzione di energia nucleare a scopi civili. Solo una totale apertura dei paesi ai controlli e alle ispezioni degli organismi internazionali appositamente predisposti, come l’Aiea, può garantire il rispetto delle regole che vietano la proliferazione nucleare. Ma questa sottomissione risulta, in ultima analisi, un atto volontario di nazioni sovrane, con la logica conseguenza che non è possibile avere una garanzia assoluta della non produzione anche a fini militari. Servirebbe pertanto una rottura maggiore, l’estensione di una «nuclear free zone» o il raggiungimento di un mondo totalmente libero dalla minaccia di armi in grado di estinguere la vita sulla terra. Posto che questi risultati continuano a sembrare utopia, l’espansione di una coscienza correttamente informata ed orientata potrebbe costituire il primo passo verso il rifiuto di un rischio che l’umanità non dovrebbe essere disposta ulteriormente a correre. Si tratterebbe, del resto, di semplice razionalità.

L’anti-nuclearismo oggi tra fantasmi passati e nuove paure: la strategia dei movimenti anti-nucleare come può coltivare la partecipazione popolare e offrire alternative valide al dibattito?

L’anti-nuclearismo, posto che esista davvero, non può essere considerato una vera e propria ideologia, quanto piuttosto, come detto in precedenza, la riaffermazione di una coscienza. I movimenti che hanno segnato le proteste contro lo sviluppo dell’energia nucleare e, soprattutto, contro i suoi usi distorti, hanno sempre avuto strategie legate al contesto storico in cui sono nate e si sono evolute. Sane e Cnd, due tra le principali e più antiche organizzazioni anti-nucleari, la prima americana e la seconda britannica, sostenevano battaglie comuni con strategie simili, ma ognuna era legata all’ambiente nazionale nel quale si trovava ad operare. Erano in grado di esercitare pressioni non indifferenti sui rispettivi governi e sulle rispettive opinioni pubbliche nazionali. Esse, inoltre, riuscivano a catalizzare l’interesse della classe media ed a mobilitarla con tecniche innovative ed originali. Oggi, i metodi per influenzare le autorità e l’opinione pubblica sono diversi. La società è sempre più globale e globali divengono anche i metodi della protesta. Cinquant’anni fa l’esigenza primaria era informare la popolazione dei rischi connessi all’energia nucleare. Oggi, si spera, l’esperienza tragicamente accumulata negli anni ha reso la conoscenza di questi rischi un dato noto e diffuso. Molto, invece, resta da fare per sconfiggere quelle «politiche di potenza» che continuano a vedere nel nucleare la soluzione di tutti i mali che affliggono un paese. Il nucleare non è una panacea e bisogna essere consapevoli dei rischi e dei pericoli ad esso connessi. Se la principale responsabilità di chi governa è la tutela dei propri cittadini il nucleare è uno strumento che ancora non funziona. Mantenere il dibattito nei termini di uno scontro pro e contro il nucleare è, inoltre, altrettanto sterile e miope. Esistono strumenti tecnologici e politiche di risparmio energetico in grado di garantire, se adeguatamente sviluppati, il raggiungimento dei risultati che si vorrebbero ottenere investendo in una risorsa che la storia sembra aver già condannato. Più che ingiusto, l’aggettivo che meglio si associa, ancora oggi, al nucleare, sembra essere irrazionale.

Parlavi di opinione pubblica. Non pensi che in Italia ci troveremo di fronte ad una resistenza contro il nucleare che si baserà  più su rivendicazioni territoriali e campanilistiche, la cosiddetta sindrome nimby, che su una consapevole contrapposizione di natura politico-economica?

E’ naturale che i fenomeni di protesta partano dai territori colpiti, quanto si allarghino poi è un fatto che dipende da molteplici fattori, nella maggior parte esogeni. Però non dobbiamo dimenticarci che sebbene qui la protesta possa configurarsi come locale, alla base c’è la rivendicazione di un diritto universale e inalienabile, che è quello alla salute. Questo penso sia il punto permanente del rifiuto al nucleare come strumento prima militare e poi civile: l’impossibilità della gestione, da parte dell’Autorità, del rischio legato ad uno dei principali dei diritti dell’individuo.

*Dario Fazzi – Dottorando di ricerca in Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Bologna, con tesi dal titolo «La Pace Calda. La nascita del movimento antinucleare in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, 1957-1963».

Fonte: Sinistra e Libertà

La dittatura del nucleare ed i bambini di Chernobyl

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di Sonia Toni

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E’ di pochi giorni fa la notizia che il progetto riguardante la costruzione di nuove centrali nucleari “di nuova generazione” è stato definitivamente approvato e questo ci dovrebbe riempire il cuore di gioia perché finalmente avremo risolto tutti i problemi della crisi energetica. Le motivazioni che fanno del nucleare una scelta devastante sotto tutti i punti di vista le conoscono ormai anche i bambini ma, dal momento che, repetita juvant, le riporteremo per quelli che erano in altre faccende affaccendati quando le abbiamo descritte.

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Nucleare “di nuova generazione”, è soltanto l’ennesima manciata di sabbia gettata negli occhi degli ingenui e dei pigri che non hanno voglia di andare a documentarsi e pensare con la propria testa. E’ una definizione simile a quelle del tipo: benzina verde, carbone pulito, termovalorizzatore, eco-gpl, etc. In pratica, cambiando le parole che definiscono una cosa, gli esperti della comunicazione, ci vogliono far credere che la cosa sia diversa.

E’ come pensare che una macchina diventi ecologica dipingendola di verde.
Il principio, in sé, è di un’idiozia disarmante tuttavia funziona.

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I motivi principali sono quelli che elencherò. A questi se ne possono aggiungere altri che fanno parte del bagaglio culturale di chimici, fisici, medici, economisti e che scrivono anche su La Scienza Verde.
L’uranio che serve per produrre energia in queste centrali, è un elemento che in natura sta già scarseggiando da tempo e questo significa, come minimo, che il suo costo, non potrà che aumentare.

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Il problema delle scorie non è MAI stato risolto. I siti designati allo stoccaggio dei contenitori delle scorie nucleari sono strapieni; i contenitori dopo anni cominciano inevitabilmente a deteriorarsi con la conseguente fuori uscita di materiale radioattivo, che poi, altrettanto inevitabilmente, finisce nelle falde acquifere, nella terra e nell’aria e quindi sulle nostre tavole, nei nostri polmoni e nel nostro sangue. Iter regolare. Il successo francese del nucleare? In Francia ormai non passa un mese senza che si verifichi un incidente in qualche centrale; certo, loro hanno bell’è risolto il problema delle scorie: le mandano in Africa e chissenefrega. Forse i grandi Bob Geldof, Bono Vox, e compagni che tanto si attivano per l’Africa, dovrebbero cominciare a bacchettare anche Sarkozy perché questa schifezza è senza dubbio peggiore di quella, pur enorme, dei mancati aiuti all’Africa da parte dell’Italia.

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A chi pensasse che prima o poi queste scorie esauriranno la loro potenzialità radioattiva, ricordiamo che l’urano impiega circa 4,5 miliardi (!!!) di anni SOLO per dimezzare la sua radioattività. Le centrali nucleari “sicure” esisteranno quando l’uomo sarà un essere perfetto; il che potrebbe corrispondere allo stesso tempo di dimezzamento della radioattività dell’uranio.

Acqua. Le centrali nucleari hanno bisogno di una quantità enorme di acqua per raffreddare certi loro meccanismi e sprecare questo bene indispensabile per la vita dell’uomo è un crimine fra i peggiori.
L’economia. Le centrali nucleari costano miliardi di euro e ne richiedono altrettanti per il loro mantenimento. Come sopra citato, l’uranio costerà sempre di più, inoltre nessuno parla mai dello smantellamento delle vecchie centrali; dinosauri che vanno eliminati con costi altissimi.
Democrazia. L’Italia ha già espresso il suo chiaro NO al nucleare attraverso un regolare e democratico referendum. Che succede ora? L’esito dei referendum, per caso, scade?

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E i siti saranno considerati “di interesse strategico militare” e quindi verranno mandati i soldati a puntare i fucili su coloro che volessero manifestare, come fatto alla cava di Chiaiano a Napoli.
Cos’è questa, se non dittatura?

In alternativa abbiamo il re dell’energia che è il sole, ed è gratis e inesauribile; il vento, idem, l’acqua (fiumi, mari, oceani), la geotermia (calore che proviene dalla terra).

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E bravi Berlusconi e Sarkozy e un ringraziamento particolare all’on. Casini che, nonostante l’intervento chiarificatore che ha fatto appositamente per lui il Nobel Carlo Rubbia sulla pericolosità del nucleare, ha votato a favore. Ma questa gente, i bambini di Chernobyl, li hanno mai visti?

Fonte: scienzaverde.it

Tratto da Decrescita Felicehttps://i2.wp.com/3.bp.blogspot.com/_Pr07hUEoi_8/SaWsVaMitpI/AAAAAAAAI9U/8w-vbfL1oBM/s400/nucleare_nograzie.gif


Un po’ di decrescita…

Quale rilancio per l’economia italiana?

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di Antonie Fratini

Da destra a sinistra il tema del rilancio economico domina ormai incontrastato l’odierna politica italiana. “Rilancio” sembra essere diventata le parola d’ordine, la magica chiave che promette di aprire tutte le porte, compresa quella del paradiso! Ma c’è rilancio e rilancio. E a proposito di porte e finestre, inviterei i nostri politici ad essere meno autoreferenziali e a prestare un po’ di attenzione a quel che succede al di là delle proprie frontiere nazionali per verificare la possibilità di altri modelli di sviluppo maggiormente rispettosi delle esigenze della Natura e dell’anima. Un bel esempio di simile scenario è a mio avviso rappresentato dalla politica di rilancio recentemente posta in atto dal governo francese. Mentre il governo Berlusconi si mostra vincolato ad una idea desueta, nonché distruttiva, di modello economico basato sul cemento e che tralascia completamente la valorizzazione delle risorse artistiche e naturalistiche, il governo d’oltre Alpe ha appena stanziato 70 milioni di euro (che nel 2010 diverranno 220 milioni complessivi) per il restauro dei monumenti nazionali, prevedendo una ricaduta economica (grazie anche al prevedibile incremento del turismo) dell’ordine di 21 miliardi di euro e la creazione di oltre 500.000 nuovi posti di lavoro. (http://www.gouvernement.fr/gouvernement/la-politique-en-faveur-des-monuments-historiques )

Le “grandi opere” in Italia ci sono già. Esse appartengono da secoli al campo artistico e naturalistico, sono di ineguagliabile bellezza, di fortissima attrattiva per il turismo e di straordinaria soddisfazione per l’anima. Perché, quindi, per il proprio rilancio economico l’Italia non gioca le sue carte migliori e non punta a ridiventare il Bel Paese che fu? Perché non prendere esempio dalla vicina Francia che con questa risoluzione rilancia un settore profondamente in crisi come l’economia e al tempo stesso rifà il lifting ai propri monumenti e abbellisce il proprio territorio?

Dato che quel piano di rilancio prevede anche il miglioramento del dispositivo del mecenatismo, non appare nemmeno esagerato pensare alla possibilità di assistere, da qui al 2010, ad un vero e proprio “secondo rinascimento”. Purtroppo, agli italiani rimane solo la speranza che questa nuova corrente transalpina riesca ad espandersi agli altri paesi dell’Unione, così come il rinascimento italiano seppe all’epoca affermarsi e diffondersi in tutta Europa.

Fonte: Decrescita Felice

Noi, i moderati

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di Filippo Schillaci

Ci avete mai fatto caso? Quando nel “loro” mondo, il mondo del cemento, dei soldi, della carriera, delle macellerie, del petrolio, delle guerre, della fame, dell’obesità, della sete e di molto altro ancora, si parla di noi, di coloro che si ostinano a considerare possibile un altro mondo, allora si materializzano, immancabili, termini come radicalismo, estremismo, integralismo, quasi fossimo non so che setta intrisa della più sconsiderata congerie di fanatiche devianze. Loro invece, i sostenitori di quel mondo, amano definirsi moderati, centristi, al più riformisti, amano dare di se stessi l’immagine di persone equilibrate e con la testa sulle spalle.

Vorrei ribaltare i termini della questione. Perché in un sistema che ha perso la misura di se stesso e del proprio rapporto col mondo reale fino a vedersi come la totalità dell’esistente, un sistema ciecamente uscito da ogni orbita possibile e lanciato in una corsa irreversibile attraverso il vuoto, è normale che chi si pone in un atteggiamento di reale moderazione, chi vuole, come scrive Maurizio Pallante, «camminare in punta di piedi sulla Terra», appaia affetto da una posizione eccentrica, fuori norma, e dunque sì: estrema, radicale, integralista.

Ai tempi in cui ero studente universitario udii una conferenza tenuta dai dirigenti di una grossa azienda elettronica. Una frase che ricorreva nei loro discorsi era: «noi vogliamo essere i primi». Fui tentato di domandare loro: Perché? Non lo feci, ma è fin troppo facile immaginare l’inconsistente risposta che avrei ricevuto. In realtà non c’è un perché: la competizione nel loro mondo non è una scelta, è un a priori, è l’unica forma di relazione che essi ormai conoscono, perché è l’unica possibile in un mondo dominato dall’economia, una disciplina che ha ormai cancellato ogni altro ambito del pensare e del fare umano e che nel secondo medioevo la cui strada abbiamo imboccato si avvia ad assumere lo stesso ruolo dogmatico e totalizzante che la teologia ha avuto nel primo. L’economia dunque, e solo essa. Perché solo essa conta. L’economia, ovvero quella disciplina governata dal cosiddetto principio edonistico: ottenere il massimo tornaconto col minor sforzo possibile, essendo ogni altra considerazione di pertinenza di altre discipline, quali l’etica, le scienze sociali, le scienze ambientali. Proprio quelle che l’economia ha ormai spazzato via da ogni prassi quotidiana vedendole solo come bastoni fra le ruote nella corsa senza freni al sempredipiù. E cosa c’è di moderato in questo? Rispetto a quale centro un simile atteggiamento può chiamarsi centrista? Non certo rispetto a quello costituito dalle leggi che regolano il buon funzionamento della biosfera. Da questo punto di vista è proprio un simile atteggiamento ad assumere i connotati del radicalismo, dell’estremismo, dell’integralismo.

Affermare che le industrie belliche, l’allevamento, i trasporti su lunga distanza, il saccheggio delle fonti fossili siano pratiche cui porre drastica fine può apparire frutto di un pensiero inaccettabilmente estremo e radicale. Ma solo dal punto di vista di un pensiero incapace di percepire quanto di inaccettabilmente estremo e radicale vi sia in tali pratiche. Bisogna essere equilibrati, obiettò un membro di Greenpeace cui parlai dell’alimentazione vegetariana come unica ecosostenibile. Certo che bisogna. E quel tipo di alimentazione lo è. Bisogna pur difendere la patria obiettò un intellettuale alla mia difesa del pacifismo. Certo che bisogna, ma cos’è la patria? L’unica patria che un moderato riconoscerà come tale è la biosfera in tutta la sua complessità e molteplicità, e questa patria non si difende a cannonate.

Parlare di una società umana egualitaria nella quale i rapporti fondamentali siano basati sulla cooperazione spontanea non mediata dal denaro può apparire un delirio, ma solo dal punto di vista di una società che è la negazione stessa delle ragioni profonde che spingono l’uomo, e ogni animale sociale, a riunirsi in gruppo, a formare comunità. Riunirsi per competere gli uni con gli altri è una contraddizione in termini, un delirio della ragione, un atto il cui risultato è un’aggregazione artificiale di individui senza coesione, schizofrenicamente sbattuti fra la servitù verso un sistema da cui dipendono in tutto e la diffidenza verso ogni parte di esso, dalle istituzioni, impersonali, irraggiungibili e imperscrutabili, fino al vicino di casa, anch’egli immancabilmente sconosciuto quanto un abitante della Mongolia. Una società umana fondata sulla competizione non può che essere una società di vincitori e vinti, dunque una società gerarchica, una società in cui i rapporti fra le persone sono rapporti di potere. La gerarchia, ovvero quella cosa che, sostituendo l’autorità all’autorevolezza, costituisce la più radicale forma di negazione della dignità umana nella vita di ogni giorno. Cosa c’è di moderato, di equilibrato in un simile tetro formicolare di impotenti solitudini umane?

Affermare, infine, che la vita umana dipende dal suo armonico mettersi in relazione con le innumerevoli altre forme di vita che popolano la Terra può apparire una radicale negazione della specificità dell’uomo. Ma perché mai affermare una propria specificità implica il negare quelle altrui? Mi viene il dubbio che chi parla di specificità dell’uomo in questi termini intenda in realtà parlare di dominio dell’uomo, uno status di cui molti, allevati nell’integralismo della competizione economicista, sembrano non poter più fare a meno. Una società umana moderata, equilibrata, riconoscerà al contrario con serenità che non può esistere una comunità soltanto umana ma che essa deve essere funzionalmente e armonicamente immersa in un ecosistema, ed è con ciò parte di una comunità più ampia.

Ecco dunque chi sono i moderati, i centristi: noi. Ed ecco dunque chi sono gli estremisti, i radicali: loro. Ecco dunque il nostro vero volto: pacifico, calmo. La furia lasciamola a loro. Il nostro no al loro mondo non verrà da uno spirito combattivo ma da una ferma pacatezza, non sarà frutto di rabbia ma di desiderio di quiete. E non per questo sarà meno travolgente, anzi! Perché non c’è nulla di più mortale per il loro mondo che la quiete, nulla di più indesiderabile che l’equilibrio, nulla di più disastroso che la stabilità.

Fonte: Decrescita Felice

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