Archivio | agosto 22, 2009

A Vallo della Lucania, nel Salernitano il giallo del maestro «anarchico» morto durante il ricovero coatto / Detenuti Contenuti Legati e Morti: Francesco Mastrogiovanni

Francesco Mastrogiovanni, 58 anni, sarebbe stato legato al letto per giorni. Indagati sette medici dell’ospedale

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Francesco Mastrogiovanni
Francesco Mastrogiovanni

SALERNO – Legato a un letto, polsi e caviglie. Così sarebbe morto Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento. Aveva 58 anni. Il 31 luglio era entrato nell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania: sul suo capo pendeva un’ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio. Quattro giorni dopo, la mattina del 4 agosto, gli infermieri l’hanno trovato morto. Per edema polmonare, secondo il medico legale che ha effettuato l’autopsia. Forse Francesco Mastrogiovanni era legato su quel letto da troppe ore, forse addirittura da giorni. «Nella cartella clinica non viene menzionata la contenzione fisica, ma dall’autopsia è risultato che aveva segni su polsi e caviglie compatibili con lacci di un materiale rigido» spiega Vincenzo Serra, cognato della vittima. Il Tso è un atto medico e giuridico regolamentato da una legge: viene deciso dal sindaco su proposta di un medico e, qualora preveda un ricovero ospedaliero, richiede la convalida di un secondo medico. Della procedura deve essere informato anche il Giudice Tutelare di competenza. Insomma, uno strumento su cui esistono vari livelli di controllo e soprattutto, come impone la legge, «esclusivamente finalizzato alla tutela della salute».

SETTE INDAGATI – La storia del maestro che, come dicono parenti e amici, «non passava inosservato» (anche per i quasi 2 metri di altezza), ha molti punti oscuri. Troppi. Tanto che la Procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta, affidata al pm Francesco Rotondo, e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto di psichiatria (compreso il primario, Michele Di Genio) che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. La famiglia ha istituito il comitato «Giustizia per Franco» (è il diminutivo con cui veniva chiamato usualmente), che ha una pagina online per il momento in costruzione (www.giustiziaperfranco.it). Anche l’associazione EveryOne (che si occupa anche di lotta agli abusi psichiatrici) ha preso a cuore il caso. «Abbiamo depositato un’interrogazione parlamentare, insieme ai deputati radicali, rivolta ai ministro degli Interni e della Salute proprio sulla morte di Mastrogiovanni e abbiamo presentato una denuncia in sede europea perché sia finalmente approvata una regolamentazione internazionale contro gli abusi psichiatrici» spiega il co-presidente Roberto Malini. «Il trattamento riservato al signor Mastrogiovanni è altamente lesivo dei suoi diritti e della sua dignità di essere umano – si legge nell’interrogazione messa a punto dai tre co-presidenti di EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau -. Il Tso rappresenta un uso consolidato in molte città italiane e il suo fine coercitivo è dimostrato da molti casi».

MISTERI – Ma cosa è successo il 31 luglio? Francesco Mastrogiovanni era a San Mauro Cilento, stava trascorrendo dei giorni di vacanza in un campeggio di proprietà di una sua conoscente. I carabinieri sono andati a prenderlo, hanno circondato il bungalow dove viveva. Lui è scappato verso la spiaggia, spaventato. Lì ha fumato una sigaretta, ha preso un caffè. Forse voleva immaginare che fosse una giornata come le altre. Ma era circondato – a terra i carabinieri, in mare la guardia costiera – e alla fine ha ceduto. Un grosso spiegamento di forze dell’ordine per un uomo solo. I militari lo hanno portato in macchina e quindi all’ospedale di Vallo della Lucania per il ricovero coatto: lì risulta positivo alla cannabis, non all’alcol né ad altri tipi di droghe. A questo punto c’è un mistero. «Il Tso è stato chiesto dal sindaco di un altro Comune, ovvero Pollica Acciaroli – spiega il cognato di Mastrogiovanni -, e non da quello di San Mauro Cilento dove Mastrogiovanni è stato fermato dai carabinieri». Buio anche sulle cause che hanno portato amministratori, medici e forze dell’ordine a optare per un provvedimento urgente ed estremo come il Trattamento sanitario obbligatorio. È trapelata la notizia di un incidente in cui l’uomo, guidando contromano, avrebbe tamponato quattro auto parcheggiate. Episodio di cui non esiste, secondo i familiari della vittima, alcuna prova, denuncia o verbale. «L’ultima versione che circola è quella della guida contromano – spiega Peppino Galzerano, editore e amico di Mastrogiovanni -, prima ne erano state diffuse altre». Ma le spiegazioni di questa morte vanno cercate anche nel passato del protagonista, e nell’immagine di “anarchico” che si era costruita, forse suo malgrado.

LA CONDANNA – Mastrogiovanni insegnava alle elementari da una ventina d’anni. Per un lungo periodo aveva vissuto nel Nord Italia per lavoro, poi era tornato nella provincia di Salerno, e aveva trovato un posto nella scuola della sua città, Castelnuovo Cilento. Non era un uomo tranquillo: la sua vita era stata segnata da una serie di eventi traumatici che hanno acuito la sua sensibilità, rafforzando in lui delle paure violente. «Alla fine degli anni ’90 aveva rotto una lunga relazione con una ragazza bergamasca, poi è morto suo padre – racconta il cognato -. Dunque ha deciso di tornare nella sua terra madre. Nel ’99 a Salerno il primo “incontro” con i carabinieri, per una causa futile: viene portato in caserma, processato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, condannato in primo grado a tre anni. Nella requisitoria il pm lo definisce “noto anarchico”. Sconta un mese di carcere e cinque di arresti domiciliari, ma intanto c’è il ricorso in Appello: in secondo grado viene pienamente assolto per non aver commesso il fatto e persino risarcito per ingiusta detenzione». Mastrogiovanni sviluppa negli anni un terrore profondo verso le forse dell’ordine, in un paio di occasioni scappa alla semplice vista di una divisa. Viene considerato un soggetto patologico, ma spesso si rifiuta di assumere i farmaci che gli vengono prescritti. Ha paura anche di quelli. Fobie che accrescono la sua fama di “anarchico”, di insofferente alla società, al sistema.

IL CASO FALVELLA – C’è un’altra vicenda, che risale a molti anni prima e che ha profondamente segnato il maestro: l’omicidio di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno, nel ’72. Mastrogiovanni era con Giovanni Marini e altri “compagni”. «Marini stava raccogliendo notizie per far luce sull’omicidio di cinque anarchici calabresi morti in quello che dicono essere stato un incidente stradale nei pressi di Ferentino (Frosinone) dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo» spiega Peppino Galzerano, amico del maestro. C’è uno scontro tra militanti di destra e sinistra: Falvella muore. Nel processo Matrogiovanni è assolto, mentre Marini è condannato a nove anni.

PASSIONE PER I LIBRI – «Attorno alla sua figura si è costruita un’immagine di persona violenta, ma non era assolutamente pericoloso per la società – dice il cognato Vincenzo Serra -. Nella cartella clinica c’è scritto che era “aggressivo verbalmente”: spesso si arrabbiava, parlando di politica, ma non passava mai alle vie di fatto. Era sempre dedito alla lettura, collezionava libri, non era un “bombarolo”. Diceva semplicemente che non si fidava di nessuno, solo di se stesso. Negli anni 2002-2003 è stato sottoposto ad altri due Tso, poi negli ultimi quattro anni è stato tranquillo». I familiari non si aspettavano dunque un epilogo così tragico e fitto di elementi inquietanti. L’amico Peppino Galzerano non riesce a farsi una ragione di quanto accaduto: «È inaccettabile, un’offesa alla dignità umana, non è possibile che un uomo muoia in ospedale, cioè proprio nel luogo dove dovrebbe essere curato».

CARTELLA CLINICA – Uno, fondamentale, riguarda la cartella clinica. Il medico legale che ha effettuato l’autopsia, Adamo Maiese, ha riscontrato segni evidenti di lacci su polsi e caviglie della salma. «Nella cartella clinica non è stata annotata la contenzione né la motivazione di essa, come invece prevede la legge – afferma Caterina Mastrogiovanni, cugina della vittima e legale della famiglia -. Dunque bisogna capire se la contenzione c’è stata e quanto è durata. Nella cartella clinica c’è poi un vuoto dalle 21 del 3 agosto alle 7 del 4 agosto: in questo lasso di tempo non è stato fatto nulla. Infine, nelle ultime due sere – quelle del 2 e 3 agosto – non gli sarebbero stati somministrati medicinali perché il paziente dormiva. Ma se Mastrogiovanni dormiva che bisogno c’era di tenerlo legato?».

DETERMINANTI I FILMATI – All’autopsia effettuata il 12 agosto, poche ore prima dei funerali, hanno assistito i legali della famiglia, Caterina Mastrogiovanni e Loreto D’Aiuto. L’ipotesi di reato cui devono rispondere i sanitari è al momento omicidio colposo, ma saranno determinanti per le indagini le riprese girate nella camera durante il trattamento e subito dopo la sua morte dell’uomo. I legali dei medici indagati parlano di «falsità»: «Contestiamo quanto finora pubblicizzato a mezzo stampa perché destituito di qualsiasi fondamento – ha detto Antonio Fasolino, insieme a Francesca Di Genio legale del primario Michele Di Genio -. Il professor Mastrogiovanni è giunto in ospedale a seguito dell’emanazione di un’ordinanza di Trattamento sanitario obbligatorio da parte del comune di Pollica. I sanitari dell’ospedale di Vallo della Lucania hanno seguito il protocollo previsto per casi come questo».

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Laura Cuppini
19 agosto 2009(ultima modifica: 22 agosto 2009)

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_agosto_19/vallo_lucania_morto_trattamento_sanitario_obbligatorio_inchiesta_32ee0720-8cd2-11de-90bb-00144f02aabc.shtml

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Detenuti Contenuti Legati e Morti: Francesco Mastrogiovanni

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di Doriana Goracci

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Certi fatti li conoscono in pochi, sono marginali, certi altri  li leggono in un numero ancora più esiguo, sopratutto se si tratta di detenuti contenuti  legati e morti, mai prosciolti da certa cronaca nera, che diventa sempre più buia, fino alla fine:  “pericolosi per sè e per gli altri e/o se si arreca pubblico scandalo“. La mia filosofia da 4 soldi è quella di farli circolare e comunicare, non fosse altro che per darne notizia. Ringrazio Gino Ancona per  la possibilità che mi ha data, ricapitolando, di sapere quanto   è  emerso   in Rete e purtoppo non solo virtualmente. Questa è la  notizia di cronaca nera-Vallo: morte in corsia del 14 agosto 2009.

Lui, l’anarchico che non c’è più, si chiamava Francesco Mastrogiovanni, detto Franco: insegnante elementare , i suoi alunni lo chiamavano ” il maestro più alto del mondo”. Aveva 58 anni. Un diverso indesiderabile.

La caccia  all’uomo, una volta ancora  si è conclusa,  per il  colpevole di disturbo. E si indaga.

Che le nuvole danzino…

Doriana Goracci


P R E M E S S A

Questo numero del Notiziario  (bollettino interno redazione Info-U.S.I. n.d.r) scritto in memoria del compagno Francesco Mastrogiovanni, morto a 58 anni, legato al letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7.20 di martedì 4 agosto. Questo è il risultato dell’uso del Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.) e dei comportamenti colposi nei reparti psichiatrici.


DIFENDERSI DAI FASCISTI

NON E’ REATO ……

I più giovani non so, ma quelli della mia età, lo slogan qui sopra se lo ricorderanno certamente! Lo abbiamo gridato nelle piazze (e con molte gustose varianti) per i primi anni ’70. Riguardava la campagna per la liberazione del compagno Giovanni Marini, all’epoca impegnato in una contro-inchiesta su uno strano incidente stradale che aveva provocato la morte di cinque anarchici calabresi, avvenuto il 27 settembre 1970 a pochi chilometri da Roma dove si stavano recando per consegnare ad altri compagni i risultati di una loro inchiesta sulle stragi fasciste che avevano cominciato ad insanguinare l’Italia. Le carte e i documenti non furono mai ritrovate. Giovanni doveva accertare se era stato un incidente casuale oppure organizzato e per questo aveva ricevuto molte minacce. Era il 7 luglio del 1972 quando insieme ad altri compagni si difese, dopo essere stato provocato in precedenza, da una aggressione fascista nel corso della quale perse la vita una dei suoi aggressori il fascista Carlo Falvella. La città di Salerno in quelli anni fu teatro di moltissime azioni fasciste: incendi, devastazioni di sedi, aggressioni a militanti della sinistra, fino ad un assalto alla redazione del quotidiano “Il Mattino”. Marini dopo lunga detenzione (condanna a 12 anni di cui 9 scontati) è morto stroncato da un infarto il 23 dicembre 2001 all’età di 59 anni.


INSIEME AD ALTRI COMPAGNI ….

Giovanni Marini, insieme ad altri quattro compagni, fù aggredito – dopo essere stato lungamente provocato in precedenza – da alcuni fascisti a Salerno. Uno dei quattro compagni si chiamava Francesco Mastrogiovanni, fisicamente più attrezzato degli altri (i suoi 190 cm di altezza poco si adattavano alla struttura fisica del salentini), si frappose fra i fascisti e gli altri compagni meritandosi per questo una coltellata in una gamba (il coltello insanguinato fu raccolto da Marini ed usato per diendersi. Stavolta cucù per Falvella).


FUNERALE DI UN ANARCHICO CON ESEQUIE A DATA DA DESTINARSI

Francesco Mastrogiovanni è morto il 4 agosto presso il reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania. Sono stati indagati per omicidio colposo tutti i medici del reparto psichiatrico. La sua storia è un ulteriore esempio dell’uso ormai indiscriminato e discriminatorio del Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.) e dei comportamenti colposi nei reparti psichiatrici.

Riporto di seguito le uniche notizie che si sono succedute sul web da ieri.


Il giorno 4 agosto 2009 è morto presso il reparto psichiarico dell”ospedale di Vallo della Lucania (provincia di Salerno) Francesco Mastrogiovanni. Sono stati indagati per omicidio colposo tutti i medici del reparto psichiatrico per omicidio colposo (art. 589 c.p.). Francesco agli inizi degli 70 è stato coinvolto nel caso Marini per la morte del fascista Falvella. Nel 1999 è stato condannato in primo grado a tre anni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale (nella requisitoria il PM lo ha definito noto anarchico e altro). Ma in secondo grado (appello a Salerno) è stato assolto per non aver commesso il fatto. A volte anche la giustizia borghese è …giusta! Gli eventi – con le forze dell’ordine – di cui è stato vittima lo hanno segnato profondamente. Anche in quest’ultima circostanza aveva subito un TSO presso un campeggio della costiera cilentana con un ingente spiegamento di forze (carabinieri e guardia costiera)….. L’esame autoptico sarà effettuato il giorno 12 agosto p.v. mentre i funerali il giorno successivo in Castelnuovo Cilento (paese del salernitrano vicino Vallo della Lucania e la costiera cilentana)…. Scrive il cognato di Francesco che gli è stato vicino nelle sue ultime vicende anche giudiziarie che si sono concluse con un’assoluzione dopo una condanna pesante in primo grado. Francesco fino alla fine si è professato anarchico. Vogliamo organizzare un momento a lui dedicato e perchè non si verifichino più TSO alla leggera e comportamenti colposi nei reparti psichiatrici?


AVEVA POLSI E CAVIGLIE LEGATI…

dal blog Nutopia

Francesco Mastrogiovanni è morto legato al letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7.20 di martedì 4 agosto. Cinquantotto anni, insegnante elementare originario di Castelnuovo Cilento, era, per tutti i suoi alunni, semplicemente “il maestro più alto del mondo”. Il suo metro e novanta non passava inosservato. Inusuale fra la gente cilentana. Così come erano fuori dal comune i suoi comportamenti, «dolci, gentili, premurosi, soprattutto verso i bambini» ci racconta la signora Licia, proprietaria del campeggio Club Costa Cilento. E’ proprio lì che la mattina del 31 luglio decine di carabinieri e vigili urbani, «alcuni in borghese, altri armati fino ai denti, hanno circondato la casa in cui alloggiava dall’inizio di luglio per le vacanze estive». Uno spiegamento degno dell’arresto di un boss della camorra per dar seguito a un’ordinanza di Trattamento Sanitario Obbligatorio (competenza, per legge, solo dei vigili urbani) proveniente dalla giunta comunale di Pollica Acciaroli. Oscuri i motivi della decisione: si dice per disturbo della quiete pubblica.
Fonti interne alle forze dell’ordine raccontano di un incidente in cui, guidando contromano, alcune sere prima, avrebbe tamponato quattro autovetture parcheggiate, «ma nessun agente, né vigile, ha mai contestato qualche infrazione e nessuno ha sporto denuncia verso l’assicurazione» ci racconta Vincenzo, il cognato di Francesco. Mistero fitto, quindi, sui motivi dell’“assedio”, che getta ovviamente nel panico Francesco. Scappa dalla finestra e inizia a correre per il villaggio turistico, finendo per gettarsi in acqua. Come non bastassero carabinieri e vigili urbani «è intervenuta una motovedetta della Guardia Costiera che dall’altoparlante avvertiva i bagnanti: “Caccia all’uomo in corso”» racconta, ancora incredula, Licia. Per oltre tre ore, dalla riva e dall’acqua, le forze dell’ordine cercano di bloccare Francesco che, ormai, è fuori controllo. «Inevitabile » commenta suo cognato «dopo quanto gli è accaduto dieci anni fa». Il riferimento è a due brutti episodi del passato «che hanno distrutto Francesco psicologicamente» spiega il professor Giuseppe Galzerano, suo concittadino e carissimo amico, come lui anarchico. Il 7 luglio 1972 Mastrogiovanni rimase coinvolto nella morte di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d’unione nazionale di Salerno: Francesco stava passeggiando con due compagni, Giovanni Marini e Gennaro Scariati, sul lungomare di Salerno quando furono aggrediti, coltello alla mano, da un gruppo di fascisti, tra cui Falvella. Il motivo dell’aggressione ce la spiega il professor
Galzerano: «Marini stava raccogliendo notizie per far luce sull’omicidio di Giovanni, Annalisa, Angelo, Francesco e Luigi, cinque anarchici calabresi morti in quello che dicono essere stato un incidente stradale nei pressi di Ferentino (Frosinone) dove i ragazzi si stavano recando per consegnare i risultati di un’inchiesta condotta sulle stragi fasciste del tempo». Carte e documenti provenienti da Reggio Calabria non furono mai ritrovati e nell’incidente, avvenuto all’altezza di una villa di proprietà di Valerio Borghese, era coinvolto un autotreno guidato da un salernitano con simpatie fasciste. Sul lungomare di Salerno, però, Giovanni Marini anziché morire, uccise Falvella con lo stesso coltello che questi aveva in mano. Francesco Mastrogiovanni fu ferito alla gamba. Nel processo che seguì, Francesco venne assolto dall’accusa di rissa mentre Marini fu condannato a nove anni. Nel 1999 il secondo trauma. Mastrogiovanni venne arrestato «duramente, con ricorso alla forza, manganellate, e calci» spiega il cognato Vincenzo, per resistenza a pubblico ufficiale. Il motivo? Protestava per una multa. In primo grado venne condannato a tre anni di reclusione dal Tribunale di Vallo di Lucania «grazie a prove inesistenti e accuse costruite ad arte dai carabinieri». In appello, dalla corte di Salerno, pienamente prosciolto. Ma le botte prese, i mesi passati ai domiciliari e le angherie subite dalle forze dell’ordine lasciano il segno nella testa di Francesco. «Da allora viveva in un incubo» racconta Vincenzo fra le lacrime. «Una volta, alla vista dei vigili urbani che canalizzavano il traffico per una processione, abbandonò l’auto ancora accesa sulla strada e fuggì per le campagne. Un’altra volta lo ritrovammo sanguinante per essersi nascosto fra i rovi alla vista di una pattuglia della polizia ». Eppure da quei fatti Mastrogiovanni si era ripreso alla grande, «tanto da essere diventato un ottimo insegnante elementare», sottolinea l’amico Galzerano, «come dimostra il fatto che quest’anno avrebbe finalmente ottenuto un posto di ruolo, essendo diciottesimo nella graduatoria provinciale». Era in cura psichiatrica ma si stava lasciando tutto alle spalle. Fino al 31 luglio. Giorno in cui salì «di sua volontà» sottolinea Licia del campeggio Club Costa Cilento «su un’ambulanza chiamata solo dopo averlo lasciato sdraiato in terra per oltre quaranta minuti una volta uscito dall’acqua». Licia non potrà mai dimenticare la frase che pronunciò Francesco in quel momento: guardandola, le disse: «Se mi portano all’ospedale di Vallo della Lucania, non ne esco vivo». E così è stato. Entrò nel pomeriggio di venerdì 31 luglio per il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Dalle analisi risultò positivo alla cannabis. La sera stessa venne legato al letto e rimase così quattro giorni. La misura non risulta dalla cartella clinica, ma è stata riferita ai parenti da testimoni oculari. E confermata dal medico legale Adamo Maiese, che ha riscontrato segni di lacci su polsi e caviglie della salma durante l’autopsia. Legato al letto per quattro giorni, quindi. Fino alla morte sopravvenuta secondo l’autopsia per edema polmonare. Sulla vicenda la procura di Vallo della Lucania ha aperto un’inchiesta e iscritto nel registro degli indagati i sette medici del reparto psichiatrico campano che hanno avuto in cura Mastrogiovanni. Intanto oggi alle 18, nel suo Castelnuovo Cilento, familiari, amici e alunni porgeranno l’ultimo saluto al “maestro più alto del mondo”.


MORTE VIOLENTA A PSICHIATRIA..

Laboratorio Diana: Fonte il Mattino 13/08/2009

L’insegnante immobilizzato con fili rigidi di plastica o di ferro. Sette indagati e l’inchiesta prosegue

ELISABETTA MANGANIELLO Vallo della Lucania.

Francesco Mastrogiovanni è deceduto per un edema polmonare provocato da un’insufficienza ventricolare sinistra. Sul suo corpo sono state riscontrate lesioni su polsi e caviglie, segno dell’utilizzo di legacci abbastanza spessi, plastica rigida o addirittura filo di ferro. Comunque, lesioni derivanti da una forte pressione esercitata con strumenti non leciti. Ma ora i medici legali della procura vorranno capire anche il motivo scatrenante di un edema polmonare che ha poi determinato l’infarto. Sono alcuni dei dati emersi dall’autopsia effettuata ieri mattina sul cadavere di Francesco Mastrogiovanni, il maestro di scuola elementare di Castelnuovo Cilento sul cui decesso indaga la procura di Vallo della Lucania. Mastrogiovanni ricoverato il 31 luglio scorso all’ospedale San Luca in seguito ad una crisi di nervi e conseguente certificato di trattamento sanitario obbligatorio è morto dopo quattro giorni di degenza. La procura della Repubblica ha aperto una indagine, diretta dal pm Francesco Rotondo, a carico del primario Michele Di Genio e i medici Rocco Barone, Raffaele Basto, Amerigo Mazza, Annunziata Buongiovanni, Michele Della Pepa, Anna Angela Ruberto. Ieri l’autopsia e la scoperta di profonde lesioni a polsi e caviglie. È soprattutto su quest’ultimo aspetto che si incentrano le indagini della Procura di Vallo della Lucania. Le lesioni, infatti, starebbero ad indicare l’allettamento forzato del paziente e sull’eventuale accanimento dei sanitari si incentrano le indagini. Durante l’esame del corpo, disposto dal sostituto procuratore Francesco Rotondo, è stata rilevata in effetti la presenza di profonde lesioni ai polsi e alle caviglie, dovute a uno stato di contenzione prolungato, con l’utilizzo di mezzi fisici. Una pratica estremamente invasiva, che però nella cartella clinica di Mastrogiovanni non è mai menzionata né, tanto meno, motivata come prevede la legge. È, infatti, ammessa solo in uno stato di necessità e deve durare poche ore, fino alla terapia chimica. Mastrogiovanni, invece, secondo l’ipotesi choc all’esame degli inquirenti, sarebbe rimasto legato al letto per più giorni. Nella sua cartella clinica, inoltre, ci sarebbe un “buco” di oltre 10 ore rispetto ai trattamenti a cui il maestro è stato sottoposto prima di morire, ovvero dalle ore 21 del 3 agosto fino alle 7,20 del giorno successivo, quando i medici del reparto ne hanno constatato il decesso. Durante l’autopsia sono stati eseguiti anche prelievi di tessuti che saranno analizzati in un centro specializzato di Napoli. I risultati potranno contribuire a chiarire il quadro clinico complessivo. All’esame ha assistito per la procura pure uno psichiatra nominato come consulente, per la famiglia i legali Caterina Mastrogiovanni e Loreto D’Aiuto oltre al medico legale Francesco Lombardo. C’erano, poi, quasi tutti i medici indagati, il loro nutrito collegio legale e i loro consulenti, lo psichiatra Michele Lupo e il medico legale Giuseppe Consalvo. L’ipotesi di reato, di cui devono rispondere i sanitari, è omicidio colposo, salvo che dall’esame della cartella clinica e delle video registrazioni sequestrate non emergano differenti profili di responsabilità. Ad essere determinanti sono soprattutto le riprese girate nella camera di Mastrogiovanni durante il trattamento di ritenuta e subito dopo la sua morte, per verificare le azioni degli indagati. In ogni caso l’inchiesta sembra destinata ad allargarsi all’acquisizione delle cartelle cliniche degli altri pazienti sottoposti a trattamenti psichiatrici nell’ospedale San Luca e forse in tutta l’ex Asl Salerno 3. I funerali si svolgeranno oggi alle 18,30 nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Castelnuovo Cilento.

«A Vallo no, perchè là mi uccidono»

ANTONIO MANZO …E pensare che per quell’uomo, la cui vita cambiò in un pomeriggio di luglio trentasette anni, su via Velia a Salerno, nei tragici attimi dell’omicidio di Carlo Falvella, ora piangono davvero tutti. I suoi alunni di Pollica, la titolare del campeggio che lo ha avuto ospite per circa un mese «e senza dare alcun fastido, perfino accudendo i bambini di mia sorella», i familiari, naturalmente, che chiedono «verità e giustizia» secondo un canovaccio apparemtemente rituale ma stavolta tragicamente pesante per tutte le coscienze. Perchè sia stato firmato, venerdì 31 luglio scorso, un trattamento sanitario obbligatorio per Franco Mastrogiovanni, nessuno lo sa. Franco non era un assassino. Fu arrestato nel ’99, processato per oltraggio a pubblico ufficiale, mesi in galera, poi assolto e perfino risarcito per ingiusta detenzione. Perchè doveva finire in un reparto di psichiatria? Dovrà accertarlo uno scrupoloso pm, Francesco Rotondo. Il motivo? «La notte precedente – dice Licia Musto Materazzi – avrebbe tamponato quattro autovetture». L’auto di Franco è parcheggiata sotto la sua abitazione di Castelnuovo Cilento, senza alcun danno. Venerdì scorso, intorno alle sette, forze dell’ordine circondano il bungalow del campeggio dove Franco sta riposando. Capisce che lo vogliono fermare. Scappa sul lido, prende un caffè e fuma una sigaretta. Ma per lui è il giorno del destino mortale: a mare vedette della guardia costiera, a terra carabinieri e polizia municipale di Pollica. Franco è un uomo braccato, c’è uno spiegamento di forze che neppure per un latitante della camorra (e nel Cilento di questi tempi ce ne sono) sarebbe stato messo in campo. Ma lui «deve» essere trasferito in un reparto psichiatrico. È pericoloso. Cosa ha compiuto di tanto irreparabile, sconvolgente? Per lui ci sono le aggravanti: «noto anarchico», personaggio «pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri», ribelle alla regola. I ragazzi di Franco a scuola lo consideravano un maestro. Non un pazzo da legare da far morire su un letto di contenzione, mani e piedi legati per quattro giorni da fili di ferro, nella disumanità di un reparto-lager di un ospedale pubblico che ora nessun consigliere o assessore regionale si preoccupa di far mettere sotto inchiesta amministrativa. «Hanno ucciso un uomo in un letto di contenzione» dice il pm nel suo atto di accusa. Certo, tutto da provare. Non c’è dubbio. Ma Franco è morto, e fatto ancor più grave senza conoscere ancora il motivo per il quale sia stato trascinato sulla strada della morte. Verso Vallo, dove ora potrà avere almeno giustizia..


OMICIDIO DI STATO ….

Da Indymedia Toscana

“Non mi fate portare a Vallo, là mi uccidono.” Non sappiamo se sono state davvero queste (come riporta un giornale) le ultime parole pronunciate da Franco Mastrogiovanni, trovato morto il 4 agosto scorso nel letto di contenzione dell’Ospedale di Vallo della Lucania (SA), dove era stato rinchiuso dopo che era stato firmato un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) nei suoi confronti. Adesso è stata aperta una inchiesta dopo che sul suo corpo sono stati trovati i segni dell’infamia di Stato, forse addirittura filo di ferro per legarlo al letto sul quale è stato lasciato ad agonizzare per quattro giorni. Franco fu coinvolto nel 1972 a Salerno nell’aggressione di un gruppo di fascisti contro alcuni compagni nella quale perse la vita Carlo Falvella e dalla quale prese il via il “caso Marini” dal nome dell’anarchico accusato di aver accoltellato il fascista. Da allora venne etichettato come “noto anarchico” e questo lo portò di nuovo in carcere nel 1999 per oltraggio a pubblico ufficiale, accusa dalla quale fu assolto, ottenendo persino il risarcimento per ingiusta detenzione.
Sempre sui giornali si legge che il TSO sarebbe stato chiesto perché Franco avrebbe tamponato quattro macchine con la sua (sic!) che però non mostrerebbe alcun segno di danni. La sua “cattura” è stata operata con un dispiegamento di forze inusuale: carabinieri, polizia municipale, addirittura una vedetta della guardia costiera. Doveva essere davvero pericoloso… tanto da assassinarlo?

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fonte: http://www.reset-italia.net/2009/08/16/detenuti-contenuti-legati-e-morti-francesco-mastrogiovanni/


Pochi soldi, due lavori: Cavarsela in tempi di crisi / RECESSIONE / L’ALLARME CGIL: “Un milione di posti a rischio a metà 2010”

Per la “Generazione 1.000 euro” per arrivare alla fatidica soglia servono due impieghi

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Storie di giovani e meno giovani che sbarcano il lunario sdoppiandosi in attività diverse

Il fenomeno interessa almeno 3,5 milioni di italiani

Il secondo mestiere è molto spesso svolto in nero

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di PAOLO RIBICHINI

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RICERCATORI di giorno, camerieri di notte, webmaster la mattina, autisti il pomeriggio. Lavorare, lavorare, lavorare. Si fa presto a dire “Generazione 1000 euro”. Per arrivarci, spesso, bisogna fare contemporanemente due attività. Tra i giovani precari (e non solo) i soldi non sono mai abbastanza, soprattutto se non si vive più con i genitori. Mille euro sono un traguardo non facilmente raggiungibile. Allora è necessario arrotondare in qualche modo.

Le storie

Adriana F., ricercatrice bergamasca di 28 anni, lavora in un ospedale di Brescia e si occupa di neuroscienze. Una borsa di ricerca, rinnovata anno dopo anno, che le consente di portare a casa poco più di 800 euro al mese che, soprattutto nelle ricche province del nord, non permettono di vivere. Di conseguenza, ha portato il suo curriculum ad una palestra a poche centinaia di metri dalla struttura sanitaria. Così, oggi, di giorno continua il suo lavoro nell’ospedale, “di sera faccio l’istruttrice di spinning”. “La cosa che fa più riflettere – dichiara Arianna con un po’ di amarezza – è che guadagnerei di più in palestra a tempo pieno che con l’attività per la quale ho studiato. E pensare che dopo la laurea ho anche preso il dottorato di ricerca”.

Marinella R., psicologa di 26 anni, ex collega e amica di Arianna, ha rinunciato al suo sogno. “Sin da quando ero piccola volevo fare la psicologa e, durante gli studi universitari, capii che la mia strada era quella della ricerca. Quando mi proposero una borsa di ricerca a Brescia non ero nella pelle. Al tempo”. Però, nel tempo si era resa conto che i soldi erano pochi e che senza l’aiuto dei suoi genitori, sarebbe stato impossibile andare avanti: “Il mondo attorno a me non girava nel verso giusto e, pur se vedevo uscire le mie prime pubblicazioni, non ero affatto appagata”. Il problema per la giovane, nata in un paese della Puglia, si è presentato alla scadenza del primo contratto. “Ero rimasta senza stipendio per tre mesi. Anche se avevo messo da parte qualche soldo, decisi di lavorare la sera come cameriera in due ristoranti, quando non dovevo fare il turno di notte. Dormivo 3 ore ogni giorno”. Passano alcuni mesi e decide di cambiare tutto: “Più che per uno stipendio minimo, ciò che più mi ha fatto prendere questa decisione è stata quella situazione totalmente precaria. Vedevo i miei colleghi più esperti che a 36 anni di età e con 10 anni di esperienza, guadagnavano poco più di mille euro con contratti annuali. Così decisi di inviare il mio curriculum ad alcune aziende”. In pochi giorni è stata chiamata da un’azienda marchigiana come stagista nelle risorse umane. “Mille euro lorde al mese per 8 mesi ma nessuno mi aveva detto che due terzi del rimborso sarebbero arrivati solo alcuni mesi dopo la conclusione dello stage”. Così la giovane pugliese ha dovuto arrotondare con un lavoretto che è stato “un vero sollievo”. “Per anni mi sono occupata di tradurre articoli scientifici dall’inglese e così mi sono detta: ‘perché non farlo diventare un lavoro?’. Ho messo gli annunci nella facoltà dove mi sono laureata e ho iniziato a fare traduzioni per i laureandi”.

Valentina da Crema, 29 anni di Milano, non ha mai pensato di fare la ricercatrice. Dopo la laurea in materie umanistiche, ha mandato il proprio curriculum a varie aziende. Le hanno offerto solo stage. “Sono stata chiamata dall’Adecco per un tirocinio di 6 mesi come data entry: per i primi tre non sono stata pagata, nell’ultima fase prendevo 300 euro più i buoni pasto”, racconta la ragazza meneghina. “Finito lo stage mi hanno mandato via così ho mandato il mio curriculum all’azienda di lavoro temporaneo Metis. Anche qui mi hanno offerto solo uno stage: 250 euro al mese”. Dopo poco più di quattro mesi ha ricevuto la chiamata da parte di Kone, azienda per la produzione di scale mobili e ascensori. “L’ennesimo stage di 6 mesi, ma mi devo ritenere fortunata per ricevere 700 euro al mese”. I pochissimi soldi ricevuti negli ultimi due anni hanno spinto Valentina a cercare dei secondi lavori. “Ho fatto di tutto: baby sitter, ripetizioni, call center part-time e correttrice di bozze editoriali. Ancora oggi collaboro con una casa editrice. Leggo le bozze e verifico che non ci siano errori grammaticali. Lavoro la notte o durante i finesettimana ma lo faccio volentieri perché sono una bibliofila incallita”, spiega. Lo scorso anno riusciva a portare a casa 900-1000 euro l’anno, “ma la crisi sta colpendo il settore e nel primo semestre del 2009 ho guadagnato solo 250 euro”. Per questo l’aiuto dei genitori è ancora necessario.

L’arte di arrangiarsi diventa anche creativa. Emanuele Geniale, 37 anni, web master romano, insieme ad un suo amico ha deciso qualche mese fa di aprire un servizio di chauffeurs speciale, dedicato a chi beve troppo. Il servizio è semplice ma geniale: l’autista arriva a bordo di un motorino pieghevole, guida l’auto del malcapitato e lo riaccompagna a casa. Riprende il motorino, posizionato nel bagagliaio, e torna alla base. Un’idea “rubata” ai londinesi. Tuttavia, il servizio “Mario ti porta a casa” non riesce a prendere piede: “I giovani romani non sono disposti a pagare 25 euro per il servizio, mentre dalle istituzioni non otteniamo alcun finanziamento. Eppure questo è un servizio sociale: si tratta di prevenzione degli incidenti”. Cristopher Nissanka Arachchige, cingalese 43 anni è uno degli autisti di “Mario”. “Da alcuni giorni lavoro come autista di pullman turistici”, mentre continuerà a lavorare di notte sui motorini ripiegabili: “5-600 euro al mese mi fanno comunque comodo”, spiega.

I dati

Queste le storie di giovani e meno giovani alle prese con il precariato e stipendi bassi. Ma si tratta di un piccolissimo spaccato di una realtà vastissima. Rielaborando i dati Istat per il 2008, risulta che almeno 3,5 milioni di lavoratori italiani hanno un secondo impiego. Considerando che circa 2,5 milioni hanno uno o più lavori part-time (anche autonomi), circa un milione di italiani ha bisogno di lavorare la sera o nei week-end, dopo le otto ore giornaliere di chi è impiegato a tempo pieno. Tuttavia, anche il part-time, in aumento nel 2008, è caratterizzato per i due terzi dal cosiddetto “part-time involontario”, ovvero impieghi a tempo parziale, accettati in attesa di lavori a tempo pieno. Secondo l’Eurispes sarebbero addirittura 6 milioni i doppiolavoristi tra i soli dipendenti, concentrati nella ristorazione e negli alberghi, nei servizi domestici e nei lavori della comunicazione. Buona parte di queste attività secondarie è svolta in nero. Secondo l’Eurispes si tratta di un fenomeno in crescita: l’aumento del costo della vita e la difficoltà ad arrivare alla quarta settimana del mese, hanno incentivato questa scelta. Tuttavia c’è anche chi ricerca “momenti lavorativi” che valorizzino competenze, sminuite dal primo lavoro.

“Con la crisi il fenomeno potrebbe tendere a crescere ulteriormente”, spiega Claudio Treves, responsabile del dipartimento per il mercato del lavoro della Cgil. “I redditi delle persone tendono a calare soprattutto quando si ricorre alla Cassa integrazione o alla mobilità. In particolare al sud la crisi porta all’aumento dell’economia sommersa e irregolare. Tuttavia, la crisi può portare anche ad una contrazione delle opportunità di lavoro. Sono, quindi, tendenze che si contraddicono”. Infatti, secondo il bollettino economico “Luglio 2009” della Banca d’Italia, aumenta la disoccupazione, in particolare tra i giovani e diminuiscono le ore lavorate. Per questo, forse, a chi vuole arrotondare con un secondo impiego, nel momento in cui manca il lavoro, non resta che inventarselo.

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22 agosto 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/economia/doppio-lavoro/doppio-lavoro/doppio-lavoro.html?rss

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RECESSIONE / L’ALLARME CGIL

“Un milione di posti a rischio a metà 2010. Il governo ripristini il tavolo sulla crisi”

Il sindacato parla sulla base delle stime dell’Ires, l’Istituto di ricerche economiche e auspica un ritorno all’azione unitaria e l’avvio di una concertazione vera con le imprese

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offerte lavoroRoma, 22 agosto 2009 – “Purtroppo l’Italia, rispetto ai segnali di rallentamento della recessione economica di Stati Uniti, Francia e Germania, con il suo Pil a -6% nel 2009, rischia un impatto sull’occupazione in autunno molto pesante”. Ad affermarlo è il Segretario confederale della Cgil Agostino Megale, responsabile delle Politiche Macroeconomiche di Bilancio dello Stato, dei Bilanci Locali, dei Prezzi e delle Tariffe, che vede per il nostro Paese un autunno nero sul fronte dell’occupazione.«Il passaggio del tasso di disoccupazione dal 6,3% al 9,4% del 2009 ed al 10,3% nel 2010 porta tra gli 800mila ed un milione di posti di lavoro a rischio alla metà del 2010» aggiunge Megale, sulla base delle stime dell’Ires, l’Istituto di ricerche economiche. Per Megale, quindi, è necessario che «il Governo ripristini il tavolo anticrisi che chiediamo da tempo».

Ma necessario per Segretario confederale della Cgil Megale è anche che «il sindacato si muova unitariamente attorno ai temi dell’occupazione, dei licenziamenti e della riduzione delle tasse sul lavoro».
«Il sindacato deve ricostruire una sua azione unitaria -sottolinea ancora Megale- capace di costringere il Governo a passare dalla propaganda ad un confronto, avviando una concertazione vera con sindacato e imprese». «Dobbiamo ricostruire l’unità sindacale» dice ancora Megale convinto che «fin qui la propaganda del Governo è stata molta, i fatti concreti molto pochi e la concertazione e stata azzerata».

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2009/08/22/221535-milione_posti_rischio_meta_2010.shtml