Archivio | agosto 25, 2009

STORIE DI IMMIGRAZIONE – Rosarno, il limbo dei disperati / Samir, da operaio a dirigente Sai

I 200 immigrati della Cartiera bruciata a luglio, tra l’incertezza del futuro e le maglie sempre più strette del pacchetto sicurezza

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scritto per PeaceReporter da Gianluca Ursini

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Un semplice gesto, come colpire inavvertitamente un fornelletto. Un piccolo oggetto, cose della vita di tutti i giorni. Ma se si vive nelle condizioni disperate che vedete ritratte nelle foto in queste pagine si può trasformare in un inferno. E cambiarti la vita. Se la tua vita è ristretta al limitato orizzonte di una fabbrica abbandonata a Rosarno, Africa. O Calabria, alle porte di quell’Africa così vicina ma così lontana per i ragazzi che hanno provato ad attraversare il mare a rischio della propria vita per vedere tutti i loro sogni infrangersi contro la realtà di una economia che ha bisogno del loro lavoro in nero e che non ha nessun interesse a legalizzarli.

Bruciano le speranze. La notte del 20 luglio alla Cartiera (una ex fabbrica messa su da un imprenditore romagnolo con fondi dell’Unione europea, poi scomparso prima ancora di iniziare a produrre) sulla statale tra i paesoni di Rosarno e San Ferdinando nella piana di Gioja Tauro sono andati in fumo tutti i piccoli averi dei duecento lavoratori stagionali che vi abitano da oltre cinque anni nell’incapacità delle istituzioni di affrontare la situazione. La Regione si è affrettata a dire che la protezione civile calabrese ha portato ristoro e abiti per duecento persone a questi ragazzi; la Cgil, i sindacati, la Cisl hanno chiesto “soluzioni definitive” al dramma dei sans papiers nei paesi della ricca vallata calabrese, un continuo di aranceti ed uliveti. In realtà, qualche prete gesuita delle comunità mariane di vita cristiana, i volontari locali dell’Osservatorio Migranti e i reggini del centro sociale ‘Cartella’ hanno provato a portare mercoledì 23 luglio un po’ di conforto ai duecento ragazzi che sono rimasti bloccati in questo angolo di Sud dal decreto Maroni. E sì, perché se ti fermi a farci quattro chiacchiere ti spiegheranno perché non sono in movimento (“in questo periodo dell’anno di solito sono già a Siracusa a raccogliere ortaggi o sono pronti ad andare a Foggia per i pomodori” spiega Rita Libri, volontaria dell’Osservatorio migranti) a cercarsi lavoro da un’altra parte.
Hanno paura a mettersi in treno. A viaggiare; sono bloccati in Calabria. Hanno il terrore di essere arrestati. Stefano (qui tutti lo chiamano cosi) è del Ghana e organizza la truppa dei suoi connazionali mentre i volontari del Kollettivo Onda Rossa di Cinquefrondi, paesino attiguo, distribuiscono shampoo, magliette calze e pantaloni. “Qui a Rosarno non c’è niente da fare ma quale alternativa abbiamo? I ragazzi del centro sociale ci hanno messo a disposizione degli avvocati per capire la nuova legge, e se non capisco che cosa mi succede, io non mi muovo di qua…”

E non si muovono anche se le condizioni sono sempre peggiori: “Lavoro ne hanno poco, fanno quattro lavoretti nei campi per i piccoli proprietari, e la loro paga è diminuita, da 25 a 20 euro al giorno, ora che la raccolta dei mandarini è finita; ma non hanno dove andare e non hanno alternative”. Stessa scena nella ex fabbrica di succo d’arance ‘Rognetta’ sulla statale che va a Gioja: una lunga fila di ragazzi burkinabé, ghanesi e nigeriani, togolesi e ivoriani. Tutti con un tratto comune: sono sbarcati a Lampedusa per la maggior parte, quasi tutti sono stati deportati al centro Sant’Anna di Crotone, vicino l’aeroporto: un grosso girone infernale dove la ruota non gira quasi mai verso l’espulsione. Il centro è ingestibile per il numero di immigrati in arrivo, e i poliziotti dopo qualche settimana li lasciano liberi. Da Crotone si riversano nelle campagne calabresi, in attesa di trovare qualcuno che li regolarizzi; quasi nessuno di loro ha dei documenti. Hanno tutti il terrore di quello che succederà adesso con il decreto Maroni. Nessuno sa spiegare loro bene di che si tratti, sono spaventati. L’unico placido è Vladimir, un enorme ucraino 50enne; la sua figura figurerebbe bene sotto una di quelle didascalie: “Che ci faccio io qui?” mentre fa la fila tra i suoi compari africani per ritirare un paio di mutande pulite e una maglietta che lo tenga fresco di sera. E’ tranquillo perché sa che un bianco non verrà mai espulso dalla polizia italiana. ‘Sì, lavoro c’è poco, e pagano poco una giornata, ma cosa vuoi fare? Dove posso andare? In Sicilia o Puglia no è meglio. Stiamo qui e vediamo se spunta un lavoro fisso”. L’unico che proverà la fortuna è David, un ivoriano invasato che strepita e litiga con tutti quelli che lo voglionio togliere dalla fila che ha imboccato per la quarta volta alla ricerca della felpa sulla quale si è fissato: “Io sono ivoriano ed ero regolare. Avevo la mia vita tranquillina a Bologna finchè non mi hanno rubato tutti i documenti; ho un fratello là di 40 anni, con una bella moglie e un buon lavoro. Ma adesso lui deve pensare ai suoi figli, ed io a me stesso. Mi metterò sul treno per Foggia: sono sicuro che nessun poliziotto mi rimanderà in Africa; sanno che qua servono i lavoratori come noi”.

Essere buoni non rende, è il messaggio italiano. Di sicuro consegnare dei criminali alla giustizia non aiuta a diventare italiani; il ragazzo ivoriano e il ghanese che hanno subito l’aggressione di due malavitosi calabresi l’11 dicembre passato avevano fatto domanda per ottenere il permesso di soggiorno in base all’articolo 18 della legge Bossi – Fini. Come spiega l’avvocatessa Anna Foti dell’associazione di aiuto ai migranti di Reggio, l’articolo era stato pensato per le ragazze che si prostituivano e decidevano di denunciare i loro sfruttatori. Anche i due africani colpiti da una raffica di kalashnikov quella sera d’inverno e che con le loro testimonianze hanno portato all’arresto di due balordi (uno dei due, Andrea Fortugno, è stato condannato a maggio a 16 anni di carcere per tentato omicidio in primo grado) pensavano di meritare un permesso di soggiorno “per buona condotta”. La loro richiesta è stata purtroppo rigettata dal questore reggino Musolino. Un caso del quale lo Stato dovrebbe rendere conto. Chissà perché alla televisione queste notizie non vengono mai riportate…

Permesso di soggiorno in nome di Dio. “Noi accoglieremo questi ragazzi e non permetteremo che vengano rimandati al loro Paese. Siamo tutti figli della stessa terra e figli dello stesso Dio. Concederemo loro, come fanno i nostri fratelli comboniani, un permesso di soggiorno in nome di Dio”. Don Gianni Ladiana è il prete animatore del centro mariano ‘Cvx’ di Reggio e insieme con altri sacerdoti delle comunità valdesi e ortodosse e battiste della provincia reggina sta organizzando una rete di sostegno perché nessuno di questi ragazzi che non ha mai commesso un reato, ma ha subito estorsioni e intimidazioni di ogni tipo dai mafiosetti della Piana, non abbia a subire altri torti, oltre a quello di avere già pagato in media 3mila dollari per arrivare in un Paese che adesso li considera dei criminali; dal giorno 8 agosto, il giorno della vergogna italiana.

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PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo

20/08/2009

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/17347/Rosarno,+il+limbo+dei+disperati

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Samir, da operaio a dirigente Sai

A 3 anni dall’assunzione l’incarico di aprire una società nella sua Algeria

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di Felicia Buonomo
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Sono venuto qui per cercare di costruirmi una vita migliore, ma ho sempre sperato, prima o poi di tornare a casa. Grazie a questa azienda il mio sogno si sta avverando» Samir Abdelaziz, classe 1967, nazionalità algerina, è il “nome nuovo” del team della Sai spa, azienda modenese impegnata nello sviluppo e produzione di motori idraulici. Tra poco più di un anno, infatti, Samir Abdelaziz sarà dirigente e probabile socio della futura Sai Algeria. All’età di 28 anni, nel 1995, Samir decide di cercare e guadagnarsi un futuro migliore di quello che il suo paese a quel tempo gli offriva. Decide, quindi, di emigrare e approda nella nostra Italia. Dopo cinque anni passati nella città di Napoli, lavorando come tagliatore di scarpe, aiuto cuoco e barista, decide di trasferirsi a Modena. Il suo ingresso nel mondo del lavoro modenese comincia con un umile lavoro presso un officina per attrezzature per ceramiche e successivi altri lavori come operaio. Poi, nel 2004, viene assunto come operaio alla Sai spa. La sua mansione è quella di operaio addetto al montaggio e al collaudo. Lavoro che svolge sempre con grande dedizione e maestria. Ma nonostante l’impegno e la riconoscenza, da sempre mostrata al nostro paese, Samir porta dentro di sé sempre il desiderio di tornare nella sua patria, tra la sua gente. Un desiderio ascoltato e accolto dalla Sai spa, sempre attenta alle esigenze dei propri dipendenti. In occasione di una delegazione algerina ospite di Confindustria Modena, infatti, che andava a presentare un progetto di privatizzazione delle loro aziende, la Sai coglie l’occasione per parteciparvi. Così il presidente Sai, Piercelestino Pecorari e Samir partecipano al forum e decidono di avviare una fase nuova nel proprio processo di internazionalizzazione. Nel 2007, infatti, l’azienda offre a Samir un contratto di collaborazione con il quale lo incarica di effettuare un’indagine di mercato sul territorio algerino per la ricerca di potenziali clienti oltre che per la presentazione dei prodotti Sai. Obiettivo: creare il terreno e i presupposti per aprire una nuova società in Algeria, della quale Samir diventerà amministratore, diventandone potenzialmente anche socio. Il sogno di Samir sta per diventare realtà. Gli è stata offerta l’occasione di ritornare in patria, conservando il proprio lavoro, ma con un quid in più: l’assunzione di nuove responsabilità che presto lo porteranno a diventare lui stesso un “imprenditore”. In un periodo di sempre crescente diffidenza nei confronti dei cosiddetti “immigrati” assistiamo, invece, ad un evento esemplare che vede una società modenese affidare proprio ad un immigrato le proprie aspettative che la porteranno ad un’ulteriore espansione internazionale.

«Per noi il mercato algerino è un mercato vergine» afferma Giovanni Pecorari, consigliere delegato all’area commerciale e gestione del personale della Sai spa. «Di fatto Samir si è mosso sul territorio locale che anche lui conosceva poco perché era da tanto tempo in Italia. Ma recentemente ha trovato delle forme di incentivi da parte del governo per aprire un’attività sul territorio algerino. Io credo che sicuramente tra sei mesi sarà possibile per lui aprire una partita Iva e quindi avere poi la possibilità di avere una licenza di importazione. Ma per arrivare alla realizzazione della società ci vorrà almeno un altro anno e mezzo». Nel mercato algerino, infatti – ci comunica Pecorari – si sono riscontrate maggiori difficoltà, soprattutto perché l’azienda è costruttrice di un componente idraulico applicata su determinati macchinari che non sono ancora prodotti in Algeria. L’economia di mercato dell’Algeria si presenta, difatti, ad un livello equiparabile a quello italiano negli anni ’60- ’70. Ma grazie alla tenacia e la capacità di Samir, supportato costantemente dall’azienda, dalla fase di training ad oggi, il progetto è potuto non rimanere carta morta. «Samir – prosegue Pecorari – ha avuto modo di promuovere non solo il nostro prodotto ma anche quello di aziende nostre partner e questo ha sicuramente aiutato».

Giovanni Pecorari è l’uomo a cui Samir deve gran parte della propria riconoscenza. «Ringrazio la Sai spa – afferma Samir – che mi ha dato l’opportunità di ritornare nel mio paese mantenendo il mio lavoro e offrendomi l’opportunità di crescere professionalmente. Questo mi ha aiutato ad avere maggiore fiducia in me stesso, grazie alla maggiore assunzione di responsabilità che ho avuto. Giovanni Pecorari mi ha insegnato la professione, come funziona il mercato, come trovare i clienti, il linguaggio da adottare, insomma tutte le strategie di marketing. Inoltre la Sai è stata disponibile nei confronti di ogni mia richiesta in momenti di particolare difficoltà. Non mi ha mai rifiutato sostegno. Per esempio in un momento di difficoltà economica personale, non solo mi hanno concesso un aumento di stipendio, ma mi hanno anche comprato un automobile che mi era necessaria per effettuare il mio lavoro in Algeria».

Forte il legame che Samir dimostra nei confronti dell’azienda per cui lavora e un tocco di emozione di scorge nelle sue parole quando afferma: «Sono venuto in Italia, che ringrazio molto per l’ospitalità, per cercare una vita migliore. Tuttavia per tutto il tempo che sono rimasto in Italia ho sempre desiderato di tornare nel mio paese e grazie alla Sai l’ho potuto fare. Dopo il lungo cammino di difficoltà la fortuna mi ha chiamato a Modena e specialmente alla Sai spa di Modena, a cui devo la mia crescita professionale».

Ma cosa pensa la sua “amata” azienda di Samir? Ci risponde Giovanni Pecorari: «Samir fin da subito ci ha fatto una buona impressione per l’interesse e la serietà che ha sempre dimostrato. Inoltre Samir era in Italia già da qualche anno, quindi conosceva bene il contesto lavorativo italiano. Ha sempre dimostrato grande disponibilità e apertura a imparare cose nuove. E quando lui ha manifestato il suo desiderio di ritornare in patria noi abbiamo valutato l’ipotesi, in occasione della delegazione algerina presente qui a Modena, di poter avviare questo progetto di espansione in Algeria, avvalendoci del lavoro di Samir. Siamo molto soddisfatti di Samir, dell’impegno, della dedizione e della costanza che ha sempre dimostrato nello svolgimento del suo lavoro, che ha eseguito sempre con grande umiltà. L’umiltà direi che è la sua caratteristica principale e noi insieme a lui abbiamo accolto la sfida». La Sai spa è già fortemente internazionalizzata, essendo presente con diverse filiali in Canada, Stati Uniti, Brasile, Giappone, Inghilterra, Ucraina, Sud Africa, India e Cina. Tuttavia questo è il primo caso in cui l’azienda affida ad un cittadino “straniero” questo tipo di collaborazione finalizzata alla creazione di una nuova divisione. Primo caso, ma non l’unico. Parallelamente, infatti, la Sai ha avviato il medesimo progetto di collaborazione con un altro dipendente, di nazionalità nigeriana, tornato nel suo paese di origine come Samir. Samir Abdelaziz ha vissuto in Italia ben 12 anni e deve questa sua fortuna anche alla forte integrazione che ad ogni costo ha cercato di guadagnarsi. Parla un buon italiano e questo probabilmente lo deve ai rapporti che si è guadagnato con i cittadini modenesi, soprattutto con gli studenti, con i quali ha sempre convissuto per tutto il periodo della sua permanenza a Modena. Lo afferma lo stesso Samir: «Ho raggiunto questo livello perché sono ben integrato con i cittadini modenesi, soprattutto con gli studenti, con cui ho sempre convissuto».

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24 agosto 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/samir-da-operaio-a-dirigente-sai/2107631

STRAGE DI BOLOGNA – Il caso Thomas Kram, un Valpreda per Bologna

Caro Schoggi, abbiamo letto il tuo commento e valutato a fondo l’articolo che ci hai segnalato, apprezzandolo tanto che l’abbiamo ‘postato’ qui. Non si capisce, però, se nel commentino acido rivolto ai ‘revisionisti’ tu abbia inteso coinvolgere anche noi di ‘Solleviamoci’. Dovresti aver capito che ogni ‘pezzo’ che noi inseriamo va inteso come stimolo ad approfondimento e dibattito tra i lettori (cosa che del resto tu hai fatto) per aver sempre un quadro più limpido e reale della notizia. Quando poi si tratta di storia patria legata al ‘terrorismo’, di destra o di sinistra che sia, è inevitabile incontrare ‘polveroni’ creati ad arte allo scopo di depistare ogni qualsivoglia ricerca della verità.

Ciao, e torna a trovarci

elena e mauro

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Damnatio Memoriae, la Pattumiera della Storia

24.8.09

Un Valpreda per Bologna

autor dementio memoriae


Il caso Thomas Kram

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È già qualche anno che viene additato. Per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 si cercano nuovi colpevoli, per rimpiazzare Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, membri dell’organizzazione fascista NAR e condannati all’ergastolo ma considerati innocenti da un amplio pubblico. Ad ogni anniversario, l’eco viene rilanciato, ed al nome di Thomas Kram vengono progressivamente attribuite qualifiche di terrorista, uomo di contatto del terrorismo palestinese, numero tre dell’organizzazione di Ilich Ramirez Sanchez detto Carlos, ed ora suo « braccio destro » (Fioravanti alla Repubblica del 2.8.09).

Insomma, uno pericoloso, che avrebbe messo la bomba poiché è provato che si trovava a Bologna in quel tragico giorno. Che poi si fosse registrato all’albergo con il suo vero nome e che fosse stato a lungo controllato e perquisito alla frontiera al suo ingresso in Italia, ‘non prova la sua innocenza’, anzi : usava i suoi veri documenti per non destare sospetti, «come in uso nella sua organizzazione». A insistere nelle ‘ricerche’ sono gli stessi che hanno, a loro dire, ‘scoperto’ il caso tra le carte delle numerose inchieste. I rilanci di notizie ed articoli propongono un discorso pubblico alimentato dalla dinamica del sospetto :
« Il nome di Kram, il suo legame con Weinrich e con Carlos e soprattutto la sua presenza a Bologna il giorno dell’attentato hanno costituito il segreto meglio custodito di tutta l’inchiesta sulla strage : mai un accenno, mai un articolo. Nessuna fuga di notizie, non una citazione nei tanti libri che hanno trattato l’argomento » (Area 10.2008).
Se questa notizia era «coperta dal massimo livello di riservatezza», allora il suo contenuto deve essere pericoloso, questa la spirale che rende Thomas Kram pericoloso, poiché il dossier ritrovato era quello intestato a lui. Ormai ‘acquisito’ ch’egli è pericoloso, chiunque non ne parli ne è complice, lo sta coprendo, o depista le indagini.
Il discorso che si avvolge su questa spirale nasce senz’altro dalla destra ‘post-fascista’ italiana, con interpellanze parlamentari di Ignazio LaRussa, deputato di Alleanza Nazionale ed oggi Ministro della Difesa, e del suo vecchio camerata il deputato Enzo Raisi, su una mole di materiale fornita dagli ex-esperti di una commissione parlamentare d’inchiesta (commissione ‘Mitrokhin’). La pubblicazione dell’articolo prima citato, scritto da Giampaolo Pellizzaro, sulla rivista “della Destra Sociale” Area, è uno dei tornanti della campagna per sostenere l’innocenza di Fioravanti e Mambro, che in gioventù militarono nei gruppi di destra con molti dei personaggi che oggi li difendono.

Lo schema che viene proposto per spiegare la strage di Bologna mette in relazione l’arresto di Daniele Pifano, di altri due militanti dell’Autonomia operaia e di un militante del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, per il trasporto di due lanciamissili, con la “presenza di due terroristi tedeschi” delle Revolutionäre Zellen (RZ) a Bologna il giorno della strage. L’organizzazione palestinese, che si dichiarò pubblicamente proprietaria dei lanciamissili sequestrati, avrebbe deciso una vendetta contro l’Italia poiché i missili non le erano stati restituiti, ed anzi il loro militante era stato arrestato. Avrebbe quindi perpetrato la strage, incaricando Ilich Ramirez Sanchez detto ‘Carlos’ della sporca bisogna. Infine, avrebbe depistato le indagini, d’accordo con alcuni ufficiali dei servizi segreti italiani, per mezzo di interviste concesse da suoi dirigenti; l’interesse comune sarebbe stato quello di nascondere l’esistenza di un patto informale ma segreto con cui negli anni 70 Aldo Moro, da Ministro degli esteri o Capo di governo, si era assicurato che l’Italia non fosse luogo d’azione del terrorismo palestinese che agiva ormai sul piano internazionale.

Uno schema creativo, da cui anche parte della sinistra si è fatta coinvolgere. Mossi da motivi senz’altro nobili, ovvero la convinzione personale della non colpevolezza per la strage di Mambro e Fioravanti, diversi ex-militanti di gruppi illegali come di partiti ed organizzazioni legali della sinistra si sono impegnati in varia misura nella campagna. In questo campo, Andrea Colombo, ex militante di Potere operaio e giornalista del Manifesto e di Liberazione, ha compiuto un lavoro approfondito, pubblicando un libro in fondo al quale indica l’ipotesi Kram come una delle piste non seguite nelle indagini.
L’iniziativa è sempre in mano alla destra, con gli esperti vedovi della Mitrokhin concentrati alla ricerca di elementi che confermino la loro pista, e pronti a contestare ogni dettaglio che la possa smentire, o a gettare all’oblio quelli che la smentiscono. Così se Kram, intervistato dal Manifesto, dichiara di aver preso il tal treno (29 anni fa), lo ‘sbugiardano’ sull’orario, ma smettono definitivamente di parlare del secondo terrorista delle RZ a Bologna (una donna), tanto lontano ne è il profilo reale da quello che loro avevano proposto.
Gli articoli ‘specializzati’ che si susseguono si presentano come molto documentati e ricchi di riferimenti, un’apparente oggettività che li rende credibili e che fa carburare la spirale di cui si diceva.
Come vedremo, questo attivismo inquisitorio è marcato da una forte incompetenza politica e storica, sui movimenti e gruppi chiamati in causa, e metodologica, nella ricerca e nella verifica delle fonti.

Il processo a Thomas K.
Concentrati su pagliuzze, non vedono la trave, si potrebbe dire constatando l’omissione -condivisa da tutti i media italiani- di una notizia: Thomas Kram è stato processato e condannato, appena qualche mese fa. Gli ‘esperti’ non se ne accorgono neppure (applicando la loro logica, si dovrebbe dire che la nascondono per depistare), e la stampa italiana di ogni tendenza, altrettanto.

L’esito del processo è stato diffuso dal tribunale tedesco, l’Oberlandsgericht di Stoccarda, con un comunicato stampa del 19 febbraio 2009.
Il comunicato (intitolato “Sentenza nella causa penale contro Thomas K. per partecipazione ad associazione terroristica”) non indica il nome del condannato per intero. Un ennesimo episodio di occultamento del pericoloso figuro? No, si tratta della pratica corrente della magistratura, che applica la legge. L’anonimato verso il grande pubblico, considerato parte integrante dei diritti della personalità del condannato, viene applicato d’ufficio alle piccole pene, ed è rispettato da gran parte della stampa. La ragione d’esser di questo diritto all’oblìo risiede soprattutto nel permettere un processo di reinserimento sociale dei condannati, che è il fine dell’esecuzione penale, non ostacolato dalla pubblicità. Perciò la non pubblicazione del nome viene garantita anche, per esempio, ad un assassino condannato ad una lunga pena e prossimo alla liberazione, e il cui nome era invece diffuso al tempo dei fatti e del processo. Prevale insomma la protezione della sfera privata sull’interesse del pubblico ad essere informato. Quando è ammessa, l’ingerenza in un diritto fondamentale deve essere comunque proporzionata.
La condanna di Thomas K. neppure si presta a discussione, poiché ammonta a due anni con la condizionale.

Questo la dice lunga quanto alla pericolosità dell’individuo, tanto più se si tiene presente che il processo non è stato celebrato in un tribunaletto di campagna, e neppure a Berlino (dove K. risiede) ma nel famigerato ‘sarcofago’ del carcere di Stammheim, luogo simbolicamente evocativo, analogo all’aula-bunker dei processi anti-terroristi in Italia.
Dal comunicato dei giudici germanici sono affermati alcuni fatti, già noti ma sistematicamente denegati dagli ‘esperti’ italici. Thomas K. è scomparso in clandestinità o in esilio il 17.12.1987 e si è consegnato alle autorità il 4.12.2006 (prima, non era clandestino). Non aveva partecipato personalmente né all’organizzazione né all’esecuzione di azioni delle Cellule rivoluzionarie (RZ) nella loro fase degli anni ’80 (un terrorista con nulla o scarsa esperienza operativa e di combattimento). E non lo aveva fatto perché si considerava controllato (se il gruppo clandestino glielo avesse permesso, avrebbe violato una propria fondamentale regola di sicurezza).
Egli era già stato negli anni ‘70 membro delle Revolutionären Zellen, che erano un’associazione terroristica, fondata nel 1973, che aveva adottato il concetto di guerriglia urbana, condividendo con la Rote Armee Fraktion (RAF) e col Movimento 2. Giugno l’idea che un cambiamento dei rapporti sociali potesse essere raggiunto solo con un sovvertimento violento. Quando, dopo una lunga fase di discussioni e spaccature, le RZ si consolidarono e si ri-orientarono, a metà degli anni ’80, egli partecipò attivamente al dibattito. Intervenne alla riunione di ‘direzione’ tenutasi in Austria con una ventina di delegati sostenendo il progetto di campagna politica su rifugiati ed asilanti e contribuì poi con scritti e stampati a condurlo e diffonderlo. Nell’autunno del 1990 si confrontò, personalemente e politicamente, con la notizia della morte del suo amico Gerd Albartus, elaborando un testo poi circolato e discusso nelle RZ.

Questo in sintesi quanto accertato dai giudici, e che merita qualche approfondimento per le implicazioni che può avere. Il processo era stato presentato come “l’ultimo processo alle RZ”, e come s’è detto programmato a Stammheim: questo indicava la chiara eventualità di una causa anche molto lunga (dell’ordine di anni e per decine di udienze). L’unico elemento d’accusa era il ‘testimone della corona’ (Kronzeuge, delatore premiato) Tarik Mousli, le cui dichiarazioni erano assai fragili per sostenere l’accusa, quando non imbarazzanti. Mousli daveva dichiarato: “la mia memoria è catastrofica, ma se mi dite i nomi e mi fate vedere le foto, allora mi ricordo”. Malgrado le prescrizioni per molti delitti materiali, l’accusa d’essere dirigente (Radelführer) avrebbe potuto portare ad una condanna di parecchi anni di reclusione. Ma l’esito di un lungo confronto processuale era poco prevedibile per l’accusa stessa, fondata quasi integralmente sulle dichiarazioni del ‘pentito’ Mousli, che proprio su un incontro con Kram era stato smentito da un militante delle RZ, Rudolph Schindler.
Il processo e la condanna di Thomas K. a due anni di detenzione sospesi condizionalmente, sono tutto quello che c’è contro di lui. Il Bundeskriminalamt (BKA) e la magistratura tedesca hanno ottenuto ed analizzato per primi gli archivi della Stasi (Staatsicherheit, il servizio segreto della Repubblica Democratica Tedesca), e non lo hanno neppure sospettato di aver partecipato ad attentati legati al gruppo Carlos.

Le Revolutionären Zellen, l’FPLP e lo sciacallo
Le Cellule Rivoluzionarie (RZ) nascono nei primi anni ’70, quando sulla scena militante tedesca sono già attive la Rote Armee Fraktion (RAF) ed il Movimento 2 Giugno, all’interno del movimento autonomo, quell’insieme non di gruppi strutturati, ma di militanti e collettivi dai tratti comuni, benché talvolta contraddittori, legati a situazioni locali. Ne raccolgono i valori anti-gerarchici, antistatali ed anticostituzionali e tutto il portato della rivolta del lungo ‘68 con il rifiuto di ogni mediazione.
Le RZ si definiscono non solo anticapitaliste ma anche antipatriarcali, tanto che le militanti, sviluppando il discorso dell’autonomia femminile, costruiranno l’organizzazione Rote Zora, un gruppo armato di sole donne. Se nell’analisi della società usano categorie marxiste, nel concepirsi integrano dei concetti fondamentali dell’autonomia, quali il ‘nessuna delega’, l’autogestione, l’indipendenza d’azione e l’autodeterminazione delle scelte politiche, che si riflettono direttamente nella loro struttura organizzativa. Sicché anche le decisioni di attaccare e le scelte degli obiettivi da colpire non erano sottomesse all’approvazione di una struttura superiore alla cellula locale (“überregionale Gremium”, nella citata dichiarazione processuale di Schindler): le diverse cellule rivoluzionare stavano insieme solo perché condividevano una linea politica ed i documenti scritti dall’una o dall’altra. Questo faceva il paio con il rifiuto della clandestinità come ‘scelta strategica’, della professionalizzazione del militante rivoluzionario e dell’omicidio politico come strumento di lotta: altrettanti elementi di chiara differenziazione rispetto alle organizzazioni clandestine della lotta armata, la RAF ed il 2 Giugno. Queste sono strutturate in modo centralizzato, mentre le RZ sono organizzate in modo orizzontale, fondate su realtà locali e funzionano in rete. I militanti vivono alla luce del sole, sono politicamente attivi in movimenti legali e ricorrono a criteri e regole della clandestinità solo nell’agire illegale.

Le loro azioni miravano ad esercitare un livello di violenza prossimo alla sensibilità dei settori radicali del movimento, cui mostravano di ‘punire’ il comune nemico di classe. Colpivano in modo simbolico o distruttivo beni materiali, oggetti e strutture, raramente le persone (operarono in tutto tre ‘gambizzazioni’ di cui una con conseguenze mortali non volute). Gli obiettivi erano scelti tra quelli legati a lotte, movimenti o campagne politiche in corso (p.es antinucleare o per rifugiati/immigrati). Ricorrendo a strumenti come il sabotaggio e la falsificazione, cercavano di promuovere la diffusione di comportamenti illegali (p.es. mettendo fuori uso le macchine per i biglietti e distribuendo decine di migliaia di titoli di trasporto falsi). Le prime delle loro circa 200 azioni furono due attacchi con esplosivo contro la ITT nei giorni successivi all’11 settembre 1973: quella multinazionale americana, che aveva promosso e sostenuto il golpe militare del generale Pinochet in Cile, venne egualmente attaccata un po’ dappertutto, da New York a Roma.

L’anti-imperialismo, l’anti-sionismo e l’internazionalismo erano tratti essenziali delle RZ e del loro agire, e anche la difesa della causa palestinese non poteva restare uno slogan. La tematica traversava e trascendeva le situazioni locali, e le Cellule rivoluzionarie costituirono un’ala internazionale, i cui militanti presero contatto con l’organizzazione guidata dal medico palestinese Wadi Haddad (Abu Hani).
Questo portò all’addestramento ed all’integrazione operativa di alcuni militanti in due azioni di altro respiro. Nel 1975, almeno un militante delle RZ, Jans-Joachim Klein (poi pentito) venne integrato nel commando che occupò la sede dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) prendendo in ostaggio 11 ‘ministri’ di diversi paesi, principalmente arabi. Il sequestro terminò con il rilascio degli ostaggi in Algeria in cambio di alcuni milioni di dollari; il commando poté fuggire e Klein, ferito nel corso dell’azione, essere curato. La seconda azione ebbe un esito ben più tragico: il dirottamento di un airbus in volo da Tel-Aviv a Parigi si risolse in Uganda, all’aeroporto di Entebbe, con un massacro operato dalle forze speciali israeliane, che lasciò sul terreno tutti i membri del commando, una cinquantina di soldati ugandesi, tre ostaggi e un ufficiale israeliano.
Per le RZ fu un colpo durissimo, che aprì una lunga discussione interna e segnò un punto di svolta di cui è essenziale tenere conto. Nessuno dei 53 prigionieri, tra cui 40 detenuti in Israele e 6 in Germania federale, richiesti in cambio degli ostaggi era stato liberato (anzi, l’inserimento di Inge Viett nella lista dei prigionieri da liberare aveva mandato a monte un’evasione già in programma, e che però riuscì poco tempo dopo), e le RZ avevano perso due dei loro migliori quadri fondatori, Wilfried ‘Boni’ Böse e Brigitte Kuhlmann, che erano morti nell’azione.
L’ala internazionale si dissolse e le RZ, rifondandosi, ruppero con l’organizzazione di Wadi Haddad, e la spaccatura, come sempre avviene, portò all’uscita di singoli militanti. Le Cellule non rinunciarono all’azione antiimperialista, ma la orientarono sul suolo tedesco: esemplare l’attacco contro la Adler Corporation, 11 attentati incendiari condotti dalle Rote Zora in appoggio alle operaie super sfruttate in Corea e Sri-Lanka (‘non lottiamo per loro, ma al loro fianco’).

L’organizzazione del dottor Haddad era a sua volta nata da una spaccatura: il Fronte Popolare dei Liberazione della Palestina (PFLP nell’acronimo inglese) aveva espulso nel 1973 il suo dirigente che conduceva, anche dopo la sanguinosa disfatta dei Palestinesi in Giordania nel 1970, nota come ‘settembre nero’, gli attacchi contro Israele sul terreno internazionale. Per l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), della quale l’FPLP era il secondo membro per importanza dopo Al Fatah, diretta da Yasser Arafat, era un modo di evitare il rimprovero di partecipazione al ‘terrorismo internazionale’ che le precludeva sviluppi diplomatici. George Habbash continuò così a dirigere il PFLP, mentre Wadi Haddad costruì il PFLP-EO (per ‘External Operations’, il gruppo venne anche chiamato ‘Special Operations’). La formazione si dissolse dopo il 1978, a seguito della morte di Wadi Haddad. Suo principale erede fu il PFLP-SC (‘Special Command’), anch’esso di orientamento marxista e diretto da Salim Abu Saleh; operò dalla sua base principale ad Aden, in quella che fu, fino al 1990, la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen.

Nel gruppo di Haddad iniziò la carriera di ‘Carlos’, il venezuelano Ilich Ramirez Sanchez che la stampa battezzò ‘lo sciacallo’. La sua fama pubblica nacque da una sparatoria a Parigi, quando, nel corso di una perquisizione, aveva abbattuto tre agenti della DST (il controspionaggio francese) assieme quello che gli aveva soffiato il posto di dirigente della sezione di Parigi, Michel Moukharbal, ritenuto un infiltrato. Carlos partecipò all’azione contro l’OPEC a fine dicembre 1975, prendendone di fatto la direzione politica, con la conseguenza che il piano originale non fu rispettato. Questo gli costò l’espulsione dal PFLP-EO; nel corso del debriefing ad Aden nel febbraio 1976, Wadi Haddad constatò che i suoi ordini non erano stati eseguiti, disubbidienza che in un’organizzazione militare ha delle drastiche conseguenze: nel caso, o un processo o una esecuzione immediata. Carlos se la cavò probabilmente grazie all’intervento di militanti delle RZ come Boni Böse (che dell’operazione OPEC a Vienna aveva organizzato la logistica): “Nel mio gruppo operativo non c’è posto per le star; puoi andare” concluse Haddad. In una sua versione, (New York Press, 1999) Carlos sostiene che Wadi Haddad, leggendo la sua lettera di dimissioni, pianse (!).
Da lì in avanti, Carlos cominciò a costruire il proprio gruppo, l’Organizzazione dei Rivoluzionari Internazionali (OIR), che come tale non ha prodotto documenti politici né firmato azioni. La banda si dedicava a intessere relazioni con i servizi segreti del mondo arabo e dei paesi del blocco sovietico, per ottenere dei ‘mandati’ a pagamento, legati al traffico di armi e di informazioni ed in seguito ad attentati. Il primo mandato ‘operativo’ per un attacco, Carlos lo ebbe dal despota rumeno Nicolae Ceausescu nel 1981. La famigerata Securitate (servizio segreto romeno), che perseguiva i dissidenti anche all’estero, lo incaricò di un attentato a Radio Free Europe, l’emittente della guerra fredda basata a Monaco nella RFT, cosa che eseguì ancora una volta malamente (colpì la sezione ceca anziché quella romena) ma riuscendo ad incassare il milione di dollari di compenso.

La timeline di quanto accennato fin qui, che gli esperti vedovi della Mithrokin ignorano per incompetenza professionale o gettano all’oblio per interesse di parte, mostra come i rapporti tra RZ, FPLP e gruppo Carlos vadano letti nella loro evoluzione, prima di azzardarsi a ipotizzare un’accusa per la strage di Bologna.
In sintesi, c’è un periodo in cui l’ala internazionalista della prima Cellula Rivoluzionaria (fondata nel 1973), collabora con il PFLP-EO (nato lo stesso anno da una scissione del PFLP), che va fino alla rottura dei rapporti (nel 1976-77, dopo Entebbe). Carlos, che era membro del PFLP-EO, ne viene espulso prima (inizio 1976, dopo l’OPEC). Nel 1980, le RZ sono attive solo sul territorio nazionale, e non hanno alcun rapporto col gruppo di Carlos, in cui pure sono integrati degli ex-RZ della prima fase, come Johannes Weinrich e Magdalena Kopp.

Rendez-vous con Carlos
Se le scissioni, rotture ed espulsioni provocano degli impedimenti chiari sul piano dei rapporti politici, non ostruiscono invece automaticamente i rapporti personali. La storia però esclude una partecipazione delle RZ e dei suoi militanti ad una strage come quella di Bologna. Politicamente sono state esplicite: quando nel 1975 delle bombe esplosero alle stazioni ferroviarie di Amburgo, Norimberga e Colonia, le Revolutionäre Zellen rilasciarono dei comunicati congiunti con la RAF ed il 2 Giugno. La stampa aveva attribuito quegli attacchi alla RAF, i cui militanti imprigionati avevano reagito: “La lingua di questa esplosione è la lingua della reazione. L’azione politico-militare della guerriglia urbana non si rivolge mai contro il popolo” (Stammheim 23.9.1975). Nei comunicati congiunti delle tre formazioni armate (gli unici conosciuti nella loro ventennale storia) del settembre e novembre 1975 si dice che autori di questi attentati, “come a Milano” (nel 1969) sono uomini dei servizi segreti e/o fascisti: “la scelta dell’obiettivo li ha traditi” (Erklärung zu einem Bombenanschlag Sept.75).

I militanti delle RZ si erano schierati coerentemente con le proprie idee, ciò che non escludeva il mantenimento di qualche contatto individuale. Gerd Schnepel, per esempio, scelse di uscire dalle RZ e di abbandonare la guerriglia urbana nel 1977, dopo la crisi di Entebbe, cosa che non gli impedì di incontrare Carlos anche nel 1980, senza che questo significasse un suo coinvolgimento in una cospirazione. In effetti è da oltre 20 anni installato in Nicaragua, dove si occupa di agricoltura biologica; lo racconta egli stesso in un’intervista a Jungle World del novembre 2000.
Nella sua residenza di Budapest, Carlos sapeva perfettamente di essere spiato a tempo pieno dai servizi segreti ungheresi, con i quali collaborava. Questi filmavano anche i loro propri incontri con lui: nell’immagine (still del filmato) si vedono Carlos e Johannes Weinrich (da destra) in riunione con degli agenti ungheresi. Carlos sapeva che i suoi ospiti sarebbero stati schedati, e riceveva chi gli faceva comodo di mostrare; per vedere quelli che non voleva far conoscere, volava ad incontrarli in un altro paese. Del resto quelli che lo osservavano se ne accorgevano, e mettevano a rapporto l’intensificarsi di partenze e ritorni dei membri della banda come sintomo di un’attività preparatoria di un avvenimento. L’apertura degli archivi dopo la fine del ‘blocco sovietico’ fornì agli inquirenti del ‘blocco occidentale’ una mole di materiale, tra cui appunto le registrazioni dei visitatori di Carlos. In Svizzera arrivarono a Carla Del Ponte, Ministero pubblico della Confederazione, che nel 1994 dispose l’arresto di alcuni ex-militanti della sinistra alternativa e del movimento autonomo, sospettati di aver partecipato ad alcuni attentati per aver incontrato Carlos. All’interrogatorio, si sentì rispondere: “Sì, l’ho incontrato, e allora?”. Per la Del Ponte, magistrato che si era fatta un’aurea di tenacia, competenza e rispettabilità collaborando col suo collega italiano Giovanni Falcone, la storia si concluse con una sconfessione integrale, una di quelle macchie sul curriculum che si preferisce dimenticare. Gli arrestati vennero rilasciati ed ottennero, cosa rara in Svizzera, una riparazione finanziaria per il torto subito.
Thomas Kram può pure essere stato a visitare Carlos a Budapest, ma con gli elementi presentati dai vedovi della Mithrokin neppure una temeraria come Carla Del Ponte avrebbe promosso un’inchiesta.

Gli esperti italiani sono così appiattiti sul materiale fornito dai servizi segreti, tanto da chiamare il gruppo di Carlos ‘Separat’, che era invece il nome della pratica operativa (Operativvorgang) della 22esima divisione generale della Stasi (Hauptabteilung XXII) che della banda si occupava. Singolare quanto per degli ex- o post-fascisti che fino al crollo del muro di Berlino consideravano la Stasi come una fabbrica di bugie, la medesima fonte sia diventata oggi una sorgente di verità.
Eppure, quanto quel materiale rifletta soprattutto gli obiettivi, le intenzioni e le interpretazioni del servizio segreto, e che dunque come tale vada letto, non è una mera questione giuridica, ma un essenziale criterio metodologico.
L’attività essenziale dei servizi segreti in rapporto con terroristi consiste nella manipolazione dell’informazione, tipicamente nel diffondere una notizia per accreditare o screditare questa o quella persona. Far girare la voce che qualcuno sia passato al nemico è un metodo classico per provocare conflitti interni all’avversario. In questo senso Carlos operava esattamente come la Stasi, ed anche con lo stesso fine, come ha vissuto Monika Haas sulla sua pelle. Tedesca, simpatizzante della RAF e moglie di Zaki Helou, dirigente marxista del PFLP-SC con cui visse nello Yemen fino ai primi anni ‘80, è stata processata nel 1996 a Francoforte per aver procurato le armi ad un’azione terroristica (si trattava del dirottamento nel 1977 di un apparecchio della Lufthansa, che finì con un massacro a Mogadiscio, in Somalia). La sua prima dichiarazione processuale offre un interessante spaccato del gioco del ‘telefono senza fili’ e dei suoi effetti: per le stesse voci messe in giro dalla Stasi e dal gruppo Carlos, fu sospettata di essere un agente dei servizi segreti israeliani (Mossad) o tedeschi (BND, BKA), nell’intento di colpire suo marito ed il PFLP-SC, discreditandone l’autorità e l’onore.

Le informazioni registrate nei documenti della Stasi riflettono necessariamente il contesto ed il fine per cui sono state prodotte o raccolte. Che ogni singolo documento, ed ogni singola affermazione nel documento ed ogni singola fonte vadano sottoposti ad analisi critica, figura come un’evidente premessa nei lavori dell’Ufficio federale per i documenti dei servizi di sicurezza dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (BStU): “I documenti della Stasi rappresentano la realtà nella forma specifica che risulta dalla loro destinazione ad uno scopo preciso”.
Ma gli italici (ex-)esperti della commissione Mithrokin tirano avanti eroicamente sulla loro tesi che dice, in tutto e per tutto: ‘siccome Kram era a Bologna il giorno dell’attentato ed incontrò in seguito Carlos’ (il quale il 1 agosto 1980 arrivava a Budapest con un passaporto diplomatico siriano intestato a Michel Khouri) e ‘siccome lo stesso Carlos era stato incaricato dall’FPLP della vendetta contro l’Italia’, allora ecco chi è stato.
Vediamo dunque quali erano i rapporti tra Carlos e l’FPLP che gli avrebbe dato il mandato stragista, nel 1980: accade allora che Bassam Abu Sharif (si, proprio l’uomo dell’FPLP che i detectives italiani indicano come l’autore del depistaggio) chiede di incontrare Carlos all’Hotel Stadt Berlin a Berlino-Est. Carlos, tutt’altro che interessato a ricucire i rapporti con l’FPLP, rifiuta di vedere l’uomo che dieci anni prima l’aveva reclutato, e all’incontro manda la sua donna, Magdalena Kopp. La richiesta che vuole presentare Bassam Abu Sharif è di concedere un’intervista ad un giornalista della rivista Stern, domanda che sarà anch’essa ignorata (è la Kopp medesima a raccontare l’episodio in prima persona). Gli esperti italici invece “sanno” che l’FPLP prese contatto con Carlos: cosa questo concretamente significhi, non lo dicono (gli basta una nota su un verbale di un magistrato, cui un ufficiale del SISMI racconta che l’aveva detto un altro ufficiale).

La morte di Gerd Albartus
Con l’andare del tempo, i litigi con i servizi segreti una volta amici, e con l’aumento della paranoia, un appuntamento con Carlos poteva anche risultare fatale. Il caso di Gerd Albartus è per diversi aspetti significativo.
Gerd Albartus, militante delle prime Cellule Rivoluzionarie, viene arrestato nel gennaio 1977 e condannato a 4 anni e 9 mesi di reclusione. Aveva tentato, con Enno Schwall, di incendiare un cinema in cui si proiettava un film su Entebbe. I diversi attacchi previsti dalle RZ miravano a danneggiare le sale, colpendo i cinema quando erano chiusi, per evitare di ferire delle persone estranee, come da teoria e prassi costante delle Cellule, ma proprio per le discussioni interne, ne fu tentato uno solo. E gli esperti della Mithrokin lo presentano, gabbando inchieste e sentenze tedesche, nonché storia e fonti, come un tentativo di strage.
Ciò che uno di loro scrive (Gian Paolo Pellizzaro sul sito ‘cieli limpidi’): “la strage di civili innocenti non è riuscita per puro caso” è solo uno dei tanti esempi di manipolazioni e forzature. Qui gli serve per dare un carattere stragista alle RZ, essendo stato Albartus un amico di Thomas Kram, col quale poco tempo prima dell’arresto era stato fermato dalla polizia. La fonte cui l’esperto fa riferimento è il libro di Oliver Schröm sullo Sciacallo, che però correttamente ricorda che Albartus aveva atteso la fine dello spettacolo: insomma, il cinema era vuoto e tutti, a cominciare dalla polizia tedesca che li osservava, lo sanno.

Gerd Albartus si difenderà al processo, senza mai accusare nessuno; nel corso della reclusione (in quel periodo le condizioni dei prigionieri politici erano durissime, gli scioperi della fame si susseguivano), protestò contro la solidarietà pubblica promossa da un amico, che aveva insistito sulle sue condizioni di isolamento e di malattia, perché ne rifiutava la posizione vittimista e insisteva invece sulle lotte collettive per le condizioni di tutti i prigionieri politici. Rimase politicamente attivo anche dopo la scarcerazione; ma aveva fatto la sua scelta, quella di una continuità con l’ala internazionalista in cui aveva militato, e la difese con i compagni da cui era ormai separato. Non scelse però la clandestinità e la militanza professionale. Installato a Düsseldorf, ne frequentò la scena politica pubblica, lavorando per i Verdi al Parlamento europeo, facendo reportages per una radio, scrivendo e traducendo testi, impegnandosi nella difesa dei prigionieri politici e continuando a visitarli, organizzando manifestazioni sull’AIDS e vivendo apertamente la propria omosessualità. In segreto, svolgeva compiti affidatigli dal suo gruppo. Per esempio, organizzò lo ‘sganciamento’ di Magdalena Kopp, che era ovviamente sotto osservazione quando, scarcerata a fine pena in Francia ed espulsa in Germania, ne partì per andare a ritrovare il suo uomo, Carlos.
A fine 1987 Gerd Albartus scomparve, e quelli che lo conoscevano pensarono che si fosse allontanato a seguito dell’ondata repressiva, che aveva fatto 33 arresti, e a cui erano sfuggiti Thomas Kram e altri). Invece andò a incontrare Carlos ed il suo gruppo in Libano, compreso il suo vecchio compagno delle prime RZ Johannes Weinrich. E questi, a sorpresa, lo processarono, accusandolo di essere un infiltrato della Stasi. Gerd Albartus fu lungamente e brutalmente torturato, sparato in una gamba, ucciso e poi bruciato. Un tribunale da inquisizione in perfetto stile staliniano, sul quale non si sa molto, salvo che aveva sbagliato a ritenere che Gerd fosse la spia.

L’orribile fine di Albartus fu rivelata solo molto tempo dopo, alla fine del 1991, da una lunga lettera pubblicata dalle RZ. Il documento non offre che pochissime informazioni concrete, limitandosi ad indicare che l’esecuzione era stata compiuta da “un gruppo che si considera parte della rivolta palestinese”, e col quale “già da parecchi anni avevamo rotto definitivamente i rapporti per motivi politici”. Raccontano, le RZ, delle discussioni avute con Gerd Albartus quando, scarcerato a fine pena nel 1981, trovò una situazione radicalmente cambiata e non accettò quella rottura. Condivise invece le critiche di altri compagni che si erano opposti allo scioglimento dell’ala internazionale dopo Entebbe, critiche che avevano portato alla separazione, ritenendo che così ridotte le RZ si erano messe al livello di un gruppetto extraparlamentare e sarebbero rapidamente scomparse.
Il testo si dedica soprattutto all’autocritica, in particolare della mancata o insufficiente autocritica dopo l’azione di Entebbe, rispetto al carattere antisemita che vi poteva essere letto -per la separazione degli ostaggi non solo in base alla nazionalità israeliana (paese contro cui era rivolto l’atto di guerra) ma anche all’etnia ebraica- e all’incapacità di credere che questo si fosse realizzato per opera di gente come Boni Böse e Brigitte Kuhlmann, conosciuti come antifascisti. Quel documento, il cui discorso appare spesso come frutto di mediazioni e attento a non farsi interpretare come una critica apprezzabile dal nemico imperialista, dette luogo a discussioni anche pubbliche, ed è considerato come il passaggio finale che portò all’auto-scioglimento definitivo del gruppo poco tempo dopo.
Nel contesto che ci interessa qui, esso assume un altro ruolo, perché proprio dalla sentenza del processo citata prima, risulta che Thomas Kram ne fu uno degli autori. Non è un dettaglio da poco: senz’altro all’epoca (1991) Carlos ne era al corrente, visto quanto la cosa lo riguardasse direttamente; e con altissima probabilità sapeva pure chi ne fossero gli autori, in tutto od in parte. Fosse stato Thomas Kram uno dei suoi ‘soldati’ (così li chiamava), l’avrebbe immediatamente considerato un traditore, con tutte le conseguenze del caso. E, nella stessa ipotesi, Thomas Kram avrebbe mentito spudoratamente ai suoi stessi compagni delle RZ (come uomo di Carlos non avrebbe potuto non sapere del processo a Gerd Albartus). Ma più in generale, si può davvero credere che uno che avrebbe massacrato 85 persone ‘estranee ad ogni conflitto’, si faccia poi tanti problemi solo per la morte di una ‘spia’?

Donna, giornalista, di sinistra, con amici arabi: spia, puttana e terrorista
Come abbiamo visto, gli esperti italiani lavorano alacremente e senza guardare in faccia a nessuno per rimpiazzare la colpevolezza di Valerio Fioravanti dei NAR con quella di Thomas Kram delle RZ. Devono perciò rimpiazzare anche il lavoro di depistaggio, per il quale sono stati condannati dei generali del servizio segreto militare italiano (SISMI) e membri della loggia massonica segreta P2. La sostituzione consiste semplicemente nel sostenere che ‘siccome con la condanna di tre autonomi e di un palestinese, per aver trasportato dei lanciamissili dell’FPLP, l’Italia aveva violato l’accordo con i palestinesi’ allora l’FPLP fece fare la strage di Bologna ed organizzarono un depistaggio per dar la colpa ai fascisti.
Sostengono allora uno scenario di depistaggio che ruota attorno a Bassam Abu Sharif, responsabile della stampa per l’FPLP a Beirut, il responsabile del SISMI in quella città, colonnello Stefano Giovannone, e una giornalista italiana di sinistra, Rita Porena, che in Libano lavorò una dozzina d’anni. Su quest’ultima, trattata da terrorista divenuta spia (significativo titolo: “Rita Porena, da pasionaria dell’FPLP ad agente segreto”), concentrano un’acrimonia, non giustificabile dalla crassa ignoranza della storia dei movimenti politici e militari (come nel caso dei tedeschi e dei palestinesi), che ben esprime la loro mentalità fascistoide. Ci fanno dunque capire che la Porena andava a cena (e poi forse a letto) con Bassam Abu Sharif e andava a cena (e poi forse a letto) col colonnello Giovannone, e ch’era dunque pronta ad intrigare con i due.

Le ‘prove’ contro la donna consistono in due ‘sospetti’ (!) espressi in note dell’Ufficio Affari Riservati ed in un numero di telefono ritrovato nell’agendina di un algerino arrestato in Francia per altre cose. “Era stata sospettata”, dicono senza preoccuparsi di conoscere il seguito delle segnalazioni, di aver procurato documenti a Carlos, e di aver trafficato armi per i palestinesi. Mica niente, ma il sospetto basta -anche se viene da un Ufficio passato alla storia per i suoi imbrogli e manipolazioni- per trattarla pubblicamente da terrorista.

Poi ci raccontano che era una spia, un “ufficiale di collegamento”, un “agente a rendimento del centro SISMI di Beirut”, perché era stata assunta dall’ambasciatore italiano D’Andrea per fare una rassegna della stampa araba, a 500 dollari al mese. Per tre mesi (totale 1500 dollari), perché poi si rese conto che il D’Andrea non le chiedeva la rassegna-stampa e pertanto rinunciò all’incarico pur continuando a frequentare l’Ambasciata. Una piccola lezione di deontologia professionale (‘da giornalista, prendo soldi solo per il mio lavoro giornalistico’) di cui i ‘giornalisti d’inchiesta’ della destra sociale, che pure ne avrebbero bisogno, neppure si accorgono. Pur di dare addosso alla collega comunista, non badano a calpestare dei principi elementari del mestiere, a cominciare dal fatto che l’intervistatore non è responsabile delle affermazioni dell’intervistato. Rimproverano infatti alla Porena un’attività di depistaggio compiuta con… due interviste. La prima, nel gennaio 1980 (prima della strage di Bologna) sul quotidiano romano Paese Sera, a Bassam Abu Sharif, addetto stampa del FPLP. Questi, com’è ovvio, sosteneva la posizione assunta dal FPLP, che aveva rivendicato la proprietà dei lanciamissili sequestrati in Italia. Ciò vale l’accusa alla Porena di voler esercitare pressioni sul tribunale italiano che si occupa della faccenda dei missili. Certo, un giornalista può anche favorire, consciamente o inconsciamente, una posizione, ma o si inginocchia ed offre all’intervistato una tribuna libera, oppure ciò che conta sono le sue domande. In quelle formulate da Rita Porena, è davvero difficile rilevare tendenziosità o compiacenza:

Perché i due missili di cui il Fronte ha rivendicato la proprietà si trovavano nelle mani di tre autonomi?
Lei esclude che i rapporti tra il Fronte popolare e i gruppi di sinistra, anche quelli che fanno uso della violenza, comprendano per esempio la fornitura a questi gruppi di armi che potrebbero essere utilizzate in Italia?
Quale risultato vi aspettate da questa pubblica assunzione di responsabilità da parte del Fronte popolare sulla vicenda dei missili?
Il Fronte popolare è pronto a fornire altre prove ed eventualmente a testimoniare al processo?
Ma consideriamo l’eventualità che i giudici non siano convinti, lei ritiene che il Fronte popolare potrebbe prendere in considerazione l’eventualità di un’azione violenta?
Signor Abu Sharif, vi servite normalmente di intermediari italiani scelti tra coloro che vi appoggiano politicamente per questo tipo di operazioni, come il trasporto di armi?
È vero che il Fronte ha fornito addestramento militare a membri di gruppi estremisti europei e italiani?

La “seconda operazione di disinformazione” di cui si accusa la Porena, sarebbe l’intervista ad Abu Ayad, pubblicata dal principale quotidiano della Svizzera italiana, il Corriere del Ticino, nel settembre 1980 (dopo la strage). La premessa dell’intervista ad Abu Ayad, che era allora il responsabile del servizio di informazione di Al Fatah (non dell’FPLP), ricordava che un’affermazione di Abu Ayad, riportata dallo stesso giornale in una breve d’agenzia, aveva sollevato una forte reazione della Falange, la quale smentiva che dei gruppi terroristici d’estrema destra venivano addestrati nei campi libanesi delle destre maronite. “Il giornale del partito, in un articolo di prima pagina, dopo aver negato tutto quanto detto da Abu Ayad, ha invitato a chiedere allo stesso ‘leader’ palestinese quali prove e quali documenti abbia in realtà in mano. La nostra corrispondente a Beirut, Rita Porena, ha seguito l’invito del giornale falangista ed ha incontrato Abu Ayad.” Dunque l’intervista di Rita Porena non nasce nel vuoto, ma in un ciclo polemico assolutamente usuale: affermazioni, smentite e repliche delle parti in causa sono il pane quotidiano di qualsiasi cronista politico. Già la prima domanda della Porena risponde a questa dinamica, e non ha nulla di compiacente:

Signor Abu Ayad, in un’intervista ad un quotidiano libanese, lei ha affermato di essere in possesso di documenti che provano la presenza di fascisti italiani nei campi di addestramento del partito Kataeb (destra maronita libanese). Nella stessa occasione lei ha affermato che tale partito è coinvolto nella strage di Bologna. Di quali prove si tratta?

Va aggiunto che il quotidiano ticinese, con la premessa redazionale e la pubblicazione in prima pagina, si assume integralmente le stesse responsabilità della sua corrispondente da Beirut. Responsabilità che non riguardano certo il contenuto delle risposte, ma il trattamento giornalistico: domande di approfondimento su un soggetto già discusso pubblicamente che tengono conto delle contestazioni di una parte chiamata in causa.
I vedovi della Mithrokin richiamano un’altra intervista ad Abu Ayad, pubblicata dal quotidiano italiano il Resto del Carlino nel dicembre 1980; il suo autore, Marco Goldoni, chiede: “Prima di partire ho visto il sindaco di Bologna il quale, saputo che sarei venuto ad intervistare Arafat, mi ha detto: ‘chiedigli cosa ne sa della strage di Bologna’. Lei cosa può dirmi?”. Qualificano questa di “domanda diretta” e non si sognano di pensare che stia anche lui depistando. Con la Porena sono invece lapidari: “è stato confermato il suo ruolo nel depistaggio organizzato dai vertici del servizio segreto militare per coprire le responsabilità dei palestinesi, attraverso l’intervista ad Abu Ayad sul Corriere del Ticino”. Chi o cosa abbia ‘confermato’ l’accusa, e quale fosse il suo preteso ‘ruolo’ (pagata dal SISMI per pubblicare domande e risposte preconfezionate da SISMI e/o Al Fatah?) non è dato di sapere.
Rita Porena, che ha lavorato sedici anni in Libano, ed ha fatto reportages sulla rivoluzione iraniana, l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la guerra civile in Sudan, è autrice di un libro, “Il giorno che a Beirut morirono i panda”, di cui si trovano le recensione: di Maurizio Chierici sul Corriere, de l’Indice, e di Arabismo.
Una intervista con Rita Porena su massacro di Sabra e Chatila potete ascoltarla qui (10:17):

[download]
[Da AMISnet, A cura di: Francesco Diasio, AMISnet Musiche: “La cantata rossa per Tall El Zaatar”(Gaetano Liguori, Giulio Stocchi, Demetrio Stratos). Coproduzione – Radio Popolare, Gaetano Liguori]

L’ignobile trattamento riservato a Rita Porena da ‘cieli limpidi’ non sorprende, se appena si ricorda che autori e contenuti di quel sito sono gli stessi della rivista della destra sociale Area. Eppure, quelle porcherie sono diffuse da aggregatori ‘di sinistra’, come Kilombo, Left Lab e Kligg (che qualcuno non abbia passato il proverbiale test per carabinieri: questa è la destra, questa la sinistra…?).
Si è detto prima, di quanto la campagna per innocentare i capi dei Nar Fioravanti e Mambro dall’accusa (divenuta condanna definitiva) per la strage di Bologna sia sostenuta anche da militanti od ex-tali di tutte le sinistre, perché convinti della loro estraneità a quella (sola) cosa o della necessità di continuare a cercare la verità sulla strage. È effettivamente possibile che non siano Fioravanti e Mambro gli autori, e comunque la sentenza non chiarisce mandanti e moventi della strage.

Ma quando Thomas K. viene additato come colpevole e le RZ presentate come un gruppo stragista, non ci si può nascondere dietro un dito dicendo: ‘ma abbiamo solo indicato una pista non esplorata dalle indagini’. I sostenitori di sinistra non sembrano però molto coscienti che, se non esercitano la critica e l’autocritica, il prodotto della campagna rischia di essere un nuovo Valpreda da un lato e, dall’altro, la conferma di una memoria nettamente anti-storica ma già piuttosto diffusa, per cui ‘le stragi le hanno fatte le BR’.

Una traccia di quanto è stato detto ‘a sinistra’:
– Nel maggio 2007, Saverio Ferrari (su Liberazione 27.5.07, vedi anche altri suoi pezzi su Osservatorio democratico) critica il libro con cui Andrea Colombo argomentava i dubbi sulla sentenza per la strage di Bologna, e ricorda tra l’altro che Thomas Kram risultò non aver mai fatto parte del gruppo di Carlos. Sulla stessa pagina, Colombo replicò alla lettera, aggiungendo: “Non capisco la lunga perorazione in difesa di Thomas Kram e di Carlos. Non ho mai detto che siano loro i responsabili della strage…”.
– Nell’agosto 2007, Guido Ambrosino intervista Kram (Il Manifesto 1.8.07). Nell’importante articolo si legge:
“Scrive ancora Colombo: ‘ Dopo 27 anni di latitanza Kram si è costituito nel dicembre 2006’. Replica Kram: ‘Se la latitanza fosse durata tanto, sarebbe iniziata nel dicembre 1979, quando ero a Perugia. Chi scrive vuole suggerire una mia fuga a ridosso della bomba di di Bologna. Mi sono reso irreperibile sette anni dopo. È un errore che Colombo dovrebbe rettificare’.”
– Su Liberazione del 5.8.08 Andrea Colombo scrive “Ma perché se hai dei dubbi su chi ha messo la bomba a Bologna ti accusano di ‘revisionismo’?” protestando, a ragione, contro il ragionamento stalinista per cui “chi difende i fascisti non può che essere a sua volta un fascista, o un complice”. Su Kram non rettifica, ma rilancia l’idea di depistaggio (“Vorrà pur dire qualcosa il fatto che, nel 2001, il reggente della procura di Bologna Luigi Persico non sia stato neppure informato dell’informativa sulla presenza di Thomas Kram a Bologna firmata di persona dall’allora capo della polizia De Gennaro.”).
– Lo stesso giorno su Forum Palestina Germano Monti riassume lo stato del ‘depistaggio palestinese’, inquadrandolo nell’intenzione della destra al governo di ‘ripulire l’album di famiglia’.
– Nel marzo 2009 Arab Monitor intervista Abu Saleh, il palestinese che era stato arrestato nel 1979 con Pifano e gli altri del Collettivo autonomo di via dei Volsci per i lanciamissili, che indica con precisione il 14 agosto 1981 come giorno della sua scarcerazione per scadenza dei termini.
– In una lettera, pubblicata dal Manifesto il 16.7.09, Andrea Colombo rettifica un errore nel suo libro: la data di scarcerazione di Abu Saleh sarebbe nel 1982 e non, come aveva scritto, nel 1980, e indica come fonte gli esperti della Mithrokin (che sbagliano). Sulla stessa pagina, accanto ad un commento di Pifano, una nota ricorda un passaggio del libro: “La bomba sarebbe stata dunque una sorta di rappresaglia per la mancata scarcerazione di Saleh, il quale fu in effetti scarcerato, con larghissimo anticipo sui tre autonomi romani, pochi giorni dopo la strage, il 14 agosto 1980. L’FPLP avrebbe commissionato la strage a Carlos, che si sarebbe servito dei tedeschi delle cellule rivoluzionarie.”
Dice Colombo che si era “limitato ad elencare tutte le ipotesi che in questi decenni sono state avanzate, inclusa la ‘pista Saleh’, senza minimamente prendere posizione a favore dell’una o dell’altra. In questo contesto, non parlare della succitata ipotesi sarebbe stato impossibile. O gravemente reticente.”

Anche le rettifiche non devono essere reticenti.
Colombo può correggersi per ciò che gli ha chiesto Kram, senza che questo significhi che debba crederlo o difenderlo (lui comunque molto saggiamente ha rifiutato l’interrogatorio dei magistrati italiani, solo un amante del rischio o un megalomane l’avrebbero accettato), come fa con Fioravanti, perché c’è una sentenza tedesca con le implicazioni fattuali e logiche che abbiamo visto.
E c’è, soprattutto, una storia politica delle formazioni armate della sinistra europea e della resistenza palestinese che viene calpestata e stravolta: è di questo che occorre evitare di diventare complici.

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fonte:  http://lapattumieradellastoria.blogspot.com/2009/08/un-valpreda-per-bologna.html

Il Daily Telegraph su Berlusconi: “Povere infermiere che dovranno curare il vecchio debosciato”

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La stampa britannica insiste sulle vicende di Berlusconi

E l’editorialista azzarda: “Curare dal sesso un italiano è impossibile”

Il caso anche su Al Arabya

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dal nostro inviato CRISTINA NADOTTI

Il Daily Telegraph: "Povere infermiere che dovranno curare il vecchio debosciato"Silvio Berlusconi con Veronica Lario

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LONDRA – Sono molto numerosi gli articoli sulla stampa internazionale che annunciano l’uscita, domani, della nuova edizione di “Tendenza Veronica” il libro di Maria Latella che racconta anche l’ultimo capitolo del matrimonio tra Veronica Lario e Silvio Berlusconi. E tutti sottolineano in particolare il suggerimento al Cavaliere di farsi curare in una clinica per dipendenze sessuali.
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L’articolo che però riprende l’argomento in modo più approfondito e polemico è quello di Celia Walden, una commentatrice del Daily Telegraph che prende spunto dalle vicende del presidente del consiglio per fare un’accusa pesante a tutti gli uomini italiani. “Povere infermiere che dovranno assistere Berlusconi nella clinica per dipendenze sessuali – scrive Walden – Me lo immagino già, il vecchio debosciato, invitare la più giovane a sedersi sulle ginocchia di Papi, o mentre dice alla sua terapista che sarebbe bellissima se sciogliesse i capelli, si togliesse gli occhiali e indossasse un bikini fatto di liquirizia. Sì, se i dottori proveranno a evitare una diagnosi di “caso senza speranza”, potranno trovarsi in gravi difficoltà”.
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“Questo, naturalmente, se Berlusconi deciderà di farsi curare – dice la giornalista inglese – ma basteranno due settimane per guarire 60 anni da donnaiolo?”. Walden passa poi dal caso particolare a quello generale, spinta dal fatto che, racconta, quando era studentessa a Siena si è beccata un pizzicotto nel sedere da un uomo, mentre questi era in auto con la moglie. “Togliere la ‘dipendenza sessuale’ a un italiano – sostiene – è come chiedergli di evitare la cadenza musicale quando parlano. I sintomi – lei ha controllato la descrizione in dizionari medici, sostiene – Si adattano allo stereotipo nazionale a buon titolo affibbiato agli italiani”. In pratica, per Celia Walden e la sua descrizione clinica, tutti gli italiani “hanno una ossessione profonda e non comune per il sesso che rende loro difficile impegnarsi o mantenere relazioni personali sane”.
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È invece più tenero il francese Le Figaro, che parla dell'”inossidabile” Berlusconi in una intera pagina. Il giornale conservatore nota comunque che con gli ultimi scandali “il suo mito si è incrinato” e che alla vigilia dei suoi 73 anni ha dovuto “rinunciare alle feste”, alle “battute fuoriluogo” per “cercare di rifarsi una reputazione”. Sui rapporti con la Chiesa Le Figaro osserva: ” È la sua preoccupazione più grande in questo momento”.
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Un lungo articolo apparso sul sito arabo Al Arabyia sottolinea la preoccupazione per l’attitudine degli italiani “abituati agli scandali”. Il media arabo ricorda, come fatto nei giorni scorsi da altri giornali, che Berlusconi fungeva da prosseneta già per Bettino Craxi e che sono state le sue televisioni a introdurre in Italia le trasmissioni in cui il ruolo della donna è mercificato. Dopo aver fatto un elenco dei processi a carico di Berlusconi e degli attacchi della stampa internazionale, Al Arabiya paragona il Cavaliere a un novello Nerone e spiega la sua ascesa con la debolezza dell’opposizione.
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Grande pubblicità all’uscita di “Tendenza Veronica” sulla stampa tedesca, sulla Frankfurter Rundschau, secondo il quale il clamore per le vicende di Berlusconi era un po’ scemato, ma adesso il libro aprirà un nuovo capitolo interessante anche per la stampa internazionale, e sul Tagespiegel, che sottolinea che Veronica Lario non ne poteva più di bugie.
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Anche l’irlandese Irish Independent nel parlare del libro sottolinea la “rete di bugie” che ha portato Veronica Lario a chiedere il divorzio. Il quotidiano si stupisce che “nonostante l’esplosivo contenuto dei nastri registrati da Patrizia D’Addario” “gli Italiani restino così fedeli al loro discusso premier”.

In Spagna El periódico Mediterraneo titola “Berlusconi drogato di sesso secondo la sua ex” e El periodico de Catalunya riferisce che Veronica Lario ha svelato “la sporcizia” di cui si circonda suo marito, in particolare le giovani che gli girano intorno “disposte a lanciarsi nella bocca del drago”. Anche il quotidiano australiano di Adelaide The Advertiser parla di un “Berlusconi sex addict”.

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25 agosto 2009
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DIRITTI – Se fossi un cane

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di Luana De Vita *
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ROMA (25 agosto) – Della legge e delle cure degli uomini: questo se fossi un cane sarebbe un pensiero leggero e allegro, in Italia. Se fossi un cane. Ma sono un essere umano e mi appartengono funzioni cognitive che mi costringono continuamente a riflettere sul mondo e su me stesso, e sulle regole che costruisco e condivido con uomini e animali, con tutti gli uomini e tutti gli animali. E dunque rifletto.
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Se fossi un cane, in Italia mi spetterebbe per legge uno spazio in recinto non inferiore a 20 metri quadrati da condividere al massimo con un altro cane o 9 mq in un box tutto per me. Se, invece, fossi un malato psichico con sufficiente autonomia sul piano della soddisfazione dei bisogni di vita quotidiana e adeguate abilità psico-sociali e mi ritrovassi a vivere in una comunità alloggio, ovvero una residenza socio-riabilitativa a più elevata intensità assistenziale, la superficie minima delle camere a due letti dovrebbe essere non inferiore a 16 mq e 9 mq in camera singola.
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Meglio essere un cane, no? Peggio essere un detenuto, molto peggio. Mi spetterebbero sì e no 7 mq in singola e 4 mq in celle collettive. Se fossi un cane, a Roma non potrebbero tenermi legato ad una catena per più di 8 ore al giorno e la catena dovrebbe essere lunga almeno 6 metri, garantendomi il movimento, l’accovacciamento, l’abbeveramento e tutte le mie normali funzioni fisiologiche. Se fossi un malato di mente invece, i medici di Milano, al Niguarda, per esempio, potrebbero seguire le linee guida interne dell’ospedale in materia di contenzione fisica in armonia con la legge italiana e la prassi tristemente diffusa in tanti reparti psichiatrici. Potrei ritrovarmi legato, mani e piedi, ad un letto fino a 12 ore consecutive, sempre che la mia condizione non richieda un prolungamento della contenzione, a discrezione dei medici, non della mia dignità di essere vivente, non voglio dire umano, perché non mi conviene.
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Sarebbe morto così, Francesco Mastrogiovanni, il 4 agosto 2009, nell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo quattro giorni di degenza in TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Morto per edema polmonare, segni di contenzione fisica su polsi e caviglie, presumibilmente legati per giorni, anche se sulla cartella clinica non comparirebbe alcun provvedimento costrittivo a carico del degente. Ma che importa? Non era un cane, era solo un uomo.
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E se fossi un cane pericoloso? Non esistono cani pericolosi – qualsiasi cane può attuare comportamenti “rischiosi” – ma esistono cattivi padroni e nella legislazione italiana si punta soprattutto sulla prevenzione e la formazione dei proprietari dopo aver abolito la lista delle razze canine pericolose. Se fossi un paziente psichiatrico però, sarei invece quasi sicuramente pericoloso nell’immaginario collettivo. Si vuole infatti ristabilire, con una modifica legislativa, il concetto di “pericolosità per sé e per gli altri” del malato psichico e la conseguente segnalazione alle autorità competenti. Se fossi un uomo, dunque, potrebbe toccarmi un posto in una “nuova” lista di umani pericolosi, a prescindere dalla circostanze, dalle condizioni, dal destino che mi è toccato in sorte. Meglio, molto meglio essere un cane.
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Se mi trovassero per strada o in mare, senza microchip, le istituzioni mi curerebbero e coccolerebbero, ma se fossi un uomo senza documenti e pure malato farei meglio a nascondermi e morire: mi arresterebbero. Se fossi un cane capirei che le leggi che mi proteggono sono pensate per me, per i miei bisogni e per le mie necessità di sopravvivenza, con un minimo di dignitosa qualità di benessere. Come essere umano, però, non capisco, proprio non riesco a capire, perché le leggi e le prassi operative di accoglienza, assistenza, accudimento, cura, reinserimento, rieducazione e riabilitazione degli uomini, per gli uomini sono invece pensate e create sui bisogni di chi poi dovrà occuparsi di me o di chi dovrà escludermi, liberarsi di me. Come se la mia vita non valesse neanche quanto quella di un cane, non meritasse la stessa sensibile attenzione ai bisogni dell’essere vivente, della semplice creatura di Dio. Se fossi un cane, mi sentirei più tranquillo in Italia.

Purtroppo sono solo un essere umano.

* Psicologa e psicoterapeuta

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La Casa Bianca mette la Cia sotto inchiesta

https://i0.wp.com/www.lastampa.it/cmstp/rubriche/admin/immagine.asp

Una task force indagherà su tutti gli abusi commessi dai servizi in Afghanistan e Iraq

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di Maurizio Molinari

CORRISPONDENTE DA NEW YORK

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Il Dipartimento di Giustizia mette sotto accusa la Cia per le «tecniche illegali» adoperate nel trattamento di presunti terroristi e la Casa Bianca le toglie da subito la responsabilità di condurre gli interrogatori di chi ancora si trova nelle celle di Guantanamo. Le mosse dell’Amministrazione Obama ridimensionano il ruolo della Cia nella gestione dei detenuti e aprono la strada a processi nei confronti di alcuni agenti, che hanno avuto ruoli di responsabilità nel trattamento di detenuti come Khalih Sheik Mohammed, il pianificatore dell’11 settembre 2001, minacciato con la frase «uccideremo i tuoi figli» se negli Usa ci fossero stati nuovi attentati.

Il primo passo lo ha compiuto Eric Holder, ministro della Giustizia, capovolgendo la decisione dell’Amministrazione Bush di non dare seguito ai contenuti di un’indagine interna del 2004, che aveva appurato l’uso da parte della Cia di tecniche «non ortodosse» per ottenere informazioni dai sospetti terroristi. Holder ha fatto sapere di aver riscontrato «almeno una dozzina di casi» – secondo quanto riportato dal New York Times – nei quali gli agenti di Langley sarebbero stati responsabili di «gravi violazioni», applicando tecniche che la legge degli Stati Uniti equipara alle tortura.

A condurre le indagini del Ministero della Giustizia sarà John Durham, procuratore del Connecticut. E gli agenti della Cia riconosciuti responsabili di violazione della Costituzione veranno processati: uno scenario destinato a creare fibrillazioni nella centrale di Langley, anche perché in più occasioni Obama aveva assicurato che non vi sarebbero stati processi o punizioni nei confronti degli 007 che avevano eseguito le disposizioni sugli interrogati impartite dall’Amministrazione Bush.

Obama ha preso anche una seconda decisione: togliere alla Cia la responsabilità di gestire i detenuti di Guantanamo e delle altri prigioni in giro per il mondo, affidandoli al nuovo «High-Value Detainee Interrogation Group» (Hig), che sarà guidato da un alto ufficiale dell’Fbi e risponderà direttamente alla Casa Bianca. I nuovi interrogatori verranno condotti sulla base del «manuale da campo delle forze armate», che proibisce di denudare i detenuti, minacciarli con i cani, esporli a temperature estremamente calde o fredde, privarli di cibo, acqua o medicine, simulare esecuzioni e praticare la tecnica del «waterboarding», l’affogamento simulato.

I consiglieri più fidati del presidente che avranno voce in capitolo su questo terreno sono l’ex agente John Brennan, l’ex analista della Brookings Insitution Bruce Reidel e il consigliere legale Gregory Craig. Queste decisioni rafforzano al Congresso la posizione di quei leader democratici che chiedono un’indagine sull’operato del governo Bush, e in particolare dell’ex vicepresidente Dick Cheney.

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25 agosto 2009

fonte:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1383&ID_sezione=&sezione=