STORIE DI IMMIGRAZIONE – Rosarno, il limbo dei disperati / Samir, da operaio a dirigente Sai

I 200 immigrati della Cartiera bruciata a luglio, tra l’incertezza del futuro e le maglie sempre più strette del pacchetto sicurezza

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scritto per PeaceReporter da Gianluca Ursini

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Un semplice gesto, come colpire inavvertitamente un fornelletto. Un piccolo oggetto, cose della vita di tutti i giorni. Ma se si vive nelle condizioni disperate che vedete ritratte nelle foto in queste pagine si può trasformare in un inferno. E cambiarti la vita. Se la tua vita è ristretta al limitato orizzonte di una fabbrica abbandonata a Rosarno, Africa. O Calabria, alle porte di quell’Africa così vicina ma così lontana per i ragazzi che hanno provato ad attraversare il mare a rischio della propria vita per vedere tutti i loro sogni infrangersi contro la realtà di una economia che ha bisogno del loro lavoro in nero e che non ha nessun interesse a legalizzarli.

Bruciano le speranze. La notte del 20 luglio alla Cartiera (una ex fabbrica messa su da un imprenditore romagnolo con fondi dell’Unione europea, poi scomparso prima ancora di iniziare a produrre) sulla statale tra i paesoni di Rosarno e San Ferdinando nella piana di Gioja Tauro sono andati in fumo tutti i piccoli averi dei duecento lavoratori stagionali che vi abitano da oltre cinque anni nell’incapacità delle istituzioni di affrontare la situazione. La Regione si è affrettata a dire che la protezione civile calabrese ha portato ristoro e abiti per duecento persone a questi ragazzi; la Cgil, i sindacati, la Cisl hanno chiesto “soluzioni definitive” al dramma dei sans papiers nei paesi della ricca vallata calabrese, un continuo di aranceti ed uliveti. In realtà, qualche prete gesuita delle comunità mariane di vita cristiana, i volontari locali dell’Osservatorio Migranti e i reggini del centro sociale ‘Cartella’ hanno provato a portare mercoledì 23 luglio un po’ di conforto ai duecento ragazzi che sono rimasti bloccati in questo angolo di Sud dal decreto Maroni. E sì, perché se ti fermi a farci quattro chiacchiere ti spiegheranno perché non sono in movimento (“in questo periodo dell’anno di solito sono già a Siracusa a raccogliere ortaggi o sono pronti ad andare a Foggia per i pomodori” spiega Rita Libri, volontaria dell’Osservatorio migranti) a cercarsi lavoro da un’altra parte.
Hanno paura a mettersi in treno. A viaggiare; sono bloccati in Calabria. Hanno il terrore di essere arrestati. Stefano (qui tutti lo chiamano cosi) è del Ghana e organizza la truppa dei suoi connazionali mentre i volontari del Kollettivo Onda Rossa di Cinquefrondi, paesino attiguo, distribuiscono shampoo, magliette calze e pantaloni. “Qui a Rosarno non c’è niente da fare ma quale alternativa abbiamo? I ragazzi del centro sociale ci hanno messo a disposizione degli avvocati per capire la nuova legge, e se non capisco che cosa mi succede, io non mi muovo di qua…”

E non si muovono anche se le condizioni sono sempre peggiori: “Lavoro ne hanno poco, fanno quattro lavoretti nei campi per i piccoli proprietari, e la loro paga è diminuita, da 25 a 20 euro al giorno, ora che la raccolta dei mandarini è finita; ma non hanno dove andare e non hanno alternative”. Stessa scena nella ex fabbrica di succo d’arance ‘Rognetta’ sulla statale che va a Gioja: una lunga fila di ragazzi burkinabé, ghanesi e nigeriani, togolesi e ivoriani. Tutti con un tratto comune: sono sbarcati a Lampedusa per la maggior parte, quasi tutti sono stati deportati al centro Sant’Anna di Crotone, vicino l’aeroporto: un grosso girone infernale dove la ruota non gira quasi mai verso l’espulsione. Il centro è ingestibile per il numero di immigrati in arrivo, e i poliziotti dopo qualche settimana li lasciano liberi. Da Crotone si riversano nelle campagne calabresi, in attesa di trovare qualcuno che li regolarizzi; quasi nessuno di loro ha dei documenti. Hanno tutti il terrore di quello che succederà adesso con il decreto Maroni. Nessuno sa spiegare loro bene di che si tratti, sono spaventati. L’unico placido è Vladimir, un enorme ucraino 50enne; la sua figura figurerebbe bene sotto una di quelle didascalie: “Che ci faccio io qui?” mentre fa la fila tra i suoi compari africani per ritirare un paio di mutande pulite e una maglietta che lo tenga fresco di sera. E’ tranquillo perché sa che un bianco non verrà mai espulso dalla polizia italiana. ‘Sì, lavoro c’è poco, e pagano poco una giornata, ma cosa vuoi fare? Dove posso andare? In Sicilia o Puglia no è meglio. Stiamo qui e vediamo se spunta un lavoro fisso”. L’unico che proverà la fortuna è David, un ivoriano invasato che strepita e litiga con tutti quelli che lo voglionio togliere dalla fila che ha imboccato per la quarta volta alla ricerca della felpa sulla quale si è fissato: “Io sono ivoriano ed ero regolare. Avevo la mia vita tranquillina a Bologna finchè non mi hanno rubato tutti i documenti; ho un fratello là di 40 anni, con una bella moglie e un buon lavoro. Ma adesso lui deve pensare ai suoi figli, ed io a me stesso. Mi metterò sul treno per Foggia: sono sicuro che nessun poliziotto mi rimanderà in Africa; sanno che qua servono i lavoratori come noi”.

Essere buoni non rende, è il messaggio italiano. Di sicuro consegnare dei criminali alla giustizia non aiuta a diventare italiani; il ragazzo ivoriano e il ghanese che hanno subito l’aggressione di due malavitosi calabresi l’11 dicembre passato avevano fatto domanda per ottenere il permesso di soggiorno in base all’articolo 18 della legge Bossi – Fini. Come spiega l’avvocatessa Anna Foti dell’associazione di aiuto ai migranti di Reggio, l’articolo era stato pensato per le ragazze che si prostituivano e decidevano di denunciare i loro sfruttatori. Anche i due africani colpiti da una raffica di kalashnikov quella sera d’inverno e che con le loro testimonianze hanno portato all’arresto di due balordi (uno dei due, Andrea Fortugno, è stato condannato a maggio a 16 anni di carcere per tentato omicidio in primo grado) pensavano di meritare un permesso di soggiorno “per buona condotta”. La loro richiesta è stata purtroppo rigettata dal questore reggino Musolino. Un caso del quale lo Stato dovrebbe rendere conto. Chissà perché alla televisione queste notizie non vengono mai riportate…

Permesso di soggiorno in nome di Dio. “Noi accoglieremo questi ragazzi e non permetteremo che vengano rimandati al loro Paese. Siamo tutti figli della stessa terra e figli dello stesso Dio. Concederemo loro, come fanno i nostri fratelli comboniani, un permesso di soggiorno in nome di Dio”. Don Gianni Ladiana è il prete animatore del centro mariano ‘Cvx’ di Reggio e insieme con altri sacerdoti delle comunità valdesi e ortodosse e battiste della provincia reggina sta organizzando una rete di sostegno perché nessuno di questi ragazzi che non ha mai commesso un reato, ma ha subito estorsioni e intimidazioni di ogni tipo dai mafiosetti della Piana, non abbia a subire altri torti, oltre a quello di avere già pagato in media 3mila dollari per arrivare in un Paese che adesso li considera dei criminali; dal giorno 8 agosto, il giorno della vergogna italiana.

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PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo

20/08/2009

fonte:  http://it.peacereporter.net/articolo/17347/Rosarno,+il+limbo+dei+disperati

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Samir, da operaio a dirigente Sai

A 3 anni dall’assunzione l’incarico di aprire una società nella sua Algeria

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di Felicia Buonomo
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Sono venuto qui per cercare di costruirmi una vita migliore, ma ho sempre sperato, prima o poi di tornare a casa. Grazie a questa azienda il mio sogno si sta avverando» Samir Abdelaziz, classe 1967, nazionalità algerina, è il “nome nuovo” del team della Sai spa, azienda modenese impegnata nello sviluppo e produzione di motori idraulici. Tra poco più di un anno, infatti, Samir Abdelaziz sarà dirigente e probabile socio della futura Sai Algeria. All’età di 28 anni, nel 1995, Samir decide di cercare e guadagnarsi un futuro migliore di quello che il suo paese a quel tempo gli offriva. Decide, quindi, di emigrare e approda nella nostra Italia. Dopo cinque anni passati nella città di Napoli, lavorando come tagliatore di scarpe, aiuto cuoco e barista, decide di trasferirsi a Modena. Il suo ingresso nel mondo del lavoro modenese comincia con un umile lavoro presso un officina per attrezzature per ceramiche e successivi altri lavori come operaio. Poi, nel 2004, viene assunto come operaio alla Sai spa. La sua mansione è quella di operaio addetto al montaggio e al collaudo. Lavoro che svolge sempre con grande dedizione e maestria. Ma nonostante l’impegno e la riconoscenza, da sempre mostrata al nostro paese, Samir porta dentro di sé sempre il desiderio di tornare nella sua patria, tra la sua gente. Un desiderio ascoltato e accolto dalla Sai spa, sempre attenta alle esigenze dei propri dipendenti. In occasione di una delegazione algerina ospite di Confindustria Modena, infatti, che andava a presentare un progetto di privatizzazione delle loro aziende, la Sai coglie l’occasione per parteciparvi. Così il presidente Sai, Piercelestino Pecorari e Samir partecipano al forum e decidono di avviare una fase nuova nel proprio processo di internazionalizzazione. Nel 2007, infatti, l’azienda offre a Samir un contratto di collaborazione con il quale lo incarica di effettuare un’indagine di mercato sul territorio algerino per la ricerca di potenziali clienti oltre che per la presentazione dei prodotti Sai. Obiettivo: creare il terreno e i presupposti per aprire una nuova società in Algeria, della quale Samir diventerà amministratore, diventandone potenzialmente anche socio. Il sogno di Samir sta per diventare realtà. Gli è stata offerta l’occasione di ritornare in patria, conservando il proprio lavoro, ma con un quid in più: l’assunzione di nuove responsabilità che presto lo porteranno a diventare lui stesso un “imprenditore”. In un periodo di sempre crescente diffidenza nei confronti dei cosiddetti “immigrati” assistiamo, invece, ad un evento esemplare che vede una società modenese affidare proprio ad un immigrato le proprie aspettative che la porteranno ad un’ulteriore espansione internazionale.

«Per noi il mercato algerino è un mercato vergine» afferma Giovanni Pecorari, consigliere delegato all’area commerciale e gestione del personale della Sai spa. «Di fatto Samir si è mosso sul territorio locale che anche lui conosceva poco perché era da tanto tempo in Italia. Ma recentemente ha trovato delle forme di incentivi da parte del governo per aprire un’attività sul territorio algerino. Io credo che sicuramente tra sei mesi sarà possibile per lui aprire una partita Iva e quindi avere poi la possibilità di avere una licenza di importazione. Ma per arrivare alla realizzazione della società ci vorrà almeno un altro anno e mezzo». Nel mercato algerino, infatti – ci comunica Pecorari – si sono riscontrate maggiori difficoltà, soprattutto perché l’azienda è costruttrice di un componente idraulico applicata su determinati macchinari che non sono ancora prodotti in Algeria. L’economia di mercato dell’Algeria si presenta, difatti, ad un livello equiparabile a quello italiano negli anni ’60- ’70. Ma grazie alla tenacia e la capacità di Samir, supportato costantemente dall’azienda, dalla fase di training ad oggi, il progetto è potuto non rimanere carta morta. «Samir – prosegue Pecorari – ha avuto modo di promuovere non solo il nostro prodotto ma anche quello di aziende nostre partner e questo ha sicuramente aiutato».

Giovanni Pecorari è l’uomo a cui Samir deve gran parte della propria riconoscenza. «Ringrazio la Sai spa – afferma Samir – che mi ha dato l’opportunità di ritornare nel mio paese mantenendo il mio lavoro e offrendomi l’opportunità di crescere professionalmente. Questo mi ha aiutato ad avere maggiore fiducia in me stesso, grazie alla maggiore assunzione di responsabilità che ho avuto. Giovanni Pecorari mi ha insegnato la professione, come funziona il mercato, come trovare i clienti, il linguaggio da adottare, insomma tutte le strategie di marketing. Inoltre la Sai è stata disponibile nei confronti di ogni mia richiesta in momenti di particolare difficoltà. Non mi ha mai rifiutato sostegno. Per esempio in un momento di difficoltà economica personale, non solo mi hanno concesso un aumento di stipendio, ma mi hanno anche comprato un automobile che mi era necessaria per effettuare il mio lavoro in Algeria».

Forte il legame che Samir dimostra nei confronti dell’azienda per cui lavora e un tocco di emozione di scorge nelle sue parole quando afferma: «Sono venuto in Italia, che ringrazio molto per l’ospitalità, per cercare una vita migliore. Tuttavia per tutto il tempo che sono rimasto in Italia ho sempre desiderato di tornare nel mio paese e grazie alla Sai l’ho potuto fare. Dopo il lungo cammino di difficoltà la fortuna mi ha chiamato a Modena e specialmente alla Sai spa di Modena, a cui devo la mia crescita professionale».

Ma cosa pensa la sua “amata” azienda di Samir? Ci risponde Giovanni Pecorari: «Samir fin da subito ci ha fatto una buona impressione per l’interesse e la serietà che ha sempre dimostrato. Inoltre Samir era in Italia già da qualche anno, quindi conosceva bene il contesto lavorativo italiano. Ha sempre dimostrato grande disponibilità e apertura a imparare cose nuove. E quando lui ha manifestato il suo desiderio di ritornare in patria noi abbiamo valutato l’ipotesi, in occasione della delegazione algerina presente qui a Modena, di poter avviare questo progetto di espansione in Algeria, avvalendoci del lavoro di Samir. Siamo molto soddisfatti di Samir, dell’impegno, della dedizione e della costanza che ha sempre dimostrato nello svolgimento del suo lavoro, che ha eseguito sempre con grande umiltà. L’umiltà direi che è la sua caratteristica principale e noi insieme a lui abbiamo accolto la sfida». La Sai spa è già fortemente internazionalizzata, essendo presente con diverse filiali in Canada, Stati Uniti, Brasile, Giappone, Inghilterra, Ucraina, Sud Africa, India e Cina. Tuttavia questo è il primo caso in cui l’azienda affida ad un cittadino “straniero” questo tipo di collaborazione finalizzata alla creazione di una nuova divisione. Primo caso, ma non l’unico. Parallelamente, infatti, la Sai ha avviato il medesimo progetto di collaborazione con un altro dipendente, di nazionalità nigeriana, tornato nel suo paese di origine come Samir. Samir Abdelaziz ha vissuto in Italia ben 12 anni e deve questa sua fortuna anche alla forte integrazione che ad ogni costo ha cercato di guadagnarsi. Parla un buon italiano e questo probabilmente lo deve ai rapporti che si è guadagnato con i cittadini modenesi, soprattutto con gli studenti, con i quali ha sempre convissuto per tutto il periodo della sua permanenza a Modena. Lo afferma lo stesso Samir: «Ho raggiunto questo livello perché sono ben integrato con i cittadini modenesi, soprattutto con gli studenti, con cui ho sempre convissuto».

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24 agosto 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio-local/samir-da-operaio-a-dirigente-sai/2107631

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