Archivio | agosto 30, 2009

Sanatoria badanti, scatta la fase due: da martedì si presentano le domande

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ROMA (30 agosto) – Entra nella seconda fase l’operazione colf e badanti. Dal primo settembre sarà possibile presentare le domande per la regolarizzazione. Già dal 21 agosto si può versare il contributo forfait di 500 euro, necessario per iniziare la procedura. Da martedì e fino a fine mese tocca alle domande di emersione vere e proprie. Lunedì, inoltre, i ministeri dell’Interno e del Welfare e l’Anci firmeranno un’intesa grazie alla quale i servizi comunali offriranno assistenza ai cittadini nell’iter di compitazione e presentazione delle istanze.

Né graduatorie né quoteLa sanatoria riguarda solo i lavoratori che al 30 giugno erano occupati irregolarmente da almeno tre mesi come colf o badante. Le domande di sanatoria non sono collegate né a graduatorie a tempo né a quote d’ingresso. Di conseguenza le richieste presentate il 30 settembre avranno le stesse possibilità di ammissione di quelle presentate il primo. Ogni datore di lavoro può regolarizzare una colf e due badanti.

Chi presenta la domandaLa domanda può essere presentata da cittadini italiani e comunitari, o anche extracomunitari in possesso del titolo di soggiorno. Se si deve regolarizzare una colf e a presentare la domanda è un singolo, bisogna attestare un reddito 2008 non inferiore ai 20mila euro, se invece è una famiglia in cui più soggetti concorrono al reddito, il limite minimo è di 25mila euro. Per le badanti che assistono persone malate o con handicap, serve una certificazione rilasciata da una struttura sanitaria pubblica o da un medico convenzionato con il Servizio sanitario nazionale che ne attesti la non autosufficienza nel momento in cui si è instaurato il rapporto di lavoro con il cittadino extracomunitario.

Il forfait di 500 euroIl primo passo è il versamento, entro il 30 settembre, di 500 euro per ciascun lavoratore (e marca da bollo da 14,62 euro) tramite l’F24. Il modulo si può scaricare dal sito dell’Agenzia delle entrate, dove è possibile anche pagare on-line. Ma si paga anche in posta e
in banca.

Le domandeIl secondo passo è la presentazione della domanda, che si potrà fare dal primo settembre e solo in via telematica, attraverso il sito internet del ministero dell’Interno, dove sono disponibili le informazioni. La procedura prevede che l’utente si registri sul sistema, richieda un modulo di domanda, installi un apposito software sul proprio computer, importi e compili il modulo per effettuare la domanda e lo invii per via telematica. Poi, dal 1° ottobre, le domande andranno allo Sportello unico per l’immigrazione. Dopo le verifiche delle questure, datore di lavoro e lavoratore saranno convocati per le verifiche. Successivamente si procederà alla stipula del contratto di soggiorno. Le domande con documentazione priva dei requisiti previsti dalla legge, saranno rigettate e il contributo di 500 euro non verrà restituito.

Oltre mezzo milione di domande Il Viminale si attende oltre 500mila domande: questo significa che già con il pagamento del forfait di 500 euro, lo Stato dovrebbe incassare entro un mese tra i 300 e i 450 milioni. Ma bisogna tener conto anche degli 80 euro pagati dallo straniero per il rilascio del permesso di soggiorno. In base alle prime stime, la sanatoria di colf e badanti potrebbe far entrare nelle casse dello Stato da 1,2 a 1,6 miliardi di euro.

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30 agosto 2009

fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=71412&sez=HOME_INITALIA

Sicilia, respinto gommone di migranti

https://i1.wp.com/www.emilianoromagnolinelmondo.it/wcm/emilianoromagnolinelmondo/news/2trim2009/bigliardi_filef/gommone-di-migranti-alla-deriva.jpgUno dei tanti gommoni della ‘speranza’..

Dal 6 maggio, giorno dell’accordo, sono un migliaio i migranti riportati a Tripoli

A bordo 75 persone tra i quali donne e bambini, in prevalenza somali. L’Onu: «Così si negano i diritti»

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PALERMO Erano in 75. Tutti stipati su un gommone. Uomini, donne e bambini in fuga dall’Africa e alla ricerca di un futuro. La speranza era tutto lì in quel viaggio da costa a costa. Fino in Sicilia. E c’erano quasi arrivati, quando il brusco risveglio è stato dettato dalle motovedette italiane, incrociate sul loro cammino. Tutti, tranne un uomo ferito, sono stati riportati in Libia.

IMMIGRAZIONE I primi a intercettare l’imbarcazione sono stati gli uomini della marina maltese. Poi è arrivata la Marina Italiana, al di fuori delle acque territoriali. Il gommone si stava dirigendo «inequivocabilmente» verso le coste della Sicilia sud orientale. Da qui la decisione di rimandare tutti indietro con la Guardia di Finanza. Tutti tranne un immigrato con alcune costole rotte che è stato trasferito all’ospedale di Pozzolla, in provincia di Ragusa. Secondo le prime informazioni gli extracomunitari sarebbero in maggioranza somali o comunque provenienti dal Corno d’Africa, dunque nelle condizioni di fare richiesta d’asilo. Quello di oggi è l’ennesimo respingimento, dopo l’accordo bilaterale tra Italia e Libia. Dal 6 maggio ad oggi sono oltre un migliaio gli immigrati che sono stati riportati a Tripoli.

L’ONU: «NEGATI I DIRITTI A CHI CHIEDE ASILO» Dopo l’ennesimo respingimento in Libia deciso dal governo italiano l”alto commissariato Onu per i rifugiati ha espresso la sua «preccupazione». «La politica dei respingimenti – osserva Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Unhcr – invece di arginare il fenomeno dell’immigrazione sembrebbe tradursi in realtà in una forma di penalizzazione nei confronti dei richiedenti asilo, persone in fuga da guerre e persecuzioni che hanno diritto ad ottenere protezione. È il caso dei 75 migranti riportati a Tripoli che, secondo le prima informazioni, sarebbero somali, un paese che da circa vent’anni vive in condizioni di completa anarchia, una situazione che colpisce sopratutto la popolazione civile».

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30 agosto 2009

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_agosto_30/migranti_sicilia_2154edee-9560-11de-8421-00144f02aabc.shtml

Berlusconi: Le convulse giornate della Perdonanza / Feltrusconi: Faq

IL COMMENTO

di Eugenio Scalfari

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Venerdì scorso il Tg1 diretto dall’ineffabile Minzolini, incurante del fatto che le notizie del giorno fossero l’attacco del “Giornale” contro il direttore dell'”Avvenire”, lo scontro tra la Cei e la Santa Sede da un lato e il presidente del Consiglio dall’altro e infine la querela di Berlusconi a Repubblica per le 10 domande a lui dirette e rimaste da giugno senza risposta; incurante di queste addirittura ovvie priorità, ha aperto la trasmissione delle ore 20 con l’intervento del ministro Giulio Tremonti al meeting di Comunione e Liberazione.

Farò altrettanto anch’io. Quell’intervento infatti è rivelatore d’un metodo che caratterizza tutta l’azione di questo governo, mirata a sostituire un’onesta analisi dei fatti con una raffigurazione completamente artefatta e calata come una cappa sulla pubblica opinione curando col maggiore scrupolo che essa non percepisca alcun’altra voce alternativa.

Cito il caso Tremonti perché esso ha particolare rilievo: la verità del ministro dell’Economia si scontra infatti con dati ed elementi di fatto che emergono dagli stessi documenti sfornati dal suo ministero, sicché l’improntitudine tocca il culmine: si offre al pubblico una tesi che fa a pugni con i documenti ufficiali puntando sul fatto che il pubblico scorda le cifre o addirittura non le legge rimanendo invece colpito dalle tesi fantasiose che la quasi totalità dei “media” si guardano bene dal commentare.

Dunque Tremonti venerdì a Rimini al meeting di Cl. Si dice che fosse rimasto indispettito per il successo riscosso in quello stesso luogo due giorni prima di lui dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, con il quale ha da tempo pessimi rapporti. Non volendo entrare in diretta polemica con lui si è scagliato contro gli economisti e i banchieri.
Nei confronti dei primi l’accusa è di cretinismo: non si avvidero in tempo utile che stava arrivando una crisi di dimensioni planetarie. Quando se ne avvidero – a crisi ormai esplosa – non chiesero scusa alla pubblica opinione e sdottorarono sulle terapie da applicare mentre avrebbero dovuto tacere almeno per due anni prima di riprendere la parola.

Nei confronti dei banchieri la polemica tremontiana è stata ancor più pesante; non li ha tacciati di cretinismo ma di malafede. Nel momento in cui avrebbero dovuto allentare i cordoni della borsa e aiutare imprese e consumatori a superare la stretta, hanno invece bloccato le erogazioni. “Il governo” ha detto il ministro “ha deciso di non aiutare i banchieri ma di stare vicino alle imprese e ai consumatori”.

Così Tremonti, il quale si è spesso auto-lodato di aver avvistato per primo ed unico al mondo l’arrivo della “tempesta perfetta” che avrebbe devastato il mondo intero.

Ho più volte scritto che la primazia vantata da Tremonti non è esistita, ma ammettiamo che le sue capacità previsionali si siano manifestate. Tanto più grave, anzi gravissimo è il fatto che la politica economica da lui impostata fin dal giugno 2008 sia stata l’opposto di quanto la tempesta perfetta in arrivo avrebbe richiesto. Sarebbe stato infatti necessario accumulare tutte le risorse disponibili per fronteggiare l’emergenza, per sostenere la domanda interna, per finanziare le imprese e i redditi da lavoro.
Tremonti fece l’esatto contrario. Abolì l’Ici sulle prime case dei proprietari abbienti (sui proprietari meno abbienti l’abolizione di quell’imposta l’aveva già effettuata il governo Prodi). Si accollò l’onere della liquidazione di Alitalia. Versò per ragioni politico-clientelari fondi importanti ad alcuni Comuni e Province che rischiavano di fallire. Dilapidò risorse consistenti per “aiutini” a pioggia.

In cifre: le prime tre operazioni costarono oltre 10 miliardi di euro; la pioggia degli aiutini ebbe come effetto un aumento del 5 per cento della spesa corrente ordinaria per un totale di 35 miliardi. Ho chiesto più volte che il ministro elencasse la destinazione di questo sperpero ma questo governo non risponde alle domande scomode; resta comunque il fatto.

Ne deduco che il ministro preveggente fece una politica opposta a quello che la preveggenza avrebbe dovuto suggerirgli. Se gli economisti sono cretini che dire di chi, avendo diagnosticato correttamente, applicò una terapia sciagurata?

Quanto ai banchieri: il governo Berlusconi-Tremonti si è più volte vantato di avere ottenuto, nei primissimi incontri parigini avvenuti dopo lo scoppio della crisi, interventi di garanzia a sostegno di eventuali “default” bancari. In Italia tali interventi non furono necessari (altrove in Europa ci furono in misura massiccia) perché le nostre banche erano più solide che altrove, situazione riconosciuta ed elogiata dallo stesso ministro quando ancora i suoi rapporti con Draghi erano passabili. Se ci fu un blocco nei crediti interbancari, questo fu dovuto ai dissesti bancari internazionali. Se c’è tuttora scarsa erogazione creditizia ciò si deve al fatto che i banchieri guardano attentamente al merito del credito e debbono farlo.

Tremonti sostiene che i soldi delle banche riguardano le banche mentre quelli del Tesoro riguardano i contribuenti. Ma su un punto sbaglia di grosso: il credito elargito dalle banche è di proprietà dei depositanti che sono quantitativamente addirittura maggiori dei contribuenti.

Concludo dicendo che il nostro ministro dell’Economia ha detto al meeting di Cl un cumulo di sciocchezze assumendo per l’occasione un “look” da profeta biblico che francamente non gli si addice. Ha riscosso molti applausi, ma il pubblico del meeting di Cl applaude convintamente tutti: Tremonti e Draghi, Tony Blair e Bersani, Passera e Tronchetti Provera, il diavolo e l’acqua santa e naturalmente Andreotti. Chi varca quei cancelli si “include” e questo è più che sufficiente per batter le mani. Ecco una questione sulla quale bisognerà ritornare.

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Torniamo ai fatti rilevanti di questi giorni: l’aggressione del “Giornale” all'”Avvenire”, il rapporto tra il premier e le gerarchie ecclesiastiche, la querela di Berlusconi contro le domande di Repubblica. Sul nostro giornale sono già intervenuti in molti, da Ezio Mauro a D’Avanzo, a Sofri, a Mancuso, al documento firmato da Cordero, Rodotà e Zagrebelsky sul quale si sta riversando un plebiscito di consensi che mentre scrivo hanno già superato le cinquantamila firme.

Poiché concordo con quanto già stato scritto in proposito mi restano poche osservazioni da aggiungere.
Che Vittorio Feltri sia un giornalista dedito a quello che i francesi chiamano “chantage” o killeraggio che dir si voglia lo sappiamo da un pezzo. Quella è la sua specialità, l’ha praticata in tutti i giornali che ha diretto. Proprio per questa sua caratteristica fui molto sorpreso quando appresi tre anni fa che la pseudofondazione che gestisce un premio intitolato al nome di Mario Pannunzio lo avesse insignito di quella medaglia che in nulla poteva ricordare la personalità del fondatore del “Il Mondo”.

I telegiornali e buona parte dei giornali hanno parlato in questi giorni del “giornale di Feltri” omettendo una notizia non secondaria e non sempre presente alla mente dei lettori: il “giornale di Feltri” è il “Giornale” che fu fondato da Indro Montanelli, per molti anni di proprietà di Silvio Berlusconi e poi da lui trasferito prudentemente al suo fratello.

Lo stesso Feltri ha scritto che dopo aver ricevuto la nomina da Paolo Berlusconi si è recato a Palazzo Chigi dove ha avuto un colloquio di un’ora con il presidente del Consiglio. Una visita di cortesia? Di solito un direttore di un giornale appena nominato non va in visita di cortesia dal presidente del Consiglio. Semmai, se proprio sente il bisogno di un atto di riguardo verso le istituzioni, va a presentarsi al Capo dello Stato. E poi un’ora di cortesie è francamente un po’ lunga.
Lo stesso Feltri non ha fatto misteri che il colloquio ha toccato molti argomenti e del resto la sua nomina, che ha avuto esecuzione immediata, si inquadra nella strategia che i “berluscones”, con l’avvocato Ghedini in testa, hanno battezzato la controffensiva d’autunno.

Cominciata con Minzolini al Tg1 è continuata con l’arrivo di Feltri al “Giornale” e si dovrebbe concludere tra pochi giorni con la normalizzazione di Rete Tre e l’espianto di Fazio, Littizzetto, Gabanelli e Dandini.
La parola espianto è appropriata a questo tipo di strategia: si vuole infatti fare terra bruciata per ogni voce di dissenso. Non solo: si vogliono mettere alla guida del sistema mediatico persone di provata aggressività senza se e senza ma quando la proprietà del mezzo risale direttamente al “compound” berlusconiano, oppure di amichevole neutralità se la proprietà sia di terzi anch’essi amichevolmente neutrali.

Berlusconi avrà certamente illustrato a Feltri la strategia della controffensiva e i bersagli da colpire. Aveva letto l’attacco contro il direttore dell'”Avvenire” prima della sua pubblicazione? Sapeva che sarebbe uscito venerdì? Lo escludo. Feltri è molto geloso della sua autonomia operativa e non è uomo da far leggere i suoi articoli al suo editore. Ma che il direttore di “Avvenire” fosse nel mirino è sicuro. Berlusconi si è dissociato e Feltri ieri ha chiosato che aveva fatto benissimo a dissociarsi da lui. “Glielo avrei suggerito se mi avesse chiesto un parere”.

Si dice che la gerarchia vaticana avrebbe sollecitato il suo licenziamento, ma Berlusconi, se anche lo volesse, non lo farà. L’ha fatto con Mentana, ma Mentana non è un giornalista killer. Farlo con Feltri sarebbe assai pericoloso.
Una parola sulle dichiarazioni di dissenso da Feltri fatte ieri da tutti i colonnelli del centrodestra, da Lupi a Gasparri, a Quagliariello, a Rotondi. Berlusconi si è dissociato? I colonnelli si allineano. E’ sempre stato così nella casa del Popolo della Libertà. Tremonti, pudicamente, ha parlato d’altro.
E la Perdonanza?

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Come si sa la Perdonanza fu istituita da Celestino V, il solo papa che si sia dimesso nella millenaria storia della Chiesa, come una sorta di pre-Giubileo che fu poi istituzionalizzato dal suo successore Bonifacio VIII.
I potenti dell’epoca avevano molti modi e molti mezzi per farsi perdonare i peccati, ma i poveri ne avevano pochi e le pene erano molto pesanti. La Perdonanza fu una sorta di indulgenza di massa che aveva come condizione la pubblica confessione dei peccati gravi, tra i quali l’omicidio, la bestemmia, l’adulterio, la violazione dei sacramenti. Confessione pubblica e perdono. Una volta l’anno. Di qui partirono poi le indulgenze ed il loro traffico che tre secoli dopo aveva generato una sistematica simonia da cui nacque la scissione di Martin Lutero.

E’ difficile immaginare in che modo si sarebbe svolta l’altro ieri la festa della Perdonanza con la presenza del Segretario di Stato vaticano inviato dal Papa in sua vece e con accanto il presidente del Consiglio a cena e nella processione dei “perdonati”. Diciamo la verità: il killeraggio di Feltri contro Boffo ha risparmiato al cardinal Bertone una situazione che definire imbarazzante è dir poco anche perché era stata da lui stesso negoziata e voluta.

Dopo l’attacco di Feltri quella situazione era diventata impossibile, ma non facciamoci illusioni: la Chiesa vuole includere tutto ciò che può portar beneficio alle anime dei fedeli e al corpo della Chiesa.

Se Berlusconi si pentisse davvero, confessasse i suoi peccati pubblicamente, si ravvedesse, la Chiesa sarebbe contenta. Ma se lo facesse sarebbe come aver risposto alle 10 domande di Repubblica. Quindi non lo farà.

Nessun beneficio per l’anima sua, ma resta il tema dei benefici per il corpo della Chiesa. Lì c’è molto grasso da dare e il premier è prontissimo a darlo.

In realtà il prezzo sarà pagato dalla democrazia italiana, dalla laicità dello Stato e dai cittadini se il paese non trarrà da tutto quanto è accaduto di vergognoso ed infimo un soprassalto di dignità.

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30 agosto 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-23/scalfari-perdonanza/scalfari-perdonanza.html

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Piovono Rane di Alessandro Gilioli

Feltrusconi: Faq

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Qualche tentativo di capirci di più, per chi tra viaggi e ombrelloni si fosse perso qualche pezzo. Needless to say, senza alcuna pretesa di verità assoluta.

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Perché il Giornale di Feltri ha lanciato questo durissimo attacco al direttore dell’Avvenire?

Per rispondere bisogna fare un passo indietro. Berlusconi ha deciso, dopo due mesi trascorsi a difendersi per il caso Noemi-D’Addario-Tarantini etc, di passare al contrattacco. Questo contrattacco aveva come precondizione le nomine nel suo gruppo di direttori che usassero “la spada invece del fioretto” (Berlusconi 1994). Così si è deciso di richiamare al Giornale Feltri (al posto del peso leggero Giordano) e di promuovere a Panorama Giorgio Mulé, tendenza Previti (”Non facciamo prigionieri”, Previti 1996).

E cosa c’entra l’Avvenire?

Le nuove nomine erano prodromiche a una serie di campagne contro tutti quelli che nei mesi scorsi hanno criticato il premier. I cronisti del gruppo Berlusconi sono stati incaricati di cercare qualsiasi cosa potesse mettere in imbarazzo i critici del Cavaliere, anche avvalendosi di aiuti non giornalistici. Il che ha portato a pedinamenti, intercettazioni, passaggi al setaccio del passato di ciascuno. Obiettivo principale di queste ricerche è stato il gruppo Espresso-Repubblica, poi si è passati anche ad altre testate critiche verso il Cavaliere, come appunto l’Avvenire. Mentre alla Stampa e al Corriere, i cui nuovi direttori peraltro sono più graditi al premier rispetto ai precedenti, sono stati mandati messaggi più trasversali, come le campagne contro la famiglia Agnelli.

E così si è arrivati all’attacco a Boffo.

Esattamente. Ma il problema di chi è intellettualmente onesto adesso non è difendere o meno il direttore dell’Avvenire, magari solo per il fatto che è stato attaccato dal Giornale. Il problema è capire gli scopi dell’attacco di Berlusconi e Feltri a Boffo, che sono tre: due palesi e uno meno.

Iniziamo dai primi due.

Il più palese è “provare” che Berlusconi non è peggiore di quelli che lo attaccano. Se sono tutti colpevoli, nessuno è colpevole. Insomma, il “così fan tutti” usato come espediente autoassolutorio. Lo stesso meccanismo per cui pochi giorni prima Feltri era partito lancia in resta contro le (finora presunte) evasioni fiscali del gruppo Agnelli. Il meccanismo è logicamente senza senso (se io rubo e il mio vicino di casa fa il ricettatore, io continuo a essere un ladro) eppure funziona mediaticamente, in termini di consenso dell’elettore che “ha un’eta mentale di quattro anni” (Berlusconi 2007).

Il secondo?

Intimidire tutti quelli che hanno scritto o scriveranno di Berlusconi: occhio che se attacchi il premier ma poi paghi la colf in nero o non versi gli alimenti all’ex moglie, io ti sputtano in prima pagina. Entrambi i colpi sono andati a segno, hanno probabilmente funzionato.

Il terzo?

Costringere la Chiesa a una scelta, o meglio servire un assist a quanti in Vaticano stanno con il premier. Infatti Oltretevere dopo il caso Noemi/D’Addario sono emerse due linee: una filopremier (perdoniamo il peccatore purchè continui a seguire la nostra linea su Dico, fecondazione assistita, biotestamento, finanziamenti alle scuole private etc) e una più dura verso il Cavaliere, impersonata da Famiglia Cristiana e Avvenire. A Berlusconi serve che prevalgano i primi, naturalmente.

E’ un colpo riuscito?

Sul breve e in apparenza no, come si è visto dalle reazioni della Cei. Ma sul lungo forse sì, perché l’immagine di Boffo – e quindi della sua parte in Vaticano – ne è uscita molto indebolita.

Ma è così importante l’Avvenire?

A Berlusconi, che si è sempre presentato come un buon cattolico e un amico della Chiesa, gli attacchi del quotidiano della Cei davano molto fastidio, perfino più di quelli dei “comunisti” di Repubblica. E la prova sta nel fatto che lui stesso ne ha parlato (”sono caduti nel tranello”) nell’autointervista che Berlusconi pochi giorni fa si è fatto tramite Signorini su Chi.

Però poi Berlusconi ha preso le distanze da Feltri, si è dissociato…

Berlusconi ha consiglieri diversi: sempificando, potremmo parlare di falchi e colombe. Tra questi ultimi c’è Gianni Letta, il cui intervento è stato fondamentale per questa formale dissociazione. Ma solo un ingenuo può credere che dietro l’articolo contro Boffo – così come dietro le campagne contro De Benedetti, contro Ezio Mauro e contro il gruppo Agnelli – non ci sia la pianificazione del Cavaliere.

Ma Berlusconi è davvero, come dice Giuliano Ferrara, al 24 luglio, cioè al giorno prima della caduta?.

Sarebbe sciocco confondere gli auspici con le previsioni. Tuttavia il premier ha senza dubbio un’immagine appannatissima all’estero e conta pochissimi amici nei governi stranieri. La cancelliera Merkel lo detesta e il presidente Obama non gradisce i legami troppo stretti con Gheddafi e Putin. Per la prima volta nel Dopoguerra, a Palazzo Chigi c’è un inquilino allo stesso tempo poco amato a Washington, disistimato in Europa e con parecchi avversari in Vaticano.

Questo all’estero. Ma sul piano interno?

I sondaggi continuano a essergli favorevoli, e questo rafforza le sue intenzioni bellicose. Poi ci sono le debolezze e le divisioni nell’opposizione, che costituiscono un ottimo ricostituente per l’esecutivo. Tuttavia nel Pdl, fino a pochi mesi fa compatto attorno al suo fondatore, iniziano a intravedersi crepe sempre più preoccupanti per il Cavaliere. Lo smarcamento di Fini è ormai evidente. Quello di Letta e Tremonti no, ma non si tratta più solo di rumours. Rumours che invece riguardano molti parlamentari di centrodestra, che secondo alcuni sarebbero pronti a liberarsi del padre-padrone che li ha creati. Infine ci sono settori produttivi e “poteri forti” (per usare un’espressione molto usata dall’entourage del premier) che non accettano più che il Paese sia bloccato dallo scontro frontale pro e contro Berlusconi, quindi vagheggiano nuovi equilibri: magari con un ruolo centrale di Fini o di Casini. Quest’ultimo molto gradito alla Chiesa e non sgradito al Pd. Di qui l’incubo di Berlusconi.

Quale?

Quello di un 25 luglio, appunto. Il tradimento di alcuni dei suoi per la creazione di un esecutivo centrista attorno a Casini o ad altri, magari con l’appoggio dei dalemiani che si avviano a riprendere in mano il Pd.

Quindi cosa c’è da aspettarsi in autunno?

Botte da orbi, probabilmente. In teoria Berlusconi potrebbe ancora ammorbidire i toni, seguire i consigli di Letta, riannodare i fili con Obama e il Vaticano, attenuare lo scontro. Ma nulla, nelle sue ultime mosse, fa pensare che prenda questa strada, anzi. E il 6 ottobre la Corte Costituzionale giudicherà la legittimità del Lodo Alfano.

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CHI SONO

fonte:  http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/08/29/feltrusconi-faq/

INQUINAMENTO RECORD – Campania profondo nero

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immagine tratta da: http://www.chiaianodiscarica.it/?tag=campania

Idrocarburi, metalli pesanti. Rifiuti tossici. Uno studio denuncia l’inquinamento record. Accanto ai campi di allenamento del Napoli

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Walter Ganapini
assessore all’Ambiente della Campania

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È tornata la spiaggia, recita uno striscione sospeso tra due alberi nella pineta che si affaccia sull’arenile di Baia Domizia. È rimasto lì da quando, la scorsa settimana, la Regione Campania ha organizzato un ‘Beach party’ per salutare la pulizia di parte del litorale casertano. “Avvertivo il dovere di dare avvio a un percorso di recupero di un grande patrimonio”, ha dichiarato soddisfatto l’assessore all’Ambiente Walter Ganapini, dopo l’happening di musica, balli, cabaret e giochi a premi. In realtà, c’era assai poco da festeggiare. La stagione balneare è stata nefasta, segnata da depuratori mal funzionanti e bloccati per giorni dalla protesta dei lavoratori, una crisi che di fatto ha colorato di marrone il mare e l’estate dei napoletani. Qualche volta le correnti hanno spinto i liquami fino a Capri e Ischia, dove ci si sono messi anche black-out elettrici a dare il colpo di grazia all’immagine turistica del Golfo. La notizia dello sversamento di acque nere nella Grotta azzurra, con la chiusura alle visite, è diventato uno scandalo rimbalzato sui giornali di mezzo mondo.

Il caso più inquietante, però, viene ancora oggi tenuto chiuso in un cassetto. Sono i risultati finali di un’indagine realizzata dal Commissariato di governo per le bonifiche su un vasto territorio di 22 chilometri quadrati, che rientra nel sito di interesse nazionale della costa flegrea e agro-aversana. Uno studio – che ‘L’espresso’ ha potuto visionare in esclusiva – inviato prima dell’inizio dell’estate dalla struttura guidata dal professor Massimo Menegozzo alla presidenza del Consiglio, al ministero dell’Ambiente, al governatore Bassolino, a prefetti, sindaci, assessori e ai responsabili delle Asl. Nelle pagine non si fanno giri di parole, e le frasi disegnano l’ennesimo scempio ambientale del territorio. “Va segnalato complessivamente un rilevante e diffuso inquinamento in tutte le matrici esaminate con alcuni ‘hot spot’ particolarmente preoccupanti per entità dei fenomeni”. La situazione appare in tutta la sua drammaticità “sia per le aree agricole, che per quelle interrate e per la falda”. E se l’acqua che esce dai rubinetti è buona, a meno che non ci si allacci ai pozzi abusivi, quella che disseta le bufale di decine di allevamenti e irriga i terreni coltivati a pomodori e ortaggi è pesantemente compromessa.

Per tutti i locali l’area interessata dal report è chiamata ‘i laghetti di Castelvolturno’. Si tratta di una cinquantina di specchi d’acqua affiorati dentro alcune cave abusive aperte negli anni ’70 e ’80, quando nella zona si scavava per estrarre la sabbia usata per la cementificazione della costa che va dal Lago Patria fino a Mondragone. Un tratto che, in pratica, arriva dalla periferia nord di Napoli fino al confine laziale. Trattori e ruspe, di aziende spesso legate al clan dei Casalesi, si fermavano solo quando dai buchi affiorava l’acqua delle falde. A quel punto si spostavano di qualche metro e ricominciavano i lavori. Le cavità sono poi state usate come discariche di auto vecchie, copertoni, scarti di edilizia e rifiuti speciali nocivi.

“A settembre renderemo pubblici i dati sulla contaminazione dei corsi d’acqua interni all’area domizia”, aveva detto Ganapini mentre infuriava la polemica sul mare inquinato della Campania. L’area esaminata, con circa 2000 prelievi tra campioni di acqua e terreno, dista in alcuni punti meno di 500 metri dal mare e, in molti casi, accanto a laghetti e campi agricoli contaminati, sorgono decine di abitazioni. Come a Cava Baiano, un laghetto non molto distante dall’Holiday Inn Resort, meta preferita dagli appassionati di golf e sede del ritiro del Napoli Calcio. Già: anche Lavezzi e compagni sgambettano ogni giorno a poca distanza da un lago dove sono stati riscontrati livelli di idrocarburi superiori anche 300 volte il limite consentito dalla legge. Il presidente Aurelio De Laurentiis si è innamorato di questa zona, tanto che un anno fa era stato dato per imminente il trasferimento della società azzurra, con la realizzazione di una cittadella nuova di zecca. Da costruire vicino i laghi inquinati e l’Hyppo Campos Resort, una struttura rinomata dove i soci si tengono in forma con footing e corse in mountan bike e i partecipanti del Water Raid Adventure si sfidano in gozzo a remi, a nuoto, al kayak, all’apnea, fino alla corsa sulla spiaggia al cadmio. L’idea, per ora rimasta sulla carta, era di creare qui una vera e propria Trigoria in salsa campana, sfruttando in parte le strutture già esistenti nel centro: campi di calcetto, basket, piscine. A completare il tutto due grandi specchi d’acqua attrezzati per lo sci nautico. Gli stessi per i quali le analisi hanno riscontrato livelli di idrocarburi, cromo e piombo rispettivamente 40, 13 e 45 volte superiori alla norma.

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L’allarme scatta a febbraio, quando i dati arrivano nelle mani di Menegozzo. L’esperto chiede una riunione ad hoc presso il ministero dell’Ambiente. Non c’è tempo da perdere. Peccato che prima dell’incontro ufficiale passino due mesi: la riunione si tiene il 29 aprile. Pochi giorni dopo, il direttore generale del Dipartimento ‘Qualità della vita’ del ministero, Marco Lupo, scrive alla procura di Santa Maria Capua Vetere: “Le risultanze delle complesse indagini hanno evidenziato la presenza, in concentrazioni elevate, di sostanze persistenti tossiche e cancerogene… È stato, inoltre, richiesto a tutti i sindaci, nonché agli enti di controllo locali, di adottare entro 10 giorni dalla data di ricevimento del verbale della riunione, tutte le misure ritenute necessarie per la salvaguardia della salute della popolazione”. I valori in alcuni casi superano anche di migliaia di volte la soglia consentita, in alcune aree si concentrano sforamenti sia di idrocarburi sia di cromo. Dati agghiaccianti, come nel caso di una vasta area agricola a ottocento metri dal depuratore dei Regi Lagni: la presenza massiccia e diffusa di pesticidi ormai fuori legge da anni, come il Ddt, passa quasi in secondo ordine di fronte al cocktail micidiale di sostanze chimiche ritrovato in alcuni terreni coltivati. Da febbraio tutto è rimasto fermo, almeno nella sostanza. A inizio giugno dal Commissariato parte la relazione che scotta. Si muove solo la prefettura di Caserta, che organizza un incontro con gli uomini del Nucleo tutela ambiente dei Carabinieri di Caserta, della Guardia di Finanza e della Polizia, per un’illustrazione approfondita dello studio. Poi, il silenzio.

Chiamato a chiudere i conti
con il passato, in venti mesi Massimo Menegozzo con la sua struttura ha razionalizzato le spese, ridotto di un terzo il personale, portato a termine numerosi studi che fotografano la drammaticità dell’inquinamento del suolo e delle acque in Campania. Eppure il suo incarico era quello di ‘commissario liquidatore’ e sarebbe dovuto terminare lo scorso 31 dicembre. Avrebbe dovuto trasferire i poteri a Regione e Comuni, ma sin dalla sua prima relazione al ministero ha denunciato le difficoltà di un passaggio di consegne. Una prima proroga di sei mesi è arrivata a Natale, la seconda a poche ore dalla scadenza il 30 giugno, quando tutta la struttura aveva pronti gli scatoloni per portar via i pochi effetti personali dalle scrivanie. Ora un gruppo di lavoro formerà funzionari e addetti per la sfida più complessa da affrontare in Campania dopo anni di emergenza rifiuti: la bonifica complessiva del territorio. Uno scandalo nello scandalo, a volte sottovalutato, che ha visto andare in fumo centinaia di milioni di euro. Come nel caso dell’emergenza rifiuti. Prima di passare le consegne, però, ci sarà da concludere il censimento dei rifiuti abbandonati per strada, che secondo prime stime sarebbe superiore al milione di tonnellate. Vale a dire, una volta e mezza la capienza della discarica di Chiaiano. E si attende un nuovo dossier che comprenderà analisi effettuate in tutta l’area del Giuglianese dove la camorra ha negli anni seppellito tonnellate di rifiuti tossici e sparso fanghi industriali nei terreni, poi stati destinati all’agricoltura.

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27 agosto 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/campania-profondo-nero/2107997&ref=hpsp

REPORTAGE – Dal soldato Jeremy a mamma Kim; I «resistenti» alla guerra che fuggono in Canada / Afghanistan: Il vero Karzai

Il reportage – Tra i militari americani che hanno combattuto in Iraq e Afghanistan. Chiedono la cittadinanza di Ottawa. «Proviamo vergogna e odio»

https://i1.wp.com/womenmakenews.com/system/files/u2/439700167_20de22b76e.jpgKimberly Rivera

Contrari alla guerra, rischiano il carcere. Negli Usa sono disertori

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di Ettore Mo

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TORONTO — Molti li defi­niscono, sbrigativamente, «disertori», altri preferiscono chiamarli «war resisters» (cioè resistenti, obiettori di coscienza contro i conflitti at­tualmente in corso in Iraq e in Afghanistan): sono circa 220 i soldati americani che, rifiutando di combat­tere per «una guerra ingiusta» hanno trovato rifu­gio in Canada, a Toronto. Ma di loro solo il 50 per cento ha fatto richiesta al governo di Ottawa di residenza permanente nel Paese, non avendo al­cuna intenzione di rimettere piede negli Stati Uni­ti.

Il primo di questi, nei nostri incontri, è stato il soldato Jeremy Hinzman, che si è presentato al­l’appuntamento — nel pub Einstein, frequentato da una combriccola di goliardi e vecchi lievemen­te anarchici — col figlio Liam e la figlia Catie, otto mesi e gli occhi pieni di lacrime e spavento: «82esima Airborne Division — si autodefinisce subito con la sobrietà del militare a rapporto —. Ho firmato un contratto di 4 anni con l’esercito e sono stato subito destinato all’Iraq, dove c’era quel mostro di Saddam Hussein e dove c’erano anche, nascoste, centinaia di armi di distruzione di massa. Quest’ultima, una notizia falsa, gonfia­ta dalla propaganda. Io sono un quacchero e la mia coscienza non mi consentiva di combattere più a lungo in una guerra che lo stesso presidente Obama ha definito ‘stupida’ e ‘ingiusta’. E così, nel gennaio del 2004, ho passato il confine insie­me a due compagni. Per me e per la mia famiglia è già stato emesso ordine di espulsione. Resto in attesa della decisione del governo federale».

Sulla vicenda dei «disertori» americani l’atteg­giamento delle autorità canadesi è ambiguo. Do­po il ’69 e negli anni più ruggenti della guerra in Vietnam circa 55 mila soldati arruolati nell’eserci­to degli Stati Uniti varcarono la frontiera (lunga 8.891 chilometri) e si rifugiarono in Canada, ac­colti a braccia aperte dai canadesi e dal governo liberale di Pierre Trudeau, felice di offrire «un por­to di pace» a quei ragazzi usciti incolumi ma avve­lenati nell’intimo per aver combattuto una guer­ra in cui non credevano.

Venticinque anni, Jeremy Hinzman può vantar­si di essere il primo soldato americano ad aver messo piede su suolo canadese, a Toronto, nella regione Ontario. Ed è anche il primo ad aver af­frontato le autorità e il Canadian Immigration and Refugee Board per regolarizzare la propria po­sizione come immigrato. Ma la sua richiesta di es­sere accettato come «profugo politico» è stata re­spinta. Lo stesso è accaduto a una cinquantina dell’Army e dell’Air Force americani che sperava­no di ottenere la cittadinanza canadese. Il difenso­re e paladino di questa legione straniera accampa­ta sulle sponde dell’Ontario è Jeffry House, un av­vocato americano che si rifiutò di andare a com­battere in Vietnam ed ora vive a Toronto: «Vengo­no da me per chiedere aiuto — afferma — ed io posso fare ben poco. Ma definirli ‘disertori’ è vi­le. Sono semplicemente profughi di guerra».

Di tutt’altro parere è il ministro dell’Immigra­zione Jason Kenney e del suo governo presieduto da Stephen Harper, conservatore inflessibile. Ne­gli ultimi undici mesi l’opposizione ha promosso due mozioni per bloccare l’ordine di espulsione inflitto ai soldati yankee, ma non sono servite a nulla. La prima vittima di questa politica della du­rezza è stato un giovane di 25 anni, Robin Long, che, disertando il campo di battaglia iracheno, tre anni or sono aveva raggiunto clandestinamente il Canada. Arrestato il 15 luglio del 2008, venne estradato negli Stati Uniti, dove la Corte marziale gli inflisse 15 mesi di detenzione: una pena lieve se si pensa a un disertore della Seconda guerra mondiale, Eddie Slovik, che venne fucilato.

Insieme a Hinzman, definito dai suoi superiori «un soldato esemplare», altri sono stati colpiti dall’ordine di espulsione e vivono nell’ansia, in attesa che venga loro comunicata la data del prov­vedimento.

Non senza difficoltà siamo riusciti ad avvicinare alcuni di questi poveretti costretti a rientrare in un Paese (il loro) che più non amano e che non li ama e dalla loro bocca sono uscite piccole storie, spesso amare e strazianti, oltre a parole di sfida, disgusto, indignazione. Dal tem­po dell’invasione in Iraq, nel 2003, più di 25 mila soldati americani hanno disertato l’esercito Usa — un aumento dell’80 per cento rispetto al perio­do 1998-2003 — e che la maggioranza ha scelto il Canada come rifugio permanente.

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Kimberly con la famiglia

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Il caso che più appassiona l’opinione pubblica a Toronto è quello di Kimberly Rivera, che tutti chiamano Kim: una signora texana di 27 anni, ma­dre di tre figli, l’ultima — Katie — di appena otto mesi. È stata la prima donna-soldato ad abbando­nare l’esercito che l’aveva arruolata nel marzo del 2006 e l’aveva subito spedita in Iraq a svolgere mansioni di controllo e vigilanza a un posto di blocco militare: «Me ne sono andata — dice acca­lorandosi — proprio in segno di protesta contro quella guerra. E non s’illudano che, deportando­mi e mettendomi di fronte a un Tribunale milita­re, io cambi idea: che rimanga in Canada o ne ven­ga cacciata, quella è la mia opinione e la griderò ai quattro venti».

Come tanti altri, Kim era partita per l’Iraq con entusiasmo e speranza: «Ma in quei tre mesi a Ba­gdad — aggiunge con un filo di voce — ho comin­ciato a interrogarmi. Mi sono chiesta quale aiuto potevamo dare a quella povera gente. Mi faceva male vedere l’arroganza dei nostri militari. Non avevo scelta. Sono arrivata qui il 18 febbraio del 2007». Alyssa Manning, l’avvocatessa che si occu­pa del suo caso, non si fa troppe illusioni: «Non credo — dice — che il fatto che la sua bimba più piccola, Katie, sia nata in Canada favorisca in qualche modo il suo tentativo di ottenere la resi­denza permanente nel nostro Paese. Comunque, se riuscisse a farcela, il suo rientro negli States comporterebbe problemi molto gravi. Con l’accu­sa di diserzione potrebbe finire in carcere per un paio d’anni. Neanche Obama potrebbe farci nien­te. La Corte marziale è inflessibile coi disertori».

Il sergente Patrick Hart, 36 anni, braccia vigoro­se da lottatore ingentilite dai tatuaggi, è uomo di poche parole. Dice di essersi rifiutato di andare in Iraq per le «menzogne» del suo governo (sulle ar­mi di distruzione di massa) ma più ancora per le testimonianze «sul comportamento atroce e vile dei nostri soldati». E conclude: «Di tornare in America, neanche se ne parla. Provo vergogna e odio per il mio Paese. Mi vergogno di essere ame­ricano ».

Chuck Wiley, un ingegnere navale americano che ha lavorato per 17 anni nella Marina militare degli Usa, si trovava nel 2006 su una portaerei da cui partivano ogni giorno, ogni ora, dei caccia­bombardieri che volavano a bassa quota terroriz­zando le popolazioni delle città irachene. «Come abbiamo saputo dai piloti — spiega — si trattava di strike missions , di missioni illegittime che non rispettavano la Convenzione di Ginevra. Mi resi conto allora che col mio lavoro contribuivo al pro­getto bellico. Profondamente turbato, ne parlai con mia moglie. Prendemmo una decisione e po­co dopo il Natale del 2006 arrivammo in Canada. Ho comunque pagato caro il mio gesto di ribellio­ne. Mi mancavano tre anni alla pensione e ho per­so tutto».

Ryan Johnson, 26 anni, è un ragazzo un po’ me­sto con occhi gentili e la barba rossiccia. Con la moglie Jenna ha fatto un mese di strada in auto dalla California al Rainbow Bridge, sulle cascate del Niagara. La decisione di raggiungere il Cana­da è maturata dopo un incontro con Jeremy Hinz­man. È a Toronto da quattro anni ma la sua do­manda per essere accettato come profugo e obiet­tore di coscienza è stata finora respinta. Confessa di essersi arruolato nell’esercito nel 2003 per far fronte alle difficoltà economiche della sua fami­glia: ma nel novembre del 2004, quando il suo reggimento si preparava a partire per l’Iraq, lui si butta dalla parte dei war resisters : «Non voglio tornare negli Stati Uniti dove sarei condannato e non potrei più uscire — asserisce con calma —. Ma se dovessi tornarci non ho proprio intenzione di chiedere scusa a nessuno».

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Jules Tindungan

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Commovente il racconto di Jules Tindungan, che è stato in Afghanistan dal gennaio 2007 al­l’aprile 2008. «Ho combattuto nei distretti di Gar­dez e di Khost. I talebani ci attaccavano anche due volte al giorno. Lassù tra quelle montagne c’era poco da mangiare e anche l’acqua scarseg­giava. Il 20 settembre del 2007 ho avuto confer­ma di aver ucciso un uomo. Erano passati sei gior­ni dal mio ventunesimo compleanno. Trascorsi una notte d’angoscia».

Anche Chris Vassey ha combattuto per tre mesi in Afghanistan contro i talebani e racconta di avervi incontrato un giovane poco più che ven­tenne che s’era appena arruolato nell’esercito per avere, con l’ingaggio, la somma necessaria (30 mi­la dollari) al ricovero in ospedale della madre. Il portavoce delle Forze armate, Nathan Banks, so­stiene che l’argomento dei disertori sia stato gon­fiato a dismisura.

Bill King, pianista jazz molto richiesto nei Club e nelle sale di Toronto che accoppia alla musica l’arte della fotografia, dice d essere sempre stato un pacifista mentre «alla Casa Bianca tutti i presi­denti, da Reagan a Clinton a Bush ci raccontava­no delle gran balle sulle ragioni che avevano spin­to i nostri soldati ad andare in Vietnam o in Iraq a fare la guerra. Quindi ho fatto la mia scelta e nel­l’ottobre del ’69 mia moglie ed io siamo venuti in Canada. Allora c’era un altro clima a Toronto e il governo di Pierre Trudeau era ben diverso da quello attuale. Andai al Ministero dell’Immigra­zione dove mi sottoposero a un interrogatorio ma alla fine ottenni la cittadinanza canadese sen­za rinunciare a quella americana».

Più complicata e sofferta la vicenda vissuta da Philip McDowell che dal febbraio 2004 al febbra­io 2005 trascorre un anno in Iraq, in una località a nord di Bagdad dove s’era installato il I Cavalle­ria, la Divisione in cui s’era arruolato. «Trovai tan­ta povera gente soggiogata dalla tirannia, ma do­po che siamo arrivati noi, la vita degli iracheni è ulteriormente peggiorata. Nel 2004 avevo già de­ciso, durante una vacanza, di non tornare. No, non mi vergogno di essere americano. Ma negli States non ci torno più. Mai più».

Nel suo libro «The Deserter’s Tale» (Racconto del disertore) che il Los Angeles Times qualifica come «un sostanziale contributo alla Storia», l’au­tore, Joshua Key, che dopo l’11 settembre s’era ar­ruolato nell’esercito per difendere il suo Paese da Al Qaeda, scrive: «All’inizio io credevo nella mis­sione in Iraq. Saddam Hussein era un mostro che andava tolto di mezzo e bisognava privarlo delle armi di distruzione di massa che erano nelle sue mani. Ma erano tutte balle. Non è stato trovato niente, in Iraq». Nel 2003 Key ha partecipato col suo plotone a 75 raid, irruzioni nelle case private col pretesto di snidare i terroristi, furti e rapine a mano armata, ed è stato testimone di un numero incalcolabile di delitti. A un certo punto racconta che, passeggiando per Bagdad, si è trovato di fronte a una «scena terribile»: «Tutto quello che potevo vedere erano corpi decapitati e tra i corpi e le teste c’erano dei soldati americani. Ho visto due soldati prendere a calci una di quelle teste co­me fosse un pallone». E conclude: no, non c’è nes­suna scusa per quel che ho fatto in Iraq.

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30 agosto 2009

fonte:  http://www.corriere.it/esteri/09_agosto_30/mo_4d4a3a02-9539-11de-8421-00144f02aabc.shtml

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Il vero Karzai

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di Barbara Schiavulli da Kabul
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Gli affari di famiglia con traffico di droga. I patti coi Signori della guerra afgani. Le leggi contro le donne. Ritratto del contestato presidente dell’Afghanistan

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Un poliziotto afgano accanto ai manifesti elettorali di Hamid Karzai
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Ha degli assassini per alleati, un fratello pesantemente indiziato di essere un trafficante di droga, un altro che è diventato ricchissimo in modo sospetto. Le buone maniere e la cura nel vestire (“È l?uomo politico più elegante del mondo”, secondo lo stilista Tom Ford) non riescono più a coprire la debolezza di una leadership usurata da troppi insuccessi: il Paese è dilaniato da una guerra interna, non si è dotato di un esercito e di una polizia efficienti e ha un governo corrotto e poco trasparente secondo le Nazioni Unite. Eppure Hamid Karzai, dopo essere stato il recente passato, se a settembre saranno confermati come è pressoché certo i risultati elettorali, sarà probabilmente anche il futuro dell’Afghanistan. Al vertice ci sta ormai da otto anni, dal giorno rocambolesco e quasi letterario in cui passò, in pochi istanti, dal rischio di morire alla presidenza.

Era il 5 dicembre del 2001 e la sua casa a Sha Wali Kot, periferia di Kandahar, era stata distrutta per sbaglio dagli americani che avevano confuso la collina da bombardare. Alcuni degli uomini che erano riuniti con lui erano morti, Hamid cercava con una mano di pulirsi il sangue dal viso e con l’altra di togliersi i detriti che gli erano crollati addosso quando squillò il suo cellulare. Era un’amica della Bbc che gli comunicava: “Complimenti sei appena stato nominato presidente dell’Afghanistan “. A Bonn, i rappresentanti della Loya Girga, alla presenza della comunità internazionale, lo avevano prescelto per quella carica. In questo lasso di tempo è riuscito a farsi amare ed odiare con la stessa intensità, senza mezze misure. Solo una cosa sono disposti a riconoscere persino i più acerrimi nemici: è riuscito a dare alle diverse etnie del Paese un senso di unità nazionale. E sarebbe un peccato se il frutto di questa semina andasse perso proprio adesso con uno scontro fratricida tra sostenitori dei due candidati principali. Karzai è sicuro di aver vinto le elezioni. Il rivale Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri, lo accusa di brogli. La Commissione Elettorale ammette che brogli ce ne sono stati ma non abbastanza da invalidare il risultato. Molti, nell’ambiente diplomatico, credono che si stia lavorando a un accordo tra i due per risolvere la situazione.

Fare accordi, mediare, è l’attività in cui eccelle Hamid Karzai. Nato la vigilia di Natale nel 1957 a Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, è stato affascinato dalla politica fin da ragazzo. Suo padre era il leader del clan popalzay, etnia pashtun, il più potente della regione. Da lui andavano per sedare le dispute, per chiedere consiglio, per siglare accordi. Il piccolo Hamid, osservava. E imparava l’arte della politica. Pochi i diversivi. Ricorda Abdul Jabar Naimi, ex governatore di una provincia meridionale, diplomatico e amico: “Gli è sempre piaciuto fare sport, anche oggi continua a correre nel cortile della sua residenza. Amava anche andare al cinema, ma suo padre non voleva, così ci andavamo di nascosto con i suoi fratelli”. Educazione rigida, scuola, università (laurea in Scienze politiche all’ateneo di Shimla, India), Hamid era l’unico dei fratelli che il padre portava con sé quando esercitava la difficile arte del comando. Dirà in seguito il presidente: “Da lui ho imparato quanto fosse importare ascoltare e cercare di mediare, da mia madre ho imparato invece che ci sono momenti in cui si deve rischiare e agire “. Il padre sarebbe stato ucciso nel 1999 durante un agguato a Quetta dove si erano trasferiti da anni dopo l’avvento del regime comunista. Convinto che fossero stati i talebani, Hamid giurò vendetta: li avrebbe cacciati dal suo Paese. All’epoca era uno dei milioni di profughi che lasciarono l’Afghanistan dopo l’arrivo dei russi. Per lui, un trauma: “A scuola il nuovo insegnante comunista mi trattava male solo perché pensava che la mia fosse una famiglia ricca” Nei campi per rifugiati Karzai diventa il punto di riferimento di otto fazioni diverse e non sempre concordi.

Tratta coi più estremisti. Gira per le ambasciate a a caccia di appoggi internazionali. Parla con chiunque possa dargli aiuto, dagli italiani, agli americani, alla Cia. Lo aiuta il fatto che padroneggia sei lingue: pashtu, persiano, urdu, hindi, inglese e francese. Cacciati i russi, rientra da viceministro degli Esteri del debole governo Rabbani. Quando esplode la guerra civile è costretto ad abbandonare Kabul. I talebani arrivati al potere gli offrono la poltrona di ambasciatore alle Nazioni Unite. Rifiuta, non si fida di quegli studenti coranici fanatici che avrebbero isolato l’Afghanistan. Ripara di nuovo all’estero per organizzare un’altra resistenza. È in Pakistan quando accade l’11 settembre. Ancora l’amico Abdul Jabar Naimi: “Karzai aveva chiesto mille volte agli americani di intervenire ma loro avevano sempre aspettato. Quel giorno ero in macchina a Islamabad, Karzai era nei guai perché il Pakistan voleva dichiararlo nemico dello Stato per i suoi discorsi contro i talebani che loro appoggiavano. Mi chiese di correre subito da lui, nella Guest House dove viveva. Lo trovai paralizzato davanti al televisore seduto con le gambe incrociate, stava guardando un film. Gli chiesi se gli sembrava il caso. Rispose che l’America era stata attaccata e allora tutto sarebbe cambiato. Che bisognava seguire con calma gli eventi”. Otto anni dopo Karzai è l’uomo più solo e importante dell’Afghanistan. Sul suo reale peso lo stesso amico Naimi avanza dubbi: “Credete veramente sia libero di fare quello che vuole con gli americani che gli soffiano sul collo, i pakistani, i Signori della guerra, gli iraniani? Riuscire ad accontentare tutti è difficile. In questo Paese si combattono tante guerre, può solo cercare di contenere il disastro che lo circonda. Nessuna persona, da sola, è la soluzione. Ci sono troppi interessi in gioco”. E allora Karzai è l’uomo seduto sopra il vaso di Pandora perché non si scoperchi. Così media coi Signori della guerra e li porta in Parlamento, per mantenere il consenso promette ruoli ministeriali a destra e a manca anche a personaggi assai chiacchierati. Uno di questi è l’ex governatore di Kandahad Sher Muhammad Akhunzada, noto per i suoi traffici di droga, che ha curato la campagna elettorale di Karzai nel sud. Un altro è l’ex ministro della difesa Fahim, che raccoglie i voti dei tagichi, era il vice del leggendario comandante Massud, capo dell’Alleanza del Nord, e ha ottenuto la candidatura a vice presidente . Non si sa che ruolo giocherà invece il generale Abdul Rashid Dostum, accusato di crimini contro l’umanità, detestato dagli americani, confinato in Turchia, tornato a Kabul per sostenere Karzai. Nel quadro c’è anche Hekmatyar, che durante la guerra civile ha raso al suolo mezza Kabul, si è guadagnato il nome di fanatico quando negli anni Settanta lanciava acido sulle donne che andavano in giro senza velo. Hekmatyar, nascosto tra le montagne del Pakistan con una taglia di milioni di dollari sulla testa, ha un inviato che gira per la capitale nel tentativo di strappare un accordo col presidente.

Se Hamid è indaffarato nel tenere a bada elementi di questo calibro, i suoi familiari pensano invece al business. Non sempre in modo trasparente. Il dipartimento antidroga americano ha raccolto, da 5 anni a questa parte, molte prove del coinvolgimento del fratello minore, Ahmed Wali, 48 anni, nel traffico di stupefacenti. Secondo queste accuse, sarebbe il capo del cartello di Kandahar. Il fratello maggiore, Mahmoud, è invece il protagonista di un exploit economico che, se fosse stato conseguito con mezzi leciti, lo farebbe assurgere al rango di mago degli affari.

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Il candidato rivale di Karzai
Abdullah Abdullah
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Da proprietario di alcuni modesti ristoranti negli Stati Uniti, in poco tempo il suo patrimonio si è dilatato fino a comprendere: il 50 per cento della concessionaria che vende in esclusiva la Toyota in Afghanistan (la macchina più diffusa); la maggioranza delle azioni della Banca di Kabul; quattro miniere di carbone; l’unico cementificio del Paese e una fiorente azienda edile. Per la forza dei legami familiari, che in Afghanistan contano più di tutto, è impossibile che Hamid possa indagare con animo equanime sui comportamenti dei congiunti. Lui stesso si trova a gestire una enorme mole di denaro. E se non ci sono prove della sua corruzione personale, aumentano sussurri e grida sugli uomini del suo entourage. Rivela una fonte diplomatica americana: “Ci risulta che Karzai riceva due milioni di dollari ogni mese dall’Iran almeno da un paio d’anni e in queste elezioni ogni uomo d’affari di Kabul ha dato il suo contributo”. E ci sono poi i contributi internazionali che arrivano dagli Stati Uniti, dalle Nazioni Unite, dai vari Paesi che contribuiscono alla ricostruzione. Ancora il diplomatico americano: “In gioco c’è molto, non a caso il ministero più ambito è quello delle Finanze, dovremo fare attenzione a chi sarà scelto”. C’è anche il capitolo Karzai e le donne, argomento delicato per ogni politico afgano. E anche per Karzai. Per guadagnarsi la simpatia degli sciti, ha firmato una legge che permette ai mariti di affamare le mogli se non ubbidiscono.

Sua moglie, Zeenat, una ginecologa conosciuta nei campi di Quetta, è invisibile. “A mio marito non piace che io esca”, ha confidato a un’amica. Insieme hanno avuto un bambino Mirwais, solo due anni fa, quando lui ne aveva 49. La coppia vive nella residenza all’interno dell’Arg, il palazzo presidenziale, una struttura presidiata giorno e notte da centinaia di agenti di polizia. Le sue guardie del corpo sono spesso americane, perché non si fida neanche dei suoi uomini (è scampato ad almeno quattro attentati). I vestiti sono il suo vizio, come le scarpe inglesi. Preferisce il tè al caffè ed ha continuamente in bocca, al posto delle caramelle, delle pastiglie effervescenti di vitamina C. Uno dei suoi politici di riferimento è il Mahatma Gandhi, “un modello di tolleranza”. Dietro alla scrivania tiene due foto del figlio e una del re Zahir Shah, al quale era profondamente affezionato: nel 2002 andò di persona a Roma, dove era in esilio, per riportarlo in Afghanistan. E per dire delle sue contraddizioni: si commuove fino alle lacrime quando parla delle vittime civili del confitto afgano eppure riesce a siglare accordi con cruenti assassini, alcuni dei quali hanno tentato di ucciderlo. Ma Karzai è ancora qui e probabilmente resterà in carica per i prossimi cinque anni.

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VIDEOINTERVISTA Mastrogiacomo racconta ‘I giorni della paura’

LEGGI I talebani visti da vicino. Il nuovo libro di Daniele Mastrogiacomo

ARCHIVIO Afghanistan raid di G. Di Feo

FOTO Gli italiani a Fob Todd

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27 agosto 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-vero-karzai/2107770&ref=hpsp

Influenza A: i pediatri chiederanno al ministero la chiusura delle scuole

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Migliora il ragazzo colpito dalla nuova influenza ricoverato in coma a Monza

Il presidente della Fimp, chiederà al ministero della Salute di prevedere lo stop delle lezioni

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MILANO – La Federazione italiana medici pediatri chiederà al tavolo tecnico su come affrontare la pandemia di nuova influenza che si riunirà al ministero del Lavoro, Salute e Politiche sociali il prossimo 2 settembre, anche di «prendere in seria considerazione» l’ipotesi di chiudere le scuole, la cui apertura è prevista a scaglioni a partire dal 14 settembre, per contenere la diffusione del virus A/H1N1 sul quale negli ultimi giorni l’Oms ha lanciato un ulteriore allarme.

LA DICHIARAZIONE – Lo ha detto il presidente della Fimp, Giuseppe Mele, precisando che la federazione chiederà esplicitamente anche che il ministero dell’Istruzione sieda al tavolo tecnico, al quale al momento non partecipa, «nell’ottica del maggior coordinamento possibile», sulla scorta di quanto chiesto dal direttore generale dell’Oms, Margaret Chan, che ha parlato della necessità che i governi nel loro complesso, e non solo i ministeri della Salute, prendano «alcuni interventi che hanno forti implicazioni economiche e sociali, come la chiusura delle scuole».

RAGAZZO RICOVERATO A MONZA – Intanto il giovane di Parma colpito da nuova influenza e ricoverato da alcuni giorni a Monza, resta «in condizioni gravissime» anche se «da sabato sera si sono registrati lievissimi segni di miglioramento». È quanto ha detto oggi in un incontro con i giornalisti il primario dell’ unità di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Gerardo di Monza, Roberto Fumagalli. Per il responsabile della terapia intensiva dell’Ospedale brianzolo, Giuseppe Foti: «Il ragazzo che era partito con una insufficienza multiorgano ha dato qualche segnale di miglioramento non solo per quanto riguarda la funzione respiratoria, ma anche per la funzione renale e per quella epatica. Positiva anche l’evoluzione dello stato infettivo. Il cammino è tuttavia ancora lunghissimo». Il medico ha aggiunto che F.F. dovrà affrontare e superare anche le «conseguenze del trattamento in terapia intensiva», poichè in questo momento è intubato e sedato. Tuttavia, Foti dice: «L’ottimismo è ovvio, la partita si può giocare e può essere vinta, anche se è ancora maledettamente lunga».

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30 agosto 2009

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_agosto_30/nuova_influenza_medici_pediatri_chiusura_scuole_715eee5a-954e-11de-8421-00144f02aabc.shtml