Archivio | settembre 2009

Chiamate L’ambulanza (di Marco Travaglio)

Messaggio riepilogativo a reti unificate. L’opposizione non deve opporsi, infatti per fortuna non lo fa. I giornalisti non devono farmi domande, a parte quelle che suggerisco io. I fotografi non devono fotografarmi, apparte i miei. I sindacati non devono sindacare.  I magistrati non devono indagare sulle stragi di mafia, cioè su di me, perché quella è roba vecchia. E Mangano era un eroe, infatti non ha fatto il mio nome, né quello di Macello. I giudici non devono interpretare ne contestare le leggi e, se la Costituzione glielo consente, è sbagliata la Costituzione. La Corte costituzionale non si deve permettere di giudicare incostituzionali le mie leggi incostituzionali, ma chi si crede di essere la Corte costituzionale? Il Capo dello Stato deve firmare quello che gli mando io e basta, come del resto ha sempre fatto. I tribunali devono condannare tutti gli immigrati a prescindere, ed assolvere tutti i miei amici a prescindere.  Io posso denunciare gli altri, ma gli altri non possono denunciare me. I portavoce della Commissione europea non devono portare la voce della commissione europea, sennò usciamo dall’Europa. I Parlamentari non devono votare perché mi fanno perdere tempo, bastano e avanzano i capi gruppo. L’ Onu non deve fare l’Onu, altrimenti usciamo pure dall’Onu. La Chiesa non deve impicciarsi dei diritti umani degli immigrati e di Dino Boffo, ma solo delle faccende di sua competenza: scuola privata, Ici, fecondazione assistita, testamento biologico. Il Papa deve dare la Comunione ai divorziati, o almeno ad uno: io.  Gli italiani devono sposarsi in chiesa ed avere una sola famiglia, eccetto me e tutte le mie famiglie. Michelle Obama, la moglie abbronzata dell’abbronzato, deve baciarmi e all’occorrenza lasciarsi dare una palpatina. Mia moglie non deve chiedere il divorzio da me, io invece posso chiederlo da lei. Fini non deve avere delle idee, e se gliene vengono, se le tenga per sé.  I pubblicitari non devono fare pubblicità ai giornali che non sono miei ed alle tv che non sono mie (fra l’altro, pochissime). La Rai deve controllarla il Governo, quando al Governo ci sono io; quando invece sto all’opposizione, il controllo spetta alla Vigilanza, cioè all’opposizione, cioè sempre a me. Santoro e la Gabanelli non devono raccontare cose vere, sennò è giornalismo e si mette in cattiva luce Vespa. I miei giornali invitano gli elettori di centrodestra a non pagare il canone Rai, così lo stipendio a Mizzolini, Mazza, Orfeo, Liofredi, Masi, Vespa, e gli altri amici lo pagano gli elettori della sinistra.  La crisi finanziaria non esiste, è un’ illusione ottica delle gazzette della sinistra: basta non parlarne e sparisce.  I contribuenti devono smetterla di lamentarsi per le tasse troppo alte: gli faccio un condono all’anno, possibile che capiscano?  I registi non devono fare film non  prodotti da me, altrimenti non sono capolavori, ma culturame. Gli insegnanti non devono insegnare.  Le escort non devono farsi pagare, altrimenti addio alla gioia della conquista.  I tenori degli enti lirici devono andare a lavorare nei campi, fannulloni che non sono altro.  Il Carnevale di Viareggio non deve fare carri allegorici su di me, casomai su Mao, Stalin, Pol Pot, e Di Pietro. Non ho nulla a che vedere con il giornale di Feltri. Kakà e Leonardo mi remano contro. Fini è un nano. Sono alto un metro e settantuno e nessuno deve permettersi di essere più alto di me, il che fra l’altro è impossibile.  Sono il miglior Presidente del Consiglio dai tempi di Mario e Silla:  me l’ha detto l’amico Alcide de Gasperi, che mi è stato presentato da Don Sturzo in conference call con Luigi Einaudi.

(lo portano via)

Fonte: Resistenz@Web

USA e Cuba: il blocco continua e Guantanamo resta… almeno per ora

Gli Stati Uniti ostacolano la vendita di prodotti medici a Cuba

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Image(Prensa Latina) Il governo statunitense ostacola la multinazionale nordamericana Cook Vascular Inc. a vendere a Cuba dispositivi per estrarre gli elettrodi od i cavi rovinati dei pacemaker impiantati nella cavità cardiaca. In dichiarazioni al quotidiano Granma, il medico cubano Francisco Dorticos, capo del Dipartimento di Aritmie e Stimolatori cardiaci dell’Istituto di Cardiologia e Chirurgia Cardiovascolare, ha criticato il continuo rifiuto a vendere questi mezzi a Cuba.
Ho fatto in posti differenti il sollecito per l’acquisto, e la risposta ricevuta è sempre la stessa, negativa, ha affermato il dottore.
Questi dispositivi permettono la sostituzione degli elettrodi senza necessità di realizzare una chirurgia cardiaca che ha alti rischi chirurgici per la vita dei pazienti, una maggiore permanenza negli ospedali e maggior recupero, ed elevati costi assistenziali.
Per Cuba, il cambiamento degli elettrodi costituisce un procedimento abituale d’accordo con l’introduzione di più di 20 mila pacemaker in pazienti con problemi cardiaci durante l’ultima decade.
Cifre ufficiali osservano che il bloqueo economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti contro questa isola caraibica ha causato tra maggio del 2008 ed aprile del 2009 perdite alla salute cubana stimate in 25 milioni di dollari.
A questo si somma la proibizione o non il conferimento di visti a scientifici e specialisti cubani per partecipare a numerosi congressi ed eventi in territorio statunitense.
Ig/dsa

Fonte: Prensa Latina

Obama ammette: Guantanamo non chiude entro gennaio 2010

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Barack Obama non riuscirà a mantenere la promessa di chiudere Guantanamo entro il 21 gennaio 2010. Era stato il primo impegno assunto dal presidente americano con il mondo, appena aveva messo piede alla Casa Bianca.

Ma a pochi mesi da quella data, per la prima volta, l’amministrazione ammette che sarà difficile rispettare la scadenza. Fonti anonime dello staff presidenziale, citate dal Washington Post, hanno rivelato che «è altamente improbabile che per gennaio tutti i detenuti abbiano lasciato Guantanamo».

All’origine del rinvio obbligato e a malincuore, sottolineano alla Casa Bianca, i tanti problemi di natura tecnico-giudiziaria esaminando uno per uno i casi giudiziari dei 235 sospetti terroristi ancora detenuti con oscuri diritti di difesa nel campo di prigionia nell’enclave cubana. Guantanamo, come Abu Ghraib gia chiusa dalla precedente amministrazione,è l’icona di una stagione politica che Obama voleva cancellare per sempre.

Fonte: blitzquotidiano


Propaganda ed Informazione

Propaganda di regime

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Qualche decennio fa qualcuno lanciò l’allarme sul possibile uso di messaggi subliminali. Si tratta di immagini che vengono proiettate sugli schermi per una frazione di secondo, in modo che l’occhio non le coglie ma vengono registrate a livello subliminale, sotto il limite della coscienza. Il soggetto che le subisce non può difendersene perché non ne è consapevole. Gli si insinuano nel preconscio, condizionandolo nel profondo e determinando le sue scelte.
Probabilmente erano timori eccessivi. Il Potere ha messo a punto tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica che non richiedono strumenti tanto sofisticati e tecnologie la cui resa non è certa.
Intanto, a differenza dei più rozzi regimi polizieschi, il condizionamento viene ottenuto non con la massiccia propaganda ideologica diretta, da cui gli individui si difendono ignorandola, ma con la pubblicità commerciale, solo apparentemente neutra rispetto alla politica. La pubblicità, onnipervasiva e ossessiva, trasmette modelli di comportamento e stili di vita, contenendo una carica ideologica fortissima ma occultata dietro l’apparentemente innocua esposizione dei pregi di un prodotto di consumo.
L’informazione è libera ma abilmente pilotata. Si pubblica tutto su tutto, i commenti più disparati e le opinioni più opposte, perché il Potere sa bene, a differenza dei grossolani censori delle dittature, che in una pletora di informazioni le menti si perdono e l’effetto è il disorientamento. Del resto le notizie sgradite che possono aprire gli occhi sulla vera natura del sistema vengono date ma presto sono accantonate, privilegiando per giorni e settimane altre informazioni su cui tutti i media battono ossessivamente. L’attenzione viene così distolta dai temi scottanti e rivolta a fenomeni di costume, a eventi che screditano modelli alternativi o a evocare fantomatiche minacce incombenti. Così il cittadino subisce un vero e proprio lavaggio del cervello senza esserne consapevole, anzi essendo convinto di vivere nella più completa libertà e nella più compiuta delle democrazie.
L’informazione viene utilizzata a fini propagandistici attraverso l’abile manipolazione  e decontestualizzazione delle immagini. La consapevolezza della forza delle immagini è comune alle cosiddette democrazie e alle dittature esplicite. Le democrazie usano queste tecniche con la stessa spregiudicatezza del più repressivo dei regimi totalitari. Si voleva dimostrare il cinismo spietato della polizia di Ceausescu. Ebbene, si presero dall’obitorio alcuni cadaveri di persone decedute per cause naturali, con un fotomontaggio si moltiplicarono e l’immagine campeggiò su tutte le prime pagine con didascalie che parlavano di stragi e repressioni crudeli. Si voleva dimostrare la follia nichilista di Saddam. Ebbene, si recuperò dagli archivi l’immagine di un cormorano agonizzante in un mare di petrolio fuoruscito da una petroliera affondata, per dimostrare che il feroce dittatore per non soccombere bruciava i pozzi e avvelenava la natura. Si voleva giustificare l’aggressione alla Jugoslavia e il bombardamento di Belgrado. Ebbene, si mostravano file di poveri albanesi in fuga dal Kossovo e qualche casa in fiamme per dimostrare un inesistente genocidio. Si voleva rendere indiscutibile la guerra infinita al terrorismo che avrebbe dato carta bianca a tutte le aggressioni dell’Impero. Ebbene, l’immagine delle due torri in fiamme e dei poveretti che si lanciavano nel vuoto sarebbe stata trasmessa in ogni angolo del pianeta, mentre passava presto nell’oblio la stranezza di una breccia nel muro del Pentagono che non poteva contenere la mole di un Boeing e veniva ignorato il collasso di una terza torre che nessun aereo aveva colpito, perché quella voragine inquietante avrebbe messo in discussione tutta la versione ufficiale. In quel caso esemplare dell’11 settembre si sono così messe in opera altre due modalità della manipolazione propagandistica: l’occultamento e la reticenza.
Anche quando le foto sono non alterate e correttamente contestualizzate, vengono caricate di una forza simbolica che le rende più efficaci di qualunque pistolotto propagandistico. Fu il caso del giovane cinese che sfidò i carri armati. Qualcuno ha ipotizzato che in realtà si trattasse di un agente che il governo aveva istruito, insieme ai carristi, per dimostrare che l’esercito rispettava la vita umana e i carri armati evitavano di schiacciare i manifestanti, ma quella scena si è imposta come l’icona della rivolta giovanile contro la dittatura cinese. Ora si usa la tragica agonia della povera Neda per coprire di abominio un governo esercitante il suo diritto di soffocare la manovra eversiva di una minoranza di giovani cittadini occidentalizzati che conculca il volere di una maggioranza espressa dall’Iran profondo, diverso dalla metropoli Teheran.
Se tutti questi sistemi con cui si costringe a valutare i fatti nel senso gradito ai Poteri non sono sufficienti, si invalidano le elezioni che abbiano dato un esito non voluto oppure si incoraggiano in tutti i modi manifestazioni di piazza degli sconfitti. Recentemente è successo in Algeria, in Serbia, in Ucraina, in Georgia, ora in Iran. In forme più soft succede anche nel nostro occidente. Quando una nazione boccia nelle urne un trattato di quella finzione di Europa che vogliono imporci, si fa ripetere il voto finché gli oppositori, esausti, finiscono per non andare più a votare.
Tuttavia non bisogna disperare. La forza delle cose è più tenace degli artifici dei Poteri. Le contraddizioni serpeggiano anche all’interno dei Palazzi, creando fratture e crepe.
L’Occidente ha fondato i suoi fasti su due motivi di vanto: l’efficienza economica e la democrazia. La forza delle cose avvicina il momento in cui questa mascheratura cadrà. Allora si svelerà che i trionfi economici si basavano sul gioco di prestigio di debiti appianati da altri debiti in una spirale di follia indifferente alle sorti delle generazioni che verranno, e che la democrazia è una facciata di cartapesta.
Le immagini che hanno una forza simbolica possono ritorcersi anche contro chi le usa abitualmente per i propri fini: gli americani hanno cominciato a perdere in Iraq quando la foto del prigioniero torturato con il cappuccio nero e i fili elettrici che pendevano dal corpo ha fatto il giro del mondo.

Luciano Fuschini su MZ – il Giornale del Ribelle

L’inganno dell’Informazione

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Matteo Simonetti, già giornalista del Secolo d’Italia, dell’Indipendente, di Liberal e La Destra, attualmente collaboratore de Il Borghese -unica pubblicazione cartacea che gli consente di esprimersi senza censure- ha scritto per Movimento Zero questo articolo e si è detto gentilmente disponibile a scrivere per mz anche in futuro.

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Non è una funzione liturgica, ma le assomiglia molto. Ne condivide la ritualità e la regolarità nella cadenza, dà la stessa sensazione rassicurante di partecipazione alla comunità, ne ricalca perfino il linguaggio, codificato e standardizzato. Si tratta della visione quotidiana del telegiornale, pratica che unisce milioni di italiani, i quali la subiscono passivamente senza alcun senso critico, accettandola come espressione del “Verbo”, inteso come fonte di verità e informazione, legittimato ed unico suggerimento di condotta per tutte le novità che esulano dalla sfera più strettamente privata.
Il tema dell’informazione e della cosiddetta disinformazione è uno dei più importanti in queste pagine e in generale nella rete, luogo che quasi per definizione si contrappone alla genuflessione davanti ad un sapere controllato e uniformato, a vantaggio di una personale ricerca delle informazioni e della conseguente formazione di un proprio punto di vista sui fatti. Nonostante ciò la consapevolezza di quanto succede in occasione del più importante momento di trasmissione di informazioni – purtroppo la televisione è ancora padrona della comunicazione – è scarsa anche tra i navigatori.
La sensazione più forte di fronte alla visione di un telegiornale è quella di un vuoto sapientemente creato. Il telegiornale è ipoinformazione, cioè sottrazione di ogni informazione pregnante e sua sostituzione con una non-notizia. Pensate all’importanza che, in termini di tempo e di evidenza, viene data quotidianamente alla meteorologia. Fatti tanto banali come la successione di giorni di pioggia e bel tempo, l’alternanza di temperature e pressioni basse e alte e via dicendo, riempiono lo spazio che potrebbe essere riservato a riflessioni importanti su vicende di politica estera, alla spiegazione di nuove leggi… Tale vuoto però va mascherato, per evitare la sempre possibile catastrofe del “Re nudo” scoperto da un bambino. Ecco allora che compare una vera e propria risemantizzazione dell’evento meteorologico, costruita con sapienti quanto costruiti agganci a fenomeni più “pratici” come il traffico, i danni alle colture o al turismo. Ecco i collegamenti dalle città con interviste tipo: “Ha visto come è stato caldo oggi? – Sì, molto più di ieri! Speriamo che domani rinfreschi…”, collegamenti che hanno la funzione di testimoniare la presunta eccezionalità dell’evento, come se si trattasse di testimonianze oculari di un omicidio di un capo di stato.
Si tratta di falsa informazione, non nel senso di informazione bugiarda, ma in quello di non-informazione. Questo inganno nei confronti di tutti noi poggia sul fatto che per decenni il telegiornale fu quello delle reti Rai, cioè in un certo senso espressione dello Stato. Era quindi normale per il telespettatore ritenere che se ci fosse stato qualcosa di importante da sapere il servizio pubblico ne avrebbe parlato. Questa sedimentata fiducia del cittadino nel notiziario è oggi sfruttata per mantenerlo in uno stato di non pericolosa (per i governanti) ignoranza, di tranquilla inoperosità dal punto di vista del coinvolgimento in attività politiche e di aggregazione sociale. Il telegiornale come strumento del potere economico (inutile dire politico perché oggi il secondo si scioglie nel primo) ha interesse nel mantenere il cittadino quanto più distante possibile dai luoghi di decisione. Lo fa celando vicende per le quali, adirandosi, potrebbe essere spinto a decisioni drastiche, e costruendo un approccio passivo e acritico, tipicamente televisivo, verso la politica. Tale approccio porterà a sempre più astensione e disinteresse, permettendo l’autoperpetuarsi del sistema.

Lo stesso scopo delle previsioni meteo hanno all’interno dei telegiornali i vari rotocalchi di moda, di motori, di gastronomia, i quali per la loro natura commerciale di reclame ci consentono di introdurre un’altra parte del nostro discorso sui telegiornali: la tecnica del Fear Marketing. Ci sono recenti studi che lo testimoniano, ma d’altronde si tratta di una semplice riflessione che anche i non esperti possono fare, il comportamento compulsivo del consumatore accelera quando viene messo a contatto con situazioni molto negative. Si tratta di una reazione comprensibile: di fronte alla vicinanza della morte o della sofferenza, gli uomini sono più avidi di piacere e tendono a spendere e assicurarsi residui momenti di godimento.  La mentalità consumistica ormai inculcata fa si che il godimento oggi per la massa si identifichi con il materialistico acquisto di beni (non con il possesso né tanto meno con l’utilizzo!) e con lo spreco in articoli di lusso, vacanze o simili. Marshall Mcluhan dice che “gli avvisi pubblicitari sono notizie, il loro guaio è di essere sempre notizie buone. Per equilibrare l’effetto e per vendere i prodotti è necessario avere un mucchio di notizie cattive”. Per questo motivo i telegiornali sembrano essere sempre di più archivi di catastrofi, incidenti stradali, stupri e racconti di omicidi in famiglia. Ma se tutto ciò dagli studiosi di linguaggio è stato messo in relazione alla capacità di convincimento all’aquisto degli spot che precedono e seguono i telegiornali, con l’inserimento di messaggi commerciali di tipo publiredazionale all’interno degli stessi si ha un ulteriore potenziamento del sistema, sia per la vicinanza temporale, sia per il mascheramento ulteriore dello spot che si traveste da notizia, azzerando le residue difese critiche del telespettatore medio.
D’altra parte la paura genera stress e tutti noi sappiamo che lo stress è una forte spinta al consumo. Per averne una prova inconfutabile basterebbe mettere una studentessa alla vigilia di un difficile esame nella stessa stanza con un pacco da un chilo di noccioline.
Ritornando alla mancanza di informazioni all’interno dei telegiornali non vale la pena spendere qui troppe parole, basta farsi un giro in questo sito in quelli linkati ed osservare quanti dei temi trattati hanno mai trovato spazio in televisione. Si potrebbe partire dal signoraggio bancario per finire con l’immagine distorta della situazione iraniana.
L’ultimo aspetto che vorrei sottolineare è inerente alla “forma” del linguaggio del telegiornale, piuttosto che sul contenuto. Avete mai fatto caso al modo di parlare degli speakers, sia quelli in studio che quelli in collegamento? In questi ultimi anni è stata sviluppata una intonazione del tutto artificiale, riconoscibile ad esempio da un cantilenare quasi automatico (si ritrova nella voce registrata di un casello autostradale o in quella dei primi navigatori satellitari, ad esempio) e da una chiusura del periodo in uno strano crescendo. Tale linguaggio era all’inizio ad appannaggio di pochi telegiornali ma ora tutti si sono adeguati e tale omologazione deve avere un qualche fondamento di tipo manageriale, tecnico, strategico. La mia opinione è che sviluppando un linguaggio particolare e riconoscibile si potenzi l’aspetto liturgico del telegiornale, proprio come avviene nel linguaggio del prete in una chiesa, e che si attiri l’attenzione sulla forma per distoglierla ancor più dal contenuto.
Vorrei fare una previsione un po’ orwelliana: verrà un tempo in cui nelle case arriveranno telegiornali in cui il mezzobusto, volgendo continuamente lo sguardo verso innumerevoli telecamere per ipnotizzare lo spettatore, reciterà nenie senza senso: “piripero tarattara, para, parappero parappò – re”. Alla fine tutti avranno avuto la sensazione di aver compiuto il loro diritto-dovere di cittadini e ritorneranno a brucare in mezzo al gregge.

Matteo Simonetti su MZ –  il Giornale del Ribelle


meditiamo gente… elena

Viaggio allucinante nello spreco dei nostri soldi

Quante volte vedendo cantieri aperti per anni, o aspettando contributi pubblici che non arrivano mai ci chiediamo dove vanno a finire i soldi pubblici? La risposta non è, come molti credono, nelle tasche dei politici. La realtà è meno colorita, ma non meno grave: dentro il bilancio dello Stato

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La Ragioneria Generale dello Stato, organo del Ministero dell’economia retto da Giulio Tremonti ha il compito di predisporre tecnicamente il bilancio e la legge finanziaria, ha pubblicato un voluminoso Rapporto sulla spesa delle Amministrazioni centrali dello Stato, che analizza i programmi di spesa dei ministeri e il loro utilizzo. E’ un documento ponderoso e molto tecnico, ma spulciandolo a fondo vengono fuori un sacco di notizie interessanti. Che un ministro competente come il nostro dovrebbe conoscere. O di cui si dovrebbe ricordare.

I DATI ECLATANTI – Il bilancio dello Stato vale circa 752 miliardi di euro. Una cifra enorme, che rappresenta poco meno della metà del Pil italiano. Sono i soldi che lo Stato acquisisce, soprattutto con le tasse, e che spende per pagare pensioni, stipendi dei dipendenti pubblici, per la sanità, la scuola, la giustizia, ecc. Su queste cifre vengono costruite le leggi e i provvedimenti economici di cui sentiamo sempre parlare in tv o di cui scrivono i giornali. Ma quello che non viene messo in evidenza è che questi soldi non sempre vengono impegnati. Tra il 2003 e il 2008 una cifra tra i 10 e i 30 miliardi di euro, ossia tra l’1,3% e il 4,3% degli stanziamenti iniziali non è stata impegnata. E soprattutto una quantità enorme di denaro, circa 90 miliardi di euro all’anno, il 20% (euro più euro meno) degli stanziamenti, pari a 4-5 manovre finanziarie, restano lì, nel bilancio, inutilizzati per anni, a volte per sempre. Vediamo meglio.

RUDIMENTI DI BILANCIO – Il bilancio delle aziende private è un consuntivo, rappresentando la gestione dell’anno precedente, informando il pubblico (creditori e azionisti in testa) sui risultati di gestione. Quello dello Stato e degli altri enti pubblici è invece un bilancio preventivo: l’autorizzazione del Parlamento al governo a compiere determinati interventi di spesa ed a reperire le risorse che servono a finanziarle. Ma spendere i soldi in una pubblica amministrazione è un percorso ad ostacoli. Si parte dagli stanziamenti, che rappresentano il limite di risorse disponibili per una certa materia: se lo stanziamento per le politiche sociali è 500 milioni di euro, lo Stato in quell’anno non potrà fare interventi oltre quella somma. Gli stanziamenti iniziali vengono decisi con l’approvazione della Legge finanziaria o con i suoi collegati, oppure – come accade sempre più spesso – con Decreti legge varati in corso d’anno. Ma sono gli assestamenti e delle variazioni di bilancio, di cui non si parla mai, che stabiliscono in corso d’opera gli stanziamenti definitivi, che possono modificare, talvolta anche sensibilmente, le previsioni iniziali in termini di livello e/o di composizione.

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IMPEGNI PAGAMENTI E RESIDUI – Meno ancora si parla delle fasi successive, quelle in cui i soldi pubblici vengono veramente utilizzati. La fase successiva è quella degli impegni, ovvero l’assunzione di un obbligazione nei confronti di altri soggetti, o più semplicemente la programmazione di interventi o di attività di cui beneficeranno persone fisiche, imprese o altri enti pubblici. Continuando con le politiche sociali, lo stato potrebbe impegnarsi a finanziare un certo numero di social card, a trasferire un po’ di quei soldi ai Comuni per specifici programmi di spesa o altro. Ma non è ancora finita. L’effettiva attuazione degli interventi si ha con i pagamenti, l’erogazione materiale delle risorse stanziate. Tra il momento in cui lo stato decide di assegnare i 500 milioni per le politiche sociali, o i 5 miliardi per il Ponte sullo stretto, o i 2 miliardi per la detassazione degli utili reinvestiti  e quello di realizzazione dell’intervento possono passare giorni, mesi, anni. Le somme stanziate ma non vengono impegnate si chiamano residui di stanziamento, mentre le somme che vengono impegnate ma non pagate si chiamano semplicemente residui passivi. Somme che si trascinano, anno dopo anno, caricando impropriamente il bilancio di voci, capitoli, progetti. Non è, come potrebbe sembrare, una specie di  risparmio occulto: è solo un aggravio di costi e di gestione. Perché quelle somme restano esigibili sempre, anche quando vengono “cancellate” dal bilancio per la cosiddetta “perenzione amministrativa” dando origine a molte gestioni fuori bilancio che complicano ulteriormente la situazione.

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L’EFFICIENZA DEI MINISTERI – Spulciando tra i vari rapporti per ministero, tutti consultabili nel sito della RGS, se ne trovano di tutti i colori. Il Ministero della Infrastrutture conserva 3 milioni di euro per “migliora­re la qualità urbana” di tre Gela, Calta­nissetta e Quartu Sant’Elena, iscritti in bilancio da 11 anni. O i fondi per la Pedemontana veneta, 20 milioni assegnati alla Regione Veneto nel 2002 e mai toccati a parte un piccolo pagamento effettuato il primo an­no.O i 9 milioni di euro a disposizione per il  nuovo ponte sul fiume Ticino, con attuazione a carico della provincia di Novara. Il Ministero del welfare conserva oltre 2 miliardi di residui del Fondo per l’occupazione, quello che finanzia l’indennità di disoccupazione o la Cassa integrazione, alcuni provenienti dal 1996. Il Ministero per lo Sviluppo Economico, ha il suo Fondo per la finanza d’impresa, 100 milioni di euro mai toccati, o il Fondo per gli interventi agevolativi alle imprese gestito da Sviluppo Italia, che presenta uno stock di residui rilevante (345 milioni di euro) assieme ad un livello di movimentazione degli impegni assai basso. O ancora i fondi destinati alla Mobilità locale, 96,3 milioni di euro disponibili dal 2001, ma fermi perché “non ci sono state richieste da parte dei Comuni”.

MA PERCHE SUCCEDE? – Nessuno “ruba” quei soldi, nessuno se li mette in tasca. Anzi, è il contrario: questi soldi vengono “accantonati”, e per il loro finanziamento magari si rinuncia ad altre spese, o si aumentano le imposte. Ma poi i soldi restano inutilizzati. Le cause di questa situazione sono tante. La prima è che le spese pluriennali per progetti di investimento complesse, che coinvolgono più soggetti istituzionali e diversi livelli di governo, richiedono procedure con tempi lunghi anche per l’adozione degli impegni, figuriamoci per i pagamenti: la realizzazione di una strada richiede fisiologicamente degli anni. Però anche la spesa corrente non corre, e resta spesso inutilizzata: a fronte di circa 748 miliardi di stanziamenti correnti, ci sono quasi 89 miliardi di residui all’anno. Una seconda causa è la cosiddetta “gestione” del bilancio, quella somma di incertezze, farraginosità e complessità di alcune procedure di spesa, un misto di inefficienza, burocrazia ottusa e complessità amministrativa. Una terza causa sono le misure di contenimento della spesa operate in corso di esercizio “stringendo sulla cassa”, che quindi rende inutilizzabili anche risorse disponibili nei capitoli di spesa. Ma è un meccanismo che viene aggirato in sede di assestamento del bilancio, e finisce esso stesso per generare un “esplosione” degli stanziamenti: si aumenta la massa spendibile, si “gonfiano” le “contabilità speciali dei vari funzionari delegati dei ministeri, che possono spendere discrezionalmente. E il gioco è fatto!

SEIMILA CAPITOLI DI BILANCIO – Ma ci sono anche altri problemi, legati al procedimento di formazione del bilancio: oggi come oggi i ministeri adottano un criterio conservativo, definito “inerziale”, che li porta a riproporre i programmi di spesa “storici”, senza ragionare mai sulla loro effettiva utilizzazione, creando una montagna di residui passivi di lunga durata anziché ragionare sulla riallocazione delle risorse non utilizzate. Il comportamento inerziale è agevolato dalla incredibile numerosità dei capitoli di bilancio, che sono più di 6 mila e rendono difficile un’analisi approfondita di ognuno di essi, della loro gestione, natura ed utilizzo. A meno di non leggersi le migliaia di pagine di questo rapporto della RGS. Infine, ed è un problema vecchio ma sempre attuale, anche se naturalmente nessuno se ne occupa, a partire dal ministro Brunetta, in tutt’altre faccende affaccendato, che è quello della “valutazione dell’efficienza e dell’efficacia della spesa non può infatti prescindere dalla misurazione, seppur nei limiti posti dalla natura peculiare dell’attività svolta dall’operatore pubblico, dei risultati effettivamente conseguiti a fronte degli obiettivi prefissati e delle risorse utilizzate”. Dove anziché far applicare le norme già esistenti, si è preferito varare una commissione centrale di valutazione, che dovrà ridiscutere tutta la materia e ci metterà chissà quanti anni a varare criteri uguali per tutte le amministrazioni, dalla RGS al Comune di Canicattì.

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COSA SERVIREBBE – Nello studio della RGS c’è scritto, nero su bianco, che i tagli di spesa “lineari”, generalizzati, quelli che piacciono tanto al ministro Tremonti, servono a poco se non a niente. La fissazione di vincoli alla possibilità di impegnare le risorse disponibili ed effettuare i pagamenti o la riduzione delle dotazioni di bilancio dei Ministeri, viene sistematicamente vanificata nei successivi assestamenti e con la mancata considerazione del pregresso. Quello che serve, dice la RGS, è un progetto di riorganizzazione delle attività e delle strutture finalizzato alla ricerca di una maggiore efficienza produttiva e organizzativa. Quello che serve è una preventiva verifica della congruità di medio-lungo termine degli stanziamenti rispetto ai servizi richiesti. Quello che serve è una razionalizzazione dei capitoli del bilancio dello Stato, che nel 2007 erano diventati poco più di 4 mila e ora sono toranti ad essere più di 6 mila. Quello che serve lo suggerisce la RGS con numerosi suggerimenti di dettaglio, ministero per ministero, capitolo per capitolo. Ricordandoci che questo è quello che aveva iniziato a fare la Commissione tecnica della finanza pubblica istituita da Tommaso Padoa Schioppa. Una Commissione che è stata sciolta non appena il ministro Tremonti si è insediato. A pensare male si fa peccato, ma viene da chiedersi: Perché?

Fonte: Giornalettismo

Il limbo dei clandestini per molti è già inferno

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Il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria è una via di mezzo tra un carcere di tipo americano e un giardino zoologico. Alti cancelli di ferro fanno accedere a dei bracci lungo i quali si affacciano delle «gabbie» allineate ai lati di un ampio e lungo cortile. Ogni «gabbia» è formata da un cortile di asfalto, spesso attraversato da fili su cui sono appesi dei panni ad asciugare. Si entra in un’anticamera che ha lungo il lato destro panche di ferro colorate di giallo, un tavolo e, in alto, un televisore attaccato al muro; sull’altro lato ci sono i bagni con lavello in acciaio, gabinetto alla turca e doccia. Lo spazio per dormire è di circa sei metri per sette, in tutto otto letti, anche questi di ferro dipinto di giallo con i soliti materassi in gommapiuma. Sulla porta del camerone dove si dorme c’è un condizionatore d’aria dal quale spuntano bottiglie di plastica piene d’acqua. «Lo usano come frigorifero», ci spiega il diretto- re, un medico umanamente attento a quanto accade all’interno della struttura che ospita 128 donne e 144 maschi assistiti dalla Croce Rossa e sorvegliati dalle forze dell’ordine. Quello che colpisce a Ponte Galeria non è il sovraffollamento, ma la promiscuità di situazioni. Ci sono pregiudicati e incensurati: quelli che provengono dal carcere, quelli che hanno chiesto asilo politico e dovrebbero stare da un’altra parte, quelli che sono stati fermati e trovati con il permesso di soggiorno scaduto, quelli che il permesso non lo hanno mai avuto, quelli in regola divenuti da un giorno all’altro fuorilegge per via della nuova legge e quelli assolutamente in regola. Come Ben Hassoun Abdessamad, un ragazzo di origine marocchina che è giunto in Italia nel 2001, ha trovato subito lavoro e si è sposato nell’aprile scorso. Aveva un regolare permesso di soggiorno, ma gli è stato ritirato dopo una querela ricevuta dalla suocera italiana. Così, improvvisamente, è diventato un «clandestino». Vado a visitare il Centro insieme a Massimiliano Jervolino, delegato della Provincia di Roma per i diritti umani, perché è in corso una protesta. Una cinquantina di reclusi ha ammucchiato i materassi contro le gabbie per impedire ai crocerossini di sistemare un nuovo arrivato di origini rumene con la gamba in cancrena. Inoltre, è appena entrato in vigore il nuovo pacchetto sicurezza che innalza da 60 a 180 giorni i limiti di permanenza. La notizia è arrivata nel Centro come una mazzata e la disperazione giunge fino all’autolesionismo.

GLI ULTIMI CASI

Un uomo e una donna si sono feriti a una coscia e a un piede davanti alle telecamere di sorveglianza. Un altro uomo si è inferto lesioni in diverse parti del corpo prima di essere bloccato dal personale di polizia. Un tunisino si è bevuto due bottiglie di shampoo e ha ingoiato una lametta da rasoio dopo aver ricevuto la notifica di una proroga di altri 60 giorni del trattenimento per l’identificazione e l’espulsione. Al centro di Ponte Galeria ha già passato due mesi, proveniente da Venezia, dove ha scontato una pena di sei mesi di carcere per non aver ottemperato all’ordine di allontanamento dal territorio italiano.

DIGNITÀ DEGRADATA

Dopo aver superato gli uffici del personale, si entra nella zona della reclusione. Le «gabbie» sono aperte dalle 8 alle 24 e appena entriamo i trattenuti si avvicinano e ci chiedono chi siamo. Poi, corrono nelle stanze a prendere le carte che li riguardano e le storie sì affollano. Said Marouen è un marocchino che dice di essere venuto in Italia per sposarsi con una ragazza con la quale non riesce neppure a fare i colloqui. Un altro marocchino, Said El Harrama, ha lavorato come stagionale per nove mesi ma poi gli è scaduto il permesso ed è stato portato a Ponte Galeria. Eugeni Siromenco, un russo con precedenti penali, non riesce a vedere i bambini che vivono in Italia. Cador Haivsemu è arrivato a giugno dalla Siria per chiedere asilo e, quindi, non dovrebbe stare in un Cie, come pure Davide Maharashvili, in fuga dall’Ossezia, che non si capacita del fatto che la sua domanda è bloccata perché non trovano più la documentazione. Toujani Mayhem ha venticinque anni, è arrivato in Italia dalla Libia nove mesi fa ed è al terzo tentativo di «identificazione ed espulsione» qui a Ponte Galeria, dopo quelli di Lampedusa e di Crotone. Zoppica e quelli intorno gli alzano la maglietta per farmi vedere i lividi sui fianchi. La versione ufficiale è che stava tentando un’evasione. I suoi compagni dicono che è vero che è uno che si arrampica, ma questa volta secondo loro è stato pestato dalle guardie. Salha Ben Mahmud racconta di aver lavorato per tre mesi come giardiniere nel carcere di Verona e di non aver ancora ricevuto il compenso dovuto. Djamel Bansaada ha una certa età e non vede l’ora di tornare in Algeria, il suo Paese natale che, però, tarda a riconoscerlo come suo cittadino. Casi come questo non sono pochi. Così, se il prolungamento dei tempi di reclusione contribuisce a degradare la dignità umana dei trattenuti, non sembra aver per nulla risolto il problema della identificazione, precondizione all’espulsione, che dipende dalla collaborazione delle rappresentanze dei Paesi di provenienza. Con il risultato che, trascorsi i sei mesi in questi centri che stanno diventando delle vere e proprie carceri ma senza le garanzie e le possibilità positive che pure esistono per i detenuti, la persona trattenuta viene rimessa in libertà, se così si può definire quella sorta di limbo che è la condizione di clandestino a vita, di apolide senza diritti e senza tutele.

(italiarazzismo.it)

Fonte: facebook – black panther

Continua lo sciopero a Ponte Galeria. Altre novità dai Centri di tutta Italia

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Sui tetti di Crotone, nelle aule di Milano

Quella di martedì è stata una giornata di tensione anche dentro al Centro di Crotone. Due reclusi sono saliti sul tetto minacciando di buttarsi, altri due sulle recinzioni metalliche che circondano la struttura. Un altro si è tagliato le mani e la pancia con una lametta. E non è la prima protesta dentro al Cie calabrese dal momento dell’entrata in vigore del “pacchetto sicurezza”: già ad agosto c’era stato uno sciopero della fame di tre giorni. In serata è tornata la calma ma, come in quasi tutti gli altri Centri sparsi per lo stivale, siamo sicuri che non durerà molto.
Nuova lunga udienza, ieri, del processo per la rivolta di via Corelli. La novità più grossa: uno degli imputati, Lacine, è già stato trasferito agli arresti domiciliari mentre per Jawad è una questione di ore. Priscilla, invece, aspetta una risposta a breve.
Durante l’udienza sono stati interrogati un carabiniere e due vigili del fuoco, e questi ultimi hanno fornito una ricostruzione dell’accaduto abbastanza differente da quella proposta dai carabinieri e dai poliziotti sentiti fino ad ora. Il processo, oramai, è agli sgoccioli: la prossima udienza sarà l’8 di ottobre, e in quella occasione saranno ascoltati gli imputati. E poi arriverà la sentenza, probabilmente già il 13 di ottobre.

Visite a Gradisca

Lunedì scorso due deputati e tre senatori del Partito Democratico hanno visitato il Cie di Gradisca d’Isonzo. Alle dieci del mattino, senza fotografi né giornalisti, sono entrati nella struttura accompagnati dal direttore. La visita è durata un paio d’ore e molti reclusi sono riusciti a parlare direttamente con i cinque, raccontando loro della durezza delle condizioni di detenzione e delle botte volate durante le proteste del lunedì precedente. Qualcuno tra i reclusi, poi, ha accusato i parlamentari in visita di essere corresponsabili delle leggi contro i senza-documenti, e soprattutto dell’esistenza stessa dei Centri. Questa saggia malfidenza verso i politici si è rafforzata qualche ora dopo quando al Telegiornale regionale è stata trasmessa l’intervista ad uno dei 5 parlamentari, che ha elogiato la professionalità del personale del Centro ed invocato lo sveltimento delle procedure di espulsione deprecando l’eccessiva permanenza all’interno dei Cie, senza soffermarsi molto sui pestaggi del 21.

Sta il fatto, però, che la resistenza dei detenuti sta dando i suoi frutti. La documentazione circolata in rete, il video delle cariche pubblicato su youtube, le pagine dei giornali sulla repressione di lunedì, l’attenzione continua rispetto a ciò che succede dentro alle mura del Centro ha intimidito di molto la polizia e i soldati di guardia che ora stanno attentissimi a quel che fanno.

La giornata a Roma

Prosegue lo sciopero della fame a Roma, ed è il terzo giorno. La situazione è pesante. Ieri sera, qualche minuto dopo i nostri ultimi contatti con dentro, un detenuto è svenuto e poi un altro si è tagliato le vene, e poi altri ancora hanno cominciato a tagliarsi. Fino all’una di notte, due ore di protesta e disperazione: il pavimento, “un tappeto rosso”. Il ragazzo più grave è stato curato sommariamente in infermeria e riportato nella sua cella: oggi è lì, mezzo morto, insieme ai suoi compagni. Ha perso molto sangue ed ha dei momenti di incoscienza.
Per contro, dopo la sceneggiata di ieri e l’espulsione a sorpresa di Miguel, la polizia non si è fatta più vedere. I detenuti, però, sanno che è nascosta dietro l’angolo, pronta ad intervenire non appena la protesta salirà di tono.
Ascolta il racconto della serata di ieri e della giornata di oggi ed un appello in arabo su: http://www.autistici.org/macerie/?p=20403

Torino. La libertà è un lavoro collettivo

Continuano ad aggiungersi dettagli sull’evasione di domenica scorsa dal Cie di Torino. Ora sappiamo per certo che si è trattato di un tentativo veramente collettivo. Quando i reclusi intravedono una possibilità, vale a dire un cancello aperto, iniziano tutti a spingere per uscire dalla gabbia. Prima che i militari riescano a chiudere il cancello, grazie alla spinta collettiva, quattro reclusi riescono a scappare e a dirigersi verso il muro che separa l’area dal cantiere del raddoppio. Qui, il primo si china per permettere agli altri di scavalcare salendo sulla sua schiena, un raro esempio di altruismo e di vero e proprio amore per la libertà. Uno ce la fa, ed è quello che è ancora uccel di bosco, ma gli altri tre vengono presi e, come sappiamo, picchiati fino a farli sanguinare e infine arrestati con l’accusa di resistenza e lesioni. Dopo due notti al carcere delle Vallette di Torino, proprio oggi i tre sono stati “scarcerati”, ovvero rinchiusi di nuovo al Cie di corso Brunelleschi. Ora, chiaramente, rischiano di essere espulsi prima che il processo cominci veramente.

Un altro recluso che rischia di essere espulso è Mimì, il ragazzo picchiato da due Alpini un paio di settimane fa. Dopo il pestaggio, Mimì ha sporto denuncia contro i due militi ignoti, ma per la legge italiana questo non è sufficente a sospendere l’espulsione. Per capirne qualcosa di più, ascolta l’intervista con l’avvocato di Mimì su http://www.autistici.org/macerie/?p=20393.

Fonte: Indymedia Roma

Nucleare in Italia: Popolo sovrano?

di Redazione – 30 settembre 2009

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Il popolo italiano il nucleare non lo vuole, come ha già dimostrato con il referendum abrogativo del 1987, ma il Governo che “ci rappresenta” sì. E quindi, per dirla in modo franco, ce lo dobbiamo “assuppare”. Con le buone o con le cattive.

Non ha problemi di sfacciataggine il nostro Eminente Ministro per lo Sviluppo Economico, che si è dimostrato profondamente amareggiato perché alcune Regioni hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro l’ennesima legge porcata. Quella sullo Sviluppo, che recita più o meno così: cerchiamo un’intesa con gli enti territoriali per collocare nuovi impianti nucleari, nel caso non dovessimo raggiungerla decidiamo noi. Cioè loro. Quelli che ancora non hanno pensato a come smantellare le centrali spente proprio dopo il referendum, quindi più di vent’anni fa. Né tantomeno a dove mettere i rifiuti e le scorie ancora stipati lì dentro con il tutto il loro carico di morte, come ha dimostrato un’inchiesta di Sigfrido Ranucci su “Report”, una delle trasmissioni che non si vorrebbe più mandare in onda. Che faremo con le scorie vecchie e nuove, le nasconderemo in fondo al mare?
“Se la Corte desse ragione al Governo – ha detto oggi Scajola a margine della firma dell’accordo di collaborazione nucleare con gli Usa – sarebbe una doppia legittimazione. Se ci dà torto ci può suggerire delle modifiche legislative”. E quindi “se anche la Corte intervenisse, il nostro percorso sarebbe quello di definire i criteri per dire dove non si possono costruire le centrali”.
Poi ha sottolineato: “Non intendiamo tornare al nucleare costruendo centrali contro qualcuno. E’ evidente che cercheremo la  massima collaborazione con il territorio e le Regioni”. Però attenti! “Nella legge Sviluppo c’è uno strumento forte, secondo il quale le centrali sono siti di interesse strategico per il Paese. Mi auguro che non  debba essere usato, ma laddove ci fosse il veto del territorio, l’interesse generale del Paese deve prevalere”.
Lo strumento forte, in situazioni estreme, è l’utilizzo dei militari come mezzo per mantenere il controllo dell’ordine pubblico.
Non c’è che dire Ministro: una bella lezione di Democrazia!

Fonte: Antimafia Duemila

Morti quaranta operai nella fabbrica tessile La nube tossica dei coloranti covava il cancro

Conclusa l’inchiesta della Procura di Paola, in provincia di Cosenza, sulla Marlane
Il lavoro dei magistrati è durato anni. Il primo fascicolo nel ’99, un altro nel 2006

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di CARLO CIAVONI e ANNA MARIA DE LUCA

Morti quaranta operai nella fabbrica tessile La nube tossica dei coloranti covava il cancro

PAOLANe sono morti quaranta di cancro. Altri sessanta hanno lo stesso male e sono ancora vivi. Erano tutti operai, colleghi, per anni fianco a fianco nell’azienda tessile Marlane, in provincia di Cosenza, a Praia a Mare. La Procura di Paola ha concluso le indagini, durate anni, e ha ipotizzato i reati di omicidio colposo dei dipendenti, la cui morte è stata attribuita alle condizioni di lavoro, e inquinamento ambientale.

Sono stati anni difficili per i parenti delle vittime, difficili per gli ex operai che dopo anni di lavoro in fabbrica combattono contro tumori che hanno colpito la vescica, o i polmoni, l’utero o la mammella. Le fasi delle indagini sono, per il momento, concluse, si attende ora la decisione di rinvio a giudizio di una decina di indagati.

Ci sono voluti anni e anni di indagini, prima lungo un doppio percorso, poi riportate in un unico fascicolo, per dimostrare la connessione tra i decessi e l’uso di alcune sostanze usate nella fabbrica di coloranti azoici, che contengono “ammine aromatiche”, indicate da una ampia letteratura scientifica come responsabili delle insorgenze tumorali.

Tre procedimenti – il primo iscritto nel ’99, il secondo nel 2006 (con sette indagati) e il terzo nel 2007 (con quattro indagati) – che il Procuratore Capo Bruno Giordano ha fatto confluire in un unico fascicolo. Più di mille operai hanno lavorato nell’azienda fondata negli anni ’50 dal conte Rivetti. Si producevano tessuti di vario tipo, per lo più divise militari. Fino alla metà degli anni Sessanta, nella Marlane esistevano dei muri divisori tra i reparti.

Poi l’azienda passò dal Lanificio Maratea, nel 1969, all’Eni – Lanerossi. In quell’anno i muri che dividevano i reparti furono abbattuti e così la fabbrica diventò un unico ambiente di lavoro: la tessitura e l’orditura, trasferite dal lanificio del vicino comune di Maratea, vennero inserite tra la filatura e la tintoria, senza alcuna divisione fisica. E così i fumi saturi di sostanze chimiche di coloritura, provenienti dalla tintoria si espandevano ovunque. Una nube permanente e densa sugli operai.

A chi lavorava su certe macchine, alla fine della giornata veniva donata una busta di latte per disintossicarsi. Era l’unica contromisura proposta, che evidentemente non poteva bastare. I coloranti – quelli che generalmente vengono contenuti nei bidoni con il simbolo del teschio – venivano buttati a mano dagli operai in vasche aperte, dove ribollivano riempiendo di fumi l’ambiente e le narici dei lavoratori.

Senza aspiratori funzionanti. Gli operai tossivano e i loro fazzoletti diventavano neri. E poi c’era l’amianto. L’azienda dice di non averlo usato, ma chi ha lavorato nello stabilimento sa bene che i telai avevano freni con le pastiglie d’amianto, che si consumavano spesso e dalle quali usciva polvere respirata da tutti.

Nel corso del 1987 il gruppo tessile Lanerossi – già appartenente al gruppo ENI, di cui faceva parte la Marlane di Praia a Mare – venne ceduto alla Marzotto di Valdagno, che ne detiene ancora la proprietà. Negli anni ’90 la svolta: arrivarono le vasche a chiusura, dove i coloranti potevano ribollire senza riempire l’aria di vapori. Ma per molti operai fu troppo tardi, dopo decenni di inalazioni tossiche. Nel 96 la tintoria è stata chiusa. Oggi l’azienda è vuota. Dismessa.

“Le indagini sono praticamente chiuse – ha dichiarato il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano – recentemente abbiamo richiesto un ultimo sequestro preventivo che il gip ha emesso relativo all’area circostante lo stabilimento e credo che sia stato l’ultimo passo istruttorio da parte nostra.

Ora aspettiamo solo di chiudere formalmente le indagini”. La Procura di Paola ha infatti sequestrato il terreno circostante l’azienda: sotto, tonnellate di rifiuti industriali. Sostanze che erano nocive ancora prima di diventar rifiuti e che per questo avrebbero dovuto seguire l’iter di smaltimento secondo legge. Ma evidentemente qualcuno ha preferito seppellirli lì. Per questo, all’indagine iniziale sulle morti bianche se ne è aggiunta una seconda: non si indaga solo sulle modalità del ciclo di produzione ma anche sull’interramento dei rifiuti. Così oggi la fabbrica, chiusa da cinque anni, non è sotto sequestro ma i terreni circostanti sì.

Secondo la Procura, gli operai deceduti potrebbero essere più di ottanta: non tutte le famiglie dei deceduti infatti hanno sporto denuncia. Per questo il dottor Giordano ha costituito un gruppo di lavoro per individuare tutte le eventuali parti offese. Per molti operai, tuttavia, sarà dificilissimo avere giustizia: tanti sono i casi caduti in prescrizione. Con la legge Cirielli, infatti, solo i decessi a partire dagli anni ’90 possono rientrare nella vicenda giudiziaria in corso.

Le prime morti risalgono agli inizi degli anni ’70. Tra i primi, nel ’73, due trentenni che lavoravano con gli acidi. E così via. Qualcuno sostiene che i morti siano un centinaio, ma secondo l’azienda sarebbero “solo” una cinquantina. Dato, questo, che rivelerebbe un rischio pari a un caso su un totale di 1058 operai, nell’arco di 40 anni. Motivo per cui l’azienda non vuole riconoscere il nesso di causalità tra le morti e le sostanze lavorate in fabbrica per decenni.

Non è dello stesso avviso il prete del paese, che ha celebrato più di ottanta funerali di operai. E non lo sono neanche le vedove, gli orfani di padri morti dopo una vita trascorsa in fabbrica. E poi c’è la storia di un operaio ammalato di cancro, Luigi Pacchiano, che ha trovato il coraggio di far causa alla Marlene – e che ha denunciato di aver ricevuto minacce per la sua azione legale – ma a cui poi l’Inail ha riconosciuto la malattia professionale ed ha ottenuto dal tribunale di Paola un risarcimento di 220 mila euro.

Ma le questioni sulla Marlene non finiscono qui. Ci si interroga sui finanziamenti dall’Unione europea e dalla Regione, sulle storie di precariato e cassa integrazione, sui sindacati e sui partiti e persino, come si può leggere nei rapporti del Ministero della Sanità, sul mare non balneabile di fronte alla fabbrica, nonostante ci fosse un depuratore.

Fonte: la Repubblica del 30 settembre 2009

Libertà di stampa, Scajola si dimetta

Gli appelli di Articolo 21

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Articolo 21 Liberi di

I sottoscritti cittadini non solo hanno visto Anno Zero ma vogliono continuare a vedere anche le trasmissioni che non piacciono al presidente del Consiglio e non hanno intenzione alcuna di rinunciare alla libertà di scelta e all’Art.21 della Costituzione. Per queste ragioni ritengono gravissima ed illegittima la decisione del ministro Scajola di aprire un’istruttoria per intimidire giornalisti ed autori. Si tratta di un atto che ci offende. E per questo riteniamo indispensabile reclamare le dimissioni di un ministro più attento alle ragioni del conflitto di interesse che non all’interesse generale.

Chiediamo infine alle autorità istituzionali e di garanzia di esercitare la più rigorosa e preventiva vigilanza affinchè quello che sempre più si configura come un autentico “colpo di stato mediatico” non possa andare a compimento. In questo momento a nessuno può essere consentito di far finta di non vedere, di non sentire e di non capire.

Primi firmatari: Giuseppe Giulietti, Vincenzo Vita, Federico Orlando, Tommaso Fulfaro, Stefano Corradino, Giorgio Santelli, Redazione di Articolo21.

clicca qui per firmare

fonte: Articolo21

Scudo fiscale? No, grazie… per favore!

Ma chi si oppone?

Scudo fiscale: Famiglia Cristiana contro Tremonti «il filosofo che premia gli evasori»

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Famiglia Cristiana boccia lo scudo fiscale e attacca il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. In un commento dal titolo molto esplicito (“Tremonti fa il filosofo ma poi premia gli evasori”), firmato dal vicedirettore Fulvio Scaglione lo scudo fiscale è definito «l’ennesima beffa per la gente onesta». Secondo il settimanale dei Paolini, infatti, ci vorrebbe qualcuno avezzo a complicate missioni diplomatiche per mettere d’accordo il Tremonti “A”, «moralista» e «filosofo dell’economia», «ispirato lettore dell’enciclica Caritas in veritate», con il Tremonti “B”,«manovratore di scudi fiscali» e «furbetto del governino».

E sul Tremonti «che al G8 dell’Aquila vantava la definizione di uno «standard legale» che avrebbe rimesso a posto i finanzieri allegri di tutto il mondo, alla fine prevale sempre il Tremonti B: quello che ora gli ispira un provvedimento che, combinato con l`emendamento proposto dal suo compagno di partito Salvo Fleres, finisce col perdonare reati come il falso in bilancio e la fatturazione falsa, le false comunicazioni sociali e la distruzione di documenti contabili» e che «ha anche liberato gli operatori finanziari dall’obbligo di quelle fastidiose segnalazioni che consentivano, di tanto in tanto, di intervenire sul riciclaggio di denaro».

Per Scaglione «La politica del condono fiscale è fallimentare… ma non per questo è meno politica». «Se siamo costretti a reiterarla così spesso vuol dire che non funziona, o funziona poco. Consente però a Tremonti di ripetere il mantra «niente nuove tasse», basato in realtà su una doppia finzione». Perchè «Le nuove tasse ci sono ma portano un altro nome (per esempio, i 500 euro per la regolarizzazione delle badanti, odiosa tassa sulle famiglie e sugli anziani). Al resto provvede la nemmen tacita “legalizzazione” dell`evasione, premiata ogni due anni con un bel condono di Stato. Con l`ultima invenzione del Tremonti B, trionfante sul dolente Tremonti A, secondo gli ottimisti torneranno in Italia circa 100 miliardi di euro. Gli sghignazzanti ex evasori (o falsificatori di bilanci o riciclatori di denaro sporco) pagheranno una ridicola tassa del 5 per cento sul capitale e torneranno lindi. Lo Stato (anzi, la presidenza del Consiglio, perché i quattrini andranno in un fondo apposito a disposizione del premier) metterà da parte, se tutto andrà bene, 5 miliardi di euro, meno di un terzo di quanto finora investito nell`Abruzzo del terremoto. Le banche, senza far nulla, incasseranno il resto. Proprio le perfide banche che il Tremonti A regolarmente accusa di strangolare l’economia reale».

Fonte: il Sole24ore

Intanto, alla Camera…

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Ieri il Fatto domandava: “Ma il Pd dov’è?”. Ieri, puntuale, il Pd ha risposto: siamo momentaneamente assenti. Almeno fino al congresso. Purtroppo il Parlamento non si ferma: ieri si votava la pregiudiziale di incostituzionalità dell’Italia dei valori contro scudo fiscale (tutte le opposizioni si erano associate). Risultato: presenti 485, votanti 482, astenuti 3, maggioranza 242. Contro lo scudo 215, a favore 267. Traduzione: malgrado la ressa sui banchi del governo, Pdl e Lega sarebbero andati sotto (70 assenze su 329) e lo scudo sarebbe stato bocciato. Peccato che in aiuto del centrodestra sia arrivato il soccorso “rosa”. Quasi un deputato Pd su quattro era altrove (28% di assenze, 59 su 216). Quasi al completo i dipietristi (24 su 26). Più virtuosa del Pd è stata persino l’Udc (8 assenti, 29 al voto su 37). Bastavano 27 deputati di opposizione, quindi, per seppellire il mega-condono. Domani pubblicheremo i nomi degli assenteisti salvascudo. Ma quattro a caso ve li anticipiamo: Franceschini, Bersani e D’Alema. I veri leader. (a me sembrano tre, ma il senso è quello… purtroppo. elena)

Luca Telese

Fonte: facebook – il fatto quotidiano

Raccolta firme (appello al Presidente della Repubblica a non firmare la legge sullo scudo fiscale)

26 settembre 2009

Signor Presidente,

il Senato ha approvato l’emendamento Fleres alla legge che ha istituito lo scudo fiscale. Se anche la Camera lo approvasse, Lei resterebbe l’ultima difesa. Signor Presidente, con questo emendamento una legge già odiosa diventerà uno strumento di illegalità. I beneficiati dallo scudo non potranno essere perseguiti per reati tributari e di falso in bilancio, il mezzo con cui sono stati prodotti i capitali che lo Stato “liceizza”; e intermediari e professionisti che ne cureranno il rientro non saranno tenuti a rispettare l’obbligo di segnalazione per l’antiriciclaggio; insomma omertà, complicità, favoreggiamento. (leggi l’appello completo qui)

Gli evasori fiscali hanno un nuovo inno: “Meno male che il PD c’è!”

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di Alessandro Robecchi

Un sincero ringraziamento al Partito Democratico e ai suoi leader che lottano per la segreteria è venuto ieri sera da mafiosi, evasori fiscali, riciclatori di denaro, appassionati del falso in bilancio e delinquenti vari che per anni hanno sottratto soldi al fisco e dunque ai cittadini italiani. Ieri alla camera si votavano le eccezioni din costituzionalità del famoso Scudo Fiscale di Tremonti, un condono tombale per evasori fiscali che hanno accumulato all’estero oltre 300 miliardi di euro. Il PD ha urlato, ha strepitato, si è opposto con tutte le sue forze. Ha scritto cose terribili sul suo sito, come per esempio che nello Scudo Fiscale c’è l’impunità per il falso in bilancio, che “Mediolanum già ne approfitta”. Sul sito del Pd ieri c’era un titolo che parlava chiaro: “Evasori e mafiosi, ecco chi ci guadagna con Tremonti”. Coraggiosi, eh? Il segretario Franceschini ieri ha tuonatio: “E’ uno schiaffo a tutti gli italiani onesti!”. Bravo! Purtroppo, la mozione sulla incostituzionalità dello Scudo non è passata. La mozione è stata battuta con 267 no, 215 sì e 3 astenuti. Sarebbe bastato che i deputati del Pd fossero andati a votare. Non tutti, ma qualcuno in più. Erano invece assenti in 59, più di uno su quattro ha deciso che aveva di meglio da fare che combattere mafiosi e evasori. Il Pd ha dunque oggettivamente regalato lo Scudo Fiscale al governo Berlusconi. Bersani? Non c’era. D’Alema? Non c’era. Franceschini? Non c’era. Di fatto una vera e propria astensione: assente il 27 per cento del partito, complicità sufficiente a far passare la truffa dello Scudo Fiscale (che si poteva agevolmente bloccare per sempre) su cui oggi si vota la fiducia. La base del Pd, ammesso che ci sia ancora una base, fa incetta di sacchetti per il vomito. Gli evasori fiscali, invece ringraziano sentitamente e ieri sera hanno posto una targa che ricorda la luminosa giornata del Partito Democratico e il suo prezioso apporto alla giustizia in Italia.

Fonte: facebookhttp://photos-d.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs203.snc1/7026_1124914207610_1369779945_30323083_4236001_n.jpg