Archivio | settembre 2, 2009

Immigrati, sangue e torture nelle carceri libiche. Le foto

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GUARDA LE FOTO ESCLUSIVE DE L’UNITA’

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di Gabriele Del Grande

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Adesso abbiamo le prove. Sono quindici foto in bassa definizione. Scattate con un telefono cellulare e sfuggite alla censura della polizia libica con la velocità di un mms. Ritraggono uomini feriti da armi di taglio. Sono cittadini somali detenuti nel carcere di Ganfuda, a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta dritto a Lampedusa. Si vedono le cicatrici sulle braccia, le ferite ancora aperte sulle gambe, le garze sulla schiena, e i tagli sulla testa. I vestiti sono ancora macchiati di sangue. E dire che lo scorso 11 agosto, quando il sito in lingua somala Shabelle aveva parlato per primo di una strage commessa dalla polizia libica a Bengasi, l’ambasciatore libico a Mogadiscio, Ciise Rabiic Canshuur, aveva prontamente smentito la notizia. Stavolta, smentire queste foto sarà un po’ più difficile.

A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito Shabelle. E oggi l’osservatorio Fortress Europe le rilancia in Italia. Secondo un testimone oculare, con cui abbiamo parlato telefonicamente, ma di cui non possiamo svelare l’identità per motivi di sicurezza, i feriti sarebbero almeno una cinquantina, in maggior parte somali, ma anche eritrei. Nessuno di loro è stato ricoverato in ospedale. Sono ancora rinchiusi nelle celle del campo di detenzione. A venti giorni dalla rivolta.

Tutto è scoppiato la sera del 9 agosto, quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per fuggire. La repressione degli agenti libici è stata durissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire: ancora non si conosce la sorte di un’altra decina di somali che mancano all’appello.

Il campo di Ganfuda
si trova a una decina di chilometri da Bengasi. i detenuti sono circa 500 in maggior parte somali, poi c’è un gruppo di eritrei e alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. L’accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo. Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno è mai stato processato. Ci sono persone colpite dalla scabbia e da malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa.

Le condizioni di detenzione sono pessime. Nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia. Sono esattamente le stesse condizioni di detenzione riferite dai migranti che, respinti dall’Italia, sono stati reclusi in campi quali Tuaisha, Zlitan e Misratah, la “Misurata” della nostra epoca coloniale.

Sulla vicenda, i deputati radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un’interrogazione urgente al presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri, chiedendo se l’Italia «non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia». Probabilmente la risposta all’interrogazione tarderà a venire. Ma nella realtà dei fatti una risposta c’è già. E il respingimento dei 75 somali di ieri ne è la triste conferma.

Siamo finalmente riusciti a parlare telefonicamente con uno di loro. A bordo erano tutti somali, ci ha detto. E avevano chiesto ai militari italiani di non riportarli indietro, perché volevano chiedere asilo. Inutile. In questo momento, mentre voi leggete, si trovano nel centro di detenzione di Zuwarah. Da quando sono sbarcati, ieri alle 13, non hanno ancora ricevuto niente da mangiare. Né hanno potuto incontrare gli operatori dell’Alto commissariato dell’Onu di Tripoli. Li hanno rinchiusi in un’unica cella, tutti e 75, comprese le donne e i bambini. Non sanno quale sarà la loro sorte. Ma nessuno si azzardi a criticare l’Italia per la politica dei respingimenti o per l’accordo con la Libia. Tanto meno l’Unione europea e i suoi portavoce…

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2 settembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/87885/immigrati_sangue_e_torture_nelle_carceri_libiche

India, la gang delle “signore in rosa”. Lotta dura all’uomo-padrone

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Una banda di donne contro stupri, violenze e soprusi

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di Francesca Marino
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ROMA (2 settembre) – «Devi usare la forza, per affrontare gli uomini in questa parte del mondo. Noi viviamo in un mondo dominato dagli uomini in cui sono gli uomini a fare tutte le regole. E bisogna lottare se si vuole andare contro le ingiustizie». A parlare è Sampat Pal Devi, di quarantesette anni e madre di cinque figli che, nonostante abbia perso le elezioni a cui si era presentata tempo fa, è diventata ormai una celebrità internazionale assieme al suo sari rosa e alle sue compagne.
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Loro, si chiamano “Gulabi gang” (la banda rosa), ma di lezioso non hanno proprio nulla. Al sari rosa shocking, difatti, di quel rosa che in India viene chiamato Rani (il colore della regina), accoppiano molto poco vezzose asce e bastoni di bambù, i cosiddetti “lathi” usati abitualmente dalla polizia indiana per domare rivoltosi e affini.

Col risultato che, da qualche anno a questa parte, la vista di un gruppo di donne vestite di rosa suscita nei cuori maschili di queste latitudini una certa sensazione di paura. Le signore in rosa, infatti, di ogni età e classe sociale e provenienti da circa seicento villaggi situati nella regione del Bundelkhand (a metà tra Uttar Pradesh, Madhya Pradesh e Bihar) non fanno parte di un circolo di cucito ma di una vera e propria banda armata nata allo scopo di far rispettare i diritti delle donne anzitutto, e poi di tutta la popolazione, di un’area tra le più remote e disastrate dell’intera India.

Una zona famosa per le sopraffazioni dei signori locali che ancora operano in regime feudale, per la divisione in caste, per la corruzione di polizia e governanti locali e, infine, per i banditi. Anzi, per le donne bandito. In principio è stata “Phoolan Devi” (la regina dei banditi) entrata nell’immaginario collettivo indiano e poi internazionale dopo essere diventata protagonista di libri e film sulla sua vita. Sulle sue orme, si sono formati altri gruppi al femminile, con alterne fortune. Le signore in rosa, però, ci tengono a chiarire che hanno poco o nulla a che vedere con Phoolan Devi e le altre: non rubano, non uccidono, non rapiscono nessuno per chiedere un riscattto. Pretendono soltanto di far rispettare la legge e gli individui usando l’unica maniera efficace che conoscono per farlo: la forza. Sampat Pal, a cui è stata fatta abbandonare la scuola per essere sposata a dodici anni, ha fondato il suo gruppo per vendicare una sorella brutalmente pestata dal marito e trascinata poi per i capelli nel villaggio tra l’indifferenza generale.

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La “Gulab gang” da allora costringe mariti e suocere a riprendere indietro ragazze scacciate per motivi di dote, ripaga con la stessa moneta i mariti che picchiano la moglie e i figli, costringe i padri a mandare a scuola le bambine, impedisce i matrimoni tra minori. Soprattutto, forza la polizia a registrare e perseguire i casi di stupro, di violenze domestiche, gli omicidi per dote. E punisce, con epici pestaggi, tutti gli episodi di corruzione da parte di funzionari pubblici o di poliziotti. Il che ha fruttato al gruppo, e a Sampal Pal in particolare, una serie di denunce e mandati di arresto che, però, nessuno ha avuto il coraggio di eseguire. Per paura, ma anche per una segreta ammirazione nei confronti di una donna, di tutte le donne in rosa, che lottano a loro modo per fare entrare anche l’India dei villaggi più sperduti nel secolo della democrazia e dei diritti umani e sociali.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=71740&sez=HOME_NELMONDO

Ue, irritazione e ironia su Berlusconi. Almunia: “A chi chiedo il permesso di parlare?” / “Un attacco al cuore dell’Europa”, l’ira di Bruxelles contro il Cavaliere

Il ministro interviene sulla polemica scoppiata ieri a Danzica

Il portavoce della Commissione Ue: “Per noi il caso è chiuso”

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Ue, irritazione e ironia su Berlusconi "A chi chiedo il permesso di parlare?"
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BRUXELLES “A quale presidente dovrei chiedere il permesso di parlare?”, così il commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari Joaquìn Almunia, è tornato sull’intemerata di Berlusconi contro i commissari Ue che secondo lui non dovrebbero parlare. Irritazione mascherata dall’ironia, dunque, alla conferenza stampa dell’Ecofin.

A togliere Almunia dall’imbarazzo è intervenuto quindi il presidente di turno dell’Econfin, il ministro delle finanze svedese Anders Borg, che ha affermato: “Spero che la Commissione continui a rispondere in modo trasparente”. “Persino in italiano” ha aggiunto ancora Almunia, a mo’ di conclusione.

In Europa, dunque, nonostante il portavoce del presidente Barroso avesse dichiarato il “caso chiuso”, l’attacco del premier italiano ha lsciato degli strascichi. Il portavoce della Commissione Ue Johannes Laitenberger in mattinata aveva sminuito il caso. “E’ stato il frutto di un malinteso sorto su alcune dichiarazioni; penso che la situazione sia stata chiarita”, aveva detto. Però poi aveva ribadito la collegialità dell’esecutivo europeo ed ha poi sottolineato come Barroso sia un “sostenitore intransigente” delle prerogative delle istituzioni europee. La Commissione Europea, ha proseguito, lavora con i mass media in modo “trasparente e aperto”. E’ un “diritto-dovere”, ha aggiunto Laitenberger, che deriva da quanto previsto nei trattati.

Mentre il ministro degli Esteri italiano aveva rilanciato la linea del premier. “Credo – aveva detto Frattini – che il presidente della Commissione e il suo portavoce possano assumere un più forte coordinamento verso i mezzi d’informazione”.

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2 settembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/immigrati-11/frattini-commissione/frattini-commissione.html?rss

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I socialisti pressano Barroso, a caccia di consensi per la riconferma
Schulz ha intimato al leader della Unione di “reagire immediatamente e in prima persona”

“Un attacco al cuore dell’Europa”
l’ira di Bruxelles contro il Cavaliere

Un veto italiano potrebbe affossare il presidente uscente della Commissione Ue

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dall’ inviato di Repubblica ANDREA BONANNI

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"Un attacco al cuore dell'Europa" l'ira di Bruxelles contro il Cavaliere
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BRUXELLES – Credevano di esserci ormai abituati, in Europa, alle sparate di Berlusconi. E credevano anche che il fenomeno, per quanto sgradevole, potesse essere controllato e contenuto. E’ dai tempi in cui, inaugurando la presidenza italiana dell’Unione, diede del “kapò” all’eurodeputato socialista tedesco Martin Schulz e dei “turisti della democrazia” agli altri europarlamentari, che da Bruxelles si guarda al leader della destra italiana con condiscendente disprezzo. E’ dai tempi delle barzellette scollacciate sciorinate durante i vertici europei, delle battute fuori luogo come quella sulla presidentessa finlandese, delle corna in occasione della foto di famiglia: un maleducato, certo, ma tutto sommato inoffensivo nella sua volgare esuberanza.
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Da ieri, però, anche l’Europa sta cominciando a ricredersi. E a intravedere quanto sia forte la carica eversiva che si nasconde dietro questi modi da avanspettacolo. Nessuno, in oltre mezzo secolo di vita dell’Unione, si era mai spinto a minacciare pubblicamente di bloccare il funzionamento delle istituzioni pur di togliere ai commissari europei il diritto di esprimersi sulle materie di loro competenza e, se del caso, di criticare i governi.
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Berlusconi lo ha fatto, scambiando evidentemente la Commissione per uno dei tanti giornali che vorrebbe zittire a colpi di querele. Certo, nella storia europea si sono avute minacce di veto e anche lunghi periodi di paralisi dovuti ai “niet” di questo o quel governo. De Gaulle, con la politica della “sedia vuota”, bloccò per mesi la macchina europea. Ma lo fece su una controversa questione di principio per difendere il diritto di veto della Francia.
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Nessuno, finora, aveva mai evocato la minaccia di far saltare il tavolo comunitario pur di zittire le possibili critiche di Bruxelles al suo governo. “Nessun capo di governo aveva mai avuto la faccia tosta di chiedere pubblicamente le dimissioni di un commissario, anche perché non ha il potere di ottenerle. Tutta la costruzione europea si basa sull’indipendenza della Commissione dai governi nazionali. Un attacco all’autonomia della Commissione è un attacco al cuore stesso dell’Europa: credo che il premier italiano abbia scelto con cura il proprio bersaglio”, osserva Martin Schulz, che dopo gli insulti ricevuti da Berlusconi (e magari anche grazie ad essi) è stato eletto a capo del gruppo socialista al Parlamento Europeo.

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Di certo, la sortita del presidente del Consiglio è meno improvvisata di quanto le circostanze possano far pensare. Non è un caso che, anche se apparentemente innescata dalle dichiarazioni di Bruxelles sulla questione immigrazione, arrivi poche ore dopo che il portavoce di Barroso, interrogato sulle querele di Berlusconi contro i giornali europei, aveva ribadito quanto la Commissione tenesse alla libertà di espressione, “valore fondamentale dell’Unione”. E non è certo un caso che l’attacco si manifesti in un momento in cui la Commissione è particolarmente debole e vulnerabile. Il suo presidente, Manuel Barroso, deve essere riconfermato dai governi e dal Parlamento europeo: un veto italiano potrebbe affossarlo. Berlusconi si è già vantato pubblicamente di averlo fatto eleggere la prima volta. Ora evidentemente vuole di nuovo umiliarlo di fronte a tutta l’opinione pubblica europea approfittando della scadenza del suo mandato.
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Quella che si presenta adesso al presidente della Commissione è in effetti una “alternativa del diavolo”. Se risponde a questo attacco senza precedenti contro l’indipendenza della Commissione, Barroso rischia la poltrona. Se tace, fa la figura del lacché di un governo screditato agli occhi di tutta l’Unione. E’ per questo che i socialisti, sempre per bocca di Schulz, gli hanno intimato di “reagire immediatamente e in prima persona a questo inaudito attacco contro le istituzioni europee”.
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Le prime dichiarazioni del suo portavoce, Leitenberger, non sembrano però orientate in questo senso. Un anno fa, di fronte ad una ennesima sparata di Berlusconi, che già allora se la prendeva contro “le esternazioni” dei commissari, Barroso aveva risposto con durezza: “Siamo una istituzione indipendente, non il segretariato degli stati membri”. Ma allora non doveva preoccuparsi della riconferma. Oggi è più vulnerabile. E Berlusconi ne approfitta.
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In effetti, la rabbia del leader della destra italiana contro l’Europa, la sua indipendenza e le sue regole, non è nuova. Un anno fa aveva annunciato la sua volontà di “dare un drizzone” alle istituzioni. E ancora prima dell’estate era tornato più di una volta sull’argomento, pronosticando che “la nuova Commissione Ue non dovrà consentire ai singoli commissari di fare dichiarazioni pubbliche su quelle che sono le relazioni che devono avere con i governi”.
Il livore che il presidente del Consiglio dimostra nei confronti dei commissari europei ricorda molto quello di cui fa sfoggio da tempo contro i magistrati italiani. Qualsiasi potere indipendente che sfugga al controllo della politica intesa come “dittatura della maggioranza” costituisce per Berlusconi un ostacolo insopportabile. E l’Europa, con le sue regole e i suoi principi, pone oggettivamente un limite al suo potere in Italia: una cosa che Berlusconi non sembra ormai disposto a tollerare.
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2 settembre 2009
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SALUTE – Aspartame e Stevia… Il Complotto

La Stevia Rebaudiana Bertonii dolcifica trecento volte più dello zucchero
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By
Archimede

on 17.07.09 17:58 |

November 2 2007 day 22 - Who's your sugar daddy?

Image by DeathByBokeh via Flickr

Aspartame e Stevia… Il Complotto

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Vi riportiamo un’anteprima di un’intervista preparata dal team de La Leva di Archimede per una trasmissione che sarebbe dovuta andare in onda su La7 all’interno del programma COMPLOTTI. Purtroppo, all’ultimo momento é stato annullato il servizio dedicato all’aspartame.

Ci teniamo comunque a rendervi partecipi del nostro lavoro.

Un grazie speciale a Ivan che ha dedicato il suo tempo e il suo cervellone(!) a questo progetto facendo nuovamente da “portavoce” alla nostra Associazione.

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Cos’è l’Aspartame?

L’aspartame, nome in codice E951, è un dolcificante artificiale composto da un 40% di acido aspartico, dal 50% di fenilalanina e da un 10% di metanolo. E’ stato scoperto casualmente da un ricercatore della casa farmaceutica GD Searle nel 1965 che stava studiando un nuovo farmaco anti-ulcera. Possiede le stesse calorie dello zucchero ma il suo potere dolcificante è 180 volte superiore, per questo motivo è utilizzato da chi vuole ridurre l’apporto di calorie nella propria dieta. Lo ritroviamo infatti nella maggior parte degli alimenti e bevande ‘light’ o senza zucchero.

L’aspartame è pericoloso?

Secondo le autorità ufficiali quali FDA (Food and Drugs Administration), il JEFCA (comitato misto FAO/OMS di esperti per la valutazione degli additivi alimentari), l’SCF (comitato scientifico per l’alimentazione), l’EFSA (l’autorità europea per la sicurezza alimentare) ed altri ancora, l’aspartame non è pericoloso ed è quindi utilizzabile e commerciabile.

Gli studi indipendenti, tra cui quello della Fondazione Europea Ramazzini, sostengono invece che l’aspartame è causa di tumori e altri disturbi della salute.

Quando e da chi è stata chiesta l’autorizzazione per la commercializzazione dell’aspartame in USA? E in Europa?

L’autorizzazione all’utilizzo dell’aspartame è stata richiesta all’FDA per la prima volta nel 1973 dalla casa farmaceutica G.D. Searle, acquisita dalla Monsanto nel 1985. Per quanto riguarda l’Europa, l’aspartame è stato dapprima approvato in alcuni stati membri quali la Francia e l’Inghilterra nei primissimi anni ’80 per poi essere approvato definitivamente a livello comunitario nel 1994. In Europa la valutazione sui rischi dell’aspartame è stata effettuata dall’SCF (Comitato scientifico per l’alimentazione) e dall’EFSA, il quale parere ha poi dato l’ok per l’approvazione presso la commissione e il parlamento europeo.

Come è stato approvato? E che ruolo ha avuto Rumsfeld nell’approvazione dell’aspartame da parte dell’FDA?

Donald Rumsfeld ha ricoperto alcune tra le più alte cariche, tra le quali quella di presidente della casa farmaceutica GD Searle nel periodo tra il 1977 fino alla sua cessione alla Monsanto nel 1985 da cui ricavò circa 12 milioni di dollari. Inoltre Rumsfeld è stato ministro della difesa sotto la presidenza Ford e successivamente per quella di Bush, ma ricoprì molti incarichi anche sotto la presidenza di Ronald Reagan il quale mandato presidenziale va dal 1981 al 1985, gli anni in cui l’aspartame è stato approvato definitivamente.

Ma l’iter dell’approvazione dell’aspartame è stato lungo e tortuoso ed è cominciato molti anni prima, precisamente nel 1973 su richiesta della casa farmaceutica GD Searle. La sua prima approvazione fu concessa dall’FDA nel 1974 ma solo per quanto riguarda i cibi liofilizzati. Nel periodo che va dal 1974 al 1980 gli studi della GD Searle sono stati messi in dubbio da una task force interna della FDA e dalla PBOI (commissione pubblica d’inchiesta) con dei “rimpalli” continui tra commissioni e comitati scientifici fino a che nel 1980 la stessa Commissione Pubblica d’Inchiesta (PBOI) revocò l’approvazione del 1974 dichiarando che erano necessari altri studi per determinare se l’aspartame fosse causa o meno di tumori al cervello. Nel 1981 Ronald Reagan mette a capo dell’FDA Arthur Hayes che stabilisce una commissione per rivedere le problematiche e la decisione del Comitato Pubblico d’Inchiesta (PBOI). Questa commissione non raggiunse un consenso sulla sicurezza dell’aspartame ma alla fine invertì la decisione del Comitato Pubblico d’Inchiesta e riapprovò l’uso dell’aspartame per gli alimenti liofilizzati. Da questo ne scaturì la sua successiva approvazione per l’utilizzo nelle bevande gassate. Nello stesso ’83 in seguito a questa approvazione venne nuovamente obiettata la sicurezza facendo nuovamente richiesta per una commissione di indagine che questa volta l’FDA negò. Così il suo utilizzo venne approvato nel 1984 anche nei multi-vitaminici e da li a breve in tutti gli alimenti.

Se la stessa FDA riconosce la nocività dell’aspartame, come mai è ancora in commercio?

E’ in commercio perché nessuno ha interesse a toglierlo. Credo che l’aspartame sia una fonte di guadagno inestimabile per le case farmaceutiche e per i suoi produttori, sia in termini di vendita del prodotto, sia per il fatto che l’aspartame ha la potenziale capacità di creare centinaia di migliaia di nuovi malati per ogni anno di permanenza sul mercato.

La lobby dell’aspartame agisce attivamente per evitare che il dolcificante sia bloccato? In caso affermativo, in che modo agisce questa lobby? E da chi è composta?

Crediamo che se l’aspartame è ancora presente sul mercato nonostante studi scientifici come quello della Fondazione Europea Ramazzini e nonostante le continue segnalazioni di effetti collaterali e dubbi espressi a livello mondiale, una qualche forte fonte di attiva influenza ci deve pure essere. La lobby agisce principalmente sugli organi legislatori facendo pressione su quale studio debba essere preso in considerazione e quale no. Agisce attraverso l’influenza dei media. Agisce spendendo miliardi in risorse come le società PR che gestiscono l’immagine e le situazioni di crisi delle lobby stesse. Agiscono spendendo soldi sulla realizzazione di studi definiti scientifici a supporto delle loro tesi e sulla loro successiva ‘campagna di approvazione’ presso gli organi preposti, la pubblicazione su riviste scientifiche e le campagne pubblicitarie. Le lobby di cui stiamo parlando sono le lobby farmaceutiche, tra le più potenti al mondo, le stesse lobby che hanno portato sull’orlo del collasso le economie di tutto il mondo succhiando risorse a partire dai sistemi sanitari locali fino agli enti internazionali. Ci piacerebbe sapere per cosa usano tutti questi soldi.

Un esempio concreto di azione di una lobby pro-aspartame: nel 2005, una campagna anti-aspartame nello stato americano del Nuovo Messico (New Mexico) sollevò la questione sulla dannosità dell’aspartame per la salute davanti al Comitato Farmaceutico e al Comitato per il miglioramento dell’ambiente in quello stato. Per bloccare questo procedimento che avrebbe potuto forzare l’FDA ad agire, il produttore dell’aspartame, la ditta giapponese Ajinomoto, e un gruppo di pressione finanziato dall’industria, il cosiddetto Calory Control Council (“Consiglio per il controllo delle calorie”) intervennero, ognuno con l’appoggio di studi d’avvocati influenti, per intimare a questi comitati che era meglio bloccare ogni azione in merito all’aspartame. Stroncarono così sul nascere un procedimento che avrebbe potuto dare voce a persone che soffrono di effetti negativi ed avrebbe potuto dare inizio a restrizioni sull’uso di aspartame in Nuovo Messico.

Che tipo di conseguenze può avere l’uso dell’aspartame sulla salute dei consumatori?

I danni provocati dall’uso a lungo termine dell’aspartame possono essere molto vari e molto gravi, in alcuni casi mortali. Si estendono dai disturbi della vista alle emicranie, fino ad arrivare alla leucemia e ai linfomi. I sintomi riportati e denunciati all’FDA sono circa 92.

Come dicevamo l’aspartame è composto da metanolo, acido aspartico e fenilalanina.

E anche se le autorità scientifiche dicono che non sono sostanze che possono provocare accumulo nel corpo umano c’è una larga letteratura scientifica che dimostra il contrario. Il metanolo e i suoi sottoprodotti (acido formico e formaldeide) sono altamente tossici per il nostro organismo anche a bassissimi dosaggi e sono veleni che vengono accumulati nel nostro organismo. Analizzando uno studio spagnolo del 2000 dove marcarono radioattivamente l’aspartame si poté osservare la formaldeide legarsi al DNA ed è risaputo che quando questo avviene è poi molto difficile rimuoverla. E’ vero che il metanolo lo troviamo in natura, ma dove è presente, è presente anche il suo antagonista, l’etanolo, il quale contrasta la sua tossicità. Stesso meccanismo per la fenilalanina, è vero che si trova in altri alimenti, ma si trova accompagnata da altri aminoacidi che inibiscono la sua tossicità in caso di reiterata e indiscriminata assunzione.

Se guardiamo alla letteratura neuro-chirurgica c’è un significativo aumento di un certo tipo di tumori, così come l’esplosione di tutte le malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, l’autismo, ADD, fibromialgia, sclerosi multipla, il Parkinson e molte altre delle quali la comunità scientifica non si spiega l’aumento. Tutte queste malattie hanno in comune una disfunzione dell’attività dei neuroni nel cervello. Secondo il Dottor Russell Blaylock, autore del libro “Excitotoxins – The Taste That Kills” le sostanze isolate (fenilalanina e acido aspartico) che fanno parte dell’aspartame sono da considerarsi “eccitotossine”, cioè sostanze che sovraeccitano il cervello, esaurendo e sbilanciando la normale attività dei neuroni. Questa azione dannosa è confermata dalla prevalenza di effetti “mentali” dell’aspartame, mal di testa, problemi di memoria, disorientamento, disturbi motori.

A seguito di questi studi l’EFSA ha condotto ulteriori verifiche sull’Aspartame?

Credo che l’EFSA non abbia condotto studi per proprio conto ma sia altresì un ente preposto all’analisi degli studi che riguardano argomenti di futura legislazione da parte del Parlamento e della Commissione Europea. Quindi analizza i risultati degli studi condotti da altri e li convalida o meno secondo i loro canoni scientifici.

Cos’è la Stevia?

La Stevia Rebaudiana è una piccola pianta originaria del sud america, utilizzata già da secoli per le sue proprietà dolcificanti e curative. La capacità dolcificante di questa pianta straordinaria è pari a circa 300 volte quella dello zucchero e tra le sue caratteristiche principali ci sono: quella di non contenere calorie, di non alterare il livello di glucosio nel sangue, di non essere tossica, di inibire la formazione delle carie e delle placche dentali, di non causare il diabete e a differenza dell’aspartame può essere utilizzata per cucinare senza subire alterazioni della sua struttura molecolare.

Questa pianta potrebbe contribuire in maniera rilevante alla lotta contro il diabete, l’obesità, l’ipoglicemia, alla sindrome del deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD) e molte altre problematiche legate alla salute.

Da chi è stata chiesta l’autorizzazione per la sua commercializzazione?

La richiesta più recente risale al 2007 fatta dalla EUSTAT (European Stevia Association) che ha presentato due richieste, una per il riconoscimento della stevia come ingrediente alimentare e una per il riconoscimento dello stevioside come additivo alimentare. Queste richieste sembrano essere ancora al vaglio dell’EFSA. Precedentemente erano state fatte altre richieste da alcuni privati che volevano commercializzare il prodotto ma sono state tutte scartate dal Comitato Scientifico dell’alimentazione (SCF). Dopo lo scandalo della mucca pazza che scosse la Commissione europea forzando le dimissioni di tutta la commissione in blocco, si varò una nuova legge detta “novel foods”. In pratica, ogni sostanza alimentare che non era già stata utilizzata in modo esteso e per lungo tempo in Europa, diventava soggetta ad approvazione secondo le linee guida di questa nuova normativa “novel foods”. La procedura era complicata e richiedeva molti studi scientifici. La stevia fu il primo caso di una pianta per la quale veniva richiesta una valutazione. Era il 1998 e il richiedente fu una università belga. Sembra che sia stata solo una richiesta per fare un test sul funzionamento della nuova legge. La valutazione fu fatta e la richiesta respinta perché “non erano sufficienti i dati scientifici che la accompagnavano”.

In lingua inglese, la conclusione della valutazione: http://ec.europa.eu/food/fs/sc/scf/out36_en.html

Da recenti notizie online sembrerebbe che a gennaio di quest’anno, la Eustat abbia avuto un colloquio con la Cargill e la Morita per inviare all’EFSA un’unica richiesta di approvazione della Stevia. Speriamo che in questo caso valga il detto l’unione fa la forza!

Perchè il suo utilizzo in Europa non è stato autorizzato?

Fino ad ora l’SCF ha basato le sue conclusioni sostenendo la carenza di studi critici di carattere scientifico e sulle discrepanze degli studi a loro disposizione. La Commissione ha concluso che in base ai dati attualmente disponibili la sostanza non è accettabile come dolcificante.

Secondo alcuni la sua approvazione sarebbe stata bloccata dai produttori di dolcificanti, è possibile questo?

E’ sicuramente una forte concorrente dell’aspartame. Se fosse possibile commercializzare la Stevia una volta riconosciuto il suo valore chi comprerebbe più prodotti contenenti aspartame? E poi, si perderebbe il guadagno su tutta quella gente che si ammala a causa dell’utilizzo dell’aspartame, ricordiamoci che stiamo parlando di case farmaceutiche.

Che ruolo giocano i produttori dell’aspartame nel boicottaggio della stevia come prodotto alimentare?

Essenzialmente lo stesso ruolo che giocano per far si che l’aspartame rimanga in commercio: influenzano gli organi legislatori e scientifici con valutazioni poco obiettive degli studi che di volta in volta vengono proposti.

A che punto sono gli studi per l’approvazione della Stevia?

Credo che siamo ad un buon punto. In fin dei conti questa pianta è stata utilizzata per secoli dai ‘curanderos’ paraguaiani e brasiliani e si stima che oggi la utilizzino centinaia di milioni di persone.

Oggi la stevia è coltivata e utilizzata come alimento nei paesi asiatici, in Cina (1984), Korea, Tailandia e Malesia, nel sud dell’America, Brasile, Colombia, Perù, Paraguay, Uruguay e anche in Israele.

Anche l’FDA americana ha concesso l’approvazione di uno dei due principi contenuti nella stevia.

Rimaniamo anche molto fiduciosi per quanto riguarda l’Europa.

E’ da considerare che il recente nulla osta dell’FDA americana per due dolcificanti basati su estratti dalla stevia è stato dato dopo che due multinazionali di bevande gassate hanno deciso che serviva un dolcificante naturale in alternativa all’aspartame. Si andò avanti per anni con un uso limitato della stevia, ma tutto cambiò quando la Coca Cola e la Pepsi decisero che per le nuove bevande “light” serviva la stevia.

Come si comporta l’EFSA riguardo a prodotti approvati prima della sua istituzione?

L’EFSA ha ereditato tutti i lavori precedentemente effettuati dall’SCF, gli studi sui prodotti precedentemente approvati vengono analizzati e rivisitati se lo ritengono necessario ossia se esce un nuovo studio sull’argomento oppure se gli viene chiesto dalla Commissione EU.

L’EFSA conduce degli studi interni sugli alimenti o analizza solo quelli che le vengono presentati?

Il gruppo opera su richiesta di consulenza scientifica da parte dei responsabili della gestione dei rischi o su propria iniziativa. Generalmente la Commissione europea si rivolge all’EFSA per questioni specifiche. Le richieste spesso riguardano procedimenti di autorizzazione, nel corso dei quali la Commissione europea domanda all’EFSA di valutare la sicurezza di una sostanza, oggetto di domanda da parte di un’azienda. La Commissione, inoltre, può chiedere che l’EFSA esamini la sicurezza di sostanze specifiche alla luce di nuove informazioni scientifiche e/o condizioni suscettibili di cambiamento.

L’EFSA non ha la possibilità di condurre studi propri. Valuta studi scientifici che vengono portati alla sua attenzione.

Qual è l’iter per l’autorizzazione di un prodotto?

Qualsiasi nuovo additivo deve essere approvato dalla Commissione Europea. Il procedimento prevede che la Commissione europea, ricevuta la documentazione, la inoltri alla Commissione scientifica per la sicurezza degli alimenti (SCF) fino al 2002, attualmente alla EFSA. La EFSA ricevuta la documentazione, analizza gli studi e inoltra la sua opinione, positiva o negativa alla Commissione che approva o nega l’approvazione del prodotto.

Le industrie a loro volta possono allegare alla richiesta i loro studi sul prodotto in questione.

Il JECFA, come l’EFSA, è un autorità per la sicurezza degli alimenti, però a differenza dell’EFSA opera a livello internazionale. L’EFSA prende in considerazione anche le opinioni del JECFA.

Che tipo di collaborazione c’è tra EFSA e case produttrici?

L’EFSA dichiara esplicitamente l’indipendenza degli esperti scientifici che fanno parte del comitato scientifico. Dichiarano inoltre che vigilano costantemente sui potenziali conflitti. Sul sito riportano in chiaro le dichiarazioni di Interesse dove abbiamo trovato che alcuni membri del comitato lavorano sia per l’EFSA, sia per altri comitati scientifici, tra i quali abbiamo notato il comitato scientifico della Ajinomoto (multinazionale produttrice dell’Aspartame), della CocaCola in Francia, e della Glaxo.

Per le stesse dichiarazioni dell’EFSA è normale che i loro esperti possano formare la loro esperienza solo lavorando attivamente nel loro settore di specializzazione.

L’Efsa è un vero garante o è pilotato dalle aziende?

E’ difficile definire se l’EFSA sia un vero garante quando valuta come “accettabili” solamente gli studi che negano la tossicità dell’aspartame. Il nostro parere è che un’agenzia europea dovrebbe approfondire un tale argomento valutando seriamente tutti gli studi sull’aspartame e non solo quelli finanziati dalle multinazionali. In gioco c’è la nostra salute, di studi sulla tossicità dell’aspartame ce ne sono molti e ci sembra strano e sospetto che questo dolcificante stia ancora sul mercato.

Inoltre, nel 2008 è stata presentata alla Commissione Europea una petizione intitolata: “L’importanza dell’imparzialità tra l’EFSA e la sicurezza alimentare nell’Unione Europea” che mette in dubbio l’imparzialità e l’obiettività delle valutazioni dell’EFSA riguardo agli studi sugli OGM. Alcuni, accusano l’EFSA di basarsi esclusivamente sulla scienza di parte (ossia advocacy science) che, per definizione è parziale, selettiva e influenzata.

Quanto conta l’importanza di chi propone il prodotto alle autorità che autorizzano un nuovo prodotto?

L’importanza economica conta molto, purtroppo. Al momento della richiesta di approvazione di un nuovo ingrediente, vengono richiesti degli studi per verificare la sicurezza dell’alimento. Questi studi costano un vero patrimonio, una società di piccole dimensioni non è in grado di affrontarne la spesa, dunque, o si tira indietro oppure cerca di portare l’attenzione delle multinazionali sull’alimento. Come è successo con la Stevia. Fino a qualche anno fa nessuno voleva approvare la Stevia in quanto si diceva che non vi erano abbastanza studi a riguardo. Ora che l’aspartame ha perso un po di terreno le multinazionali hanno trovato il modo di far approvare dalla FDA un dolcificante a base di rebiana, un estratto della stevia. La Coca-Cola e la Pepsi c’hanno messo lo zampino e questo ha pesato molto nell’approvazione dell’FDA.

Ci può raccontare degli studi effettuati per dimostrare la nocività dell’aspartame?

C’è uno studio molto interessante fatto dal Dr Walton del centro di medicina comportamentale e del dipartimento di Psichiatria dell’università dell’Ohio, che prendendo in esame degli studi sull’aspartame che vanno dal 1970 al 1998, evidenzia che di 166 studi, 74 erano finanziati dalla Nutrasweet e 92 erano studi indipendenti. Il 100% degli studi finanziati dall’industria hanno supportato la sicurezza dell’aspartame mentre il 92% degli studi indipendenti ha individuato dei problemi.

Per quanto riguarda i due studi della Fondazione Europea Ramazzini sono davvero unici nel loro genere, e pensare che la loro unicità è stata l’argomento di invalidazione da parte dell’EFSA, il che ci fa un po’ riflettere sui loro parametri scientifici.

Il primo studio pubblicato nel 2006 è stato effettuato su 1800 ratti ai quali venne somministrato aspartame già dalla ottava settimana di vita fino alla morte naturale, momento in cui venivano poi sottoposti ad autopsia. Il risultato fu che anche somministrando dei dosaggi equivalenti a 20 mg/kg l’incidenza dei linfomi, leucemie e tumori era notevolmente aumentata.

Il secondo studio è stato effettuato su 400 topi cominciando la somministrazione direttamente al 12° giorno di gravidanza fino alla morte naturale.

Anche in questo secondo studio è stato sottolineato l’aumento dell’incidenza dei linfomi e delle leucemie con aggiunta del carcinoma mammario nelle femmine, e in più rispetto al primo studio i ratti hanno sviluppato i tumori precocemente.

Quello che è stato contestato in questi due studi è la durata dello studio fino alla morte naturale del topo. Solitamente gli studi vengono condotti fino al secondo anno di età della cavia e quindi i topi vengono uccisi intorno alla 110° settimana per condurre gli esami. Ma visto e considerato che nell’uomo l’80% dei tumori vengono diagnosticati dopo i 55 anni di vita ci sembra essenziale analizzare anche dal punto di vista scientifico e statistico anche l’ultimo periodo di vita dei topi.

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A cura di La Leva di Archimede
Ivan Ingrillì, Amanda Adams e Sepp Hasslberger

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fonte:  http://www.laleva.org/it/2009/07/aspartame_e_stevia_il_complotto.html#more


SCIENZA & SALUTE – Zanzare, l’ultimo mistero: “Pungono meno gli stressati”

I ricercatori inglesi: se ci logoriamo produciamo un olezzo “chimicamente scoraggiante”

Ora l’obiettivo è creare lo spray ideale anti-pungiglioni

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di ALESSANDRA RETICO

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<b>Zanzare, l'ultimo mistero<br/>"Pungono meno gli stressati"</b>
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ALMENO a una cosa serve questo dannato stress: allontana le zanzare. Era noto che molti odori umani fossero particolarmente sgradevoli all’insetto, sì insaziabile ma di buon naso. Ora alcuni scienziati, che da anni lavorano sull’argomento, hanno aggiunto alla lista delle emanazioni naturalmente repellenti anche questo: l’aroma della nostra umana fatica fisica e nervosa. Quando ci logoriamo, produciamo un olezzo che chimicamente parlando scoraggia le punture. I ricercatori inglesi del Rothamsted Research sono arrivati a questa curiosa conclusione dopo aver identificato tra i 300 e i 400 nostri effluvi quelli che attraggono o respingono gli antipatici morsi. Alcuni, tra cui quelli legati incontestabilmente allo stress, sono risultati presenti in concentrazioni significativamente maggiori. Questione di pelle, di chimica, di feromoni. Come al solito, ma anche diverso: i nervi tesi ci salvano anche un po’, emanando sapori ostili. Che gli scienziati provano ora a sintetizzare per ottenere anti-zanzare più efficaci e sicuri di piastrine, spray e presunti miracoli vari.
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Magari. Finalmente una spiegazione al perché nella stessa serata all’aria aperta alcuni rimangono vittima di assalti e altri la sfangano allegramente. Osservazione empirica sulla quale ha studiato dagli anni ’90 il chimico americano Ulrich Bernier del Dipartimento dell’Agricoltura concludendo che biossido di carbonio e acido lattico sono tra le attrattive maggiori per gli insetti. Respiro e sforzo muscolare, dunque tutti potenziali prede, ma perché alcuni più di altri? Al Rothamsted il professor Logan risponde: gli inattraenti producono più sostanze chimiche respingenti.

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Perché non è solo una questione di prurito, ma anche di malattia e morte: 500 milioni di casi di malaria ogni anno al mondo, e tra questi un milione di morti, oltre a febbre del Nilo, febbre gialla e altre patologie. Al momento i repellenti più efficaci e comuni contengono il DEET (dietilmetilbenzamide), che è risultato essere tossico per il sistema nervoso. Circa 200 milioni di persone lo usano ogni anno e 8 miliardi di dosi sono state applicate negli ultimi 50 anni. Né mangiare aglio in quantità industriali, assumere dove possibile vitamina B1 o cospargerci e strofinarci di verdure e spezie pare abbia alcun fondamento scientifico. Le abbiamo provate tutte, ma noi alle zanzare piacciamo comunque.
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Chi più e chi meno, appunto. È da qui che sono ripartiti gli studiosi utilizzando una tecnica conosciuta con il nome di “gas cromatografia-elettroantennografia”: scomposizione degli odori nei loro elementi costitutivi e ricomposizione delle molecole isolate. Da alcuni volontari che hanno infilato la mano in un tubo pieno di insetti, hanno potuto prelevare dai meno punti il sudore e isolare le molecole che fanno da naturale anti-zanzare. Due i repellenti umani rintracciati, uno somiglia a una specie di acetone per le unghie, l’altro è stato chiamato geranylacetone e sembra avere un odore fruttato e gradevole. L’esatta formula chimica non è stata rivelata, trattative in corso con case produttrici di spray e pomate. Potremmo immaginare lo slogan: “Aumenta il tuo stress e scoraggia la zanzara!”. Il professor Logan ammette che i soggetti stressati producono questi ingredienti in maniera naturale anche se il perché non è chiaro, un’ipotesi è che ci sia una causa genetica. Molte domande rimangono sospese, mentre loro pungono, ma si può già ora presupporre un futuro in cui una pillola ci farà “fabbricare” l’antidoto necessario.
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In attesa della stress pill, un gruppo di entomologi dell’Università della California a Riverside hanno scoperto due sostanze naturali che impediscono alle zanzare di rilevare l’anidride carbonica nella nostra saliva e quindi di “baciarci” mortalmente, mentre altri studi al Monell Chemical Senses Center di Philadelphia si stanno concentrando sui gusti sanguigni delle zanzare. Dolce o acido chissà, ma certo gli piace se ci viene amaro.
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2 settembre 2009
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Berlusconi o ‘La strategia della menzogna’

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IL COMMENTO

La strategia della menzogna

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di EZIO MAURO

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POICHE’ la sua struttura privata di disinformazione è momentaneamente impegnata ad uccidere mediaticamente il direttore di “Avvenire”, colpevole di avergli rivolto qualche critica in pubblico (lanciando così un doppio avvertimento alla Chiesa perché si allinei e ai direttori dei giornali perché righino dritto, tenendosi alla larga da certe questioni e dai guai che possono derivarne) il Presidente del Consiglio si è occupato personalmente ieri di “Repubblica”: e lo ha fatto durante il vertice europeo di Danzica per ricordare l’inizio della Seconda guerra mondiale, dimostrando che l’ossessione per il nostro giornale e le sue inchieste lo insegue dovunque vada, anche all’estero, e lo sovrasta persino durante gli impegni internazionali di governo, rivelando un’ansia che sta diventando angoscia.
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L’opinione pubblica europea (ben più di quella italiana, che vive immersa nella realtà artefatta di una televisione al guinzaglio, dove si nascondono le notizie) conosce l’ultima mossa del Cavaliere, cioè la decisione di portare in tribunale le dieci domande che “Repubblica” gli rivolge da mesi. Presentata come attacco, e attacco finale, questa mossa è in realtà un tentativo disperato di difesa.
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Non potendo rispondere a queste domande, se non con menzogne patenti, il Capo del governo chiede ai giudici di cancellarle, fermando il lavoro d’inchiesta che le ha prodotte. È il primo caso al mondo di un leader che ha paura delle domande, al punto da denunciarle in tribunale.
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Poiché l’eco internazionale di questo attacco alla funzione della stampa in democrazia lo ha frastornato, aggiungendo ad una battaglia di verità contro le menzogne del potere una battaglia di libertà, per il diritto dei giornali ad indagare e il diritto dei cittadini a conoscere, ieri il Premier ha provato a cambiare gioco. Lui sarebbe pronto a rispondere anche subito se le domande non fossero “insolenti, offensive e diffamanti” e fossero poste in altro modo e soprattutto da un altro giornale. Perché “Repubblica” è “un super partito politico di un editore svizzero e con un direttore dichiaratamente evasore fiscale”.
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Anche se bisognerebbe avere rispetto per la disperazione del Primo Ministro, l’insolenza, la falsità e la faccia tosta di quest’uomo meritano una risposta.
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Partiamo da Carlo De Benedetti, l’editore di “Repubblica”: ha la cittadinanza svizzera, chiesta come ha spiegato per riconoscenza ad un Paese che ha ospitato lui e la sua famiglia durante le leggi razziali, ma non ha mai dismesso la cittadinanza italiana, cioè ha entrambi i passaporti, come gli consentono la legge e le convenzioni tra gli Stati. Soprattutto ha sempre mantenuto la residenza fiscale in Italia, dove paga le tasse. A questo punto e in questo quadro, cosa vuol dire “editore svizzero”? È un’allusione oscura? C’è qualcosa che non va? Si è meno editori se oltre a quello italiano si ha anche un passaporto svizzero? O è addirittura un insulto? Il Capo del governo può spiegare meglio, agli italiani, agli elvetici e già che ci siamo anche ai cittadini di Danzica che lo hanno ascoltato ieri?
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E veniamo a me. Ho già spiegato pubblicamente, e i giornali lo hanno riportato, che non ho evaso in alcun modo le tasse nell’acquisto della mia casa che i giornali della destra tengono nel mirino: non solo non c’è stata evasione fiscale, ma ho pagato più di quanto la legge mi avrebbe permesso di pagare. Ho versato infatti all’erario tasse in più su 524 milioni di vecchie lire, e questo perché non mi sono avvalso di una norma (l’articolo 52 del D. P. R. 26 aprile 1986 numero 131, sull’imposta di registro) che, ai termini di legge, mi consentiva nel 2000 di realizzare un forte risparmio fiscale.
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Capisco che il Premier non conosca le leggi, salvo quelle deformate a sua difesa o a suo privato e personale beneficio. Ma dovrebbe stare più attento nel pretendere che tutti siano come lui: un Capo del governo che ha praticato pubblicamente l’elogio dell’evasione fiscale, e poi si è premurato di darne plasticamente l’esempio più autorevole, con i quasi mille miliardi di lire in fondi neri transitati sul “Group B very discreet della Fininvest”, sottratti naturalmente al fisco con danno per chi paga le tasse regolarmente, con i 21 miliardi a Bettino Craxi per l’approvazione della legge Mammì, con i 91 miliardi trasformati in Cct e destinati a non si sa chi, con le risorse utilizzate poi da Cesare Previti per corrompere i giudici di Roma e conquistare fraudolentemente il controllo della Mondadori. Si potrebbe andare avanti, ma da questi primi esempi il quadro emerge chiaro.
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Il Presidente del Consiglio ha detto dunque ancora una volta il falso, e come al solito ha infilato altre bugie annunciando che chi lo attacca perde copie (si rassicuri, “Repubblica” guadagna lettori) e ricostruendo a suo comodo l’estate delle minorenni e delle escort, negando infine di essere malato, come ha rivelato a maggio la moglie. Siamo felici per lui se si sente in forze (“Superman mi fa ridere”). Ma vorremmo chiedergli in conclusione, almeno per oggi: se è così forte, così sicuro, così robusto politicamente, perché non provare a dire almeno per una volta la verità agli italiani, da uno qualunque dei sei canali televisivi che controlla, se possibile con qualche vera domanda e qualche vero giornalista davanti? Perché far colpire con allusioni sessuali a nove colonne privati cittadini inermi come il direttore di “Avvenire”, soltanto perché lo ha criticato? Perché lasciare il dubbio che siano pezzi oscuri di apparati di sicurezza che hanno fabbricato quella velina spacciata falsamente dai suoi giornali per documento paragiudiziario?
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Se Dino Boffo salverà la pelle, dopo questo killeraggio, ciò accadrà perché la Chiesa si è sentita offesa dall’attacco contro di lui, e si è mossa da potenza a potenza. Ma la prossima preda, la prossima vittima (un magistrato che indaga, una testimone che parla, un giornalista che scrive, e fa domande) non avendo uno Stato straniero alle spalle, da chi sarà difeso? L’uomo politico passato alla storia come il più feroce nemico della stampa, Richard Nixon, non ha usato per difendersi un decimo dei mezzi che Berlusconi impiega contro i giornali considerati “nemici”. Se vogliamo cercare un paragone, dobbiamo piuttosto ricorrere a Vladimir Putin, di cui non a caso il Premier è il più grande amico.
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2 settembre 2009
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