Archivio | settembre 3, 2009

Censurato da Einaudi (per le critiche rivolte a Berlusconi), Saramago trova un nuovo editore / Saramago: “La corruzione non importa a nessuno”

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José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998, si è congedato dai lettori del suo «Quaderno», un blog che lo scrittore portoghese aveva aperto su internet il 15 settembre 2008, alimentandolo con articoli in cui ha offerto opinioni e riflessioni personali sui più disparati argomenti, da quelli esistenziali all’attualità.

Saramago ha raccolto nel giugno scorso gli articoli pubblicati durante i primi sei mesi della sua attività da blogger ne «Il Quaderno», un libro che in Italia è stato censurato dalla Einaudi per le critiche rivolte al suo editore, Silvio Berlusconi, e che riflette lo spirito critico del suo autore verso il presidente del Consiglio.

La versione italiana sarà pubblicata da Bollati Boringhieri.

All’età di 85 anni, Saramago aveva fatto scalpore presentando un anno fa il suo blog personale sul sito della fondazione a lui dedicata, il cui primo articolo era una dichiarazione di amore per la città di Lisbona. «I quaderni di Saramago» su internet si sono ispirati a «I quaderni di Lanzarote», l’opera autobiografica ambientata nelle Canarie dove lo scrittore risiede dal 1993. «Addio», annuncia Saramago ai suoi lettori del blog, aggiungendo che non farà nient’altro di simile su internet per dedicarsi da ora in poi esclusivamente a scrivere solo romanzi: «sinceramente non credo di ripetere questa esperienza».

Come spiega lo stesso autore premiato con il Nobel, la ragione di questo abbandono risiede nella necessità di dedicare tutto il suo tempo alla scrittura di un nuovo romanzo, di cui ha già in testa la trama. Intanto, invita gli estimatori a leggere un suo imminente romanzo, «Caino», che sarà pubblicato in Portogallo il prossimo 17 ottobre e verrà presentato a livello internazionale alla Fiera del Libro di Francoforte, in programma dal 14 al 18 ottobre).

«Caino» propone una riflessione sul personaggio biblico della Genesi, che uccise il fratello Abele e che Saramago ha scelto come una sorta di «personificazione del male». Caino è presente nella Bibbia come il primo assassino della storia, uccidendo per gelosia il fratello, e il Nobel, noto per le sue posizioni anticlericali, coglie un’altra volta l’occasione per una polemica antireligiosa: «In fondo, è Dio il vero responsabile – ha sostenuto Saramago – Dio, che dovrebbe rispettare l’uno e l’altro, ha disprezzato uno dei fratelli e ha esaltato l’altro. L’attitudine di Dio è imperdonabile».

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Il blog di José Saramago

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fonte:  http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/cultura/2009/09/02/AMvmv7sC-censurato_saramago_einaudi.shtml

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Saramago

Saramago: “La corruzione non importa a nessuno”

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By Ambrogio Dionigi ⋅ giugno 29, 2009

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Il quotidiano spagnolo El Mundo intervista José Saramago

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traduzione di italiadallestero.info

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José Saramago ha raccolto gli articoli pubblicati durante i primi sei mesi della sua attività da blogger ne “Il Quaderno”, un libro che in Italia è stato censurato da Silvio Berlusconi e che riflette lo spirito critico del suo autore. “La corruzione non importa a nessuno”, sostiene l’autore in un’intervista realizzata via e-mail in occasione della pubblicazione de “Il Quaderno” (Edizioni Alfaguara).
Il libro, i cui incassi saranno devoluti alla Fondazione José Saramago che ospita il blog dello scrittore, sarà presentato dall’ottantaseienne Premio Nobel portoghese in un incontro con i blogger e aperto a tutti gli internauti del mondo, che si terrà il prossimo 25 [giugno, N.d.T.] a Lisbona.

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Domanda– La casa editrice italiana Einaudi, proprietà di Silvio Berlusconi, non pubblicherà “Il Quaderno” in quanto contiene critiche dirette al primo ministro italiano e magnate della comunicazione. Cosa ne pensa di questa decisione?

Risposta– Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Berlusconi è padrone e signore di Einaudi, era scontato che avrebbero preso una decisione contro l’impertinente scrittore che gli crea seccature. Bisogna ammettere che gli editori non potevano far altro che obbedire agli “ordini” del despota. I loro posti di lavoro sarebbero stati in pericolo se avessero deciso di pubblicare “il Quaderno”. Come minimo il giorno dopo si sarebbero ritrovati in mezzo a una strada.

D.– Cosa accadrà con l’edizione italiana de “Il Quaderno”?
R.– “Il Quaderno” sarà pubblicato in Italia dalla casa editrice Bollati Boringhieri che, grazie alla sua disponibilità, è diventata la mia nuova casa editrice. Per quanto riguarda Einaudi, non ho nulla contro gli editori, piuttosto contro il proprietario dell’azienda.

D.– Che conseguenze ha per la democrazia italiana il fatto che Berlusconi associ potere politico, economico e mediatico?
R.– Qualcuno ha detto che una metà della popolazione lavora per Berlusconi e che l’altra metà sogna di farlo. Questa è una delle cause del problema. L’altra, forse ancora più importante, è che la corruzione non importa a nessuno. Proprio adesso in Spagna un partito come il PP, minato dalla corruzione, è uscito incolume dalle elezioni europee.

D.– Come è possibile che la maggioranza degli italiani sostenga Berlusconi?
R.– La corruzione non è solo materiale, è anche morale. La perdita di valori è un fenomeno di massa. Probabilmente il fenomeno di massa che caratterizza questi tempi.

D.– Come sta andando l’avventura da blogger che ha intrapreso lo scorso mese di settembre?
R.– Meglio di quanto avrei potuto immaginare. Mi colpisce in particolare la velocità di risposta dei lettori e la sincerità che esprimono, come se fossimo tra colleghi…

D.– Che sensazione prova nel vedere raccolti ne “Il Quaderno” i testi che ha scritto per il suo blog?
R.– Mi risulta un po’ strano. Io non stavo scrivendo un libro, ed ecco che il libro appare, fatto e finito come se fosse stato progettato. La sensazione è che un’altra persona, che non sono io, abbia scritto queste pagine. Anche se quando le leggo non solo le sento mie ma penso anche che, come ho scritto sulla quarta di copertina, abbiano in qualche modo illuminato il cammino di giorno in giorno.

D.– In questi mesi lei ha commentato i principali fatti d’attualità internazionale. Ha scritto sulla crisi economica e sulla vittoria di Barack Obama. Come è cambiato il mondo in questo periodo?
R.– Abbiamo assistito alla caduta di un capitalismo che sembrava onnipotente ed eterno, di un mercato che avrebbe dovuto essere regolatore e dispensatore di benefici e democrazia. La cosa negativa è che la sinistra non ha avuto nessun ruolo in tutto questo. In questo momento il capitalismo sta cercando di salvare il salvabile, e ci riuscirà. La sinistra, invece, non sta facendo altro che dirigere la sua storica sconfitta.

D.– Gli articoli de “Il Quaderno” riportano tra l’altro la sua cronaca personale degli ultimi mesi in cui lei ha pubblicato un nuovo romanzo e ha presentato un film basato su una delle sue opere. Il blog l’ha aiutata a consolidare i rapporti con i suoi lettori?
R.– Bisognerebbe chiederlo a loro. In un certo senso nulla è cambiato nel mio lavoro. Quando scrivo non penso ai lettori, penso, si, a ciò che sto facendo e penso a farlo bene. C’è molto del lavoro di artigiano nel lavoro di scrittore.

D.– Come blogger, che funzione attribuisce ad Internet nello scambio di opinioni? Ha cambiato idea sulla rete?
R.– In questo momento credo che Internet abbia soltanto sfiorato la superficie di un auspicabile scambio di opinioni. Tutti credono di avere idee e rifiutano le gerarchie di pensiero che, lo vogliamo o no, esistono. La conclusione, quindi, è che tutto è uguale a tutto, si confondono i ruoli e il concetto di autorità. Ma si tratta di una confusione iniziale, il caos è un ordine da decifrare e anche in rete arriverà il giorno in cui si riuscirà a non confondere pan per focaccia.

D.– Lei nel suo blog è stato molto critico nei confronti di alcuni personaggi (Bush, Berlusconi, Aznar, Sarkozy), categorie professionali ( i banchieri) ed istituzioni (la Chiesa cattolica). Ha anche criticato duramente la sinistra. Durante la sua attività da blogger ha scoperto molti argomenti contro i quali bisognerebbe alzare la voce?
R.– Una vita intera non basterebbe. Dobbiamo limitarci agli argomenti verso i quali siamo più sensibili a patto di riuscire ad essere sufficientemente informati per avvalorare il nostro punto di vista. C’è troppa frivolezza in Internet, come dicevamo prima, non è necessario aggiungere anche la nostra. Effettivamente ho parlato delle persone di personaggi che non considero positivi, ma anche dei grandi del momento, di autori magnifici, di politici che come Obama rappresentano qualcosa di nuovo. E della gente che ha sacrificato parte della propria vita per renderci migliori come Rosa Park o Sigifredo López, o coloro i quali in Spagna cercano i loro morti nelle fosse comuni della Guerra Civile, o Rita Levi Montalcini, o Darwin che ha fatto in modo che capissimo meglio chi siamo.

D.– L’ultimo dei testi raccolti in questo volume è un omaggio a sua moglie, Pilar del Río, ispiratrice del blog. Come l’ha convinta ad intraprendere questa avventura in Internet?
R.– Ho resisitito giusto un po’, molto poco. Sono abituato a fidarmi delle idee di Pilar

16 giugno 2009

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fonte:  http://www.nientedigrave.it/2009/06/saramago-%E2%80%9Cla-corruzione-non-importa-a-nessuno%E2%80%9D/

Cile, 129 ordini d’arresto per gli agenti della polizia segreta di Pinochet

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ROMA (2 settembre) – Oppositori del regime di Pinochet scomparsi nel nulla. E agenti della polizia segreta (Dina) del dittatore sotto accusa. Ad emettere 129 ordini di cattura è stato il giudice cileno Victor Montiglio che sicuramente verrà ricordato. E’ la prima volta infatti che un numero così ampio di agenti viene ricercato in relazione all’assassinio di decine di militanti di sinistra negli anni della dittatura (1973-1990). Tra i destinatari dei provvedimenti molti ex militari e funzionari della sicurezza mai finiti davanti ad un tribunale.

DondeEstanLosDesaparecidos7.jpg image by Tiktaalik

Le accuse vertono sul ruolo avuti dai sospetti nelle operazioni di repressione del dissenso. La prima, denominata Condor, venne lanciata da Pinochet nella metà degli anni 70 in coordinamento con i governi di Argentina, Brasile, Bolivia, Paraguay e Uruguay. La seconda, denominata Colombo, ha portato nel 1975 all’assassinio di 119 attivisti cileni. Nel mirino dei giudici anche il caso di dieci militanti comunisti scomparsi nel 1976.

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=71750&sez=HOME_NELMONDO

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Augusto Pinochet

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Nel ’70 le sinistre cilene andarono al potere. Ciò irritò le destre a tal punto che queste prepararono un colpo di stato, portato a termine solo nel ’73. Augusto Pinochet, generale della giunta militare attuò nell’ottobre del 1973 il golpe militare, provocando la morte del Presidente Salvador Allende.

Durante la sua feroce dittatura che va dal 1973 al 1990, furono torturate, uccise e fatte barbaramente sparire almeno tremila persone, gli uomini di Unidad Popolar, la coalizione di Allende, militanti dei partiti comunista, socialista e democristiano, accademici, professionisti  religiosi, studenti e operai.

La caratteristica peculiare del golpe cileno è quella della trasparenza.  Non come la repressione argentina che si caratterizza come notturna, buia, tacita, un incubo. Nessun prigioniero per la città, i militari andavano a prendere i nemici politici in casa e li portavano con sé, nelle case di tortura o negli hangar, nei garage. Quella cilena è una repressione en plein air, senza nascondersi. E’ una forma di  caudillismo  ispano – americano per ostentare la propria grandezza. Addirittura i giornalisti di tutto il mondo vengono convocati  all’Estadio  Nacional  di Santiago trasformato dai militari in un immenso campo di prigionia. Il giovane generale Pinochet, infatti, aveva trasformato gli stadi in enormi prigioni per rinchiudere migliaia di dissidenti. Riportiamo la lista dei 1.198 desaparecidos (persone torturate, uccise e fatte sparire, il più delle volte caricate narcotizzate in aerei militari e gettate vive nell’Oceano) durante la dittatura militare , elencata nel sito ufficiale dei Familiari dei Detenuti Scomparsi del Cile. Insieme alle altre persone torturate e uccise, compongono le oltre 30.000 vittime di uno dei regimi più crudeli della seconda metà del XX secolo. Importanti sono le testimonianze del giornalista Italo Moretti nel suo libro sul Cile e sugli anni bui della dittatura, e l’intervista alla figlia dello scomparso Presidente Allende.

La “caduta” di Pinochet, fino a poco tempo fa considerato in Cile un intoccabile (negli ambienti militari ha ancora numerosi seguaci), è iniziata il 22 settembre del 1998, quando l’ex generale andò a Londra per una operazione chirurgica. Amnesty International e altre organizzazioni chiesero subito il suo arresto per violazione dei diritti umani. Pochi giorni dopo il giudice spagnolo Baltasar Garzon emise un mandato di cattura internazionale, chiedendo di incriminare il generale per la morte di cittadini spagnoli durante la dittatura cilena. A sostegno di questa richiesta si espressero le sentenze dell’Audiencia Nacional di Madrid e della Camera dei Lords di Londra, richiamandosi al principio della difesa universale dei Diritti dell’Uomo e stabilendo rispettivamente che la Giustizia spagnola era competente per giudicare i fatti avvenuti durante la dittatura militare in Cile – dal momento che si tratta di “crimini contro l’umanità” che colpiscono, come soggetto giuridico, il genere umano nel suo insieme – e che i presunti autori di gravi delitti contro l’umanità, come muralla.jpg (39869 byte) appunto Pinochet, non godono di immunità per i loro crimini, neanche se si tratta di capi di Stato o ex capi di Stato.

Purtroppo, il Ministro dell’Interno del Regno Unito, il laburista Jack Straw, il 2 marzo 2000 decise di liberare Pinochet e di permettere il suo ritorno in Cile, negando quindi l’estradizione e adducendo “ragioni umanitarie”: un’espressione che suonò come un insulto alla memoria e al dolore dei familiari delle migliaia di vittime della sua dittatura.
A Santiago il giudice Guzman continua la sua inchiesta contro Pinochet, ma il vecchio ex dittatore resiste in tutti i modi per non essere portato davanti a un tribunale del suo Paese, quel Cile che per oltre vent’anni ha dominato col pugno di ferro.

A distanza di più di un anno da quella vergognosa decisione, che permise a Pinochet di tornare nel suo paese da uomo libero e sembrò mettere la parola fine alle speranze di sottoporlo a processo per i suoi crimini, la tenacia del giudice Juan Guzman ha aperto la strada a un percorso inimmaginabile fino a pochi mesi fa: stavolta è direttamente il Cile a voler processare il suo dittatore, aprendo una pagina memorabile nella storia della lotta per la giustizia, per la verità, per i diritti umani.


LINKS

http://www.desaparecidos.org/chile/ il sito più completo con numerosi links sull’argomento

http://www.memoriaviva.com/Desaparecidos/desaparecidos.htm

http://utenti.worldonline.it/outis/desparecodos.html la storia del poeta Juan Gelman

http://www.lettera22.com/ux/news/America_Latina/Cile/ news sul CIle e Pinochet

dal sito http://members.xoom.it/xemu/vaticano/pinochet.htm articoli dell’Espresso sull’atteggiamento del Vaticano nei confronti di Pinochet.

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fonte:  http://www.webghighi.com/old/web/cile/pinochet.htm

SCUOLA – Sud, gli aspiranti presidi rinunciano ai posti al Nord

In Lombardia 67 poltrone vuote, altre in Piemonte e Veneto
In Puglia, Sicilia e Campania 240 idonei senza sede

Dopo il diktat di Vicenza liberi 150 posti

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di SALVO INTRAVAIA

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Sud, gli aspiranti presidi rinunciano ai posti al Nord
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ROMA – I presidi del meridione snobbano le poltrone al Nord. La temuta invasione nelle regioni settentrionali di capi d’istituto provenienti dal Sud quest’anno non c’è stata. Tantissimi aspiranti meridionali alla dirigenza scolastica, nonostante la disponibilità dei posti nelle regioni padane, hanno preferito continuare a respirare l’amica aria di casa piuttosto che spostarsi al Nord. A costo di rimetterci il posto da dirigente scolastico. Ambiente ostile, magari determinato dalle ultime uscite della Lega, accidia o altro? E’ difficile dirlo. Sta di fatto che l’anatema lanciato un mese e mezzo fa dal consiglio provinciale di Vicenza contro i presidi non autoctoni ha centrato l’obiettivo. La mozione Martini, dal nome dell’assessore alla scuola (Morena Martini, Pdl) che l’ha presentata, puntava il dito contro le commissioni giudicatrici dei concorsi a preside delle regioni meridionali. Le quali, nell’espletare il concorso, hanno reso idonei un numero di candidati in esubero ben superiore al 10 per cento dei posti disponibili. Con la conseguenza che negli anni successivi questi idonei hanno percorso l’Italia verso Nord alla ricerca di sedi libere.
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Ora le preferenze degli interessati sono cambiate. I calcoli che descrivono l’nconsueta carenza di pretendenti alla poltrona di capo d’istituto in quattro regioni settentrionali, all’indomani di tutte le nomine in ruolo, li ha fatti la Flc Cgil. Per comprendere l’anomalia della situazione basta guardare i numeri a dare un´occhiata a quello che è successo l’anno scorso. Dopo mesi di tira e molla con i sindacati, lo scorso 31 luglio il ministero annuncia l’immissione in ruolo di 647 neodirigenti scolastici e comunica i singoli contingenti regionali. Ad attendere il provvedimento sono gli idonei agli ultimi tre concorsi banditi su scala regionale: in prevalenza meridionali rimasti nella loro regione senza sede. Qualche giorno dopo, il ministero comunica anche i posti disponibili per la cosiddetta “fase interregionale”: la possibilità offerta con un decreto milleproroghe agli idonei rimasti senza posto nella propria regione di richiederne un’altra. L’anno scorso, i posti disponibili nelle regioni settentrionali vennero quasi tutti occupati da meridionali. Quest’anno, le cose sono andate diversamente: in Lombardia 67 poltrone sono rimaste vuote. Stesso discorso per Piemonte, Veneto e Liguria. In Veneto, ad esempio, su 37 presidenze disponibili ne sono state occupate appena 9. E dire che in Campania, Sicilia e Puglia ci sono ancora circa 240 idonei senza sede che avrebbero potuto chiedere una delle 150 sedi rimaste libere al Nord. Ma non lo hanno fatto.

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3 settembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-12/presidi-rinuncia/presidi-rinuncia.html

LUMIA (PD): DALLA CHIESA VENNE ISOLATO E FU FACILE BERSAGLIO

PAROLE SANTE..

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Roma, 2 set. (Adnkronos) – ”Non vogliamo rassegnarci alla ”burocratizzazione” della memoria dell’omicidio del generale Dalla Chiesa, quasi come se fosse morto di cause naturali. Dalla Chiesa, infatti, fu ucciso da quella mafia che colludeva con ampi settori della politica e dell’ economia”. Lo sostiene il senatore del Pd Giuseppe Lumia, che aggiunge: ”quella stessa mafia che oggi e’ ancora forte cosi’ come lo sono i suoi legami col mondo delle istituzioni, dell’imprenditoria e della finanza”.

”E’ chiaro -afferma Lumia- che Dalla Chiesa venne deliberatamente esposto e isolato, divenendo in questo modo un facile bersaglio per Cosa nostra. Invece di lasciarsi andare alla retorica, il modo giusto per rendere presente, fecondo il suo sacrificio sarebbe quello di cercare realmente di individuare tutte le responsabilita’ politiche che resero possibile il suo omicidio”.

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fonte:  http://www.libero-news.it/adnkronos/view/177188

SESSO E BUGIE – Su Avvenire le dieci verità di Boffo: «Ecco le deformazioni del Giornale» / Feltri. Uahahahahahah

«La persona molestata ha querelato ignoti: conosceva la mia voce, sapeva che non ero io»

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In dieci punti la smentita di Boffo alle accuse del quotidiano di Vittorio Feltri

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MILANO – Dino Boffo racconta la sua verità. Il direttore di Avvenire, attraverso le pagine dello stesso quotidiano, pubblica oggi un testo articolato in dieci punti, allo scopo di chiarire definitivamente i contorni della vicenda giudiziaria che lo ha visto coinvolto nel 2001 e che nei giorni scorsi è stata richiamata dal Giornale diretto da Vittorio Feltri per un duro attacco contro quello che era stato definito il «supermoralista». La querelle tra il quotidiano della famiglia Berlusconi e il direttore del giornale dei vescovi italiani va avanti ormai da una settimana. E oggi Boffo decide di condensare nelle sue dieci risposte la smentita alle accuse a lui rivolte. Ecco di seguito ampi stralci del dossier («Dieci falsità: le deformazioni del Giornale e la realtà dei fatti) pubblicato da Avvenire.

«1) Boffo “noto omosessuale” e protagonista di una “relazione” con un uomo sposato segnalata in atti del Tribunale di Terni. Questo – scrive Avvenire – è stato affermato dal Giornale sulla base di una lettera anonima diffamatoria, definita falsamente “nota informativa” di matrice giudiziaria e fatta altrettanto falsamente assurgere addirittura alla dignità di risultanza “dal casellario giudiziario” che in realtà, come ogni altro atto del procedimento, non conteneva alcun riferimento alle “inclinazioni sessuali” e a “relazioni” del direttore di Avvenire. Lo ha confermato il gip di Terni Pierluigi Panariello il 31 agosto: Nel fascicolo riguardante Dino Boffo non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali

«2) Boffo “attenzionato” dalla Polizia di Stato per le sue “frequentazioni”. Anche questa affermazione, grave e ridicola al tempo stesso, è tratta non da atti giudiziari ma dalla stessa lettera anonima che il Giornale ha utilizzato per il suo attacco a Boffo. La schedatura è stata smentita dal ministro dell’Interno dopo pronta verifica fatta compiere nella struttura centrale e periferica della pubblica sicurezza.

«3) Boffo “querelato” da una signora di Terni. A Terni fu sporta denuncia/querela non contro Boffo, ma contro ignoti da soggetti che ben conoscevano Boffo e la voce di Boffo e che, quando hanno scoperto che era stato ipotizzato il coinvolgimento del cellulare in uso al suo ufficio, hanno rimesso la querela.

«4) Ci sono “intercettazioni” che accusano Boffo. Solo la lettera anonima parla di intercettazioni. Agli atti, invece, ci sono tabulati dai quali emergono telefonate partite da una delle utenze mobili che erano nella disponibilità di Boffo. Il gip di Terni Panariello lo ha confermato il 31 agosto.

«5) Boffo ha dichiarato di “non aver mai conosciuto” la donna di Terni colpita da molestie telefoniche. Come già detto, Boffo conosceva i destinatari delle telefonate, i quali, dunque, conoscevano la sua voce. Il Giornale non può, tuttavia, nella sua montatura accettare un elemento antitetico alla sola idea della colpevolezza di Boffo.

«6) Boffo si è difeso indicando un’altra persona come coinvolta in una storia a sfondo “omosessuale”. L’omosessualità in questa vicenda è stata pruriginosamente tirata in ballo dall’estensore della famigerata “informativa” anonima e dal Giornale che ha coagulato l’attacco diffamatorio proprio su questo punto. Boffo ha solo e sempre dichiarato ai magistrati di essere arrivato alla conclusione che quel telefono cellulare, che era nella disponibilità sua e del suo Ufficio, fosse stato utilizzato da una terza persona che si trovava nelle condizioni lavorative per farlo. Il gip di Terni ha dichiarato che tale pista sul piano giudiziario non è stata “approfondita” perchè non “ritenuta attendibile da chi indagava”, il quale evidentemente non conosceva i tempi e gli orari della professione giornalistica.

«7) Nelle telefonate attribuite a Boffo ci sarebbero state “intimidazioni” e “molestie” a sfondo “sessuale”, anzi “omossessuale”. E sarebbero state accompagnate da “pedinamenti”. Le affermazioni del Giornale sono prive di fondamento. Boffo si è sempre dichiarato estraneo a una vicenda nella quale, anche presa solo come è stata presentata, sul piano giudiziario non include “pedinamenti” nè molestie legate alla sfera “sessuale”. L’appiglio per chi ha cercato di far circolare un’idea opposta giace nel fatto che agli atti c’è un riferimento ad “allusioni” a “rapporti sessuali” Ma, ha specificato il gip di Terni il primo settembre, ‘tra la donna e il suo compagno”.

«8) Boffo in qualche modo ammise di essere colpevole e diede incarico al suo legale di “patteggiare” la pena. Boffo non ha patteggiato alcunchè e ha sempre rigettato l’accusa di essere stato autore di telefonate moleste. Ha considerato a lungo la questione giudiziaria ternana senza sostanziale importanza, in particolare successivamente alla remissione di querela sporta dalle persone interessate, tanto che in occasione della ricezione del decreto penale di condanna – lo si ribadisce: successivamente alla remissione di querela da parte delle interessate – non si rivolse ad alcun legale. Boffo non aveva dato soverchio peso al decreto in questione, in quanto l’aveva ritenuto una semplice definizione amministrativa, conseguente agli effetti della remissione.

«9) Boffo ha reso pubbliche “ricostruzioni” della vicenda. Boffo non ha reso pubblica alcuna ricostruzione della vicenda e ciò che Avvenire ha pubblicato è sotto gli occhi di tutti. Nessun’altra persona, nessun particolare, nessun ente e istituzione è stato indicato, citato o chiamato in causa dal direttore di Avvenire. Boffo nonostante il pesantissimo attacco diffamatorio del Giornale non intende consegnare niente e nessuno al tritacarne mediatico generato e coltivato dal Giornale. Sul Giornale anche a questo proposito si scrive il contrario. È l’ennesima dimostrazione di come su quella testata si stia facendo sistematica e maligna disinformazione.

«10) La “nota informativa” non è una lettera anonima diffamatoria e una “patacca” ma il contenuto del decreto penale relativo alla vicenda di Terni. La cosiddetta “informativa” è un testo gravemente diffamatorio contro Boffo di incerta (per ora) origine, ma sicuramente non scritto in sede giudiziaria nè per sede giudiziaria e non attinente alla vicenda ternana alla quale è stato surrettiziamente “appiccicato” all’interno di una missiva anonima dopo essere stato ideato allo scopo. Sul Giornale i giornalisti autori dell’aggressione contro il direttore di Avvenire continuano, persino dopo i chiarimenti intervenuti, a sostenere la sua autenticità. Dire che è una “patacca”, secondo costoro, sarebbe una “bugia”. E questo è comprensibile visto che la campagna diffamatoria incredibilmente ingaggiata dal Giornale si basa, sin dall’inizio, sulle gravissime affermazioni e deformazioni contenute in quel testo anonimo».

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3 settembre 2009

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_03/boffo_dieci_risposte_avvenire_55918e88-9866-11de-b8d4-00144f02aabc.shtml

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22 agosto 2009, in Marco Travaglio

Feltri. Uahahahahahah

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Mosca tzé tzé
da Antefatto.it

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Scrive Littorio Feltri nell’editoriale d’esordio sul Giornale che è tornato a dirigere dopo averlo lasciato nel dicembre del 1997: “Con il cuore, non me n’ero mai andato”. Uahahahahahah. Feltri se ne andò 12 anni fa dopo che il Cavaliere aveva definito “incidente gravissimo” il suo articolo di prima pagina in cui chiedeva scusa a Di Pietro per averlo calunniato per due anni con le fandonie su inesistenti tangenti di D’Adamo e Pacini Battaglia: “Caro Di Pietro, ti stimavo e non ho cambiato idea”. Seguivano due paginoni in cui il Giornale di Feltri si rimangiava quei due anni di campagne antidipietriste: “Dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro”, “Di Pietro è immacolato”, “dei famigerati miliardi di Pacini” non ha visto una lira, dunque la campagna del Giornale era tutta una “bufala”, una “ciofeca”, una “smarronata” perché la famosa “provvista” da 5 miliardi non è mai esistita. Insomma Feltri confessava di aver raccontato per ben due anni un sacco di balle ai suoi lettori. E lo faceva proprio alla vigilia delle elezioni suppletive nel collegio del Mugello, dove Di Pietro era candidato al Senato per il centrosinistra contro Giuliano Ferrara e Sandro Curzi. In cambio di quella ritrattazione e di un risarcimento di 700 milioni di lire, l’ex pm ritirò le querele sporte contro il Giornale, tutte vinte in partenza. Furente Ferrara, furente Berlusconi. Così Feltri, spintaneamente, se ne andò. Non a nascondersi, come gli sarebbe capitato in qualunque altro paese del mondo. Ma a dirigere altri giornali: il Borghese, il Quotidiano nazionale di Andrea Riffeser (sei mesi prima aveva dichiarato all’Ansa: “Per carità! Conosco Riffeser da una vita e ogni volta che ci vediamo mi dice ‘Sarebbe bello se tu venissi con noi’, ma tutto finisce lì. Non sto trattando con nessuno. Ma tanto so già che nessuno ci crederà, comunque è così”).

Mentre usciva dal Giornale, Littorio sparò a palle incatenate contro i fratelli Berlusconi: “Provo un certo fastidio: per la causa comune mi sono esposto (alla transazione con Di Pietro, ndr), poi gli altri si sono ritirati e io sono rimasto con la mia faccina e tutti ci hanno sputato sopra. La cosa non ha fatto per niente piacere. Così si rompe un rapporto di fiducia… Mi sono trovato da solo e ho le ferite addosso e il morale a terra” (Ansa,10 novembre 1997). E il Cavaliere gli diede del bugiardo: “Feltri ha detto ultimamente qualche piccola bugia, però è ampiamente scusato” (Ansa, 7 dicembre 1997).

Feltri ora ricorda la sua prima esperienza (dal 1994 al ’97) di direttore del Giornale, “ereditato da Indro Montanelli” e si appella ai “lettori che già furono miei e di Montanelli prima che cedesse a corteggiamenti progressisti”. Uahahahahahah. In realtà Montanelli non cedette ad alcun corteggiamento progressista: rimase l’uomo libero che era sempre stato. E Feltri non ereditò un bel niente: semplicemente prese il suo posto (dopo averlo a lungo negato) quando Berlusconi mise in condizione Montanelli di andarsene perché “non volevo trasformarmi in una trombetta di Forza Italia” né Il Giornale che aveva fondato “nell’organo di Forza Italia”, come il Cavaliere pretendeva e come Feltri voluttuosamente accettò di fare. Montanelli, lungi dal ritenere Feltri il suo erede, lo disprezzava profondamente. Infatti il 12 aprile 1995 dichiarò al Corriere della sera: “Il Giornale di Feltri confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!”.

Ma il meglio Littorio lo dà quando racconta che ora “Il Giornale mi si è offerto garantendomi la libertà della quale ho bisogno per lavorare”, perché lui sarebbe “insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico”, e poi “questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi Il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”. Uahahahahahah. Prima di lasciare Il Giornale nel 1997, Feltri chiese provocatoriamente a Berlusconi di venderglielo: “Ho fatto una proposta organica per l’acquisto del Giornale perchè non sono disposto a fare un quotidiano di partito. Se la famiglia Berlusconi la accetterà, bene, altrimenti potrei pensare di lasciare. Rimarrei solo a condizione di poter fare un giornale indipendente e non, come qualcuno evidentemente sperava, l’organo di Forza Italia o del Polo, di cui non mi frega niente. Se un deputato di Forza Italia come Roberto Tortoli chiede le mie dimissioni e nessuno lo smentisce, vuol dire che non è il solo a pensare che Il Giornale debba essere il quotidiano di Forza Italia. Sono stato costretto a questo passo dopo le ultime vicende che hanno umiliato la redazione e rischiano di far sentire al lettore l’esistenza di un cordone ombelicale che lega Il Giornale a Forza Italia. Io invece voglio fare un quotidiano indipendente e lo dimostrerò, quando ne avrò occasione, anche in modo clamoroso” (Ansa, 14 novembre 1997).

Oggi, nella fretta, Feltri dimentica di spiegare come mai a richiamarlo al Giornale sia stato un signore che non possiede nemmeno un’azione del Giornale, cioè il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, scavalcando l’editore, il fratello Paolo, informato come al solito a cose fatte. Se l’è lasciato sfuggire, come se fosse un dettaglio insignificante, lo stesso Littorio l’altra sera nella rassegna di regime di Cortina Incontra: “Il 30 giugno scorso ho incontrato Silvio Berlusconi. Ogni volta che lo vedevo mi chiedeva: ‘Ma quand’è che torna al Giornale?’. E io: ‘Sto bene dove sono’. Ma quel giorno entrò subito nei dettagli, fece proposte concrete e alla fine mi ha convinto”. Materiale interessante per le Authority che dovrebbero vigilare sui conflitto d’interessi, se non fossimo in Italia.

L’ultima parte dell’editoriale feltriano è una grandinata di insulti a Gianni Agnelli (possibile “furfante”, “vero peccatore”) per le ultime rivelazioni sui fondi neri in Svizzera. Una prova di coraggio da vero cuor di leone, visto che l’Avvocato è morto da tempo. Per la verità, che la Fiat e la famiglia Agnelli avessero montagne di soldi all’estero era già emerso nel processo intentato dai giudici di Torino ai vertici Fiat a metà degli anni 90, concluso con la condanna definitiva dell’allora presidente Cesare Romiti per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Ma all’epoca Agnelli era vivo e potente, dunque Feltri e il Giornale difendevano a spada tratta casa Agnelli e attaccavano i giudici che osavano processarla.

Visto che Il Giornale non è l’organo di Forza Italia né, men che meno, il megafono di Berlusconi, Littorio Feltri sul Giornale difende appassionatamente Papi dalle inchieste del gruppo Repubblica-Espresso. Che strano. Nel ’97, lasciando Il Giornale, lo stesso Feltri si profondeva in salamelecchi verso il gruppo Repubblica Espresso e il suo editore Carlo De Benedetti: “Non ho mai litigato con nessuno, tantomeno con De Benedetti, che ho sempre stimato e di cui credo di potermi definire da sempre amico. Quando si sposò, fummo l’unico giornale italiano a pubblicare la sua foto con signora. Ho ottimi rapporti anche… con Carlo Caracciolo e Eugenio Scalfari” (Ansa, 13 novembre 1997). Come passa il tempo.

La chiusa dell’editoriale di oggi è un capolavoro: “I neopuritani laici – scrive Feltri – non muovono un dito per deplorare quanto sta avvenendo sul fronte fiscale” a proposito dei presunti fondi neri di Agnelli in barba al fisco. Invece – aggiunge – “se un simile sospetto gravasse sulla testa di Berlusconi, i giornali non si occuperebbero d’altro”, anche perché “i soldi sottratti al fisco sono un danno allo Stato, ai cittadini che sono costretti a versare puntualmente denaro all’Agenzia delle Entrate”. Uahahahahahah. Il fatto è che un simile sospetto grava eccome sulla testa di Berlusconi, rinviato a giudizio dinanzi al Tribunale di Milano per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita per svariate centinaia di milioni di euro nascosti nei paradisi fiscali. Processo sospeso dal lodo Al Fano. Perché Littorio Feltri, questo campione della libertà di stampa “insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico”, questo pezzo d’uomo a cui “manca la stoffa del cortigiano” non se ne occupa con una bella inchiesta sul suo Giornale libero e bello? Uahahahahahah.

(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

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fonte: http://voglioscendere.ilcannocchiale.it/post/2317247.html


Il Cavaliere tra intercettazioni hard “delirio senile” e “sesso malato”

IL DOCUMENTO

Ecco la denucia di Berlusconi all’Unità
Trenta pagine per sostenere che il premier è stato “diffamato e calunniato”

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di LIANA MILELLA

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ROMA – No. Basta. Chi dice che Berlusconi è “un soggetto aduso a pretese iniezioni sui corpi cavernosi del pene oppure è affetto da problemi di erezioni” va punito. Lo ha scritto l’Unità il 13 luglio e il 6 agosto? Il premier, per mano del suo “legale rappresentante” a Roma avvocato Fabio Lepri, attacca il quotidiano, gli chiede tre milioni di euro di risarcimento, sostiene di essere stato ripetutamente “diffamato e calunniato”.
Trenta pagine, in due distinte citazioni per due numeri del giornale, che vengono scritte per sostenere un’unica tesi. Questa: “Berlusconi viene presentato come protagonista di telefonate hard, come persona che impone, a fronte di collocazioni nel consiglio dei ministri o candidature elettorali, pesanti prestazioni sessuali”. Affermazioni “false e lesive del suo onore, della sua reputazione, della sua immagine” scrive Lepri traducendo “l’indignazione del premier” in un atto giudiziario. Perché il presidente del Consiglio “viene presentato come soggetto che di certo non è”, visto che è descritto “come una persona con problemi di erezione, che fa ricorso a misteriose iniezioni, che in modo spregevole impone prestazioni non gradite e le baratta con posti di governo o candidature elettorali”. Insiste Lepri: “Il premier viene presentato come persona che intrattiene telefonate hard, poi intercettate, e i cui contenuti confermerebbero quanto sopra. E poi tenta di farle passare sotto silenzio, manipolando le televisioni, oppure per fini personali spingendo la Rai alla “guerra” contro Sky”.

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L’ossessione del delirio senile. L’avvocato Lepri traduce nelle citazioni contro l’Unità i leit motiv del Cavaliere. Scrive: “In scritti palesemente diffamatori, sia perché contengono falsità, sia perché sono comunque caratterizzati da forme insinuanti e diffamatorie, si presenta il dottor Berlusconi come persona affetta da una malattia, da un delirio senile di onnipotenza, che frequenterebbe perciò minorenni, parteciperebbe ad orge, incontrerebbe sessualmente prostitute e per tali attività non rispetterebbe neppure gli impegni istituzionali e opererebbe baratti col Vaticano per rifarsi una reputazione facendo approvare leggi contrarie agli interessi dei cittadini”.
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Sesso malato. Scrivendo ai giudici l’avvocato Lepri insiste: “L’Unità presenta Berlusconi come soggetto che di certo non è, ossia come una persona spregevole, “malata”, che per il sesso (peraltro a pagamento) trascura i propri impegni istituzionali, arrivando addirittura a frequentare minorenni. Comunque una persona che sfrutta la propria carica politica per fini personali, promuovendo leggi al solo fine di “ingraziarsi” il Vaticano”.
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“Silvio è un porco”. Il legale di Berlusconi contesta all’Unità di aver “recepito in toto facendole proprie le deliranti dichiarazioni” dell’ex parlamentare di Forza Italia Paolo Guzzanti, “aggiungendo del suo, condividendolo o addirittura utilizzandole per costruire altre falsità come la mendace “guerra” contro Sky”. Il quotidiano non avrebbe dovuto “addirittura riportare dettagli a sfondo erotico”. Contesta Lepri: “Si spazia da “rapporti anali non graditi”, a “ore e ore di tormenti in attesa di una erezione che non fa capolino”, da “discussioni sul prossimo set”, a “consigli fra donne su come abbreviare i tormenti di una permanenza orizzontale pagata come pedaggio””. Il tutto, ci tiene a ribadirlo il legale del premier, “è completamente falso” perché “il dottor Berlusconi è stato presentato coram populo come persona diversa dalla realtà, sia nel privato che nel pubblico, la di lui immagine è stata deformata con attribuzione strumentale di fatti del tutto falsi e di condotte riprovevoli”.
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Intercettazioni hard. È uno dei peggiori incubi del premier. Le telefonate “calde” intercorse tra lui e alcune delle sue ministre. Per cui l’avvocato Lepri accusa l’Unità di aver messo in piedi una “premeditata strategia” quando ha titolato in prima pagina “L’intercettato” e ha poi dato conto delle notizie di colloqui tra il capo del governo e le esponenti di Forza Italia poi entrate a palazzo Chigi. S’indigna Lepri quando legge: “Vi sarebbero nastri di “celebri intercettazioni telefoniche tra signorine poi diventate ministro rimaste sui tavoli delle scrivanie delle redazioni, dei ministeri, degli uffici parlamentari il tempo necessario, poco, ma sufficiente a essere letti, fotocopiati, spediti in allegato per email a decine di persone””.
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La D’Addario più di Silvio. “La reputazione del dottor Berlusconi è descritta come inferiore a quella di una prostituta”. Così scrive l’avvocato Lepri contro l’Unità contestando i resoconti sul caso della escort barese Patria D’Addario e prendendosela con il direttore Concita De Gregorio quando afferma che “sarebbe più integra la reputazione della D’Addario piuttosto che quella di un uomo di Stato che promette solennemente una somma concordata per chi muore di fame in Africa e poi ne dispensa solo il 3%, cioè niente”.
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3 settembre 2009
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Videocracy – 4 settembre

Locandina Videocracy - Basta apparire

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Abbiamo deciso di aderire all’iniziativa lanciata da Parole al vento per la diffusione di massa di questo film, di cui la RAI ha rifiutato di trasmettere il trailer.

Trama: Il film racconta dall’interno le conseguenze di un esperimento televisivo che gli italiani subiscono da 30 anni. Riesce ad ottenere accesso esclusivo alle sfere più potenti e rivela una storia significativa, derivata dalla spaventosa realtà della televisione italiana, un Paese in cui il passaggio da showgirl a Ministro per le Pari Opportunità è puramente naturale (tratto da trovacinema di repubblica)

Recensione: Cos’è la “videocrazia”? Secondo Erik Gandini, italiano d’origine e svedese di adozione, è il sistema di potere televisivo di cui l’Italia offre oggi l’esempio più consistente ed emblematico. Videocrazia non è esattamente un film su Berlusconi ma un film sull’Italia berlusconiana di lunga durata: fisiologicamente, sociologicamente e forse persino antropologicamente berlusconiana. L’Italia in cui, come afferma Nanni Moretti ne Il Caimano, «Berlusconi ha già vinto». Un’Italia trentennale, ossessionata dall’esibizionismo sessuale e dalla totale assenza di freni morali – con ogni probabilità anche molto incapace di guardarsi allo specchio – che viene restituita dallo sguardo attento di uno “straniero” sui generis, la cui relativa italianità gli ha consentito una conoscenza sul campo del fenomeno analizzato. Ma il suo film non rincorre l’attualità o lo scandalo. Non insegue la notizia o il gossip. Sviluppa piuttosto una distanza critica singolare rispetto alle circostanze e ai personaggi rappresentati o ai materiali di repertorio selezionati e assemblati: distanza critica fatta di straniamento e profondo sdegno allo stesso tempo (tratto da mymovies)

Purtroppo una ricerca in rete non ha permesso di trovare, al momento (però sono le 3 del mattino del 3, quindi magari in giornata le cose cambiano…), sale in cui sia prevista la proiezione di questo film, né a Pavia né a Milano. Verificheremo.

Intanto sia chiara una cosa: non basiamo il nostro giudizio del film sul trailer (a vederlo tutto potrebbe anche non piacerci!) ma semplicemente non condividiamo l’idea di far passare la censura. Con la scusa di un “pubblico variegato” e della “necessità di soddisfare i gusti di tutti” ci propinano banalità colossali e poi si permettono di non far passare qualcosa solo perché potrebbe non piacere al padrone del vapore? Non ci hanno convinto, non ci convinceranno mai. La loro libertà finisce dove comincia la nostra, no? Quindi ci vogliamo prendere la responsabilità di decidere con la nostra testa. Ora e sempre.