Archivio | settembre 4, 2009

Berlusconi insiste: io vittima, “povera Italia, quanta disinformazione” / Il 19 settembre, Tutti in piazza per difendere l’informazione

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Monta la polemica sulla libertà di informazione, dopo gli ultimi casi. A Berlusconi non piace la mobilitazione in vista del 19, quando si parlerà di autonomia della stampa. E così, attacca alla sua maniera, dipingendosi un po’ come vittima, un po’ aggredendo i giornalisti. Rispondendo a una domanda sulla conclusione del caso Giornale-Boffo, il premier dice di vedere tanta disinformazione:  “Credo che possiate leggere sui giornali di oggi tutto il contrario della realtà».

Qualche cronista rivolge al premier domande sul caso Feltri-Avvenire e Berlusconi si limita a dire: «abbeveratevi alla disinformazione di cui siete protagonisti. Povera Italia che ha un sistema informativo come questo».

Molte le reazioni, tra cui quella del segretario della Fnsi Siddi, che ha organizzato per il 19 settembre prossimo la manifestazione in difesa dell’autonomia dell’informazione: “«Dovremmo dire poveri noi, italiani», «non è sorprendente ma triste – prosegue – che, quasi ogni giorno, e anche oggi, il Presidente del Consiglio, legittimo capo del governo italiano, abbia da esternare contro la stampa del suo Paese. Non può pensare che siano cancellate le notizie, che siano annullati i confronti di idee, che non ci siano
turbamenti per quanto sta accadendo con questa continua denigrazione che, anche attraverso propaggini che proseguono in
altri terreni rispetto a quello politico, finisce per avvelenare il sistema».

«Il Presidente del Consiglio manifesta una profonda allergia per la funzione stessa dell’informazione, appena essa sia esercitata in maniera non servile. Anche per questo la manifestazione del 19 settembre, che la Fnsi propone alle organizzazioni sindacali e sociali assume un senso di riacquisizione diffusa dei valori di fondo che presiedono la libertà di tutti, che ha espressione fondante nell’informazione completa e plurale»: è quanto si legge in una nota della Federazione Nazionale della Stampa dopo l’attacco di Silvio Berlusconi all’informazione italiana.

«Non mi meraviglio delle parole di Berlusconi: la libertà di stampa che lui ammette è solo quella che passa dall’adorazione all’adulazione». Così il segretario del Pd, Dario Franceschini, commenta le parole del premier, Silvio Berlusconi, sulla stampa.
«Credo però che Berlusconi si dovrà ricredere – ha proseguito Franceschini – perchè la società italiana ha radici democratiche robuste e forti e saprà reagire a certi suoi attacchi».

Duro commento anche da Anna Finocchiaro: «Fa davvero effetto leggere le battute odierne del presidente del consiglio contro i giornalisti. si tratta di affermazioni al limite del ridicolo, che però, in queste ore suonano tragiche intimidatorie e mettono paura».
«Dopo quello che è avvenuto in queste ore, dopo le azioni contro repubblica e l’unità, dopo le ‘procuratè dimissioni di Dino Boffo da direttore dell’Avvenire in un paese in cui lui controlla quotidiani, decide le nomine dei direttori dei tg rai e possiede mediaset, sentirlo accusare il sistema dell’informazione di rovesciare la realtà fa davvero molto effetto».  I media di «tutta Europa e del mondo, da settimane criticano e tengono sotto osservazione l’operato suo e del suo governo, ma lui continua a fare la vittima. la sua sfrontatezza- conclude la presidente del gruppo del pd al senato- è pari ormai solo alla sua arroganza».

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4 settembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/politica/87997/berlusconi_insiste_io_vittima_povera_italia_quanta_disinformazione

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Libertà di informazione, si prepara la manifestazione del 19. Crescono le adesioni

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Crescono l’attesa e le adesioni in vista della manifestazione del 19 settembre, decisa dalla federazione nazionale della stampa per segnalare i rischi che corre la libertà d’informazione nel nostro paese. Le ultime vicende, il caso Boffo, le aggressioni di Berlusconi a Repubblica e Unità, l’insofferenza del premier e di una parte del governo alle critiche e allo stesso lavoro dei portavoce europei, peraltro difesi da Barroso, hanno fatto da detonatore a un tema che da tempo dovrebbe essere all’ordine del giorno. Nelle ultime ore le adesioni alla giornata di lotta decisa dalla federazione della stampa stanno crescendo in modo esponenziale. Oltre al Pd, che ha per primo sottolineato la necessità di una manifestazione sul tema, e agli altri partiti di opposizione, prendono posizione singole personalità, organismi, associazioni, sindacati. Cresce insomma la mobilitazione per l’appuntamento. Aderiscono anche i Verdi e Di Pietro, che però torna anche a chiedere una perizia psichiatrica per Berlusconi.

La Fiom ha dato la sua adesione: le tute blu di corso d’Italia esprimono «solidarietà e sostegno alle redazioni dei giornali, alle giornaliste e ai giornalisti querelati o fatti comunque oggetto di attacchi intimidatori e a tutti gli operatori dei mezzi di informazione e di comunicazione che lavorano per difendere un bene comune fondamentale: quello della democrazia sancito dalla costituzione».

«C’è da tempo una regia di intimidazione nei confronti della stampa libera, almeno di quella parte che non è già condizionata dal conflitto d’interessi». Lo ha detto oggi pomeriggio a Pisa nell’incontro con sostenitori della sua mozione il segretario del Pd Dario
Franceschini rispondendo ad una domanda dei giornalisti sulle dimissioni del direttore di Avvenire, Dino Boffo.  «Anche per questo – ha aggiunto Franceschini – io sono soddisfatto che ci sia una mobilitazione organizzata non da un partito ma da associazioni e sindacati a cui noi saremo presenti, perchè penso che la battaglia per la libertà d’ informazione non debba avere un colore politico, una bandiera, ma debba riguardare tutti quelli che hanno a cuore questi valori e questi principi che sono fondanti di ogni democrazia».

Persino un sondaggio di Sky, le cui risposte sono in genere sempre benevole verso le tersi di Berlusconi, indica che la maggioranza dei cittadini considera in pericolo la libertà d’informazione.

«Libertà di stampa da difendere». È l’appello lanciato dal presidente dell’Ordine dei giornalisti Lorenzo Del Boca, secondo il quale «questi sono davvero giorni terribili per la stampa e per i giornalisti che ci lavorano: l’insulto ha preso il posto delle riflessioni e le stesse notizie vengono ora amplificate ora mimetizzate per diventare funzionali a progetti ‘politicì che poco hanno a che vedere con il dovere di informare».

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3 settembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/87960/libert_di_informazione_si_prepara_la_manifestazione_del_crescono_le_adesioni

Ricerca, vittoria della Montalcini. Gelmini: «Il suo istituto non chiuderà»

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Dopo l’ipotesi di un possibile sfratto

«È troppo importante il lavoro dell’Ebri per pensare che le attività svolte dal centro possano interrompersi»

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ROMA – Un punto a favore della ricerca. E di Rita Levi Montalcini. Il suo istituto infatti, ha assicurato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini non chiuderà. «Ritengo troppo importante il lavoro dell’Ebri e del premio Nobel Rita Levi Montalcini per poter pensare che le attività svolte da questo centro di ricerca possano interrompersi. L’Ebri è un centro di eccellenza che va tutelato in qualsiasi modo» ha detto la Gelmini.

LA MONTALCINI: «NON ABBIAMO DEBITI»Rita Levi Montalcini è poi intervenuta, precisando «che l’Ebri non ha debiti verso terzi, neanche con la Fondazione S. Lucia, che ha dato in comodato la sede del Centro e che gestisce i servizi comuni». «Gli stipendi dei ricercatori e i relativi contributi previdenziali sono regolarmente versati ogni mese, come risulta dai documenti contabili dell’amministrazione. Probabilmente le notizie diffuse da alcuni organi di stampa – spiega il Nobel – servono a motivare un’azione nei nostri confronti del tutto ingiustificata».

TRE AZIONI CONTRO LO SFRATTO – La Fondazione Ebri per gli studi sul cervello creata dalla Montalcini rischiava di dover interrompere ogni attività entro il 30 settembre a causa dello sfratto. Per evitare che l’istituto di ricerca del premio Nobel sospenda il proprio lavoro, ha spiegato il ministro, sono già in atto tre azioni: la creazione di un tavolo tecnico tra il ministero, l’Ebri e la proprietà per verificare la possibilità che l’istituto possa continuare a lavorare nelle strutture che attualmente utilizza; il trasferimento in una sede alternativa (in questo caso, esistono già alcune ipotesi molto concrete per trasferire il centro in altre strutture) e infine, ha concluso la Gelmini, «è in via di erogazione il finanziamento del ministero da 485 mila euro, che ho già firmato e che attende il parere delle commissioni parlamentari, per consentire all’Ebri di proseguire gli studi e le attività di ricerca».

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4 settembre 2009

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_04/gelmini_istituto_montalcini_e1525870-9952-11de-b514-00144f02aabc.shtml

IL RAPPORTO DELL’UNIONE EUROPEA: Nel Canale di Sicilia 415 morti

I clandestini scomparsi in mare tentando di raggiungere l’Europa dall’inizio dell’anno

Sono 1274 i clandestini morti nel 2008 durante la traversata

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MARCO ZATTERIN
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
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4/9/2009
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I dati sui rifugiati al servizio della sicurezza e della lotta al terrorismo. Su proposta dell’Europarlamento e del Consiglio, cioè dei governi nazionali, la Commissione Ue si prepara a cambiare le regole di Eurodac, la banca dati in cui sono conservate le impronte digitali di chi chiede asilo politico nell’Unione. L’intenzione è rendere il database accessibile a tutte le autorità nazionali autorizzate, che potranno consultarle anche nel corso di inchieste su reati criminali gravi e di matrice politica. «Lo scambio di informazioni sarà più efficace», afferma il memorandum che accompagna la proposta. La quale, strada facendo, ribattezza il diritto d’asilo in «protezione internazionale». Non una differenza da poco.
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Dice il vero Jacques Barrot quando assicura che, davanti alla piaga dell’immigrazione clandestina, «la Commissione non è stata inattiva». Il titolare del portafoglio Giustizia, ormai a fine mandato, continua a lavorare a tempo pieno per dare una forma ai desiderata di europarlamentari e ministri. Mercoledì ha presentato il piano per la redistribuzione dei rifugiati. Ora sta limando l’intervento su Eurodac, 57 pagine di bozza per aprire gli archivi senza creare pericoli per chi è schedato. In autunno cercherà di svegliare gli stati timidi nei confronti della Politica comune per l’immigrazione, principalmente Austria e Germania, in modo da congedarsi senza rimpianti da Bruxelles.
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Le cifre nel complesso dicono che la situazione è grave, però si vedono segnali di miglioramento. Gli arrivi di irregolari sono fortemente calati nella prima metà dell’anno in Spagna (-38%), in Italia (-57%) e a Malta (-49%), mentre sono saliti in modo significativo in Grecia (+47%). Netto pure la diminuzione delle richieste di asilo: da noi sono scese del 12% nei primi due trimestri, eppure siamo il paese del fronte mediterraneo che ne accoglie di più (9.975).
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Il vero cruccio, registrano i tecnici della Commissione citando fonti non governative, è il bilancio delle vittime. Sarebbero 415 i morti nel canale di Sicilia sino a metà agosto, contro i 1274 dell’intero 2008. Secondo le medesime fonti, fra maggio e tre settimane fa, l’Italia avrebbe respinto verso la Libia 1216 persone fermate in acque internazionali. Troppa gente, «vuol dire che non si deve abbassare la guardia».
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I respingimenti sollevano per Barrot il problema dei «flussi misti», ovvero rifugiati e clandestini ordinari che finiscono sulla stessa barca. L’Ue esige che chi ha diritto all’asilo sia accolto e non allontanato indiscriminatamente. Quando accade nel Mediterraneo non è sempre chiaro e Barrot sta lavorando su un modus operandi. La riforma di Eurodac che sarà presentata nei prossimi giorni potrà essere d’aiuto. Attualmente ai richiedenti di asilo di almeno 14 anni vengono prese le impronte digitali. Ciascun dato biometrico viene inviato alla banca dati comunitaria. La Convenzione di Dublino prevede che si possa chiedere protezione solo in uno stato membro e, alla bisogna, l’Eurodac risponde alle richieste delle capitali per dire se una domanda è già stata presentata. Le singole autorità nazionali non hanno accesso diretto. Ora si cambia. «Stabilire in fretta l’esatta identità delle persona – promette Bruxelles – contribuisce a rendere più sicuri i rifugiati».
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La bozza che La Stampa ha avuto modo leggere modifica i criteri di accesso a Eurodac, stabilendo che gli stati avranno diritto di consultarlo anche nell’ambito di inchieste sul terrorismo e sulla criminalità organizzata. In pratica, gli uffici immigrazione di verificare direttamente se esiste un’altra istanza d’asilo. E gli inquirenti potranno cercare nei file dei richiedenti asilo anche le tracce di sospetti terroristi. Con dei limiti: serve un «caso ben definito» e «l’assenza di misure meno intrusive»; non si potranno effettuare «comparazioni di massa delle impronte»; i risultati dovranno essere avvallati dal parere di un esperto. Vista la cautela e le quantità di rassicurazioni che popolano il testo, è chiaro che Bruxelles teme di essere accusata di limitare i diritti dei rifugiati. Succederà, in questi casi è inevitabile. Però i governi lo vogliono e l’ultima parola è sempre e soltanto la loro.
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Avvenire, il “grido di ribellione” di Boffo: “Ora basta, mi dimetto”

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E’ stato oggetto di una campagna devastante da parte del Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi. Un killeraggio vero e proprio, come lo ha definito lo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini. Ma dopo giorni di attacco senza esclusione di colpi il direttore di Avvenire Dino Boffo dice basta. Lo fa rassegnando le dimissioni. Dimissioni «irrevocabili», precisa. E che vorrebbe risuonassero come «un grido alto di ribellione».

«Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro», scrive Dino Boffo motivando con un gesto di “ribellione” le sue dimissioni. «E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos’altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno – dice ancora Boffo – , più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato».

«Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto – in sè mitissimo – delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta».

Boffo «è stato oggetto di un inqualificabile attacco mediatico», lo difende il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che prende atto, con rammarico, delle sue dimissioni irrevocabili  dalla direzione di Avvenire, TV2000 e RadioInblu. «Nel confermare a Dino Boffo, personalmente e a nome dell’intero episcopato, profonda gratitudine per l’impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della società italiana», la conferenza dei vescovi esprime «l’inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico». E «apprezzando l’alta sensibilità umana ed ecclesiale che lo ha sempre ispirato – prosegue il card. Bagnasco – gli manifesta vicinanza e sostegno nella prova, certo che il suo servizio alla Chiesa e alla comunità civile non verrà meno».

Si stringe attorno al suo direttore la redazione de l’Avvenire. «Le dimissioni rassegnate oggi dal direttore Dino Boffo sono l’amaro e sconcertante esito del plateale e ripugnante attacco mediatico a cui Boffo e il nostro quotidiano sono sottoposti da giorni», dice in un comunicato il Comitato di redazione dell’Avvenire che, annunciando per le ore 16 un’assemblea dei redattori, esprime vicinanza a Dino Boffo e conferma la propria volontà di proseguire il lavoro senza piegarsi alle intimidazioni.

L’Unione della stampa cattolica rilancia l’allarme già partito dalla Federazionale nazionale della stampa e denuncia che il giornalismo italiano sta vivendo delle «giornate orribili». «Si usano i giornali come strumenti di lotta politica e come pugnali per colpire alla schiena gli avversari del momento, come ha fatto Vittorio Feltri contro Dino Boffo – si legge in una nota pubblicata sul sito dell’Unione e diffusa anche dal Sir, agenzia della Cei – al quale i giornalisti dell’ Ucsi esprimono piena solidarietà umana e professionale».

«La tecnica di infangare chi esprime legittime e libere posizioni anche scomode per determinati poteri, utilizzando fonti anonime e non controllate (quando la veridicità delle fonti è notoriamente un principio base del giornalismo) – afferma l’Ucsi – è stata usata come un avvertimento minaccioso, forse diretto in particolare al mondo cattolico italiano. È una tecnica ripetibile che deve essere stroncata sul nascere prima che dilaghi nella lotta politica, rischiando di uccidere un giornalismo che innanzitutto rispetti la dignità della persona, il diritto dei lettori ad essere correttamente informati, la pluralità delle posizioni e non consideri le ‘notiziè come un manganello».

La replica del direttore del Giornale non si fa attendere. «Il direttore di Avvenire si è dimesso a causa mia e dell’attacco del mio giornale? Mi si attribuisce un potere che so di non avere, se lo ha fatto e se il Vaticano ha accettato le sue dimissioni, ci sarà un buon motivo», risponde Vittorio Feltri che spiega all’ANSA di non sentirsi «nè di aver vinto, nè di aver perso. Non c’è niente nè da vincere, nè da perdere, piuttosto qualcuno si deve rimangiare gli insulti e tutto quello che è stato scritto su di me, compreso il Vaticano. Da questa vicenda l’unica cosa chiara alla fine è che c’è un evidente doppiopesismo intollerabile».

«Per quanto mi riguarda – aggiunge Feltri – mi interesserebbe solo che il Gip mettesse gli atti a disposizione degli altri come si fa in una montagna di altri casi». Mentre denuncia «che in tutta questa vicenda sono stato bersaglio di attacchi intollerabili, mentre Il Giornale non ha fatto che portare in prima pagina una vicenda. Il resto – conclude Feltri – è solo sfera delle indiscrezioni, come quella che sono manovrato da Berlusconi».

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3 settembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/87945/avvenire_il_grido_di_ribellione_di_boffo_ora_basta_mi_dimetto

Sfratto all’istituto della Montalcini

La Fondazione Ebri senza luce. «A rischio il lavoro di una vita»

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 La sede della Fondazione Ebri, ( European Brain Research Institute) aperta nel 2001 e ora a rischio di chiusura
La sede della Fondazione Ebri, ( European Brain Research Institute) aperta nel 2001 e ora a rischio di chiusura

MILANO — Il Premio Nobel Rita Levi Montalcini e la Fondazione Ebri da lei creata per gli studi sul cervello potrebbero essere costretti ad interrompere la loro attività entro il 30 settembre. A causa dello sfratto. Dipenderà da quanto domattina deciderà il giudice in seguito al ricorso presentato dalla Fondazione. La vicenda ha toni un po’ incredibili ma dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, come il mondo della ricerca, quel poco che sopravvive, possa essere annientato senza grandi rimpianti.

La storia ha inizio nel 2001 quando Rita Levi Montalcini affronta l’ennesima avventura della sua vita istituendo la Fondazione Ebri (European Brain Research Institute). Senza scopo di lucro, l’unico obiettivo è lo studio del sistema nervoso centrale, dai neuroni al cervello, sia in condizioni normali che patologiche. Lo scopo è capire le basi delle malattie neurologiche e neurodegenerative come ad esempio l’Alzheimer, con l’obiettivo di sviluppare delle cure. Il tutto partendo dalle scoperte per le quali le è stato assegnato il Premio Nobel nel 1986. Negli otto anni di vita la Fondazione ha creato un gruppo di quaranta ricercatori, tutti giovani, alcuni dei quali fatti rientrare dall’estero. Proprio uno di questi, Alberto Bacci arrivato dall’Università americana di Stanford, era uno dei pochi italiani a ricevere un finanziamento del Consiglio Europeo della Ricerca per portare avanti le sue indagini. La Fondazione Ebri è ospitata nei locali di proprietà di una società immobiliare che controlla anche la Fondazione Santa Lucia, un «Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico»; in pratica un ospedale specializzato nella riabilitazione neuromotoria di chi ha subito danni cerebrali. Nella sede che ospita la Fondazione Ebri in via Fosso Fiorano, nei pressi del grande raccordo anulare, ci sono anche dei laboratori del Cnr. La zona è in grande sviluppo urbanistico.

Il 22 luglio la Fondazione Ebri riceveva dalla Fondazione Santa Lucia un’ingiunzione in cui si chiedeva di lasciare liberi i locali appunto entro la fine di settembre. Nei mesi scorsi erano sorte alcune difficoltà economiche che avevano ritardato alcuni pagamenti nei servizi. E da qui sembra essere nata l’iniziativa di sfratto. «Ma ora tutto è stato regolarizzato e lo dimostreremo al giudice», precisano in Fondazione. Ma le cose non sono semplici. Se la vicenda procede, per il 18 settembre è prevista l’interruzione anche della corrente elettrica con tutti i problemi che possono derivare ai laboratori dove vivono le cavie necessarie agli studi. «L’ultimo capitolo della mia vita si sta rivelando il più importante dal punto di vista scientifico — dice in una nota il Nobel — con i formidabili risultati che l’impiego del fattore di crescita delle cellule nervose sta dando nelle applicazioni cliniche e anche nelle altre ricerche condotte dall’Ebri sul funzionamento del cervello per affrontare la grande sfida per prevenire e curare le malattie che lo colpiscono». Ma qui i risultati e la scienza non contano. Lo sfratto non guarda in faccia i Nobel e gli sforzi compiuti nella ricerca. Rimane l’amarezza per una vicenda inaspettata. «Con la Fondazione Santa Lucia abbiamo sempre avuto buoni rapporti di collaborazione scientifica» aggiungono nella Fondazione Ebri che svolge la sua attività grazie a donazioni. Naturalmente questo la espone a difficili momenti che potrebbero essere risolti se nel nostro Paese (come accade ad esempio negli Statti Uniti) si manifestasse da parte dei privati una maggiore sensibilità alla ricerca. Ma c’è pure una beffa finale. La Fondazione Ebri vanterebbe un credito di circa un milione di euro da parte di alcuni ministeri. Forse il risveglio della burocrazia ora potrebbe evitare il peggio.

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Giovanni Caprara
04 settembre 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_04/sfratto_istituto_montalcini_caprara_fb8a2356-9918-11de-b514-00144f02aabc.shtml

Videocracy, valanga di applausi. “Niente da ridere, è un horror film”

Grande successo veneziano per il documentario che ricostruisce 30 anni di tv commerciale berlusconiana. Col suo strapotere

Videocracy - Basta apparire foto 1

Sullo schermo Mora il fascista e Corona l’anti-Robin Hood
E durante la proiezione ovazione per “Meno male che Silvio c’è”…

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dall’inviato di Repubblica CLAUDIA MORGOGLIONE

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VENEZIA – Un’ovazione finale per il regista, Erik Gandini, e due applausi a scena aperta: il primo nella sequenza in cui Berlusconi dichiara che il 50% del suo tempo lo dedica a migliorare l’immagine internazionale dell’Italia; il secondo quando si vede il famoso video “meno male che Silvio c’è”. E’ così che il pubblico, quello vero, della Mostra, accoglie la prima proiezione pubblica di “Videocracy”, con tanta gente che avrebbe voluto entrare e che rimane invece fuori dalla sala già piena.

Attenzione alle stelle, dunque, per il docufilm – appena sbarcato anche nei cinema – che ricostruisce gli ultimi trent’anni di vita italiana, mostrando come l’impero televisivo del premier abbia plasmato, trasformato, forse devastato il nostro Paese. E molto caldo, ricco di domande e di curiosità, è anche il dibattito che segue, tra gli spettatori e il regista italo-svedese. “L’ho girato – spiega Gandini – perché volevo capire quest’idea così potente, paurosa, che è alla base della tv commerciale made in Italy. La logica surreale, cinica, che ne è alla base. E anche perché in Svezia dell’Italia e di Berlusconi si ride, e volevo dimostrare che non c’è nulla da ridire: e infatti, dopo che lì hanno visto una pellicola, l’hanno definita un horror”.

E per compiere questo viaggio nel Belpaese, l’autore sceglie come filo conduttore il racconto di tre personaggi principali: due vincenti, Lele Mora e Fabrizio Corona, e un perdente. Un ragazzo di provincia chiamato Ricky, che spera di lasciare il mestiere di operaio per diventare una star del piccolo schermo. Uno che non si capacita del perché i suoi provini, in cui si esibisce in un mix tra Ricky Martin e arti marziali, non siano finora andati a buon fine. E che ammette candidamente di essere pronto a vendere sessualmente il suo corpo, per un film che lo lanciasse come “il Van Damme italiano”. Ricky è presente anche alla proiezione e al dibattito di questa sera: “Guardando Videocracy mi è passata la voglia di diventare famoso”, dice alla platea, quasi per giustificarsi.

Ma lui è solo un piccolo ingranaggio di una catena, del corto circuito tra politica, potere, informazione, gossip, velinismo, bisogno spasmodico di apparire creato dalla tv commerciale (e quindi berlusconiana). Ben più inquietanti, in questo senso, appaiono Mora e Corona. Personaggi che tutti conosciamo: ma che visti sullo schermo, nei loro habitat naturali, nella loro – diciamo così – normalità, fanno davvero impressione, Mora ad esempio mostra con tranquillità la suoneria fascita sul suo cellulare, al suono di “faccetta nera” e con immagini di croci celtiche e svastiche che si alternano sul display.

Ancora più forte l’impatto di Corona, che si autodefinisce “il Robin Hood moderno, che ruba ai ricchi e tiene tutto per sé”. E che compare anche in una lunga e già celebre sequenza di nudo, sotto la doccia: “La scena è nata come idea sua – rivela Gandini – lui decide sempre come esporsi, come apparire”.

Malgrado il suo ruolo di protagonista del film, però, qui al Lido Corona preferisce eclissarsi. E resta lontano dalla sala di proiezione, malgrado la sua presenza fosse stata in un primo tempo annunciata.

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4 settembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/venezia/videocracy-successo/videocracy-successo/videocracy-successo.html?rss