Archivio | settembre 6, 2009

I senza lavoro

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di Fabrizio Gatti
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La provincia di Treviso era la locomotiva del Nord Est. Ma la crisi qui ha già colpito più di seimila lavoratori. Ecco il racconto della loro vita quotidiana senza stipendio

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Foto di Emanuele Cremaschi
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Stasera la cena di Luigi Marcuzzo, 46 anni, è senza carne. Non ne mangia da settimane. Sposato, separato, una figlia di 11 anni a carico. Luigi faceva l’operaio a millecento euro. Da novembre 2008 è senza stipendio e la bistecca è ormai un lusso. Piatti poveri anche a casa del collega Gino Daros, 45 anni. Soltanto pasta, pane, insalata e acqua del rubinetto. Di più lui e suo fratello non si possono permettere. Paola Marcon, 44 anni, compra solo prodotti in offerta. Sia Paola, sia il marito hanno perso il lavoro. Hanno due ragazzi di 13 e 17 anni da far studiare. E da nove mesi vivono consumando i risparmi di anni.

La crisi sta entrando nelle case. Feroce e spietata. Anche qui, nel Nord Est, Treviso e provincia, locomotiva del modello italiano, del successo faidate e del durismo leghista che proprio in questa terra, tra parlamentari e ministri, ha fatto il pieno di voti. Già da mesi esplodono drammi che l’ottimismo governativo nasconde. E settembre è arrivato con il pericolo, tutto da scoprire, di nuove chiusure a catena. Questa è la vera paura. Altro che sicurezza, ronde, dialetto, bandiera regionale. Bastano i numeri: da gennaio 6.231 lavoratori di questi paesi, uomini e donne, italiani e stranieri, hanno perso il posto o hanno subito una riduzione dello stipendio per cassa integrazione o mobilità. Tagliano dipendenti i colossi degli elettrodomestici come Electrolux di Susegana e Zoppas di Vittorio Veneto. Sforbiciate al personale nelle industrie dell’abbigliamento e dello sport come Stefanel a Ponte di Piave, Diadora a Caerano San Marco, Tecnica a Giavera del Montello. Chiude e manda a casa 117 persone lo storico lanificio Cerruti Policarpo di Vittorio Veneto. Vanno poi aggiunti il mancato rinnovo dei contratti a termine, le liquidazioni, i fallimenti che colpiscono a macchia di leopardo nella costellazione di aziende comprese tra i due e i settecento dipendenti. Famiglie costrette a fare la spesa con meno di dieci euro a settimana. E all’improvviso non c’è più differenza tra italiani e immigrati.

Agli sportelli Caritas di don Ferruccio Sant, veneti e albanesi sono in testa nelle richieste del sussidio di solidarietà. Ogni acquisto, ogni bolletta, senza più entrate, è una ulteriore discesa nel baratro della povertà. La strada che da Conegliano, 35 mila abitanti, porta verso le colline brilla di vetrine e showroom costruiti nell’ultimo decennio di economia galoppante. Il centro commerciale, l’ultimo dopo la rotonda a destra, ha grandi cartelli con la scritta saldi. Non si tratta di abbigliamento, ma di beni di prima necessità: alimentari, sapone e maxi pacchi di carta igienica di marca offerti a due euro. Devono svendere pure quelli, altrimenti nessuno compra. Si prosegue oltre il confine comunale, lungo la provinciale che sale a Refrontolo, tra vigneti di prosecco e sacrari della Prima guerra mondiale.

Da dicembre novanta tra operai e impiegati combattono per un posto di lavoro che non esiste più. Il gigantesco capannone, subito prima dello stabilimento di cucine Ariston-Indesit, ha ancora l’insegna. “Ape – Advanced project engineering “, c’è scritto. È chiuso da nove mesi. Durante le ultime vacanze di Natale la proprietà ha portato via i macchinari. La Ape era subentrata due anni fa alla liquidazione della “Zara marmitte”, un marchio che riforniva le concessionarie di auto e camion. I dipendenti erano in ferie dal 19 dicembre 2008. Ma nessuno di loro sospettava il tracollo. Quando sono tornati al lavoro a inizio gennaio, hanno trovato i cancelli chiusi. Per sempre. Un colpo a tradimento. Senza preavviso. Senza cassa integrazione o il paracadute della mobilità. Senza nemmeno una lettera. Un caso Innse di provincia. Solo che qui, a differenza dei riflettori di Milano dove l’azienda è stata salvata, è finita male. Per questi manager la famiglia di un operaio vale meno del costo di una telefonata.

“Ci hanno scaricati senza preavviso. Non immaginavo arrivassero a tanto”, dice Luigi Marcuzzo, operaio saldatore di Colfosco di Susegana, licenza di terza media, due anni di anzianità in Ape e quindici per Zara marmitte: “Avevo ristrutturato la casa. Un mutuo di 310 euro al mese per quindici anni. La banca mi ha sospeso le rate per un anno. Ma nessuno sa se tra un anno lavoreremo. Era la casa che mio padre si era sudato con i risparmi da muratore. Prima della ristrutturazione era un fienile. Adesso la venderò. Mia figlia va in prima media e non so come pagare i libri. La devo vendere”.

Il governo si inventa la sanatoria per salvare l’assistenza agli anziani dalle manette del decreto sicurezza. Ma nel Veneto spazzato dalla crisi le badanti curano anche gli scolari. “Quando otto anni fa mi sono separato, la bimba è rimasta con me”, racconta Luigi Marcuzzo, “e adesso mi aiuta il Comune di Susegana dove abitiamo. Mi paga la baby-sitter che bada alla piccola quando sono fuori di casa. Io non ce la faccio a pagare. Ho un arretrato di due mesi di tutte le bollette. Ho tolto il telefono fisso, sì ho tenuto il telefonino ma non chiamo più, lascio che chiamino gli altri. In ottobre avevo comprato un computer portatile per mia figlia a 350 euro. Un mese fa ho dovuto rivenderlo. Mi hanno dato 150 euro. È niente ma mi servivano “sghei”, soldi per fare la spesa. C’era anche l’abbonamento a Sky, 36 euro al mese. Il mio conto è vuoto. La banca non paga le bollette e da qualche settimana non ricevo più i canali. Via anche Sky”. Si può fare a meno di Rupert Murdoch. Ma la mancanza di lavoro minaccia addirittura la sicurezza alimentare.
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In Veneto è un salto indietro di cinquant’anni: “Per la spesa compro pasta e poco altro”, rivela Luigi: “Mangiamo pasta. Costa poco e riempie. Niente vino, niente birra, niente carne, niente spese inutili. Non devo superare i dieci euro a settimana. Magari un po’ di carne me la passa mia sorella. È in pensione, se può mi dà cinquanta euro. Io ho finito i risparmi. Grariconosciuta la cassa integrazione. Ma da novembre non abbiamo ancora visto un soldo. Il Comune di Susegana tre mesi fa ha anticipato 1.800 euro. Diviso nove mesi, fanno 200 euro al mese. Con questo sto vivendo”. Come passa la giornata? “Accompagno mia figlia dalla baby-sitter. Torno a casa, prendo la bici e vado in giro. Mentre pedalo, penso alla rabbia. Il lavoro c’era, il padrone ci aveva garantiti. Invece ci hanno buttati fuori”.

Gino Daros, operaio attrezzista alla Ape, licenza media inferiore, abita a Conegliano con il fratello, 48 anni, emigrante in Germania fino a due anni fa quando, perso il lavoro da gelataio, non ha trovato più nulla. Un po’ per l’età, un po’ per la crisi che stava arrivando. È dovuto tornare indietro. Così come in questi mesi sono tornati in patria tre colleghi marocchini di Gino ai quali il comune di residenza, Crocetta del Montello, aveva negato l’anticipo della cassa integrazione. “Nei miei nove mesi senza lavoro “, racconta Gino Daros, “sono entrati 2.400 euro in quattro rate che il Comune di Conegliano mi ha anticipato. Le bollette siamo riusciti a pagarle. Ma ho sei mesi di arretrati d’affitto, 400 euro al mese. Devi scegliere, o paghi o mangi. Ho tagliato quasi tutto. Prima correvo in bicicletta. Ho venduto la Atala da corsa. Ho una Seat Ibiza. Non la uso più per non spendere in benzina. Mi muovo in bici. Ho tagliato anche sugli alimentari, sul primo e sul secondo. Non possiamo permettercelo. Mangiamo un solo piatto. Sempre pasta”.

Questo è periodo di vendemmia, in Veneto. Ma accettare un altro contratto, anche stagionale, significa perdere i diritti maturati. Come ha scoperto Giuseppe Piccin, 61 anni, operaio da quando ne aveva dodici, ora senza stipendio, 500 euro al mese tra mutuo e fidi bancari da restituire, tre rate e due mesi di telefono arretrati, un figlio di 25 anni con lavori occasionali. Piccin aveva trovato un contratto di tre mesi: “Non sono potuto andare. Oltre alla cassa integrazione, mi hanno detto che avrei perso l’aggancio alla pensione. La notte però mi vengono gli incubi. Sogno di non farcela e mi sveglio”.

“Il problema grosso è la piccola impresa che non avrà futuro”, spiega Loris Scarpa, sindacalista della segreteria Fiom-Cgil di Treviso: “O si ripensa alla produzione in grosse dimensioni o sarà molto complicato uscirne. Si considerano i lavoratori come oggetti. E chi è precario è lontano da tutte le possibilità di assistenza sociale”.

Nemmeno in questa casa
anni Cinquanta, alla periferia di Conegliano, entrano stipendi. Tanto per cominciare sono 400 euro al mese di affitto per cucina, un piccolo salotto, bagno, due camere, ripostiglio, un po’ di orto. Paola Marcon, operaia part-time e delegata Cgil alla Ape, è senza paga da novembre. Suo marito, Zuhair Al Kaisy, 55 anni, architetto, cittadino italiano nato in Iraq, ha invece perso il lavoro nell’aprile 2008. Era operaio a tempo determinato alla Electrolux, nonostante la laurea e le specializzazioni ottenute in Italia: “Non ho avuto un lavoro come laureato perché qui in Veneto”, dice Al Kaisy, “se uno non è italiano, che tu faccia il pizzaiolo o l’architetto, credono che tu non ci sappia fare. Alla Electrolux lavoravo da tre anni con contratti da tre a sei mesi. Più di operaio non ho trovato”. Ma come tutti i precari, senza diritto alla cassa integrazione né alla mobilità, anche Al Kaisy da un giorno all’altro l’hanno lasciato a casa. L’unica entrata è l’anticipo del Comune: quattro rate da 600 euro. E un sussidio regionale di 220 euro in tre rate. “Avevo mille euro di spese arretrate, per questo ho fatto domanda alla Regione”, racconta Paola Marcon: “Nella lettera che annunciava il contributo c’era scritto: le auguro che l’intervento le sia di aiuto. Ma come possono pensare di aiutare una famiglia con 220 euro? Stiamo consumando i risparmi messi via negli anni. Risparmiamo sul riscaldamento con una stufa a legna. Cerchiamo di tagliare. E ovviamente niente vacanze. Siamo una famiglia di operai. Non è che prima si navigasse nell’oro”. I contributi sono comunque briciole rispetto alle spese del 2009: oltre ai 400 euro mensili di affitto, 80 euro di luce a bimestre, 82 di acqua, 400 all’anno di tasse sui rifiuti, 400 al mese di spesa alimentare, 500 per un intervento dal dentista, 1500 l’anno di gasolio per la caldaia, 500 l’anno per la legna, 300 al mese per muoversi a cercare lavoro con una Mondeo e una Polo vecchie di dieci anni.

È una crisi silenziosa. Per ora quasi invisibile. Niente presìdi, niente striscioni nelle fabbriche. “Perché in Veneto eravamo abituati ad avere un tenore di vita buono”, spiega Paola Marcon: “Perdere il lavoro qui è ancora considerato una sorta di vergogna. È una questione di facciata, di apparenza. Con i miei colleghi ce lo sentiamo addosso. Ti indicano come fallito. Io ho 44 anni. La paura non è avere perso il lavoro. È non sapere cosa viene dopo”.

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26 agosto 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/i-senza-lavoro/2107781&ref=hpsp

PERNACCHIE – “Presidente, lei è incredibile!” / Silvio il maghrebino

Tutti negli ospedali di Silvio il sabato sera

Immigrazione: la linea dura del Governo. Anzi, no.
(3:38)

PERNACCHIE

«Noi italiani abbiamo il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una apertura totale di cuore. E di donare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, una casa, di una scuola per i figli»

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Il 23 agosto 2009 Berlusconi l’Africano si è recato negli studi di Nessma TV, in Tunisia, per partecipare alla trasmissione Ness Nessma. Nessma TV è un canale commerciale, diffuso nei Paesi del Maghreb mediterraneo, di cui Mediaset ha il 25%. Accappatoio Selvaggio ha promesso “con una totale apertura di cuore” a tutti i nordafricani in ascolto: “la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità“. E’ più forte di lui. Dopo le ville ai terremotati d’Abruzzo, lavoro, casa, scuola, benessere e ospedali ai maghrebini…

Conduttore: “Dall’attrattiva che esercita l’Italia sui maghrebini, si può passare all’immigrazione, soprattutto a quella clandestina che purtroppo fa migliaia di morti”
Berlusconi: “La cosa più terribile sono le organizzazioni criminali, che sono moltissime. Ben Ali oggi mi ha detto di 300 organizzazioni scoperte dalla polizia del vostro Paese. Sono persone che approfittano della speranza degli altri, delle persone che sono nella miseria e che vogliono donare a se stessi e ai propri cari un futuro migliore. E allora si affidano a persone che con imbarcazioni non sicure si mettono in mare e questo porta a tragedie ad ogni istante. Occorre combattere tutto ciò.
È necessario incrementare le possibilità per la gente che vuole tentare nuove opportunità di vita e di lavoro, occorre aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri Paesi europei. Questo è ciò che voglio sia fatto, non solo in Italia, ma in tutta Europa. E poi bisogna dire che gli italiani sono stati un popolo che ha lasciato l’Italia e che è emigrato in altri Paesi, soprattutto in quelli americani. E allora questo ci impone il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una apertura totale di cuore. E di donare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli, e la possibilità di un benessere che significa anche la salute e l’apertura di tutti i nostri ospedali alle loro necessità e questa è la politica del mio governo”
Conduttrice: “Siete incredibile presidente, non posso trattenermi dall’applaudire”

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3 settembre 2009

fonte:  http://www.beppegrillo.it/2009/09/tutti_negli_ospedali_di_siovio_il_sabato_sera.html

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Silvio il maghrebino

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di Alessandro Gilioli
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Un’incredibile intervista di Berlusconi alla sua tv tunisina. In cui il premier assicura ai nordafricani che l’Italia li accoglierà a cuore aperto. In Italia è arrivata grazie a un blog. Ed è subito diventata un piccolo, grottesco culto

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I rapporti strettissimi con Tarak Ben Ammar, il tycoon franco tunisino che potrebbe comprarsi La7. Qualche battuta sulle donne (“Ho una straordinaria competenza nel casting delle belle ragazze”). I consueti ricordi su quando intratteneva i crocieristi della Costa. Ma soprattutto una serie di dichiarazioni completamente in contrasto con la linea dei “respingimenti” degli immigrati che l’Italia sta attuando in queste settimane, con parole di apertura mai sentite sull’immigrazione.

E’ questo il contenuto
della sorprendente intervista rilasciata da Silvio Berlusconi a Nessma Tv, il canale satellitare di cui il premier è comproprietario al 50 per cento in Nordafrica.

Il video, finito su Youtube, è stato trovato e tradotto in italiano dal blogger Daniele Sensi, ed è diventato in pochi giorni uno dei più cliccati anche in Italia.

A stupire sono sopratutto alcune uscite finalizzate evidentemente a “lisciare il pelo” al pubblico maghrebino: in particolare la presunta volontà del premier ad “aumentare i canali di ingresso legali” in Italia e a garantire ai migranti, “casa, lavoro, istruzione” , “aprendo tutti i nostri ospedali alle loro necessità”, perché “pure gli italiani sono stati emigranti, e quindi devono aprire il loro cuore a chi oggi viene in Italia”.

“Per coloro che vogliono provare nuove possibilità di vita e di lavoro bisogna aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia e negli altri paesi europei”, ha detto il premier. E poi: “Abbiamo il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con una totale apertura di cuore e di dare a coloro che vengono in Italia, la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli”. Incredibilmente, a tutto ciò Berlusconi ha aggiunto: “E questa è la politica del mio governo”.

Trattandosi di una tivù di sua proprietà, ovviamente, nessuno dei presenti gli ha fatto notare che la linea del suo governo va nel senso esattamente contrario. Anzi, la conduttrice ha chiosato “E’ incredibile, signor presidente, non posso trattenermi dall’applaudire!”.

La rete Nessma – per la quale Berlusconi si è speso in uno spot finale come ai tempi delle convention fininvestiane – ha un bacino di ascolto di quasi cento milioni di persone, che – con immaginabile gioia dell’alleato Bossi – ora sono convinti che l’Italia li accoglierà a braccia aperte.

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3 settembre 2009

fonte:  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/silvio-il-maghrebino/2108456