Archivio | settembre 11, 2009

LIBERTA’ DI STAMPA – L’adesione di Grass e Pennac. Dario Fo: “Tutti in piazza il 19”

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Alla manifestazione l’Arci e i giornalisti della 7

Firma Daniele Luttazzi. Il sì di Margaret Mazzantini, di Wu Ming e di Ivo Garrani

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L'adesione di Grass e Pennac Dario Fo: "Tutti in piazza il 19"Dario Fo

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ROMA – Lo scrittore tedesco Günter Grass, premio Nobel per la letteratura nel 1999, lo scrittore francese Daniel Pennac, la scrittrice Margaret Mazzantini, il collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming, l’attore Ivo Garrani e la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico aderiscono al nostro appello per la libertà di stampa. Grass si aggiunge a un altro premio Nobel, Dario Fo che ha aderito all’appello ed alla manifestazione del 19 con un lungo intervento.
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“Considero la manifestazione per la libertà di stampa una delle più importanti ed essenziali di questi anni; una manifestazione che interpreta un sentimento collettivo, l’urgenza di tanta gente che vuole dare un segno forte in un momento in cui in questo paese la libertà di stampa è a rischio.
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La libertà di stampa non riguarda solo l’informazione. In tutte le democrazie libertà di stampa vuol dire soprattutto approfondimento e confronto; confronto di posizioni e idee diverse in modo che chi legge o ascolta i telegiornali possa farsi autonomamente una sua opinione.
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Da noi invece stiamo assistendo alla oppressione di questo confronto da parte di un potere sempre più arrogante che vuole zittire le voci a lui invise. È orrenda, è tecnica da terrorismo questa mania di querelare e denunciare chiedendo per di più milioni di risarcimento quando si vuole mettere a tacere i giornali non amici. Come lo è l’ossessione di chiamare “diffamazioni”, le notizie: nessun politico o governante di un paese straniero si permetterebbe di aggredire la stampa, i giudici, gli intellettuali come succede in Italia. Qui si arriva a usare il bastone, a frugare nel fondo della vita delle persone per, screditandole, metterle a tacere. Per non parlare dell’informazione televisiva dove se guardi i telegiornali in Rai o i nelle reti private e non trovi le notizie, o se proprio proprio sono costretti a dirle le ascolti capovolte come è avvenuta su tutta la vicenda delle ragazze di Bari.
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Sono preoccupato. Con Franca Rame ne abbiamo viste di tutti i colori in 60 anni di satira, ma mai un potere così subdolo nel voler mettere in ginocchio i giornali che vogliono capire, approfondire, tenere alta l’allerta, arrivando perfino a invitare gli industriali a non dare la pubblicità ai giornali che parlano male del premier. All’estero questo è reato. Non lasciamo che in Italia diventi la regola.
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Ecco perché è importante manifestare per la libertà di stampa il 19″.
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Alla raccolta delle firme e alla manifestazione ha aderito anche il comico Daniele Luttazzi. In piazza scenderanno quel giorno anche i giornalisti de La7. Lo ha annunciato il comitato di redazione: “In un momento di continui attacchi all’indipendenza dei media nazionali da parte di esponenti politici e organismi di governo – afferma il Cdr – la libertà di espressione rappresenta un patrimonio irrinunciabile non solo per i giornalisti, ma per tutti i cittadini”.
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“Sapere è libertà”, è lo slogan che comparirà sugli adesivi e i palloncini che l’Arci distribuirà alla manifestazione del 19. Sì anche dalla Cgil scuola.
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John Kampfner,
ex direttore dello storico settimanale laburista New Statesman e autore di un libro sulla libertà di stampa intitolato “Freedom for sale” firma l’appello dei tre giuristi. E con lui l’esponente del Pd Matteo Colaninno.
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11 settembre 2009
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L’ira del Cavaliere su Gianfranco: “Vuole la mia morte politica” / Gaffe con Zapatero

La difficile coabitazione tra il capo del governo e il presidente della Camera

Il premier si è infuriato soprattutto per il riferimento alle inchieste di mafia

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dal nostro inviato FRANCESCO BEI

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L'ira del Cavaliere su Gianfranco "Vuole la mia morte politica"Gianfranco Fini, a Gubbio, con il ministro Bondi

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GUBBIO – Lo scontro stavolta ha superato il livello di guardia e forse non è tanto lontano dalla verità quel forzista che a Gubbio, dopo aver ascoltato l’intervento di Fini, si allontana scuotendo la testa: “A questo punto o Berlusconi si fa un altro partito oppure se lo fa Fini”. Eppure il presidente della Camera allontana senza esitazioni ogni ipotesi di scissione: “Nel Pdl è bene che ci si divida se necessario. Ma non nel senso che uno va da una parte e uno dall’altra”.
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Tuttavia qualcosa indubbiamente in questi giorni si è rotto tra Berlusconi e Fini. Persino il finiano Alessandro Campi, parlando da politologo, ha l’impressione di una “accelerazione del confronto interno”. Mentre un altro intellettuale d’area come Gennaro Malgeri ormai è convinto che si debba prendere atto del “fallimento” del Pdl e che sia meglio per tutti “scioglierlo” e retrocederlo a una confederazione. Fatto sta che il Cavaliere, dopo che i suoi uomini a Gubbio gli avevano riferito le parole di Fini sulla necessità di andare avanti sulle inchieste di mafia, ha avuto la conferma di quanto sospetta da tempo. “E’ chiaro che vuole la mia morte politica – è lo sfogo che ha consegnato a quanti lo hanno chiamato – ma non capisco dove pensa di andare se tutti i suoi uomini sono passati con me. Gli sono rimasti solo quattro gatti. E non dimentichi chi ce l’ha messo nel posto dove sta.”.
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E’ lungo l’elenco delle doglianze che il premier vuole far scontare a Fini: “Ha attaccato Feltri ma non ha detto una parola quando Repubblica attaccava me. Cerca ogni pretesto per lo scontro. E adesso si presta a questa manovra oscura delle procure “.

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Al di là delle differenze di carattere, a Berlusconi non è chiaro ancora quale sia il disegno del presidente della Camera. “Se volesse solo fare una sua corrente – ragiona nel chiostro di Gubbio uno dei ex forzisti più in vista – avrebbe sbagliato tattica, perché attaccando Berlusconi nessuno di noi gli andrà dietro. Se invece punta a far fuori il premier, non ha capito che più lo si attacca e più lo si rafforza”.
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Insomma, tra gli uomini di Berlusconi la parola d’ordine è isolare Fini, prenderne le distanze quasi fosse un corpo estraneo, un “nemico”. Basta ascoltare le parole di Franco Frattini, che parla da quello stesso palco dove, due ore prima, Fini aveva denunciato lo “stillicidio” di attacchi contro di lui per le sue posizioni eterodosse. “Lo stillicidio vergognoso – protesta il ministro degli Esteri – è quello contro Berlusconi. La solidarietà umana va oltre il dubbio politico. C’è una rete internazionale che non solo vuole il male di Berlusconi ma anche dell’Italia”. Fini, questo è il passo logico successivo, si sta prestando al gioco di quella “rete internazionale” che vuole liberarsi del Cavaliere.
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E lo fa proprio sul terreno più delicato, quello della giustizia, del rapporto tra mafia e politica. Marcello Dell’Utri, tirato in ballo nelle vecchie inchieste sulle stragi dei primi anni Novanta, preferisce non commentare le parole di Fini. “Sono a Bressanone a fare una dieta – ha confidato per telefono a un amico – e corro 5 km al giorno. Sono dimagrito, sto bene e non voglio rovinarmi la salute”. Ma l’affondo di Fini è troppo duro per essere superato con una battuta. Ignazio La Russa, che a Gubbio interviene come sempre nel ruolo di pompiere, si rende conto che l’aria che tira tra i forzisti è davvero pesante e chiama Fini al telefono per chiedergli di precisare. “Ho avuto contatti con Fini – spiega poi ai giornalisti – e voglio sgombrare il campo da interpretazioni malevoli che possono nascere dalle sue parole sulle stragi. Fini ha sottolineato la solidarietà a Berlusconi, perseguitato in questi anni”. Ma ai berlusconiani non basta: “Se Fini pensa a far cadere il governo e sostituire Silvio se lo scordi. Si va dritti a elezioni anticipate”.
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11 settembre 2009
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Berlusconi, nessun giro di escort, sono io il miglior presidente

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di N. Andriolo
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«Scusami se ti prendo tempo…». «No Silvio, molto interessante…». L’espressione incredula stampata sulla faccia e l’imbarazzo. Poi, ancora, il sorriso ironico del compatimento quando Berlusconi prende ad esempio “la zia Marina che si diceva bella da sola” per proclamarsi “un recordman, il miglior presidente del Consiglio italiano degli ultimi 150 anni”. Bastava osservarlo, ieri, Josè Luis Zapatero per comprendere l’effetto dello show improvvisato da Berlusconi alla fine del vertice Italia- Spagna. Non è cosa di tutti i giorni, infatti, un capo di governo costretto a rispondere su “giri di veline e di prostituzione”. Ieri è toccato alla stampa spagnola mettere il dito nella piaga.Unpo’ se l’aspettava il Cavaliere quella sorta di corpo a corpo. Scendendo dall’elicottero che lo aveva portato alla Maddalena, e all’Arsenale il premier italiano aveva scherzato, ma non troppo, sui “i giornalisti cattivi” della carta stampata (perché i televisivi sono “la parte buona”). Presentimento azzeccato: la conferenza stampa di fine vertice si sarebbe rivelata alquanto pepata. Con il corrispondente del Pais daRoma, Miguel Mora, che batteva sul tasto dei generi di conforto messi a disposizione della stampa – “forse, presidente, siamo più cattivi perché qui manca il caffè…” – e chiedeva al Cavaliere se per caso non avesse pensato alle dimissioni sulla scia della vicenda escort&veline. “Un po’ invidioso? – ironizzava, rabbuiato Berlusconi – Vedo che legge solo l’Unità e Repubblica…”. Poi, rivolto ai collaboratori: “il caffè potevate darglielo, amaro…”.

Si scherzava sul filo teso del fioretto e della sciabola, nella sala stampa dell’Arsenale. “Meglio un caffè al veleno, presidente?”, replicava Mora. Zapatero osservava e sorrideva sornione. “Rispondo perché è un tuo giornalista – gli concedeva il Cavaliere
– per rispetto della Spagna…”. Una lunga premessa a proposito dei respingimenti dei clandestini, poi la verità berlusconiana su cene e “festini”.

Punto uno: le veline. “Un’assoluta menzogna” etichettare come tali laureate, che conoscono anche le lingue. Punto due: “il giro di prostituzione”. “Non esiste assolutamente, è una calunnia”, giura il Cavaliere. Berlusconi, in realtà, come leader del suo partito,
«fa unaserie di incontri con i rappresentanti e le rappresentanti di organizzazioni politiche, come i circoli “Meno male che Silvio c’è”». (Zapatero guarda con l’espressione sempre più sbigottita…). «Tra i tanti che ho incontrato – prosegue il premier –
c’era anche un imprenditore di Bari, che si chiama Tarantino, o Tarantini, che era venuto ad alcune cene facendosi accompagnare da belle donne». Quiz per la sala: “Alzi la mano chi è pronto a dire che non è una cosa buona sedersi a un tavolo e trovarsi presenze simpatiche e gradevoli…”.

La D’Addario? Berlusconi allude a lei quando avverte che “una di quelle persone ha attentato a me….” e minaccia che “con i 4 reati di cui è responsabile rischia in totale 18 anni di detenzione”.Mail premiernon ha ancora deciso se denunciare la escort di
Bari. Per Repubblica e l’Unità, al contrario, la decisione è presa: “c’è disinformazione – si sfoga – vedo citate sui giornali cose che non ho mai detto, per questo ho fatto partire le cause…”. Ancora D’Addario, infine: “Sono stato vittima dell’attacco di chi ha voluto creare artatamente uno scandalo – s’infervora – Ma io, nella mia vita, non ho mai dovuto dare soldi per una prestazione sessuale”. La ciliegina conclusiva per la pancia machista del Paese? “Chiamaconquistare la soddisfazione la trova nella conquista…”. Qualcuno in sala applaude, ma il Cavaliere non si placa. Pensierino- avvertimento per il Pais, allora. “Potrei  aggiungere tante cose sul suo quotidiano – spiega a Miguel Mora – Lo evito. Mail calo della credibilità dei giornali significa caduta di copie e di pubblicità. Così si va al fallimento e credo che il suo quotidiano ne sappia qualcosa…”.

E dire che il vertice italo-spagnolo era l’occasione meno propizia, dopo la battuta berlusconiana del 2008 sulle presenze rosa nel governo di Madrid. Ma davanti a Carmen Chacon, ministro della Difesa, e Elena Salgado, titolare dell’Economia, Berlusconi non si è tenuto. “Come potete pensare che il presidente del Consiglio di un Paese di grandi amatori, di Casanova, e diciamolo, dei playboy, potesse dire qualcosa di negativo verso le donne, il regalo più bello che Dio ha dato agli uomini?”. Anche questa volta
il Cavaliere è stato “frainteso”.

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11 settembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/88311/berlusconi_nessun_giro_di_escort_sono_io_il_miglior_presidente

Sindaco leghista di Ponteranica (Bergamo): “Via la targa a Peppino Impastato”

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Il nuovo sindaco leghista di Ponteranica ha cambiato la denominazione della biblioteca

Il Pd: «Sconcertante»

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MILANO – Da biblioteca Peppino Impastato a biblioteca comunale di Ponteranica. Accade a Ponteranica, Comune in provincia di Bergamo. Il nuovo sindaco leghista, Cristiano Aldegani, ha fatto rimuovere la targa voluta un anno e mezzo fa dal suo precedessore di centrosinistra che aveva dedicato la biblioteca civica al giovane siciliano ucciso dalla mafia nel 1978. Una iniziativa motivata dal desiderio di onorare personalità locali, ma che ha suscitato la reazione del Pd e dell’associazione antimafia Libera. «Sono polemiche pretestuose – ribatte il sindaco – fatte da persone in malafede. C’è addirittura chi mi accusa di essere pro-mafia, è assurdo».

PD: «SCONCERTANTE» – «La rimozione della targa è sconcertante» commenta Pina Picierno, responsabile legalità del Partito Democratico. A suo parere la Lega «fa politica con paraocchi ideologico, una politica intrisa di ideologia e di interessi localistici, che dividono e indeboliscono il Paese. Negare la memoria di un giovane ucciso dalla mafia non trova giustificazioni». Il sindaco precisa che l’iniziativa della Giunta «non ha alcuna motivazione diversa» da quella di valorizzare personalità locali, come il sacerdote sacramentino Giancarlo Baggi, al quale sarà presto dedicata la biblioteca. A fine giugno, dieci giorni dopo le elezioni, c’era stato anche un incontro, che Aldegani definisce «cordialissimo», con i rappresentanti locali di Libera. In quell’occasione c’era stata anche la proposta di un’eventuale manifestazione “riparatoria” dedicata a Impastato, ma oggi, pur «non precludendo niente», il sindaco ricorda che prima di riproporla deve sentire «la volontà della Giunta e della maggioranza».

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10 settembre 2009

fonte:  http://www.corriere.it/politica/09_settembre_10/ponteranica_targa_impastato_sindaco_lega_85cbd826-9e22-11de-8f8c-00144f02aabc.shtml

Battisti, il ministro contro il tribunale: “Quale estradizione. Dovevano liberarlo”

Tarso Genro, responsabile brasiliano della Giustizia attacca la Corte Suprema

“La concessione dello status di rifugiato è di competenza del governo”

Dopo la sospensione del voto, la decisione dei giudici arriverà tra due settimane

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dall’ inviato di Repubblica OMERO CIAI

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Battisti, il ministro contro il tribunale "Quale estradizione. Dovevano liberarlo"Cesare Battisti

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BRASILIA – “Qui nelle nostre carceri c’è un detenuto politico, Cesare Battisti, un uomo tenuto in prigione illegalmente perché otto mesi fa ha ottenuto l’asilo e dovrebbe essere da tempo libero”. L’affondo del ministro della Giustizia Tarso Genro contro la Corte Suprema è arrivato ieri sera in teleconferenza dal Cile dove si trova in visita ufficiale. A suo giudizio la Corte si attribuisce poteri che non ha perché la concessione dello status di rifugiato è competenza del governo e del presidente della Repubblica, non può essere messA in discussione ed estingue in modo automatico il processo di estradizione.

Per questo Genro afferma che l’esame del caso Battisti nella Corte Suprema rappresenta un precedente grave ed apre un conflitto critico fra i poteri dello Stato: governo e presidente da una parte, Tribunale supremo dall’altra. Secondo Genro il giudice Peluso, relatore della causa, avrebbe dovuto solo prendere atto della decisione del governo di considerare Battisti un rifugiato e liberarlo immediatamente. Invece l’atteggiamento del Tribunale – ha aggiunto Genro – è gravissimo, “è una decisione che può avere grandi conseguenze perché se la Corte concede l’estradizione di Battisti in Italia, tutti gli status di asilo politico potranno essere rimessi in discussione”. Il potere giuridico – ha concluso il ministro – vorrebbe per sé una prerogativa che appartiene al governo e al presidente.

Intanto Marco Aurelio Mello, il giudice del Tribunale supremo che ha congelato la sentenza chiedendo un rinvio per approfondire i dettagli della causa, ha promesso che al massimo nel volgere di due settimane esprimerà il suo voto permettendo così alla Corte di concludere il suo lavoro.

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11 settembre 2009
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La destra all’assedio finale del fortino ‘rosso’ di Raitre – Petizione Report non deve chiudere

Dopo il caso Gabanelli, contratto in ritardo per Fazio. Rinvii e direzione sotto scacco

Il direttore della rete: “Puntano su una tv McDonald, tutta uguale. Ed è un grave errore”

L’ironia della Littizzetto: “Non capisco dove Silvio veda da noi tutto ‘sto comunismo”

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di GOFFREDO DE MARCHIS

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La destra all'assedio finale del fortino rosso di RaitreFazio e Littizzetto a “Che tempo fa”

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ROMA – Un editto soft, una goccia cinese che scava la roccia fino all’obiettivo finale: addomesticare la Gabanelli, Fazio, la Littizzetto, Bertolino, “Parla con me”, ridimensionare, cancellare forse. Silvio Berlusconi l’ha anche detto: quei programmi di Raitre non mi piacciono.
Senza i toni concitati di Sofia, ma l’ha detto. E da tempo il direttore generale Mauro Masi lavora per trovare un sostituto di chi Raitre la dirige con quei volti, con quegli artisti. Gioca di sponda, propone nomi su nomi, cerca professionisti dal curriculum impeccabile. Non spiega esattamente per quale motivo, ma va sostituito Paolo Ruffini, che gestisce la baracca da sette anni. Il resto, la normalizzazione dei programmi sgraditi, verrà da sé. “Dove lo vede Silvio tutto questo comunismo a Raitre, cosa c’è di anormale? Se il problema è che Fazio è un uomo e io una donna, ci operiamo. Così rientriamo nei loro canoni di normalità”, scherza Luciana Littizzetto, appuntamento fisso del week-end di Che tempo che fa, pubblico trasversale, risate a sinistra e a destra. Magari questo dà fastidio.
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La Rai della nuova era Berlusconi non vuole mandare nessuno a Casablanca, ma qualcuno a casa sì. Il pressing sul Partito democratico per avvicendare i vertici di Tg3 e Raitre e incrinare un’identità non è solo un’indiscrezione. Comunque ci sono anche gli indizi, i dati di fatto: l’intenzione resa esplicita da Masi di togliere la tutela legale a un programma di inchiesta che giocoforza si porta dietro grane su grane come “Report”. E un giallo finora rimasto sottotraccia su “Che tempo che fa”. Il contratto tra Rai e Endemol, la produzione del programma, non è ancora stato firmato. Un ritardo che appare poco tecnico e molto politico a sole tre settimane dalla messa in onda (3 ottobre).

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Il senso di Raitre secondo Fazio è “mettere in luce la vera funzione del servizio pubblico: che è somma di voci, non sottrazione. È scambio di idee, pluralità, polifonia in una grande azienda culturale”. L’idea di chiudere qualche bocca (e qualche programma) “mi sembra ancora prima che sbagliata anti-moderna. La televisione di tutti deve far parlare tutti anziché limitarsi a non dire niente”.
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Semmai la critica rivolta a Fazio è quella di essere troppo moderato, poco cattivo, accomodante. “Ma capisco l’imbarazzo di alcuni. Da noi si respira un’aria di libertà, per altri invece è scontato che i programmi si costruiscano sentendo le segreterie dei partiti”.
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Il paradosso dello scontro campale giocato sulla pelle di Raitre è che tutti i programmi sono ormai in rampa di lancio. “Parla con me” scatta il 29 settembre, “Report” cascasse il mondo, anche senza copertura legale, l’11 ottobre, Fazio la settimana prima. Ruffini gira come una trottola per le conferenze stampa della nuova stagione. Poi torna in trincea, nell’ufficio al primo piano di Viale Mazzini. Non pronuncia mai la parola censura, ma difende il carattere della rete che fu del maestro Guglielmi, il suo essere portabandiera del servizio pubblico. “Un’offerta multipla arricchisce la Rai, non la penalizza.
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Il pluralismo è patrimonio collettivo”, dice Ruffini. E se la direzione generale la pensa diversamente, commette un errore. “Perché fare delle tre reti un indistinto omogeneizzato? Avremmo l’effetto McDonald, che ha gli stessi panini in tutte le parti del mondo”.
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Dicono le malelingue che un ottimo uomo Rai come Giovanni Minoli sarebbe disposto a ridimensionare i volti noti e di successo della rete, sbarcando al posto di Ruffini. Dicono che non si preoccupi dell’opposizione dei consiglieri del Pd, pronto a incassare soltanto i voti della maggioranza. Ma dagli artisti, ai dirigenti e ai 100 lavoratori della terza rete, Ruffini continua a ottenere in queste ore sostegno e riconoscimenti che superano persino la prova del settimo anno di vita in comune.
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Il direttore di Raitre sarà in piazza il 19 per la libertà di stampa. Anche Milena Gabanelli parteciperà. Con l’occhio sempre attento allo sviluppo della trattativa con la Rai per la tutela legale. “Report” punta allo scudo di Viale Mazzini perché se si crede in un prodotto lo si difende, altrimenti lo si cancella. E la filosofia della stakanovista Gabanelli è che delle due l’una: o si lavora pancia a terra a caccia di scoop o si perde la giornata a parlare con gli avvocati. “Ruffini – racconta Fazio – ha sempre garantito a me e alla mia squadra condivisione del progetto e assoluta autonomia. Sono elementi essenziali di qualsiasi lavoro, compreso il nostro”.
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Eppoi gli ascolti di Raitre vanno bene, dunque la “prima domanda non è chi al posto di chi, ma perché. Perché bisogna cambiare?”. Per creare un coro monocorde al servizio del pensiero unico berlusconiano? “Nel servizio pubblico devono esserci tante verità – dice Ruffini – . Questa è la sua missione, nel rispetto degli spettatori, dell’editore, delle persone. Si vuole invece una verità di Stato? Allora siamo in Unione sovietica”.
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La Littizzetto, con la sua leggerezza, spiega bene cosa non va nell’assedio al fortino di Raitre. Per la comica c’entra la politica sì, ma anche “una grande confusione del Paese in cui nessuno si fida di nessuno e proliferano i più realisti del re”. Gli ospiti di “Che tempo che fa” davvero importanti, davvero graditi dal pubblico non sono i Prodi, i Veltroni, gli esponenti della sinistra che secondo i falchi del Pdl occupano le poltrona bianca di fronte a Fazio senza contraddittorio e senza un bilanciamento di ospiti a destra. “Il nostro merito è di mettere in onda volti nuovi, assolutamente spiazzanti. Ceronetti non ha niente di televisivo, è un personaggio inconsueto, fuori dal coro e dal circuito. Eppure la sua presenza dà i brividi”. L'”alto” dello scrittore torinese, il “basso” delle battute fulminanti della Littizzetto pochi minuti dopo. Anche questa è Raitre. “A Ruffini darei il Telegatto”, esclama Luciana. Ma i vertici della Rai appoggeranno la candidatura?
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11 settembre 2009
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Reportnondevechiuderefirmalapetizione
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La TV nazionale Rai non garantisce piu’ ai giornalisti di Report (rai 3) la copertura legale. Significa che gli inviati di Milena Gabanelli, da sempre attivi nel denunciare le illegalita’ e i soprusi che ci circondano, dovranno provvedere di tasca propria alle spese legali cui, da bravi inchiestisti, vanno continuamente incontro.

I sottoscritti firmatari con la presente CHIEDONO alla societa’ RAI Radiotelevisione Italiana S.p.A, il ripristino della copertura legale per gli inchiestisti del programma Report, trasmesso su Rai3, al fine di assicurare il libero esercizio della loro professione per arrivare alla verita’ e rivelarla agli italiani.

FIRMA QUI!

Fonte: facebook – Informazione Libera (nei commenti a questo post c’è chi esprime dubbi sulla “libertà” del sito che ospita la petizione, ma per ora è l’unica che abbiamo trovato in rete. Ad oggi sono state raccolte più di 35.000 firme. Nde)
Reportnondevechiuderefirmalapetizione