Archivio | settembre 25, 2009

Scudo fiscale, Di Pietro attacca: “Legge di un parlamento mafioso”

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Il ddl tutela “i ladri e a rimetterci sono i pensionati e gli operai”

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Il leader dell’Idv accusa: “E’ un provvedimento criminale”

Fini e Schifani: “Così si lede il prestigio delle istituzioni”

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ROMA – “Un provvedimento criminale di un Parlamento mafioso”: così Antonio Di Pietro ha definito lo scudo fiscale appena approvato al Senato e ora in discussione alla Camera. La lotta contro la speculazione tanto invocata da Berlusconi? “E’ lui la prima persona che bisogna colpire quando si parla di evasione fiscale”, continua il leader dell’Italia dei Valori. “E’ inaccettabile – rispondono i presidenti delle Camere – così si lede il prestigio delle istituzioni”, ma l’ex pm continua: “la credibilità viene massacrata da leggi inique, non da chi le denuncia”. E accusa: “La casta degli intoccabili fa quadrato quando viene presa con le mani nel sacco”.

Il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, durante l’incontro con i lavoratori dell’azienda Spx di Sala Baganza, realtà industriale a rischio chiusura, si scaglia così contro lo scudo fiscale definendolo un provvedimento “criminale” di un Parlamento “mafioso”. Secondo l’ex pm: “Lo scudo garantisce a un gruppo di criminali, falsificatori di bilanci ed evasori fiscali, di farla franca. Ancora una volta il nostro Paese è in mano a un gruppo di persone massone, piduiste, criminali e mafiose che fanno gli interessi propri ai danni del paese”. E a chi gli fa notare che la parola d’ordine di Silvio Berlusconi è “lotta alla speculazione fiananziaria”, Di Pietro risponde: “Il premier quando dice di voler intraprendere questa battaglia si deve guardare allo specchio e menarsi da solo. E’ lui la prima persona che bisogna colpire giudiziariamente quando si parla di speculazione finanziaria, di evasione fiscale e di paradisi fiscali all’estero, che ora dice di odiare ma di cui ha approfittato”. Di Pietro invita i cittadini a ribellarsi perché “questi criminali non pagando le tasse fanno in modo che l’onere di far funzionare la macchina dello Stato ricada solo su pensionati, operai e disoccupati”.

Immediata la replica dei presidenti delle due Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, che in una nota scrivono: “Le scelte del Parlamento, indipendentemente dal giudizio di merito che ciascuno ne può dare, costituiscono in ogni caso espressione della sovranità popolare e come tali debbono essere considerate e rispettate. Definirlo ‘mafioso’ è del tutto inaccettabile, in quanto falso e offensivo verso tutti i suoi componenti, e gravemente lesivo delle nostre Istituzioni rappresentative e del loro prestigio”.

Alla nota il leader dell’Idv risponde secco: “Come al solito la casta degli intoccabili fa quadrato quando viene presa con le mani nel sacco. Infatti, invece di interrogarsi sugli effetti devastanti di certi provvedimenti che intaccano la credibilità delle istituzioni e delle conseguenze che comporta lo scudo fiscale, che è una legge che favorisce i criminali, se la prende con chi denuncia questi comportamenti”.

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25 settembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/fisco-1/scudo-fiscale-di-pietro/scudo-fiscale-di-pietro.html?rss

Dalla “rivoluzione” al flop. Abrogate in sordina le norme “antifannulloni” di Brunetta

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Era stata presentata come l’arma finale contro i “fannulloni” della pubblica amministrazione, la attesa “rivoluzione” nella pubblica amministrazione. E sulle norme che dovevano “inchiodare” gli impiegati alla loro scrivania il ministro Brunetta aveva costruito la sua popolarità. Peccato che in gran sordina, con un decreto legge del luglio scorso, già convertito in legge, molte di quelle norme siano sparite. Prevedevano disposizioni penalizzanti per gli impiegati pubblici, tra le quali indennità di malattia ridotta, e fascia di reperibilità per i dipendenti in malattia estesa praticamente a tutta la giornata (con un’unica ‘ora d’aria’ dalle 13 alle 14). La realtà è che erano palesemente incostituzionali e quindi il governo ha pensato di togliere di mezzo i presupposti di un’altra figuraccia.
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Le fasce orarie di reperibilità sono tornate due di due ore ciascuna, la certificazione medica è stata nuovamente affidata al medico convenzionato, e sono state abrogate alcune delle norme che prevedevano penalizzazioni economiche. I sindacati si chiedono ora come mai è stata data tanta pubblicità alle norme di Brunetta e nemmeno una notizia sulla penosa marcia indietro dello stesso ministro. Verrebbe da dire: è la stampa bellezza.
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Secondo i sindacati il provvedimento era ampiamente incostituzionale. La Cgil: “Tanto rumore per nulla”. Con l’aggravante che dopo tanti annunci mediatici, non è in campo nessuna vera norma per far funzionare meglio la Pubblica amministrazione.
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Appena la notizia è uscita sui siti on-line, Brunetta si è affrettato a smentire: “L’unica modifica intervenuta nel decreto-legge 1° luglio 2009 n. 78 riguarda le fasce di reperibilità, che sono state uniformate nella durata a quelle vigenti nel settore privato”. Intervento, dice il ministero, “deciso anche a seguito dei confortanti risultati del monitoraggio sulle assenze per malattia nella P.A.”.
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“Al contrario – prosegue il comunicato del ministero – non si è intervenuto in alcun modo sulle disposizioni vigenti in materia di trattenute economiche e di certificazioni mediche dei dipendenti pubblici. Va però precisato che queste ultime saranno presto gestite online dall’Inps e si renderà quindi necessario uniformare la loro disciplina con quelle nel settore privato”.
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Il sindacato invece conferma tutte le modifiche, sostenendo che la penalizzazione economica per i dipendenti in malattia è rimasta solo nella norma del cosiddetto “salario accessorio”, e la possibilità di certificazione è di nuovo estesa ai medici convenzionati.

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25 settembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/88860/dalla_rivoluzione_al_flop_abrogate_in_sordina_le_norme_antifannulloni_di_brunetta

Il procuratore generale Antonino Gatto: «Mangano ad Arcore per interesse dei boss»

«Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi diversi da quelli per i quali fu ufficialmente chiamato da Palermo fino in Brianza». Così il procuratore generale Antonino Gatto entra subito nel vivo della requisitoria del processo al senatore Marcello dell’Utri (Pdl) per concorso esterno in associazione mafiosa. Il parlamentare è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere. Stamani davanti alla seconda sezione della Corte di appello di Palermo, Gatto ha affrontato subito il tema dello «stalliere di Arcore». «Ma davvero – si è chiesto il Pg – non fu possibile trovare in Brianza persone capaci di sovrintendere alla tenuta di Arcore? Davvero dall’estremo nord ci si dovette spostare a Palermo per trovare una persona che non conosceva la zona e le coltivazioni brianzole? In realtà – ha proseguito Gatto – non solo Mangano di cavalli e di coltivazioni non sapeva nulla: ma se guardiamo i suoi numerosissimi precedenti penali, gli interessi che coltivava erano di tutt’altra natura rispetto a quelli agricoli». Dell’Utri non è presente in aula. Ad ascoltare l’atto d’accusa del pg ci sono i difensori dell’imputato, gli avvocati Nino Mormino, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico.

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25 settembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/88880/mangano_ad_arcore_per_interesse_dei_boss

Le 30 navi che avvelenano il mar Mediterraneo

Sostanze tossiche e resti umani: a una svolta l’inchiesta sul relitto del “Cunski”. E spunta la mappa delle altre imbarcazioni cariche di scorie

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di PAOLO GRISERI e FRANCESCO VIVIANO

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Le 30 navi che avvelenano il mar MediterraneoLa Jolly Rosso

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PAOLA (Cosenza) – Due macchie gialle dietro il vetro di un oblò. I fari di una telecamera di profondità illuminano la scena. Le macchie sono proprio al centro dell’immagine, sopra la data e l’ora della ripresa: 12 settembre 2009, 17,33. Una nuova ombra, un rigagnolo di veleni, esce da una fenditura della lamiera. Altre masse nere (pesci?) si intravedono nell’oscurità del relitto. Immagini che sembrano confermare il “sospetto inquietante” del Procuratore di Paola, Bruno Giordano: “Dietro quell’oblò potrebbero esserci i teschi di due marinai”. Non è solo una bomba ecologica quella affondata al largo della costa calabra: è una bara. L’ultima destinazione per marinai irregolari come irregolare era ormai il Cunski con il suo carico inconfessabile: una discarica di veleni e di uomini. Quanti altri Cunski custodiscono segreti e rilasciano veleni dal fondo del Mediterraneo? La domanda è la stessa che inseguiva quattordici anni fa il capitano di vascello Natale De Grazia. Nel cuore dell’indagine prendeva appunti.
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Uno degli ultimi, fino ad oggi inedito, offre qualche punto interrogativo e diverse certezze. Vale la pena di leggere: “Le navi? 7/8 italiane e a Cipro. Dove sono? Quali sono? I caricatori e i mandanti. Punti di unione tra Rigel e Comerio. Hira, Ara, Isole Tremiti. Basso Adriatico. Porti di partenza: Marina di Carrara m/v Akbaya. Salerno/Savona/Castellammare di Stabia/Otranto/Porto Nogaro/Fiume. Sulina Beirut. C/v Spagnolo. Materiale radioattivo”.
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Qual era la mappa cui si riferiva il capitano di vascello Natale De Grazia nell’autunno del ’95? Non lo sapremo mai. La sera del 12 dicembre De Grazia si accascia sul sedile posteriore dell’auto che lo sta portando a La Spezia, alla caccia dei misteri delle navi dei veleni. Una morte per infarto, dice il medico. Ma un infarto particolare se poco tempo dopo il capitano verrà insignito della medaglia d’oro al valor militare. Comincia da qui, da quell’appunto inedito, il viaggio alla ricerca delle navi dei veleni, affondate non solo in Italia ma in tutto il Mediterraneo e nel Corno d’Africa.

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Una storia che inizia in modo legale, tra i camici bianchi nei laboratori di un’agenzia dell’Unione europea, diventa un’occasione di arricchimento per personaggi senza scrupoli e merce di scambio per i trafficanti di armi e uomini. Sullo sfondo, ma non troppo, un’incredibile tangentopoli somala e la morte ancora senza spiegazione ufficiale di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Il 18 gennaio 2005, rispondendo alle domande della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte dei due giornalisti italiani, il pm di Reggio Calabria Francesco Neri rivelava che “la cartina con i punti di affondamento e le segnalazioni di Greenpeace coincidono con le mappe di Comerio”.
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L’indagine sulle navi dei veleni è rimasta lontano dai riflettori per 12 anni. Fino a quando, il 12 settembre scorso, il Manifesto rivela che un pentito, Francesco Fonti, ha consentito di scoprire un nuovo relitto sul fondale di fronte alle coste della Calabria. Una vicenda di cui ora si occuperà anche la Commissione antimafia. Così, alla ricerca di nuove bombe ecologiche sepolte, la mappa di Comerio è tornata d’attualità.
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Di Giorgio Comerio, imprenditore nel settore delle antenne e delle apparecchiature di indagine geognostica, sono pieni i documenti delle commissioni di inchiesta. In un’intervista sostiene di essere vittima di un clamoroso equivoco: “Mi ha fermato alla frontiera un doganiere che non sapeva del progetto Euratom, è una bieca montatura”. Una versione che ai pm sembra troppo semplice: “Aveva rapporti con i servizi argentini e iracheni e aveva comperato rifiuti da mezzo mondo”.
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L’inizio della storia delle navi dei veleni è in Italia, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore, dove ha sede l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che lavora ai progetti dell’Euratom. È qui che, secondo il pm Nicola Maria Pace, negli anni 0 prende corpo un progetto ambizioso: “A Ispra – racconta Pace nel marzo del 2005 – presso gli impianti dell’Euratom di Varese, attraverso finanziamenti americani e giapponesi si avvia un progetto alternativo al sistema di deposito in cavità geologiche delle scorie nucleari. Tale progetto, denominato Dodos, ha visto la partecipazione di centinaia di tecnici di tutto il mondo: hanno contribuito due esperti scienziati dell’Enea ed anche Giorgio Comerio”. L’idea è quella di inabissare sul fondo del mare il materiale radioattivo stivato nelle testate dei siluri. Progetto che verrà poi abbandonato per timore delle proteste degli ambientalisti. “Per impedire che idee di questo genere venissero messe in pratica – ricorda Enrico Fontana di Legambiente – venne firmata la Convenzione Onu che impedisce lo sversamento di materiale pericoloso sui fondali marini”.
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Comerio capisce invece che quella tecnica può diventare una gallina dalle uova d’oro. Mette in piedi una società, la Odm, (naturalmente con sede nel paradiso fiscale delle Isole Vergini) e acquista i diritti della nuova tecnologia. Scopre un giudice a Lubiana che dà la patente al nuovo sistema sostenendo che non è in contrasto con la Convenzione Onu. È il colpo dello starter. Da quel momento Comerio si mette sul mercato anche attraverso un sito Internet: fa il giro dei governi del globo proponendo di smaltire le scorie a prezzi scontatissimi. Francia e Svizzera rifiutano. Ma le commesse, soprattutto quelle in nero, cominciano a fioccare.
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La mappa degli affondamenti è quella studiata, nel Mediterraneo e negli oceani, dal gruppo di scienziati di Ispra. Ormai il progetto è fuori controllo. Nelle mani di Comerio cambia natura. Nell’audizione di fronte alla Commissione che indaga sulla morte di Ilaria Alpi, il pm Pace riferisce un particolare incredibile. La storia di “una intesa con una giunta militare africana, che si impegnava a cedere a Comerio tre isole, di cui una sarebbe stata affidata a lui, per installarvi un centro di smaltimento di rifiuti radioattivi in mare, un’altra sarebbe stata ceduta a Salvatore Ligresti, in cui avrebbe costruito villaggi turistici, la terza infine sarebbe stata data al professor Carlo Rubbia, affinché potesse installarvi un reattore di potenza abbastanza piccolo, per fornire energia sia all’impianto di smaltimento sia ai villaggi”. Rubbia e Ligresti, naturalmente, rifiutano il progetto.
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Il meccanismo è inarrestabile. Comerio contatta i governi della Sierra Leone, del Sudafrica, dell’Austria. Propone affari anche al governo somalo: 5 milioni di dollari per poter inabissare rifiuti radioattivi di fronte alla costa e 10 mila euro di tangente al capo della fazione vincente dell’epoca, Ali Mahdi, per ogni missile inabissato. Pagamento estero su estero, s’intende. A provarlo ci sono i fax spediti da Comerio nell’autunno del 1994 al plenipotenziario di Mahdi, Abdullahi Ahmed Afrah, e acquisiti dalla commissione di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi. La giornalista della Rai aveva scoperto il traffico e, cosa più pericolosa, la tangente?
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Qualcosa di simile aveva scoperto De Grazia. Su ordine del pm di Reggio, Francesco Neri, aveva perquisito a Garlasco l’abitazione di Giorgio Comerio: era il settembre 1995, un anno dopo la morte dei giornalisti in Somalia. Il capitano italiano seguiva le rotte delle navi dei veleni. Indagava sulla Riegel, affondata nel 1987 nello Ionio e sulla Rosso, spiaggiata davanti ad Amantea il 14 dicembre 1990.
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Navi cariche di veleni, “almeno trenta”, secondo diversi pentiti. Nella cabina di comando della Rosso si scopre una mappa di siti per l’affondamento, la stessa che sarebbe stata trovata, cinque anni dopo, nell’abitazione di Comerio. De Grazia indaga sugli affondamenti ma anche sulle rotte. E scopre che se il cimitero dei veleni è nei mari del Sud Italia, i porti di partenza sono nel Nord, in quell’angolo misterioso tra Toscana e Liguria dove si incontrano due condizioni favorevoli: l’area militare di La Spezia e le cave di marmo delle Alpi Apuane. Perché l’area militare garantisce la riservatezza e il granulato di marmo copre le emissioni delle scorie radioattive: “Stavamo andando a La Spezia – riferisce oggi uno di coloro che si trovavano sull’auto di De Grazia nel suo ultimo viaggio, il 12 dicembre – per verificare al registro navale i nomi di circa 180 navi affondate in modo sospetto negli ultimi anni e partite da quell’area”. Il capitano non sarebbe mai arrivato a La Spezia. Ma aveva già scoperto molte cose.
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Sapeva, ad esempio, che nella casa di Comerio c’era una cartellina: “una carpetta – riferisce Neri – con la scritta Somalia e il numero 1831. Nella cartella c’era il certificato di morte di Ilaria Alpi”. Oggi, naturalmente, scomparso dagli atti.
(1. continua)

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25 settembre 2009
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Overshoot Day, da venerdì 25 settembre 2009 inizia il debito di risorse della Terra

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Tra poco meno di 48 ore l’umanità sarà in debito con le risorse del Pianeta: inizieremo a dare fondo alle riserve perchè quanto prodotto nell’ultimo anno è stato già abbondantemente consumato.

Nel 2008 l’overshoot Day è caduto il 23 settembre, dunque quest’anno si è verificato un piccolo miglioramento di 48 ore che purtroppo non si rivela sufficiente. I dati, sono rilevati dal Global Foodprint Network, i cui calcoli si basano sulla media delle risorse sfruttate e sulla capacità di produzione.

Vi sono poche regole per migliorare la situazione. Scrive AltraBrescia:

Consumare meno, evitare gli sprechi dei paesi occidentali e ridistrubuire le risorse fra chi non ha nulla è l’unica strada possibile per salvare la Terra che oggi conosciamo e nella quale possiamo vivere. Negli ultimi decenni l’overshoot day è arrivato sempre più presto e gli esperti prevedono che, se non ci sarà un radicale cambiamento, nel 2050 questa data potrebbe arrivare addirittura in luglio. Ogni Paese ha la sua impronta ecologica che è ovviamente molto più elevata nei paesi occidentali con in testa gli Stati Uniti, mentre esistono Paesi che consumano molto meno di quanto la Terra possa dare in un anno ma purtroppo anche questi risentono inevitabilmente dell’impoverimento globale causato da altri. Ovviamente è fondamentale che ad un giusto sfruttamento della terra corrispondano delle buone condizioni di vita e questo sarebbe possibile in ogni Paese se solo la gestione delle risorse venisse fatta in modo consapevole, oculato, economicamente equo e nel rispetto della nostra casa: la Terra.


Grazie a Giulia Loglio di AltraBrescia per la segnalazione.

Foto | Flickr

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fonte:  http://www.ecoblog.it/post/9009/overshoot-day-da-venerdi-25-settembre-2009-inizia-il-debito-di-risorse-della-terra

CRISI – Così si perde il posto di lavoro nell’alta tecnologia e nella ricerca

Il lavoro in bilico Centinaia di segnalazioni dal settore It tra licenziamenti, cig e mobilità
Nei guai moltissimi laureati, ingegneri, fisici, quadri e personale ad alta specializzazione

L’appello: “Parlate del caso Eutelia-Agile: 2mila dipendenti senza stipendio da 3 mesi”

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di SALVATORE MANNIRONI

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Crisi, così si perde il posto di lavoro nell'alta tecnologia e nella ricerca
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“Mansione: quadro. 56 anni e tre figli ancora a carico. Al ritorno dalle ferie mi hanno dato la lettera di licenziamento perché i prodotti di cui sono specialista non saranno più supportati in Italia”.
Questa relativa alla Infor Global Solution di Milano è una tra le centinaia di storie già giunte a Repubblica.it per l’iniziativa “Vivere con il lavoro in bilico”. La mappa generale della crisi comincia ad essere aggiornata da segnalazioni inviate da tutta Italia e nella prima giornata spicca l’ecatombe di posti di lavoro perduti o a rischio, dal Nord al Sud, nei settori della IT, dell’alta tecnologia e della ricerca, dove a pagare sono molto spesso laureati, specialisti, ingegneri, fisici e chimici anche non più tanto giovani.
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Le situazioni di difficoltà riguardano dipendenti di multinazionali, di grandi aziende nazionali e di piccole imprese. Da Milano, ad esempio, si segnala il caso della Nokia Siemens Networks (Nsn) che “ha comunicato l’intenzione di mettere in Cig (13 settimane a zero ore) ben 300 dipendenti della sede di Cinisello e 50 di Cassina de’ Pecchi”. Effetti a catena immediati. Come alla Iway di Milano che forniva consulenza a Nsn: “Ora la ditta è stata costretta a mandare me e i miei colleghi in cig per 13 settimane a zero ore. Bello essere laureati in ingegneria e vedersi a 37 anni in cig dopo tanti anni di sacrifici… W l’Italia!”. O come alla Qsd sistemi, sempre a Milano: “Nsn ha deciso di chiudere qui e spostare la ruicerca in India. Ciò ha portato alla mobilità di 20 ingegneri su 40 entro l’anno. Io il più giovane sono stato tra i primi a uscire”.

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A Torino, la Praxis Calcolo ha chiuso la sua sede cittadina; a parte i 90 contratti di solidarietà, 15 persone sono state trasferite a Milano e chi segnala il caso si è dovuto licenziare non potendo spostarsi da Torino per motivi familiari. Un’altra sede chiusa è quella dell’Accenture di Pisa: “Ufficialmente – segnala il lettore – ha solo trasferito i dipendenti a Milano: l’effetto è che quasi tutti quelli che ci lavoravano sono finiti in mobilità. Tutti laureati in informatica, ingegneria, quindi altamente qualificati ma ‘anziani'”. Altra segnalazione sul colosso Hewlett-Packard e la sua controllata italiana a Roma: “Hp-Dcs licenzia 130 dipendenti su 600”. Con Hp si è fusa Eds, riducendo il personale: “Sono 8 i posti persi nell’area torinese, tecnici informatici e quindi personale ‘apparentemente’ al sicuro”.
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Invece la crisi non risparmia nessuno. E’ il caso dei dipendenti della Pgt Phonotics, nata dal gruppo Pirelli, segnalato da Milano: “Nel luglio 2008 l’azienda viene venduta all’americana CyOptics di cui Pirelli acquista il 30% delle azioni. Dopo poco più di un anno, CyOptics decide di liquidare l’azienda e licenziare 70 tra ingegneri, fisici e tecnici specializzati”. O il caso dell’ex responsabile della logistica e programmazione della produzione alla Idra di Brescia: “Moglie e due figlie a carico, sono stato messo prima in Cigs e ora in mobilità. Per fortuna tra qualche mese arriverò alla pensione”.
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“Parlate della situazione lavorativa del Sud e in particolare del settore IT”. E’ l’appello di un dipendente della Tsc Technology di Napoli: “Qui – spiega – il settore It è morto quando Telecom Italia ha chiuso i rubinetti e tante società che vivono solo di consulenza stanno sparendo. La mia società è una di queste e se le cose non cambiano anche altri dipendenti saranno licenziati”.
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Un caso emblematico che è oggetto di molte segnalazioni è quello dell’ex Eutelia, grande azienda delle Telecomunicazioni con 2.000 dipendenti in numerose sedi in Italia e negli stabilimenti principali di Pregnana Milanese, Roma, Bari, Napoli e Ivrea. L’azienda è stata appena ceduta all’Agile del gruppo Omega e non paga gli stipendi da luglio. L’ultimo incontro tra le parti al ministero è servito a far impegnare la direzione a versare le retribuzioni di luglio e le altre entro la terza settimana di ottobre, ma sulle prospettive lavoratori e sindacati continuano a vedere nero.
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25 settembre 2009
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