Archivio | settembre 28, 2009

Afghanistan: Diliberto scrive a Napolitano

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Al Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano

Sono d’accordo con lei Presidente. E’ vero, agli “episodi di becera e indegna contestazione non può essere attribuito alcun peso e rilievo effettivo”. Noi infatti non scriviamo meno sei. Noi non bruciamo bandiere. Ma noi Presidente, siamo contro. Siamo rimasti gli unici lo so. Ma noi siamo contro la guerra. Si può dire o è vietato? Si può ancora dissentire in questo Paese? O è vietato? Si può ancora non essere d’accordo? Magari in maniera civile e pacata. Ma altrettanto ferma. O è vietato?

Presidente, lei è il Presidente di tutti gli italiani. Dunque è anche il nostro Presidente. Ma lei non può assegnare ruoli e primazie alle opposizioni. Non può dire chi siano e chi non siano “le forze fondamentali dell’opposizione”. E’ vero noi non siamo più in Parlamento, ma noi siamo opposizione. E siamo opposizione a quel pensiero unico che ormai ci viene propinato quotidianamente. Qui altro che libertà di stampa, nemmeno più la libertà di espressione fra un po’.

Siamo contrari Presidente, siamo contrari alla guerra, siamo contrari alla missione in Afghanistan. A quella missione che ci è stato detto fosse di pace. E non lo era. E noi eravamo contrari per quello, perché lo sapevamo. E oggi il Governo dice che è missione di guerra. E noi siamo contrari, oggi, come ieri. Siamo contrari perché siamo rispettosi della Costituzione che all’articolo 11 ripudia la guerra. E lei Presidente, è il custode della Costituzione.

Con deferenza.

Oliviero Diliberto

fonte: PdCI

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Al via l’AGS, il nuovo sistema di spionaggio NATO

di Antonio Mazzeo – 27 settembre 2009

Lo sviluppo dell’AGS (Alliance Ground Surveillance), il nuovo sistema di sorveglianza terrestre della NATO, ha generato divisioni insanabili…

nato-web.jpg… all’interno dell’Alleanza Atlantica.
Alla firma del Programme Memorandum of Understanding (PMOU) che segna i confini legali, organizzativi e finanziari del sistema d’intelligence, si sono presentati infatti solo 15 dei paesi membri dell’organizzazione nord-atlantica. Si tratta di Bulgaria, Canada, Danimarca, Estonia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Stati Uniti d’America. Per la gestione e il coordinamento delle attività di sviluppo e implementazione dell’AGS, le nazioni aderenti al PMOU hanno dato vita a due nuove agenzie, la NATO AGS Management Organisation (NAGSMO) e la NATO AGS Management Agency (NAGSMA). Il Comando Supremo Atlantico di Bruxelles ha inoltre comunicato che la piena capacità del sistema di sorveglianza terrestre sarà raggiunta entro il 2012, anticipando di un anno i tempi previsti.
Nel corso della riunione dei Ministri della Difesa della NATO di Cracovia, il 19 e 20 febbraio 2009, è stata formalizzata la scelta della stazione aeronavale di Sigonella quale “principale base operativa” dell’AGS. “Abbiamo scelto questa base dopo un’attenta valutazione e per la sua centralità strategica nel Mediterraneo che le consentirà di concentrare in quella zona le forze d’intelligence italiane, della NATO e internazionali”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Vincenzo Camporini. Nella grande infrastruttura militare siciliana saranno ospitati i sistemi di comando e di controllo del’AGS, centralizzando le attività di raccolta d’informazioni ed analisi di comunicazioni, segnali e strumentazioni straniere. Sigonella si trasforma così in un’immensa centrale di spionaggio, un “Grande Orecchio”, della NATO capace di spiare, 24 ore al giorno, un’area che si estende dai Balcani al Caucaso e dall’Africa al Golfo Persico.
La stazione aeronavale ospiterà inoltre la componente di volo del sistema di sorveglianza, costituita da sei sofisticati velivoli senza pilota (UAV). In un comunicato stampa del 25 settembre scorso, gli alti comandi NATO hanno spiegato che “il segmento aereo dell’AGS Core sarà basato sulla versione Block 40 dell’aereo “RQ-4B Global Hawk” di produzione statunitense, dotato di un’autonomia di volo superiore alle 30 ore ed in grado di raggiungere i 60.000 piedi di altezza, in qualsiasi condizione meteorologica”. Gli UAV saranno equipaggiati con un sensore radar di sorveglianza del suolo multi-piattaforma (MPRIP Multi-Platform Radar Insertion Program) e con un sistema di trasmissione dati a banda larga. Mediante l’impiego di questi sensori tecnologicamente avanzati, l’AGS Core scoprirà e “traccerà” oggetti in movimento nell’area osservata e fornirà immagini radar di oggetti stazionari. Il segmento terrestre, che sarà sviluppato dalle industrie militari canadesi ed europee, distribuirà i dati ad i molteplici utenti operativi all’interno e fuori dal teatro delle operazioni belliche, e funzionerà come un’interfaccia tra l’AGS Core ed un’ampia gamma di sistemi d’Intelligence, Sorveglianza e Riconoscimento (IRS), nazionali e NATO. Il segmento di terra dell’AGS includerà i sistemi dedicati al supporto della missione, dislocati presso la Main Operating Base di Sigonella, e le stazioni terrestri, anche in configurazione trasportabile e mobile, per la pianificazione ed il controllo delle operazioni di volo degli UAV.
“Grazie all’Alliance Ground Surveillance, la NATO acquisirà una considerevole flessibilità nell’impiego della propria capacità di sorveglianza di vaste aree di territorio in modo da adattarla alle reali necessità operative”, ha dichiarato Peter C. W. Flory, vicesegretario generale per gli Investimenti alla difesa dell’Alleanza Atlantica. “L’AGS è essenziale per accrescere la capacità di pronto intervento in supporto delle forze NATO per tutta le loro possibili future operazioni. L’AGS sarà un elemento chiave per assicurare l’assunzione delle decisioni politiche dell’Alleanza e la realizzazione dei piani militari”. Il nuovo sistema non è però un mero mezzo di intercettazione e di spionaggio. Come è stato riconosciuto dal Capo di Stato Maggiore italiano, generale Camporini, nella base di Sigonella sarà allestito un “più avanzato sistema SIGINT”. Il SIGINT, acronimo di Signals Intelligence, è lo strumento d’eccellenza di ogni “guerra preventiva” e ha una funzione determinante per scatenare il “first strike”, convenzionale o nucleare che sia. Una delle articolazioni SIGINT è la cosiddetta ELINT – Electronic Intelligence, che si occupa in particolare d’individuare la posizione di radar, navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e missilistici, con lo scopo di pianificarne la distruzione in caso di conflitto.
Nonostante l’accelerazione inferta al piano di sviluppo dell’AGS, il Comando NATO di Bruxelles ha chiesto un maggiore impegno collettivo ai paesi membri. “La partecipazione al programma resta aperto agli altri Alleati interessati”, ha dichiarato il vicesegretario Peter C. W. Flory, invitando apertamente i partner dell’Europa occidentale e la Polonia a rientrare nell’AGS. Originariamente, il piano di sviluppo del sistema di sorveglianza vedeva associate 23 nazioni. Il 16 aprile 2004, la NATO attribuì al consorzio “Trans-Atlantic Industrial Proposed Solution” (TIPS) la ricerca e la progettazione delle apparecchiature terrestri e aeree. Al consorzio partecipavano le statunitensi Northrop Grumman e General Dynamics, la European Aeronautic Defense and Space Company – EADS (gruppo aerospaziale a cui aderiscono società tedesche, francesi ed olandesi), la francese Thales, la spagnola Indra e l’italiana Galileo Avionica. L’accordo prevedeva la realizzazione di una flotta di aerei senza pilota a composizione “mista” (i Global Hawk USA e gli europei Airbus A321). Nel novembre 2007, Washington annunciò però l’abbandono di questa soluzione e la milionaria commessa dei velivoli spia fu affidata in esclusiva alla Northrop Grumman. La delusione e la rabbia degli alleati europei fu incontenibile e, uno dopo l’altro, Belgio, Francia, Ungheria, Olanda, Portogallo, Grecia e Spagna ritirarono il proprio appoggio finanziario ed industriale all’AGS. La diserzione alleata ebbe come prima conseguenza l’aumento dell’onere finanziario a carico dell’Italia per la realizzazione delle attrezzature e delle infrastrutture del sistema di sorveglianza, circa 150 milioni di euro, pari al 10% del piano finanziario del programma.
Le autorità spagnole, che in un primo tempo avevano candidato lo scalo di Zaragoza come “principale base operativa” dell’AGS, hanno deciso di ritirarsi non solo per motivi di ordine economico-industriale. “L’installazione a Zaragoza dei velivoli senza pilota presentava molti inconvenienti al normale funzionamento del vicino aeroporto della città”, ha dichiarato il portavoce del governo Zapatero. “Dato che le aeronavi della NATO voleranno continuamente per catturare le informazioni, si potevano generare restrizioni al traffico aereo, saturazione nello spazio aereo e problemi durante gli atterraggi e i decolli”. Una valutazione dei rischi per la sicurezza dei sei milioni di passeggeri in transito dallo scalo di Catania-Fontanarossa (ad una decina di chilometri da Sigonella), che né il governo Prodi né quello Berlusconi si sono sentiti di fare. Eppure durante l’ispezione compiuta il 31 marzo 2008 nella base siciliana dal parlamentare di Sinistra Critica-PRC, Salvatore Cannavò, l’allora comandante del 41° Stormo dell’Aeronautica militare, colonnello Antonio Di Fiore, aveva negato l’ipotesi d’insediamento a Sigonella dei Global Hawk in quanto “la gestione di quel tipo di aerei senza pilota non è compatibile col traffico civile del vicino aeroporto civile Fontanarossa”.
Con l’AGS, inevitabilmente, sarà dato nuovo impulso ai processi di militarizzazione del territorio siciliano. Per il funzionamento degli aerei senza pilota e della nuova supercentrale di spionaggio, il ministro della difesa Ignazio La Russa ha annunciato l’arrivo nell’isola di un “NATO Force Command di 800 uomini, con le rispettive famiglie”. È prevedibile che saranno presto avviati i lavori per realizzare nuovi complessi abitativi per il personale in forza alla stazione aeronavale. I consigli comunali di Motta Sant’Anastasia (Catania) e Lentini (Siracusa) hanno già adottato quattro progetti di variante ai piani regolatori per l’insediamento di residence e villaggi ad uso esclusivo dei militari statunitensi e NATO.
Dovrebbe essere ormai questione di giorni l’arrivo a Sigonella del plotone di 4-5 velivoli RQ-4B “Global Hawk” dell’US Air Force, destinati ad operare in Europa, Medio oriente e nel continente africano. Nella base siciliana sarà pure realizzato il Global Hawk Aircraft Maintanance and Operations Complex, il complesso per le operazioni di manutenzione degli aerei senza pilota. Il progetto, da finanziare con il budget 2010 dell’Air Force Military Construction, Family Hosusing and base Realignment and Closure Programs, è stato definito di “alto valore strategico” da Kathleen Ferguson, vicesegretaria della Difesa, in occasione della sua audizione davanti al Congresso, il 3 giugno 2009. Il programma dell’US Air Force ha però lasciato perplessi i congressisti che hanno chiesto di posticipare l’installazione del nuovo hangar di supporto ai Global Hawk. “La marina USA possiede a Sigonella facilities di volo che attualmente sono sotto-utilizzate e possono pertanto ospitare a breve termine le necessità che deriveranno dall’arrivo dei primi Global Hawk nell’ottobre 2009”, ha dichiarato il portavoce del Comitato per le installazioni militari del Congresso. “Raccomandiamo pertanto di deferire l’investimento in facilities di volo aggiuntive a NAS Sigonella sino a quando il Rapporto Quadriennale della Difesa non informi sul futuro dei programmi del velivolo di pattugliamento marittimo P-8 e dei sistemi senza pilota UAV dell’US Navy, nonché su quanto verrà deciso relativamente all’installazione di questi programmi a Sigonella”.
Lo scorso anno, il Pentagono ha assegnato alla Northrop Grumman il piano di sviluppo dei nuovi velivoli senza pilota che saranno utilizzati dalle forze navali. Con la prima tranche del programma, a partire del 2015 saranno forniti 68 “Global Hawk” in versione modificata rispetto a quelli già operativi con l’US Air Force. Spesa prevista 1,16 miliardi di dollari. “Una quarantina di questi velivoli UAV saranno dislocati in cinque siti: Kaneohe, Hawaii; Jacksonville, Florida; Sigonella, Italia; Diego Garcia, Oceano Indiano, e Kadena, Okinawa”, hanno dichiarato i portavoce del Dipartimento della Difesa. “Ad essi, nelle differenti missioni navali in tutte le aree del mondo, si affiancheranno i velivoli con pilota P-8 Multi-Mission Maritime Aircraft (MMA), che stanno sostituendo i P-3 Orion in servizio dal 1962”. L’US Navy ha già preannunciato che le “front lines” per la dislocazione dei nuovi P-8 saranno le stazioni aeronavali di Diego Garcia, Souda Bay (Grecia); Masirah (Oman); Keflavik (Islanda), Roosevelt Roads (Porto Rico) e l’immancabile Sigonella.
Intanto, in vista del rilancio delle iniziative contro i nuovi programmi di guerra USA e NATO in Sicilia, il movimento “no war” si è dato appuntamento per mercoledì 30 settembre, ore 16,30, nella facoltà di Lingue dell’Università di Catania (Monastero dei Benedettini) per un incontro-dibattito dal titolo: “Dal potenziamento di Sigonella alla costruzione del MUOS a Niscemi. I pericoli della militarizzazione e della guerra”. Parteciperanno, tra gli altri, Alfonso Di Stefano (Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella), Valerio Marletta (consigliere provinciale del Prc), Gianni Piazza (docente della facoltà di Scienze Politiche) e Santi Terranova (legale dell’Associazione bambini leucemici “Manuele e Michele” di Lentini).

fonte: Antimafia Duemila

Per la liberazione dei Cinque, contro il silenzio dei mezzi di comunicazione

Manifestazione nazionale a Milano il 10 ottobre 2009

per la liberazione dei cinque, contro il silenzio dei mezzi di comunicazione

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corteo da Piazza Cavour alle ore 15

al termine concerto dal vivo di musica cubana

in Piazza L. da Vinci (Politecnico)

Hanno aderito sino ad ora  780 tra persone e organizzazioni

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Cinque cubani, dal 12 settembre 1998, sono detenuti negli Stati Uniti con condanne che vanno da 15 anni fino a un doppio ergastolo perché, a protezione del loro popolo, controllavano l’attività di gruppi paramilitari anticubani che dal territorio degli Stati Uniti pianificavano attentati terroristici contro Cuba.
Come è stato riconosciuto anche da alte autorità militari statunitensi, che hanno testimoniato durante il processo, i Cinque cubani non hanno mai commesso atti di violenza, né sono mai entrati in possesso di documenti segreti che avrebbero potuto mettere in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti, né hanno tentato di farlo.

Il processo tenuto a Miami è stato ritenuto illegale dal Gruppo di Lavoro sulle Detenzioni Arbitrarie dell’ONU per come è stato condotto. Dieci Premi Nobel, Parlamenti esteri, singoli parlamentari di tutto il mondo, istituzioni internazionali, organizzazioni dei Diritti Umani, associazioni di giuristi e diverse migliaia di personalità hanno chiesto invano, prima alla Corte di Appello di Atlanta e poi al Tribunale Supremo degli Stati Uniti, la revisione di questo processo.

Il Governo statunitense ha fatto di tutto perché questo caso passasse sotto silenzio. Infatti la revisione del processo, in una sede diversa da Miami, avrebbe potuto portare alla scoperta di connivenze, protezioni e sostegno ad azioni di terrorismo contro Cuba da parte dei vari Governi degli Stati Uniti.

In Italia i grandi mezzi di comunicazione – su questo caso come per altre situazioni avvenute nel mondo – hanno mantenuto un silenzio tombale, che dimostra il controllo a cui sono sottoposti, la loro mancanza di etica professionale e l’ipocrisia del cosiddetto mondo occidentale sulla tanto declamata “libertà di informazione”. Ricordiamo che una delle 3.478 vittime di tali azioni di terrorismo contro Cuba è il cittadino italiano Fabio Di Celmo. Nessun grande quotidiano, nessuna importante rete televisiva ha mai speso una sola parola per chiedere giustizia per questo nostro concittadino. Il noto terrorista Luis Posada Carriles, che vive e gode di ampie protezioni negli Stati Uniti, non è mai stato perseguito per questo crimine dalla giustizia statunitense, pur avendo rivendicato pubblicamente la propria responsabilità.

Siamo contro tutti i terrorismi, in tutte le loro forme o manifestazioni, diretti contro chiunque, in ogni parte del mondo e per qualsiasi ragione. La lotta contro il terrorismo la si conduce anche attraverso una corretta informazione.

Invitiamo i cittadini italiani – che nonostante tutto quello che accade nel mondo e nel nostro paese continuano ad avere e a credere nei valori morali – ad aderire al nostro appello e a partecipare alla manifestazione nazionale che si terrà a Milano il 10 ottobre 2009 per lanciare un segnale di solidarietà ai Cinque, chiedere che i mezzi di informazione facciano finalmente conoscere il loro caso e arrivare alla loro liberazione.

Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

per info e adesioni: amicuba@tiscali.it

tel. 02-680862

fax 02-683037

fonte: Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

approfondimenti qui

…ma l’Italia non è razzista!

Roma, insulti razzisti a nigeriana aveva chiesto di non fumare sul bus

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La donna aveva chiesto a due ragazzine di spegnere la sigaretta
loro hanno risposto: “Zitta brutta negra” e poi l’hanno schiaffeggiata

L’amica della vittima: “La polizia non è intervenuta”

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ROMA – Presa a schiaffi davanti alla sua bambina e insultata con epiteti razzisti da due ragazzine italiane a cui la donna, di origini nigeriane, aveva chiesto di spegnere la sigaretta che le due fumavano tranquillamente a bordo di autobus.

E’ accaduto a Tor Bella Monaca sulla linea 059 intorno alle 7.40 e a raccontare la vicenda è un’amica della donna e testimone del fatto. “Stavamo sull’autobus per portare a scuola i nostri bambini che frequentano il nostro istituto – ha detto la testimone, Maria Edima Venancio Rocha, di origine brasiliana – la mia amica ha visto queste due quindicenni che avevano acceso una sigaretta all’interno della vettura e ha chiesto loro di spegnerla perché dava fastidio alla sua bambina. Per tutta risposta, le due hanno cominciato a insultarla con frasi come ‘Brutta negra, stai zitta, tornatene al paese tuo’. Quando siamo scese alla fermata le due ci hanno seguito e hanno preso a schiaffi la mia amica”.

In quel momento, continua il racconto, è passato un camper della polizia. Secondo quanto sostiene Venancio Rocha, “la roulotte si è fermata e quello che è accaduto è incredibile. Le due ragazze, che stavano ancora lì sul posto, sono state mandate via dagli agenti senza essere identificate. E’ stata, invece, identificata la mia amica a cui hanno comminato pure una multa di 3mila euro, non abbiamo capito perché. Ora andremo a fare immediatamente la denuncia. E’ assurdo, la mia amica è una persona per bene, che lavora e queste cose non devono succedere”.

Treviso: immigrato travolto da un’auto e poi ucciso a bastonate

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TREVISO – Travolto da un’auto e poi ucciso a bastonate un giovane immigrato. E’ avvenuto davanti allo stadio di rugby di Treviso. La scena è stata vista in diretta da alcune persone che sono state richiamate dalle urla della vittima. La Squadra Mobile della Questura di Treviso sta indagando su quanto accaduto. (RCD)

fonte: il Corriere della Sera


Bagni sporchi, crepe e letti rotti “Quella clinica è una sofferenza”

Roma, viaggio nell’Aurelia Hospital. La denuncia degli ex pazienti
Muffa sui soffitti e nello spogliatoio degli infermieri il rifugio di un clochard

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di ALBERTO CUSTODERO

Bagni sporchi, crepe e letti rotti "Quella clinica è una sofferenza"

ROMA Ragnatele di capelli e grumi di calcare e schiuma fanno da tappo allo scarico delle vasche sporche e giallastre nei bagni del reparto ostetricia e ginecologia dell’Aurelia Hospital, uno dei più importanti ospedali privati di Roma convenzionati con la Regione. Dopo le molte denunce degli ex ricoverati nei forum on-line, viaggio nella clinica romana. Per scoprire che, nei servizi igienici da “comfort alberghiero” del reparto di ostetricia, come recita la Carta dei Servizi della clinica, ci sono rubinetti guasti da anni che gocciolano tutta la notte rendono impossibile il sonno delle puerpere.

Nel reparto dove le donne sono ricoverate prima e dopo il parto (e quindi dove massima dovrebbe essere l’igiene), i bidet sono sporchi, un water è senza asse, le vaschette dello scarico perdono vistosamente, le vasche da bagno sono incrostate di sporcizia. Il buco di una mattonella che manca è tappato da un pezzo di carta appiccicato al muro con lo scotch. In quell’ospedale privato punto di riferimento dell’emergenza del Nord Ovest di Roma, i letti dei reparti sono vecchi, arrugginiti e con le ruote rotte: impossibile, in caso di emergenza, il trasporto delle pazienti in sala operatoria o in rianimazione. Nei corridoi al secondo piano (negli ospedali è vietato fumare), c’è per terra un portacicche abbandonato zeppo di mozziconi di sigarette. Sui soffitti macchie di muffa. Crepe nelle pareti. Cavi elettrici pendono pericolosamente sulla testa del personale che si reca nello spogliatoio.

Proprio in questi giorni la clinica ha pubblicato la Carta dei Servizi nella quale si esortano gli utenti a fare “attenzione al comfort alberghiero per garantire agli assistiti un ambiente gradevole”. La realtà dei bagni del reparto di ostetricia e ginecologia, però, è un’altra, molto diversa da quella pubblicizzata: da anni versano in condizioni di degrado, trascuratezza e abbandono nonostante infermieri e medici abbiano più volte denunciato la situazione alla direzione generale e a quella sanitaria. I pannelli del riscaldamento sono arrugginiti, la vernice è scrostata. La doccia, ossidata, non funziona, il flusso dell’acqua è regolato da una leva tipo rubinetto da giardino. Sui muri e sui soffitti macchie di muffa.

La clinica di via Aurelia 680 è di proprietà di una omonima Spa al cento per cento della famiglia Garofalo (titolare dell’omonimo Gruppo di cliniche), con un fatturato 2008 di 52.811.597 euro e un utile di 265mila. È sede di Dea – dipartimento di emergenza e pronto soccorso – e vanta numerose alte specialità. La struttura privata è “provvisoriamente accreditata” con la Regione Lazio che la finanzia. L’accreditamento provvisorio – come vale per tutte le strutture private laziali – si basa attualmente solo, e unicamente, su un’autocertificazione della Spa. Nessun ispettore dell’Arpa o delle Asl pare essersi preoccupato di fare in via Aurelia 860 un sopralluogo per accertare se quanto dichiarato nella Carta dei Servizi dell’ospedale privato corrisponda alla realtà.

I bagni da “confort alberghiero” del reparto di ostetricia e ginecologia nel quale nascono ogni anno circa 800 bambini (più del 40 per cento col parto cesareo), sono definiti, al contrario, “fatiscenti” dalle degenti che si scambiano le loro esperienze di ricovero nei forum di salute femminile. Giorgia racconta la sua brutta esperienza all’Aurelia Hospital, dove ha partorito, sul sito Alfemminile. com. mamma. “Il bagno della mia camera – denuncia – aveva il bidet rotto, la vasca perdeva e l’ultima notte s’è otturato il wc”. Un’altra degente testimonia che “nella stanza 267 il rubinetto del lavello sgocciolava e pure quello della doccia. Il microfono doccia era stato avvitato di traverso e quindi usciva l’acqua anche dalla guarnizione”. “Non capisco – commenta – come si fa a lasciare le cose così. E poi vai a dormire con l’acqua che scorre libera da due rubinetti”. “Essendo un ospedale convenzionato – è la testimonianza di una paziente sul forum Vitadidonna – ci si aspetterebbe una struttura almeno in buone condizioni.

E invece manca tutto il condizionamento. Stare nelle camere da tre, o in sala travaglio è una sofferenza continua per il caldo, i bagni sono ridotti a una condizione pietosa. Non esagero: vasche da bagno vecchie, macchiate. Impossibile farsi una doccia, bisogna lavarsi a pezzi, e capirete che, per una donna che sta per partorire, o che ha appena partorito, è un problema. L’ultima cosa che mi fa imbestialire è l’obbligo di pagare il parcheggio: il luogo è raggiungibile solo con l’auto, quindi è una tassa di due euro al giorno che l’ospedale si incamera”.

Le stanze di degenza, del resto, non sono meglio dei bagni. Molti letti sono corrosi dalla ruggine, alcuni addirittura rotti, privi delle ruote e per questo non a norma essendo impossibile l’urgente trasporto in sala operatoria o in rianimazione in caso di emergenza della paziente. Il corridoio del reparto ostetricia, poi, è un porto di mare: anziché essere isolato e chiuso al pubblico per garantire la sterilità dell’ambiente nel quale sono ospitati anche i neonati nel nido, è diventato il passaggio obbligato per raggiungere i locali dell’amministrazione dove si trova anche l’ufficio del manager. Il personale infermieristico, oltre al lavoro di assistenza, è costretto pertanto a svolgere pure quello di “portineria” per aprire e chiudere in continuazione la porta al via vai di chi – direttore generale compreso – attraverso la corsia della ginecologia raggiunge gli uffici amministrativi.

Ma ovunque, nell’ospedale privato di via Aurelia, ci s’imbatte in spettacoli poco decorosi e di scarsa igiene: si vedono scatole raccoglicicche abbandonate in mezzo ai corridoi. La porta di ingresso agli spogliatoi del personale, nei sottotetti al secondo piano, è mezza smurata e un cavo elettrico pende pericolosamente sulla testa di chi l’attraversa. In questo tunnel dove gli infermieri indossano i camici sterili c’è anche il rifugio di un clochard: la rete di un materasso, su una sedia vestiti sporchi. Dappertutto muri scrostati, macchie di muffa, soffitti crepati. A parte quelli per il cartone, mancano i contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti speciali ospedalieri. Anche all’esterno le cose non cambiano.

A pochi metri dall’ingresso della dialisi, ad esempio, si vedono attrezzature elettromeccaniche immerse in pozzanghere di acqua e fango senza alcun cartello per la segnalazione di pericolo. Di fronte al Dea sono allineati i cassonetti della spazzatura. Ma l’immondizia straborda da quei contenitori e si allarga, in un fetore insopportabile, nel cortile attraverso il quale si accede al pronto soccorso. Sul lato destro, a pian terreno, manca la porta che dà sulla scala antincendio esterna. In caso di emergenza, i malati e il personale sarebbero costretti a scappare dalle finestre.

fonte: la Repubblica

Ministeri, il tesoretto da 90 miliardi. Non spesi

Conti pubblici La «classifica» della Ragioneria generale: all’Ambiente fermi 650 milioni. Incentivi alle imprese: pagato il 15% dei 4,7 miliardi in bilancio

Il 20% circa del bilancio resta inutilizzato. Lo Sviluppo potrebbe perdere 2,8 miliardi

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ROMA — Sono pochi soldi, per carità. Appena 3,1 milioni di euro: di certo insufficienti per «migliora­re la qualità urbana» di tre città del Mezzogiorno come Gela, Calta­nissetta e Quartu Sant’Elena. Però ci sono. Figurano nel bilancio del­lo Stato da undici lunghi anni e nessuno li ha mai usati. Forse di­menticati, come i fondi per i sema­fori e gli attraversamenti pedonali in Calabria e Sicilia, gestiti dal­­l’Anas: 4,5 milioni disponibili dal 2007 e ancora intatti. Oppure le ri­sorse per la Pedemontana veneta, 20 milioni assegnati alla Regione nel 2002, mai più toccati dopo una modesta erogazione nel primo an­no.

E così, di milione in milione, tra strade e ponti progettati e poi ab­bandonati, incentivi alle imprese che nel frattempo hanno chiuso, e i tanti programmi di spesa sempli­cemente sballati dai ministeri, nel 2008, si è arrivati alla stratosferica cifra di 90 miliardi di euro. Soldi che sono stati stanziati dal Parla­mento e che esistono nel bilancio pubblico, ma che i ministeri non sono riusciti a spendere. Non sem­pre per colpa loro: molto spesso di­pende dalla farraginosità dei mec­canismi di spesa, dal fatto che gli stanziamenti vengono resi disponi­bili sul finire dell’anno, a volte per gli interventi di conteni­mento amministrativo delle uscite di cassa. An­che se qualche volta, co­me ha rilevato la Ragio­neria dello Stato nel Rapporto sulla spesa 2009, l’incapacità di spendere deriva anche dalla «scarsa capacità di programmare dei ministeri» e dal­l’ «obsolescenza degli obiettivi».

Forse è per questo che i 53 milio­ni di euro messi a disposizione dal ministero dello Sviluppo economi­co alle Regioni per la «Sicurezza e la mobilità stradale» non sono mai stati intaccati. Per non parlare dei fondi, sempre del ministero dello Sviluppo, destinati alla «Mobilità locale». Lo stanziamento è anche superiore, 96,3 milioni di euro, ed è disponibile dal 2001, ma «in set­te anni — si legge nel rapporto del­la Ragioneria — non ci sono state richieste da parte dei Comuni».

Invece di verificare puntualmen­te la spesa effettiva, ragionare sul­la sua utilità ed eventualmente de­cidere di spostare gli stanziamenti altrove, molto spesso i ministeri preferiscono riproporre pari pari i vecchi programmi di finanziamen­to, anche se non producono gran­di risultati. Per le cooperative edili­zie, ad esempio, ci sono nel bilan­cio di quest’anno ben 204 milioni di euro di incentivi. Anche se sullo stesso capitolo c’è un arretrato di spesa deliberata e mai erogata che supera gli 800 milioni di euro.

Il fenomeno dei residui passivi si è un po’ attenuato negli ultimi due anni, da quando cioè la legge ha stabilito che queste somme va­dano in «perenzione», quindi ver­so la cancellazione dal bilancio, do­po solo tre anni e non più sette co­me prima. Ma resta preoccupante, perché quella spesa, in molti casi, può diventare un debito esigibile dai beneficiari, rendendo assai pre­cario il controllo sul bilancio.

Fatto sta che dopo la sforbiciata della perenzione i residui, da una media di 120 miliardi nel 2003-2006, sono scesi ai 90 del 2007-2008. Con la tendenza a resta­re costanti, perché ogni anno, tan­ti residui si smaltiscono, tanti se ne formano di nuovi. Nel 2008, a fronte di uno stanziamento inizia­le di bilancio a disposizione dei mi­nisteri di 730 miliardi di euro, pas­sato a 748 in sede di stanziamento definitivo, i pagamenti erogati ef­fettivamente non hanno superato i 711 miliardi.

In media, i residui passivi di spe­sa rappresentano circa il 20% del bilancio dei singoli ministeri. Ma ci sono casi particolari. Come il mi­nistero dello Sviluppo economico, che ha grandi difficoltà nella con­cessione di contributi in conto ca­pitale alle imprese. Su 4,7 miliardi di euro da concedere, solo il 15,2% risultava pagato alla fine del 2008. Altri 345 milioni sono fermi nelle casse di Invitalia, l’ex Sviluppo Ita­lia. Allo Sviluppo ci sono ben 10 miliardi di euro di residui in conto capitale accertati: di questa som­ma, 2,8 miliardi, secondo la Ragio­neria, può andare in perenzione, cioè essere cancellata, entro l’an­no.

Al ministero dello Sviluppo i residui passi­vi arrivano al 60% degli stanziamenti di bilan­cio. Lì le forbici della Ra­gioneria sono già inter­venute: il taglio delle somme non spese è sta­to di 170 milioni di eu­ro nel 2006, oltre 820 nel 2007 e altri 188 l’anno scorso. La Ragioneria dello Stato ha calco­lato che in bilancio, all’Ambiente, ci sono attualmente 656 milioni di euro di somme assegnate e non pa­gate relative al periodo 2006-2008. Di questi, 400 milioni riguardano il Fondo per il finanziamento delle misure di riduzione dei gas a effet­to serra, il cosiddetto Fondo Kyo­to. «Con riferimento agli esercizi 2006-2008 — sottolinea la Ragio­neria — risulta non speso il 100% degli impegni in conto residui». Stessa sorte per il Fondo per lo svi­luppo sostenibile della Finanziaria 2007, dove giacciono 48 milioni di euro inutilizzati al 96%.

Mario Sensini 28 settembre 2009

fonte: il Corriere della Sera

Depistaggi su via D’Amelio: coinvolti 4 poliziotti

di Nicola Biondo – 28 settembre 2009

È stata definita la strage più dannosa per Cosa nostra. Ma, a distanza di 17 anni, quella di via D’Amelio, dove hanno perso la vita il giudice Borsellino…

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…e i cinque ragazzi della scorta, sta mandano in pezzi un mito dell’antimafia, il gruppo investigativo diretto dal questore Arnaldo La Barbera e nato per dare la caccia agli esecutori delle stragi del ’92.
Risultano indagati quattro poliziotti sospettati di aver indirizzato le deposizioni di due ex-collaboratori di giustizia sulla strage di via D’Amelio: Salvatore Candura e Enzo Scarantino che si autoaccusarono del furto di una macchina, una 126 rossa che, secondo una perizia, era stata usata per compiere la strage.

Una ricostruzione sancita da una sentenza di Cassazione che oggi viene messa in discussione dalle indagini scaturite da un altro pentito, Gaspare Spatuzza. Che incredibilmente si autoaccusa dopo 11 anni di carcere duro del furto della stessa auto. Le pressioni su Candura sarebbero state di natura fisica e psicologiche. Lo stesso teste lo ha più volte denunciato in passato. Mentre sui verbali di Scarantino sono visibili una serie di aggiustamenti operati da agenti di polizia. Entrambi quindi sarebbero secondo le nuove indagini due falsi collaboratori. Tutto questo porterebbe quindi ad una revisione del processo Borsellino: sia per gli esecutori che per una parte dei mandanti. Stabilito questo la domanda è perché sarebbe avvenuto il depistaggio.

Perché i poliziotti agli ordini di La Barbera, che se fosse vivo, sarebbe tra gli indagati, si sono prestati a questo gioco? Ci furono ordini precisi dal vertice del Viminale di cui La Barbera si fece esecutore? C’è un nesso tra questa ipotesi di depistaggio e le domande senza risposta che ancora avvolgono il teatro della strage? Chi ha condotto le indagini per scoprire dove si sono appostati i killer di via D’Amelio? La pista del Castello Utveggio, dove operava il «Cerisdi», una scuola per manager, e trovano appoggio alcuni uomini dei Servizi, viene battuta da Gioacchino Genchi e Arnaldo La Barbera. Ma finisce “bruciata” proprio da un’iniziativa di La Barbera. A rivelarlo è lo stesso Genchi in un verbale del 2003 alla Dia di Caltanissetta: «Nell’ambito delle indagini curate fra il ’92 ed i primi mesi del ‘93 ricordo che fu accertata la presenza al castello Utveggio di alcuni soggetti provenienti dall’ex ufficio dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia… Con mio disappunto il dr. La Barbera convocò in ufficio il Prefetto Verga (Direttore del CERISDI) palesandogli sostanzialmente l’oggetto dell’indagine tanto che, per come mi fu riferito tali soggetti da lì a poco smobilitarono dal castello».

Due confessioni, una macchina e un mistero. Tutto ruota intorno ad una utilitaria: la 126 rossa che viene indicata dalle prime indagini come l’autobomba. Scarantino dice, «sono io ad aver commissionato il furto », poi ritratta e rivela di essersi inventato tutto su pressione degli inquirenti. Nel 2008 arriva Spatuzza e dice: «Vi dimostro che l’ho rubata io» e indica il luogo esatto del furto. Tutto risolto? Per nulla perché le foto i video girati sul teatro della strage dimostrano che quel blocco motore della 126 rossa a via d’Amelio compare solo alle 13 del giorno dopo, il 20 luglio. La pista dell’auto che porterà fino a Scarantino è prefabbricata? Ci sono sicuramente delle anomalie. La prima, come abbiamo visto è la macchina. Come fa Scarantino a rivelare per primo marca, tipologia e nome della proprietaria dell’auto rubata se è un pentito fasullo? O è stato istruito da qualcuno, oppure ha avuto effettivamente un ruolo nel furto. Ma, in tal caso, sarebbero le rivelazioni di Spatuzza ad avere tutt’altro significato e risulterebbero oscure e depistanti. La seconda anomalia è che la polizia dopo aver rinvenuto il blocco motore della 126 mette sotto intercettazione la proprietaria della stessa. Perché? Da quella intercettazione la polizia arriva fino Candura che secondo le indagini odierne viene minacciato perché confessi il furto indicando in Scarantino il mandante. Terza anomalia: nei giorni seguenti alla strage arriva una telefonata anonima che segnala un pezzo di carta in un cestino di rifiuti vicino a via D’Amelio. Gli trovano il disegno di un uomo con la barba e un saio. Lì per lì nessuno ci fa caso ma quando Scarantino viene arrestato qualcuno si accorge che quell’identikit si attaglia perfettamente al suo: è infatti tra i frequentatori di una comunità religiosa che durante le cerimonie indossa proprio il saio.

Tratto da: l’Unità

fonte: Antimafia Duemila

Retroscena di un funerale di Stato

Sabato 26 Settembre 2009 23:06  – Paolo Farinella

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funerali di stato


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Ricevo una comunicazione riservata da persona proveniente da «dentro» il sistema militare dei «corpi speciali» che mi ha fatto rabbrividire. A motivo del mio lavoro (terapia di sostegno), avevo intuito che molte cose non quadrassero, ma questa rivelazione mi ha sconcertato. Il berretto al bambino di due anni e la corsa dell’altro bambino alla bara del padre con la mano che si copre il volto (foto giornali perché non ho visto i funerali né ascoltato tg e rg) non sono frutto di spontaneità o gesti di mamme che cercano di proteggere i figli con «qualcosa» del padre (berretto e abbraccio).

Al contrario, sembra che tutto sia stato centellinato dall’équipe di sostegno psicologico che in questi giorni circondano i familiari con un cordone sanitario strettissimo. Mi dice il militare interlocutore che lo scopo di questo gruppo di sostegno non è aiutare le famiglie ad elaborare la morte e il lutto, ma impedire che facciano scenate o mettano in atto comportamento lesivi dell’onore dell’esercito.
La mia fonte asserisce che buona parte di questo personale non è specializzata in psicologia, ma è un corpo speciale che ha un obiettivo preciso: la gestione dei giorni successivi alla morte e il contenimento o meglio l’annullamento della rabbia, della contestazione e della disperazione conseguenti che potrebbero portare a comportamenti di indignazione verso l’esercito e le istituzioni.
Le tecniche quindi mirano ad adeguare il pensiero delle famiglie allo «status di eroe» del congiunto perché appaia «coerente» con la «nobiltà della missione» del morto che diventa anche la «missione della famiglia». Sarebbe una tragedia per l’immagine militare se mogli, madri, figli e fidanzate si mettessero a gridare contro l’esercito e il governo che li ha mandati a farsi ammazzare.
In questa logica si capisce la retorica dell’«eroe», l’insulsaggine del servizio alla Patria, il sacrificio per la Pace nel mondo e anche la lotta al terrorismo. Tutti sanno tutto e giocano a fare i burattini. Se le informazioni che ho ricevuto sono vere, e non posso dubitare della serietà della fonte, i funerali dei sei militari uccisi e tutta l’opera dei pupi presente a San Paolo, è stata un’operazione terribile, ancora peggiore degli attacchi dei talebani. Tutto è gestito per deviare il Paese, le Coscienze e la Verità. E’ una strategia scientificamente codificata.
Il vescovo militare (generale di corpo di armata) non ha risparmiato parole grosse di encomio e di osanna al servizio che i militari fanno alla Pace e alla Democrazia. Una sviolinata che neppure La Russa è capace di fare. A lui si è unito il cardinale Angelo Bagnasco che ha detto:

«Non è esagerato parlare di strage, tanto più assurda se si pensa ai compiti assolti dalla forza internazionale che opera in quel Paese e allo stile da tutti apprezzato con cui si muove in particolare il contingente italiano. Non è un caso che questo lutto, com’era successo per la strage di Nassiriya, abbia toccato il cuore dei nostri connazionali, commossi dalla testimonianza di altruismo e di dedizione di questi giovani quasi tutti figli delle generose terre del nostro Sud. E per questo il nostro popolo si è stretto alle famiglie dei colpiti con una partecipazione corale al loro immane dolore. Anche noi ci uniamo ai sentimenti prontamente espressi dal Santo Padre» (21-09-2009).

Mi dispiace per il signor cardinale, ma non posso associarmi a questa mistificazione collettiva. Enrico Peyretti mi dice che durante l’Eucaristia, pane spezzato per la fame del mondo, è risuonato l’urlo di guerra dei parà: «Folgore!» quasi una schioppettata nel cuore del Sacramento. Credo che si possa dire che la Messa è stata la cornice vacua di una parata militare con i propri riti.
Oggi (21-09-2009), infine, il cardinale Bagnasco ha parlato anche della questione morale e della legge sugli immigrati senza mai nominare e né l’uno e né l’altra. Nessun cenno esplicito alla legge sul reato di clandestinità: si intravede tra le righe un leggero senso di disapprovazione. Figuriamoci se chiamava per nome il Papi Priapeo. Si è limitato a fare una predica generalizzata, valida per tutti e, quindi per nessuno, come giustamente interpreta «Il Giornale» di famiglia.. Tutto va bene, madama la marchesa? Ma, sì! Diamoci una botta e via! «Domani è un altro giorno» diceva Rossella O’Hara o Tarcisio Bertone? Non ricordo bene.

Paolo Farinella
-prete-

Fonte: Report On Line

Ultime dall’Honduras

NOTA RICEVUTA DA HONDURAS (DIFFONDETE QUESTO MESSAGGIO).

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Compañeros: urge difundir esta noticia, los nombres de los compañeros que la envían los quité por cuestiones de seguridad ya que están en el ojo de la tormenta y debemos velar por el y ella.
Nuestra más firme solidaridad para ese heroico pueblo hondureño
Ingrid Storgen.

Me encuentro en un edificio cercano a la Embajada de Brasil junto a 30 compañeras y compañeros, la mayoría integrantes de Artistas del Frente Nacional Contra el Golpe de Estado.
Nos avocamos a este lugar para descansar, manteniendo la conciencia de que de un momento a otro el ejército y la policía entrarían al perímetro donde alrededor de 5,000 personas nos encontrábamos para darle protección al Presidente Manuel Zelaya.
Atacaron a las 5:45 am con fusilería y lacrimógenas. Mataron a un número indeterminado de compañeros de la primera barricada al final del Puente Guancaste. Rodearon y atacaron la barricada del puente de La Reforma.
Haciendo cálculos aproximados, el operativo contó con alrededor de 1,000 efectivos policiales y militares.
Arrinconaron y golpearon. 18 heridos graves en el Hospital Escuela. Siguen persiguiendo en el Barrio Morazán y en le Barrio Guadalupe a los bravos estudiantes que anoche organizaron las precarias barricadas.
En este momento son las 8:00 am. Frente a la Embajada de Brasil han colocado un altoparlante con el himno nacional a todo volumen mientras catean las casas aledañas a la Embajada. Lanzaron bombas lacrimógenas dentro de la Embajada. El Presidente continúa en su interior amenazado por los golpistas que ya argumentaron a través de los medios sus razones “legales” para proceder al allanamientos.
Miles de personas que se dirigían hacia Tegucigalpa han sido retenidas en los alrededores de la ciudad. La ciudad está completamente vacía, fantasmal. El toque de queda fue extendido para todo el día.
La represión contra los manifestantes indefensos fue brutal. En varias ocasiones Radio Globo y Canal 36 han sido sacados del aire.
Cientos de presos.
Estamos aislados.
Aquí estamos el núcleo principal de los organizadores de los grandes eventos culturales en resistencia: poetas, cantautores, músicos, fotógrafos, cineastas, pintores y pintoras… humanos.

De XXX
Estamos SECUESTRADOS… NUEVAMENTE REPRIMIDOS:

Llevamos 17 horas de toque de queda. Y seguimos hasta las 6 de la tarde de hoy martes.
(no dudamos que lo extiendan… igual paso en el departamento de El Paraíso hace dos meses)
Los MILITARES y los POLICIAS han invadido la privacidad de los vecinos al par de la EMBAJADA DE BRASIL.
La policia y los militares…han quebrado los vidrios de los carros y motos de las personas de la resistencia, estan quemando sus carros (ellos los habían dejado ahí, como retenes)
Se habla de tres muertos, heridos (a los heridos que se trasladarón a los hospitales… los militares los están sacando de los hospitales)
A los atrapados los llevan al estadio Chochi Sosa. ( lo mismo hizo Pinochet)
POR FAVOR: Ayúdenos a difundir las notizia

Fonte: facebook – Juan Carlos Zilocchi


Honduras: La resistenza non si ferma e mantiene il suo programma

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Giorgio Trucchi – Lista Informativa “Nicaragua y más” di Associazione  Italia-Nicaragua

Manifestazioni di massa dopo la repressione. Alle Nazioni Unite si esige l’immediato ritorno di Zelaya

http://nicaraguaymasespanol.blogspot.com/2009/09/foto-la-resistencia-vuelve-la-calle.html

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Ancora una volta il popolo honduregno ha risposto con forza alla violenza a cui è stato sottoposto per 88 giorni.
Migliaia di persone sono tornate a protestare per le strade della capitale, mentre nel resto del paese si moltiplicano le azioni di resistenza contro il “governo de facto”.
Presso le Nazioni Unite i paesi latinoamericani ed europei hanno chiesto la liberazione immediato del presidente Manuel Zelaya ed hanno ordinato ai propri ambasciatori di tornare in Honduras per accelerare il processo di dialogo.

Gli 88 giorni di resistenza e di lotta contro il colpo di Stato del 28 giugno sono stati celebrati con una traboccante marcia attraverso le strade della capitale Tegucigalpa, dopo la brutale repressione di cui è stato vittima il popolo dell’Honduras che stava festeggiando il ritorno del presidente legittimo Manuel Zelaya Rosales.
Approfittando della temporanea sospensione del coprifuoco, la marcia si è diretta fino alle strutture delle Nazioni Unite, a pochi isolati dall’Ambasciata del Brasile, dove è ancora rifugiato il Presidente Zelaya.
Un nutrito dispositivo militare, i cui appartenenti giravano pesantemente armati e preparati con maschere antigas, hanno bloccato la strada ai manifestanti e ci sono stati momenti di tensione e di aperta provocazione da parte di polizia ed esercito per giustificare ulteriori repressioni.
“Ieri presso l’ambasciata del Brasile questo governo ha dimostrato ancora una volta il suo volto chiaramente fascista e dittatoriale nel reprimere il popolo – ha detto a Sirel il segretario generale della Confederazione Unitaria dei lavoratori di Honduras (CUTH) nonchè membro della direzione collegiale del Fronte Nazionale Contro colpo di stato, Israel Salinas.
Oggi questa città sta dimostrando di essere in grado di intraprendere questa lotta per un Honduras differente. L’ingresso nel paese del presidente Manuel Zelaya è un primo passo che dimostra che il processo che stiamo sviluppando sta dando risultati.
Ora – ha continuato Salinas – lottiamo per la sua liberazione, e di fronte alla posizione molto dura del governo di fatto non dubitiamo che l’intensificarsi della resistenza e le pressioni internazionali che ogni giorno diventano sempre più intense, si fermeranno quando si fermeranno i golpisti.
“Continuiamo con il nostro approccio e chiediamo il ripristino delle istituzioni attraverso il ritorno del presidente Zelaya, l’inizio di un processo che conduca ad una Assemblea Costituente”, ha concluso il leader sindacale.
Dopo una lunga trattativa tra la dirigenza del Frente Nacional Contra el Golpe de Estado e il comando di polizia, i manifestanti sono arrivati a poche centinaia di metri dal proprio obiettivo, cantando e rimproverando i militari, azione che è stata classificata come un successo.
Dopo la marcia, la gente è tornata nei propri quartieri e villaggi per continuare la resistenza attiva e durante il pomeriggio e ci sono stati ulteriori scontri con l’esercito e la polizia, che ha prodotto molti feriti ed arrestati.

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Il governo di fatto con le spalle al muro
Mentre in tutto l’Honduras continua la resistenza e la presenza del presidente Manuel Zelaya diventa un motivo in più per iniziare ciò che la gente considera l’ultimo sforzo per ristabilire la democrazia nel paese, l’Assemblea Generale dell’ONU ha chiesto nuovamente al governo di fatto l’immediato rilascio del presidente dell’Honduras.
“E’ assolutamente necessario che tutti siamo consapevoli del fatto che se non costruiamo e progettiamo una strategia multilaterale forte e precisa che faccia tornare la democrazia in Honduras, con un esercizio preciso del rispetto dei diritti umani al fine di garantire che ci siano elezioni libere e democratiche nel rispetto della costituzione, stabiliremo un importante precedente in una regione che per decenni, durante la dottrina di sicurezza nazionale, ha subito interruzioni democratiche, la morte di migliaia di latinoamericani, l’esilio di tanti altri e una grave tragedia sociale ed economica” ha avvertito la presidente dell’Argentina, Cristina Fernandez.
Multilateralismo significa anche che dobbiamo impostare le regole e le azioni concrete in questo mondo globale, che dovranno essere accettate da tutti i paesi, perché nel caso dell’Honduras siamo di fronte ad un colpo di stato civile e dei media che è stato accuratamente nascosto o minimizzato”, ha concluso Fernandez.
Il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha chiesto che Manuel Zelaya torni immediatamente alla presidenza del suo paese e che la comunità internazionale sia vigile “al fine di garantire l’inviolabilità della missione diplomatica del Brasile nella capitale dell’Honduras” mentre la presidente cilena Michelle Bachelet ha chiesto al governo di fatto accettato gli accordi di San Jose.
Anche il Segretario Generale dell’OAS, Jose Manuel Insulza, ha avuto parole molto dure contro il regime di fatto. “Più tempo passa e più la situazione diventa grave. In questo momento a New York sono rappresentati tutti i paesi del mondo tranne uno che non viene riconosciuto, il che è triste e un po’ complicato al momento di chiedere fiducia”, ha detto Insulza.
Una prima misura è stata annunciata dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, con la sospensione dell’assistenza tecnica attualmente offerta da questa organizzazione al Tribunale Supremo Elettorale dell’Honduras, ritenendo che “al momento non ci sono le condizioni per organizzare elezioni credibili che promuovano la pace e la stabilità”.

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Unione Europea e Organizzazione degli Stati Americani promuovono il dialogo

Sostenendo la proposta di dialogo presentata nei giorni scorsi dal presidente Zelaya, l’OSA e l’UE hanno deciso oggi di far tornare i propri ambasciatori in Honduras a Tegucigalpa, e di inviare il prima possibile una missione diplomatica composta da ministri degli esteri americani, con l’obiettivo di avviare un tavolo di negoziazione.
Il Ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos ha detto che sia l’OSA che l’Unione Europea mantengono la propria condanna al colpo di Stato, esigono la liberazione del presidente Zelaya ed il ripristino dell’ordine costituzionale, respingendo così la proposta assurda recentemente presentata dal governo di fatto.
Nel frattempo, la Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani (CIDH) ha chiesto con urgenza al Congresso dell’Honduras di poter tornare nel paese, per constatare la situazione dei diritti umani alla luce di quanto accaduto nei giorni scorsi, quando l’esercito e la polizia avevano represso brutalmente una manifestazione pacifica di migliaia di honduregni.

Fonte: Indymedia Roma

Foto tratte da red & green


Il regime di Micheletti vara misure straordinarie contro la libertà di riunione e circolazione
Minaccia all’ambasciata del Brasile, che ospita il presidente deposto Zelaya: perderà l’immunità

Honduras, sospesa la costituzione
giornali minacciati di chiusura

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Honduras, sospesa la costituzione giornali minacciati di chiusura

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TEGUCIGALPA – Giro di vite sulle garanzie costituzionali e i media in Honduras: il governo de facto di Roberto Micheletti ha limitato i diritti sanciti dalla Costituzione per un periodo di 45 giorni, prevedendo anche la possibilità di chiudere i mezzi di comunicazione e dando più poteri alle forze armate per il rispetto “dell’ordine pubblico”.

La decisione, che riguarda la libertà di riunione e di circolazione,
giunge tre mesi dopo il golpe contro Manuel Zelaya che, dopo il suo rientro nel paese, lo scorso lunedì, si trova asserragliato nell’ambasciata brasiliana di Tegucigalpa. Nelle ultime settimane c’erano state, d’altra parte, diverse manifestazioni a favore del presidente deposto, che ieri aveva lanciato un appello agli honduregni a marciare sulla capitale, come “offensiva finale” contro il governo golpista. Lo stesso Zelaya aveva poi definito, in serata, “una barbarie” le imposizioni di Micheletti, invitando il Parlamento a sospendere il provvedimento.

Il decreto proibisce “ogni riunione pubblica non autorizzata” e le dichiarazioni dei media che vadano contro “le risoluzioni del governo” o possano alterare “il rispetto della pace e l’ordine pubblico”. Nel precisare che le forze armate sono autorizzate a sostenere la polizia “per garantire l’ordine”, il decreto prevede “l’arresto di chi viene trovato fuori dall’orario previsto (dal coprifuoco, ndr) per la circolazione, o di chi venga considerato in qualche modo sospettato di poter danneggiare le persone o i beni”.

Alcune reti radio e tv, prosegue il decreto, “stanno diffondendo odio e violenza contro lo Stato, lanciando appelli all’insurrezione popolare. La Commissione per le telecomunicazioni è quindi autorizzata, tramite la polizia e le forze armate, a sospendere ogni radio, tv o via cavo che non rispetti i programmi dettati dalle presenti disposizioni”.

Nel mirino di Micheletti sono già finite l’emittente Canal 36 e Radio Globo, più volte in queste ultime settimane oscurate con l’accusa di diffondere le notizie dei sostenitori a favore di Zelaya.

Ieri, il governo golpista aveva dato al Brasile dieci giorni di tempo per spiegare in base a quali criteri ha permesso a Zelaya di rifugiarsi nell’ambasciata, da giorni circondata dai militari. L’ultimatum è stato respinto qualche ora dopo dal presidente Lula, il quale ha precisato che “se i golpisti entreranno con la forza nell’ambasciata, considereremo violata ogni norma internazionale”. (ansa)

fonte: la Repubblica

Honduras: il punto della situazione e le lezioni del colpo di Stato

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Micheletti, presidente hondureño in seguito al colpo di Stato di fine giugno, ha affermato ieri che solo una invasione da parte degli Stati Uniti potrebbe ripristinare il governo legittimo di Zelaya.

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Si sta creando un pericoloso precedente in America Latina: un presidente golpista che si radica al potere con la forza militare e con l’appoggio dei poteri economici forti sta approfittando del poco interesse e della distrazione del governo degli Stati Uniti, che ha ben altro a cui pensare, e quasi certamente raggiungerà l’obiettivo di traghettare l’Honduras al 29 novembre, giorno delle previste elezioni presidenziali, privando un governo legittimo, quello di Zelaya, dei 5 mesi restanti per la fine del mandato.

Dura ammetterlo però Micheletti ed il suo entourage hanno in pratica vinto. Troppo deboli le reazioni internazionali al colpo di Stato. I golpisti tireranno avanti sino alle elezioni di novembre, in fondo mancano solo 2 mesi e si può fare a meno anche dello stop ai fondi economici destinati al paese centroamericano da parte di Stati Uniti, FMI, etc.

L’ultimo tentativo da parte degli Stati Uniti
è stato quello di sospendere i visti a tutti i ripresentanti del governo illegittimo di Micheletti, ma serve ben altro per forzare il regime golpista a firmare la proposta del mediatore del conflitto hondureño, il presidente del Costarica e premio Nobel per la pace Óscar Arias, che prevedeva il ritorno al potere del presidente Zelaya. Anche l’espulsione da parte delle Nazioni Unite dell’ambasciatore di fatto mandato da Micheletti è poca roba visto che ci sono soli due mesi prima delle prossime elezioni.

Ora in occasione della celebrazione del giorno dell’indipendenza nel paese centroamericano, Micheletti fa addirittura la voce grossa ed afferma che solo un’azione militare statunitense potrebbe farlo scendere dalla poltrona presidenziale. Micheletti però sa benissimo che in questo momento il governo degli Stati Uniti ha ben altri problemi. Certo l’amministrazione Obama ha chiaramente condannato il colpo di Stato, non ha mai riconosciuto né Micheletti né il suo governo illegittimo ed ha colpito con sanzioni economiche l’Honduras, come la sospensione del “programma di cooperazione”, ma sicuramente non andrà mai ad invadere militarmente il piccolo paese centroamericano per almeno due ragioni:

  • Per rispettare le promesse elettorali ed dimostrare che gli Stati Uniti non sono più i guardiani/padroni del Mondo;
  • E soprattutto perché, anche se il governo Obama disapprova il colpo di Stato, sicuramente chi si occupa degli interessi economici statunitensi in America Latina in fondo preferisce Micheletti a Zelaya, così come gradirebbe una Bolivia senza Evo Morales, appoggiava il colpo di Stato nei confronti di Chávez ed oggi tace sulla possibile rielezione indefinita di Uribe in Colombia.

Altre due poi le lezioni che il colpo di Stato in Honduras ha impartito:

  • La comunità internazionale non conta nulla, né l’Onu, né l’Organizzazione degli Stati Americani hanno dimostrato di poter influire e reagire ad un colpo di Stato;
  • I paesi latinoamericani, anche se questa volta realmente uniti e compatti, al contrario di quanto si pensava non hanno ancora la forza sufficiente per regolare le faccende regionali. Ci sono ancora alcune democrazie giovani e fragili, con una istituzionalità debolissima, che non sono purtroppo ancora immuni al potere militare che già molto spesso in passato ci ha abituati ai colpi di Stato in questo stile.

Comunque tutto lascia pensare che Micheletti e soci arriveranno alle elezioni di novembre, moltissimi sono però i dubbi sulle stesse elezioni. Si sa che a Zelaya è stato impedito il rientro in patria e che molti componenti del suo governo e dei partiti di sinistra sono continuamente minacciati dal regime militare: in questo clima, considerando anche che i mezzi di comunicazione principali appoggiano Micheletti e giustificano il colpo di Stato, come si fa a sperare che le elezioni di novembre siano libere, senza pressioni e che anche i partiti di sinistra vicini a Zelaya possano partecipare ad una libera campagna elettorale? Riesce difficile immaginarlo.

Fonte: Vero Sudamerica

La Repubblica e l’informazione: o è libera e per tutti, oppure è mistificazione

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Premesso che di questi tempi ho talmente tanti pensieri – personali, ché gli altri purtroppo ce li abbiamo tutti – per la testa che potrebbe anche trattarsi di distrazione da parte mia (ed in tal caso nulla mi farebbe più piacere che dover fare le dovute scuse), oggi navigando per blog mi sono imbattuta in questo post di Damiano Zito:

L’AGENDA ROSSA È SPARITA ANCHE SU REPUBBLICA

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L’agenda rossa è scomparsa anche su Repubblica. Il giornale che in queste settimane sta facendo una campagna per la libertà di informazione e che finalmente ha fatto qualche domanda a Berlusconi non dedica nemmeno un trafiletto della manifestazione delle Agende Rosse organizzata dal fratello di Paolo Borsellino, Salvatore.

Della manifestazione si trova traccia nella cronaca di Roma dove si parla dell’ennesimo stop della metro A. Nell’articolo si legge che «a creare i disagi il blocco per un guasto tecnico tra San Giovanni e Ottaviano, dalle 12 alle 18 il corte di “Agenda Rossa” e il concerto dei Tokio Hotel». Per il resto niente, eppure domande a Berlusconi in questo caso se ne potrebbero fare e come.

Si trova qualcosa invece su “il Giornale” con un articolo a pagina 5 dedicato all’Italia dei Valori che va «all’assalto di Napolitano». Nell’articolo firmato da Francesco Cramer si legge che «il giorno dopo l’appello del capo dello Stato a non sputtanare l’Italia a Strasburgo e Bruxelles i dipietristi respingono le critiche al mittente e rilanciano».  Secondo il Giornale gli altri quotidiani hanno taciuto e non hanno dato spazio all’appello di Napolitano. Nell’articolo si leggono alcune frasi estrapolate (e un po’ storpiate) dagli interventi di Sonia Alfano, de Magistris e Di Pietro, senza specificare da quale palco e perché hanno parlato gli europarlamentari e il leader dell’idv. Cramer scrive: Sonia Alfano «ringhia» e «ulula», Luigi de Magistris va «sulla stessa lunghezza d’onda» Di Pietro «accusa», ma non compaiono nemmeno una volta le parole “Borsellino”, “agenda rossa”, “Dell’Utri”, “Mangano”, “mafia”. È evidente la sua paranoia per i «dipietristi».

Più “morbido” Libero, diretto da Belpietro, che a pagina 6 titola «Tonino contro tutti: Di Pietro attacca Napolitano». L’articolo è firmato da Elisa Calessi che scrive della manifestazione delle Agende Rosse «organizzata da Salvatore Borsellino figlio (spero sia solo un errore) del magistrato ucciso da Cosa Nostra», ma l’articolo finisce per essere una ricostruzione del discorso di Di Pietro e  Sonia Alfano che «anche lei se l’è presa con Napolitano». Se non altro in questo articolo la parola mafia compare ad inizio articolo.

PS: Sulla stessa linea di Repubblica è andato il Corriere della Sera che ha dato lo stesso spazio alla manifestazione nell’articolo sullo stop della metro A nella cronaca di Roma. (segue; la fonte è appunto Damiano Zito).

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Ohibò. Eppure anch’io, che son stata “fuori dal mondo” per 15 giorni, sapevo che era in programmazione… e tanto per essere pedanti (più che altro per dimostrare che non me la sono sognata e con un minimo di ricerca ci si poteva pure informare), ecco solo una parte dei siti che ne parlavano:

19luglio1992

MicroMega

il blog di Roberta Lerici

Resistenza Civile

blog degli Amici di Pino Masciari

il popolo delle Agende Rosse

oltre, ovviamente, al sito di Antonio Di Pietro. Voglio sottolineare che questo elenco non ha alcuna pretesa di completezza ed i siti citati sono stati scelti a caso: fortunatamente ce ne sono molti altri… la rete fa più informazione di giornali e TV messe insieme. Per sapere com’è andata poi, purtroppo ha ragione Damiano: o vai in rete, o c’eri, oppure… silenzio. Ne parlano Antonio Di Pietro, ovviamente, come anche Beppe Grillo, il già citato Damiano Zito, Informazione Alternativa (in due post: uno tratto da Antimafia Duemila e l’altro da ADN KRONOS che non mi sembra essere un sito noto solo a chi naviga in rete…) e sicuramente ne parlano anche tanti bloggers, oltre ai video reperibili su You Tube (http://www.youtube.com/watch?v=L0IoCEEajiI, http://www.youtube.com/watch?v=8na4ZtoHYCM, http://www.youtube.com/watch?v=Q4yFFjKzAIs ad esempio).

Ma i giornali ne accennano solo nella cronaca locale, oppure parlano di Italia dei Valori. Tanto di cappello a Di Pietro ed agli altri esponenti dell’IdV che ci hanno “messo la faccia”, sia chiaro: ma i manifestanti che li hanno ascoltati erano tutti dell’IdV? Era un ritrovo di partito? Io non credo. Penso piuttosto che lo si voglia far passare come tale perché le connivenze sono tali e tante che… meglio non scoperchiare il calderone.

Informazione senza bavaglio i giornalisti si mobilitano per il 3 ottobre

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C’è un problema di sostanza, a mio avviso: se la Repubblica pubblica un appello per la difesa della libertà di stampa, raccoglie migliaia di firme, pubblicizza il fatto che firmano l’appello i direttori dei giornali europei e non solo, allora dovrebbe anche ricordarsene quando la notizia non riguarda direttamente loro (i giornalisti di Repubblica) ma è comunque invisa al potere del momento. Sarebbe come dire che sì, andiamo in piazza il 3 ottobre per la libertà di stampa, però non facciamo alcunché per controbilanciare la “valanga di firme” che il Giornale sta raccogliendo contro la “tassa Santoro” (io propongo di utilizzare la stessa procedura chiamandola però “tassa Vespa”, Di Pietro ha lanciato l’iniziativa “boicotta Porta a Porta”) o contro il disegno di legge per censurare internet (petizione on line: http://firmiamo.it/internetsenzacensura).

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C’è qualcosa che non mi torna. Gli unici che hanno paura di un’informazione libera, a mio avviso, sono i potenti di turno e tutti coloro che non sono in grado di argomentare le loro posizioni, tanto da essere costretti a trovare un sistema per impedire a chi non è d’accordo con loro di esprimersi. elena.