Archivio | settembre 29, 2009

29 settembre 1944: ricordando Marzabotto

29 Settembre: Marzabotto, è il giorno della strage nazista

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marzabotto

1944, prime luci dell’alba gli uomini quattro reparti di truppe naziste, comprendenti sia SS che soldati della Wermacht, al comando dal maggiore Walter Reder, accerchiano e rastrellano l’area compresa tra le Valli del Setta e del Reno. “Le truppe si mossero all’assalto delle abitazioni, delle cascine, delle scuole”, ricorda lo scrittore bolognese Federico Zardi, e fecero terra bruciata di tutto e di tutti.

In realtà quella che prende il nome di “Strage di Marzabotto” fu una serie di stragi e di uccisioni, paese per paese, quasi casa per casa, che si protrassero dal 29 Settembre al 6 Ottobre del ‘44. L’obiettivo delle truppe naziste era quello di stanare i partigiani del gruppo “Stella Rossa” che si riteneva aiutato e protetto dai civili della zona.

Recentemente un nuovo libro-verità sulla strage di Marzabotto, “Il Massacro”, Luca Baldissara e Paolo Pezzino, edito da Il Mulino, ha fissato in 770 le vittime reali, smentendo il numero di 1.830 morti cui era giunto l’inventario di una certa retorica ricostruzione storica che aveva voluto includere nel simbolico e tragico toponimo di Marzabotto anche le vittime di numerosi altri episodi di rappresaglia che si svolsero in tempi successivi ed in altre località, per l’esattezza in ben 115 luoghi diversi. Lo stesso libro respinge ogni tentativo di addebitare alla condotta dei partigiani, che si è fatto anche per l’attentato di via Rasella e le Fosse Ardeatine, la brutalità della rappresaglia nazista. Baldissara e Pezzino dimostrano invece come la rappresaglia nazista non fu affatto una reazione emotiva e furibonda alle azioni partigiane della brigata Stella Rossa e del suo comandante Lupo. Bensì un’azione militare pianificata con estrema razionalità e cinismo. In pratica l’obiettivo era “uccidere tutti”, perché si supponeva che fra quei “tutti” ci fossero in realtà anche gli stessi partigiani. E così il nemico “militare” sarebbe stato fatalmente annientato assieme ai “civili” fra i quali si confondeva.
Le truppe tedesche agirono con spietata brutalità. Nella frazione di Casaglia di Monte Sole irruppero nella Chiesa in cui si era rifugiata la popolazione atterrita, uccisero con una raffica di mitragliatrice il sacerdote don Marchioni e tre anziani, quindi radunarono nel vicino cimitero tutte le altre persone presenti, 195 fra cui 50 bambini, e li sterminarono a mitragliate. Alle fine dell’inverno fu ritrovato sotto la neve il corpo decapitato del parroco, don Fornasini.

Le voci sull’eccidio che cominciarono immediatamente a circolare furono all’epoca negate e minimizzate dalle autorità fasciste di Bologna e dalla stampa locale, Il Resto del Carlino, definendole diffamatorie. Solo dopo la Liberazione si delineò l’entità del massacro compiuto sull’appennino bolognese.

Al termine della guerra Walter Reder fu processato e nel 1951 condannato all’ergastolo, ma in seguito graziato su intercessione del Governo austriaco. A proposito del quale va ricordato che a suo tempo venne sospettato di essere uno tra gli assassini anche il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss.

Il 14 gennaio 2007 il Tribunale Militare della Spezia ha infine condannato all’ergastolo dieci imputati per l’eccidio di Monte Sole, ritenuti colpevoli di violenza pluriaggravata e continuata con omicidio.

I condannati, tutti in contumacia, sono:
• Paul Albers, aiutante maggiore di Walter Reder;
• Josef Baumann, sergente comandante di plotone ;
• Adolf Schneider maresciallo capo;
• Hubert Bichler, maresciallo delle SS;
• Max Roithmeier, sergente;
• Max Schneider, sergente;
• Heinz Fritz Traeger, sergente;
• Georg Wache, sergente;
• Helmut Wulf, sergente;
• Kurt Spieler, soldato.

fonte: telesanterno, che riporta anche un’interessante carrellata dei fatti salienti (compleanni celebri compresi) accaduti nello stesso giorno (non anno…)

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I BAMBINI DEL’44

selezione di alcuni brani dal Volume

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Sono i bambini che hanno sperimentato lo stupore della vita nel grembo delle mamme e con loro hanno vissuto lo stesso martirio.

Sono i bambini che si sono nutriti dell’amore delle loro famiglie e del profumo della nostra terra, soltanto per pochi giorni, per pochi mesi.

Sono i bambini che, appena adolescenti, sono morti guardando negli occhi i loro carnefici e , impotenti, hanno subito umiliazioni e violenze.

Sono i bambini sopravvissuti ai bombardamenti, agli eccidi e alle deportazioni dei loro familiari.

Sono i bambini che, insieme ai familiari superstiti, sono fuggiti dai loro casolari, borghi e paesi, dopo che le loro case erano state depredate, la stalle svuotate e i campi minati.

Sono i bambini che hanno sopportato la fame, il freddo, le malattie, i lunghi percorsi a piedi, attraversando fiumi , boschi, montagne, con la speranza di essere accolti nei Centri Profughi,nelle stalle , nei fienili , in qualche casa o in qualche Chiesa.

Sono i bambini che, alla fine della guerra, in attesa della ricostruzione delle loro case
e di un lavoro retribuito per i propri familiari , sono stati affidati a parenti, amici e a persone estranee, vivendo la dolorosa esperienza del distacco dalla propria famiglia

Sono i bambini sopravvissuti al trionfo del Male, perché sono stati accolti e amati da tante persone, con assoluta gratuità.

Sono i bambini che sono stati capaci di sperare in un mondo migliore e di lottare, quotidianamente, per la sua realizzazione.

DEDICATO ai BAMBINI DEL ’44, che non sono sopravvissuti

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Testimonianza di Bruno Zebri

Quando rivolgo un pensiero a mio padre Pietro, mancato da pochi mesi, mi ritorna alla mente il suo dolore, un rimorso che lo ha accompagnato fino alla morte.
Un pomeriggio a Colulla di Sopra, Pietro e suo padre, appena videro arrivare le SS, cercarono di fuggire nel bosco. In quello stesso istante sua sorella Bruna di 19 anni, incinta , dalla finestra della camera gli chiese di andare con loro. Pietro le rispose di no, perché era incinta e poi perché i tedeschi cercavano i giovani da mandare in Germania.
Arrivarono le SS e dissero a tutti di prepararsi per un lungo viaggio. Ogni persona si mise il vestito migliore che aveva, il vestito della festa e si radunarono nell’aia di casa.
Furono tutti trucidati: giovani, vecchi e bambini e la Bruna fu uccisa due volte, perché dal ventre le strapparono la sua creatura per infilzarla con le baionette.
Questo è il rimorso che mio padre non è riuscito mai a cancellare dalla mente : quel no alla sorella Bruna , quel no alla sua nipotina.

Testimonianza di Antonietta Sassi

A Prunaro di Sotto viveva la famiglia Sassi. Con i genitori e due fratelli vivevano due sorelle adulte Adele e Graziella, che aveva due bambine piccole, Gianna di cinque anni e Annarosa di tre anni. Mi ha raccontato la zia Adele che il giorno in cui entrarono in casa le SS e massacrarono tutta la famiglia lei riuscì a salvarsi, perché la sua mamma le cadde addosso. Gianna e Annarosa urlavano disperate e furono immediatamente uccise. La mamma Graziella, incinta di otto mesi , si nascose nel rifugio costruito non lontano dalla casa. Fu raggiunta dalle SS, uccisa e sventrata.

Testimonianza di Maria Tiviroli

Nelle giornate del 29 e 30 settembre eravamo nel rifugio, sopra alla nostra casa a Steccola. Sono arrivate le SS e ci hanno detto di andare verso Prunaro di Sopra, dove c’erano già le mitragliatrici a tre piedi. Ci hanno detto di camminare in fila lungo la cavedagna e poi ci hanno falciati lì. Eravamo in 16 o 17 tutte donne e bambini, unico uomo il nonno di 82 anni che fu subito buttato in un pagliaio in fiamme. Una bambina di 40 giorni sfollata da Bologna, fu portata via alla madre dalle SS, buttata in alto e sparata come fosse un barattolo. Prima di fuggire nel bosco ho cercato mia sorella Gina di 12 anni e mio cugino Giuseppe di 11 anni. Gina era nel fosso, coperta d’acqua, ho visto solo i capelli, mentre Giuseppe, morto, era a sedere per terra con le mani in tasca. Aveva il vestito della Cresima con la piccola croce sul taschino.

Testimonianza di Fernando Piretti

IL 29 settembre 1944 Avevo 9 anni. Ero rifugiato dalle suore Orsoline nell’Oratorio della Chiesina di Cerpiano, insieme ai miei compagni di scuola e a 25 donne. Quando arrivarono le SS le maestre chiesero di lasciarci andare, ma quelli ci spinsero tutti dentro all’Oratorio e dissero:- Tra cinque minuti, tutti Kaputt. Le SS posizionarono la mitragliatrice all’ingresso, sfasciarono degli involucri(forse bombe a mano) e iniziarono a sparare e a lanciare bombe. Mi ricordo che sono svenuto e mi sono svegliato il giorno dopo. Volevo scappare, ma ho visto la mia amica Paola Rossi , di cinque anni , ancora viva. Aveva una ferita a un occhio e le gambe imprigionate sotto pezzi di cadaveri ( tutti quelli che erano vicini alla porta erano tutti tagliati a metà). Non sono riuscito a liberarla. Un uomo che era nel rifugio, venne a cercare la sua mamma e ci aiutò a liberare Paola. La signorina Benni era ferita a una gamba e io a una spalla. Morirono 25 donne, tra cui mia madre e 18 bambini, tra cui mia sorella Teresa, di 13 anni e gli altri di età compresi tra i due e quindici anni. Voglio ricordare i miei compagni di scuola: Anna Gherardi, la più piccola, della famiglia Pirini: Damiano, Giorgio, Giuseppina, Marta, Martino, Olimpia e Rosanna ; della famiglia Oleandri: Domenico, Franco, Giuseppe e Sirio; della famiglia Fabris Alfredo e Giovanni; della famiglia Valdisserra Antonietta e Mario, infine Rossi Giuseppe.

Alcuni BAMBINI del ’44, sopravvissuti, ci hanno regalato delle preziose e sofferte testimonianze.
Le testimonianze sono di: Acacci Benito, Amadesi Dora, Angiolini Carlo, Baccolini Ida, Baccolini Tullio, Cucchi Lorenzo, Elmi Chiara, Fornasini Caterina, Gabusi Leo,Lippi Anna, Marzari Marino, Monari Lucia,Monti Giovanna, Nannetti Anna Rosa, Piretti Fernando, Possenti Umberto, Rosmini Vittorio, Rosti Edmonda, Sassi Antonietta, Spinnato Carmen, Stanzani Giuliana, Tiviroli Maria, Vignudelli Gianna.
In attesa di definire tutto il lavoro (stiamo contattando altre persone) riportiamo alcuni scritti integrali.

EDMONDA ROSTI, 19 mesi

Tutto è iniziato il 29 settembre con il rastrellamento di mio padre e di mio zio. Mio zio Augusto Rosti fu ucciso alla “Botte” di Pioppe il 1° Ottobre, mentre mio padre riuscì a sfuggire alle SS e a unirsi agli uomini che stavano trasportando il bestiame verso Bologna. Arrivato a Bologna fu ospitato da amici. Poi morì mia madre, falciata da una mina e così io e mia sorella Luana di 3 anni, rimaste sole, fummo accolte in casa dalla zia Giulietta, rimasta vedova da poco (le SS avevano ucciso suo marito) e dalla nonna Teresa. Anziché andare a San Pietro dove c’era il rifugio, la nonna e la zia decisero di sistemarsi in una casa di contadini al “Casetto”. Alle persone che si preoccupavano di lasciare sole le due donne e le due bambine, Giulietta disse: «Non vi preoccupate, finché il camino fuma, vuol dire che non c’è successo niente». Quando due amici della famiglia ,Giovanni Vannini e Castori Fernando, videro che da due giorni il camino non fumava più si avvicinarono alla casa ed entrati in camera da letto trovarono Giulietta e Teresa uccise nel loro letto, la nonna aveva ancora la corona in mano. Non mi ricordo se noi bambine siamo scappate sotto il letto o ci ha messo la zia quando si è accorta che stava arrivando la pattuglia delle SS, comunque, in quel nascondiglio ci siamo salvate, rimanendo lì un giorno e due notti. Quando ci trovarono eravamo imbrattate dal sangue della zia e della nonna, filtrato dai materassi. Fummo portate a Serra di Sotto, e tutti ricordano che mi buttai su un piatto di polenta, perché ero affamata
Poi mi raggiunse mio padre. Fu un’impresa faticosa, perché il ponte di Pioppe era saltato e il fiume era in piena: non si poteva raggiungere l’altra sponda. Mio padre fu aiutato dai pompieri di Bologna sotto la direzione di un ufficiale tedesco. Grazie alla presenza di questo ufficale le SS non spararono. Io non riconobbi mio padre e piansi, urlando, da Pioppe a Bologna; mia sorella Luana che, nascosta sotto il letto la notte dell’eccidio, vide perfettamente gli stivali delle SS. Quando fu portata da mio padre a Bologna per la manifestazione della Liberazione, appena vide una pattuglia di soldati che avevano gli stivali, scappò via, terrorizzata. Mio padre, rimasto solo, senza casa e senza lavoro, ci mise in collegio a Imola, dove c’era mia zia Suor Agata Rosti, che ci accolse con amore.
Poi tornammo a casa. Mio padre si risposò con Nella Simoncini che è stata per noi una buona mamma , ma poco dopo si ammalò e fu ricoverato in Sanatorio. La mamma Nella doveva assistere mio padre e noi bambine andammo ospiti dalle zie Clara e Cesarina a Genova. Purtroppo le zie dovevano lavorare e ci misero in collegio, anche se non ci fecero mai mancare la loro presenza e il loro affetto. Un giorno tornammo definitivamente a casa. Tutti insieme con la nostra nuova famiglia, con tutte le amiche ritrovate, con l’aiuto delle loro mamme e di tante persone buone del mio paese ,Luana ed io siamo ritornate a una vita normale.

GIOVANNA MONTI, 4 anni

Io abitavo a Sibano. La mattina del 29 settembre 1944, vennero le SS, coi mitra puntati e presero mio padre Fernando, lo portarono a Pioppe alla Scuderia, dove fu tenuto prigioniero per tre giorni e poi fucilato alla “Botte” il 1° ottobre ’44. Mio padre aveva 37 anni, ma fu considerato inabile, perché in quel periodo era in convalescenza per malattia, essendo stato richiamato alle armi. Durante la prigionia mia mamma riuscì a vedere e a parlare tre volte con mio padre, che si raccomandò soltanto di avere cura di me e di farmi studiare. Mio padre era piegato in due, il capo quasi toccava per terra, fu una visione orribile.

Fu una scelta dolorosa per mia madre, ma volle mantenere la promessa fatta, così andai in collegio: ho un ricordo bello di quei quattro anni. La mancanza di mio padre ha segnato per sempre la mia vita, ho desiderato immensamente le sue carezze.

Conservo come un dono ciò che fu ritrovato dalla mamma nello scivolo della “Botte” due giorni dopo l’eccidio, nella borsa di paglia c’erano la mantella, il gilet ed il cappello. La guerra aveva distrutto tutto, l’unico aiuto ci fu dato dalla Croce Rossa Svizzera, che ci permise di avere l’indispensabile per la casa. La nostra generazione ha avuto un’infanzia ed un’adolescenza piena di niente, ma noi ragazzi di Sibano siamo riusciti a crescere e vivere in fraternità e serenamente.

LORENZO CUCCHI, 8 anni e mezzo

Mi trovavo sfollato in una casa della parrocchia di Malfolle, perché erano iniziati i bombardamenti nel paese di Pioppe, vicino a dove noi risiedevamo. La mattina del 23 luglio del ‘44 siamo stati svegliati, insieme ad altre famiglie di sfollati, dalle SS che con urla e percosse ci hanno radunati nell’aia, separando uomini donne e bambini. Mio padre, insieme a un contadino, si era nascosto nel bosco, distante 10 metri da noi. Mia madre chiese ai soldati di andare a prendere mia sorella di un anno e mezzo che era rimasta nel suo letto. Le fu concesso, ma, quando mia madre tornò nell’aia, mia sorella si mise a piangere. Mio padre sentendo piangere sua figlia piccola uscì dal nascondiglio, fu preso e insieme lasciammo la nostra casa “Blegnà” per raggiungere il Faggiolo dove c’erano già altre persone rastrellate nelle case attorno. Fummo radunati sotto il portico della stalla, le SS ci tenevano le armi puntate: lunghi minuti riempiti dalle urla di questi soldati. Noi stretti l’uno all’altro attendevamo di sapere qual era la nostra sorte. Io ero vicino a mio padre che mi infilò nella maglietta dei buoni del tesoro che era riuscito a prendere prima di scappare nel bosco e poi mi disse cose che riguardavano la nostra famiglia. Ci separarono: le donne i bambini da una parte e gli uomini da un’altra. Un soldato ci portò con le armi spianate lungo un sentiero fino alla strada statale, arrivati in fondo a questo sentiero sentimmo dei colpi, delle esplosioni. Ci fu tanta disperazione, perché tutto era ormai compiuto. Con un camion militare ci avviarono a Bologna. Siamo arrivati in città, ci hanno ospitati in un ambiente, e sembra che padre Cattoi, che era con noi, sia intervenuto, chiedendo ai tedeschi di non mandarci in Germania, come era già stato deciso. Da Bologna, a piedi, arrivammo a Pontecchio e fummo accolti da una famiglia di contadini; intanto da Pioppe arrivò una camion della ditta del Canapificio, perché quasi tutti erano dipendenti, per riportarci a casa. Accolti affettuosamente dai parenti, imparai piano piano tutto quello che era successo. Le cose peggioravano e ci siamo tutti trasferiti nelle Chiese vicine. Io ero a Malfolle, eravamo in un centinaio tra chiesa, stalla e solai. Da lassù vedevamo tutti i bombardamenti e le case bruciate da Pioppe a San Martino. C’erano rimaste solo le donne per poter cercare del cibo e ci siamo nutriti grazie a loro.
Arrivarono i tedeschi e ci costrinsero a partire verso il Nord. Siamo arrivati a piedi a Zappolino, verso Bazzano, siamo stati in una stalla molto tempo e poi accolti da una famiglia .Tutti i giorni con mia mamma e mia zia andavamo all’elemosina (inverno ‘44). Un giorno i tedeschi ci costrinsero a partire, perché c’erano continue azioni di guerra: mi ricordo che un giovanissimo soldato tedesco mi aiutò. Io e mio nonno camminavamo adagio, perchè il nonno aveva una malattia alle gambe e questo soldato mi buttò nel fosso per salvarci dalle cannonate. Poi ci siamo riparati in un rifugio per diversi giorni, senza mangiare e senza bere, avevamo solo delle castagne secche. Un giorno ci fu un grande silenzio, uscimmo dal rifugio e da un poggetto , sulla strada vedemmo passare dei carri armati con la stella: erano gli americani. Le donne per salutarli stesero dei lenzuoli bianchi e ci fu subito una risposta di cannonate e poi tutto finì: ci fu la Liberazione. Quando tornammo a casa non c’era più niente, né per mangiare né per poter riprendere a vivere. All’inizio abbiamo mangiato quello che era rimasto dai campi dei soldati americani, brasiliani, poi ci furono aiuti da parte della Croce Rossa Svizzera. Gli adulti riuscivano a difendersi, ma i bambini avevano bisogno di tutto anche della scuola. Per questo motivo mia mamma accettò l’invito del Comune di Marzabotto di mandare me e mia sorella ospiti di altre famiglie. A Bologna, non ricordo dove, arrivarono le persone per prenderci in affido e i nostri nomi erano già stati decisi dai dirigenti di questa iniziativa. Il distacco da mia madre fu per me il momento più difficile da superare. Andai fuori porta Lame in via del Rosario da una famiglia di contadini che aveva già tre figli. Per due giorni non ho parlato e loro ,con molta delicatezza, non mi hanno mai chiesto niente. Ora posso dire che è stata una bellissima esperienza, perché ci siamo voluti bene. Sono stato sei mesi a scuola, che raggiungevo con la bicicletta regalatami da questa buona famiglia che mi aveva anche comprato i libri. Ogni giorno, dopo aver fatto i compiti collaboravo, come facevano gli altri figli, nell’azienda familiare. Facevo tutto, nella stalla e nei campi. Intanto mia sorella Lele era stata accolta da una famiglia di fornai in via di Corticella e quando andai con la mamma a trovarla la trovai ingrassata, perché dai fornai mangiava quello che voleva, ma soprattutto era contenta. Quando i miei coetanei andarono a lavorare da muratori, mio nonno decise di farmi studiare, perché ero molto debole e gracile. Feci le scuole medie privatamente dai Padri della parrocchia di Pioppe, poi vinsi una borsa di studio al collegio Irnerio di Bologna e mi laureai in medicina. Tutte le estati tornavo nella mia seconda famiglia anche per due mesi , ci siamo visti con minore frequenza, soltanto quando sono aumentati i miei impegni di studio e di lavoro. Non ci siamo mai lasciati e ancora oggi ci vediamo spesso.

LEO GABUSI, 14 anni

Il 29 settembre io ero rifugiato nella Chiesa di Salvaro, insieme alle suore, a Don Elia Comini, a padre Martino Capelli e circa altre trenta persone. Era il giorno di S.Michele e i preti dissero una messa per quattro ore per tenere ferma la gente.
Il giorno del rastrellamento e dell’uccisione di tante persone alla Creda arrivarono “Panzetta” e “Casturein”, che si erano salvati ed erano riusciti a scappare attraverso il bosco. Tutti impauriti dissero agli uomini: «Scappate! Scappate!». Le suore fecero nascondere una parte degli uomini in una delle due Sacrestie, chiusero la porta e gli misero contro un armadio, un’altra parte degli uomini andò dentro a una cantina, chiusa da una botola. Coprirono la botola con un sacco di tela iuta e mi misero a sedere sopra con un macinino per macinare il grano. Quando le SS, tornando indietro dalla Creda, entrarono in Chiesa, fecero un giro e, non avendo trovato degli uomini,uscirono. Per tutto il tempo in cui le SS erano in Chiesa io continuai a macinare il grano. Intanto Don Elia e padre Martino, accorsi alla Creda per dare aiuto alla gente, furono rastrellati, tenuti prigionieri alla “Scuderia” di Pioppe e poi uccisi alla “Botte” il 1° Ottobre. Io rimasi lì ancora per alcuni giorni, c’era rimasta in zona l’ultima pattuglia tedesca e tutte le notti si sentivano ”dei zibaldoni” tra tedeschi e alleati; e poi con la mia famiglia decidemmo di passare “il fronte”. Partimmo una sera, circa un mese dopo gli eccidi della Creda e della Botte per raggiungere la cima del Monte Salvaro: da lì gli Alleati ci portarono a Grizzana, poi a Firenze. Andammo al Centro Profughi di via della Scala. Io, che avevo preso il tifo, quando ancora ero a Pioppe, mi salvai dall’epidemia di difterite scoppiata nel Centro e per la quale morirono molte persone, come la famiglia Chiari di Pioppe. Al Centro ho dormito per due giorni per terra su un giornale, poi mi hanno dato una coperta. Dormivamo in grandi camerate di 30 o 40 persone, insieme alle nostre famiglie. Tutti i giorni ci mettevamo in fila per avere una zuppa e un panino. Avevo fame e il giorno della Befana mi misi in fila otto o dieci volte per avere quel sacchetto con la cioccolata e altre cose da mangiare. Mio padre e mio fratello andarono a scaricare i camion dei rifornimenti con gli americani mentre io lucidavo le scarpe agli americani, facevo “il sciuscià”in Stazione a Firenze. Qualche aiuto l’ho avuto dagli americani e da nessun altro. Quando sono ritornato, dopo la Liberazione, ho lavorato subito da muratore.

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Testamento, di Kriton Athanasulis
(Poeta Greco morto nel 1979)

“Testamento di un padre a un figlio sulla necessità di conservare la memoria del passato”

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali ed uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e piogge e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austere forme d’uomo,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri,
dicono sempre si, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono di fuori
Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto di pietra, l’acqua di fango,
la verità un uccello che non canta.
E’ questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. E’ questo che ti lascio.

fonte: Eccidio Marzabotto


Saviano: “L’esempio di Peppino più utile al Nord che in Sicilia”

Parla l’autore di Gomorra – Roberto Saviano, autore di Gomorra, interviene sul caso Impastato di Ponteranica rispondendo a una domanda di Daria Bignardi a L’Era glaciale.

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“Ricordarlo, e soprattutto ricordarlo in una città del Nord, significa dire alla propria cittadinanza “quelle storie ti riguardano”. E’ molto più importante che il suo nome sia lì più che in Sicilia, in Calabria, in Campania”. Roberto Saviano, autore di Gomorra, interviene sul caso Impastato di Ponteranica rispondendo a una domanda di Daria Bignardi a L’Era glaciale(guarda il video), trasmissione di Rai 2 in onda venerdì sera. Saviano è sotto scorta a causa delle minacce di morte giunte dopo la pubblicazione del suo libro. “Penso che ancora una volta ci si sta dividendo dove invece dovremmo essere uniti. Io in questi anni ho avuto molta solidarietà da parte del centrodestra e dai suoi elettori. Vedere che una parte politica faccia questi tipo di azioni come togliere il nome di un ragazzo sventrato dalla mafia dovrebbe innescare rabbia soprattutto nel loro elettorato. Se io fossi un elettore della Lega avrei fastidio a vedere una cosa del genere. Peppino Impastato è stato eliminato, ucciso, sventrato dalla mafia, dal clan di Tano Badalamenti. Questa manifestazione è legittima semplicemente per ricordare una vittima che non è come tutte le altre, perché quando è stato ucciso Peppino Impastato l’immediata comunicazione fu che era un terrorista che si era fatto saltare sui binari. E per 25 anni soltanto la mamma, il fratello hanno conservato la memoria di Peppino e la rabbia di vedere la sua vita raccontata in quel modo. Cosa ha cambiato le cose? Un film, “I cento passi”. Non ha ridato solo la memoria, ma ha riaperto un processo”.

Lunedi 28 Settembre 2009

L’articolo e molte immagini si trovano sul sito Bergamo News