Il limbo dei clandestini per molti è già inferno

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Il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria è una via di mezzo tra un carcere di tipo americano e un giardino zoologico. Alti cancelli di ferro fanno accedere a dei bracci lungo i quali si affacciano delle «gabbie» allineate ai lati di un ampio e lungo cortile. Ogni «gabbia» è formata da un cortile di asfalto, spesso attraversato da fili su cui sono appesi dei panni ad asciugare. Si entra in un’anticamera che ha lungo il lato destro panche di ferro colorate di giallo, un tavolo e, in alto, un televisore attaccato al muro; sull’altro lato ci sono i bagni con lavello in acciaio, gabinetto alla turca e doccia. Lo spazio per dormire è di circa sei metri per sette, in tutto otto letti, anche questi di ferro dipinto di giallo con i soliti materassi in gommapiuma. Sulla porta del camerone dove si dorme c’è un condizionatore d’aria dal quale spuntano bottiglie di plastica piene d’acqua. «Lo usano come frigorifero», ci spiega il diretto- re, un medico umanamente attento a quanto accade all’interno della struttura che ospita 128 donne e 144 maschi assistiti dalla Croce Rossa e sorvegliati dalle forze dell’ordine. Quello che colpisce a Ponte Galeria non è il sovraffollamento, ma la promiscuità di situazioni. Ci sono pregiudicati e incensurati: quelli che provengono dal carcere, quelli che hanno chiesto asilo politico e dovrebbero stare da un’altra parte, quelli che sono stati fermati e trovati con il permesso di soggiorno scaduto, quelli che il permesso non lo hanno mai avuto, quelli in regola divenuti da un giorno all’altro fuorilegge per via della nuova legge e quelli assolutamente in regola. Come Ben Hassoun Abdessamad, un ragazzo di origine marocchina che è giunto in Italia nel 2001, ha trovato subito lavoro e si è sposato nell’aprile scorso. Aveva un regolare permesso di soggiorno, ma gli è stato ritirato dopo una querela ricevuta dalla suocera italiana. Così, improvvisamente, è diventato un «clandestino». Vado a visitare il Centro insieme a Massimiliano Jervolino, delegato della Provincia di Roma per i diritti umani, perché è in corso una protesta. Una cinquantina di reclusi ha ammucchiato i materassi contro le gabbie per impedire ai crocerossini di sistemare un nuovo arrivato di origini rumene con la gamba in cancrena. Inoltre, è appena entrato in vigore il nuovo pacchetto sicurezza che innalza da 60 a 180 giorni i limiti di permanenza. La notizia è arrivata nel Centro come una mazzata e la disperazione giunge fino all’autolesionismo.

GLI ULTIMI CASI

Un uomo e una donna si sono feriti a una coscia e a un piede davanti alle telecamere di sorveglianza. Un altro uomo si è inferto lesioni in diverse parti del corpo prima di essere bloccato dal personale di polizia. Un tunisino si è bevuto due bottiglie di shampoo e ha ingoiato una lametta da rasoio dopo aver ricevuto la notifica di una proroga di altri 60 giorni del trattenimento per l’identificazione e l’espulsione. Al centro di Ponte Galeria ha già passato due mesi, proveniente da Venezia, dove ha scontato una pena di sei mesi di carcere per non aver ottemperato all’ordine di allontanamento dal territorio italiano.

DIGNITÀ DEGRADATA

Dopo aver superato gli uffici del personale, si entra nella zona della reclusione. Le «gabbie» sono aperte dalle 8 alle 24 e appena entriamo i trattenuti si avvicinano e ci chiedono chi siamo. Poi, corrono nelle stanze a prendere le carte che li riguardano e le storie sì affollano. Said Marouen è un marocchino che dice di essere venuto in Italia per sposarsi con una ragazza con la quale non riesce neppure a fare i colloqui. Un altro marocchino, Said El Harrama, ha lavorato come stagionale per nove mesi ma poi gli è scaduto il permesso ed è stato portato a Ponte Galeria. Eugeni Siromenco, un russo con precedenti penali, non riesce a vedere i bambini che vivono in Italia. Cador Haivsemu è arrivato a giugno dalla Siria per chiedere asilo e, quindi, non dovrebbe stare in un Cie, come pure Davide Maharashvili, in fuga dall’Ossezia, che non si capacita del fatto che la sua domanda è bloccata perché non trovano più la documentazione. Toujani Mayhem ha venticinque anni, è arrivato in Italia dalla Libia nove mesi fa ed è al terzo tentativo di «identificazione ed espulsione» qui a Ponte Galeria, dopo quelli di Lampedusa e di Crotone. Zoppica e quelli intorno gli alzano la maglietta per farmi vedere i lividi sui fianchi. La versione ufficiale è che stava tentando un’evasione. I suoi compagni dicono che è vero che è uno che si arrampica, ma questa volta secondo loro è stato pestato dalle guardie. Salha Ben Mahmud racconta di aver lavorato per tre mesi come giardiniere nel carcere di Verona e di non aver ancora ricevuto il compenso dovuto. Djamel Bansaada ha una certa età e non vede l’ora di tornare in Algeria, il suo Paese natale che, però, tarda a riconoscerlo come suo cittadino. Casi come questo non sono pochi. Così, se il prolungamento dei tempi di reclusione contribuisce a degradare la dignità umana dei trattenuti, non sembra aver per nulla risolto il problema della identificazione, precondizione all’espulsione, che dipende dalla collaborazione delle rappresentanze dei Paesi di provenienza. Con il risultato che, trascorsi i sei mesi in questi centri che stanno diventando delle vere e proprie carceri ma senza le garanzie e le possibilità positive che pure esistono per i detenuti, la persona trattenuta viene rimessa in libertà, se così si può definire quella sorta di limbo che è la condizione di clandestino a vita, di apolide senza diritti e senza tutele.

(italiarazzismo.it)

Fonte: facebook – black panther

Continua lo sciopero a Ponte Galeria. Altre novità dai Centri di tutta Italia

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Sui tetti di Crotone, nelle aule di Milano

Quella di martedì è stata una giornata di tensione anche dentro al Centro di Crotone. Due reclusi sono saliti sul tetto minacciando di buttarsi, altri due sulle recinzioni metalliche che circondano la struttura. Un altro si è tagliato le mani e la pancia con una lametta. E non è la prima protesta dentro al Cie calabrese dal momento dell’entrata in vigore del “pacchetto sicurezza”: già ad agosto c’era stato uno sciopero della fame di tre giorni. In serata è tornata la calma ma, come in quasi tutti gli altri Centri sparsi per lo stivale, siamo sicuri che non durerà molto.
Nuova lunga udienza, ieri, del processo per la rivolta di via Corelli. La novità più grossa: uno degli imputati, Lacine, è già stato trasferito agli arresti domiciliari mentre per Jawad è una questione di ore. Priscilla, invece, aspetta una risposta a breve.
Durante l’udienza sono stati interrogati un carabiniere e due vigili del fuoco, e questi ultimi hanno fornito una ricostruzione dell’accaduto abbastanza differente da quella proposta dai carabinieri e dai poliziotti sentiti fino ad ora. Il processo, oramai, è agli sgoccioli: la prossima udienza sarà l’8 di ottobre, e in quella occasione saranno ascoltati gli imputati. E poi arriverà la sentenza, probabilmente già il 13 di ottobre.

Visite a Gradisca

Lunedì scorso due deputati e tre senatori del Partito Democratico hanno visitato il Cie di Gradisca d’Isonzo. Alle dieci del mattino, senza fotografi né giornalisti, sono entrati nella struttura accompagnati dal direttore. La visita è durata un paio d’ore e molti reclusi sono riusciti a parlare direttamente con i cinque, raccontando loro della durezza delle condizioni di detenzione e delle botte volate durante le proteste del lunedì precedente. Qualcuno tra i reclusi, poi, ha accusato i parlamentari in visita di essere corresponsabili delle leggi contro i senza-documenti, e soprattutto dell’esistenza stessa dei Centri. Questa saggia malfidenza verso i politici si è rafforzata qualche ora dopo quando al Telegiornale regionale è stata trasmessa l’intervista ad uno dei 5 parlamentari, che ha elogiato la professionalità del personale del Centro ed invocato lo sveltimento delle procedure di espulsione deprecando l’eccessiva permanenza all’interno dei Cie, senza soffermarsi molto sui pestaggi del 21.

Sta il fatto, però, che la resistenza dei detenuti sta dando i suoi frutti. La documentazione circolata in rete, il video delle cariche pubblicato su youtube, le pagine dei giornali sulla repressione di lunedì, l’attenzione continua rispetto a ciò che succede dentro alle mura del Centro ha intimidito di molto la polizia e i soldati di guardia che ora stanno attentissimi a quel che fanno.

La giornata a Roma

Prosegue lo sciopero della fame a Roma, ed è il terzo giorno. La situazione è pesante. Ieri sera, qualche minuto dopo i nostri ultimi contatti con dentro, un detenuto è svenuto e poi un altro si è tagliato le vene, e poi altri ancora hanno cominciato a tagliarsi. Fino all’una di notte, due ore di protesta e disperazione: il pavimento, “un tappeto rosso”. Il ragazzo più grave è stato curato sommariamente in infermeria e riportato nella sua cella: oggi è lì, mezzo morto, insieme ai suoi compagni. Ha perso molto sangue ed ha dei momenti di incoscienza.
Per contro, dopo la sceneggiata di ieri e l’espulsione a sorpresa di Miguel, la polizia non si è fatta più vedere. I detenuti, però, sanno che è nascosta dietro l’angolo, pronta ad intervenire non appena la protesta salirà di tono.
Ascolta il racconto della serata di ieri e della giornata di oggi ed un appello in arabo su: http://www.autistici.org/macerie/?p=20403

Torino. La libertà è un lavoro collettivo

Continuano ad aggiungersi dettagli sull’evasione di domenica scorsa dal Cie di Torino. Ora sappiamo per certo che si è trattato di un tentativo veramente collettivo. Quando i reclusi intravedono una possibilità, vale a dire un cancello aperto, iniziano tutti a spingere per uscire dalla gabbia. Prima che i militari riescano a chiudere il cancello, grazie alla spinta collettiva, quattro reclusi riescono a scappare e a dirigersi verso il muro che separa l’area dal cantiere del raddoppio. Qui, il primo si china per permettere agli altri di scavalcare salendo sulla sua schiena, un raro esempio di altruismo e di vero e proprio amore per la libertà. Uno ce la fa, ed è quello che è ancora uccel di bosco, ma gli altri tre vengono presi e, come sappiamo, picchiati fino a farli sanguinare e infine arrestati con l’accusa di resistenza e lesioni. Dopo due notti al carcere delle Vallette di Torino, proprio oggi i tre sono stati “scarcerati”, ovvero rinchiusi di nuovo al Cie di corso Brunelleschi. Ora, chiaramente, rischiano di essere espulsi prima che il processo cominci veramente.

Un altro recluso che rischia di essere espulso è Mimì, il ragazzo picchiato da due Alpini un paio di settimane fa. Dopo il pestaggio, Mimì ha sporto denuncia contro i due militi ignoti, ma per la legge italiana questo non è sufficente a sospendere l’espulsione. Per capirne qualcosa di più, ascolta l’intervista con l’avvocato di Mimì su http://www.autistici.org/macerie/?p=20393.

Fonte: Indymedia Roma

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