Propaganda ed Informazione

Propaganda di regime

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Qualche decennio fa qualcuno lanciò l’allarme sul possibile uso di messaggi subliminali. Si tratta di immagini che vengono proiettate sugli schermi per una frazione di secondo, in modo che l’occhio non le coglie ma vengono registrate a livello subliminale, sotto il limite della coscienza. Il soggetto che le subisce non può difendersene perché non ne è consapevole. Gli si insinuano nel preconscio, condizionandolo nel profondo e determinando le sue scelte.
Probabilmente erano timori eccessivi. Il Potere ha messo a punto tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica che non richiedono strumenti tanto sofisticati e tecnologie la cui resa non è certa.
Intanto, a differenza dei più rozzi regimi polizieschi, il condizionamento viene ottenuto non con la massiccia propaganda ideologica diretta, da cui gli individui si difendono ignorandola, ma con la pubblicità commerciale, solo apparentemente neutra rispetto alla politica. La pubblicità, onnipervasiva e ossessiva, trasmette modelli di comportamento e stili di vita, contenendo una carica ideologica fortissima ma occultata dietro l’apparentemente innocua esposizione dei pregi di un prodotto di consumo.
L’informazione è libera ma abilmente pilotata. Si pubblica tutto su tutto, i commenti più disparati e le opinioni più opposte, perché il Potere sa bene, a differenza dei grossolani censori delle dittature, che in una pletora di informazioni le menti si perdono e l’effetto è il disorientamento. Del resto le notizie sgradite che possono aprire gli occhi sulla vera natura del sistema vengono date ma presto sono accantonate, privilegiando per giorni e settimane altre informazioni su cui tutti i media battono ossessivamente. L’attenzione viene così distolta dai temi scottanti e rivolta a fenomeni di costume, a eventi che screditano modelli alternativi o a evocare fantomatiche minacce incombenti. Così il cittadino subisce un vero e proprio lavaggio del cervello senza esserne consapevole, anzi essendo convinto di vivere nella più completa libertà e nella più compiuta delle democrazie.
L’informazione viene utilizzata a fini propagandistici attraverso l’abile manipolazione  e decontestualizzazione delle immagini. La consapevolezza della forza delle immagini è comune alle cosiddette democrazie e alle dittature esplicite. Le democrazie usano queste tecniche con la stessa spregiudicatezza del più repressivo dei regimi totalitari. Si voleva dimostrare il cinismo spietato della polizia di Ceausescu. Ebbene, si presero dall’obitorio alcuni cadaveri di persone decedute per cause naturali, con un fotomontaggio si moltiplicarono e l’immagine campeggiò su tutte le prime pagine con didascalie che parlavano di stragi e repressioni crudeli. Si voleva dimostrare la follia nichilista di Saddam. Ebbene, si recuperò dagli archivi l’immagine di un cormorano agonizzante in un mare di petrolio fuoruscito da una petroliera affondata, per dimostrare che il feroce dittatore per non soccombere bruciava i pozzi e avvelenava la natura. Si voleva giustificare l’aggressione alla Jugoslavia e il bombardamento di Belgrado. Ebbene, si mostravano file di poveri albanesi in fuga dal Kossovo e qualche casa in fiamme per dimostrare un inesistente genocidio. Si voleva rendere indiscutibile la guerra infinita al terrorismo che avrebbe dato carta bianca a tutte le aggressioni dell’Impero. Ebbene, l’immagine delle due torri in fiamme e dei poveretti che si lanciavano nel vuoto sarebbe stata trasmessa in ogni angolo del pianeta, mentre passava presto nell’oblio la stranezza di una breccia nel muro del Pentagono che non poteva contenere la mole di un Boeing e veniva ignorato il collasso di una terza torre che nessun aereo aveva colpito, perché quella voragine inquietante avrebbe messo in discussione tutta la versione ufficiale. In quel caso esemplare dell’11 settembre si sono così messe in opera altre due modalità della manipolazione propagandistica: l’occultamento e la reticenza.
Anche quando le foto sono non alterate e correttamente contestualizzate, vengono caricate di una forza simbolica che le rende più efficaci di qualunque pistolotto propagandistico. Fu il caso del giovane cinese che sfidò i carri armati. Qualcuno ha ipotizzato che in realtà si trattasse di un agente che il governo aveva istruito, insieme ai carristi, per dimostrare che l’esercito rispettava la vita umana e i carri armati evitavano di schiacciare i manifestanti, ma quella scena si è imposta come l’icona della rivolta giovanile contro la dittatura cinese. Ora si usa la tragica agonia della povera Neda per coprire di abominio un governo esercitante il suo diritto di soffocare la manovra eversiva di una minoranza di giovani cittadini occidentalizzati che conculca il volere di una maggioranza espressa dall’Iran profondo, diverso dalla metropoli Teheran.
Se tutti questi sistemi con cui si costringe a valutare i fatti nel senso gradito ai Poteri non sono sufficienti, si invalidano le elezioni che abbiano dato un esito non voluto oppure si incoraggiano in tutti i modi manifestazioni di piazza degli sconfitti. Recentemente è successo in Algeria, in Serbia, in Ucraina, in Georgia, ora in Iran. In forme più soft succede anche nel nostro occidente. Quando una nazione boccia nelle urne un trattato di quella finzione di Europa che vogliono imporci, si fa ripetere il voto finché gli oppositori, esausti, finiscono per non andare più a votare.
Tuttavia non bisogna disperare. La forza delle cose è più tenace degli artifici dei Poteri. Le contraddizioni serpeggiano anche all’interno dei Palazzi, creando fratture e crepe.
L’Occidente ha fondato i suoi fasti su due motivi di vanto: l’efficienza economica e la democrazia. La forza delle cose avvicina il momento in cui questa mascheratura cadrà. Allora si svelerà che i trionfi economici si basavano sul gioco di prestigio di debiti appianati da altri debiti in una spirale di follia indifferente alle sorti delle generazioni che verranno, e che la democrazia è una facciata di cartapesta.
Le immagini che hanno una forza simbolica possono ritorcersi anche contro chi le usa abitualmente per i propri fini: gli americani hanno cominciato a perdere in Iraq quando la foto del prigioniero torturato con il cappuccio nero e i fili elettrici che pendevano dal corpo ha fatto il giro del mondo.

Luciano Fuschini su MZ – il Giornale del Ribelle

L’inganno dell’Informazione

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Matteo Simonetti, già giornalista del Secolo d’Italia, dell’Indipendente, di Liberal e La Destra, attualmente collaboratore de Il Borghese -unica pubblicazione cartacea che gli consente di esprimersi senza censure- ha scritto per Movimento Zero questo articolo e si è detto gentilmente disponibile a scrivere per mz anche in futuro.

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Non è una funzione liturgica, ma le assomiglia molto. Ne condivide la ritualità e la regolarità nella cadenza, dà la stessa sensazione rassicurante di partecipazione alla comunità, ne ricalca perfino il linguaggio, codificato e standardizzato. Si tratta della visione quotidiana del telegiornale, pratica che unisce milioni di italiani, i quali la subiscono passivamente senza alcun senso critico, accettandola come espressione del “Verbo”, inteso come fonte di verità e informazione, legittimato ed unico suggerimento di condotta per tutte le novità che esulano dalla sfera più strettamente privata.
Il tema dell’informazione e della cosiddetta disinformazione è uno dei più importanti in queste pagine e in generale nella rete, luogo che quasi per definizione si contrappone alla genuflessione davanti ad un sapere controllato e uniformato, a vantaggio di una personale ricerca delle informazioni e della conseguente formazione di un proprio punto di vista sui fatti. Nonostante ciò la consapevolezza di quanto succede in occasione del più importante momento di trasmissione di informazioni – purtroppo la televisione è ancora padrona della comunicazione – è scarsa anche tra i navigatori.
La sensazione più forte di fronte alla visione di un telegiornale è quella di un vuoto sapientemente creato. Il telegiornale è ipoinformazione, cioè sottrazione di ogni informazione pregnante e sua sostituzione con una non-notizia. Pensate all’importanza che, in termini di tempo e di evidenza, viene data quotidianamente alla meteorologia. Fatti tanto banali come la successione di giorni di pioggia e bel tempo, l’alternanza di temperature e pressioni basse e alte e via dicendo, riempiono lo spazio che potrebbe essere riservato a riflessioni importanti su vicende di politica estera, alla spiegazione di nuove leggi… Tale vuoto però va mascherato, per evitare la sempre possibile catastrofe del “Re nudo” scoperto da un bambino. Ecco allora che compare una vera e propria risemantizzazione dell’evento meteorologico, costruita con sapienti quanto costruiti agganci a fenomeni più “pratici” come il traffico, i danni alle colture o al turismo. Ecco i collegamenti dalle città con interviste tipo: “Ha visto come è stato caldo oggi? – Sì, molto più di ieri! Speriamo che domani rinfreschi…”, collegamenti che hanno la funzione di testimoniare la presunta eccezionalità dell’evento, come se si trattasse di testimonianze oculari di un omicidio di un capo di stato.
Si tratta di falsa informazione, non nel senso di informazione bugiarda, ma in quello di non-informazione. Questo inganno nei confronti di tutti noi poggia sul fatto che per decenni il telegiornale fu quello delle reti Rai, cioè in un certo senso espressione dello Stato. Era quindi normale per il telespettatore ritenere che se ci fosse stato qualcosa di importante da sapere il servizio pubblico ne avrebbe parlato. Questa sedimentata fiducia del cittadino nel notiziario è oggi sfruttata per mantenerlo in uno stato di non pericolosa (per i governanti) ignoranza, di tranquilla inoperosità dal punto di vista del coinvolgimento in attività politiche e di aggregazione sociale. Il telegiornale come strumento del potere economico (inutile dire politico perché oggi il secondo si scioglie nel primo) ha interesse nel mantenere il cittadino quanto più distante possibile dai luoghi di decisione. Lo fa celando vicende per le quali, adirandosi, potrebbe essere spinto a decisioni drastiche, e costruendo un approccio passivo e acritico, tipicamente televisivo, verso la politica. Tale approccio porterà a sempre più astensione e disinteresse, permettendo l’autoperpetuarsi del sistema.

Lo stesso scopo delle previsioni meteo hanno all’interno dei telegiornali i vari rotocalchi di moda, di motori, di gastronomia, i quali per la loro natura commerciale di reclame ci consentono di introdurre un’altra parte del nostro discorso sui telegiornali: la tecnica del Fear Marketing. Ci sono recenti studi che lo testimoniano, ma d’altronde si tratta di una semplice riflessione che anche i non esperti possono fare, il comportamento compulsivo del consumatore accelera quando viene messo a contatto con situazioni molto negative. Si tratta di una reazione comprensibile: di fronte alla vicinanza della morte o della sofferenza, gli uomini sono più avidi di piacere e tendono a spendere e assicurarsi residui momenti di godimento.  La mentalità consumistica ormai inculcata fa si che il godimento oggi per la massa si identifichi con il materialistico acquisto di beni (non con il possesso né tanto meno con l’utilizzo!) e con lo spreco in articoli di lusso, vacanze o simili. Marshall Mcluhan dice che “gli avvisi pubblicitari sono notizie, il loro guaio è di essere sempre notizie buone. Per equilibrare l’effetto e per vendere i prodotti è necessario avere un mucchio di notizie cattive”. Per questo motivo i telegiornali sembrano essere sempre di più archivi di catastrofi, incidenti stradali, stupri e racconti di omicidi in famiglia. Ma se tutto ciò dagli studiosi di linguaggio è stato messo in relazione alla capacità di convincimento all’aquisto degli spot che precedono e seguono i telegiornali, con l’inserimento di messaggi commerciali di tipo publiredazionale all’interno degli stessi si ha un ulteriore potenziamento del sistema, sia per la vicinanza temporale, sia per il mascheramento ulteriore dello spot che si traveste da notizia, azzerando le residue difese critiche del telespettatore medio.
D’altra parte la paura genera stress e tutti noi sappiamo che lo stress è una forte spinta al consumo. Per averne una prova inconfutabile basterebbe mettere una studentessa alla vigilia di un difficile esame nella stessa stanza con un pacco da un chilo di noccioline.
Ritornando alla mancanza di informazioni all’interno dei telegiornali non vale la pena spendere qui troppe parole, basta farsi un giro in questo sito in quelli linkati ed osservare quanti dei temi trattati hanno mai trovato spazio in televisione. Si potrebbe partire dal signoraggio bancario per finire con l’immagine distorta della situazione iraniana.
L’ultimo aspetto che vorrei sottolineare è inerente alla “forma” del linguaggio del telegiornale, piuttosto che sul contenuto. Avete mai fatto caso al modo di parlare degli speakers, sia quelli in studio che quelli in collegamento? In questi ultimi anni è stata sviluppata una intonazione del tutto artificiale, riconoscibile ad esempio da un cantilenare quasi automatico (si ritrova nella voce registrata di un casello autostradale o in quella dei primi navigatori satellitari, ad esempio) e da una chiusura del periodo in uno strano crescendo. Tale linguaggio era all’inizio ad appannaggio di pochi telegiornali ma ora tutti si sono adeguati e tale omologazione deve avere un qualche fondamento di tipo manageriale, tecnico, strategico. La mia opinione è che sviluppando un linguaggio particolare e riconoscibile si potenzi l’aspetto liturgico del telegiornale, proprio come avviene nel linguaggio del prete in una chiesa, e che si attiri l’attenzione sulla forma per distoglierla ancor più dal contenuto.
Vorrei fare una previsione un po’ orwelliana: verrà un tempo in cui nelle case arriveranno telegiornali in cui il mezzobusto, volgendo continuamente lo sguardo verso innumerevoli telecamere per ipnotizzare lo spettatore, reciterà nenie senza senso: “piripero tarattara, para, parappero parappò – re”. Alla fine tutti avranno avuto la sensazione di aver compiuto il loro diritto-dovere di cittadini e ritorneranno a brucare in mezzo al gregge.

Matteo Simonetti su MZ –  il Giornale del Ribelle


meditiamo gente… elena

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