Archive | ottobre 2009

Recessione e mafie – parti 2 e 3

Pubblichiamo con colpevole ritardo il prosieguo dell’analisi di Carlo Ruta:

Recessione e mafie – 2

Le nuove frontiere del narcotraffico

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di Carlo Ruta

Fin qui emerge un dato di fondo. In tutti i continenti, negli ultimi decenni le economie di origine illegale hanno vissuto i trend dei mercati da protagoniste, correlandosi alle Borse come entità finanziarie imprescindibili. È andato stabilizzandosi per ciò stesso il raccordo delle mafie con i maggiori business, dalla speculazione immobiliare all’industria dei metalli, dalle energie naturali e rinnovabili all’acqua. Le classifiche di Forbes, che hanno visto scalare un gran numero di magnati dell’est europeo e asiatico senza passato, oltre che autentici gangster, ne danno la misura. La crisi attuale rischia di aprire tuttavia scenari nuovissimi. Sta sollecitando infatti degli aggiustamenti nelle economie clandestine più forti: il narcotraffico, il commercio di armi, le tratte degli esseri umani. E gli effetti sul sistema potrebbero essere non da poco. Negli ultimi due decenni, è emerso un incremento di tali traffici su scala mondiale, nonostante le attività contrasto venute dai governi. A dispetto altresì delle iniziative di organizzazioni sovranazionali, a partire dall’Onu, che, per esempio, negli ultimi anni novanta ha sollecitato, per la prima volta, alcuni paesi produttori di sostanze stupefacenti, l’Afghanistan e Birmania per l’oppio, Colombia Perù e Bolivia per coca e cannabis, alla soppressione di tali colture in cambio di aiuti. Ma cosa sta accadendo di preciso in questo tempo di crisi? I dati che vanno rendendosi disponibili, offrono già delle indicazioni, a partire appunto dal narcotraffico.

I ritmi di modernizzazione, più o meno convulsi, dell’ultimo mezzo secolo hanno finito per incentivare il consumo di massa di stupefacenti, naturali e sintetici. Balzi decisivi di tale domanda sono andati correlandosi comunque con snodi particolarmente difficili. E quello di oggi è tale. Come documentano le cronache dell’ultimo anno, la recessione, che si vorrebbe considerare un capitolo chiuso, sta generando precarietà e vuoti di futuro in tutti i paesi, ricchi e poveri. Può essere in grado quindi di interagire a vari livelli con il mercato dei narcotici. È presto beninteso per poter comprendere l’incidenza degli eventi odierni sull’evoluzione del medesimo. Ma alcuni dati che emergono dal terreno, non del tutto concordanti con i numeri che di recente sono stati fatti dall’Unodc, Ufficio dell’Onu che sovrintende alla lotta al narcotraffico, appaiono significativi.

Nel Sud America, capoluogo strategico dei narcos, la crisi globale ha fermato cinque anni di crescita. Sono state colpite le economie del rame, del petrolio, di altre materie prime. È stato penalizzato l’interscambio con gli Stati Uniti. Milioni di persone sono finite quindi in povertà. Il narcotraffico continua però a progredire. Le aree di coltivazione di cannabis e coca lungo le Ande vanno estendendosi, malgrado le politiche di contrasto dei governi. La produzione di oppio ed eroina si conferma in attivo. In tutte le regioni aumenta infine il consumo di narcotici, mentre migliorano le facoltà di produzione di droghe sintetiche. È quanto emerge da un rapporto pubblicato nel marzo 2009 dalla Latin American Commission on Drugs and Democracy, diretta da Fernando Cardoso, già presidente del Brasile, César Gaviria, già presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, già presidente del Messico. È quanto affiora altresì da ricerche specialistiche. Nei mesi scorsi, su incarico dell’associazione Libera, un team di economisti delle università di Bologna e Trento è intervenuto sulla situazione in Colombia, passando al vaglio 30 mila dati, oggettivi, tratti soprattutto dagli archivi giudiziari. Ha concluso che nel 2008 sono stati prodotti in quel paese da 2.000 a 4.500 tonnellate di cocaina, a fronte di una stima dell’Unodc di appena 600.

A dare conto delle cose sono altresì le emergenze civili sul terreno, che vengono riconosciute a tutti i livelli. Nelle favelas brasiliane, dove arrivano dalla Colombia grandi quantitativi di stupefacenti, i regolamenti fra bande, spesso con vittime innocenti, hanno raggiunto negli ultimi anni picchi inauditi, malgrado le iniziative di contrasto promosse dalla presidenza Lula. In Messico, anello di congiunzione fra le due Americhe, è stata registrata nel 2008 la cifra record di 6 mila uccisioni per affari di droga, mentre in Guatemala, El Salvatore e Venezuela il tasso di omicidi, nello stesso anno, è salito a oltre 100 per 100 mila abitanti, superiore cioè alla media mondiale di ben 16 volte. Per tali ragioni, il presidente dell’Organizzazione degli stati americani, José Miguel Insulza, ha potuto dichiarare che in Sud America il crimine organizzato uccide più della crisi economica e dell’Aids. Secondo il direttore dell’Unodc, Antonio Maria Costa, tali soprassalti di violenza proverebbero che il mercato della cocaina nei paesi latino-americani va contraendosi. In realtà la storia delle mafie, dalla Chicago anni trenta alla Palermo anni settanta, dalla Colombia degli anni ottanta alla Russia degli anni Duemila, indica che gli scoppi di tensione, pur originati da contesti di crisi e di rottura, recano spesso logiche e significati del tutto differenti, correlandosi con poste in gioco che, proprio in determinati frangenti, anziché ridursi, si fanno più attraenti e remunerative.

Alla luce dei fatti, la situazione non appare insomma rassicurante. Tanto più se si tiene conto delle riserve che proprio in questi mesi vanno manifestandosi in tante sedi, pure governative. Nell’ultimo rapporto del Government Accountability Office la guerra ai narcos sudamericani viene presentata come persa, con l’avallo del vice presidente degli Usa Joe Biden, a fronte dei miliardi di dollari che le precedenti amministrazioni hanno erogato ai paesi produttori. L’Office National Drug Control Policy suggerisce quindi svolte radicali, in senso strategico, a dispetto dei freni che permangono negli States. Il convincimento di una partita persa, che un recente sondaggio ha visto condiviso dal 71 per cento degli statunitensi, si fa largo altresì in America Latina, dove con forza sempre maggiore viene reclamata la sostituzione del paradigma, repressivo dalla produzione al consumo, che finora ha ispirato la lotta al narcotraffico. La Commissione di Cardoso, Gaveria e Zedillo ne indica uno nuovo, proponendo di trattare il consumo di droghe come problema di salute pubblica, con mezzi informativi ed educativi. E su tale linea convergono associazioni e altri alti esponenti della politica, come l’ex presidente del Cile Ricardo Lagos, che suggerisce, più espressamente, di legalizzare la cannabis. Orientamenti di questo tipo non mancano del resto nel governo brasiliano di Lula, oltre che nel Senato colombiano, con le rivendicazioni del liberale Juan Manuel Galan, mentre insiste nel programma di Evo Morales, presidente della Bolivia, l’obiettivo di legalizzare il consumo delle foglie di coca, recante radici etniche, per contrastarne il traffico illegale.

In definitiva, il business delle droghe, in Sud America, sta reagendo agli attuali frangenti con conferme e rilanci che risultano impossibili in altri ambiti. Ma non si tratta di un trend localizzato. Andamenti simili vanno registrandosi in ogni altre latitudini, con economie da narcotraffico che stanno riuscendo a imbrigliare i rovesci dei mercati, forti di una domanda che non demorde, di capitali ingenti e condizionanti, di guadagni che restano sicuri a dispetto della war on drugs.

La recessione in Asia va esprimendosi in modo eterogeneo. In Giappone i collassi della domanda, interna ed estera, corroborati dai crolli borsistici degli ultimi anni, stanno frustrando economie dal passato fiorente. Nei paesi del sud-est, dal Laos al Vietnam, riavutisi dal tracollo del 1997 con un iter espansivo che ha raggiunto cifre da miracolo, si conteranno a fine 2009 2 milioni in più di disoccupati. Perfino in India e in Cina, che per certi versi hanno fatto argine al crollo, con il Pil saldamente in attivo, in virtù pure dei cambi monetari a loro favore, si è avvertita la scossa, con una vistosa riduzione dei ritmi di crescita. Eppure le economie della droga, lungo tutto il continente, stanno mostrando di non temere la crisi. Come in America Latina, contano anzitutto sull’abbondanza del prodotto base: nel caso, sulle coltivazioni di papaveri da oppio che ricoprono l’Afghanistan, la Birmania, il Laos, la Thailandia, il Nepal. L’Onu ha conseguito beninteso dei risultati, soprattutto in Laos e in Birmania, dove nel 2008 sono andate distrutte piantagioni per migliaia di ettari. Ma i dati sul terreno sono ben lontani da annunciare svolte, tanto più se si considera che sono gli stati stessi, interlocutori delle Nazioni Unite, a garantire l’esistente, per il tornaconto, diretto o indiretto, che recano nel business, dal traffico in senso stretto al lavaggio di valute. Le movenze del regime di Than Shwe in Birmania sono nel caso esemplari. Le economie di questo tipo beneficiano comunque di altri fatti: l’aumento di produzione di droghe sintetiche, su scala continentale, e una corrispondente crescita nei consumi delle medesime. Non è poco, evidentemente.

Le amfetamine e le metamfetamine contano oggi su una produzione distribuita in tutti i continenti. E ovunque la domanda è sostenuta dal basso prezzo, dalle mode edonistiche, dagli inarrestabili passaparola, probabilmente pure dal disagio, dal deficit di futuro che è proprio delle crisi. Centri strategici ne sono divenuti diversi paesi dell’Europa, ma ancor più il Canada, in cui si confezionano forse i maggiori quantitativi di ecstasy. La diffusione del prodotto asiatico, corroborata appunto da un sensibile aumento di consumo nel continente, costituisce comunque un sintomo. Si consideri un’area di forte concentrazione, quella del Grande Mekong, infeudata ai gruppi che trattano l’oppio: pakistani, thailandesi, indiani, birmani, cinesi. Lungo tale linea, che dallo Yunnan della Cina percorre l’intero territorio del Laos, con riverberi comunque nello Shan birmano, vengono prodotte, in quantità notevolissime, pasticche di crystal meth e di una variante detta ketamina, destinate in buona misura all’estero. Quale può esserne la logica, in una terra che abbonda fino all’inverosimile di papaveri da oppio? Di certo, non è la prova che le droghe tradizionali stiano entrando in crisi, perché il consumo di oppiacei, di eroina in particolare, nei primi mercati al mondo, l’Europa e il Nord America, proprio non demorde. Potrebbe essere invece l’esito di una studiata diversificazione, legata a un orizzonte di domanda che va ampliandosi, con esiti sempre maggiori nei paesi in via di sviluppo, in favore delle droghe meno costose. Il dato testimonia in ogni caso che le economie degli stupefacenti, anche in contesti di crisi, possono essere mosse da logiche aggiuntive ed espansive. E in altre regioni asiatiche le cose vanno appunto in tale direzione.

Un caso emblematico è quello dell’Arabia Saudita. Diversamente che in Iran e in altri stati vicini, in tale paese il narcotraffico ha incontrato nei decenni passati ostacoli che apparivano irriducibili, di tipo culturale anzitutto, per gli stili di vita che vi reggono, legati alla tradizione islamica. Il controllo ferreo delle frontiere sul golfo Persico ha impedito altresì che i grandi deserti della penisola divenissero corridoi di transito degli oppiacei da Oriente a Occidente, contigui a quelli che collegano l’Afghanistan alla Turchia e all’Europa, attraverso le repubbliche ex sovietiche dell’Asia. Negli ultimi anni le cose sono mutate tuttavia in modo dirompente. L’Arabia Saudita risulta essere uno dei paesi in cui più vengono prodotti e si consumano droghe sintetiche, soprattutto ecstasy e amfetamine del tipo captagon. Prova ne è che nel 2007 ne sono stati sequestrati quantitativi record, pari a un terzo di quelli scoperti globalmente, a fronte dell’1 per cento registrato lungo il perimetro arabo nel 2001. Le droghe sintetiche, ma in una misura discreta pure le tradizionali, dal momento che le sfere di produzione e di distribuzione di massima coincidono, stanno intaccando insomma le frontiere più solide dell’Islam. E, sulla scorta dei dati che vanno emergendo, c’è motivo di ritenere che la recessione, pur trattandosi di aree ben compensate dalle economie del petrolio, stia alimentando tale trend.

Vanno giocandosi in sostanza due partite, congiunte. Le droghe tradizionali formano un mercato stabile, che procede oggi senza scosse, si direbbe in modo ritmico, tanto più nei paesi d’Occidente, dove può contare su un consumo inesausto. Il mercato dei prodotti sintetici, che muove già 100 miliardi di dollari all’anno, circa un terzo cioè del giro d’affari globale delle droghe, si manifesta invece, a fronte di minori investimenti, elastico, veloce, in grado di insinuarsi appunto nei paesi e nelle culture più difficili. Le mappe del narcotraffico vanno aggiornandosi di conseguenza, in favore delle aree e delle mafie che meglio stanno riuscendo a combinare tradizione e innovazione. E tutto questo, riguardo al continente asiatico, in cui la coesione fra i due livelli è probabilmente la più riuscita, evoca un mondo strutturato. Nel Grande Mekong, dove oppio e crystal meth formano appunto un continuum, un’offerta articolata, convergono, come si è detto, interessi molteplici: pakistani afgani, nepalesi, birmani, thailandesi. È decisiva comunque l’influenza delle Triadi cinesi, egemonizzate dalle compagini di Hong Kong e Taiwan: tanto più dopo gli accordi che le medesime hanno concluso con Khun Sha, che nel Triangolo d’Oro fa ormai da decenni le regole dell’oppio, forte di un esercito personale di 8 mila uomini. Il quadro degli interessi, per quanto diviso sul terreno, si dimostra in sostanza aperto. Se i potentati militari del narcotraffico, come nel caso dell’United Wa State Army birmano, usano muoversi infatti in spazi assegnati, perlopiù lungo le linee dei conflitti etnici, le Triadi, servite da un complesso di gruppi territoriali, sono in grado di animare scenari ben più ampi.

Non è possibile definire beninteso quali possano essere gli effetti di tale situazione in questo particolare passaggio. Nuovi balzi in avanti nei traffici da Oriente appaiono tuttavia nell’ordine delle cose, possibili, con guadagni aggiuntivi per i signori del Triangolo d’Oro, ma pure per le mafie potenti che hanno scortato i transiti dell’oppio: da quella russa, che con il narcotraffico ha costruito imperi, oggi stimati e quotati nelle maggiori Borse internazionali, a quella turca, che si potrebbe candidare a nuovi ruoli. È il caso di soffermarsi su questo punto. I boss turchi hanno recato sempre una posizione di prim’ordine lungo le vie dell’eroina che dal sud est asiatico puntano in Europa, attraverso i Balcani. Forti della loro posizione mediana, hanno stretto relazioni con le mafie di ambedue i continenti. Hanno stabilito basi in Iran, in Turkmenistan, in Kazakistan, in altre repubbliche dell’Asia Centrale. Rivendicano, in aggiunta, il dominio delle regioni dell’Asia sud-occidentale, decisi a proiettare la loro egida fino al Golfo Persico, mentre non dissimulano le loro mire egemoniche lungo il Mediterraneo, che potrebbero trovare un appoggio decisivo nell’ingresso di Ankara in Unione europea. Quale nesso può correre allora fra tale progetto di dominio e l’erompere delle metamfetamine in Arabia Saudita, come, probabilmente, in altri paesi del Vicino Oriente? Al momento non è possibile rispondere. Comunque va tenuto conto di un dato: in quelle regioni, penetrate appunto da una solida tradizione islamica, non vengono registrate mafie che per disponibilità finanziarie e, soprattutto, facoltà logistiche possano competere con quelle turche.

In definitiva, non sembra che la recessione abbia preso i gruppi del narcotraffico alla sprovvista, sulla scena globale. I capitalismi “normali” in tempi di crisi vanno in affanno, caracollano, si disorientano. Fatte salve le situazioni di conflitto di taluni paesi, come in Sud America appunto, peraltro cicliche in determinati contesti, quel che emerge nei giri delle droghe è invece la capacità di fare gioco comune. Fatta salva la tradizionale inimicizia fra le Triadi e la Yakuza giapponese, sono appunto le mafie asiatiche a darne esempio, mantenendo oggi, a dispetto di tutto, una integrazione sufficiente. Va preso atto d’altronde che i signori della droga si sono dimostrati previdenti, agendo d’anticipo sulla crisi, diversificando, delocalizzando, puntando alla conquista di nuove aree, di produzione e di consumo, stabilizzando infine i mercati fondamentali, con ogni sorta d’incentivo. L’ultimo decennio ne offre una rappresentazione scenografica con la conquista, pianificata dai sudamericani e non solo, di un intero continente, che era rimasto a lungo marginale nei traffico di narcotici: l’Africa.

Fonte: domani.arcoiris.tv

Recessione e mafie – 3

L’Africa e le vie della droga

di Carlo Ruta

Più di qualsiasi altra parte del globo, l’Africa evoca calamità e regressioni militari, nondimeno costituisce, oggi più che in passato, un mondo eterogeneo, anzitutto sotto il profilo economico. Se l’immensa regione centrale, di cui è emblema Korogocho, la “favela” più popolosa del mondo, rimane infatti irriducibilmente povera, l’intera fascia settentrionale va progredendo, agganciandosi addirittura al trend di paesi come India e Cina, che in questo momento, come detto, fanno argine alla recessione. Tutte le regioni continentali sono comunque accomunate da un fenomeno in crescendo, la domanda di narcotici: dalla cannabis che, secondo l’Unodc, copre il 63 per cento dei consumi continentali di droghe, alla cocaina, che copre in Africa il 20 per cento della domanda globale. Tenuto conto delle enormi sacche di povertà del continente, tutto questo può apparire paradossale. Testimonia comunque quanto il narcotraffico possa discostarsi dalle logiche della normalità economica, in taluni casi fino a sovvertirle, traendo vantaggio da emergenze di ogni tipo.

Nel contesto di una economia globale che ha aperto a inedite e impetuose colonizzazioni, su questo continente il narcotraffico ha puntato in modo strategico. I cartelli sudamericani hanno avocato a sé territori importanti, fino a farne appunto un mercato in crescita. Ma hanno fatto di più, aprendo in Africa un corridoio relativamente sicuro per l’introduzione della coca in Europa. Dalle coste del Brasile, la polvere bianca, proveniente dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia, attraversa l’Atlantico per approdare lungo le coste dalla Guinea Bissau e della Sierra Leone. Dopodiché, fatte salve le partite riservate al consumo continentale, risale lungo varie piste, che possono interessare la Mauritania, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Niger, il Ciad, per raggiungere le coste mediterranee del Nord Africa, dal Marocco alla Tunisia, dove viene imbarcata su navi di piccolo cabotaggio e pescherecci diretti in Spagna, in Italia, in Grecia, nelle coste balcaniche. I numeri che vengono proposti dall’Unodc, ricavati dalla curva dei sequestri nell’ultimo decennio, appaiono già considerevoli. Si ritiene infatti che circa la quarta parte dei carichi di narcotici introdotti in Europa dal Sud America segua la rotta africana. Tale stima, che si fonda appunto su certificazioni territoriali, potrebbe essere tuttavia poco indicativa, per difetto, almeno per due ragioni. La prima è politica. Allo stato delle cose è verosimile che determinati paesi vadano rendendosi permeabili al commercio di droghe. La seconda è di terreno. Le aree desertiche del nord, in cui transitano quantitativi importanti di narcotici, sono troppo estese per poter essere sottoposte, laddove pure si volesse, a controlli significativi.

I narcos non sono stati beninteso i soli a puntare sul continente. Seppure con circospezione, si sono mobilitati pure ambienti dell’oppio del sud-ovest asiatico, ravvisando un terreno idoneo nella regione orientale, ma soprattutto nel Corno d’Africa, con la garanzia di una guerra civile endemica che dal 1993 ha reso l’area fuori controllo. È andata delineandosi così un’attività composita, divisa fra interessi interni ed esterni, che vede in causa boss afgani, reti fondamentaliste, clan militari somali, perfino le piraterie del Golfo di Aden. E tale stato di cose, pure per le saldature che rischia di avere con altre situazioni continentali, lascia prevedere risvolti non da poco. Va considerato peraltro che quasi l’intera Africa brulica di traffici, di affari eterogenei, mentre in diversi paesi si rendono più sostenuti i disegni di far da sé, di realizzare cioè in via del tutto autonoma l’intero ciclo delle droghe, dalla produzione al rifornimento dei mercati, locali e non solo. Si tratta di focalizzare allora tale processo, che reca peraltro una tradizione importante nel Marocco: ancora oggi fra i primi produttori al mondo di cannabis.

Il Rif, regione montuosa del Marocco settentrionale, sin dagli anni settanta costituisce una immensa distesa di canapa indiana, sostenuta soprattutto dalla richiesta europea. Come il Sud America e il Triangolo d’Oro, ha coniugato e insiste a coniugare quindi povertà e ricchezza fino al paradosso. Al livello più basso stanno intere popolazioni contadine, che traggono dalle coltivazioni solo il minimo per sopravvivere. In alto risultano i boss, marocchini, turchi, tunisini, spagnoli, italiani, che muovono l’affare, proiettando l’hashish lungo i continenti che chiudono il Mediterraneo. Negli ultimi tre anni la situazione è mutata. Le leggi del governo di Mohammed VI, indotte dall’Onu, sono divenute più severe. Numerose piantagioni dell’area sono state distrutte. I rilievi ufficiali dell’Unodc stimano addirittura nel 50 per cento la riduzione delle superfici coltivate. Ma tutto questo significa poco. La cannabis viene riconosciuta ancora oggi come la droga più coltivata al mondo, ma soprattutto la più richiesta. In Africa, dove è preponderante l’offerta del Rif, è, come si diceva, allo zenit, coprendo il 63 per cento dei consumi continentali di narcotici. Il dato più rappresentativo continua a venire comunque dalla sponda nord del Mediterraneo. I sequestri effettuati negli ultimi anni in Spagna, Italia, Francia, Grecia, in altri paesi europei, testimoniano infatti che la marijuana prodotta in Marocco, a dispetto degli interventi delle autorità pubbliche, rimane in tali aree la più diffusa.

Il presente dell’Africa non è tuttavia la sola tradizione del Rif: che in termini di commercio clandestino risale almeno al secondo dopoguerra. È anche altro. È soprattutto la Nigeria, dove il narcotraffico è gestito da una mafia locale, fortemente connotata in senso etnico, divenuta di fatto la più coesa su scala continentale: in grado di tenere testa quindi a quella turca sulle rotte che si diramano dal Mediterraneo. Particolarmente attivi dagli anni ottanta, quando il paese fu scosso dalla crisi del petrolio, i nigeriani hanno potuto godere nell’ultimo decennio di una rendita strategica. Con l’aprirsi delle rotte africane, il territorio da cui muovono è divenuto infatti un crocevia del narcotraffico globale. Incombe sulla Guinea Bissau, chiudendo il golfo in cui sbarca la coca dei narcos. Occupa lo stesso parallelo del Corno d’Africa, dove transitano gli oppiacei da Oriente. Se nei primi periodi i boss centro-africani si sono limitati allora a chiedere l’obolo o reclamare forme minime di partnership, con il tempo si sono meglio organizzati, elaborando un metodo. Per conto dei sudamericani, controllano oggi il traffico di coca continentale e una parte non indifferente di quello europeo. Hanno dato avvio a coltivazioni di papavero, seppure in una misura discreta, mentre continuano a garantire, ai loro facoltosi contraenti, i percorsi dell’oppio afgano. Infine, là dove è possibile, fanno gioco a sé, incentivando soprattutto la coltivazione e la lavorazione della canapa, tanto da rendere il paese africano, un po’ sulle orme del Marocco, uno fra i maggiori esportatori di marijuana e hashish.

Come interagisce allora la recessione di oggi con tale stato di cose, nel continente? È il caso di esaminare alcuni aspetti generali. La crisi in Africa, come danno conto gli allarmi lanciati da numerose organizzazioni, sta avendo ripercussioni sociali pesantissime. Il 2009 si chiuderà, secondo Jean Ping, presidente dell’Unione Africana, con 27 milioni di nuovi disoccupati. In aggiunta, i prezzi dei beni primari stanno aumentando in modo esorbitante, con l’effetto di una carestia che le popolazioni, già provate da piaghe ataviche, non sono in grado di fronteggiare, tanto più nei paesi sub-sahariani. Vanno accendendosi quindi tensioni che rischiano di alimentare l’instabilità politica, già notevole, e gli scontri fra etnie. Si è entrati insomma nel tunnel di una emergenza che, come denuncia Amnesty International in un rapporto del maggio 2009, rende l’intero continente una polveriera pronta ad esplodere. In questo clima un peso crescente sta assumendo comunque la questione delle droghe. Nessun risultato statistico, beninteso, può attestare che negli ultimi mesi il traffico e il consumo di tali sostanze nel continente siano alimentati dalla crisi. Esistono nondimeno situazioni di cui va preso atto, a partire dalle aree cruciali del narcotraffico, dove proprio in questi frangenti si registrano evoluzioni drammatiche.

In Guinea Bissau è in atto una strategia di delitti che ha assunto il significato di un golpe. Il 2 marzo 2009 è stato ucciso, per mano militare, il presidente Joao Bernardo Vieira, che aveva guidato il paese per 23 anni. A giugno, poco prima delle elezioni, sono stati assassinati: Baciro Dabo, maggiore candidato alla successione; Helder Proença, già ministro della Difesa e stretto collaboratore di Vieira; Faustino Fudut Imbali, primo ministro dello stato africano dal marzo al dicembre 2001. Un altro candidato alla presidenza è stato indotto invece a ritirarsi, per salvare la vita. Le movenze sono quelle di una guerra intestina sul terreno dei narcotici, su cui, oltre le apparenze, hanno puntato con abbondanza tanto i dignitari di Vieira quanto i militari che adesso tengono il gioco. Tutto richiama quindi i cartelli sudamericani, determinati, con i loro contraenti del Golfo, a bruciare i tempi della conquista continentale. Tale situazione appare altresì coerente con quella della confinante Guinea Conakry, dove il 23 dicembre 2008, dopo l’annuncio della morte del presidente Lansana Conté, che aveva mantenuto il potere per 25 anni, si è insediata una giunta militare golpista, guidata dal capitano Moussa Dadis Camara. Il canovaccio è uguale. Il regime di Conté, come si evince da numerosi rapporti, a partire da quelli della Lega guineense per i diritti umani, era sceso a patti con il narcotraffico. La giunta di Camara fa altrettanto, ma con più metodo, malgrado ostenti di aver dichiarato guerra alle droghe.

Gli effetti della connessione afro-sudamericana si fanno in sostanza sempre più preoccupanti. Se ne trova riscontro quindi nelle prese di posizione che vanno sommandosi a tutti i livelli. Di ritorno dal Golfo, Mary Carlin Yates, direttrice della DEA, l’agenzia antidroga dell’FBI statunitense, ha dichiarato che il traffico di narcotici, già gigantesco, sta crescendo ancora, con il rischio di destabilizzare ulteriormente gli stati della regione. Jean Ping, che esprime per certi versi l’opinione generale del continente, ha aggiunto che il narcotraffico di stanza in Guinea e in Sierra Leone sta mettendo a rischio la pace non solo dell’area, ma dell’Africa intera. E del medesimo avviso, sulla scorta di dati tratti dagli uffici di polizia, è il ministro dell’Interno colombiano Fabio Valencia Cassio, trovando la colonizzazione africana dei narcos in netta progressione. Un dettaglio della situazione sul terreno, dall’epicentro della Guinea Conakry, viene offerto comunque dal capitano Moussa Tiégboro, ministro della giunta militare che dovrebbe combattere i narcos: in tutto il paese, a dispetto dei livelli di povertà, fra i più alti su scala continentale, anche le tossicodipendenze sono in aumento.

In modo ugualmente severo sta evolvendo la situazione del Corno d’Africa. Il consumo di Khat, la cui coltivazione costituisce per gran parte delle famiglie contadine l’unica risorsa per sopravvivere, come del resto in Kenia, in Etiopia e altrove, continua a diffondersi con ritmi ascendenti. Prova ne è che nella sola Somalia tale droga muove un giro d’affari di circa 70 milioni di dollari l’anno, più di quanto ne registrano in bilancio gli stati più poveri della regione. Insieme con l’eroina dell’Afganistan, che viene irradiata appunto in tutto il continente e oltre il Mediterraneo, continua ad alimentare quindi i conflitti territoriali. Le ripercussioni sul terreno sono sempre più devastanti, con saldature tattiche fra clan militari, narcotrafficanti dell’oppio, reti terroristiche islamiche, mentre lo stato di indigenza e i disagi della guerra sempre più vanno traducendosi in progressi dell’Aids e in violenza. Un effetto clamoroso di tale impasto fra guerra, povertà e droghe è la pirateria del Golfo di Aden che, dopo decenni di relativa sordina, si trova in piena recrudescenza. L’esercito dei nuovi bucanieri, impinguatosi di anno in anno, con picchi recenti del 200 per cento, conta oggi su circa 2 mila unità. Ha rinnovato strategie e metodi operativi, traendo quanto gli occorre dai sequestri, ma pure dall’eroina e dal Khat. È andato dotandosi altresì di armi sofisticate, tecnologie, mezzi logistici, mettendo a frutto gli accordi che è riuscito a cucire, lungo gli anni, con i mujahedin e i signori della guerra di Mogadiscio. Si tratta uno scorcio beninteso, sullo sfondo dei conflitti dimenticati e del narcotraffico. Quanto accade nel Golfo esemplifica tuttavia i caratteri di una emergenza che si è resa debordante, a dispetto della decisione dell’Africom, a guida statunitense, di intervenire nell’area. La denuncia che viene da numerose sedi, ufficiali e non solo, è del resto unanime: la faglia del Corno d’Africa rischia oggi di far saltare gli equilibri residui dell’intero continente, al pari di quella delle Guinee ma forse più ancora, perché acutizzata appunto da guerre senza fine.

Fonte: domani.arcoiris.tv

ricevuto via mail. Grazie Carlo!

 

 

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Roma, sfida di calcio tra musulmani ed ebrei, ma nel “terzo tempo” ci si tende la mano

Maccabi Roma e Liberi Nantes si affrontano nel torneo di terza categoria
La prima fa capo alla comunità ebraica, la seconda è composta da rifugiati arabi e africani

L’allenatore della squadra ebraica: “Sarà una festa all’insegna del fair-play”

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di GIUSI SPICA

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Roma, sfida di calcio tra musulmani ed ebrei ma nel "terzo tempo" ci si tende la mano
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ROMA – Tendere la mano all’avversario dopo una partita “all’ultimo goal”, è un gesto ormai rituale nel galateo calcistico. Ma quando a farlo sono i “rivali” di sempre, diventa una lezione di vero fair-play. La prova che il calcio può fare miracoli. Può persino unire nella comune passione per il pallone romanisti e laziali, juventini e milanisti, bianchi e neri. E, perché no, anche arabi ed ebrei. Domani alle 9, allo stadio Fulvio Bernardini di Roma, una squadra afro-araba e una ebraica si sfideranno nel campionato di terza categoria sotto il segno dell’amicizia.
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Da una parte la Liberi Nantes, 25 giocatori di sette nazionalità arabo-africane, in maglia “azzurro Onu”. Dall’altra la Maccabi Roma, una rosa di 30 atleti uniti sotto il segno della stella di Davide. La partita non vale ai fini della classifica, perché la Liberi Nantes è stata inserita nel campionato solo a titolo onorifico, ma rappresenta un appuntamento importante e atteso. “Essere capitati nel girone del Maccabi – spiega Gianluca Di Girolami, patròn della squadra arabo-africana – è un’opportunità per sfatare certi stereotipi. Con la squadra ebraica ci lega un elemento forte: storicamente l’ebreo errante è il simbolo di tutti i rifugiati”. “Sarà una sfida vera, poi tutti a festeggiare, qualunque sia il risultato”, assicura Claudio Pavoncello, allenatore del Maccabi. La gara non si chiuderà nei 90 minuti tradizionali. Dopo il fischio dell’arbitro, è previsto un “terzo tempo” a base di tartine e pasticcini. Un modo per ribadire che la competitività è ammessa solo sul campo da gioco, legata al colore della maglia. Poi si può solo prendere atto del risultato e fare festa.
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L’idea del terzo tempo è nata per caso, da una telefonata tra Vittorio Pavoncello, presidente della Federazione italiana Maccabi (l’organizzazione sportiva della comunità ebraica internazionale) e l’aiuto-allenatore della squadra dei rifugiati, Vezio Bagazzini. “Sono stato contattato dallo staff della Liberi Nantes – racconta Pavoncello – e ho proposto un gemellaggio. Lo sport unisce, non divide. Nel Maccabi non ci sono solo ebrei, ma anche cattolici e giovani di nazionalità nigeriana”.

 

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La multietnicità è l’ingrediente fondamentale anche per la squadra arabo-africana, composta da eritrei, afghani, etiopici, iracheni, nigeriani, sudanesi e togolesi; molti, ovviamente, di religione musulmana. Tutti vivono in centri di accoglienza. Per loro il club rappresenta un fattore di appartenenza e recupero dell’identità. Da quando è nata, nel 2007, su iniziativa di un gruppo di volontari e con il sostegno di alcune associazioni sportive, la squadra è stata a lungo allenata da Vezio Bagazzini, storico barista del caffè della sinistra capitolina “Botteghe Oscure”, chiuso nel 1995. E’ anche grazie al suo impegno e alla sua passione se oggi il Liberi Nantes è una delle realtà più dinamiche del campionato dilettantistico romano.
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31 ottobre 2009
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fonte:

Fazio: «La stagionale è 10 volte più aggressiva dell’influenza A» / H1N1, i misteri del vaccino. Ci pensa la Protezione Civile

Il Terrore corre sul Virus.. ed anche il profitto

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di Claudio Tucci

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L’influenza stagionale è 10 volte più aggressiva dell’influenza A. Lo scorso anno la normale influenza ha fatto registrare 8mila morti a fronte di 4 milioni di casi. A oggi, invece, il virus dell’influenza A ha causato 11 decessi su circa 400mila casi stimati. L’annuncio arriva, dal ministero della Salute, direttamente dal vice ministro Ferruccio Fazio, che ha tranquillizzato sull’incidenza di mortalità dell’influenza pandemica: «appena lo 0,02 per mille, contro lo 0,2 per mille di quella stagionale».

Fazio ha, poi, sottolineato come, d’accordo con i vertici del Coni, si sia deciso di vaccinare contro l’influenza A tutti i 350 atleti che parteciperanno alle prossime olimpiadi di Vancouver 2010. «Non vogliamo – ha spiegato il vice ministro – che la rappresentanza italiana, olimpica e paraolimpica, sia decimata».

Per quanto riguarda, invece, gli altri sport, compreso il calcio, si è deciso di aspettare.
Intanto, ha spiegato Fazio, si darà vita a un comitato ristretto di cui faranno parte il ministero della Salute, il Coni e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport Rocco Crimi. Sarà compito del comitato «effettuare ulteriori approfondimenti e decidere sulle richieste in merito al vaccino dell’influenza A».

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30 ottobre 2009

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/10/fazio-influenza-A-%20stagionale-piu-aggressiva-.shtml?uuid=c9de433a-c54d-11de-a806-5c548b4990d3&DocRulesView=Libero

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H1N1, i misteri del vaccino. Ci pensa la Protezione Civile

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di Claudia Fusani

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Nelle mani della Protezione civile. Anche per combattere l’influenza H1N1, la terribile suina, pandemia dei tempi moderni «con oltre nove milioni di casi di malattia nei prossimi mesi solo in Italia» secondo le stime delle autorità sanitarie. Un contratto segreto e a trattativa riservata su cui la stessa Corte dei Conti ha alzato le mani e per cui valgono le stesse emergenze previste «in caso di eventi calamitosi di natura terroristica ».

I VACCINO- SCETTICI
Aumenta il freddo, i casi segnalati di influenza ma aumentano anche i vaccino-scettici, quelli che dicono, come il farmacologo Garattini «io non mi vaccinerò». Poi tutto andrà come previsto, il sistema sanitario italiano avrà dimostrato di essere moderno ed efficiente e il prossimo anno parleremo della suina come di un pericolo sconfitto. E’ curioso intanto, però, osservare come il governo ha gestito fin qui l’emergenza: con i criteri di «un evento calamitoso di natura terroristica» e nel massimo segreto, a cominciare dai soldi spesi. Neppure la Corte dei Conti, infatti, è riuscita a sapere quanto costano i 24 milioni di dosi di vaccino acquistate e già in distribuzione. Sappiamo, in compenso, il nome della ditta farmaceutica che ha avuto l’incarico di sviluppare e di rifornire il vaccino antiinfluenzale: la Novartis vaccines and diagnostic srl, l’unica, a quanto pare, e la più qualificata per garantire, nello specifico, la salute pubblica del paese. La “Deliberazione n.16/2009/P” della Sezione centrale del controllo di legittimità sugli atti del governo (presidente Fabrizio Topi e Vittorio Giuseppone) ricostruisce in sette pagine passaggi e dubbi di tutta la faccenda. Con una premessa che riguarda la casa farmaceutica: «L’epidemia di influenza aviaria verificatasi nel 2003-2004 ha costretto anche l’Italia a prendere in considerazione il rischio del verificarsi di una pandemia per cui nel 2005 il Ministero della salute ha stipulato un accordo con Chiron (oggi Novartis vaccines and Diagnostic srl) e con Sanofi Pasteur per lo sviluppo e la fornitura di un vaccino». Insomma, quella di Novartis e Sanofi è una collaborazione collaudata da cinque anni e che si rinnova l’11 giugno 2009 quando l’Oms dichiara lo stato di pandemia legato alla suina e la vaccinazione per il 40% della popolazione. «In assenza – si legge nel documento della Corte – di sostanziale mancanza di efficaci alternative di intervento» tra il 21 e il 31 luglio si formalizza l’accordo tra il Sottosegretario alla Protezione Civile e le due società farmaceutiche.

E qui arriva il bello. Almeno la sua prima parte. L’accordo infatti avviene sulla base di un’ordinanza della Presidenza del Consiglio del 2003 (n.3275 del 28 marzo) circa «Le disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare l’emergenza derivante dalla attuale situazione internazionale ». All’articolo 1 quell’ordinanza dà alCapo della Protezione civile il potere di «assumere in somma urgenza tutte le iniziative necessarie a ridurre al minimo le possibilità che si verifichino danni all’incolumità pubblica e privata conseguenti ad eventi calamitosi di natura terroristica ». A questo punto, esaminato il contratto, la magistratura contabile elenca undici punti «da chiarire» e su cui non è stato possibile avere chiarimenti. Si va «dalla possibilità del mancato rispetto delle date di consegna» al fatto che a Novartis «dovranno essere comunque pagati 24 milioni di euro» anche se il prodotto non dovesse avere il via libera per il commercio. Colpisce come per la casa di produzione non sia prevista alcuna penalità. Senza appello il punto finale: «Il contratto appare carente di parere di organo tecnico in grado di attestare la congruità dei prezzi in esso concordati». Detto ciò, vista l’emergenza, la Corte «nonostante ritenga il provvedimento al di fuori degli ordinari schemi», si tappa occhi, naso e orecchie e firma. Ma del vaccino, di quanto lo paghiamo, come e a chi, non è dato sapere nulla. In nome dell’emergenza. Garantisce la protezione Civile.

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19 ottobre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/italia/89958/hn_i_misteri_del_vaccino_ci_pensa_la_protezione_civile

Camorra, la minaccia dei Casalesi su Marrazzo

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di Claudia Fusani

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Cercavano la droga e un boss latitante, sono inciampati nel telefono di un collega carabiniere e poi precipitati nel video sex di Marrazzo. E’ un altro lato della storia. Uno di cui si parla poco, ancora confuso perchè c’è di mezzo un morto, i clan, un’inchiesta più grande che inciampa in una, sotto il profilo criminale, sicuramente più piccola. Entrambe non si sa che fine faranno. La rovina dell’ex governatore del Lazio comincia quando gli investigatori del Ros, verso la metà di settembre, seguendo una pista di narcotraffico e di criminalità organizzata ascoltano una frase: “Dobbiamo vendere il video del Presidente”. Mentre gli investigatori sono sulle tracce di un pericoloso latitante seguendo i percorsi del mercato della cocaina che dalla provincia di Caserta risale verso Roma passando per il basso Lazio, s’imbattono nel telefono di uno dei quattro carabinieri poi arrestati. Da quel momento l’indagine devia, va decisamente fuori strada, finisce in un pantano di trans, ricatti e reputazioni rovinate e svela una storia di ritorsioni e vendette.

I punti certi. Da tredici anni i militari del Ros danno la caccia ad Antonio Iovine, 45 anni compiuti meno di un mese fa, vicerè dei Casalesi ancora a piede libero insieme con Michele Zagaria, l’altra primula rossa della criminalità organizzata del casertano. A settembre, poco prima che venga intercettata la frase sul «video del Presidente», un’informativa dei carabinieri di Caserta avvisa che ‘o Ninno (Iovine), potrebbe aver trovato rifugio per la sua latitanza nel tratto di territorio che va dal litorale domitio fino al golfo di Gaeta, il sud pontino, il basso Lazio, in un posto qualsiasi tra Formia, Latina, Fiondi e Sperlonga dove i clan da anni, raccontano le inchieste, riciclano danaro, fanno arrivare la droga e la smistano verso nord, soprattutto verso la Capitale. Ora, originario di Sperlonga, è proprio Gianguarino Cafassi, il pusher dei trans, in stretto contatto con Marrazzo e confidente dei carabinieri della compagnia Trionfale: colui che secondo i verbali degli arrestati aveva soffiato la presenza del Governatore in via Gradoli. Uno dei protagonisti del caso ma di cui finora è stato, forse, detto molto poco. Cafassi è anche l’uomo che, hanno raccontato le croniste di Libero Brunella Bolloli e Fabiana Ferri, il 18 luglio le contatta e offre il video di Marrazzo per 500 mila euro. «Ho bisogno di questi soldi, la mia vita è in pericolo» dice loro in modo confuso. L’uomo che ha avuto tutte queste parti in commedia, è stato trovato morto il 12 settembre in una stanza d’albergo della Capitale. Arresto cardiocircolatorio, diceva il referto redatto dalla polizia. Overdose, è molto probabile. «Grossi problemi di salute, pesava 200 chili» dicono oggi gli investigatori. I quali però hanno deciso, su indicazione dei magistrati, di «fare verifiche sul fasciolo di Cafasso». Andare a vedere meglio e più a fondo di cosa è morto, come, perchè. Anche la sua abitazione sarà analizzata meglio. Cercando altro.

Passo dopo passo, le domande seguenti sono: esistevano rapporti tra i Casalesi del basso pontino e Cafasso? Era, per dirla in chiaro, colui che garantiva copertura, ad esempio, nel ricco mercato dei trans? E poi, che rapporti c’erano tra Cafasso e Marrazzo? Qualcuno bisbiglia oggi che tra i due ci fosse «un rapporto diretto». Certo è che le visite di Marrazzo in via Gradoli, così frequenti, spesso di mattina, e con così tanti soldi (5 mila ma forse anche 15 mila in mazzette da 500) farebbero ipotizzare visite più legate al bisogno di consumare droga che al sesso.

Mancano tanti pezzi importanti alla storia. Cafasso non può più parlare. Brenda e Michelle, altri due trans frequentati da Marrazzo in via Gradoli, non sono più stati trovati. I 4 carabinieri cercano di allontanare da sè il maggior numero di responsabilità: il video, per esempio, lo avrebbe girato Cafasso (il gip non ci crede e lo addebita a loro). I trans parlano, anche troppo, ma le loro parole vanno riscontrate una per una. Marrazzo dovrà dire molto perchè finora ha detto poco e in modo confuso. Un fatto è certo, e torniamo al sud pontino controllato dai clan: il governatore tra agosto e settembre ha dato qualche dispiacere a chi gestisce gli affari in quella zona. A fine agosto, nonostante le resistenze, ha fatto nominare un nuovo direttore del Mercato ortofrutticolo, un tecnico in grado di tenere i clan lontano dagli affari del mercato. Due settimane fa, sempre a Fondi, aveva detto no ad un’altra nomina importante che vede coinvolti Mof e Imof, la società che gestisce gli immobili del mercato per cui negli anni sono stati spesi 75 miliardi della Cassa Mezzogiorno. Il no di Marrazzo è stato ignorato. Dopo pochi giorni lo hanno chiamato i carabinieri. E la sua vita politica è finita per sempre.

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31 ottobre 2009

fonte:  http://www.unita.it/news/politica/90562/camorra_la_minaccia_dei_casalesi_su_marrazzo

IL CORPO DELLE DONNE

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28 ott 2009

Farsi domande, cercare risposte

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Il progetto IL CORPO DELLE DONNE è nato da una donna e due uomini. Credo profondamente nell’essere DUE nel mondo. Credo anche che questo sia un momento storico in cui gli uomini stiano affrontando le difficoltà che possono emergere nell’instaurare relazioni paritarie con le donne. Non c’entra con il femminismo, c’entra solo con il chiedersi cosa vogliamo dalla vita. L’emancipazione femminile continua a fare paura, molti uomini si chiedono cosa vogliano queste “trentenni assatante di carriera e aggressive anche sessualmente”. Stanno provando a trovare un’espressione di sè nel mondo che non sia ne sottomessa ne prevaricatrice, vorrei rispondere. Stanno provando ad esistere senza rinunciare ai figli. Fanno fatica a trovare un equilibrio.

A capo

Contemporanemante c’è dell’altro, più difficile da verbalizzare. C’è che da qualche anno le donne hanno un ruolo attivo anche nella sessualità; c’è che gli uomini non si erano mai chiesti per millenni se “quel” loro modo di fare l’amore tenesse conto delle esigenze delle loro compagne, nè le loro compagne erano in grando di conoscere i propri desideri.

E’ poi avvenuto che noi donne abbiamo iniziato a riconoscere la nostra sessualità e… sorpresa! Che energia e che forza si scatenavano! Questa forza fa obbiettivamente paura: è potente e ancora sconosciuta. Nell’essere DUE io donna chiedo a te uomo di riconoscermi e creare insieme il Nostro modo di essere insieme.

A capo

Nei miei viaggi in Brasile, nei paesi dell’Est, a Cuba ho sempre incontrato centinaia di ragazzi italiani, peraltro giovani e belli, in cerca di sesso, apparentemente. Mi sono sempre chiesta cosa portasse un trentenne attraente a passare tutte le sue vacanze a Varadero, quando in italia non avrebbe avuto alcuna difficoltà a trovare ciò che voleva. Lunghe conversazioni mi hanno convinto che il sesso è solo una delle motivazioni, e la più superficiale. Cercano conferme, cercano la sensazione di essere importanti, di valere, anche se a pagamento. Tempo fa ero ad una cena: la giovane russa ingegnere recente fidanzata di un amico, mentre noi chiaccheravamo, si sedeva sul tappeto e, accoccolata ai piedi del suo uomo, sprofondato comodamente in poltrona, gli accarezzava le gambe: una posizione volutamente subalterna, che però lo gratificava.

Ho sempre daltronde avuto la massima comprensione delle ragazze cubane o brasiliane abili a dare conferme a pagamento ai nostri uomini: ho conosciuto situazioni di indigenza tale per cui ognuna di noi si sarebbe comportata allo stesso modo.

“Schiave radiose” dice Lea Melandri. Che si tratti della 18enne di Bahia o della velina di turno, schiave, radiose a pagamento.

Quando c’è il guinzaglio che ci tiene legati, che piacere c’è nella relazione? Che piacere c’è nel non domandarsi come sarebbe se la relazione fosse da pari?

A capo

Sappiamo che gli uomini hanno più difficoltà ad analizzarsi e a mettersi in discussione come facciamo noi donne, ma forse è venuto il momento.

Quella sensazione di momentanea incertezza, di non conoscere la risposta in tutte le situazioni, di credere di non essere all’altezza che può assalirvi di fronte a donne “esigenti” , donne che chiedono di farsi conoscere e di costruire una relazione di cui non c’è ad oggi ricetta, può essere superata, forse accettando e mostrando di non sapere, momentaneamente.

Non c’entra con il femminismo, o c’entra molto. So e sento che non è una lotta e che nel definire femministe le donne che stanno provando a costruire relazioni forti tra uomini e donne, c’è una forma di discredito che non aiuta.

Probabilmente stiamo semplicemente cercando un modo di stare insieme, uomini e donne, per la prima volta da pari. Può essere una grande e bella avventura.

A capo

Mandate i vostri commenti sul forum…

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fonte:  http://www.ilcorpodelledonne.net/

De André, nel ricordo di Teresa

Quel pomeriggio con Fabrizio

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di Teresa Sarti

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Una telefonata di De André, un incontro a casa sua. Gino e Teresa a raccontare, Dori e Fabrizio ad ascoltare, increduli. L’inizio di un’amicizia e di un impegno comune. Che continuano.

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Emergency e l’amicizia con Fabrizio sono nate quasi insieme. Da pochi mesi avevamo cominciato la nostra attività di cura delle vittime civili delle guerre, e raccontavamo quello che succedeva nel primo ospedale costruito da Emergency, in nord Iraq. Raccontavamo soprattutto le vittime di una guerra vigliacca, combattuta da 110 milioni di mine antiuomo, disseminate in circa settanta paesi. L’Italia era allora il terzo produttore al mondo di queste armi barbare, che uccidono, mutilano, accecano le popolazioni anche decenni dopo che la guerra è finita, semplicemente perché non sanno che la guerra è finita, e continuano a fare il loro lavoro di morte.
Una sera un nostro volontario, poco abituato ad emozionarsi e ancora meno a commuoversi, ha spalancato la porta del mio ufficio nella sede di Emergency e con la voce letteralmente strozzata ha balbettato: “Teresa, c’è al telefono Fabrizio De André, ti giuro, non è uno scherzo, una voce così nessuno la può imitare!”
Era Fabrizio, infatti, che aveva letto una nostra intervista e ne era rimasto sconvolto. Voleva capire, voleva sapere, e ci invitava nella sua casa milanese.

Ricorderò per sempre quel pomeriggio. Io e Gino raccontavamo facce, corpi, storie di ragazzini che, giocando nei campi o portando le bestie al pascolo, erano stati sconfitti da un nemico nascosto tra l’erba, che aveva le sembianze di un sasso o di una farfalla. Dori e Fabrizio perlopiù tacevano, increduli come tutte le persone per bene, dolorosamente restii a credere che l’uomo possa arrivare a tanto.
Dalle settimane successive Fabrizio ha cominciato a fare la sua parte nella campagna per la messa al bando della produzione italiana di mine antiuomo. Durante i concerti ne parlava, semplicemente, con la credibilità che gli derivava da quello che era e da quello che pensava. E tante altre persone, attraverso lui, conoscevano l’orrore.
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Teresa Sarti con il marito Gino Strada

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Trenta milioni di mine italiane

Avevamo trasformato in cartolina, da mandare al Presidente della Repubblica, il registro operatorio di un solo mese dell’ospedale di Emergency a Sulaimaniya, in nord Iraq: 50 persone devastate da mine antiuomo, di produzione prevalentemente italiana. Non avevamo voluto aggiungere alcun commento al nudo elenco di nomi e cognomi, età (quasi tutti giovani o giovanissimi), attività che stavano svolgendo al momento dell’incidente (raccoglievano legna, giocavano, seminavano…), tipo di ferite o di amputazioni.
Durante i concerti di Fabrizio e di altri artisti si comunicava che la cartolina era a disposizione sul tavolino di Emergency, e a quel punto c’era l’assalto. Abbiamo inondato la Presidenza della Repubblica con un milione di cartoline, spedite prevalentemente dai giovani.
Il 22 ottobre 1997 il Parlamento ha finalmente messo al bando la produzione italiana di mine antiuomo. Ma 30 milioni di queste armi vigliacche, mandate dal nostro Paese, sono ormai disseminate nel mondo, e continueranno nei prossimi decenni a uccidere, a mutilare, a rendere ciechi. Per un giorno una bella vittoria, per anni una dolorosa sconfitta, quotidianamente.
Di questa realtà si parlava con Fabrizio e con Dori, quando ci capitava di incontrarli.
Il 29 gennaio 1999 abbiamo presentato a Milano il libro di Gino “Pappagalli verdi”, che racconta le storie che quel pomeriggio avevamo fatto conoscere ai nostri amici nella loro casa. Fabrizio se ne era andato da pochi giorni, e ci mancava terribilmente. In un teatro che non era riuscito a contenere tutti, abbiamo concluso la serata con “La guerra di Piero”. Perché il tema era quello, e perché Fabrizio era lì con noi, incredulo e appassionato.
Dori e Cristiano hanno continuato a fare la loro parte. Basta chiamarli, e sono subito con noi nel sostenere Emergency.

Due volte al giorno

Poi è arrivata la storia commovente e divertente della chitarra.
Dori ci aveva regalato una chitarra di Fabrizio da mettere all’asta, per contribuire alla costruzione del nostro ospedale in Sierra Leone. On line le proposte d’acquisto si accavallavano, ma c’era sempre un misterioso appassionato che rilanciava. A questo punto Genova ha detto a chiare lettere che la chitarra doveva restare in via del Campo e ha innescato una gara di solidarietà e di corsa contro il tempo per raggiungere l’obiettivo.
Difficile descrivere il clima di quel 6 gennaio 2001 nella bottega di Tassio: una folla eccitata, allegra, commossa, solidale ha tifato fino all’ultimo secondo, quello che ha aggiudicato a Genova l’asta della chitarra.
Una corsia dell’ospedale di Emergency in Sierra Leone da allora porta la targa “Via del Campo”, gemella di quella di Genova. Al personale locale è stata spiegata la bella storia che ci sta dietro. Una delle inservienti ha poco più di vent’anni ed è sola al mondo con due figli, dopo che tutti i suoi parenti sono bruciati vivi dentro la casa in un villaggio del nord. Di lei si racconta che faccia innamorare gli uomini per chiedere loro dei soldi. Sarà un caso, ma Loretta spolvera la targa due volte al giorno, all’inizio e al termine del turno di lavoro.

Teresa Sarti

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ricordando Teresa Sarti

Teresa Sarti, fondatrice di Emergency
Ancora tuona il cannoneL’idea venne a Dori Ghezzi. Ero andato a trovarla, sette anni fa, per parlarle di una mia idea di un nuovo prodotto nostro, degli anarchici, della rivista “A”, per ricordare Fabrizio, sempre legandone il ricordo a temi di attualità.
L’anno prima (2001) era uscito il CD ed avevamo gli occhi troppo belli, con un bambino rom in copertina, e quei discorsi di Fabrizio sulla solitudine, i transessuali, i Rom appunto, e poi gli Indiani d’America, i gay, il potere, la libertà. Una bella presentazione in una mattinata di sole dentro il campo-nomadi di via Idro a Milano, con don Gallo, Antonio Ricci, Mauro Macario, Romano Giuffrida, Mario Luzzatto Fegiz e i Rom del campo, soprattutto tanti bambini casinisti che saltellavano qua e là.
Questa volta l’idea era quella di un DVD, che poi sarebbe uscito nel 2003 con il titolo ma la divisa di un altro colore, con il 50% del ricavato destinato al Centro Chirurgico messo su da Emergency a Goderich, in Sierra Leone.
Perché non ne parli direttamente con Teresa? – mi propose Dori e io la andai a trovare nella sede di Emergency, allora in via Meravigli.
Fu il primo di una serie di colloqui, nel corso dei quali la informavo dei progressi del nostro progetto. Ogni volta si parlava anche d’altro ed era un po’ come se fossimo amici da tanto tempo. Parlava dei progetti di Emergency, delle mille cose che avrebbe voluto fare e di quelle che effettivamente stavano realizzando. Ma mi parlava anche di sé, della sua stanchezza fisica, della sua concezione della vita. Era bella, affaticata, sensibile. Nel corso del nostro ultimo colloquio – ero andato a presentarle il nostro doppio DVD sullo sterminio nazista dei Rom – si entusiasmò per quel progetto e me ne andai con la sua promessa di una grande serata a Milano promossa da Emergency in difesa dei Rom e dei loro diritti negati, con la proiezione di spezzoni su quelle tragiche pagine storiche.
Ma la malattia incombeva e dopo poco iniziarono i ricoveri. Non l’ho più rivista.
Ora questo suo piccolo scritto, pubblicato nel libretto accluso al DVD, resta calda testimonianza di quella comunanza di sensibilità e di cammino tra noi di “A”, gli amici di Emergency, Dori e Fabrizio.
I tempi non sono facili. Oggi come allora, quando uscì il nostro DVD, la guerra incombe, “Ancora tuona il cannone” (Francesco Guccini, Auschwitz).
Fabrizio e Teresa non ci sono più. Ma il nostro comune impegno pacifista e antimilitarista continua, anche nel loro ricordo. Paolo Finzi

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/348/41.htm#1

I sei giorni di calvario di Cucchi: l’allarme dei medici mai spedito al giudice / Il diritto alla verità dopo la pietà negata

L’ultima frase: dite a mia sorella di badare al mio cane. Stava digiunando dopo no all’invio in comunità

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Stefano Cucchi (Ansa)
Stefano Cucchi (Ansa)

ROMA — «Signora, dica a mia so­rella Ilaria di tenermi il cane. Se lo ricor­di, mi raccomando…». È lunedì 21 otto­bre, la via crucis di Stefano Cucchi sta per compiersi. Il ragazzo, gracilissimo, scheletrico, con vistose ecchimosi sul volto e una vertebra lombare frattura­ta, esprime il suo ultimo desiderio a una volontaria che presta servizio tra i detenuti ricoverati all’ospedale Pertini. Morirà il mattino dopo, alle 6.20. Ora, però, bisognerà capire di che è morto. È stato pestato? È stato forse massacrato da qualcuno, nel suo viag­gio assurdo tra una caserma dei carabi­nieri e una cella di Regina Coeli? Per­ché da quando fu fermato dai carabinie­ri per spaccio e detenzione nel parco dell’Appio Claudio, la triste storia del geometra romano Stefano Cucchi, ap­pena trentunenne, diventa un grovi­glio di rapporti investigativi apparente­mente rassicuranti, referti medici allar­mantissimi e lettere di Sos mai arriva­te.

IL FERMO E LA DROGA Dunque, vediamo. Tutto comincia al­l’una di notte tra il 15 e il 16 ottobre. I carabinieri dell’Appio Claudio fermano Cucchi: ha con sé 20 grammi di droga. Lo portano a casa sua a Torpignattara per la perquisizione, dove svegliano mamma Rita e papà Giovanni. Il ragaz­zo si siede sul divano, è tranquillo e al­meno a quell’ora non presenta ancora segni di violenza. Lo affermano senza ombra di dubbio i genitori. Alle 2 i carabinieri, senza usare le manette, lo portano alla caserma di via del Calice, ma lì non c’è posto per la notte, così mezz’ora dopo viene trasfe­rito in un’altra caserma: via degli Ar­menti, Tor Sapienza. Lo mettono in una cella, lui avvisa che è epilettico, po­co prima delle 5 il piantone sente Stefa­no che si lamenta, «tremo, ho mal di testa», allora chiama il 118, arriva l’am­bulanza e il medico lo visita. Nella me­moria presentata in procura dai carabi­nieri si annotano «una visita accurata» e «un referto che parla di epilessia e tre­mori senza però riscontrare ecchimosi o lesioni. L’uomo ha rifiutato ogni cura e anche il ricovero. Dopo la visita Cuc­chi ha detto ‘voglio continuare a dor­mire’. E così ha fatto finché è stato por­tato in tribunale».

IL SALUTO CON IL PADRE Quando lo svegliano sono le 8.40 del 16 ottobre. L’udienza di convalida in piazzale Clodio è fissata per le 12. Stefano arriva e c’è il padre ad aspettar­lo. I due si salutano, parlano su una panca per qualche minuto, il padre tro­va il figlio «molto gonfio in faccia», con «gli occhi neri». Ma il figlio non gli dice di aver subìto un pestaggio. Non dice niente. Però chiede comprensio­ne: «Sono epilettico, tossicodipenden­te e sieropositivo». Il giudice si accorge di quegli strani segni sul volto, così dispone che il me­dico del tribunale lo visiti. Il referto par­la di «lesioni ecchidomiche bilaterali in regione palpebrale inferiore» e «lesioni alla regione sacrale e agli arti inferio­ri ». Il magistrato convalida il fermo, il ragazzo non ci sta, dà un calcio a una sedia, è scosso, contrariato, lui vorreb­be andare ai domiciliari oppure tornar­sene in comunità dove in passato ave­va provato a disintossicarsi. Niente. Viene portato in carcere, a Regina Coe­li. Racconta Giovanni Passaro, segreta­rio provinciale del Sappe (sindacato di polizia penitenziaria): «Il detenuto a quel punto viene visitato dal medico di turno, il dottor Rolando, che però date le sue condizioni ordina di portarlo su­bito in ospedale, al Fatebenefratelli…», dove gli fanno le lastre e uno dei medi­ci che lo visita, F.F., dice al Corriere: «Aveva una frattura a una vertebra lom­bare, lui mi ha detto che era caduto, era scivolato, non so dove, ma cammi­nava normalmente, anche le analisi del sangue non erano disastrose. Così gli ho consigliato il ricovero in ospedale con 25 giorni di prognosi, ma lui l’ha rifiutato, mi ha detto che voleva torna­re a Regina Coeli dove conosceva un medico che gli avrebbe dato più gior­ni… Così ha firmato e se n’è andato». Erano le nove e mezza di sera del 16 ot­tobre. Cucchi torna a Regina Coeli e ci dorme. Il mattino dopo lo visita un al­tro medico di Regina Coeli, il dottor Pe­tillo, così ricorda il dirigente del Sappe. Anche il referto di Regina Coeli è im­pressionante: «Ecchimosi sacrale cocci­gea, tumefazione del volto, algia della deambulazione». È successo qualcosa in cella, durante la notte? Cucchi torna al Fatebenefratelli, ma lo stesso medi­co che l’aveva visitato la sera prima, verso le 14 giura che «le sue condizioni erano invariate rispetto alla sera pri­ma… ».

IL TRASFERIMENTO Il pomeriggio del 17 ottobre, infine, viene disposto il trasferimento nel re­parto di medicina penitenziaria del Per­tini, diretto dal dottor Aldo Fierro. «Il ragazzo — ricorda il dottore — oltre al­la frattura della vertebra lombare pre­sentava una contusione del volto pe­riorbitale, cioè intorno agli occhi, ma insomma parlava tranquillamente con i nostri medici e non ha mai accennato a un pestaggio subito. Però ha conti­nuato fino alla fine a rifiutare acqua e cibo, accettava solo le medicine per cu­rarsi l’epilessia». Dopo 4 giorni passati di­giunando, sul letto d’ospe­dale, senza mai vedere i suoi genitori, bloccati alla porta dai secondini, Stefa­no Cucchi sta ormai moren­do. È sempre più debole. Così alle ore 18 del 21 otto­bre il dottor Fierro prende la decisione e prepara una lettera da inviare al magi­strato Maria Inzitari, la stessa che la mattina del 16 in piazzale Clodio aveva giudicato il ragazzo. La lettera del dot­tore suona, a posteriori, come un Sos: «…Per il persistere di tale atteggiamen­to di rifiuto rispetto ad approfondimen­ti diagnostici e agli aggiustamenti tera­peutici, visto l’ulteriore aumento dei se­gnali di disidratazione, il pomeriggio del 21 ottobre abbiamo avvisato il ma­gistrato con una relazione allegata alla cartella clinica nella quale facciamo pre­sente il nostro disagio a gestire le con­dizioni cliniche del detenuto…». Ma la lettera non partirà mai. Stefano Cucchi, il mattino dopo, è già morto.

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Fabrizio Caccia
31 ottobre 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_ottobre_31/cucchi-ricostruzione-allarme-medici-mai-arrivato-al-giudice_c4852366-c5ef-11de-a5d7-00144f02aabc.shtml

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IL COMMENTO

Il diritto alla verità dopo la pietà negata

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di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI

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A 31 anni si è un uomo, è vero, ma ciò non toglie che si resti figlio. Essendo malato, a maggior ragione Stefano Cucchi era figlio. E se anche fosse stato uno spacciatore, un criminale, dunque, sempre figlio rimaneva.

Perciò ai suoi genitori non si può venire a dire — come fosse­ro estranei terzi, soltanto vaga­mente interessati alla sorte di quel ragazzo — che gli orribili li­vidi sul suo volto e sul suo cor­po erano stati provocati da una caduta dalle scale. Aveva diritto, la sua famiglia, qualunque cosa Stefano avesse fatto, di essere avvisata per poterlo visitare, per almeno vederlo, salutarlo, carez­zarlo prima che morisse. Aveva diritto che un figlio non venisse trattato come una qualsiasi prati­ca dimenticata.

Sono metodi da incivile e arre­trata dittatura questi, di cui non raramente leggiamo nelle crona­che internazionali, costernati e orripilati per il fatto che in qual­che Paese capita che un giovane sparisca un bel giorno in prigio­ne e venga tempo dopo restitui­to cadavere ai genitori. Ma subi­to dopo ci sentiamo sollevati e grati che questo succeda soltan­to altrove, a migliaia di chilome­tri di distanza, non nel nostro bel Paese civile.

E invece succe­de, è successo uguale, identico. L’unica differenza è, forse, che da noi i genitori di un ragazzo ar­restato, sparito e ricomparso co­me corpo orribilmente tumefat­to e senza vita, possono protesta­re e processare, chiedere giusti­zia e sperare di ottenerla.

Se pietà per la famiglia pri­ma non c’è stata, che ci sia alme­no adesso. Che la si rispetti, che la si compianga e che, soprattut­to, non la si riempia di bugie, perché, si sa, al dolore si ag­giungerebbe il dolore, oltre al­l’amarissima, infinita rabbia di chi ha patito un sopruso e un’in­giustizia in soprappiù. Che le si risparmino le storie di cadute accidentali giù per le scale, sen­tite già troppe volte da mariti maneschi, da mogli piegate, da mamme che hanno perso la ra­gione. Che si trovi il coraggio, insomma, di dirle cosa è succes­so a quel povero corpo da ecce homo.

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31 ottobre 2009

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_ottobre_31/bossi-fedrigotti-commento-cucchi-verita-negata_d23e2e7e-c5f1-11de-a5d7-00144f02aabc.shtml?fr=correlati