Archivio | novembre 21, 2009

Giustizia e verità anche per Manuel! E Niki, e Giuseppe, e…

Di Manuel e della sua triste storia abbiamo già parlato qui. Ma dopo l’onda emotiva scatenata dall’episodio di Stefano– e dopo aver riparlato anche di Aldo – mi pare giusto riproporvi anche la sua storia, non solo perché ancora aspetta giustizia (come tante, troppe vittime delle “forze dell’ordine”), ma anche perché  è comunque la riprova, per chi ancora ne avesse bisogno, che la storia di Stefano non è che la punta di un iceberg…

Intanto nell’Approfondimento del TG1 di stasera, alle 23.15, si parlerà di Niki.

NIKI
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Qui non si tratta, come qualcuno ha sostenuto nei commenti al post su Stefano, di criminalizzare le forze dell’ordine in generale. Lo so benissimo anch’io che esistono anche poliziotti – persino carabinieri! – umani. Ne conosco anche. Qui si tratta semplicemente di riconoscere che, tra tanti che fanno il loro dovere con onestà e scrupolo, ci sono delle mele marce. Ed eliminarle, cosa che dovrebbe essere innanzi tutto a vantaggio delle “mele sane”. Ecco perché continuo a parlarne. Perché voglio giustizia, ma non un “fai-da-te” legalizzato da una divisa e da una distorta visione del “potere” che la stessa pare conferire a certi figuri. elena

Ecco una delle testimonianze della  mamma di Manuel (che abbraccio):

SON TRASCORSI 13 MESI DALLA MORTE DI MANUEL ELIANTONIO.
MI è STATO CONCESSO dal TRIBUNALE in DATA 17.07.2009 di AVERE COPIA DELL’AUTOPSIA
(1 ANNO di ATTESA)
FORSE IL “MEDICO LEGALE”INCARICATO DAL TRIBUNALE AVEVA FRETTA, TANTA DA OMETTERE TUTTI I SEGNI CHE MANUEL AVEVA SUL CORPO,TANTA FRETTA DA NON VEDERE CHE I CAPELLI DI MANUEL ERANO CASTANI E NON NERI COME LUI HA CERTIFICATO,TANTA FRETTA DA ELENCARE LE PUNZONATURE DI INIZIO TATUAGI SULLE BRACCIA CHE MANUEL NON AVEVA FINO A DUE GIORNI PRIMA DI MORIRE MA CHE SONO STATI ELENCATI IN MODO DISPREGIATIVO TRALASCIANDO GLI ANGIOMI CHE AVEVA DALLA NASCITA VOLGARMENTE CHIAMATE VOGLIE.CARO “MEDICO”LE STO PREPARANDO LA LISTA DI QUANTO LEI HA ERRATO,DI QUANTO LEI HA OMESSO,E SPERO CHE LA SUA APPARENTE ONORATA CARRIERA TERMINI AL PIU’ PRESTO ASSIEME AI SUOI DEGNI COMPARI.
RINGRAZIO GLI AMICI DI e PER MANUEL,RINNOVO L’INVITO A DIFFONDERE,VERITà E GIUSTIZIA !
MARIA ELIANTONIO.

 

 

 

 

Mister B – L’egocrate in declino?

voldemort.jpg image by stomau

Il problema non è la personalità del premier, ma il consenso di cui gode e soprattutto ciò che rappresenta e ha messo in moto

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di Andrea Papi

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http://www.liberacittadinanza.it/archivio-immagini/Obama%20Berlusconi%20pp.jpeg/image_mini

Cè qualcosa di sempre più inquietante nel modo contorto di essere della politica italiana. Qualcosa di non facile definizione e che facilmente sfugge a una piena comprensione del senso. Di primo acchito vien da dire, come lo stanno dicendo i rimasugli vaganti della sinistra e come lo stanno facendo intendere i piddiini, che sta prendendo piede una nuova forma di totalitarismo. Oppure, come ha scritto Le Monde, che stiamo assistendo all’agonia di una democrazia. Purtroppo entrambe le interpretazioni, nella percezione che ne ho, pur evidenziando dei forti elementi di realtà, non riescono a rendere fino in fondo l’idea di ciò che sta accadendo.
Per quanto riguarda il totalitarismo, compresa la versione ormai classica della Arendt, è denotato da alcune caratteristiche di sostanza che qui sono assenti. L’ideologia totalitaria pretende di spiegare con certezza assoluta e in modo totale il corso della storia ed impedisce in modo repressivo/coattivo la presenza di qualsiasi ente o struttura che non dipenda dall’oligarchia al comando, producendo e generando un terrore istituzionale che proibisce e uccide ogni libera e spontanea manifestazione, di stampa, di riunione, di opinione, di comunicazione. Oggi in Italia nulla è formalmente proibito, mentre la carta costituzionale garantisce la libera circolazione delle idee, la libertà di riunione e di stampa e i politicanti al potere dichiarano di voler difendere queste libertà acquisite. Sul piano formale e giuridico, a differenza di una condizione totalitaria, ci è permesso e garantito di stampare e distribuire ciò che vogliamo, di dire ciò che ci aggrada, di ritrovarci e riunirci con chi vogliamo.
Per quanto è inerente a “l’agonia di una democrazia”, ritengo che la fase di decadenza che sta erodendo la democrazia sia in movimento da molto prima del momento attuale. Da quando è stato accettato dai più di ridurne la portata e il senso a una mera tecnologia di elezione, facendo in modo che la rappresentanza politica eletta più che rappresentare veramente fosse semplicemente designata ad esercitare il potere di scelta per tutti su tutti, avendo l’unico mandato di governare e imporre i propri comandi indipendentemente dalla volontà generale. L’assenza di controlli dal basso, tutti gli organismi esecutivi sottoforma di potere separato autoreferente e il controllo sui controllori da parte dei controllati sono a dimostrazione che la democrazia è concepita quasi esclusivamente come struttura di dominio, sorveglianza e disciplinamento delle masse sottoposte da parte delle oligarchie del potere costituito, reso legittimo dal consenso elettorale.
Tutti i politicanti di mestiere che hanno il privilegio dell’audience parlano in continuazione di libertà e liberalismo e di fatto non c’è né l’una né l’altro. In fondo Schumpeter ci aveva messo la pulce nell’orecchio già nella prima metà del secolo scorso. Con un’analisi lucidissima ci aveva chiarito che la liberaldemocrazia originaria non è possibile nella complessità delle società attuali. Al suo posto aveva preconizzato la democrazia dei leader, in competizione tra loro con lo stesso tipo di concorrenza del mercato capitalista. Invece di prenderlo come un campanello d’allarme, tutti lo hanno immediatamente assunto come il nuovo vate delle democrazie occidentali. Così è stato preparato il terreno per l’inquietante scivolamento nel baratro che ci stiamo godendo.

Compiacimento plaudente

Certo oggi viviamo una situazione particolare, molto legata al telegenico personaggio premier che sta condizionando tutta la politica del belpaese. Ma non va visto come una semplice iattura imprevista. Tutto era pronto a succedere, soprattutto con l’irrompere dei media televisivi, che Schumpeter non poteva conoscere, come padroni della comunicazione e dell’imbonimento in politica. L’ideologia leaderistica e la gestione mediatica hanno rappresentato una mistura micidiale, pronta ad essere sfruttata opportunamente, come in effetti è successo, da chi avesse le necessarie capacità spregiudicatezza e potere per farlo. Così abbiamo una tensione di tipo totalizzante, ma che non agisce attraverso le metodologie e le tecniche totalitarie. Chi occupa lo spazio d’immagine e istituzionale del potere si muove per occupare tutto il più possibile, ma lascia intatta la forma della democrazia accreditata, svuotandone completamente la sostanza.
Però non è tutta colpa, o merito che dir si voglia, dell’egocrate, come l’ha definito Curzio Maltese. Pensare che l’essenza del problema risieda tutta nella concretissima voglia smisurata di potere di Berlusconi è un grosso errore. Significa non aver compreso la natura del problema. Prova ne sia che l’opposizione parlamentare sta pagando duramente da un quindicennio la concentrazione di attacchi alla sua persona, continuando sistematicamente a blaterare che è lui e soprattutto lui il nemico da abbattere, eliminato il quale si riuscirà a “vivere in pace e in modo normale”. Grave e superficiale carenza di valutazione, oltre che maliziosa finta ingenuità, e incapacità di identificare il vero problema.
Personalmente a volte più che prendermela con lui, che in fondo mi dico fa il suo mestiere, me la prendo con quella che una volta veniva chiamata “maggioranza silenziosa”. Almeno da quello che ci stanno facendo credere, non solo gli dà il consenso, ma sembra identificarsi in pieno in ciò che rappresenta. Guardando in modo disincantato la situazione che stiamo vivendo, uno degli aspetti che più colpisce e lascia perplessi è appunto questo compiacimento plaudente che continuamente gli viene riservato da masse di esseri umani che pure non hanno i suoi privilegi, che dovrebbero sapere che non godranno mai di una condizione anche soltanto mille volte inferiore alla sua. Non posso fare a meno di evocare la sapienza di De La Boétie, che già nel cinquecento denunciava “la servitù volontaria”, cioè l’accettazione di essere servi, il pieno riconoscimento della propria condizione di servaggio. Ebbene il paradosso è che oggi, a differenza dei tempi di De La Boétie, i sudditi sono servi senza sapere di esserlo. Anzi! Sembrano addirittura convinti che proprio il loro padrone premier li possa emancipare dal servaggio, perché ha l’astuzia di proporsi come il paladino della libertà, rifiutandosi di capire che invece ha la capacità di estinguerla.
La presenza e il potere dell’egocrate esprimono un modo di essere molto diffuso della società in cui tutti siamo immessi. Se l’immagine che è abilmente riuscito a fabbricare di se stesso fosse rappresentativa solo della sua persona, per quanto abile astuto e potente non avrebbe retto con tanta tenacia e per tanto tempo. Il fatto è che il suo modo di porsi e presentarsi risponde ad un modello che muove corde invisibili, capace di solleticare anfratti della psiche desiderosi di emergere e pronti ad esplodere. Lo conferma il suo modo di vivere e di governare. Immerso in un lusso sfrenato, padrone di televisioni, di testate giornalistiche, di case editrici, di produzioni e distributrici cinematografiche e di quant’altro, si è circondato di una corte immensa di cicisbei, di ciambellani, di ruffiani ben contenti di esserlo, invidiati da una miriade enorme di esseri umani frustrati che aspirerebbe, come succedeva alla corte del re sole, a farne parte. Ha tradotto in politica, massimizzando Schumpeter, la logica aziendale. È imperante il partito-azienda e lo stato-azienda, in cui ha diritto di decidere per tutti il socio di maggioranza, cioè lui.

Sgretolamento del trono

Più che di totalitarismo, la cui caratteristica è quella d’imporsi con la forza, qui si tratta di una specie di “onnicomprensivismo”, generato dalla cupidigia narcisistica di comprendere tutto e di essere il centro di riferimento di ogni cosa, imponendosi non per sottomissione, ma per desiderio di emulazione. Ed è più pericoloso perché non vuole opprimere e impedire, ma vuole sedurre. Agendo sui desideri scatenati dal bisogno di consumo e di superare condizioni di vita insoddisfacenti, è riuscito a dar forma all’immaginario di una gran massa di persone. Lui e il suo modo di vivere rappresentano la libertà. Se si vuol essere liberi bisogna aspirare a diventare più o meno come lui e ha fatto credere che il suo governare offra le possibilità di riuscirci. La libertà non è più nella possibilità di muoversi e di scegliere, non è più in una diversa qualità della vita e delle relazioni sociali. I desideri solleticati l’hanno ricollocata nella ricchezza e nel potere. Solo se sarai ricco e famoso potrai sentirti veramente libero. L’allettamento è rafforzato dagli attacchi sistematici contro il fantasma del comunismo, propagandato come una continua insidia alla felicità agognata, perché ti vuole impedire di diventare ricco e famoso pianificando la tua vita. Questo è il messaggio, queste le aspirazioni generalizzate dominanti, questo il nemico da combattere.
Ma le cose fortunatamente non sono semplici e lineari come piacerebbe al plutoegocrate che finora ha condotto il gioco. La situazione reale è molto più complessa e destinata a complicarsi. In questi giorni in cui sto scrivendo comincia ad aleggiare l’idea che lo scettro cominci a traballare sempre più pericolosamente. Da mesi il premier è sottoposto a un micidiale continuo fuoco di fila, che al momento sembra destinato ad aumentare d’intensità. Dalla lettera della moglie Veronica, che chiede il divorzio attraverso stampa perché lo accusa di star male e frequentare minorenni, a tutto il polverone mediatico sulla sua vita privata fatta di dionisiaci allegri festini, giri di prostituzione, arruolamento di veline fatte in serie destinate a rallegrare il grigiore della vita parlamentare nazionale ed europea; poi le bacchettate di eminenti esponenti ecclesiastici, probabilmente pressati da un’opinione pubblica cattolica che mal sopporta la leggerezza festaiola delle alte cariche dello stato; poi ancora l’attenzione mediatica internazionale sui suoi pantagruelici lauti banchetti frammisti di politica e sesso. Se vi aggiungiamo la fronda interna guidata da Fini, forte dell’appoggio di una consistente parte di deputati e senatori ex An, le costanti pressioni-ricatto della Lega che vuole spadroneggiare con la sua politica xenofoba e secessionista, fino al flop televisivo dello speciale di Porta a Porta, nelle intenzioni autocelebrativo del proprio “successo” nella ricostruzione post-terremoto, il quadro per il nostro premier è ben poco edificante. Mostra uno sgretolamento in progress del suo trono quindicinale impensabile solo qualche mese fa.
A cosa porterà questo movimento antiegocrate che si sta consumando soprattutto nelle stanze inaccessibili dei palazzi del potere? Al momento non è dato sapere. Non è da escludere che il suo declino sia cominciato veramente e che in breve crollerà, come succede prima o poi quando ci si trova sommersi da un surplus esorbitante di potere. Come non è da escludere che riesca nuovamente a sopraffare l’ondata di ostilità che lo vuole sommergere. In fondo non ha dichiarato sprezzantemente di essere un superman? Non è neppure da escludere che tenti un estremo colpo autoritario se si vedrà perduto.
Ciò che m’interessa sottolineare è che Berlusconi potrà anche cadere, ma non si estinguerà in breve l’inversione culturale degenerativa che ha messo in moto. A livello più o meno inconscio in fondo ha fatto leva su un sogno tipico dei nostri tempi: la bramosia di agiatezza sfrenata. Ha creato con abilità una neverland immaginaria dei desideri inappagati. Non è da escludere il rischio che se le manovre di palazzo funzioneranno ci sarà un rigurgito di delusi che si rivolteranno perché si toglie loro la possibilità di realizzare il sogno che lui aveva alimentato, che non vorranno tornare all’accettazione pura e semplice della mediocrità quotidiana. Non c’è solo lui come nemico vero. C’è soprattutto la realtà artificiale e immaginaria che ha messo in moto ed ha gestito per alimentare il proprio narcisismo. Se vogliamo veramente combattere l’aberrazione che rappresenta dobbiamo riuscire a far ricollocare culturalmente nel luogo appropriato il desiderio di libertà ora stravolto, cioè in noi stessi e nelle scelte che facciamo consapevolmente, al di là e contro i luccichii di un potere che ci vuol sottomessi anche nei sogni e che suscita la brama di essere come lui.
Il vecchio motto anarchico né servi né padroni non è mai stato tanto valido.

Andrea Papi

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fonte:  http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/348/20.htm


Fini: “Stranieri diversi? Stronzo chi lo pensa”

Il presidente della Camera visita il centro ‘Semina’ di Torpignattara e parla con i ragazzi

Sulla cittadinanza ribatte il ministro: “Il nostro non è il Paese di Bengodi. Il lavoro manca per tutti”

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Fini, "Stranieri diversi? Stronzo chi lo pensa" La replica di Calderoli: "Lo è anche chi illude"Gianfranco Fini

 

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ROMA – Le parole contano. Lo hanno dimostrato oggi sia Gianfranco Fini che Roberto Calderoli. Quelli che usano “qualche parola di troppo” nei confronti degli immigrati, sono degli “stronzi”, aveva detto il presidente della Camera di fronte auna cinquantina di ragazzi, per la maggior parte immigrati bengalesi e cinesi tra gli 8 e i 18 anni, del centro diurno ‘Semina’ a Torpignattara, gestito dall’associazione ‘Nessun luogo è lontano’. “Fini ha perfettamente ragione a dire che è stronzo chi dice che lo straniero è diverso. Ma è altrettanto stronzo chi illude gli immigrati”, ha ribattuto il ministro per la Semplificazione, interpellato nel pomeriggio. “E’ infatti una stronzata – ha incalzato Calderoli -, illudere gli extracomunitari che il nostro è il Paese di ‘Bengodi’ e che c’è lavoro per tutti, visto che il lavoro manca in primo luogo ai nostri cittadini. Fare questo è pura demagogia e allora si spalancano le porte a migliaia di persone destinate a finire nella rete delle illegalità, della criminalità o dello sfruttamento”.

Il presidente della Camera aveva fatto diverse domande ai ragazzi presenti: “Qualche volta vi pesa essere qui? C’è qualcuno che ve lo fa pesare? O qualche volta c’è qualche stronzo che dice qualche parola di troppo?”. Loro avevano riso e Fini continuato: “Uso questa parola perché se qualcuno dice che siete diversi la parolaccia se la merita: voi la pensate io la dico”. Secondo Fini anche i titoli dei giornali che criminalizzano le etnie riferendo i fatti di cronaca sono “sbagliati”. “Titolare che un rumeno o un eritreo hanno compiuto uno scippo – ha detto Fini – è un modo scorretto, superficiale e impreciso di informare. La stampa sbaglia. Sarebbe bello se l’informazione non titolasse con riferimenti etnici, perché altrimenti si forma nei cittadini la convinzione che ci sia un’equazione tra lo straniero e il delinquente. Uno scippatore è uno scippatore e basta, uomini e donne sono tutti uguali”. “Uguali sì – ha poi commentato Calderoli – lo sono tutti gli uomini quando nascono ma l’integrazione e l’accoglienza prevedono non delle belle frasi ma degli atti concreti e molta intelligenza nel sapere costruire”.

Le domande dei ragazzi di Torpignattara stamattina erano state precise, curiose, numerose. E Gianfranco Fini ha dovuto rispondere a proposito di quanti sono scettici sui tempi più brevi per la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia. “Si convinceranno – ha detto – perché quelli che vengono qui saranno sempre di più e quindi bisogna ragionare e riflettere”. Incalzante un ragazzino gli aveva chiesto: “Ma come farà a convincere quelli di destra?”. Fini: “Bella domanda. Bisogna convincere sia quelli di destra che quelli di sinistra. Se parlano di voi da un bel salotto non si convinceranno mai. Se non vengono qui non possono capire. Ma siate certi che saranno loro in torto e non certamente voi”.

Il presidente della Camera aveva anche ribadito il suo no alla sentenza della Corte di Giustizia dei diritti dell’uomo di Strasburgo contro i crocifissi in classe, sostenendo: “Non danno fastidio a nessuno” e per rafforzare la sua convinzione ha chiesto ai ragazzini, molti dei quali di religione musulmana, se fossero in qualche modo infastiditi dalla presenza della croce nell’aula. Al coro di “no”, Fini ha commentato: “Benissimo, perfetto, mi date conferma di tante cose”.

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21 novembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/fini-parla/fini-stranieri/fini-stranieri.html?rss

MORIRE IN CARCERE – Aldo Bianzino: La lettera di un padre / Morti silenziose: Marcello Lonzi e Giuseppe Saladino

Libertà e Giustizia sociale

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dal blog di Beppe Grillo

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La lettera del padre di Aldo Bianzino morto in carcere è una riflessione sullo Stato. Cos’è lo Stato? Cosa significa “Stato” per ognuno di noi, nella nostra vita quotidiana? Io me lo sento addosso ormai come un vecchio cappotto, un impermeabile liso con le tasche bucate. Un concetto astratto, libresco, lontano. Un marchingegno di cui si sono perse le istruzioni d’uso. La parola “Stato” è una coperta sempre più corta che lascia scoperti i peggiori istinti del Paese.

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Gentilissimo Beppe Grillo,
Il caso recente di Stefano Cucchi e, quello ancor più recente, di Giuseppe Saladino a Parma (Il Manifesto dell’11 novembre), hanno richiamato l’attenzione sui casi di Marcello Lanzi e di mio figlio Aldo Bianzino, anch’essi morti in carcere in circostanze tutte da chiarire (chissà quando e soprattutto se). Ora, volendo esaminare il caso di Aldo, bisogna precisare alcune cose.
Il P.M. dott. Giuseppe Petrazzini, che aveva fatto arrestare Aldo e la sua compagna la sera del venerdì 12 ottobre 2007, è lo stesso magistrato che ha in carico le indagini sul suo successivo decesso avvenuto nella notte tra il 13 e il 14, Aldo era stato messo in cella di isolamento nel carcere “Capanne” di Perugia.

Era stato visto da un medico, che l’aveva riscontrato sano e da un avvocato d’ufficio, col quale aveva parlato verso le 17 di sabato. Non sono disponibili registrazioni di telecamere su ciò che è avvenuto successivamente, né, dopo il decesso, la cella risulta sia stata isolata e sigillata, né che siano stati chiamati per un intervento i reparti speciali di indagine dei Carabinieri.

A detta degli altri detenuti del reparto, durante la notte Aldo aveva suonato più volte il campanello d’allarme ed aveva invocato l’assistenza di un medico, sentendosi anche, pare, mandare al diavolo dall’assistente del corridoio, la guardia carceraria Gian Luca Cantore, attualmente indagato. Fatto sta che verso le 8 del mattino di domenica le due dottoresse di turno, arrivate a svolgere il loro turno di servizio, trovarono il corpo di Aldo, con indosso solo un indumento intimo (e siamo a metà ottobre, non ad agosto). I suoi vestiti si trovavano nella cella, accuratamente ripiegati (cosa che Aldo, in 44 anni, non aveva fatto mai). Le due dottoresse provarono di tutto per rianimarlo, ma alla fine dovettero desistere: Aldo era morto. L’autopsia, svoltasi il giorno dopo, diede risultati controversi: si parlò prima di due vertebre poi di due costole, rotte, poi tutto fu negato.

Di certo ci fu un’emorragia celebrale e un’altra di 200 ml. al fegato. Segni esterni di percosse o violenze, nessuno (i professionisti sanno come si fa C.I.A. insegna). Ora, l’emorragia cerebrale è stata imputata ad un aneurisma, quella epatica ad un maldestro tentativo di respirazione artificiale, che le due dottoresse respingono nel modo più assoluto (e ci mancherebbe, si tratta di medici, mica di personale non qualificato), ma nessun altro ha affermato d’aver fatto tentativi in tal senso.

Ora, può accadere quando si è nelle mani delle “forze dell’ordine“, lo abbiamo purtroppo visto in molti casi, basterebbe pensare al G8 di Genova, e magari al colloquio recentemente intercettato nel carcere di Teramo (i detenuti non si massacrano in reparto, ma sotto!). L’emorragia cerebrale potrebbe benissimo essere stata la conseguenza di uno stress per colpi ricevuti in altre parti del corpo, immaginatevi l’angoscia e il terrore di una persona in quelle condizioni.

In ogni caso credo proprio di poter dire in tutta coscienza che Aldo è stato assassinato in un ambiente violento e omertoso, del quale non si riesce neppure a sapere i nomi del personale presente quella notte nel carcere. Quanto al dott. Petrazzini, mi sembra che dignità gli imporrebbe di passare ad altri il suo incarico, date le omissioni, invece di insistere come sta facendo, per ottenere l’archiviazione del caso.

Ma i veri assassini sono coloro che hanno voluto ed ottenuto una legge sulle “droghe” come l’attuale, persone che nella loro profonda ignoranza, considerano in modo globale, senza distinzioni. Una legge fascista e clericale, da Stato etico e peggio, da Stato che manda in galera (con le conseguenze che si sono viste) il poveraccio che coltiva per uso personale qualche pianta di cannabis, mentre, se la droga (quella pesante, cocaina o altre sostanze) circola nei festini dei potenti, non succede nulla. Vorrei dire comunque che un Paese che considera delitto la detenzione e l’uso di droghe, magari solo marijuana, o l’essere “clandestino“, pur non avendo colpe e quasi sempre per sfuggire a condizioni di vita impossibili, uno Stato che avendo preso in custodia delle persone, è responsabile a tutti gli effetti delle loro vite e della loro salute, uno Stato che non riconosce come reato gravissimo la tortura, uno Stato che difende i forti e i potenti e non i deboli, è uno Stato che non può ritenersi civile e non può chiedere ai suoi cittadini (o sudditi?) di amare la propria patria.”

In fede Giuseppe Bianzino, Vercelli, 16 novembre 2009

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fonte:  http://www.beppegrillo.it/2009/11/gentilissimo_be.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+beppegrillo%2Frss+%28Blog+di+Beppe+Grillo%29

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Bianzino
video che parlano di aldo

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Marcello..

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Morti silenziose

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Lettera di Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi morto nel carcere di Livorno l’11 luglio 2003, ai parenti di Aldo Bianzino morto nel carcere di Perugia il 14 ottobre 2007.

Pubblicata dal “Manifesto” del 28/10/07

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Sono la mamma di Marcello Lonzi, morto nel carcere delle Sughere l’11 luglio 2003. Voglio mandare un forte abbraccio alla famiglia del povero Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia.

Vi sono vicina nel dolore e nella rabbia. Ma vorrei dirvi, non mollate. Capisco che non è facile, ma io da 4 anni stò combattendo per avere giustizia. Anche per mio figlio (morte naturale), se non era per le ferite al volto, ci sarei caduta. Un anno fa, però, è stato riesumato e avendo scoperto che non aveva due costole rotte, ma otto, il polso sinistro rotto, due buchi profondi alla testa sino all’osso, mandibola fratturata, non si può definire la sua morte naturale.

Anche io fui avvertita con 12 ore di ritardo e c’è stata un’archiviazione. Ma non ho accettato e ho combattuto contro tutti e tutto, tra poco avrò finalmente una vera risposta. Non credo alle parole del sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini, perchè le ho già sentite, ma poi ci fu un’archiviazione.

Ecco perchè vi ripeto non mollate.

All’inizio ci sono state le interrogazioni, tutte quelle belle parole alle quali ti aggrappi con tutta la tua forza, che svaniscono in una bolla di sapone, allora ti chiedi perchè? Perchè? Piangi, vorresti urlare, spaccare tutto e continui a guardare quella foto, l’unica cosa che ti è rimasta. Mi sono chiesta tante volte: perchè quando muore un detenuto la tv, tipo la Rai ecc. non ne parla? Sono figli nostri, mariti; e muoiono in un posto dove lo stato li prende in consegna, e dovrebbe proteggerli. Invece lo stato li uccide. Un abbraccio dal profondo del cuore.

MARIA CIUFFI, Pisa


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Giuseppe Saladino, il giovane morto in carcere a Parma (Ansa) Giuseppe Saladino, il giovane morto in carcere a Parma (Ansa)

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La mamma di Saladino: “Era sano e me l’hanno ridato senza vita”. Forse c’è un “caso Cucchi” a Parma

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“Era sano e me lo hanno ridato senza vita”. A parlare la mamma di Giuseppe Saladino, un giovane di 32 anni morto senza un motivo plausibile nel carcere di via Burla a Parma. Potrebbe trattarsi di un altro caso Cucchi, insomma, anche se è troppo presto per dirlo. La procura di Parma, comunque, ha aperto una inchiesta per omicidio colposo contro ignoti per la morte del detenuto. Il giovane era stato condannato a un anno e due mesi di reclusione dopo essere stato sorpreso a scassinare alcuni parchimetri del centro storico e il giudice gli aveva concesso gli arresti domiciliari nella casa che condivideva con la madre, Rosa Martorano.
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La scelta sconsiderata di uscire, l’incarcerazione e la morte – Nel pomeriggio di venerdì scorso Giuseppe compie un gesto che probabilmente non concepisce in tutta la sua gravità: esce di casa. In pratica, in punta di codice penale, evade. La “bravata”, tuttavia, dura poco perché una pattuglia della polizia lo riconosce e lo porta direttamente in prigione, in via Burla. Trascorrono 15 ore e in casa della signora Rosa arriva una telefonata. All’altro capo del cavo telefonico il direttore del carcere che, con tono di circostanza, le comunica “suo figlio non c’è più”. “Il direttore mi ha detto che Giuseppe era morto – racconta a Tv Parma la donna – aggiungendo che era stata una cosa improvvisa, inspiegabile, mi pare abbia parlato di un malore. Poi ha aggiunto che aveva voluto telefonarmi di persona perché aveva preso in simpatia il mio ragazzo e perché ..sa0 1a0(incomprensibile nel testo, n.d.m.)
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Caso Cucchi, un nuovo testimone: “Ho sentito i lamenti di Stefano”

Un altro detenuto parla di percosse che il giovane avrebbe subìto nelle celle di sicurezza

Chiesto un secondo incidente probatorio, dopo quello di domani per il primo teste

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Caso Cucchi, un nuovo testimone "Ho sentito i lamenti di Stefano"
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ROMA – Un altro detenuto ha confermato davanti ai pubblici ministeri le percosse che la mattina del 16 ottobre scorso Stefano Cucchi avrebbe subito nelle celle di sicurezza del Palazzo di giustizia di piazzale Clodio. Il nuovo teste, di nazionalità italiana, ha riferito di aver sentito il pianto del giovane “pestato a sangue”. La sua testimonianza suffraga quella del detenuto gambiano che domani sarà sentito dal gip in sede di incidente probatorio.

Le dichiarazioni fatte dal detenuto italiano che si trovava in cella e che ha sentito soltanto i lamenti di Stefano Cucchi hanno indotto i pubblici ministeri Vincenzo Barba e Francesca Loy a chiedere un altro incidente probatorio. La richiesta per il momento è ancora all’esame del gip. In caso di accoglimento, ci sarà una nuova udienza per dare anche a questa testimonianza il valore di prova.

I nuovi particolari sono emersi alla vigilia dell’incidente probatorio che domani si svolgerà in tribunale davanti al giudice delle indagini preliminari Luigi Fiasconaro. Domani il cittadino del Gambia S.Y., in carcere per detenzione di stupefacenti, dovrà confermare di aver visto il 16 ottobre scorso, nelle celle di sicurezza di piazzale Clodio, il pestaggio di Cucchi da parte di tre guardie carcerarie ora indagate per omicidio preterintenzionale.

Il supertestimone sarà chiamato a confermare il racconto fatto ai pm, ormai diventato il principale atto di accusa nei confronti dei tre presunti aggressori. Il gambiano dice di aver notato dallo spioncino della sua cella di sicurezza alcuni agenti prendere a calci e pugni Cucchi, dopo averlo scaraventato in terra e trascinato nella cella, e di aver successivamente sentito lamenti e altri rumori del presunto pestaggio.

La storia del supertestimone ha suscitato numerose polemiche nei giorni scorsi, soprattutto dopo la decisione di avviare nei suoi confronti il programma di protezione. Troppo a rischio la sua detenzione a Regina Coeli, troppo rischioso un suo trasferimento in un altro carcere. Quindi, è stato deciso di mandarlo ai domiciliari in una comunità per tossicodipendenti vicino Roma.

L’inchiesta giudiziaria sulla morte di Cucchi non è l’unico passaggio di questa storia: c’è in corso un’istruttoria della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficienza del servizio sanitario nazionale presieduta dal senatore Ignazio Marino, che nei giorni scorsi hanno effettuato sopralluoghi e sentito medici e infermieri. Nel frattempo i tre medici dell’ospedale romano Pertini indagati per omicidio colposo per aver omesso le dovute cure sanitarie a Cucchi sono stati spostati in un altro reparto.

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20 novembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/cronaca/morte-cucchi-3/nuovo-testimone/nuovo-testimone.html

Il verbale del pentito Spatuzza: “Ho un patto con Berlusconi. Questo mi rivelò il boss”

Il 4 dicembre deposizione al processo Dell’Utri

La “rivelazione” attribuita a uno dei fratelli Graviano. Che ha rifiutato il confronto

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di FRANCESCO VIVIANO

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"Ho un patto con Berlusconi Questo mi rivelò il boss"Gaspare Spatuzza

 

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PALERMO – I boss di Cosa Nostra avrebbero avuto un rapporto “diretto” con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Non ci sarebbero stati “mediatori” nel patto che sarebbe stato stretto tra la mafia ed i leader del nascente partito di Forza Italia per fare cessare le stragi iniziate nel ’92 e continuate nel ’93 con gli attentati di Firenze, Roma e Milano.
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Ad affermarlo è l’ultimo pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, i cui verbali con le dichiarazioni rese nell’estate scorsa ai magistrati di Firenze sono stati depositati ieri nel processo d’appello a carico del senatore Marcello Dell’Utri, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.
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L’interrogatorio è del 18 giugno. È lì che Spatuzza racconta ai magistrati fiorentini di avere appreso direttamente dal boss Giuseppe Graviano, nel gennaio del ’94 al bar Doney di via Veneto a Roma, che si erano messi “il paese nelle mani” perché – secondo quanto si legge nei verbali – avevano raggiunto un accordo con Dell’Utri e Berlusconi.
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Spatuzza dice ai pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi della Dda di Firenze: “Ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendoli assai bene (i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano ndr) che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci parlato personalmente”.
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Spatuzza era il braccio destro dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (entrambi in carcere con ergastoli per stragi e omicidi tra i quali quello del sacerdote Don Pino Puglisi e del figlioletto del pentito Di Matteo). Quando Giuseppe Graviano gli rivelò il “patto” che sarebbe stato stretto con Berlusconi, si trovava a Roma per preparare il fallito attentato allo Stadio Olimpico per uccidere decine di carabinieri.
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Il pentito parla quindi dall’alto dei suoi rapporti privilegiati con i boss e ai pm fiorentini aggiunge: “Non posso sapere quale fosse il proposito che Berlusconi e Dell’Utri avessero in mente stringendo questo patto. La mia esperienza di queste vicende, ma è una mia deduzione, è che costoro (Berlusconi e Dell’Utri ndr) che in primo momento hanno fatto fare le stragi a Cosa Nostra, si volevano poi accreditare all’esterno come coloro che erano stati in grado di farle cessare. E quando poi li vedo scendere in politica, partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui noi (Cosa Nostra-ndr) abbiamo puntato tutto”.
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Spatuzza racconta nei dettagli il colloquio avuto con il boss Giuseppe Graviano quando si incontrarono a Roma per la preparazione dell’attentato allo stadio Olimpico. In quell’occasione il boss gli parlò dell’intesa che a suo dire era stata raggiunta con Berlusconi: “Graviano era euforico e gioioso, sprizzava felicità, normalmente era una persona abbastanza controllata, quindi era difficilissimo che si lasciasse andare in quel modo, le sue parole sono state le seguenti: ‘tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti (montoni-ndr) dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili’. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma che si tratta di quello di Canale 5. Poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri e aggiunge che grazie alla serietà di queste persone “ci siamo messi il paese nelle mani'”.
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Queste dichiarazioni sono entrate nel processo a Palermo a Dell’Utri. Il pentito Spatuzza probabilmente il 4 dicembre prossimo nell’udienza fissata a Torino per il suo interrogatorio, potrà spiegare meglio all’accusa ed alla difesa il significato di queste pesanti affermazioni riguardanti Berlusconi e Dell’Utri.
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Agli atti del processo sono finiti anche i confronti tra lo stesso Spatuzza ed i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano avvenuti rispettivamente il 20 agosto ed il 14 settembre. Confronti interessanti che possono contenere anche dei messaggi che gli inquirenti stanno tentando di decifrare perché nella storia di Cosa Nostra non s’è mai visto che i boss trattino un pentito come se fosse un amico. Giuseppe Graviano, che si è rifiutato di rispondere nel confronto, ha però detto in una recente udienza pubblica di “rispettarlo”.
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Filippo Graviano ha invece accettato il confronto confessando di avere avuto intenzione di “dissociarsi” da Cosa Nostra nei primi anni del 2000 quando l’allora procuratore nazionale, Pierlugi Vigna, aveva avviato una serie di colloqui investigativi, negando però di avere mai detto a Spatuzza che “se non arriva niente da dove deve arrivare – avrebbe detto Graviano riferendosi ai politici – anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Segno che, secondo Spatuzza la “trattativa” era ancora aperta. Ma nel confronto con Filippo Graviano, Spatuzza lo scagiona da pesantissime accuse, sostenendo di non avere mai ricevuto dal boss ordini per commettere omicidi e stragi invitandolo però a collaborare.
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21 novembre 2009
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