Archivio | novembre 27, 2009

Irlanda, Vaticano sotto accusa: “Ostacolò il rapporto sulla pedofilia” / Seduce un allievo di 15 anni: arrestata insegnante di religione

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Il caso esploso in seguito a un reportage shock dell’emittente inglese Bbc

La commissione d’inchiesta sugli abusi denuncia l’ostruzionismo della Santa Sede

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Irlanda, Vaticano sotto accusa "Ostacolò il rapporto sulla pedofilia"
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LONDRA – Il Vaticano ignorò la commissione d’inchiesta sugli abusi pedofili da parte di sacerdoti nell’arcidiocesi di Dublino e sulla loro gestione da parte dei vertici della Chiesa locale. E’ la denuncia contenuta nel rapporto della commissione presentato ieri e citato dall’emittente inglese Bbc, che nel 2007 aveva trasmesso un reportage shock sulle violenze sessuali dei preti irlandesi.
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La commissione guidata dal magistrato Yvonne Murphy chiese nel 2006 dettagli dei rapporti sugli abusi inviati alla Santa Sede dall’arcidiocesi di Dublino. Ma il Vaticano, secondo il rapporto, non rispose, limitandosi a comunicare al ministero degli Esteri irlandese che “la richiesta non era andata attraverso gli appropriati canali diplomatici”. La commissione ha sottolineato però che era indipendente dal governo e quindi non aveva ritenuto opportuno usare canali diploamtici.
Fu anche ignorata, secondo la Bbc, una richiesta di informazioni avanzata al nunzio apostolico a Dublino nel febbraio 2007, in cui la commissione chiedeva tutti i documenti rilevanti (gli abusi e la loro gestione toccati dall’inchiesta vanno dal 1975 al 2004) in suo possesso. Non ci fu risposta neanche alla richiesta di commento al rapporto, parte del quale fu inviato al Nunzio, visto che menzionavano il suo ufficio.
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L’Irish Times cita oggi un portavoce della Santa Sede, per il quale “si tratta di una questione che riguarda la chiesa locale”. Il responsabile attuale dell’arcidiocesi di Dublino, Diarmuid Martin, ha ieri espresso “dolore e vergogna” per la vicenda degli abusi e per come furono coperti dai vertici della chiesa cattolica di Dublino, offrendo le sue “scuse” alle centinaia di vittime delle violenze.

 

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Anche in Italia il caso era esploso dopo la messa in onda del servizio dell’emittente inglese Sex crimes and the Vatican durante una puntata di Annozero su Raidue. Il video racconta di 100 bambini e bambine abusati da 26 sacerdoti che il giornalista della Bbc sostiene siano stati coperti dal Vaticano, dalla Chiesa di Roma e dall’allora cardinale Ratzinger, a capo della Congregazione della Dottrina della Fede.
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27 novembre 2009
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È successo a Knutsford, in inghilterra

Seduce un allievo di 15 anni:
arrestata insegnante di religione

La donna ha avuto rapporti sessuali con il minorenne, dopo avergli mandato messaggi su Facebook

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MILANO – Un’insegnante di religione ha sedotto un suo allievo di 15 anni anche grazie a Facebook e ha chiuso la storia dopo nove giorni, durante i quali ha avuto numerosi incontri sessuali con il ragazzino (uno anche a casa sua, mentre le due figlie adolescenti erano fuori) e lo ha pure convinto a farsi tatuare il suo nome e un cuore sul braccio, a conferma del loro legame. Ora la 39enne Madeleine Martin di Knutsford, nel Cheshire, dovrà passare i prossimi 32 mesi in una cella e, per disposizione della Manchester Crown Court, il suo nome è finito sul “Sex Offenders Register”, mentre il ragazzino è stato costretto a lasciare l’istituto Greater Manchester per le continue prese in giro da parte dei compagni di scuola.
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LA VICENDA – Stando a quanto è emerso, nel gennaio scorso la donna (che all’epoca aveva dei gravi problemi matrimoniali e familiari che hanno poi portato al divorzio e alla morte per cancro della sorella) avrebbe letteralmente perso la testa per il quindicenne che le era stato assegnato affinché lo aiutasse nello studio e avrebbe, perciò, cominciato a tartassarlo di messaggi su Facebook e a fargli un sacco di regali, fra cui un telefono cellulare. Un mese dopo la loro relazione sarebbe diventata decisamente più intima e i due avrebbero cominciato ad avere rapporti sessuali: il primo fu in un parcheggio, sul sedile posteriore della macchina della Martin, mentre due giorni più tardi la cosa si ripeté al “Daisy Nook Country Park” vicino Oldham e 48 ore dopo i due si incontrarono nuovamente nella casa vuota di uno zio del ragazzino. A quel punto, la donna decise di cambiare il suo account su Facebook per evitare che la storia venisse scoperta e, quindi, invitò il quindicenne in casa propria, approfittando dell’assenza delle figlie, per fare sesso, mentre il 9 febbraio lo portò da un tatuatore, perché gli incidesse sulla pelle il nome “Mad” e un cuore.
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LA FINE – Pochi giorni dopo, però, i due stabilirono di porre fine alla relazione “di comune accordo” e due mesi più tardi lo studente, che nel frattempo era entrato in uno stato quasi catatonico, trovò il coraggio di confessare l’accaduto ai fratelli. Questi raccontarono tutto alla madre (che a quei tempi stava assistendo il padre malato terminale) che chiamò la polizia e denunciò così l’insegnante del figlio. «Questa è una storia molto triste per tutti, a cominciare da lei – ha spiegato il giudice Jonathan Geake rivolto all’imputata – perché piuttosto che un mentore nel vero senso della parola, ha usato la sua vittima come un aiuto emotivo per i problemi che stava vivendo ed ha abusato della sua fiducia, attirando il ragazzo in una relazione intima che non sarebbe mai dovuta iniziare e di cui gli resterà un ricordo indelebile per via di quel tatuaggio». E le traversie personali della Martin sono state al centro della requisitoria della difesa, che però nulla ha potuto di fronte all’evidenza delle prove e delle accuse contro l’insegnante. «Gli eventi familiari di quei mesi avevano lasciato la mia cliente depressa e vulnerabile – ha spiegato l’avvocato Mark Fireman – e l’hanno così spinta ad intraprendere azioni che non avrebbero mai dovuto avere luogo. Lei non voleva iniziare una relazione a sfondo sessuale, ma questa cosa è cresciuta con il passare del tempo. Ora lei ha perso tutto, il suo buon nome e la sua promettente carriera, e ha svergognato se stessa e la sua famiglia, ma ammette la piena responsabilità dell’accaduto e si rammarica davvero amaramente di quanto ha fatto».

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Simona Marchetti
26 novembre 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/cronache/09_novembre_26/insegnante_religione_facebook_studente_sesso_marchetti_5e932a7c-da8e-11de-a7cd-00144f02aabc.shtml

Il Senato chiede lo stop alla RU486: No all’immissione sul mercato

Il dicastero della Salute dovrà definire la compatibilità della pillola abortiva con la legge 194
La Roccella, sottosegretario al Welfare: “Lo daremo in 24 ore”

Dura la reazione degli esponenti dell’opposizione: “E’ una svolta antiabortista, un passo indietro”

Il Nobel per la medicina, Luc Montagnier: “E’ preferibile a un intervento chirurgico”

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Il Senato chiede lo stop alla RU486 No all'immissione sul mercato
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ROMA – La commissione Sanità del Senato ha approvato, a maggioranza, con i voti favorevoli di Pdl e Lega (13) e quelli contrari (8) del Pd, il documento finale dell’indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486 presentato dal presidente e relatore Antonio Tomassini. Nel testo si chiede al governo di fermare la procedura di immissione in commercio della pillola in attesa di un parere tecnico del ministero della Salute circa la compatibilità tra la legge 194 e la RU486.
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LA SCHEDA: come funziona la pillola abortiva
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Secondo la maggioranza con la RU486, l’interruzione di gravidanza diventerebbe molto più facile rispetto alle procedure previste dalla legge sull’aborto. “La coerenza con la legge 194 si realizza solo se c’è il ricovero ospedaliero ordinario per tutto il ciclo fino all’interruzione verificata della gravidanza” ha detto il ministro del Welfare Maurizio Sacconi. “Un processo che se invece avvenisse al di fuori di questo contesto sarebbe una violazione della legge 194. La procedura corretta è evidente. Richiede prima il parere del governo e dopo una nuova delibera dell’Aifa”, il ministro ha aggiunto che “la pronuncia del governo sarà sostanzialmente analoga a quella dell’Aifa”.
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Non sarà un processo lungo. Il parere richiesto al governo in merito alla pillola abortiva Ru486 “avrà tempi brevissimi, e sarà espresso anche nel giro di 24 ore”. Lo dice il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, precisando che non c’è alcuno stop all’immissione nel mercato, e che dopo il parere ci sarà un nuovo Cda dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e, a quel punto, si potrà procedere alla pubblicazione in gazzetta del provvedimento per l’immissione in commercio in Italia della Ru486. “Perché non ci sia contrasto con la 194, è però fondamentale il ricovero ospedaliero – ha concluso Roccella -. Nessun day hospital, ma bisogna garantire la presenza del medico durante l’intera procedura di aborto, per evitare che gli effetti collaterali rappresentino un rischio grave”. Non sarà un ricovero coatto però, le donne potranno firmare per uscire, ha specificato Rocella aggiungendo che “nessuno impedirà di andare via, ma le donne devono essere informate sui rischi che corrono”.
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La pillola RU486 “sarà commercializzata in ogni caso”, dice Mario Staderini, segretario di Radicali Italiani, spiegando come “per legge se l’Agenzia preposta ne decide l’immissione sul mercato non può essere un parere del ministero della Salute, come quello richiesto oggi dal Senato, a poterne bloccare la vendita”.
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Soddisfazione per lo stop è stata espressa dal presidente dell’Udc Rocco Buttiglione, dal senatore del PdL Stefano De Lillo, da Arturo Iannaccone, parlamentare e responsabile del dipartimento sanità del Mpa: “E’ evidente che la commercializzazione della pillola è in palese contrasto con la legge 194, che punta a evitare che l’aborto venga considerato un metodo contraccettivo”. Soddisfatto anche il presidente dei senatori del PdL, Maurizio Gasparri: “C’erano troppi dubbi sulle conseguenze che la pillola avrebbe potuto avere sulla salute delle donne. E’ assurdo che le opposizioni, accecate dal pregiudizio politico, non pensino agli effetti devastanti che può avere sulle donne. Per noi lo stop – ha concluso – è una vittoria di civiltà, una vittoria in difesa della salute”.
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Dura la reazione degli esponenti dell’opposizione. “La furia oscurantista della maggioranza blocca la commercializzazione di un medicinale già utilizzato da milioni di donne, da molti anni”, ha detto Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera. “Un autentico colpo di mano – ha ribadito Felice Belisario (Idv) -. E’ assolutamente indecente, una scelta oscurantista che fa fare salti indietro rispetto ai Paesi più evoluti, nei quali viene già somministrata da anni senza battaglie che nascondono altri sconci baratti”. Per il capogruppo del Pd al Senato, Anna Finocchiaro: “Quelle della maggioranza e del governo ancora una volta sono chiacchiere, ci dicano una volta per tutte cosa vogliono fare”. Per Alessandro Pignatiello, coordinatore della segreteria nazionale del Pdci: “E’ una vergogna, tipica di un regime fondamentalista”. Contrario al blocco però si è detto anche il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto: “Francamente non condivido lo stop, agendo in modo del tutto regolare e legittimo, l’Aifa aveva ammesso la pillola con vincoli assai rigorosi (la commercializzazione e l’uso è consentita solo in ospedale) che rispettano la legge 194”. Così Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl: “All’interno del centro-destra alcuni parlamentari ritengono che il legislatore possa correggere le verità scientifiche e mediche. E’ un’idea pericolosa”. Anche Giovanna Melandri, deputata del Pd, si è dichiarata contro la decisione del blocco: “Gran parte degli stati europei ha adottato la RU486 nel 1999, in Francia viene utilizzata dal 1988, mentre in Gran Bretagna è stata introdotta nel 1990. La decisione delle forze di maggioranza in seno alla Commissione è del tutto politica, nascondersi dietro la pretesa di difendere la salute della donna è un espediente vergognoso che lascia le donne italiane ancora una volta sole e indifese”.
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I medici. Secondo Silvio Viale, il ginecologo torinese che ha sperimentato la RU486, la richiesta della Commissione “allinea l’Italia alle posizioni di Polonia, Malta e Irlanda, dove l’aborto è vietato. Sul piano scientifico è il sintomo di come la donna sia sempre più lasciata sola in balia di posizioni antiabortiste che manipolano la scienza per i propri scopi politici”. Ancora più sicuro il premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier: “L’uso della pillola è preferibile a un intervento chirurgico. Il farmaco è usato da più di venti anni. Non ci sono controindicazioni farmacologiche, ma soprattutto etiche”. Lo scienziato ha poi chiarito che “finché non c’è un sistema nervoso sviluppato l’embrione non può essere considerato un uomo, questo avviene intorno al terzo mese di gravidanza”. Concludendo: “Il farmaco messo a punto in Francia è un analogo di ormoni naturali e comporta rischi deboli dal punto di vista della salute, proprio come un qualsiasi altro farmaco contraccettivo”.
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26 novembre 2009
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In piazza i dipendenti ex Eutelia, giornata difficile a Roma

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Alcoa, c’è l’accordo/ LA CRONACA

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Una giornata difficile a Roma per le proteste che hanno attraversato la città. Tensione per il corteo con tafferugli dei lavoratori degli stabilimenti Alcoa della Sardegna e del Veneto. Un lungo presidio dal mattino con un blocco in via del Tritone, via Bissolati e via Veneto. In serata altra tensione per una manifestazione dei dipendenti Agila-ex Eutelia in via del Corso davanti alla galleria Sordi. Prosegue la protesta dei ricercatori dell’Ispra di Katia Ancona, Federico Formica e Laura Mari.
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I lavoratori di Agile (ex-Eutelia) sono arrivati giovedì sera in pullman da ogni parte d’Italia stanno confluendo a piazza Colonna in attesa dell’esito dell’incontro tra il sottosegretario Letta, rappresentanti sindacali e azienda. Il sit-in non é stato autorizzato ma i lavoratoria non hanno nessuna intenzione di allontanarsi. Tra loro anche qualche dipendente Eutelia che si é unito alla protesta. Il 20 novembre scorso, infatti, l’azienda ha inviato una lettera di cassa integrazione ordinaria per otto settimane ai lavoratori con contratto a tempo determinato e una lettera di chiusura progetto, al 31 dicembre, a quelli con contratto a progetto. Tra l’altro nei giorni scorsi il collegio sindacale che sta seguendo i lavoratori di Agile ha depositato una richiesta di insolvenza per l’azienda. “Il giudice ha fissato la causa di insolvenza per il 23 dicembre – spiega Alessandra Carnicella, una dipendente – questo significa che dobbiamo resistere con il presidio fino a quel giorno”.

L’intesa per la vertenza Alcoa
C’è l’accordo. I vertici di Alcoa hanno deciso di ritirare la procedura di cassa integrazione per tutti i lavoratori dei siti di Fusina in Veneto e Portovesme in Sardegna. Lo annuncia Mario Ghini, segretario nazionale Uilm. “Stiamo aspettando l’arrivo del ministro Scajola, rientrato dall’estero, per firmare il verbale d’intesa. C’è l’accordo che prevede il ritiro della procedura di cassa integrazione prevista per i lavoratori degli stabilimenti di Fusina e Portovesme. Ci rivedremo per un primo confronto tra le parti al dicastero dello Sviluppo economico il prossimo 9 dicembre”. “L’intesa – specifica Ghini – prevede l’istituzione di un tavolo permanente di natura tecnica per definire tutti gli strumenti utili all’approvvigionamento energetico a prezzi calmierati nel rispetto di quanto previsto dal decreto legge sulla competitività. Siamo soddisfatti e andiamo a riferirlo ai lavoratori in piazza”.

Già, la piazza, la vera protagonista della giornata, con un migliaio di persone, tra lavoratori e sindaci, giunto a Roma per dire ‘no’ alla chiusura dell’azienda di alluminio soprattutto dalla Sardegna. Partito da piazza della Repubblica, il corteo ha sfilato per le vie del centro di Roma tra fumogeni, tamburi e petardi, con alcuni momenti di tensione che hanno portato al ferimento di un sindacalista. A Piazza Barberini le sedie di metallo di un bar sono volate contro gli agenti di polizia e carabinieri in assetto antisommossa che avevano cinto con un cordone sanitario la zona. Accesso alle auto bloccato in via del Tritone, via Veneto e via Bissolati.

Giunto a largo di Santa Susanna, “improvvisamente – si legge in una nota delle forze dell’ordine – ha deviato dal percorso precedentemente concordato imboccando via Bissolati, dove hanno cercato di forzare lo sbarramento della polizia” che si trovava lì. La polizia, quindi, parla di un “fronteggiamento tra manifestanti e forze dell’ordine”, durante il quale “un manifestante è stato colto da malore e subito soccorso”.

I lavoratori, dal canto loro, denunciano che l’ambulanza è arrivata dopo trentotto minuti. “Un agente è stato spintonato- fa sapere quindi la polizia- ed è caduto a terra battendo la testa. Un altro agente ha riportato contusioni ad un ginocchio dopo essere stato colpito dal megafono lanciato da un manifestante”.

Nella nota, comunque, si tiene a precisare che “le forze dell’ordine in ogni caso non hanno effettuato alcun tipo di intervento repressivo nè tantomeno fatto uso di manganelli, ma solo azioni di contenimento”. Verso le 13 ha preso il via la riunione convocata al ministero dello Sviluppo economico: presenti il presidente della regione Sardegna, Ugo Cappellacci, quello del Consiglio regionale della Sardegna, Claudia Lombardo, una delegazione di Cgil, Cisl e Uil di categoria e confederali nazionali e regionali, assieme all’ad di Alcoa Italia, Giuseppe Toia.

Vertenza Ispra: minaccia di denuncia per la webcam
Ancora una notte sul tetto per i ricercatori precari dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) che da martedì protestano presso la sede di via Casalotti per salvare il posto di lavoro. “Stanotte mi sono sentita poco bene, ho avuto un calo di pressione – spiega Michela Mannozzi, del coordinamento precari ISPRA dell’USI RdB Ricerca – ma la protesta va avanti e stiamo predisponendo tutto per la pioggia attesa per le prossime ore”. In giornata una delegazione di precari dell’USI RdB Ricerca verrà ricevuta presso il Consiglio Provinciale di Roma. I ricercatori si dicono “stanchi ma arrabiati e determinati” e hanno fatto sapere che non si muoveranno fino a quando non otterranno proposte concrete “Il nostro obiettivo è di resistere almeno fino al 1 dicembre”. Per quel giorno, infatti, è atteso un incontro tra i sindacati e l’ente commissariale. I problemi dell’occupazione cominciano a farsi sentire: “Ci hanno annunciato che nel fine settimana ci staccheranno la corrente – spiega Mannozzi – dicono di dover fare dei lavori ma noi cercheremo di organizzarci con dei gruppi elettrogeni”. E non è solo la corrente e preoccupare i ricercatori: “Ci hanno velatamente minacciato di denunciarci per peculato in seguito all’installazione della webcam”. Oltre a quella dei politici i lavoratori precari stanno ricevendo anche la solidarietà del quartiere: “Siamo davvero commossi, vengono qui a parlare e ci portano addirittura da mangiare” conclude Mannozzi.

Occupata la sede dei vigilantes dei raid all’Agile-ex Eutelia

Si è conclusa in modo pacifico l’occupazione, da parte dei giovani di “Patria Socialista”, “Rash” e “Magazzini popolari Casalbertone” della sede del Barani Group Endurity and Service, in via Oderisi da Gubbio, l’istituto di vigilanza che aveva partecipato ad un raid all’Agile-Ex Eutelia.Dopo l’intervento delle forze dell’ordine, i ragazzi, che avevano issato bandiere rosse sotto la sede della società e uno striscione con la scritta “Guai a chi tocca gli operai”, hanno interrotto la protesta. Qualcuno di loro è stato identificato, ma l’azienda ha fatto sapere che non sporgerà denuncia.

Minacce di morte al giornalista di Crash che filmò l’irruzione

“Ruffo, sei morto”, questo il messaggio scritto in nottata con vernice rossa sul muro dell’abitazione di Federico Ruffo, l’inviato di Crash, il programma di Rai Educational, che all’alba del 10 novembre scorso filmò l’irruzione di un gruppo di guardie giurate guidate da Samuele Landi all’interno degli edifici occupati dai lavoratori dell’ Agile (ex Eutelia). Al momento la compagnia dei Carabinieri di Ostia, stazione di Acilia, sta effettuando gli accertamenti del caso per rintracciare i responsabili del gesto intimidatorio. Federico Ruffo, insieme a Emilio Casalini, stanno lavorando da più di un mese sulla storia della crisi dell’azienda, sugli intrecci finanziari che l’hanno portata allo stato attuale, sulla protesta dei lavoratori, sui passaggi di proprietà non sempre documentabili e non sempre trasparenti. La puntata di “Crash” che racconterà tutta la vicenda, compreso questo ultimo capitolo delle minacce, sarà in onda su Rai Tre all’1,00 di venerdì 4 dicembre.

(26 novembre 2009)
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Tina Turner compie 70 anni: Brucia ancora la fiamma del rock

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Voce, gambe, capelli e carattere indomabili. Nessuno è mai riuscito a fermare “la regina”. E lei ha attraversato tante stagioni senza mai uscire di scena

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di KATIA RICCARDI

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Tina Turner è il fuoco. Lo è nell’immaginario collettivo, lo è sempre stata. Difficile nascondere un incendio e i settant’anni che compie oggi sono la prova che non è mai stato domato, mai spento, mai ridotto in cenere. Ha bruciato nella sua voce roca, nelle sue gambe incredibili, sui suoi capelli, anche loro, indomabili. Fiamme che sono state lucide e nere come carbone, bionde, rosse, senza controllo, spinte da ventate rock verso l’alto. Nella sua vita hanno provato a fermarla, chi lo ha fatto con i pugni come il marito Ike, ne ha ricavato mani bruciate. Chi l’ha ascoltata o vista sul palco ne ha sentito il calore, chi l’ha amata è bruciato con la sua stessa passione.

Il fuoco rock di una donna che del rock è definita la regina incontrastata brucia ancora, settant’anni dopo la nascita avvenuta il 26 novembre del 1939 a Nutbush, in Tennessee sotto il nome di Anna Mae Bullock, secondogenita di due contadini, con origini afroamericane, europee e forse anche indiane. Fuochi incrociati venuti alla luce in un mondo dove il rock non era ancora stato concepito, così come i fiori degli hippies, le minigonne, le frangette dei Beatles, dove la luna non aveva ancora l’impronta di un piede, non c’erano i pantaloni a zampa e le paillettes della disco, le astronavi di Kubrick o gli zombie di Michael Jackson.

Fino a oggi, epoca in cui è arrivata anche nella Rete che tutto rende visibile, Tina Turner è passata in mezzo alla storia indenne, bruciando il tempo, trasformandosi e restando sempre, per tutti, ‘The Acid Queen’ che gli Who disegnarono per lei in ‘Tommy’.

Sopra il palcoscenico il fuoco ha sempre avuto senso, come ogni elemento potente che è possibile solo guardare da lontano con ammirazione. E sul palco lei è stata al sicuro per cinquant’anni, cantando canzoni tratte da album che hanno venduto oltre centottanta milioni di copie, collezionando otto Grammy, quattro decenni consecutivi di copertine di Rolling Stone, cinque film tra cui un’apparizione in St. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nel ’78.

La regina del rock con l’anima soul, del rock rappresenta la perseveranza, la fierezza e l’immortalità. Fu lei a insistere per cantare quando a St Louis conobbe un giovane musicista, Ike Turner, che inizialmente scettico la teneva in ombra. Ma il fuoco era riconoscibile anche se giovane e presto Little Ann, come si faceva chiamare, grazie alla canzone A Fool in Love, divenne Tina Turner e la band da Ike Turner and his Kings of Rhythm band, si trasformò in The Ike & Tina Turner Revue.

I due si sposarono
nel ’58 in Messico e Tina si ritrovò a crescere quattro figli, due di Ike, uno suo nato da una relazione precedente e uno nato dal matrimonio con Ike. Si ritrovò sul palco a ballare, graffiare e cantare. Trovando a discapito dei tempi che le mutavano intorno, uno stile personale, con le coriste, le Ikettes, a spalleggiarla e a influenzare quel mondo che avrebbe cambiato la storia. Come Mick Jagger che molto deve proprio a loro e alla regina che anni dopo aiutò a risorgere. Quando il freddo fuori e dentro l’avevano piegata, fu proprio lui con un incredibile duetto al Live Aid nel 1985 a ravvivare la fiamma.

Con Ike toccò il cielo nel 1968 quando registrarono il loro successo più importante, Proud Mary. Poi iniziò la guerra fredda, il fuoco rabbrividì sotto la droga e la violenza di Ike, e il declino musicale divenne palpabile, una realtà da affrontare e che Tina decise di sfidare da sola. Nel 1976 scappò letteralmente dal marito e dal suo passato. Libera, con 36 centesimi nel portafogli e i buoni per la benzina si nascose da amici, praticò il buddismo di Nichiren Daishonin, ritrovò la forza di autorigenerarsi. Il divorzio fu ufficializzato nel 1978, dopo 16 anni di matrimonio. Alla morte di Ike, avvenuta nel 2007, fu rilasciato soloun cominicato: “Ike e Tina non hanno avuto alcun contatto per oltre trent’anni. Non ci sono ulteriori commenti da fare”.

Le fiamme ripresero potenza nel 1984, fu il più stupefacente ritorno nella storia del rock che si ricordi. La canzone What’s Love Got to Do with It scalò le classifiche in poche settimane contro ogni più rosea previsione. Tina aveva 44 anni. L’album che seguì, Private Dancer, vendette nel mondo quasi venti milioni di copie. L’anno dopo fu il turno di We Don’t Need Another Hero, colonna sonora del film dove recitava, Mad Max Beyond Thunderdome. Poi, senza fermarsi, arrivò It’s Only Love, cantata in duetto con Bryan Adams. Negli anni successivi il fuoco ha ripreso gusto a bruciare. Un’autobigrafia, Io, Tina, diventata un film con Angela Bassett e Laurence Fishburne, altri album, fino alla luce nel ’91 della compilation Simply the Best e, nel 1995, la registrazione per il film di James Bond, di Goldeneye, scritta da Bono.

Nella vita Tina Turner ha cantato con Bryan Adams, Rod Stewart, Elton John, Mick Jagger, David Bowie, Eric Clapton e Mark Knopfler. Nel ’97 anche con Eros Ramazzotti nel pezzo Cose della vita, nel 2006 con Elisa in Teach Me Again. In Italia la regina si è sempre sentita a proprio agio, perfino a Sanremo è arrivata a scaldare la platea tre volte. L’anno scorso è salita sul palco con Beyoncé, per poi partire con il tour dei suoi cinquant’anni di carriera intorno al mondo. Sorridente, libera, vittoriosa. La prima data a Kansas City, ma l’America resta di passaggio. Conserva troppe pietre e troppi ricordi. Così la regina adesso vive più volentieri tra la l’Inghilterra, la Francia e la Svizzera. Oggi, con il suo compleanno si festeggia la musica, la storia, il rock, la rinascita. E il fuoco.

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26 novembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/spettacoli_e_cultura/tina-turner-70-anni/tina-turner-70-anni/tina-turner-70-anni.html?rss

Mafia, perché i pentiti accusano Berlusconi

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Ad una svolta l’indagine di Firenze sulle stragi del 1993

Il nome del presidente del Consiglio nei verbali degli uomini della cosca di Brancaccio

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di ATTILIO BOLZONI e GIUSEPPE D’AVANZO

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Mafia, perché i pentiti  accusano BerlusconiSilvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri

 

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NELL’INCHIESTA sui mandanti delle stragi del 1993 estranei a Cosa Nostra entrano Autore 1 e Autore 2. Gli ultimi interrogatori della procura di Firenze hanno una particolarità. Tecnica, ma comprensibilissima. I primi testimoni sono stati ascoltati in un’inchiesta a “modello 44”, “notizie di reato relative a ignoti”. Gli ultimi, a “modello 21”, dunque “a carico di noti”. I pubblici ministeri, nei documenti, non svelano i nomi dei nuovi indagati. Chi sono Autore 1 e 2? Secondo le indiscrezioni pubblicate già nei giorni scorsi dai quotidiani vicini al governo, sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, la cui posizione era stata già archiviata il 3 maggio del 2002. Se così fosse, l’atto è dovuto. Non è un mistero (un migliaio di pagine sono state depositate, tre giorni fa, al processo di appello a Dell’Utri che si celebra a Palermo) che un nuovo testimone dell’accusa – Gaspare Spatuzza – indica nel presidente del consiglio e nel suo braccio destro i suggeritori della campagna stragista di sedici anni fa. Queste sono le “nuove” dai palazzi di giustizia, ma quel che si scorge è molto altro. L’intero fronte mafioso è minacciosamente in movimento. “La Cosa Nostra siciliana” si prepara a chiedere il conto a un Berlusconi che appare, a ragione, in tensione e sicuro che il peggio debba ancora venire.
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Accade che, nella convinzione di “essere stata venduta” dopo “le trattative” degli anni Novanta, la famiglia di Brancaccio ha deciso di aggredire – in pubblico e servendosi di un processo – chi “non ha mantenuto gli impegni”. Ci sono anche i messaggi di morte. Al presidente del Senato, Renato Schifani, siciliano di Palermo. O, come raccontano le “voci di dentro” di Cosa Nostra, avvertimenti che sarebbero piovuti su Marcello Dell’Utri. Un’intimidazione che ha – pare – molto impaurito il senatore e patron di Publitalia. Sono sintomi che devono essere considerati oggi un corollario della resa dei conti tra Cosa Nostra e il capo del governo. È il modo più semplice per dirlo. Perché di questo si tratta, del rendiconto finale e traumatico tra chi (Berlusconi) ha avuto troppo e chi (Cosa Nostra) ritiene di avere nelle mani soltanto polvere dopo molte promesse e infinita pazienza. Questo scorcio di 2009 finisce così per avere molti punti di contatto con il 1993 quando la Penisola è stata insanguinata dalle stragi: Roma, via Fauro (14 maggio); Firenze, via Georgofili (27 maggio); Milano, via Palestro (27 luglio); Roma, S. Giorgio al Velabro e S. Giovanni in Laterano (28 luglio); Roma, stadio Olimpico (23 gennaio 1994), attentato per fortuna fallito. Nel nostro tempo, non c’è tritolo e devastazione, ma l’annuncio di una “verità” che può essere più distruttiva di una bomba. Per lo Stato, per chi governa il Paese.
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Per capire quel che accade, bisogna sapere un paio di cose. La famiglia mafiosa dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano di Brancaccio a Palermo è il nocciolo irriducibile – con i Corleonesi di Riina e Bagarella, con i Trapanesi di Matteo Messina Denaro (latitante) – di una Cosa nostra siciliana che oggi ha il suo “stato maggiore” in carcere e in libertà soltanto mischini senza risorse, senza influenza, senza affari, incapace anche di concludere uno sbarco di cocaina perché priva del denaro per acquistare un gommone. La seconda cosa che occorre ricordare è che gli “uomini d’onore” non hanno mai ammesso di essere un'”associazione” (Giovanni Bontate che, in un’aula di tribunale, usò con leggerezza il noi fu fatto secco appena libero).
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I mafiosi non hanno mai accettato di discutere i fatti loro, anche soltanto di prendere in considerazione l’ipotesi di lasciar entrare uno sguardo estraneo negli affari della casa, figurarsi poi se gli occhi erano di magistrato. Apprezzati questi due requisiti “storici”, si può comprendere meglio l’originalità di quanto accade, ora in questo momento, dentro Cosa Nostra. Tra Cosa Nostra e lo Stato (i pubblici ministeri). Tra Cosa Nostra e gli uomini (Berlusconi, Dell’Utri) che – a diritto o a torto, è tutto da dimostrare – i mafiosi hanno considerato, dal 1992/1993 e per quindici anni, gli interlocutori di un progetto che, dopo le stragi, avrebbe rimesso le cose a posto: i piccioli, il denaro, al sicuro; i “carcerati” o fuori o dentro, ma in condizioni di tenere il filo del loro business; mediocri e distratte politiche della sicurezza; lavoro giudiziario indebolito per legge; ceto politico disponibile, come nel passato, al dialogo e al compromesso con gli interessi mafiosi.
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Sono novità che preparano una stagione nuova, incubano conflitti dolorosi e pericolosi. La campana suona per Silvio Berlusconi perché, nelle tortuosità che sempre accompagnano le cose di mafia, è evidente che il 4 dicembre – quando Gaspare Spatuzza, mafioso di Brancaccio, testimonierà nel processo di appello contro Marcello Dell’Utri – avrà inizio la resa dei conti della famiglia dei fratelli Graviano contro il capo del governo che, in agosto, ha detto di voler “passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia”.
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È un fatto sorprendente che i mafiosi abbiano deciso di parlare con i pubblici ministeri di quattro procure (Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano). Vogliono contribuire “alla verità”. Lo dice, con le opportune prudenze, anche Giuseppe Graviano, “muto” da quindici anni. Quattro uomini della famiglia offrono una collaborazione piena. Sono Gaspare Spatuzza, Pietro Romeo, Giuseppe Ciaramitaro, Salvatore Grigoli. Spiegano, ricordano. Chiariscono come nacque, e da chi, l’idea delle stragi che non “avevano il dna di Cosa Nostra” e che “si portarono dietro quei morti innocenti”. Indicano l'”accordo politico” che le giustificò e le rese necessarie “per il bene della Cosa Nostra”. I nomi di Berlusconi e Dell’Utri saltano fuori in questo snodo.
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Gaspare Spatuzza, 18 giugno 2009, ricostruisce la vigilia dell’attentato all’Olimpico: “Giuseppe Graviano mi ha detto “che tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo; le persone che hanno portato avanti la cosa non sono come quei quattro crasti dei socialisti che prima ci hanno chiesto i voti e poi ci hanno venduti. Si tratta di persone affidabili”. A quel punto mi fa il nome di Berlusconi e mi conferma, a mia domanda, che si tratta di quello di Canale 5; poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri (…) Giuseppe Graviano mi dice [ancora] che comunque bisogna fare l’attentato all’Olimpico perché serve a dare il “colpo di grazia” e afferma: ormai “abbiamo il Paese nelle mani””.
Pietro Romeo, 30 settembre 2009: “… In quel momento stavamo parlando di armi e di altri argomenti seri. [Fu chiesto a Spatuzza] se il politico dietro le stragi fosse Andreotti o Berlusconi. Spatuzza rispose: Berlusconi. La motivazione stragista di Cosa Nostra era quella di far togliere il 41 bis. Non ho mai saputo quali motivazioni ci fossero nella parte politica. Noi eravamo [soltanto degli] esecutori”.
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Salvatore Grigoli, interrogatorio 5 novembre 2009: “Dalle informazioni datemi (…), le stragi erano fatte per costringere lo Stato a scendere a patti (…) Dell’Utri è il nome da me conosciuto (…), quale contatto politico dei Graviano (…) Quello di Dell’Utri, per me, in quel momento era un nome conosciuto ma neppure particolarmente importante. Quel che è certo è [che me ne parlarono] come [del nostro] contatto politico”. E’ una scena che trova conferme anche in parole già dette, nel tempo. I ricordi di Giuseppe Ciaramitaro li si può scovare in un verbale d’interrogatorio del 23 luglio 1996: “Mi [fu] detto che bisognava portare questo attacco allo Stato e che c’era un politico che indicava gli obiettivi, quando questo politico avrebbe vinto le elezioni, si sarebbe quindi interessato a far abolire il 41 bis (…). Quando Berlusconi [è] stato presidente del Consiglio per la prima volta, nell’organizzazione erano tutti contenti, perché si stava muovendo nel senso desiderato e [si disse] che la proroga del 41 bis era stata solo per ‘fintà in modo da eliminarlo del tutto alla scadenza”.
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Ci sarà, certo, chi dirà che non c’è nulla di nuovo. “Pentiti di mafia” che confermano testimonianza di altri “pentiti di mafia” ci sono stati ieri, ci sono oggi. La differenza, in questo caso, è come questi uomini che hanno saltato il fosso sono trattati dagli altri, da chi – in apparenza – resta ben saldo nelle sue convinzioni di mafioso, nel suo giuramento d’omertà. Li rispettano, sorprendentemente. Non era mai capitato. Non li considerano degli “infami”. Accettano il dialogo con loro. Anche i più ostinati come Cosimo Lo Nigro e Vittorio Tutino.
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Cosimo Lo Nigro, il 10 settembre del 2009, è seduto di fronte a Gaspare Spatuzza. Spatuzza gli dice che “ha gioito – oggi me ne vergogno – , ma ho gioito per Capaci perché quello [Falcone] rappresentava un nemico per Cosa Nostra… ma il nostro malessere inizia nel momento in cui ci spingiamo oltre (…) su Firenze, Roma, Milano…”. Lo Nigro lo ascolta, senza contraddirlo. Spatuzza ricostruisce come andarono le cose durante la preparazione della strage all’Olimpico. Lo Nigro lo lascia concludere e gli dice: “Rispetto le tue scelte, ma ancora ti chiedo: sei sicuro di ciò che dici e delle tue scelte?”. Vittorio Tutino accetta di essere interrogato dai Pm di Caltanissetta. Non fa scena muta. Parla. Il suo verbale d’interrogatorio deve essere interessante perché viene secretato.
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Già queste mosse annunciano la nuova stagione, ma la dirompente novità è nei cauti passi dei due boss di Brancaccio, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Sono i più vicini a Salvatore Riina. Hanno guidato con mano ferma la loro “batteria” fino a progettare la strage – per fortuna evitata per un inghippo nell’innesco dell’esplosivo – di un centinaio di carabinieri all’Olimpico il 23 gennaio del 1994. Sono in galera da quindici anni. Hanno studiato (economia, matematica) in carcere. Dal carcere si sono curati dell’educazione dei loro figli affidati ai migliori collegi di Roma e di Palermo e ora sembrano stufi, stanchi di attendere quel che per troppo tempo hanno atteso. Spatuzza racconta che, alla fine del 2004, Filippo Graviano, 48 anni, sbottò: “Bisogna far sapere a mio fratello Giuseppe che se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. La frase è eloquente. C’è un accordo. Chi lo ha sottoscritto, non ha rispettato l’impegno. Per cavarsi dall’angolo, c’è un solo modo: dissociarsi, collaborare con la giustizia, svelare le responsabilità di chi – estraneo all’organizzazione – si è tirato indietro. Accusarlo può essere considerato “un’infamia”?
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Filippo Graviano, il 20 agosto 2009, accetta il confronto con Gaspare Spatuzza. C’è una sola questione da discutere. Quella frase. Ha detto che “se non arriva niente da dove deve arrivare, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”? La smentita di Filippo Graviano è ambigua. In Sicilia dicono: a entri ed esci. Dice Filippo a Gaspare: “Io non ho mai parlato con ostilità nei tuoi riguardi. I discorsi che facevamo erano per migliorare noi stessi. Già noi avevamo allora un atteggiamento diverso, già volevamo agire nella legalità. Noi parlavamo di un nostro futuro in un’altra parte d’Italia”. La premessa è utile al boss per negare ma con garbo: “Mi dispiace contraddire Spatuzza, ma devo dire che non mi aspetto niente adesso e nemmeno nel passato, nel 2004. Mi sembra molto remoto che possa avere detto una frase simile perché, come ho detto, non mi aspetto niente da nessuno. Avrei cercato un magistrato in tutti questi anni, se qualcuno non avesse onorato un presunto impegno”.
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Filippo non ha timore di pronunciare per un boss parole tradizionalmente vietate, “legalità”, “cercare magistrati”. Si spinge anche a pronunciarne una, indicibile: “dissociazione”. Dice, il 28 luglio 2009: “Da parte mia è una dissociazione verso le scelte del passato (…). Oggi sono una persona diversa. Faccio un esempio. Nel mio passato, al primo posto, c’era il denaro. Oggi c’è la cultura, la conoscenza. (…) Io non rifarei le scelte che ho fatto”.
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Anche Giuseppe Graviano, 46 anni, il più duro, il più autorevole (i suoi lo chiamano “Madre natura” o “Mio padre”), incontra i magistrati, il 28 luglio 2008. E’ la prima volta che risponde a una domanda dal tempo del suo arresto, il 27 gennaio 1993. Dice: “Io sono disposto a fare i confronti, con coloro che indico io e che ritengo sappiano la verità. Sono disposto a un confronto con Spatuzza ma cosa volete che sappia Spatuzza che non sa niente, faceva l’imbianchino, sarà ricattato da qualcuno”. Sembra che alzi un muro e che il muro sia insuperabile, ma non è così. Quando gli tocca parlare delle stragi del 1993, ragiona: “Perché non mi avete fatto fare il confronto con i pentiti in aula, quando l’ho chiesto? Così una versione io, una versione loro e poi c’è il magistrato [che giudica]: voi ascoltavate e potevate decidere chi stava dicendo la verità. La verità, [soltanto] la verità di come sono andati i fatti.. . io vi volevo portare alla verità. E speriamo che esca la verità veramente. Ve ne accorgerete del danno che avete fatto. Se noi dobbiamo scoprire [la verità], io posso dare una mano d’aiuto. Io dico che uscirà fuori la verità delle cose. Trovate i veri colpevoli, i veri colpevoli. Si parla sempre di colletti bianchi, colletti grigi, colletti e sono sempre innocenti [questi, mentre] i poveri disgraziati…”.
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Gli chiedono i magistrati: “Lei sa che ci sono colletti bianchi implicati in queste storie?”. Risponde: “Io non lo so. Poi stiamo a vedere se… qualcuno ha il desiderio di dirlo che lo sa benissimo… Ma io non posso dire la mia verità così. Perché non serve a niente. Invece, ve la faccio dire, io, [da] chi sa la verità”.
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Ora bisogna mettere in ordine quel che si intuisce nelle mosse di Cosa Nostra. I “pentiti” non sono maledetti da chi, in teoria, stanno tradendo. Al contrario, ricevono attestati di solidarietà, segnali di rispetto, addirittura cenni di condivisione per una scelta che alcuni non hanno ancora la forza di decidere. E’ più che un’impressione: è come se chi offre piena collaborazione alla magistratura (Spatuzza, Romeo, Grigoli) abbia l’approvazione di chi governa la famiglia (Giuseppe e Filippo Graviano) e ancora oggi può essere considerato al vertice di un’organizzazione che, in carcere, custodisce l’intera memoria della sua storia, delle sue connessioni, degli intrecci indicibili e finora non detti, degli interessi segreti e protetti. In una formula, il peso di un ricatto che viene offerto con le parole e i ricordi delle “seconde file” in attesa che le “prime” possano valutare quel che accade, chi e come si muove.
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Ecco perché ha paura Berlusconi. Quegli uomini della mafia non conoscono soltanto “la verità” delle stragi (che sarà molto arduo rappresentare in un racconto processuale ben motivato), ma soprattutto le origini oscure della sua avventura imprenditoriale, già emerse e documentate dal processo di primo grado contro Marcello Dell’Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Di denaro, di piccioli minacciano allora di parlare i Graviano e gli uomini della famiglia di Brancaccio. Dice Spatuzza: “I Graviano sono ricchissimi e il loro patrimonio non è stato intaccato di un centesimo. Hanno investito al Nord e in Sardegna e solo così mi spiego perché durante la latitanza sono stati a Milano e non a Brancaccio. È anomalo, anomalissimo”. Se a Milano – dice il testimone – Filippo e Giuseppe si sentivano più protetti che nella loro borgata di Palermo vuol dire che chi li proteggeva a Milano era più potente e affidabile della famiglia.
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27 novembre 2009
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No al processo breve, 410mila firme Le adesioni di Abbado, Villaggio, Barbarossa / Il Cav. che parla di pm è sicuro che il Paese lo ascolti?

L’appello di Roberto Saviano, sul sito di Repubblica molti commenti

Il sì dei nomi noti. “Far sentire la nostra voce è un dovere”

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di MAURO FAVALE

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No al processo breve, 410mila firme Le adesioni di Abbado, Villaggio, BarbarossaClaudio Abbado

 

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ROMA – “Avanti sul processo breve”, dice con forza il Pdl. Ma va avanti anche la sottoscrizione all’appello di Roberto Saviano proprio per ritirare il ddl che detta tempi contingentati per le cause in corso. Sono 410 mila le firme degli italiani depositate sul sito di Repubblica. Migliaia di cittadini condividono il messaggio che lo scrittore ha deciso di inviare (dalle colonne di Repubblica) al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Un appello per chiedere, “in nome della salvaguardia del diritto”, il ritiro della “norma del privilegio”.

Al coro si sono unite anche ieri adesioni di nomi noti che hanno fatto propri i contenuti del testo di Saviano. Ha firmato Claudio Abbado, il direttore d’orchestra, famoso in tutto il mondo. E con lui l’attore Paolo Villaggio e gli artisti Daniele Silvestri e Luca Barbarossa. Dal mondo politico è arrivata la sottoscrizione dell’ex europarlamentare Giovanni Berlinguer. Anche loro sono d’accordo con l’autore di Gomorra quando scrive che “con il processo breve saranno prescritti, di fatto, reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi”.

A fronte di questo rischio, inoltre, l’associazione nazionale magistrati, due giorni fa, ha denunciato un “allarme paralisi” nelle procure italiane, già prive di magistrati, dove mandare avanti il lavoro diventa sempre più complicato. “L’unico modo per accorciare i tempi della giustizia – scrive Saviano – è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto”.

La mobilitazione si sviluppa soprattutto su internet con i social network Facebook e YouTube che rilanciano l’appello e invitano a sottoscrivere. Sul sito di Repubblica, i lettori dibattono tra loro e lasciano messaggi. Un utente che si firma “costituzione” scrive: “Penso che sia necessario, che tutti coloro che hanno a cuore la democrazia, che implica, essenzialmente, un rapporto corretto e trasparente tra i poteri che sono alla base di uno Stato di diritto, si debbano impegnare in prima persona perché non si debba dire – e il rischio è assai concreto – “io c’ero, ma non ho fatto nulla per impedire una deriva autoritaria”. La nostra Costituzione deve essere il punto costante di riferimento. Facciamo sentire la nostra voce: è un dovere”.

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27 novembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/politica/giustizia-19/appello-firme-adesioni/appello-firme-adesioni.html

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L’appello di Saviano contro il processo breve / VIDEO

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IL DISCORSO ALLA NAZIONE

Il Cav. che parla di pm è sicuro che il Paese lo ascolti?

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di Peppino Caldarola

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L’annunciato discorso alla nazione sui temi della giustizia potrebbe rivelarsi un boomerang per Silvio Berlusconi. I falchi del centrodestra, in primis il direttore del Giornale Vittorio Feltri, lo invitano a sfidare i pubblici ministeri e l’opinione pubblica nella convinzione che gli italiani daranno ragione al presidente del Consiglio.

 

Secondo me sbagliano. L’unico effetto sicuro del probabile proclama del Cavaliere è che si avvicineranno le elezioni anticipate. I sondaggi dicono che Berlusconi le rivincerebbe. L’ossessione dell’invincibilità ha travolto, nel passato, uomini che sembravano saldi alla guida del potere. Un padre della patria come De Gaulle fu costretto a lasciare la guida della Francia.

L’uomo che unificò la Germania, Helmut Khol, si ritirò dalla scena politica nel momento del trionfo. C’è un dato imponderabile che spesso modifica il quadro politico anche quando sembra che sia immobile. Questo dato ha un nome: la stanchezza. L’opinione pubblica viene logorata dall’immobilità apparente della politica, dal ripetersi di un copione che non cambia mai, dal bisogno di cercare altre strade. In Italia siamo vicini a questo punto di crisi. Il berlusconismo sta vivendo questo passaggio. Non è in discussione il consenso personale del premier, che resta assai alto, ma la risposta che il premier sta dando ai problemi del Paese sta rivelando punti di frattura fra aree di opinione pubblica e la tolda di comando.

I sondaggi che allietano le giornate di Berlusconi e dei suoi fan non calcolano tre variabili. La prima riguarda la tenuta della maggioranza. L’immagine che il centrodestra sta mostrando è quella di una coalizione rissosa e nervosa. L’elenco dei “casi” che la dilaniano è assai lungo. Si va da Fini, a Tremonti, a Brunetta, al partito del Sud, all’ingordigia della Lega. Nessuna di queste vicende è risolvibile sul piano della diplomazia. Fini cerca di riscrivere le tavole di un nuovo decalogo della destra italiana. È vero che nella crescita della popolarità del presidente della Camera interviene la simpatia che a sinistra suscitano le sue posizioni. Tuttavia l’ex leader di An è ancora fortemente insediato nella destra, malgrado i giornali berlusconiani vogliano espellerlo. Mentre si inaridisce la sorgente del berlusconismo, costretto ripetere antichi schemi, Fini è impegnato in una ridefinizione della cultura politica della nuova destra rendendola più simile al popolarismo europeo. Laicità, multiculturalità, primato del Parlamento rappresentano i punti di maggior conflitto con la vecchia destra berlusconiana e nordista. Tremonti rappresenta, invece, la vocazione dirigista di quella componente socialista del centrodestra che riscopre i limiti del mercato incontrando il bisogno di Stato che attraversa anche la Lega. Quest’ultima è arrivata al momento culminante del suo lungo viaggio nelle stanze romane. Se non impone in tempi brevi la riforma federalista dello Stato rischia un grave contraccolpo. Brunetta e il partito del Sud sono uniti dall’esigenza di riaprire i cordoni della spesa. Il ministro si fa paladino dell’innovazione, il partito del Sud teme di perdere i consensi di un’area del Paese penalizzata dalle politiche restrittive del ministro dell’Economia. Nel centrodestra non c’è solo uno scontro di personalità. Divergono i progetti, fino al punto di mettere in discussione la tenuta stessa della maggioranza e del Pdl.

La seconda variabile riguarda lo stato dell’arte nell’opposizione. Oggi è divisa, ma non è detto che di fronte alla richiesta di plebiscito pro Silvio le cose restino così. Un’opposizione unita, capace di attrarre spezzoni dell’attuale maggioranza, potrebbe fare il miracolo. Non sappiamo ancora quanto vale la cura Bersani. Tuttavia nel giro di poche settimane il quadro è cambiato. Il fronte giustizialista resta in campo ma emergono contraddizioni profonde nel suo interno. Il protagonismo di Repubblica sembra ridimensionato. Di Pietro deve fare i conti con la fronda interna. A sinistra i progetti alternativi non decollano. Nella parte centrale del sistema bipolare riemerge la proposta dei nuovi moderati con Casini e Rutelli. Forse Fini non sarà della partita, ma sarebbe un errore sottovalutare la capacità di attrazione verso il voto moderato, di destra e di sinistra, di una nuova formazione che proponesse di superare l’antico bipolarismo. In breve, niente è come prima. Chi pensa, come fanno i berlusconiani, di dover solo recintare il proprio campo rischia di non vedere che molti buoi sono fuggiti. Nel Paese sta crescendo il fenomeno dei nuovi antiberlusconiani, spesso assai più radicali dei vecchi, che invocano una svolta, stanchi di polemiche vecchie di quasi ventanni.

La terza variabile è più di sostanza. L’attenzione degli italiani si è spostata su altri temi. Ho visto un sondaggio, mostratomi da un grande imprenditore che conta molto nella formazione dell’opinione pubblica, che descrive una vera rivoluzione nel senso comune degli italiani. Le notizie sulla “ripresina” non riguardano le famiglie che vivono ormai drammaticamente il peso della crisi e l’assenza di prospettive. Due anni fa la sicurezza era la preoccupazione principale, oggi sono il lavoro e il tenore di vita. Le questioni sociali stanno riguadagnando un peso preponderante nell’immaginario collettivo. La politica discute di Berlusconi e dei pm, oppure si arrovella sui vizi di Marrazzo, la gente comune torna a occuparsi di sé stessa. Quello strano fenomeno tipicamente occidentale per cui nei momenti di crisi emergono temi diversivi che catalizzano l’attenzione sembra in netto declino nel nostro Paese. La situazione è surreale. Berlusconi vuole parlare di sé a un Paese che è afflitto da paure profonde sul proprio domani, e in molte aree della popolazione addirittura sull’oggi. Una campagna elettorale puntata tutta sulla giustizia non incontrerà i problemi dei cittadini. Questo è il punto debole dell’attuale fase del berlusconismo. Il messaggio ottimista dell’attuale premier si scontra ormai con la realtà delle cose. Non si va avanti per vent’anni solo con le promesse. E il Governo, lo dicono ormai anche i suoi ministri, ha distribuito solo sogni. Potrà accadere che Berlusconi parli e il Paese non lo ascolti.

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25 NOVEMBRE 2009

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fonte:  http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/132280_il_cav._che_parla_di_pm__sicuro_che_il_paese_lo_ascolti_di_peppino_caldarola/

Dubai, la bolla di Bengodi che spaventa il mondo

Gli emiri hanno salvato la finanza globale ma ora si teme
la retromarcia. I prezzi delle case sono crollati del 50 per cento

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di ETTORE LIVINI

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DUE ANNI fa era il Bengodi della finanza mondiale. Un fazzoletto di sabbia sulle rive del Golfo Persico dove la roulette del denaro facile aveva fatto decollare progetti immobiliari per 350 miliardi di dollari. Oggi il giocattolo si è rotto.

La bolla del mattone è scoppiata. I cantieri sono fermi, i prezzi delle case sono crollati del 50%. E il Dubai – candidato fino a pochi mesi fa a diventare la Wall Street (o la Disneyland, suggerisce qualcuno) del Medio Oriente – non ha più i soldi per onorare i suoi debiti. A tremare sono in tanti. In prima fila, ovviamente, le banche che hanno finanziato gli 80 miliardi di esposizione dell’emirato. E le aziende, migliaia tra cui molte italiane, che hanno investito sui suoi piani di sviluppo. Il pericolo vero, però, è che lo tsunami-Dubai tracimi verso gli altri paesi del Golfo, facendo scricchiolare le casse di quei fondi sovrani che negli ultimi due anni hanno recitato un ruolo da protagonisti nel salvataggio dell’economia mondiale. Puntellando a suon di petrodollari il capitale di banche e imprese sull’orlo del crac.

Gli analisti, per ora, gettano acqua sul fuoco. Gli Emirati sono realtà differenti tra loro, assicurano. Dubai è una mosca bianca, la sua crisi affonda le radici in un’economia “di carta”, povera di greggio (rappresenta solo il 6% del pil) e travolta dal crac di un settore, il mattone, arrivato a rappresentare il 30% della ricchezza nazionale. I vicini, aggiungono, sono messi meglio. Abu Dhabi – nel cui sottosuolo c’è il 9% delle riserve petrolifere globali – è una macchina da soldi. Mentre Qatar e Kuwait non hanno conosciuto gli eccessi finanziari della dinastia degli Al Makhtoum.

Le borse però hanno drizzato le antenne. Le cifre in gioco, in effetti, sono altissime (i fondi sovrani del Golfo gestiscono un patrimonio superiore ai mille miliardi di dollari) e molte blue chip su entrambe le sponde dell’Atlantico sono ancora in vita grazie solo ai capitali degli emiri.

La cassaforte pubblica del Dubai ha in portafoglio il 20% della Borsa di Londra (che controlla anche Borsa Italiana spa), quote di Standard Chartered, Daimler, Eads – la casa madre di Airbus – e persino il 20% del Cirque du Soleil. In Italia gli Al Makhtoum hanno trattato a lungo per rilevare le aree di Zunino a Sesto San Giovanni e Santa Giulia. Il ricchissimo Abu Dhabi investment fund – con la sua potenza di fuoco da 700 miliardi di dollari – ha il 2% di Mediaset ed è stato il protagonista del salvataggio a stelle e strisce di Citigroup. I sovrani del Qatar hanno appena speso 7 miliardi per tenere a galla la Porsche dopo la disavventura della speculazione su Volkswagen e nella loro collezione di trofei finanziari hanno pure partecipazioni significative in Barclays, nella Borsa di Londra e nei grandi magazzini Sainsbury. Il Kuwait investment office ha contribuito a strappare dal crac la Merrill Lynch ed è socio di Bp e Daimler.

Il timore dei mercati – al di là delle conseguenze per le banche esposte con Dubai (Credit Suisse stima in 40 miliardi il rischio di quelle europee) – è che Dubai World sia in realtà solo il primo tassello di un domino di default immobiliari nel Golfo. Standard&Poor’s stima che i progetti messi in stand by – opere stravaganti come le piste da sci nel deserto, isole artificiali a forma di planisfero e grattacieli modellati sulle figure degli scacchi o alti un chilometro – siano pari a quasi 500 miliardi di dollari. Una montagna di soldi che rischia di costringere gli emiri – reduci dal salvataggio del capitalismo occidentale – a liquidare le loro posizioni azionarie. Per salvare, questa volta, l’economia di casa propria.

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27 novembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/economia/dubai-borse/bolla-bengodi/bolla-bengodi.html?rss